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«Ho voltato pagina, non torno in Rai»

Anche Milena Gabanelli rallenta per l’estate. Ma, dall’epicentro della sua attività multitasking – due pezzi a settimana per il Corriere della Sera, altrettanti video per il sito di Dataroom, le ospitate su La7 – può rispondere alle domande della Verità e riflettere sulla sua nuova vita fuori dalla Rai.

Poco più di sei mesi di Dataroom: facciamo un bilancio? Più riscontri cartacei o dai video?

«Sono riscontri diversi perché seguono strade differenti: quelli su cartaceo più tradizionali e istituzionali (magari ti telefona un ministro), i video hanno un pubblico più giovane e non si bruciano nella giornata di pubblicazione. Ce ne sono alcuni che diventano virali dopo un mese perché vengono intercettati dalle infinite vie del Web. I numeri in sei mesi? Un centinaio di video, accompagnati da altrettanti articoli di approfondimento».

Il video con più visualizzazioni?

«La storia dell’acquisto del Milan e dei soldi che il cinese non aveva. La domanda di chi fossero quei 700 milioni è sempre aperta e appetitosa».

Altri riscontri?

«Si sta alimentando il dialogo con quel mondo che si informa solo nelle piazze virtuali. Un’utenza molto difficile, diffidente, piena di pregiudizi e poco disponibile al confronto, anche perché quasi nessuno ha voglia di esporre le proprie viscere a chi sembra non ascoltarti nemmeno. Ti chiedi: ma perché devo replicare a uno che dopo averti smontato il pezzo con considerazioni basate sul nulla, ti manda “a darla via per strada”? Bisogna essere un po’ masochisti, no? Però il verminaio può solo proliferare se non si fa la fatica di entrarci e confrontarsi. Rispetto a qualche mese fa vedo che è un po’ cambiato il tono; sanno che rispondo e quindi interloquiscono in modo meno violento e io preferisco dialogare con chi non la pensa come me».

Da quante persone è composta la redazione di Dataroom?

«Da due giornalisti e due grafici, però si interagisce anche con tutti i colleghi del Corriere».

In base a quali criteri sceglie gli argomenti?

«Scelgo temi che possono essere rappresentati attraverso l’oggettività dei numeri, in modo da comprenderne le ricadute e le possibili soluzioni. Faccio un esempio: di quanto aumentano ogni anno gli acquisti online? Parallelamente di quanto è aumentato il traffico pesante in città per le consegne della merce acquistata su internet? La maggior parte di questi furgoni sono classe euro 3. In conclusione: ogni volta che acquisti online un prodotto venduto anche nel negozio sotto casa, contribuisci ad aumentare l’inquinamento».

Anche questo è giornalismo di servizio.

«Il giornalismo è per sua natura di servizio, altrimenti è solo servo».

Da servizio pubblico, sarebbe stato perfetto in Rai.

«Sarebbe, ma così non è stato».

Parlando di Rai, qualche giorno prima che fossero nominati i consiglieri di amministrazione, ha scritto un pezzo pieno di numeri in cui ha sottolineato il ritardo dell’informazione online: un vuoto lasciato dal rifiuto dell’ad Mario Orfeo di accogliere il suo progetto di Rai.it.

«Il rifiuto fu del Consiglio d’amministrazione prima dell’arrivo di Orfeo, che lo subordinò alla riforma complessiva del piano news. E quando lo scorso giugno arrivò Orfeo ha preferito non porre più la questione. Alla fine non hanno fatto né la riforma né il sito di news online. Credo sia l’unica tv pubblica al mondo a non averlo».

Quel pezzo poteva essere letto come una ripicca o come una candidatura a futura memoria: né l’uno né l’altro?

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Quanto perde la Rai senza il portale delle news

Piccole cose, appena delle brevi il giorno dopo l’addio ufficiale di Milena Gabanelli alla Rai. Il badge e il telefonino restituiti all’azienda. Il giro per salutare la redazione di Report, «più che colleghi, sono la mia famiglia». Poche parole anche sul post di Facebook: «Proseguirò il mio mestiere su un altro mezzo, da un’altra parte». Quello che si dice un addio sobrio, asciutto come il suo giornalismo. Lontano da sceneggiate egolatriche ed esternazioni di livori postumi nei confronti dell’azienda di una vita. A Luca Telese e Oscar Giannino, conduttori di 24 Mattino, Gabanelli ha confidato di essere delusa umanamente, ma anche di «non aver intenzione di menarmela troppo». Merito suo se ieri i giornali non traboccavano di sfoghi e interviste. Anche alla Verità conferma di non volerne concedere. Sta prendendo un treno per Bologna, dove si preparerà a un fine settimana di lavoro, oggi a Bruxelles, «dove si tiene una conferenza sull’immigrazione, un tema sul quale sto lavorando molto», domenica al Franco Parenti di Milano «con Ferruccio De Bortoli dove, nell’ambito di BookCity, farò un intervento ancora sull’immigrazione. Sto pensando a questo, adesso». Di certo non a un programma su La7 o in un’altra tv: «Un programma ce l’avevo già e l’ho lasciato». Più avanti deciderà dove sarà l’altro mezzo, «la rete e i social, dove si forma e s’informa la classe dirigente di domani». Potrebbe essere su una piattaforma già esistente, oppure un’avventura da costruire da zero. Tanto per buttare lì dei marchi: il Corriere della Sera al quale collabora, Repubblica e il Gruppo Gedi, Huffington Post, Fanpage, piattaforma da 7 milioni di contatti. Sobrietà e mente fredda, comunque.

Però, vista da fuori, la vicenda due paroline le merita. Perché, in fondo, stiamo pur sempre parlando della Rai e della giornalista che negli ultimi anni ha meglio interpretato la mission di servizio pubblico. Una discreta perdita di professionalità, certo. Ma anche una perdita economica secca, seppur difficile da quantificare. Per dire, nell’ultimo anno l’attività online di Repubblica ha fruttato 27 milioni di introiti pubblicitari. Quella del Corriere invece di milioni ne frutta 22-23. E quella della Rai che non c’è o quasi, e che potenzialmente dispone di molte più risorse delle testate cartacee, quanti mancati guadagni registra? Anche di questi chi amministra un’azienda finanziata dal denaro dei cittadini, come il direttore generale Mario Orfeo, dovrebbe auspicabilmente rispondere alla Corte dei Conti.

Il direttore generale della Rai, Mario Orfeo

Il direttore generale della Rai, Mario Orfeo

Nel febbraio 2016 l’allora direttore editoriale per le news, Carlo Verdelli, aveva parlato d’informazione «ferma al Novecento», notando che il sito aziendale era al 21° posto della classifica per utenti unici e che era più che mai urgente entrare nel Terzo millennio. In novembre venti persone dell’Area digital, le stesse che avevano realizzato Rai Play, vennero destinate alla creazione del nuovo portale. Pensato come uno strumento di un grande network, per ospitare volumi consistenti di notizie, rilanciare la potenza di fuoco di 1600 giornalisti, utilizzare un poderoso archivio aziendale, proporre nuovi modelli narrativi. Nello stesso periodo Gabanelli aveva abbandonato la conduzione di Report (cedendo il marchio all’azienda). Prima di essere assunta, in gennaio, come vicedirettore incaricato di coordinare la nascita di Rai24. Ai primi di febbraio era iniziata la rifinitura in vista del decollo del portale. Ma dopo che il Piano delle news di Verdelli era stato bocciato, anche quello di Antonio Campo Dall’Orto si era arenato. Mentre la redazione aveva continuato a lavorare, la creazione della nuova testata online aveva incontrato nuove resistenze in Cda. L’idea di assorbire Tg Parlamento nel Tg1 non avanzava. Campo Dall’Orto si dimetteva. Dopo l’estate la partita si è avviata al mesto finale. Gabanelli declina la proposta della condirezione di Rainews24 («non metto la faccia su un progetto non mio; mi hanno proposto uno sgabuzzino»); l’annunciata audizione della giornalista in Commissione di Vigilanza, solita pronunciarsi sui più svariati ed eterogenei argomenti, salta; la presidente Monica Maggioni non si pronuncia; alla richiesta di una striscia dopo il Tg1 con la formula del data journalism per non disperdere il lavoro fatto, Orfeo replica che 4 minuti potrebbero scardinare il palinsesto serale e ripropone la coconduzione di Report già spontaneamente abbandonata un anno prima.

Le dimissioni sono inevitabili e la sintesi è presto fatta. Oggi, malgrado il nuovo contratto di servizio pubblico richieda alla tv di Stato di recuperare il ritardo sulle piattaforme digitali, il pubblico più avanzato, frequentatore della Rete e dei social network, continua informarsi altrove sebbene paghi il canone per la Rai. Da un anno una redazione di tecnici, informatici e grafici lavora a un progetto di cui non si vede traccia. La giornalista di riconosciuta professionalità, assunta con questo preciso compito, ha dato le dimissioni e andrà a realizzarlo altrove. Ce n’è abbastanza per tirare una riga e fare qualche conto.

La Verità, 17 novembre 2017

P.s. Nel frattempo, il sito della Rai è sceso al 39° posto per utenti unici.

 

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

«Presa diretta» si reportizza e scopre l’algoritmo del caos

Milena Gabanelli si è ritirata a vita dietro le quinte e vedremo come sarà dalla primavera la nuova versione di Report. Nel frattempo, con tutto quello che accade nel nostro sconclusionato Paese, il giornalismo d’inchiesta è sempre necessario e forse ancor più di prima. Presa diretta di Riccardo Iacona è uno degli ultimi esempi di informazione «fatti, non parole». Cioè, reportage, scavo, approfondimenti, documentazione senza la stucchevole e sempre meno sopportabile presenza in studio dei politici a discettare sulla qualunque per farsi pubblicità. Il campione assoluto del momento è Stefano Esposito: da Tagadà a Otto e mezzo a scegliete voi lui c’è sempre. Tornando a Iacona, conduttore con l’orecchino, non hà l’algida autorevolezza di Milena Gabanelli, ma il suo programma si sta lentamente «reportizzando», cioè sembra sfumare certi toni troppo schierati. L’altra sera Presa diretta è andato in onda in versione allungata in occasione dell’anniversario della morte di Giulio Regeni (Rai 3, ore 21.10, share del 4.44 per cento), ma i suoi punti di forza sono stati l’intervista esclusiva a Frauke Petry, leader di Alternativa per la Germania, formazione vicina alle posizioni di Marie Le Pen, presente in dieci lander tedeschi e che alle prossime elezioni punta a entrare nel Bundestag e, soprattutto, il lungo servizio intitolato «Caos scuola». Il punto di partenza era: com’è possibile che, essendo stati assunti 85.000 precari per decreto, mai come quest’anno molte cattedre scolastiche, dalle elementari alle superiori passando per gli insegnanti di sostegno, siano prive di docenti. L’inchiesta ha mostrato tutte le incongruenze dell’azione del ministero per l’Istruzione: insegnanti aventi diritto al posto e scavalcati da colleghi con punteggio inferiore, professori «deportati» dalla Puglia in Lombardia e poi tornati nella scuola dove insegnano da anni grazie all’assegnazione provvisoria lasciando sguarnita la cattedra che avrebbero dovuto riempire, saloni del provveditorato ribollenti di migliaia di supplenti in attesa di chiamata, il dissenso tra il ministro Giannini e il capo del governo. Una situazione selvaggia, ammessa persino da Renzi che, in più occasioni, ha riconosciuto che qualcosa non ha funzionato. Il qualcosa, si è capito dal servizio di Alessandro Macina, è un misterioso algoritmo ordito da Finmeccanica e Hewlett Packard, vincitrici dell’appalto ministeriale, e costato 400.000 euro. Ecco: il fatto che i destini della scuola italiana, che dovrebbe essere la preoccupazione prima dei governanti, siano abbinati al funzionamento di un algoritmo fotografa lo stato della nostra politica e la forma mentale di chi ci ha governato in questi anni.

La Verità, 25 gennaio 2017

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016