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«Il futuro dell’Italia è in un’Europa riformata»

L’appuntamento è in un locale sul lungomare di Gallipoli per la colazione. Sono in ritardo di qualche minuto e al mio sms che lo avverte Rocco Buttiglione risponde con: «Frisch weht der wind, Der heimat zu mein hübsches kind, wo weilest du?». Quando c’incontriamo apprendo che si tratta dell’ouverture del Tristano e Isotta di Richard Wagner riveduta e corretta («Fresco soffia il vento verso la patria; mio caro amico dove te ne stai?»). Insomma, l’approccio mette soggezione. Ma per fortuna Buttiglione, membro dell’Udc e vicepresidente del gruppo misto, è in tenuta estiva e, sebbene voli alto, l’intervista si svolge in italiano.

Professore, Berlusconi e Prodi sono di nuovo in prima linea. Lei si ricandiderà?

«Vedremo. Voglia di riscaldare la sedia non ne ho. Se c’è l’opportunità di fare qualcosa di buono per il Paese non mi tirerò indietro. Nel frattempo ho ripreso contatto con il mio vecchio mondo che non mi ha dimenticato. Ho tenuto una lezione sul pensiero di Karol Wojtyla all’università di Lublino, parlerò alla Görres-Gesellschaft, la più importante associazione filosofica tedesca, andrò in Messico e in Cile. Non mi annoierò».

Che cosa intende per fare qualcosa di buono per il Paese?

«Ricostruire un partito di democrazia cristiana non in senso stretto, ma come lo intendeva il mio amico Helmut Kohl, con un programma che potrebbe interessare Silvio Berlusconi, il pulviscolo delle formazioni di centro e i loro elettori. Che in quest’area ci sono; mancano i leader».

Tanto che si riaffacciano quelli di dieci o quindici anni fa: come lo spiega?

«Con il fatto che quelli che sono venuti dopo sono peggio di quelli che c’erano prima. Allora si guarda con nostalgia al passato, che però non ritorna. Serve aprire la strada a nuovi giovani non raccattati per strada, ma preparati e con valori forti».

Matteo Renzi ha deluso?

«Ha giocato una partita che ho guardato con simpatia. Però l’ha persa».

Definitivamente?

«Il mercato politico è ingombro di leader che hanno avuto una grande idea, hanno perso, ma rimangono in campo. Troppo deboli per rivincere, ma abbastanza forti per ostruire la scena a chi vuole provarci».

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Si riferisce ai vari D’Alema, Bersani o a chi altro?

«Lei mi vuole morto? Ognuno che catalizzi un minimo di consenso, invece di collaborare alla nascita di nuovi leader, li ostacola».

Chi potrebbe essere il leader del centro da lei ipotizzato?

«Se Berlusconi riuscisse a gestire una selezione dalla quale far emergere personalità per il futuro com’è avvenuto nel Pd con Renzi quand’era sindaco, avrebbe un merito storico».

Destra e sinistra sono categorie del Novecento: con che cosa vengono sostituite?

«Per il momento dalle teorie del complotto. Quando un soggetto politico non capisce immagina che il cattivo stia complottando contro di lui. È già accaduto nell’Ottocento quando i massoni attribuivano il complotto ai gesuiti e i cattolici lo rinfacciavano ai massoni. Ora la Cina e l’India crescono. I nuovi posti di lavoro vengono dall’economia della conoscenza, dalla forza del cervello e non dei muscoli. Quindi, o iniziamo a pagare i salari come i cinesi, oppure dobbiamo ricostruire una scuola nella quale lo studio sia una virtù e la mentalità della raccomandazione e del sussidio statale sia superata. I giovani non possono delegare lo Stato a costruire il loro futuro. Ma possono sperare in condizioni che li aiutino, famiglie forti e gruppi di amici in grado di affrontare le sfide del presente».

Una preoccupazione che non sfiora i nostri politici.

«Nel 1950 gli Stati Uniti detenevano il 50% del potere economico mondiale, oggi ne hanno poco più del 20%. L’Europa, che ne ha un altro 20%, non è abituata a difendere i suoi interessi nel mondo perché ha sempre delegato gli Usa. Se non impara a farlo, il Mediterraneo diventerà una polveriera. Ma noi abbiamo i sovranisti che dicono che l’Europa non serve».

Vuol dire che i sovranisti sono anacronistici?

«Sono come la Repubblica di Siena. Quando nascevano gli Stati nazionali, a Siena decisero di fare la Repubblica indipendente. Finì ovviamente in un bagno di sangue. Machiavelli che diceva che bisognava fare l’Italia rimase inascoltato».

Berlusconi sembra non sposare le teorie sovraniste.

«Berlusconi è uno dei pochi che ragionano, anche se non sempre bene. Capisce che l’Europa è l’unica via. Poi, però, gli servono i voti di Salvini. Io penso che bisognerebbe puntare sui tanti che non votano. La verità è che l’Europa va bene mentre l’Italia sbaglia perché priva di una vera classe dirigente».

Sull’immigrazione è l’Europa che sbaglia.

«Noi non siamo capaci di fare le espulsioni e i rimpatri. Gli altri Paesi non credono che mandiamo profughi veri. Una parte della nostra magistratura ritiene che tutti abbiano diritto di venire in Italia. Per fare le espulsioni servono gli accordi con i Paesi d’origine. I quali devono riprendersi gli immigrati illegali in cambio dell’aiuto a creare posti di lavoro. Per gestire l’immigrazione bisogna fare gli accordi con i Paesi del Nord Africa e con l’Europa. Gli albanesi oggi non sono un problema per l’Italia perché all’epoca Berlusconi fece un buon accordo con l’Albania».

Come prevede andranno le prossime elezioni?

«Spero servano a dare un buon governo all’Italia. E che si riesca a presentare una formazione di centrodestra orientata al Ppe».

Dopo un periodo di quiete è tornato a scrivere sul Papa per il sito Vatican Insider: che cosa l’ha smosso?

«Ritengo sbagliato opporre Giovanni Paolo II a papa Francesco. Penso che se Wojtyla fosse vivo mi direbbe: “Seguite il Papa”».

Marcello Pera ha criticato duramente il magistero di Bergoglio: che cosa pensa degli atei devoti?

«Li guardo con simpatia. Affermano di non credere in Gesù Cristo e nelle verità dogmatiche del cristianesimo, ma ritenendolo l’asse portante della nostra società temono che se crollasse sarebbe un guaio per tutti. Tuttavia, la Chiesa non esiste per difendere l’Occidente e i valori cristiani».

Prendendo del cristianesimo solo l’architettura civile e culturale la costruzione regge ugualmente?

«Forse all’inizio, ma dopo un po’ quei valori ammuffiscono. Inoltre, la fede genera vita anche nel resto del mondo. Oggi l’Occidente si restringe e la Chiesa cresce. Nei mondi emergenti, la Chiesa c’è. Cresce in Asia, in America latina e nell’Africa sotto il Sahara il cristianesimo ha vinto la lotta con l’islam. È giusto che, pur senza abbandonare l’Europa, il Papa non guardi al mondo con occhiali europei».

C’è chi dice che papa Francesco sia teologicamente debole.

«Lo dicevano anche i teologi greci dei papi latini. I quali guardavano il mondo anche con gli occhi dei germanici che si stavano convertendo».

La teologia può diventare una nuova ideologia, una specie di iteologia?

«Di tutto si può fare ideologia, anche delle cose giuste. L’ideologia è lo strumento del potere e contiene il rifiuto di capire la verità dell’altro. Anche l’altro ha un briciolo di verità e io devo riconoscerla».

Che idea si è fatto del ritiro di papa Ratzinger?

«Voleva riformare la curia, ma non ha trovato collaborazione. Ha tenuto una predica di fuoco denunciando gli errori e i vizi nei comportamenti della gerarchia. Si aspettava che il giorno dopo alcuni dessero le dimissioni e si rimettessero alla volontà del Papa per il bene della Chiesa. Non è accaduto, si è dimesso lui per dare l’esempio».

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

È davvero questo il motivo?

«Ha dato una lezione di libertà dal potere. Se il potere è servizio si deve essere anche liberi di rinunciarvi».

Niente pressioni esterne?

«Ratzinger ha un aspetto fisico fragile, ma un carattere di ferro. Lo conosco da 45 anni: non lo vedo cedere a pressioni».

Augusto Del Noce diceva che la sinistra sarebbe diventata un partito radicale di massa: si sta avverando questa profezia?

«È sotto gli occhi di tutti. La sinistra ha rinunciato alla difesa dei poveri e sposato la causa della distruzione della famiglia tradizionale».

La nuova ideologia dominante è un misto di politicamente corretto e nuovi diritti civili?

«È una società che resta sentimentale. E non compie il passaggio dalla ribellione alla riconciliazione perché vive in uno stato di adolescenza infinita. Si convive fino a quarant’anni e lo status di bamboccioni dura fino alla mezza età. Anche il revival dei gruppi musicali è sintomo di questa adolescenza prolungata».

I cattolici devono fare di questo terreno una priorità della loro azione? La filosofia dei valori non negoziabili non è superata?

«La strategia politica imperniata sui valori non negoziabili ha dato l’impressione che i valori negoziabili non contino. Invece sono importantissimi. Quando vado a votare vorrei farlo per una forza che mi garantisca sulla vita e sul matrimonio. Ma vorrei che mi garantisse anche sul fatto che mio figlio troverà un lavoro, che quando sarò vecchio avrò un’adeguata assistenza, che la mia pensione non andrà in fumo. L’idea per cui i cattolici si occupano dei valori non negoziabili e gli altri di quelli negoziabili è perdente».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«Le racconto un fatto. Ai funerali di Kohl c’era un’atmosfera di vera commozione, con Jean Claude Junker, la Merkel e Macron che hanno pronunciato parole pesanti. Per l’Italia c’era solo il ministro Alfano. Spero che dopo le elezioni tedesche di fine settembre l’Italia riesca a essere protagonista nel grande progetto di rilancio dell’Europa dei popoli che verrà promosso dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese. Molto dipende da Berlusconi e dal centro di cui anch’io faccio parte».

E sul piano personale cosa le dà speranza?

«I miei nipoti. Ogni volta che nasce un bambino la storia del mondo ricomincia da capo».

 

 

La Verità, 5 agosto 2017

 

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016