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Del Santo elabora il lutto al Grande Fratello Vip

Bisogna misurare le parole, la materia è incandescente. Il dolore di una madre che ha perso un figlio suicida di 19 anni. Peraltro il secondo, dopo che il primo, a 4 anni, era precipitato dalla terrazza di un grattacielo. Una storia straziante. Un dolore lancinante, indicibile. Perciò, bisogna stare attenti, andarci molto molto piano e, soprattutto, non giudicare.

La madre è Lory Del Santo, ex bigliettaia nel Drive in di Antonio Ricci, poi showgirl, ospite del panfilo dell’imprenditore saudita Adnan Khashoggi, compagna del mitico Eric Clapton dal quale ebbe Conor, il bambino morto tragicamente cadendo dal cinquantatreesimo piano a New York. Del padre di Loren, invece, il diciannovenne che viveva a Miami e un mese fa si è tolto la vita a causa di una malattia cerebrale, la madre non ha mai voluto rivelare l’identità. Fin qui quelli che chiameremmo grossolanamente antefatti ma che mai lo potranno essere: mai la morte di un figlio, peraltro suicida, potrà essere rimossa. Tuttavia, tornando alla madre, dopo la decisione di rinunciare alla partecipazione al Grande fratello vip maturata in seguito alla tragedia, Lory Del Santo si è ricreduta. Dopo giorni intrisi di sofferenza e lacrime («Ho cercato di vivere da sola questo periodo senza parlare con nessuno. Senza amici. Senza poter dire la verità», ha detto a Silvia Toffanin di Verissimo) ora la showgirl crede «che la Casa del Grande Fratello sia l’unico posto in cui possa sentirmi protetta. Potrebbe essere una terapia». Testuale.

Il ripensamento ha comprensibilmente preso in contropiede i dirigenti di Endemol e di Canale 5 che producono e diffondono il programma. È certo che la probabile partecipazione di Lory Del Santo al reality avrebbe un effetto tonificante sugli ascolti. E quindi: «Non facciamo sciacallaggio sul dolore di una persona», è stata la risposta degli uomini Mediaset. E anche: «Possiamo privare una donna che soffre di quello che lei ritiene un aiuto? Sarà lei a decidere se e quando entrare nella Casa» perché, si osserva, il dolore di una madre «va sempre rispettato».

È così, infatti. Ma proprio per rispetto di un dolore tanto straziante, proprio per prenderlo sul serio e senza giudicare in alcun modo, mi permetto di dubitare. Ti muore un figlio e «l’unico posto» dove pensi di essere «protetta» e di elaborare il lutto è un reality show? Se fosse davvero così, qualcuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza. Ma magari può essere anche il caso che la madre addolorata rifletta bene se lo strumento scelto sia davvero adeguato allo scopo. Anche perché è facile che lì dentro il dolore di madre diventi parte delle dinamiche dello spettacolo e del gioco. Alfonso Signorini ha osservato che chi entra nella Casa lo fa per giocare e dunque «non ci può essere il compatimento». I dubbi e le perplessità si accavallano. L’eventizzazione del dolore non mi convince. Lory Del Santo ha accennato anche al fatto che «ci sia un confessionale, per parlare in ogni momento con qualcuno, può farmi bene».

A questo punto ammetto tutto il mio disagio di uomo di un altro secolo e di un altro mondo. E chiedo: quel dolore di madre non merita un confessionale vero? Una volta, per condividere certe tragedie, per lenire lo strazio e la solitudine, c’era il padre spirituale, c’era il gruppo di amici più stretti, c’erano i famigliari e anche lo psicologo. Oggi tutto è social, tutto è stories, virtuale, visibilità, comunicazione. Le icone del nostro tempo sono gli influencer, le star del web, Chiara Ferragni e Fedez con il loro matrimonio digitale, sintetico, globale. All’eventizzazione dell’esistenza mancava solo l’elaborazione del lutto, la metabolizzazione della morte.

Buona fortuna Lory Del Santo. Un grande abbraccio.

 

Lettera a Dagospia, 22 settembre 2018

 

«Mi chiamano spesso, ma non torno in tv»

Una persa di vista che vive a mezz’ora di autostrada sembra la storia della Lettera rubata di Edgar Allan Poe, mimetizzata in bella vista insieme ad altre simili e, dunque, praticamente invisibile. Una persa di vista in Italia, ma molto visibile all’estero, in Francia soprattutto. Insomma, una persa di vista atipica. L’appuntamento con Sabrina Salerno è all’Hotel Villa Condulmer di Mogliano Veneto, provincia di Treviso. Venti milioni di dischi venduti, un’immagine da icona sexy tuttora molto credibile di cui godono gli oltre 800.000 fan che la seguono su Facebook e Instagram, oltre che nei palazzetti e negli stadi dove si esibisce.

Eccoci nel parco di questa residenza del 1600, con barchesse, golf, piscina, maneggio, io che faccio domande, lei che risponde con il celebre strabismo di venere e non solo.

La prima curiosità riguarda il fatto che vive qui: dietro c’è una storia o sbaglio?

«Non sbaglia. La prima volta ci sono venuta nel 1993 per registrare un album. C’era una sala d’incisione tra le migliori d’Europa. Anche Vasco ha registrato qui parecchi dischi. Io ci ho conosciuto il mio futuro marito, Enrico Monti, proprietario della Villa e manager musicale. Dopo pochi mesi mi sono trasferita. Adesso lo studio non c’è più, la Villa sì: è la mia oasi».

Pentita di questa scelta periferica?

«Certo che no. L’unica cosa che mi manca è l’odore del mare. Sono nata a Genova e avevo una casa sulla Ruta di Camogli, che ho impulsivamente venduto».

Il suo scopritore, Claudio Cecchetto, è originario di queste zone…

«Di Ceggia, qui vicino».

Vista da qui, qual è la maggiore soddisfazione della sua carriera?

«Non lo so, non guardo al passato».

C’è qualcosa di cui va più fiera?

«Del periodo teatrale, mi ha dato tanto a livello artistico e umano».

Ha interpretato la Fata Morgana nei Cavalieri della tavola rotonda

«E Uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Poi il musical Emozioni con Ambra Angiolini e Vladimir Luxuria per la regia di Sergio Japino. Un bel periodo».

Ora è spesso in tournée, più in Francia, Polonia e Spagna che in Italia: perché?

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L’ultrash di Barbarella fa scappare gli sponsor

Ultrash. Volevamo stupirvi con effetti speciali e ci siamo riusciti. Ecco a voi l’ultrash. Il trash a oltranza. Senza remore, senza controlli. Oltre i limiti e i record. Ma anche oltre la sopportabilità. L’edizione numero 15 del Grande Fratello ha battuto tutti i primati. La ricerca dell’eccesso si è tramutata in un boomerang. Perché, quando lo stupore è troppo, l’eterogenesi dei fini è in agguato. La fuga degli sponsor dal reality di Canale 5 è un caso senza precedenti. Si vedrà se Barbara D’Urso e gli altri responsabili del format riusciranno a riprenderne in mano le redini. Ma appare difficile che i vari Nintendo, Bellaoggi, Acqua Santa Croce, Screen e gli altri brand che hanno comunicato «l’interruzione con effetto immediato della sponsorizzazione» a causa dei comportamenti nella casa (oltre a quelli che si sono formalmente dissociati), possano ripensarci. I buoni ascolti non compensano la diaspora degli sponsor. Lo scopo della tv commerciale è fornire platee di pubblico agli investitori pubblicitari, attraverso i quali si finanzia. Ma se gli investitori se ne vanno, i telespettatori restano desolatamente soli e le casse vuote. Non a caso ieri qualcuno ventilava il rischio di chiusura anticipata.

La richiesta della D’Urso, con tanto di minacce, di maggior autocontrollo ai concorrenti dopo la rissa sfiorata tra Baye Dame e Aida Nazir è parsa un rimedio tardivo e ipocrita. Fino a qualche giorno fa la conduttrice gioiva per lo share e a Pomeriggio cinque e Domenica live cavalcava l’onda trash tracimante dal reality. Il rientro di Baye Dame appena escluso ne è una piccola riprova. Da autrice, la D’Urso ha curato in prima persona il cast. Una volta scelti un nero gay con problemi di aggressività, un esponente di CasaPound che sostiene il bullismo sul Web, una persona evidentemente affetta da dismorfofobia (la mancata accettazione patologica del proprio aspetto) e altre figure borderline, è difficile non prevedere il peggio. Ora non è detto che basti tagliare qualche concorrente più eccessivo degli altri per normalizzare la situazione.

Anche l’ultima Isola dei famosi, con il famigerato cannagate, aveva creato parecchi grattacapi ai vertici Mediaset. Viene da pensare che il difetto sia all’origine. Se il palinsesto consiste nel reality permanente (Isola, Grande Fratello, Temptation island, Grande Fratello vip), la deriva ultrash è inevitabile. Creando un’abitudine, il pubblico ne chiederà dosi sempre maggiori e disturbanti.

Per la cronaca, ieri il Grande Fratello ha dovuto scusarsi per una telecamera installata erroneamente nel bagno femminile che ha mandato in onda una concorrente seduta sulla tazza del water.

La Verità, 13 aprile 2018

A «Selfie» spunta il trash che fa anche tenerezza

Scale delle meraviglie dalle quali scende il cigno. Vidiwall che svelano i sogni dei candidati al ritocchino o ritoccone. Robottini a specchio che svelano il miracolo della trasformazione (anche se è difficile credere che i protagonisti vedano, commossi, il risultato per la prima volta in studio). È Selfie – Le cose cambiano, il nuovo reality di make over con il quale Simona Ventura torna a condurre un programma in prima serata su una rete generalista di Mediaset (Canale 5, lunedì, ore 21.30, share del 20,23 per cento). La strategia è chiara: accontentare il pubblico che ha regalato ottimi ascolti al Grande Fratello Vip convocando persone dello showbiz, sportivi, volti più o meno noti, incasellandoli tra i Mentori, coloro che possono incaricarsi del «percorso» o rigettare la richiesta, e i Giurati di qualità, che la Ventura ribattezza sagacemente il bar di Star Wars. Di suo, oltre che un look rinfrescato per l’occasione, Supersimo ci mette la solita grinta e le formulette di rito: «Le cose cambiano, eccome se cambiano. Ma non cambiate canale»; «Se vuoi dire addio al passato e vedere la nuova tu, scendi dalla scala delle meraviglie»; «Quelli che noi aiutiamo se lo meritano». Quasi vent’anni dopo, siamo dalle parti de Il brutto anatroccolo e Bisturi – Nessuno è perfetto, ma tutto quanto – scale, vidiwall, robottino, formulette e chirurghi estetici – va a comporre l’armamentario pop, con punte di trash, della rinascita, un sogno e uno scatto di vita da regalare a persone semplici da accompagnare con sguardo tenero, anche se non programmaticamente buonista. Ci pensa Katia Ricciarelli, in coppia con lo zar del volley Ivan Zaytsev (le altre sono composte da Stefano De Martino e Mariano Di Vaio, Alessandra Celentano e Simone Rugiati) a fare da signor no alle richieste più inconsistenti. C’è il marito che russa e provoca notti insonni alla consorte, ci sono le neomamme col seno cadente post allattamento, la promessa sposa con i denti storti, l’uomo sulla soglia di povertà che vuole regalare una notte da principessa alla moglie, la donna affetta da patologia ossessivo compulsiva dell’ordine e non manca lo strampalato quarantenne che vuole «assomigliare di più a Massimo Ghini». Davanti a certe bizzarrie affiora il comprensibile cinismo dei Mentori e dei Giurati tra i quali si annida qualche vecchia volpe defilippica come Tina Cipollari, protagonista della gag con Gemma, altra maschera di Uomini e donne, studiata appositamente per succhiarne una flebo di audience. L’angolo del cinismo ha poi il suo momento catartico, con il pulmino «per vedere cosa la gente pensa di noi», nel quale un’improvvisata giuria commenta il red carpet de’ noantri. La regia è di Roberto Cenci e la parola più pronunciata della serata è «percorso».

La Verità, 23 novembre 2016