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«Anche oggi ci sono tanti figli delle stelle»

Le sue stelle vengono da lontano. Fisse, immutabili, evocative come la sua voce, alta e sognante anche ora che Alan Sorrenti ha 68 anni. Pieno di energie, progetti e visioni, spazia dalla musica al cinema alla scrittura, sempre con un certo spirito ribelle e anticonformista. Lo stesso che ha permesso alle sue canzoni di solcare diverse generazioni e arrivare fino a oggi.

Perché Figli delle stelle è una canzone ancora attuale?

«Lo chiederei al pubblico. In Italia, sbagliando, si è inserita questa canzone nel filone della dance music».

Invece?

«È qualcosa di più complesso. Innanzitutto era uno stile inedito da noi, ispirato al Los Angeles sound nato a metà degli anni Settanta, un misto di funky, soul e pop music. Anche se è uno stile durato poco, ha condizionato la scena musicale futura, con figure come Maurice White, arrangiatore e produttore degli Earth, Wind & Fire, e Jay Graydon che interpretò il riff di chitarra di quella canzone, che io avevo scritto con la voce».

Che cosa c’entrava lei con loro?

«Andavo in quella direzione. Soprattutto seguivo Tim Buckley, grande artista folk rock e grandissima voce. Morì per un incidente ad un party che inaugurava il suo tour poco prima che arrivassi in California. Per fortuna c’era Graydon ad aspettarmi».

Il testo come nacque?

«Erano anni particolari. Viaggiavo tra Napoli, Roma, Londra e Los Angeles. Qualche giorno in un posto, una settimana altrove. Ero più in aereo che a terra, facevo incontri fugaci. Avevo una visione planetaria della musica, della vita. Da quella situazione nacque quello che potremmo chiamare romanticismo stellare».

Ma il testo?

«È un misto di tante cose. Non è una canzone nata di getto. Mi ha ispirato la costa del Pacifico che era davvero un altro mondo. Stavo allo Chateau Marmont nei giorni in cui c’era la prima di Star Wars. Ero sdraiato davanti allo schermo. Nella campagna di casa mia invece dormivo sotto il cielo. Facevo tanti incontri. Era una “corsa senza fine” per “noi figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno… ci incontriamo per poi perderci nel tempo”. Avevamo la sensazione che si stava entrando in un’altra epoca».

Le stelle, la notte, il vento, sentimenti comuni alla gioventù di tutte le generazioni.

«Il fiume era quello. Quella canzone ha toccato corde profonde e comuni a tante epoche. Essere giovani in quegli anni è stato qualcosa di particolare».

Li rimpiange?

«Lo spirito ribelle lo si rimpiange sempre perché ci rende vivi. Invece, spesso ci adagiamo sull’ipocrisia. Adesso tocca a mio figlio quindicenne andare alle manifestazioni. Noi adulti che abbiamo già vissuto queste esperienze con relativi errori, dobbiamo sostenere i giovani senza far prediche. Eleanor Roosevelt diceva: “Cerca di imparare dagli errori degli altri: non vivrai così a lungo per farli tutti da te”».

Parlando di errori, senza gli stupefacenti la sua produzione artistica sarebbe stata altrettanto rigogliosa?

«Non lo so. È una risposta che non posso dare perché è stato quello che è stato. In un mondo di grandi pressioni, l’alterazione finalizzata all’arte e alla creatività ci può stare. Nessun grande artista è stato esente da certe pratiche. Il problema è il controllo».

Problema non da poco, visto come sono finiti molti artisti. A lei è andata molto bene…

«È vero. Bisogna affrontare l’argomento con grande attenzione. Tanto più ora che c’è un ricorso sempre più frequente a sostanze chimiche che fondono il cervello. Però, quando si parla ai ragazzi non basta proibire, dire “no, non si può fare”. Bisogna andarci dentro e guardare che cosa succede, che conseguenze ci sono. Parlo soprattutto delle pasticche e delle nuove sostanze».

Chi sono i figli delle stelle di oggi?

«Qualche anno fa è uscita la bella commedia di Lucio Pellegrini intitolata Figli delle stelle, con Pierfrancesco Favino, Fabio Volo, Giuseppe Battiston. Ci ho messo un po’ a riconoscere quelli di cui parlavo nella canzone. I figli delle stelle sono i sognatori che cercano di cambiare il mondo e anche la loro vita».

Un’idea per farlo?

«Io sono buddista da trent’anni, pratico il buddismo di Nichiren Daishonin e sono membro della Soka Gakkai International. Non mi sono mai schierato con nessun partito. Noi esseri umani siamo “sostanza luminosa”. Dobbiamo prendere atto del tempo in cui viviamo. Il filosofo inglese Timothy Morton dice che la fine del mondo è già avvenuta e che non si può tornare indietro, alla ricerca di uno stato antico. Se prendiamo coscienza di questo, possiamo affrontare la vita in un altro modo. Ricominciare a vivere, dopo la fine del mondo. È un paradosso, ma possiamo scrivere la storia insieme, padri e figli».

Lei non si è schierato con i partiti, ma in un’altra canzone dell’epoca dice: «Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica», come per dire che le lotte operaie non c’erano più?

«Non era un discorso di lotta di classe, ma un invito a riappropriarsi della vita. In quella stessa canzone dico “vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”. Era un’epoca di ricerca, un’epoca ribelle e violenta. La gente si ammazzava per le strade. La mia ribellione era nella mia voce. Le motivazioni dei ribelli non erano sbagliate, lo era il modo di perseguirle. Buddha parla di lotte pacifiche, non violente».

Restando da quelle parti, qualche anno fa si è esposto per la solidarietà alle popolazioni terremotate del Nepal: come mai non ha fatto altrettanto per quelle dell’Abruzzo o dell’Umbria?

«È stata una notizia montata. A Trastevere un esponente buddista disse che si stavano organizzando dei concerti di solidarietà. Lo appoggiai, niente più. Non avrei niente da perdere a espormi per le popolazioni italiane. Ci mancherebbe. Non sono schierato. Per me la vita e la musica sono la stessa cosa. Quando vado sul palco trasmetto quello che sono».

I figli delle stelle c’entrano con i 5 stelle?

«Non confonderei le cose. Appoggio questo governo, almeno ha preso una posizione precisa. Noi siamo l’Italia, vogliamo guardare ai fatti con i nostri occhi, la nostra sensibilità. Pochi giorni fa sono stato a Bruxelles e poi in Germania per un concerto e ho percepito tanta freddezza. Noi italiani siamo speciali, ma dobbiamo rimboccarci le maniche. Per tanti anni pensavo che lo fossero gli inglesi perché avevo la mamma gallese, ora comincio a pensare che i veri speciali siamo noi.».

Come nacque Tu sei l’unica donna per me con la quale vinse il Festivalbar? Era un inno alla monogamia?

«Beh, io sono monogamo: musica e vita coincidono. Ribellione è anche spontaneità. Tu sei l’unica donna per me è nata in un attimo. Mi ero svegliato vicino alla mia ex moglie, che ora è nei cieli. C’era la chitarra e mi sono messo a scrivere. È stato un momento di spontaneità romantica».

Si ispirava a Tim Buckley, collaborò con Jay Graydon, Jean Luc Ponty e altri artisti importanti. Oggi c’è la stessa complicità tra musicisti?

«In quegli anni c’era più spontaneità. La musica era centrale. Oggi ci sono rapporti impostati su qualcosa che non è la musica, ma il marketing, il budget, l’economia. Mio figlio mi fa sentire i rapper italiani, trovo che abbiano grande energia e sappiano scrivere. Tra loro c’è affinità. Seguono ritmi nuovi, hanno una forte creatività ritmica, zero melodia. I testi rivelano questo loro mondo borderline… Se ci fosse un po’ più di profondità sarebbe meglio».

Che cosa non le piace del mercato musicale attuale?

«È invaso dalle cover. Non si ha la capacità di rischiare. Si va sempre sulle solite cose, le solite melodie. L’unica cover che ho fatto in tanti anni è stata Dicitencello vuje. Ma non è stata una vera e propria cover, l’ho destrutturata per farla rinascere, ogni tanto nella vita bisogna smontare tutto e ricominciare».

Chi sono i musicisti che apprezza?

«Quelli creativi certamente, dai Daft Punk a Steven Wilson. Attualmente ascolto volentieri Lana Del Rey e Lenny Kravitz. E poi alcune nuove produzioni come, tra gli Italiani, Frah Quintale, Luche e Liberato e, a livello internazionale, come quella dei Juice Wrld, Kendrick Lamar e Asap Rocky».

C’è qualcuno nella scena italiana che stima più di altri?

«Mi viene in mente la ricerca di Franco Battiato e il prog dei Saint Just di Jenny Sorrenti, con cui ho fatto un paio di concerti questa estate a Palazzo Farnese a Piacenza e al Castello di Trieste. Poi ci sono tanti brani classici e nuovi, la playlist è infinita e l’ascolto random».

Che rapporto ha con le nuove tecnologie?

«Lavoro con il computer, ma per i social mi affido a una media manager. Nella vita quotidiana sono un outsider: vivo in pieno il mondo attuale, ma ne prendo le distanze, entro ed esco quando voglio».

L’anno scorso in Terapia di coppia per amanti con Ambra Angiolini e Pietro Sermonti ha cantato Figli delle stelle. Il cinema l’attira?

«Nel 1979 avevo già recitato in Figlio delle stelle, diretto da Carlo Vanzina Quello dell’anno scorso è stato un semplice cameo, in occasione dei 40 anni della canzone. Certo, fare un film mio mi piacerebbe».

È un’anticipazione, un progetto reale?

«Il primo vero progetto è un album di inediti. Sto scrivendo i testi, la musica è già pronta. Vorrei fare un album che sia mainstream, ma anche originale. Vorrei accompagnarlo con un libro autobiografico che ripropone le mie esperienze, filtrate dalla memoria e dall’immaginazione. Ciò che viviamo, rivisitato qualche anno dopo, svela tutta la sua potenzialità. Una volta prodotti album e libro, farò un grande tour nei teatri».

 

La Verità, 29 settembre 2018

«Cristo ci ha stravolto la vita e il rock»

Entri nella casa di Francesco Lorenzi, sulle colline sopra Marostica, e sei in un altro mondo. Già l’esterno, interamente bordeaux, promette bene. Dentro sei circondato da legno di rovere e ardesia, davanti a un’enorme parete di vetro che domina la valle a sud. Se l’è progettata e costruita con l’aiuto di un geometra e alcuni artigiani. Al piano superiore living e zona notte, al piano inferiore studio e sala di registrazione. «Ci ho messo un po’, ma ce l’ho fatta. Trovare il terreno e avere i permessi sono state le cose più difficili. Volevo un posto silenzioso, nella natura, in faccia al sole». 35 anni, viso aperto e parlata schietta, Francesco Lorenzi è il leader (autore, cantante e chitarrista) dei The Sun, la band composta con altri tre ragazzi vicentini che a dicembre ha festeggiato vent’anni con un doppio album, 20 appunto. In due decenni il cambiamento è stato profondo: sono diventati cristiani. Il sole però c’entrava anche quando si chiamavano Sun eats hours, traduzione inglese del detto contadino el sol magna ’e ore: il sole mangia le ore, presto fa buio. Solo che per un gruppo punk era una citazione dark.

Dal punk al rock, dall’agnosticismo al cristianesimo: cos’è successo?

«È successo che a un certo punto ho cominciato a guardarmi attorno. Avevo sempre sognato in grande e mi ritrovavo senza pace, armonia, allegria. Privo di un significato di quello che facevo. La musica doveva essere garanzia di una vita speciale, invece… Che cosa mi rende davvero libero, aldilà di una piacevolezza fuggevole?».

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Di solito a questo punto le band si sciolgono.

«Io e Ricky, il batterista, fondatori del gruppo, avevamo deciso di non suonare più insieme. Eravamo prigionieri dei cliché, lui anche dell’alcol. A Matteo, il bassista, invece andava bene così».

Che cosa successe?

«Non riuscivo a scrivere il nuovo album che doveva portarci negli Stati Uniti. Ero incupito. All’epoca convivevo con una ragazza spagnola e la sera del 10 dicembre 2007, quando andai a cena dai miei genitori, persone solide e realizzate, mia madre mi mostrò il volantino che proponeva un incontro di riflessione in una parrocchia: “Magari dicono qualcosa che ti può interessare”, suggerì. La curiosità è che i miei non erano assidui praticanti».

E lei ci andò…

«Pensavo di trovare preti e anziani, invece l’incontro era tenuto da ragazzi della mia età che raccontavano la vita di Gesù attraverso il vangelo di Giovanni. Lo facevano con un tale entusiasmo che ne fui rapito. Mi dicevo: questi ragazzi di lunedì sera si trovano a parlare di Gesù Cristo… Che cos’hanno trovato che io non ho visto?».

Poi?

«La notte ho cominciato a leggere il vangelo e la sera dopo sono tornato perché quel primo incontro era parte di un corso. Vedevo persone luminose…».

La faccenda si faceva seria.

«In una cappellina di quella parrocchia da 22 anni si fa l’adorazione eucaristica 24 ore su 24: persone sostano in contemplazione davanti al tabernacolo. Don Lino Cecchetto – il mio Cecchetto – mi propose di partecipare. Scegliemmo l’ora dall’una alle due del mercoledì notte. Pian piano quel momento ha influenzato il resto della vita».

La sua conversione ha trascinato quella degli altri, sembra una storia un po’ automatica.

«Quasi tutti mi consigliavano di andare avanti come solista. Io pensavo che quello che avevo trovato serviva a poco se non lo condividevo con gli amici di sempre. Ognuno di loro aveva problematiche particolari. Scelsi di affrontare l’argomento prima con Matteo, poi con Gianluca, l’altro chitarrista, infine con Riccardo. All’inizio i miei argomenti risultavano debolucci, poi cominciò a nascere anche in loro qualche domanda. Hanno avuto il merito di fidarsi senza fermarsi alle apparenze. Ora Ricky fa l’adorazione con me».

Il libro in cui Francesco racconta la sua storia con prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Il libro di Francesco, prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Come risuona una conversione in note?

«La musica non poteva più essere puro intrattenimento. Sentivamo l’urgenza di essere costruttivi e vitali, nel senso nobile del termine. Volevamo aiutare le persone a incontrare la bellezza che c’è in ognuno di noi. Certo, tra capirlo e farlo c’è un abisso».

Citando il modo di guardare agli idoli del passato: chiedi chi erano i Beatles; oppure: volevamo essere gli U2. Come sono cambiati i vostri modelli di riferimento?

«I punti di riferimento erano le band della scena punk come gli Offsprings, i Green day, i Bad religion. Avendo suonato insieme ad alcune di loro, cominciavamo a coglierne la debolezza. Quella della rockstar era una parte da recitare: trovata la formula del successo, la si ripete. Ma a vent’anni non sei lo stesso di quando ne hai 50. Fu una delusione. Pensavo che la musica doveva rispecchiare quello che avevamo incontrato. Avevamo una strada nuova davanti, senza idoli da imitare. Era tutto da inventare. Ed era una sensazione di grande libertà».

Come hanno reagito i fan storici?

«Erano incazzati, si sentivano traditi».

E le case discografiche, la critica?

«Con la Rude records, un’ottima etichetta, ci fu il divorzio. Li capisco: aspettavano il quinto album in inglese e io mi sono presentato in ritardo con i pezzi scritti in italiano. Niente disco e tournée saltata: l’incontro con Cristo ci aveva rivoluzionato la vita e la musica, ma si era rivelato un cataclisma professionale. Universal, Emi, Warner si ritirarono: “Queste canzoni sono troppo positive”. Dicendola secca: quello che fa vendere è tirar merda. Non è stato facile non scendere a compromessi, anche perché ci sono argomenti molto convincenti».

Avete tentennato?

«Abbiamo creduto che avremmo trovato spazio. Sarò sempre grato a Roberto Rossi, il direttore artistico della Sony che, non conoscendo la nostra musica precedente, ha avuto più facilità ad accorgersi che la nostra proposta riempiva un vuoto. Sony pubblicò Lo spirito del sole senza toccare una virgola».

Saranno cambiati anche i circuiti dei tour?

«Prima suonavamo nei festival rock, oggi nelle piazze, nei campi profughi, nelle basiliche, nei cinema, nei teatri, negli ospedali, nelle zone di guerra: la musica può circolare ovunque. Abbiamo suonato davanti a papa Benedetto XVI, a papa Francesco, in Terra santa».

Siete una band di christian rock?

«È avvilente che per esigenze giornalistiche ci abbiano affibbiato questo nickname. La nostra musica non ha nulla da invidiare agli artisti che ascoltiamo massicciamente nei network. Stiamo provando a far capire che siamo dei cristiani che fanno rock. Spero sia concesso».

Ne dubita?

«Dobbiamo dimostrare due volte quello che valiamo. In un certo senso è una spinta a dare il meglio di noi. Ma se qualche giornalista scopre la nostra musica perché il figlio viene al concerto, e vuole parlarne in tv o scriverne, quando emerge la nostra storia ed entra in campo il caporedattore, tutto si complica».

I vostri testi si sono riempiti di «luce», «sole», «amore», «scelta», la parola più ricorrente è «destino». Sentite troppo la preoccupazione del messaggio?

«Accetto la provocazione. Sento la responsabilità di trasmettere quello che ho incontrato perché vedo il vuoto esistenziale che deriva dalle produzioni di moda. È più difficile scrivere canzoni con un messaggio costruttivo che distruttivo».

Forse si può entrare nell’attualità con un giudizio, come avete fatto in Le case di Mosul.

«Ci sono canzoni con tonalità più scure come Le case di Mosul, L’alchimista o Dentro di me. Per noi è importante testimoniare che anche dentro esperienze di dolore può esserci una luce».

Le radio vi trasmettono?

«Difficilmente. La musica che passa nelle radio è frutto di accordi editoriali che non sempre considerano la qualità. Se cedi una parte dei diritti d’autore allora il network ti lancia, altrimenti no. Anche le tv premiano talenti prevalentemente estetici. Cantautori come Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Fabrizio de André oggi non esisterebbero».

Che rapporto avete con i social?

«Su Facebook c’è una community di 60.000 fan che s’informa sulla nostra attività. Per il resto, il nostro pubblico non sta moltissimo online».

Avete provato a partecipare a Sanremo?

«La Sony ci ha proposto nel 2010 con Antonella Clerici e nel 2011 con Gianni Morandi, ma alla selezione finale ci siamo fermati. Forse è stato meglio così perché nel frattempo siamo cresciuti. Magari l’anno prossimo, se Claudio Baglioni resterà, ci riproveremo. Si vede dalle decisioni che ha preso sul minutaggio e le eliminazioni che è un musicista».

Ha seguito X Factor?

«Un po’, anche se non è il mio mondo. I Maneskin hanno capito l’importanza della dimensione live, prima di uscire avevano già la tournée organizzata. Che approvi quello stile, no. Ma professionalmente devo riconoscere la qualità del prodotto».

Il cristianesimo coincide con i valori non negoziabili?

«In parte: ci sono argomenti non ritrattabili. La catastrofe del nostro tempo è il relativismo».

Un concetto caro a papa Ratzinger.

«Che amo profondamente. Credo sia giusto ripristinare un pensiero che riconosce l’esistenza del bene e del male, e dove ogni ruolo non sia intercambiabile. L’universo ci racconta un ordine, mentre l’uomo relativista gioca con questo ordine».

È questo il nucleo del cristianesimo?

«Questo ci aiuta a evitare che la confusione ci domini».

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un'udienza in piazza San Pietro

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un’udienza in piazza San Pietro

Più papa Benedetto XVI che papa Francesco?

«Anche papa Francesco comunica verità necessarie. La Laudato sii è una grande enciclica. Sbaglia chi la riduce a un testo ecologico. Bergoglio ha dato testimonianza prendendo posizione contro i poteri forti come i nostri politici non riescono più a fare».

Come guardate alla politica?

«Con grande interesse e grande dolore. Manca una proposta unitaria che rappresenti la sensibilità cattolica. È uno degli aspetti su cui diverse persone mi sollecitano a lavorare».

Il 4 marzo per chi voterà?

«Non ho ancora deciso. M’imbarazza vedere come i politici passino più tempo a criticare gli avversari che a dimostrare la qualità delle loro idee».

 

La Verità, 14 gennaio 2018

«Nei talent (e nella vita) vincono gli incassatori»

Mara Maionchi si aggira per il teatro Linear Ciak di Milano con un’Italia d’oro appesa al collo. «Le piace? Siamo italiani, no? Io sì», ridacchia. «Non dobbiamo star sempre lì a incensare inglesi e tedeschi». L’undicesima edizione macina record di X Factor è finalmente entrata nel vivo con la prima serata live e, oltre alla curiosità di vedere chi vincerà, c’è quella di seguire il ritorno in giuria della più politicamente scorretta tra i giudici. Pronti via, dopo le esibizioni dei primi due concorrenti subito scintille tra lei e Manuel Agnelli. Il casus belli è stata la scelta di un brano di Jacques Brel, considerato troppo classico per un concorrente di Mara. «È più facile far casino sui tavoli piuttosto che cantare un amore finito. Io di casino sui tavoli ne ho già visto a strafottere», ha replicato lei, criticando a sua volta la performance di un gruppo di Agnelli.

76 anni, un matrimonio che resiste da 40, parecchie battaglie vinte nel curriculum, compreso un tumore al seno, Maionchi si diverte ancora come ne avesse 25. E anche il pubblico mostra di apprezzare i suoi giudizi senza peli sulla lingua.

Signora, con Agnelli si profila un bel match. Vediamo se è diplomatica o è Mara Maionchi: tra i suoi colleghi giudici con chi ha più feeling?

«Non sono diplomatica, sono sincera: mi sono simpatici tutti. Si possono avere discussioni e opinioni diverse continuando a restarsi simpatici e a stimarsi. Sono tre persone gentili, Fedez è dolce, sa che ho un problema al ginocchio e mi dà una mano, Levante è un amore, Agnelli correttissimo. Le discussioni ci possono stare. Anzi: fortuna che ci sono, altrimenti sarebbe un mortorio. Le idee degli altri le rispetto perché può essere benissimo che io non abbia capito. Non ho certezze e quelle che ho possono cambiare. Poi tutti sanno come sono fatta e i difetti che ho».

Le chiedevo un fatto di pelle, di feeling con loro.

«Ma no guardi, alla mia età ho poca pelle».

Fedez, Levante, Mara Maionchi, Fedez con Alessandro Cattelan

Fedez, Levante, Mara Maionchi e Fedez con Alessandro Cattelan

Più che ribelle si definisce controcorrente.

«Sì, mi piacerebbe esserlo. Gli anticipatori sono sempre un po’ controcorrente. Ma non voglio sembrare presuntuosa».

E qual è la corrente contro la quale va?

«Il già sentito, il già visto. Che non vuol dire la tradizione. Della quale, anzi, dobbiamo tener conto perché è la nostra storia».

E quindi, la corrente da contrastare?

«È l’inutilità. Le canzoni che non danno problemi, che non raccontano storie, che non riescono a provocare discussioni, contestazioni».

Cosa l’ha fatta tornare giudice di un talent?

«La mia storia. La voglia di provare a vedere se sono fuori gioco o no. Sono qui perché sono da quarant’anni nella musica. Quando nacque X Factor in Italia Giorgio Gori, allora capo di Magnolia, scelse me e Morgan. Direi che è andata bene».

È giudice di un talent, ma predica lavoro e lavoro.

«Senza lavoro il talento resta inespresso, non cresce, non si sviluppa. Ci vuole il lavoro affinché il talento si esprima al 100%. Poi ci vuole anche la fortuna, l’occasione giusta… Ma se quando ti si presenta non ti fai trovare pronto perché hai lavorato puoi perdere il treno».

Facciamo un esempio?

«I Beatles il talento ce l’avevano. Ma credo che a loro siano molto serviti gli anni passati in Germania a suonare nei locali, prima di sfondare».

Lo sport è pieno di talenti non completamente realizzati per mancanza di applicazione, Balotelli nel calcio, Fognini nel tennis… Nella musica?

«Il primo che mi viene in mente è Piero Ciampi, un grande autore, un poeta. Che aveva problemi con l’alcol e non lasciato il ricordo che avrebbe potuto lasciare».

Quindi, fra talento e lavoro?

«Ci vogliono entrambi. Credo che, alla fine, i vincenti siano gli incassatori, quelli che rinascono dalle sconfitte. Quelli che resistono alle avversità si rinforzano e hanno più possibilità di vincere».

Qual è la sconfitta più cocente che ha patito?

«Quando fai il discografico e devi far uscire un lavoro nuovo devi superare mille difficoltà. Il primo disco di Tiziano Ferro, nel 2001, io e mio marito l’avevamo offerto a tante etichette, multinazionali importanti. Ci avevano detto tutte di no. Noi eravamo convinti, ma non riuscivamo a imporlo. Alla fine la Emi lo prese, ma eravamo disperati, era l’ultimo tentativo. Le cito questo caso, ma potrei citargliene molti altri».

Anche a X Factor vincono gli incassatori? Alcuni di loro non hanno proprio sfondato.

«Nella vita è più facile fare errori che cose giuste. Si sbaglia, anche con la fissa di cantare in inglese. Però, va bene… sono esseri umani anche i talenti. Non sempre si ha la pazienza giusta».

L’abbiamo vista commuoversi, sotto la scorza…

«Io faccio tutto, piango, m’incazzo, dico le parolacce. Sono una borghese maleducata… Mia madre mi rimproverava, lei tratteneva tutte le emozioni. Io da vecchia non ho ancora imparato».

Qual è la sua musica preferita?

«Il rock, tutto il rock. E il pop, che significa popolare».

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Se dovesse dire qualche nome?

«Lucio Battisti, con il quale ho lavorato cinque anni, un autore che ha dato la svolta alla canzone italiana. Poi Mina, certo: indiscutibile. Anche Tiziano Ferro mi piace».

Questi sono tutti pop. Qualche nome rock, anche fuori dall’Italia?

«Ma fuori dall’Italia è un mare, un oceano. Mi fa fare uno sforzo di memoria perché la lista è lunga. Dai Deep Purple ai Pink Floid, dai Led Zeppelin agli Acdc, potrei andare avanti. In Italia Vasco è il primo, rock e pop. I primi due dischi dei Litfiba erano ottimo rock. Andando indietro gli Area, da cui è nato il progressive, seguito anche da Agnelli. Il rock è anche un modo di vivere…».

Torniamo alle sue scoperte. Tiziano Ferro lo cita sempre, come la Nannini…

«Perché sono due con i quali ho lavorato».

Ferro e la Nannini: un feeling particolare con gli omossessuali?

«Ah ah ah… non ci avevo pensato. Pura combinazione. Ho lavorato alla costruzione di un percorso artistico».

Chi sono i geni della musica italiana?

«Giancarlo Bigazzi, Mogol, Ennio Morricone che faceva l’arrangiatore alla Rca, Sergio Endrigo».

I cantautori non sembrano la sua tazza di tè.

«Non è vero. Francesco de Gregori, Lucio Dalla, Fabrizio de André, altro che!».

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi...»

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi…»

Lei è severa o solo burbera?

«Vorrei essere severa, ma non sempre ci riesco. Invece, credo che una certa severità all’inglese, stavolta sì, possa servire. Con i ragazzi spingo su questo tasto per capire di che cosa hanno davvero bisogno. Anche se ho 44 anni di discografia sulle spalle, a volte sono spaventata perché quando si lavora per gli altri un tuo errore lo possono pagare loro».

Parliamo della sua vita. Ha sposato un uomo di dieci anni più giovane.

«Il Salerno. Un autore di musica, un paroliere che ha scritto tanti successi».

Una sua nonna invece si separò dal marito all’inizio del Novecento.

«Siamo donne un po’ ribelli. Diciamo che la mia era una famiglia matriarcale».

Ha definito il matrimonio una rottura di coglioni.

«Volevo dire che a volte devi adattarti, essere tollerante».

Il suo regge, nonostante…

«Vale la pena salvarlo sempre. A meno che non ci siano cose gravi. Il matrimonio è fondamentale».

Anche se si è traditi?

«Sa quanti amici e colleghi mi hanno tradito? Non si può lasciare un marito per la sciocchezza di una sera. Ci vuole un po’ di pazienza. Ecco, insieme agli incassatori i vincitori sono anche le persone pazienti. Le persone miti, anche se io non lo sono molto».

Non si deve confondere mitezza con mancanza di schiettezza.

«Esatto. Per dire, san Francesco non si tirò indietro quando c’era da dire al Papa che qualcosa non andava».

Questo Papa le piace?

«Mi piace perché sta facendo un tentativo di cambiare certe cose in Vaticano che era importante cambiare».

Nell’ambiente dello spettacolo se ne vedono di tutti i colori quanto a matrimonio e famiglia.

«E mi dispiace. La famiglia è troppo importante. E non sono bacchettona. Posso presentarle mia figlia?».

È un piacere… Anche sui figli: oggi li si vogliono a tutti i costi o anche non li si vogliono a tutti i costi.

«È vero. Quello che si vede è troppo».

Signora Maionchi, possiamo parlare del tumore?

«È stata una brutta botta. Ho sempre fatto regolarmente gli esami. Tre anni fa il mio medico mi ha detto che c’era qualcosa che non andava. Si pensa sempre di essere immuni, invece stavolta era toccato a me. Fortunatamente i linfonodi erano sani. Ho fatto la radioterapia, non mi sono scoraggiata. Magari a una donna più giovane va peggio perché il male cammina più velocemente. Ho fatto i controlli di recente e va tutto bene».

Ho letto che dice il rosario tutti i giorni: è vero o è una boutade?

«È vero, mi piace. È come un mantra. Per venti minuti mi allontano dal mondo dei viventi e apro un altro canale di comunicazione».

È superstiziosa?

«No, fatalista sì. Quando sarà il mio momento, arriverà».

È credente?

«Sì. Anche se non frequento il fan club perché non sempre mi ha soddisfatto».

Quand’era più giovane o di recente?

«Quand’ero più giovane. Però, adesso quello che conta di più è che sono credente».

Le piace molto stare con i giovani. Si vede che è a suo agio, senza maternalismi…

«Mi piace perché sono freschi, immediati, non costruiti. Anche nelle stupidaggini. Non ho retropensieri. Mi piace anche quando mi mandano a dar via il culo. Spesso hanno ragione».

Chi è la persona da cui ha avuto di più?

«Mio marito, anche se abbiamo passato la vita a litigare. Ma nel litigio abbiamo scoperto delle cose di noi che non conoscevamo».

La Verità, 29 ottobre 2017

Ruggeri: «I social annullano la competenza»

Asciutto e con la pelata liscia da duro del cinema americano, nell’anno dei suoi sessanta, Enrico Ruggeri accelera ancora. Resuscitati i Decibel, la band della felice stagione punk di fine anni settanta, parte per un nuovo tour con date a Bologna, Sassari, Nuova Goriça, Vercelli. Tutto senza dimenticare la radio, i romanzi gialli, i concerti da solista: Ruggeri è uno degli artisti più poliedrici e meno allineati del rock italiano. Lo incontro nel suo studio di registrazione, periferia sud est di Milano.

Da dove nasce la reunion dei Decibel?

«Da un atto irregolare. Quest’anno compio 60 anni. E sempre quest’anno è il quarantennale dal primo disco dei Decibel e dalla nascita del punk. Mentre sono trent’anni da Si può dare di più e Quello che le donne non dicono. In occasione di questi anniversari, la prima cosa da non fare è quello che fanno tutti, ovvero il classico album di duetti. Un modo stantio di celebrarsi. Ho pensato di risentire i miei amici, per capire se avevano qualche pezzo nel cassetto. Mi hanno travolto. Ispirando l’idea di realizzare un disco per noi, magari in cento copie in vinile. Poi, un giorno ho fatto ascoltare i pezzi ad Andrea Rosi, presidente di Sony music, mio amico da quando eravamo ragazzi. Gli ho detto: “Prova a sentire. È roba di nicchia, non ti riguarda”. Dopo tre brani ha spento: “Nicchia un cazzo”. Così abbiamo finito d’incidere e il disco è uscito in pompa magna con tanto di cofanetto, brani storici dei Decibel, fotografie. Ho solo chiesto che facessero un marketing da musica classica».

In che senso?

«Nel senso che quando ero bambino il rock era una forma di protesta nei confronti degli adulti. Oggi è uno stile dell’anima. Prendi uno di 65 anni, ne aveva 18 quando morì Jimi Hendrix. Ai concerti dei Decibel vengono i sessantenni e i quindicenni, accomunati dal punk».

Sul suo sito ha lanciato l’hashtag #punksnotdead. Che cosa può dire il movimento punk al momento attuale?

«Il manifesto del movimento punk è scandalizzare i borghesi. Epater les bourgeois, dicevano i poeti francesi. In musica significa proporre qualcosa di diverso dall’omologazione imperante. I dischi sono tutti uguali. Fatti dagli stessi tre arrangiatori con gli stessi suoni e le stesse miserie letterarie. I Decibel in concerto salgono sul palco e suonano. Che c’è di strano? Oggi i concerti iniziano con sequenze di suoni registrati in studio e i musicisti sul palco si aggiungono alle sequenze».

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

E andando oltre la musica?

«Per secoli fare musica voleva dire essere artisti. Oggi è diventata una rivalsa sociale, un mezzo per fare soldi. Come giocare a calcio. I genitori di oggi sperano solo che il proprio figlio faccia il calciatore o il cantante».

Per tanto tempo ha frequentato la canzone d’autore francese. Oggi?

«Le parole che usiamo nelle canzoni non sono fonemi buttati lì. La lezione dei grandi cantautori francesi è raccontare gli stati dell’animo con grande poesia. Ma questo si può fare anche col rock. In Noblesse oblige ci sono anche canzoni struggenti, che parlano dell’anima. Non è tutto electro pop. Per me oggi il pop è il nemico. È omologazione, appiattimento, piaggeria».

Nei confronti di che cosa?

«Del mercato. Del pensiero unico che c’è anche nella musica».

Nel 2015 ha scritto una canzone intitolata Centri commerciali. Che cosa pensa della polemica sul lavoro domenicale?

«I centri commerciali hanno sostituito l’oratorio. Una volta si usciva di casa, si andava all’oratorio e li c’erano tutti. Non c’era whatsapp. Adesso si va nei centri commerciali dove decine di ragazzini con lo smartphone in mano non parlano nemmeno tra loro. Poi magari si lamentano della società. Ma non fanno nulla per cambiarla».

Nel video i giovani sono accovacciati nei carrelli.

«Perché la merce sono loro. Il consumismo li ha mercificati».

Il suo tratto distintivo è la capacità di reinventarsi?

«A sessant’anni è obbligatorio».

Negli ultimi anni si è scoperto anche giallista e romanziere.

«Ho scritto un libro per Feltrinelli, poi quattro romanzi. A me piace raccontare delle storie agli altri. Ci sono dei momenti in cui la canzone ti va stretta».

Ha fatto anche televisione. Ora conduce Il falco e il gabbiano su Radio24.

«È sempre lo stesso principio. Anche in tv raccontavo storie agli altri. Ora lo faccio alla radio. L’importante è non cambiare la propria linea. In tv andavo quando Luca Tiraboschi, allora direttore di Italia 1, mi disse: “Non sei tu che devi andare in tv, ma è la tv che deve venire da te”. Ho smesso perché ho un’idea precisa del mio essere e del mio presentarmi. Non sono disposto a cambiare pur di andare in televisione. Quando mi sono accorto che avrei dovuto assoggettarmi a delle regole di mercato non l’ho più fatta».

La guarda?

«Le partite. Guardo di più Sky Arte e Rai 5».

Due canali che hanno il suo stesso eclettismo.

«Da Caravaggio ai Deep Purple. Raramente su Sky Arte c’è un programma che non m’interessa».

Tra le sue forme di espressione qual è quella in cui si riconosce e che la gratifica di più?

«Mi riconosco in tutte, anche se ho sospeso la tv. La gratificazione maggiore viene dai concerti. In radio parli a persone che non vedi. I libri li scrivi per lettori che in gran parte non conosci. Sul palco c’è l’applauso e l’amore ti torna indietro immediatamente».

Da autore di canzoni di successo per Loredana Bertè e Fiorella Mannoia non le è mai piaciuta la mitologia sui cantautori: perché?

«Ho scelto di percorrere strade autonome. Detesto gli stereotipi e il modo d’intendere i cantautori cui lei si riferisce è stato uno stereotipo, al di là del fatto che abbiano scritto canzoni splendide».

Oggi è tramontata la stagione dei cantautori o solo quel modo di intenderli?

«Purtroppo è finita quella stagione a favore di una peggiore. Se non altro, i cantautori scrivevano opere profonde, anche se a volte abbinate a musiche non eccelse. Però erano storie importanti. Oggi il ruolo della canzone è un riempitivo, semplice evasione per la massa».

Colpa di chi? Della televisione, delle case discografiche?

«Le case discografiche non hanno più denaro da investire sui talenti veri e devono pensare all’immediato».

Cosa pensa dei talent show? Sono utili a innalzare il livello della produzione musicale?

«I talent show portano alla ribalta bravi cantanti. Resta da vedere se saranno in grado di portare avanti a lungo linee editoriali e contenuti profondi».

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

I giovani di oggi possiedono le doti per reggere le sfide del presente?

«C’è un 80% che vive in modo passivo e condizionabile. E un 20% di ragazzi curiosi e irrequieti. Mi auguro siano quelli che faranno strada».

Uno dei suoi figli, Pico Rama, un rapper emergente è tra questi.

«Più che il rap suona il raggamuffin (un sottogenere del reggae). Il fatto che sia difficilmente inquadrabile è la cosa che mi piace di più di lui».

Avete inciso un duetto insieme. Qual è il consiglio su cui insiste di più?

«Non è uno che accetta molti consigli. La cosa che apprezzo è che non ha l’ambizione di vendere dischi, ma di comunicare qualcosa di sé».

Tornando a lei, il fatto di non essere allineato ha comportato dei costi nella sua carriera?

«Dal primo giorno a oggi».

Ricorda qualche episodio?

«Non ci sono episodi. Ci sono posti dove non t’invitano, o dove non ti citano. Magari leggi un articolo dove si elogiano i cantautori e il tuo nome è omesso. Il mobbing nel nostro mondo è semplice, basta chiamare qualcun altro».

Può esemplificare?

«Preferisco non dettagliare. A volte hai la sensazione che quella cosa tu l’avresti fatta meglio di quello che la sta facendo in quel momento».

A Sanremo però è di casa, ne ha vinti due.

«A Sanremo m’invitano».

La escludono da certi talk show?

«Diciamo che non vado particolarmente di moda. La parte glamour della tv mi ritiene troppo intellettuale. La parte intellettuale mi ritiene troppo poco allineato».

Che cosa non le piace dell’Italia di oggi?

«Il conformismo buonista».

Un esempio?

«La sintassi. Quando sento dire “ministra” mi si accappona la pelle. E poi non mi piace il fatto che tutti esprimano opinioni senza informarsi. Quando non capisco bene una cosa, sto zitto».

La democrazia orizzontale è una conquista dei social media.

«Oggi Marilyn 99 ti dà consigli sulla vita».

È una critica al grillismo?

«Non solo. È che non esistono più gli esperti. Non si rispetta chi ha studiato. Qualche anno fa quelli di destra difendevano il metodo antitumorale di Luigi Di Bella e quelli di sinistra dicevano che era un ciarlatano. Né gli uni né gli altri erano qualificati a esprimersi. Io credo che prima ci si debba laureare in immunologia».

La stessa sottovalutazione della competenza si sta ripetendo sui vaccini.

«Uguale. E la Cecenia? Io non ho un’opinione sulla Cecenia e non mi vergogno a dirlo. Prima vai lì tre mesi a parlare con la gente, poi ti ascolto. Nel mio campo, prima passi tre anni in studio di registrazione e poi scrivi cosa pensi del modo in cui ho registrato il disco. Internet ha annullato la competenza. Siamo tutti capi del governo, ministri degli Esteri o dell’Economia».

Non crede alla democrazia virtuale.

«È falsa democrazia».

Invece, che cosa le piace dell’Italia?

«Penso che l’Italia non ce la farà, ma molti italiani sì. Continueranno a crollare ponti. E continueremo a vedere aree dismesse e ospedali che non funzionano. Ma allo stesso tempo continueremo a vedere eccellenze in tanti campi».

Perché secondo lei l’inventiva italiana non riesce a contagiare le istituzioni?

«Per la distanza tra la gente e la politica. Una distanza ormai incolmabile».

 

La Verità, 23 aprile 2017

 

Neanche «Roadies» dà un tetto tv al rock

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne guardo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

logoserieconmiofiglio-cavevisioni.it

 

La terza storia che abbiamo iniziato a seguire è quella di Roadies, racconto del backstage del tour di una band, (Premium Stories, Mediaset). Le premesse erano stimolanti, a cominciare dai crediti: J.J. Abrams produttore e Cameron Crowe ideatore e sceneggiatore. Una serie firmata, garantita da Showtime, cable tv produttrice di titoli cult come Homeland, Shameless The Affair, per la quale i due miti di Hollywood si sono messi al lavoro.

Protagonisti della vicenda sono i componenti dello staff della band, appunto i «roadies» che percorrono migliaia di chilometri preparando e attrezzando palchi, impianti, logistica, location e tutto il resto. Insomma, coloro che si occupano della macchina organizzativa di un tour, dal ghiaccio in camerino fino all’acustica degli stadi. Persone votate alla causa, senza vita privata. O che, se ce l’hanno, è totalmente subordinata a quella dei musicisti di cui si occupano. Chi rende possibile la realizzazione dei concerti e non appare mai poteva essere un soggetto interessante per una serie, osserva Alberto. Abitualmente di loro non si sa niente e si apprende che esistono solo quando sono vittime di incidenti, come avvenuto qualche anno fa a margine del tour di Jovanotti. Però, bisogna riconoscere che il grande pubblico è attratto dalla vita delle star, non dai lavoratori oscuri. 

Nel pilot si segue l’attrezzista Kelly Ann, decisa ad abbandonare la crew. La musica della The Staton House Band è diventata routine e il provino cinematografico che l’attende contiene più futuro. Non bastano gli aneddoti dell’autista (Luis Guzman) e i consigli del vecchio Phil (Ron White) a trattenerla. Il tour manager (Luke Wilson) e la direttrice di produzione (Carla Gugino) bisticciano di continuo e le regole del conto economico incombono. L’intreccio delle storie poteva, dunque, essere interessante se sorretto da scrittura e ritmo adeguati. Invece: delusione. Per raccontare il calcio parlando dei fisioterapisti dei giocatori o la storia della Apple partendo dai fattorini anziché da Steve Jobs serve una genialità e un’arguzia narrativa che in Roadies non si vedono. Fatta eccezione per Kelly Ann, ben interpretata da Imogen Poots, in tutti i personaggi spuntano eccessi che, invece di sottolinearne l’originalità, li rendono caricaturali. L’effetto collaterale è una demitizzazione del rock che difficilmente può soddisfare gli amanti della musica più eversiva del Novecento. Tanto più che, almeno nel primo episodio, non si sente una sola nota della band per cui tutti si sbattono.

Imogen Poots nei panni di Kelly Ann

Imogen Poots nei panni di Kelly Ann

Qui però non è il rock al centro, ma chi ci lavora dietro, sottolinea Alberto. Forse bisogna arrendersi al fatto che oggi il rock non è più attuale. Ma è una musica del passato, come si è visto in Vinyl, che era una serie in costume. Proprio dalla serie ideata da Mick Jagger e Martin Scorsese per Hbo, cancellata dopo la prima stagione, viene l’ulteriore conferma che non bastano le grandi firme a garantire qualità. Fuori dalla sua epoca d’oro, per sceneggiatori e registi è difficile trasmettere l’incandescenza di quella musica. Le aspettative sono alte e forse si pensa che il rock contenga una carica e una forza evocativa sufficienti a sfondare. Invece, così non è. Ma mentre per Alberto la causa dell’impaccio narrativo di Roadies deriva proprio dalla materia raccontata, troppo ingombrate e complessa, per me è prevalentemente una questione di scrittura. Comunque sia, alla fine, mentre il rap ha trovato la sua serie in Empire e il country in Nashville, il rock è ancora senzatetto (tv).

 

i caverzan

Vinyl, cioè the wolf of rock’n’roll

Lo sapevo, adesso tutti a dire “avete visto? Vinyl sì che è musica”; “Vinyl è l’anti-Sanremo”; “l’anti-talent”. No, non la metterei giù così dura. Il vero provincialismo non è premiare gli Stadio o invitare Renato Zero all’Ariston (ci son passati anche Elton John, la Kidman, Hozier…), ma giudicare il Festival con il complesso d’inferiorità dello showbiz americano. Se hai i Led Zeppelin invece dei Pooh è ovvio che qualcosa cambi. Non la HBO, ma Sky Italia sapeva quando finiva Sanremo. E ha preparato il lancio su Atlantic con un canale popup sui favolosi seventy. Per il resto, andando al sodo, è sempre televisione, nient’altro che televisione. Sanremo, Vinyl e i talent. Anzi, è persino stucchevole la polemica di Curreri appena premiato.

Per quanto mi riguarda, mi chiedo se, dal punto di vista strettamente produttivo, la serie voluta e prodotta da Mick Jagger e Martin Scorsese non sia in qualche modo debitrice del successo dei talent show. Mi spiego: questi anni di X Factor e American Idol e Amici, show che vogliono creare e affermare nuove star dal nulla e che ci ragguagliano su come funziona il mercato musicale, ci hanno preparato a queste serie con focus narrativo in una casa discografica. La butto lì, provocatoriamente. Non pretendo di aver ragione… Però, visti con gli occhi del marketing, i fan musicali, del rock, dell’hip hop, sono target televisivi, community di telespettatori. Fateci caso: prima c’è stato il successo di Empire, adesso arriva Vinyl, mentre la Apple ha appena annunciato l’esordio nella produzione di contenuti (notizia che meriterebbe un discorsino a parte) con Vital Signs, sulla storia di Dr. Dre e delle sue cuffie Beats.

Qui ci sono i formidabili anni ’70, tanta roba. Musicalmente fondativi. Creativamente e culturalmente incendiari. E basta questo a contestare quelli che dicono “roba per nostalgici”. Vinyl è un tributo a quell’epoca-laboratorio, a quella stagione palingenetica che ha condizionato la musica e l’arte fino a oggi più di ogni altro decennio. Al centro della storia troviamo Richie Finestra, produttore discografico della fittizia American Century Records che, mentre sta per scritturare i Led Zeppelin, tratta per cedere il marchio ai tedeschi della Polygram (veramente esistita). Siamo nel 1973. Il rock si sta ramificando nel punk, nel glam, nel soul. E stare al passo, scoprire i talenti giusti, rintuzzare l’espansione degli Abba e della disco, soprattutto se si è circondati da collaboratori pigri, è impresa complicata. Se poi ci si mette anche il boicottaggio delle radio… Finestra, interpretato da un magnetico Bobby Cannavale (Boardwalk Empire), barcolla pericolosamente tra sesso coca denaro sporco e punk violento, in una Times Square livida, popolata di prostitute e spacciatori, fatta di androni lastricati di siringhe, locali che sembrano gironi danteschi, concerti apocalittici. La mattina all’alba la moglie Devon (Olivia Wilde) reclama il suo mancato rientro e lui si rassetta per sedersi al tavolo della trattativa con gli ostici manager germanici. I Led Zeppelin svaniscono in uno dei tanti contrasti ideologici (“mai con una casa discografica di nazisti”, sbraita il manager) che intarsiano il racconto. E, pencolante sul precipizio psicotico-finanziario, Finestra striglia i talent scout, trovando riflessi pronti solo nella ragazza dei panini (Juno Temple), incuriosita dai Nasty Bits, band emergente il cui leader nichilista ha il volto bistrato di James Jagger. Riuscirà il tormentato produttore a tenere insieme affari, famiglia, musica e amici?

Si diceva:  anche Vinyl è solo tv. Forse più cinema che tv. Come lo chiamate un episodio di 108 minuti, trasmesso senza interruzioni pubblicitarie? Come lo chiamate un pilot con centinaia di comparse? Un lavoro voluto pensato e prodotto dal leader dei Rolling Stone che fin dall’inizio voleva farne un film, diretto da Scorsese e scritto da Terence Winter? I confini tra cinema e televisione si sono assottigliati da tempo. Qui sembrano spariti. Con Scorsese, tutto torna. Soprattutto il sodalizio con Winter, già collaudato nel primo episodio di Boardwalk Empire e in The Wolf of Wall Street. Con l’aggiunta del gusto per il maledettismo di Jagger, Vinyl è la trasposizione nel decennio del rock delle perversioni viste con DiCaprio a Wall Street. Scorsese è regista da saga violenta (Gangs of New York) e da discesa agli inferi (Taxi driver), più incline a soffermarsi sulla dissoluzione e il nichilismo che sugli albori creativi delle epoche rappresentate. Vedremo se i prossimi episodi, curati da altri autori, saranno coerenti con questa lunga introduzione.