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Cercando l’antivirus tra video, decaloghi e buonismi

Misantropie. Un titolo da non prendere troppo sul serio. Una provocazione. Poco più che un gioco, come suggerisce il plurale. Un’idea per rappresentare dei moti di reazione, degli impeti. La misantropia è un sentimento di odio del genere umano. O di disprezzo e sfiducia, secondo diverse gradazioni. Così, la definiscono dizionari ed enciclopedie. Questo titolo mi è stato rimproverato da qualcuno che ha letto i post del diario nel sito dell’editore che ora, benevolmente, lo pubblica in edizione cartacea, accompagnato dalle immagini del portale pixabay.com, scelte e abbinate ai testi da Paolo Spinello. È vero, la misantropia è un sentimento ostile e negativo, ma lungi da me nobilitarlo oltre la formula della provocazione. Non a caso, queste note sono popolate di amici.

L’idea non originalissima di tenere un diario della pandemia mi è venuta, come a tanti, per l’eccezionalità della situazione nella quale ci siamo trovati. Una circostanza inedita, almeno per chi ha meno di ottant’anni. I più vecchi, infatti, qualche confronto hanno potuto farlo – e si è abbondantemente fatto – con la guerra e, soprattutto, il dopoguerra. Per trovare un’altra vera pandemia, invece, bisogna andare all’influenza spagnola alla fine della Prima guerra mondiale. Servono i libri di storia. Dunque, l’epidemia da Covid-19 è qualcosa di inedito per noi. L’invito alla riflessione è scaturito dalla novità della circostanza che ci ha sfidato. Ha sfidato il nostro cuore e la nostra ragione. Ha interrogato il nostro essere a un livello radicale. Ne è venuta, dicevo, l’idea del diario che, come si è visto, ha stimolato scrittori, letterati, filosofi, autori di cinema e serie tv, giornalisti…

Perché Misantropie? Il titolo nasconde la seconda motivazione. Se questa situazione è così inedita e pervadente, se coinvolge e interroga il nostro essere imponendoci un cambiamento di abitudini e comportamenti, se ci troviamo inusitatamente reclusi per tante ore al giorno davanti a schermi di varie dimensioni o sul divano a leggere; insomma, se ci troviamo in una condizione che richiama certe distopie cinematografiche o letterarie, possibile – mi son chiesto – che siamo già pieni di risposte, di ricette e decaloghi? Possibile che dopo pochi giorni siamo già pronti a dire quello che abbiamo imparato? I moti di reazione sono sorti leggendo queste lezioni, questi consigli. Sentendo il paternalismo diffuso. La mia reazione ha trovato ulteriore fondamento in un pensiero di Blaise Pascal: Tutti i mali degli uomini derivano da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera (Blaise Pascal, Pensieri, Einaudi, Tornio, 1962; alcune edizioni dei Pensieri riportano Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di stare da solo in una stanza). Noi siamo così. Insofferenti a questa stasi, ribadita dal filosofo e matematico francese con le parole stare, stanza. Fatichiamo a so-stare. A stare di fronte a qualcosa di imprevisto. E anche a stare con noi stessi. Cerchiamo subito soluzioni e distrazioni. Da qui, mi pare, è venuto quel diluvio di articoli, interventi, commenti, esibizioni e anche diari, di certi guru da quarantena. Uno tsunami collaterale, con la sua dose di nocività. Mi è parso che questa ondata di risposte contenesse poca sorpresa e poco spiazzamento, molta pedagogia e molto buonismo. Come se chi distribuiva queste risposte ci fosse già passato, fosse esperto. Mai come in questo periodo, «esperto» mi è parsa parola abusata.

Personalmente, ho pensato che confrontandomi con questa situazione, provando a stare senza far nulla in una stanza, avrei potuto trarne qualcosa di buono. In questo stare avrei potuto cercare l’antivirus. Un antivirus diverso dal vaccino che speriamo troverà presto la scienza.

Da subito, però, ho avvertito un pericolo. Suggerito da una frase che qualcuno ha scritto sui muri di alcune città sudamericane: La romantización de la cuarantena es un privilegio de clase. Anche il mio diario poteva e può aver corso questo rischio. La quarantena trasformata in un esercizio romantico, in un incubatore di narcisismo, favorito dal privilegio di essere in sal, acquistabile qui

ute e di vivere in una casa dignitosa. Un rischio concreto. Che però ho accettato di correre, consapevole che l’occasione determinata dal coronavirus poteva essere irripetibile.

Infine, l’ultimo stimolo a rompere gli indugi è stato il riconoscere che la pandemia ha in sé una critica della società contemporanea. È una contestazione implicita ma forte dell’Occidente. Una civiltà con tanti lati positivi ed elementi di benessere, soprattutto dalla metà del secolo scorso in poi. Una civiltà che dobbiamo e vogliamo ricostruire migliore di prima. Ma nella quale, citando Rainer Maria RilkeTutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile (Seconda elegia duinese, Einaudi, Torino, 1978).

La pandemia da Covid-19 poteva, e può essere, un’occasione per rompere questa cappa.

 

Questa è la premessa di Misantropie. Cercando l’antivirus Edizione illustrata Apogeo Editore

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