Articoli

Mughini: «Aiuto! Il ‘900 è morto e io non mi sento bene»

Ride spesso Giampiero Mughini, ascoltando le domande che gli porgo. Ride sonoramente come gli abbiamo visto fare tante volte in televisione. Di più in passato, in verità: ché, nel presente, di motivi per ridere ce ne sono pochi. Eppure l’intervista gli piace, tra amarezza e disincanto, tra complicità e quel godere dello spirito libero di cui è incarnazione. Il suo La stanza dei libri edito da Bompiani è, però, una sorta di grido nostalgico del Novecento in lotta con il presunto Eldorado digitale e l’euforia dei Millennials. «Lo so di essere fuori dal mio tempo. Ne sono felice», recita. «Non sono iscritto a Facebook e non so neppure bene che cosa sia». E ancora: «Casa mia è stata pensata in buona parte come un museo della memoria dei sessanta-settanta».

La copertina dell'ultimo libro di Giampiero Mughini

La copertina del libro di Mughini

Il tuo libro rappresenta la resistenza della cultura cartacea contro quella digitale. Una resistenza fiera, malinconica o rassegnata?

«Ah ah ah ah… Fiera, senza alcun dubbio. Malinconica, anche. Rassegnata non è termine giusto, perché penso che la buona cultura moderna deve nutrirsi di tanta carta, che non morirà mai. Ma deve anche approfittare di quelle che io chiamo le autostrade sconfinate di internet».

Leggendoti, sembra di vedere un generale blindato nella «stanza dei libri», con l’esercito in ritirata.

(Ride ancora). «I miei anni crescono, i miei capelli sono bianchi, il mio tempo migliore è passato e il Novecento, prima stremato, ora è definitivamente morto. Tutto ciò che accade oggi appartiene a un pianeta inedito. L’avvento di Donald Trump, l’esito del referendum dell’altro giorno: tutto questo ha niente a che vedere con sinistra e destra o con la Costituzione più bella del mondo, ma con il ceto medio che impoverisce. Il mio esercito ideale e i duelli ai quali ero abituato – su tutti, quello con i delinquenti della mia generazione avvezzi a sparare alle spalle di avvocati, giornalisti e politici – sono scomparsi. Oggi gli unici duelli derivano dagli energumeni che, sotto mentite spoglie, replicano insultando a un qualsiasi tweet che non li soddisfa. Che tristezza!».

C’è un punto in cui ammetti che se uno parla di sé attraverso i libri è perché «di cose e di persone reali nella sua vita ne ha avute poche». Bilancio malinconico?

«Non lo so, è il mio. Del resto, non ho una famiglia in senso tecnico. Ho una compagna da 25 anni, che non è poco. E una cagna adorata, che non è poco. Non ho rapporti professionali né salottieri e non sono iscritto a un partito. Né ho avuto mai un giornale che sentissi come una casa, sono stato ospite e mi sono congedato o mi hanno congedato rapidamente. Perciò, di cose reali ne ho poche. La vita reale erano gli umori e le febbri del mio tempo».

Nella Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana Maya Sansa dice al personaggio di Alessio Boni, poliziotto e gran lettore solitario, che i libri possono essere una forma di egoismo perché si possono chiudere quando si vuole, mentre con le persone è più difficile…

«Ma i libri sono più fedeli delle persone, più affidabili di quanto lo siano stati certi amici. Sono più fedeli anche di certe donne, pur importanti nella nostra vita. Le quali, nella nostra gioventù, passavano da un sì a un no in un arco di tempo tra i sei mesi e le poche ore».

Ovviamente non ti chiederò della direzione di Lotta continua che assumesti, in quanto iscritto all’albo, per cortesia verso Adriano Sofri…

«No, per cortesia verso la mia generazione di cui quel giornale era una voce autentica, anche quando scrissero: “Caro Luigi Calabresi i tuoi giorni sono contati”. E poi al processo, invece di assumersi le loro responsabilità, dissero: “No, per carità…”; dimostrandosi gente senza onore. Il mio libro sull’assassinio Calabresi, Gli anni della peggio gioventù, che ritengo bellissimo, ebbe un altrettanto bellissimo articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera e niente più, come fosse un libro proibito. Non ebbe alcun’altra recensione, né un invito a un circolo culturale o una lettera di un militante di Lotta continua pentito, perché continuano a pensare come Dario Fo, che Leonardo Marino parlò solo per imbeccata dei carabinieri».

Il giornale «Lotta continua» del 18 maggio 1972, il giorno dopo l'assassinio di Luigi Calabresi

«Lotta continua» del 18 maggio 1972, il giorno dopo l’assassinio di Luigi Calabresi

Dicevo, non ti chiederò della direzione di Lotta continua ma di quale esperienza culturale sei più orgoglioso: la fondazione di Giovane critica, il lavoro all’Europeo, la tua libreria?

«La direzione di Giovane critica, senza dubbio. Avevo 21 anni e stavo a Catania, che non era esattamente Parigi né Londra. Dunque, la nascita di quella rivista, diretta da un ragazzo che negli anni sessanta era di sinistra. E poi la sua chiusura, dopo la stagione del revisionismo e l’avere raschiato via quella pelle dogmatica».

La fatuità delle amicizie online e dei followers, la vanità e l’esibizionismo fratelli dell’ignoranza e dell’arroganza: c’è una terapia?

«Ognuno la deve trovare da se stesso, anche se non è facile. I ragazzi sostituiscono la solitudine con i click e i like, attraverso i quali, in realtà, si possono incontrare delle persone. Anche a me è capitato con una ragazza, Viviana, che mi aveva inviato delle sue foto su Instagram che esprimevano questo spaesamento. Mi è spiaciuto che, dopo averlo proposto, abbia rinunciato a realizzare un libro fotografico per il quale avrei scritto volentieri. Com’è sempre delle foto, gli autoritratti di Viviana avevano una profondità narrativa che a volte manca alle parole».

Come quella di Tano D’Amico che ritrae Antonio Lo Muscio e tieni in sala da pranzo?

«Esattamente. Lo Muscio disteso a terra con le braccia aperte come crocifisso sembra una vittima. E invece è un lercio assassino».

Sei un provocatore?

«Certo, ci sguazzo. Se una cosa non è provocatoria non ha alcun senso. Non dirò mai che i poveri stanno male. E come vuoi che stiano? O che le donne non si toccano se non con un petalo di rosa. Banalità».

I giornali sono in crisi per troppi costi o poche idee?

«È evidente che il Corriere della Sera ha una struttura pensata per quando vendeva 650.000 copie. Ora ha venduto la sede, ma continua ad avere redazioni e amministrazione non in armonia con le 190.000 copie attuali. Il Fatto quotidiano, che funziona bene e vende 35.000 copie, ha una redazione di 20 persone. I giornaloni fatti per quando erano il vangelo dell’uomo laico sono fuori dal tempo. È una considerazione triste per chi vuol fare il giornalista, ma se avessi un figlio con queste intenzioni lo farei arrestare. Nella mia ultima dichiarazione dei redditi i proventi derivanti da collaborazione con un giornale ammontavano a 500 euro. Scrivo gratis per Dagospia. Se volessi essere pagato, cosa improponibile, dovrei chiedere 70 – 80 euro ad articolo, metà dei quali li prenderebbe lo Stato. Quello che c’è da noi è il comunismo reale, altro che la Cuba di Fidel Castro dove c’è solo miseria invece della sbandierata uguaglianza sociale».

Anche qui però le cose non vanno benissimo.

«La notizia che in Italia ci sono 17 milioni di persone dentro il confine o sul confine della povertà è scioccante. Significa che una parte notevole del ceto medio è precipitata di due o tre gradini».

È qui l’origine di certe sorprese nelle urne?

«Certamente sì. La gente va a votare non per i motivi che crede Sandra Bonsanti, per salvare la Costituzione più bella del mondo. Ma perché non ha i soldi per mantenere i figli che studiano e arrivare a fine mese».

Mancano idee ai giornali?

«Io ne compro cinque e vorrei comprarne otto. Se leggessi tutto quello che vorrei ci passerei quattro ore al dì e non l’ora e un quarto abituale. D’Agostino è un genio perché ripubblica il meglio e i giornalisti sono felici di essere ripresi. Certo, uccide il diritto d’autore, un diritto scomparso nella civiltà del furto».

Ogni due o tre giorni leggiamo su «Dagospia» «La versione di Mughini», quasi un diario

Ogni 2 o 3 giorni leggiamo su «Dagospia» «La versione di Mughini», quasi un diario

Ogni due o tre giorni su Dagospia leggiamo «La versione di Mughini».

«Sì, una specie di diario. Quando mi accende qualcosa la scrivo rapidamente e breve per non abusare del tempo dei lettori, e dopo un’ora è online».

Perché c’è quella foto in posa militaresca?

(Risata). «La trovo bellissima. Me la fece il fotografo Pino Settanni che stava allestendo un calendario per l’esercito».

Giampiero Mughini in posa militaresca per il fotografo Pino Settanni

Giampiero Mughini «militaresco» per il fotografo Pino Settanni

La rottura della collaborazione con Panorama avvenne per incomprensione o per differenza generazionale?

«Non bisogna farla lunga: è come in una coppia, quando finisce la tensione da una parte e dall’altra. Io sono antipatico, è andata così».

Però è strano che Giampiero Mughini non firmi su qualche testata importante.

«Anch’io lo trovo strano. Ho lavorato con Indro Montanelli, Arrigo Benedetti, Guglielmo Zucconi, Vittorio Feltri, Claudio Rinaldi, Vittorio Nisticò. Oggi con nessuno».

Ernesto Galli Della Loggia, autore di «Credere, tradire, vivere» (Il Mulino)

Ernesto Galli Della Loggia, autore di «Credere, tradire, vivere» (Il Mulino)

Ho letto che ammiri il titolo dell’ultimo libro di Galli Della Loggia: Credere, tradire, vivere.

«Bellissimo. Io ed Ernesto abbiamo gli stessi anni. Abbiamo creduto nelle stesse cose, abbiamo vissuto conoscendo la complessità e il dolore. E abbiamo tradito, restando fedelissimi all’ispirazione di partenza che era avvicinarsi alla verità della complessità».

E per la felicità che posto c’è?

«Non esiste. Esistono quantità sopportabili di dolore».

Che cos’ha da rimproverarsi la tua generazione?

«Eravamo contemporanei, però ognuno risponda di se stesso. Dissento dal grandissimo Giorgio Gaber che cantava “La mia generazione ha perso”: lui di sicuro no. Il suo unico torto è quello di essere morto, ma su questo nessuno può nulla».

Stai correggendo le bozze di un altro libro: indizi?

«Segreto industriale».

Il referendum ti ha appassionato?

«Zero. Certe liti in taverna sono più pittoresche».

Clint Eastwood con Tom Hanks sul set di «Sully», suo ultimo film

Clint Eastwood con Tom Hanks sul set di «Sully», suo ultimo film

C’è qualcuno, un autore, uno scrittore, che segui con più interesse e curiosità?

«Clint Eastwood. È difficile che veda un suo film senza che abbia l’impulso di piangere. È successo anche con l’ultimo, Sully, in cui c’è tutta la sua filosofia: ognuno risponda di se stesso e del proprio coraggio».

 

La Verità, 11 dicembre 2016 

 

 

Perché anche in tv l’accozzaglia batte il golden boy

Venti punti di distacco tra il Sì e il No: molti più del previsto. Riavvolgiamo il nastro di questi mesi, a caccia del meglio e del peggio delle esibizioni dei protagonisti. In televisione, nei confronti, nelle scelte di campo.

Il goldeb boy del Sì. L’altra sera Giovanni Minoli ha chiesto a Gianni Rivera chi era il marcatore che temeva di più. L’ex golden boy ha risposto: «Ero io stesso quando giocavo male». Matteo Renzi ha giocato male dall’inizio alla fine della campagna referendaria. Massimo Cacciari, che ha votato Sì, ha detto che «la responsabilità di questo risultato è al 99 per cento» sua «e della sua scriteriata presunzione». Renzi ha sbagliato la prima mossa dichiarando che sull’esito del referendum si giocava tutto e promettendo che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. La famigerata «personalizzazione» ha trasformato il referendum sulla Costituzione in un referendum sul premier, spaccando il Paese in due com’era ai tempi di Berlusconi. Il secondo errore, effetto collatorale del primo, è stato l’esasperante presenzialismo televisivo che ha provocato il rigetto dei telespettatori-elettori. Gliel’avranno consigliato gli spin doctor o ha sbagliato da solo? La sua attività di governo è coincisa con la campagna referendaria sulla quale ha piegato elargizioni e promesse dell’ultim’ora. Anche il Marchese del Grillo perde. E dà il meglio nel discorso della sconfitta, come già accaduto in passato. Egocentrico.

I mastini del No. Renzi si è fatto male da solo, ma Matteo Salvini e Renato Brunetta hanno giocato la loro partita in una campagna tutta sangue sudore e sondaggi. Sono stati i faticatori dell’«accozzaglia» che non tirano indietro la gamba in mezzo al fango. Il leader leghista si è buttato nella mischia, ma avrebbe preferito spostare la battaglia sull’immigrazione e sul potere delle banche. Ancora più aggressiva la marcatura di Brunetta, non a caso evitato dal premier in tv, pronto a mobilitare anche la consorte via Twitter. È stato lui a decretare: «Renzi, game over». Arcigni.

La squadra del Sì. Chi l’ha vista? Maria Elena Boschi e Graziano Delrio ridotti ai minimi termini. Indebolita dallo scandalo di Banca Etruria, la ministra per le Riforme ha tentato di evitare i duelli, a cominciare da quello con Salvini. A Otto e mezzo è stata beccata a suggerire a Lilli Gruber di togliere la parola all’interlocutore (Valerio Onida). Dopo la presenza da pecorella smarrita a DiMartedì, Delrio non si è più visto. Considerate queste prestazioni, Renzi aveva minacciato di boicottare i talk show. Per riempire il vuoto è rispuntato Pierferdinando Casini. Desaparecida.

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

I registi del No. Beppe Grillo in prima linea, Silvio Berlusconi più defilato, ma determinante nell’ultima fase per non lasciare campo libero al M5S. Obiettivo raggiunto a metà. Pur infiacchito dalle polemiche sulla giunta romana, il leader pentastellato si è caricato la campagna sulle spalle duellando alla pari con Renzi, senza invadere come lui le tv. Ispirati.

I cattivi maestri del Sì. Gli endorsement non portano voti. Anzi, quando lo scontento è diffuso e l’insofferenza elevata è facile che li tolgano. Il sostegno accorato di Giorgio Napolitano e quello in extremis di Romano Prodi hanno creato il corto circuito: come mai gli uomini della casta stanno con Renzi? Datati.

I prof del No. Li aveva scelti lui come avversari stagionati su cui maramaldeggiare e per far passare l’idea che chi è contro la riforma appartiene al passato. Invece, sia Gustavo Zagrebelsky che Ciriaco De Mita si sono rivelati alquanto ostici. La forza tranquilla della conoscenza. Resistenti.

I business del Sì. Schierato, schieratissimo il mondo imprenditoriale, da Vincenzo Boccia (Confindustria) a Sergio Marchionne (Fca), da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Flavio Briatore (Billionaire). Con una motivazione: i mercati hanno bisogno di stabilità. Furbi.

Sabrina Ferilli, tra i protagonisti della serata del «Fatto quotidiano» intitolata La Costituzione è NOstra

Sabrina Ferilli protagonista della festa del «Fatto quotidiano»: La Costituzione è NOstra

I fattoidi del No. Pancia a terra senza se e senza ma contro questa riforma. Se un tempo c’era il partito di Repubblica, dopo l’adunata di venerdì scorso si può parlare del movimento del Fatto quotidiano. Marco Travaglio: «Renzi pù che un premier è uno stalker»; Carlo Freccero: «La politica è diventata marketing»; Sabrina Ferilli: «Ci vogliono dividere sulla Carta che ci ha sempre unito». Movimentisti.

La Verità, 6 dicembre 2016

 

Sgarbi a Renzi: «Occupare le tv non porta consenso»

Ha visto Vittorio Sgarbi, anche Il Foglio licenzia.

«Francamente, non sapevo del licenziamento di Alessando Giuli, m’informerò».

Qualcosa le posso dire anch’io: Giuli era condirettore, un giornalista di destra non allineato e in dissidio non solo politico con Claudio Cerasa. È stato progressivamente messo ai margini fino alla decisione di fare a meno di lui alla scadenza del contratto.

«Se è andata così, mi spiace molto. Finora non ho percepito nessuno dei licenziamenti di cui si è parlato come volontà diretta di Renzi. All’inizio, quello di Belpietro mi era sembrato un fatto di arroganza della proprietà. Essendoci una storica sintonia tra Belpietro e Feltri, quell’avvicendamento avrebbe potuto avvenire in modo diverso. Subito non l’avevo attribuito al tentativo di pilotare l’informazione nella campagna referendaria. Poi ho parlato con Belpietro e ho capito che c’era dell’altro».

Il licenziamento di Giuli, di cui ieri ha dato notizia La Verità, è solo l’ultimo di una serie che comprende quello di Maurizio Belpietro da Libero, il siluramento di Bianca Berlinguer dal Tg3 e la sostituzione di Massimo Giannini alla conduzione di Ballarò con un talk show che fa meno ascolti. (Sgarbi risponde al telefono in una pausa del festival letterario Babele a Nord Est di cui è direttore artistico, da ieri in corso a Padova). «Non mi sono parsi l’esito di un atto di autorità del premier. Poi, certo, chi c’è dentro, ha altri argomenti. Mi auguro che non siano avvenuti solo per la campagna in favore del Sì al referendum. Cioè, mi riservo di pensare che le motivazioni siano più complesse».

Forse, in qualche caso non c’è un diktat diretto, ma la sudditanza o l’acquiescenza di chi gestisce giornali e telegiornali.

«Certi casi mi sembrano più clamorosi, altri più subdoli».

È una delusione dal Foglio che ha sempre vantato la propria indipendenza e ospita firme che vanno da Sel a Cl?

«Ho sempre trovato il Foglio di Giuliano Ferrara un giornale politico nonostante l’apparenza saggistica e la qualità delle firme. Il giornale più ricco. All’inizio berlusconiano, poi filoberlusconiano, poi un po’ bigotto durante la campagna contro l’aborto, ora renziano con Cerasa. A differenza di molti giornali che si fingono indipendenti mentre sono molto politici, il Foglio, da indipendente, ha sempre scelto una parte per avere una tutela di cui, invece, non ha bisogno. Come volesse essere adottato».

L’adozione è pienamente avvenuta.

«Dichiararsi non indipendente è un modo di rispondere alle critiche per un licenziamento».

Tornando al renzismo, secondo lei non pecca d’intolleranza? Guardi anche il boicottaggio ai talk show scomodi di La7.

«A un certo punto, a margine dello spostamento della Berlinguer, si è letto che tutta la stampa e la televisione erano allineate alle posizioni del Sì. Invece non siamo arrivati a questo. Il No prospera. E poi c’è un altro fatto sottovalutato…».

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Dica.

«Chi punta a occupare le tv non sempre ottiene il risultato sperato. La dittatura della comunicazione non porta consenso. Il monopolio non è garanzia di vittoria. L’efficacia della comunicazione non è un fatto di quantità. La Lega vinse senza televisione. Le porto un esempio famoso. Quando, all’inizio degli anni ’90, ad un confronto tv, De Mita parlò un quarto d’ora nel suo politichese, e Bossi dopo aver a lungo ascoltato gli rispose “ma tachete al tram”, stravinse Bossi. Puoi comprarti il Sì di Libero, del Foglio e dell’Unità, ma poi magari vince il No anche se privo di un organo ufficiale. Questo lo dico senza voler giustificare nulla».

Il boicottaggio riguardava i programmi di La7, dove il premier non può influenzare nomine di conduttori e direttori.

«Certo, certo».

Perché il renzismo è così intollerante con giornalisti e commentatori?

«Non ho questa sensazione. Non ce l’avevo nemmeno con Berlusconi. È una filosofia che funziona sul Fatto demonizzare l’avversario, creando mostri del male assoluto. Io ho quasi tenerezza per Renzi perché lo vedo debole sul piano dei contenuti e della politica. Lo vedo sopraffatto dai No. Essendo uno che, come e più di Berlusconi è uomo del fare, in un Paese immobile come il nostro lo vedo sconfitto dagli ostacoli, dalle scelte conservatrici. Renzi mi appare come un San Sebastiano che prende frecce da tutte le parti. Questo non significa che condivida la sua riforma della Costituzione. Tutt’altro».

Nel mondo renziano c’è una sopravvalutazione dell’immagine? Che cosa pensa della cena alla Casa Bianca e del parterre di ospiti che il premier si è portato?

«Una sceneggiata segno di debolezza. Alcide De Gasperi non avrebbe avuto bisogno di andare con Totò da Harry Truman. Questo parterre di ospiti è anche un errore di comunicazione».

Una parte della delegazione italiana che ha partecipato alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Alcuni degli invitati italiani alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Si spieghi.

«I cittadini italiani che li vedono salire sull’aereo di Stato per andare a cena con il presidente americano s’incazzano. Se Benigni fosse andato col suo aereo privato, forse avrebbe avrebbe bonificato l’abuso. Questa trasferta così annunciata non porta nessun consenso. Forse ne fa perdere. Magari, se avessero usato un aereo di linea in seconda classe… Se uno fa un errore di comunicazione come questo qualcosa che non mi torna. Vuol dire che è in un momento di difficoltà».

Addirittura.

«Sono convinto che vincerà il No. Rastrellare consensi illustri come quelli di Benigni, di Armani, degli industriali rientra nella logica dei poteri forti che quando c’è un governo, per loro convenienza sperano che duri. Credo che Renzi sia entrato in un vortice di antipatia difficile da ribaltare, perché ormai prevale l’onda di malumore diffuso che somiglia a quella vista quest’estate in occasione delle vacanze con aereo privato di Paolo Bonolis».

Che cosa pensa della tendenza a voler impedire il dissenso e a sistemare amici ovunque?

«È la filosofia di Amici miei, altro sintomo di debolezza. Stare con quelli di cui posso fidarmi anziché con quelli che hanno merito non è una psicologia da leader, ma da persona sulla difensiva. Se credo che la Berlinguer non sia dalla mia parte, non la sostituisco con un altro, ma tento di ottenerne la neutralità. A Santoro Berlusconi ripeteva: “Si ricordi che lei è servizio pubblico”. Invece, lui sceglie gli amici, che non sono amici perché sono d’accordo con lui, ma sono d’accordo con lui perché sono amici. È il rovesciamento della celebre formula amicus Plato sed magis amica veritas (“Platone mi è amico ma mi è più amica la verità” ndr)».

Una degenerazione già vista e che lei conosce.

«Quando Berluscnoni piazzava Previti, Urbani o Letta aveva comunque una considerazione del valore professionale delle persone scelte. Nel caso di Renzi l’unica discriminante è il fatto amicale. Questa operazione non è mai vittoriosa. Il consenso deriva dalla capacità di persuasione. Berlusconi diceva sempre che il presidente del Consiglio non ha potere. Poi ci siamo accorti che quando è arrivato Renzi ha fatto più cose. Come dimostrano i casi di Cossiga, Napolitano e Mattarella, penso che il potere non sia quello che hai per contratto, ma quello che riesci a ottenere con la persuasione».

Carlo Freccero dice che siamo entrati nell’era della post democrazia, nella quale è decisiva la propaganda.

«La propaganda si esplica attraverso la retorica che è il sintomo della mancanza di capacità di persuasione, quella che, per esempio, Renzi aveva dimostrato in occasione della riforma del jobs act. La persuasione è il contrario della propaganda perché ha come obiettivo convincere nel merito chi è contrario. Jung, padre della psichiatria moderna, ha scritto che il limite della Trinità cristiana è non aver inglobato il diavolo facendo la quaternità. Renzi divide il mondo in amici e nemici e si trincera dietro ai suoi. Invece, avrebbe dovuto lasciare al suo posto la Berlinguer e chiederle di essere equa».

 

La Verità, 19 ottobre 2016

 

Mentana, polveriera La7, repliche e controrepliche

Adesso La7 è una polveriera. Una rete molto articolata, frazionata in cordate. Adesso, dopo l’intervista di Enrico Mentana al Fatto quotidiano di domenica scorsa. Adesso, dopo che il premier ha intimato ai fedelissimi di non andare ospiti di quei tre, Giovanni Floris, Lilli Gruber e Corrado Formigli finiti nella lista di proscrizione. Di solito, in questi casi, si fa squadra. Uniti e compatti, giornalisti ed editore da una parte, potere politico dall’altra. Non era mai accaduto prima, a La7, che un volto pur molto rappresentativo, il direttore del tg, criticasse i colleghi, conduttori di talk e programmi di approfondimento della stessa rete. Invece, sopra il carico da 90 di Renzi, Mentana ha aggiunto il suo: «Renzi ce l’ha con La7 e un po’ ha ragione: troppi fan del No».

Alcuni volti dei talk show di La7. Nell'intervista al «Fatto quotidiano» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

I volti di La7. Nell’intervista al «Fatto» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

Nessuno lo ammetterà mai, ma non tira una bella aria nelle redazioni della rete di Urbano Cairo. «Io non credo ci sia un veto nei confronti di Piazza pulita», sostiene Formigli. Come no? All’ultima puntata doveva venire Simona Bonafè… «Sì, e ha disdetto senza motivare. Tuttavia, mi auguro che tutto torni normale. Stiamo facendo le riunioni per giovedì, non abbiamo ancora deciso, ma rinnoveremo gli inviti. Renzi è invitato fin dalla conferenza stampa. Può venire sempre, visto che manca da molto tempo nei nostri studi. Tuttavia, non voglio farmi ammorbare da queste polemiche e dal referendum. Gli italiani hanno altri problemi prima dell’abolizione del Senato. Noi facciamo il nostro lavoro giornalistico, il programma è in crescita (media del 5,23 per cento ndr). Detto questo e premesso che non credo al veto, se ci fosse andrebbe spiegato. Ai telespettatori, prima che a me. Sarebbe antipatico se restasse sotterraneo». Chissà.

Nell’intervista di domenica Mentana non ha saputo dire se il rapporto tra il premier e La7 sia «rovinato o compromesso, di sicuro il presidente del Consiglio, martedì scorso, ha visto la trasmissione di Floris e non c’è stata una corrispondenza d’amorosi sensi». Poi ha aggiunto, tentando di «illustrare le ragioni del premier. Perché siamo arrivati sull’orlo dell’incidente di frontiera? Per la vera asimmetria di questa battaglia, che non sta tanto nell’eterogeneo fronte del No… ma nel ruolo attivo di molti nostri colleghi: pienamente legittimo, e però ingombrante».

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Boom e bocche cucite. Anche Formigli, giustamente ciarliero nel raccontare il buon andamento del suo programma, richiesto di un commento sull’intervista del direttore del tg si trincerà dietro il «no comment. Non sono abituato a commentare le interviste dei colleghi. Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero». E ci mancherebbe. Però, una volta chiamati in causa… «Non mi sento chiamato in causa», chiude Formigli. Anche dalle parti di DiMartedì, forse il più «ingombrante» dei talk, finito nell’occhio della fatwa renziana e, pure, in crescita di ascolti (media stagionale del 6,46 per cento), vige la consegna del silenzio. Quanto a ingombri non scherza nemmeno Otto e mezzo di Lilli Gruber (6,66 per cento medio, in crescita). Anche perché ultimamente si è venuta evidenziando una certa rivalità tra il direttore del tg (media stabile al 6,02 per cento) e la conduttrice del talk che lo segue. Un salutare duello tra giornalisti, tutto interno alla campagna referendaria, di cui si avvantaggiano i telespettatori, oltre che l’editore. Una quindicina di giorni fa Lilli Gruber è stata la prima ad allestire il faccia a faccia al fulmicotone tra Renzi e Marco Travaglio. Qualche giorno dopo Mentana ha proposto il gran confronto tra Renzi e Gustavo Zagrebelsky con notevole successo di ascolti (8,04 per cento). Venerdì scorso, invece, con la complicità indiretta di Matteo Salvini che ha a lungo stuzzicato Maria Elena Boschi sui social network, Lilli è riuscita a mettere uno di fronte all’altra il segretario della Lega e il ministro per le Riforme costituzionali. Dando in un sol colpo un «buco» al boicottaggio appena inaugurato e a Mentana. Il quale, a quel punto, ha sapientemente rinunciato al suo Si o No?.

Tutto bene, dunque? Sì, se non fosse stato per quell’ultima, inusuale, intervista al Fatto quotidiano. Piuttosto strano che un giornalista autorevole come Mentana senta l’urgenza di «illustrare le ragioni del premier». Certamente, l’avrà fatto prima di tutto per il bene di La7. Ma forse anche per il suo, pensa qualche maligno. Chissà che cosa succederà in Rai dal 5 dicembre, se Renzi dovesse vincere il referendum…

 

La Verità, 11 ottobre 2016

 

Nel corso della giornata il sito Dagospia ha ripubblicato questo articolo uscito sulla Verità. Ma un’ora più tardi Enrico Mentana ha mandato una precisazione, prendendo le distanze dalla titolazione del Fatto quotidiano. In risposta, Dagospia ha ripubblicato alcuni brani dell’intervista consentendo di confrontare il tenore della stessa con la titolazione. Che, anche a mio avviso, nella necessaria sintesi, è rispettosa del pensiero espresso dall’intervistato.

 

 

 

 

 

La Rai sfuma, Crozza-Renzi-dentone is back

Renzi-dentone is back, ne sentivamo la mancanza. Maurizio Crozza è tornato al suo bersaglio prediletto. Alla parodia che, insieme al funambolico Germidi Soia, lo chef vegano di culto, gli riesce meglio. Venerdì sera lo ha rimesso al centro del suo Paese delle meraviglie, come ai bei tempi. Già la scorsa settimana si era rivisto, protagonista dell’appassionata liaison con Maria Elena Boschi. Ieri la storia, a metà tra gossip e politica, è proseguita con la rappresentazione di una processione in onore di “Santa Boschi protettrice, gufo chi non te lo dice; viva viva Santa Boschi con i suoi riccioli d’or”. Renzi-dentone avanzava ondeggiando il turibolo dell’incenso davanti ai fedeli che sorreggevano il palchetto della “gran badessa delle riforme, arcivescova del Parlamento, gran camerlengo del governo, carmelitana che sarebbe scorretto definire scalza, visto l’amore per le décolleté di Jimmy Choo”. Non le sembra di esagerare, lo punzecchiava il solito Andrea Zalone. “Esagerare? Questa santa ha abolito il Senato, ha cancellato il bicameralismo perfetto, ha modificato la legge elettorale, ma soprattutto: ha portato il lucida-labbra in  consiglio dei ministri”. Insomma, un Crozza in splendida forma, archiviate le titubanze delle prime serate della nuova stagione quando, in concomitanza con le sirene della Rai, la caricatura del premier era curiosamente desaparecida.

Si sa come vanno queste cose. Ci sono tante componenti da far combaciare. Tanto più se si tratta di far cambiare squadra al primatista di ascolti di una rete (ieri 7,37 per cento, La7 terza rete assoluta dietro Canale 5 e Raiuno), peraltro tatticamente indisciplinato e difficilmente integrabile in una Rai che, dopo la vicenda dell’intervista a Salvo Riina, patisce la crescente irritazione dei custodi dell’ortodossia renziana. I rumors provenienti da Viale Mazzini dicono, peraltro, di un Campo Dall’Orto piuttosto tiepido all’idea di arruolare il comico genovese. Non sarà che avrà imboccato la fase discendente? Comunque sia, mettendosi dalla sua parte, il gioco non vale la candela: perché autocensurarsi se poi è probabilissimo che non si arrivi a niente?

Ieri sera in platea c’era anche Urbano Cairo: “il mio editore, ti ha mandato un messaggino Renzi?”, lo ha stuzzicato Crozza. Perché sì, gag sul Corriere della Sera a parte (Cairo bravissimo “a comprarsi tutta l’Italia senza tirar fuori una cazzo di lira”), il messaggio era quello dell’editore che marca il territorio. Il contratto del comico con La7 scade a fine 2016 e certamente l’editore vuole prolungarlo. Coincidenza, in sala c’era anche Beppe Caschetto, sul quale Crozza ha scherzato in lungo e in largo. “Cairo non ha una lira perché tutto quello che ha lo dà a me. Ve lo giuro, con quello che mi paga dovrei giocare anche nel Torino. Sempre che il mio agente sia d’accordo. Cairo lo sa. Il mio agente è un po’ come mia moglie, un po’ più geloso”. Pausa studiata: “No… c’è anche Caschetto! Non inquadratelo… L’agente più potente d’Italia… Sai quando si dice in Italia decide la gente? Ecco, è lui: l’agente, elle apostrofo. Tutto quello che succede in Italia, Rai Mediaset La7 surruscaldamento globale, decide lui… Secondo voi chi ce l’ha messo Renzi a Palazzo Chigi?”. La tecnica dell’iperbole per ridimensionare un’idea (vera) funziona sempre. Qui si tratta di Caschetto onnipotente, per il quale il suo artista ha chiesto un applauso. I bene informati dicono che in questo periodo il superagente non ha esattamente l’umore alle stelle. Forse qualche operazione non gli sta riuscendo. La7 non sta andando bene. E Cairo non molla nessuno, neanche Floris se a qualcuno venisse in mente, i contratti vanno rispettati e Caschetto è marcato a vista. “Comunque, sia chiaro – è ripartito Crozza parlando del referendum sulle trivelle – io voto quello che mi dice Caschetto. Qualunque cosa abbia deciso, e non vi posso dire cosa perché siamo in par condicio, io vado a votare per tre motivi. Primo, è un mio diritto. Secondo, è un mio dovere. Terzo, ha detto Renzi di non farlo”. Applausi. La riserva antirenziana di Crozza è tornata.