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«Dio, Romina e l’Italia: vi racconto la mia vita»

Com’è l’Italia vista da Cellino San Marco?

«Sono due. La prima è quella dell’infanzia e dell’adolescenza fino a 17 anni, quando frequentavo le magistrali prima di andarmene a Milano, dove ho scoperto che l’Italia era una di nome e tante di fatto».

E la seconda?

«È l’Italia di oggi, un Paese in formazione. Sostanzialmente ci sono un Sud e un Nord e, nonostante l’emigrazione, siamo ancora alla ricerca di un equilibrio. Se ne vanno cervelli e manodopera. Quante volte, da ragazzo, sono andato a salutare amici che partivano su treni così pieni che mi fecero venir voglia di partire anch’io».

Nella grande cucina della casa di Al Bano Carrisi, davanti a un tavolone in legno circondato da una panca, il fuoco del camino in pietra riscalda la sera. «Con il fuoco acceso l’inverno è meno inverno», riflette. Dopo un lungo inseguimento, l’artista che ha appena festeggiato i suoi 55 anni di carriera musicale ha accettato di farsi intervistare, ritagliando una serata tra i tanti impegni e andirivieni da Cellino.

Come nasce il nome Albano?

«Durante la guerra, quando combatteva in Albania, mio padre ebbe una licenza per malattia. Arrivato a casa i miei fecero la famosa fuitina, si sposarono e mia madre rimase incinta. Una volta tornato in Albania le scrisse: “Se sarà maschio chiamalo Albano, sarà la nostra fortuna”».

Preveggente.

«Mio padre era un tipo particolare. Il nonno si chiamava Angelo e tutti i figli diedero il suo nome al loro primogenito. Lui no».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Erano contadini come la maggior parte dei cellinesi. Eravamo in quattro con mio fratello, più il mulo. Molta miseria, un mondo dal quale volevo scappare».

Come le venne l’idea di cantare?

«La ereditai da mia madre che cantava nei campi, benissimo. Anche mio padre cantava. Poi a due passi da qui, a San Pietro Vernotico, viveva Domenico Modugno. Seguivo alla radio le sue orme canore, il suo folk, che rendeva musicali le espressioni degli ambulanti. Come Lu pisci spada. Sentivo la passione per il canto prima ancora di avere coscienza della mia voce. Erano gli altri a incoraggiarmi».

Finché partì per Milano.

«Ero convinto che fosse la meta giusta per me. E non sbagliavo. Mio padre aveva detto che mi avrebbe fatto partire se avessi trovato qualcuno di cui fidarsi che mi avrebbe fatto da guida. C’era un ragazzo delle nostre parti che viveva a Varese. Iniziai lì, ma presto mi spostarono a Milano a dipingere le porte di un palazzo in costruzione. Finii a mangiare pane e ananas per una settimana».

Pane e ananas.

«Esattamente. Il padrone non pagava e con le ultime mille lire in tasca entrai alla Standa. Vicino alle scatolette di carne Simmenthal c’erano delle cose marroni tondeggianti che non avevo mai visto. Pensavo fosse un tipo di carne meno costosa. Ne comprai una piccola scorta e quella settimana andò così. Ma capii la lezione».

Che era?

«Se il problema è la fame, troverò lavoro in un ristorante, lì ci sarà da mangiare… In uno davanti al Duomo cercavano un aiuto cuoco. Non ancora diciottenne, non ero mai entrato in un ristorante. Pensavo: basterà mettere la legna nel fuoco in cucina. “Non è così terùn”, rispose il padrone, “però hai una faccia simpatica e ti prendo lo stesso”. Davo i volantini ai passanti, pulivo la cucina e le sale. La sera mi facevano aiutare a preparare la pizza. Imparai presto».

Poi?

«Ho lavorato anche sei mesi di fila senza riposi, ma stavo bene. Milano era vitale. Mandavo a casa 15.000 lire al mese, lo stipendio era di 25.000, le altre dieci mi servivano per la pensione. Vivevo con le mance».

Quando iniziò a cantare?

«Conobbi il maestro Pino Massara che mi fece fare un provino da Adriano Celentano. Iniziarono i primi concerti. Poi Settevoci con Pippo Baudo e il primo Festival di Sanremo, cose che abbiamo ripercorso nello show di Canale 5».

E i suoi genitori?

«Erano contenti. Nel 1967, l’anno di Nel sole, mandai a mio padre l’assegno del primo contratto con la Emi: 8 milioni».

Suo padre non era debole di cuore.

«Capì che le cose stavano cambiando».

Gli anni Settanta furono un trionfo?

«Mi sposai con Romina. Poi iniziarono le tournée all’estero. Quando ne accettai una in Spagna mi criticarono. Ricordo una telefonata di Gianni Minà: lì c’è la dittatura. Ma io ci lavoravo bene mentre in Italia c’era il terrorismo, si aveva paura a camminare per strada».

Perché la Puglia è terra di artisti? Lei, Celentano che però è nato a Milano, Modugno, Renzo Arbore, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Checco Zalone, Michele Placido…

«Il grande Tito Schipa… i Negramaro, Emma. Secondo me ci siamo influenzati l’un l’altro. Il canto e la musica ci pervadono. Poi siamo gente che ama viaggiare e i cantanti di successo partono, girano il mondo, tornano. Ancora oggi faccio 260.000 miglia di aereo l’anno. Lassù è il posto dove mi vengono le idee migliori. Durante le lunghe trasvolate per l’Australia o il Giappone trovo ispirazione. Sarà perché si è più vicini a Dio…».

È superattivo: show in tv, tournée…

«È il mio mestiere. Per fortuna continuano a chiamarmi. Il 2019 è già quasi tutto pieno. Andrò in Romania, Corea del Sud, Russia e ancora in Cina».

Perché ha fatto centro il family show su Canale 5?

«Siamo un gruppo di persone che ha il fuoco dell’arte dentro. Nessuno sbava per il successo a tutti i costi, ma quando abbiamo l’occasione buona la sappiamo cogliere. Cristèl è disinvolta, lavora da tanto con me. Come titolo avevo proposto Tre passi nel sole. Poi sono diventati 55 come gli anni della carriera che volevo festeggiare appoggiandomi sugli amici e gli eventi della mia famiglia».

Aveva voglia di archiviare un periodo di preoccupazioni per la salute?

«Vedo tante persone che fanno le vittime e desiderano solo farsi compatire. Io detesto il piangersi addosso».

Al successo del suo show ha giovato anche il fatto di arrivare dopo il cartoon di Celentano?

«Ho rispetto e gratitudine per Adriano. Nei primi anni a Milano mi ha quasi adottato. Qui, nella masseria, ci sono le vie e le piazze, ne intitolerò una a lui. E un’altra a Modugno».

Nello show si è vista una parte della famiglia. E l’altra?

«La famiglia è sacra dal primo all’ultimo nato. Però Romina non vuole intromissioni nella sua vita artistica e anche Loredana la pensa allo stesso modo. Quindi mi divido nel rispetto delle esigenze dell’una e dell’altra».

Ha parlato di una sorpresa in arrivo, di cosa si tratta?

«Il 20 maggio prossimo (giorno del compleanno di Al Bano ndr) dovrebbe andare in onda un docufilm. Una troupe di Endemol mi segue da mesi, prima nelle tournée all’estero poi anche qui, nella vita di tutti i giorni. Ci saranno i figli di Loredana e lei, se vorrà».

Com’è andato il tour mondiale con Romina?

«Abbiamo avuto successi ovunque. Io divido la mia attività artistica da solista, quando vogliono il solista, e in coppia, quando vogliono la coppia».

Lei vive?

«A Los Angeles, con Romina Jr».

E Loredana Lecciso?

«A Lecce. Tra due caratteri forti è meglio mettere qualche chilometro».

Preferisce i concerti dal vivo o la televisione?

«I concerti, per il contatto con il pubblico. La tv serve per promuoversi, considerato che ti vedono milioni di persone».

Quest’anno niente Sanremo.

«L’ultima volta mi hanno escluso, mentre Di rose di spine era una bellissima canzone. Vorrei tornare nel 2020. Sanremo è importante, è conosciuto all’estero, passa tutto da lì».

Con la sua voce avrebbe potuto cantare di più il blues?

«Ma lo canto. Come canto l’opera. Nel 1968 ebbi grande successo con Il Mattino di Leoncavallo. E grande successo ha avuto un album intitolato Concerto classico con opere di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Fryderyk Chopin. Mi piace anche il folk. Nei concerti propongo una varietà di generi».

Ammette che sia difficile immaginare un rapporto solo professionale tra lei e Romina Power?

«Io sono trasparente. Mio padre e mia madre mi hanno innestato l’onestà dentro e la manterrò sempre. La riunione artistica con Romina non l’abbiamo voluta né io né lei, ma un impresario russo. Per la festa dei 70 anni eravamo al Cremlino. C’erano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, Gianni Morandi, Pupo, i Matia Bazar… L’impresario disse che gli sembrava giusto ci fosse anche Romina. “Se vuoi provarci, provaci”, dissi. Ma ero sicuro che non sarebbe venuta. Invece, accettò, non so grazie a quale argomento».

Anche economico?

«Non me ne sono interessato, lo giuro sui miei figli. I tre concerti erano già sold out. Abbiamo abbassato di un tono le canzoni. Lei avrebbe voluto di due, ma io ho tenuto il punto».

La causa della vostra separazione è la scomparsa di Ylenia?

«Già prima c’era qualche difficoltà. Era inquieta, anche lei non capiva bene perché. La scomparsa di Ylenia ci aveva un po’ riavvicinato. Alla fine ha deciso così».

Le stava stretto il posto?

«Ma no… Mi aveva convinto lei a tornare qui, si era innamorata di queste terre. Qui non c’era niente, né l’elettricità né il telefono. Ho costruito tutto io, con i gruppi elettrogeni. Ho speso tanti soldi, ma quando c’è l’amore tutto diventa favola».

Qualcosa si era rotto?

«Sì, non è stato facile. Mi spiace che non abbia accettato la vita che mi sono fatto dopo. Come fa a non rendersi conto che tutto è derivato dalla sua scelta di cambiar vita!».

Le donne vogliono l’esclusiva.

«Io vorrei ci fosse armonia. Ma rispetto e vado avanti senza paure, sempre con il mio motto».

Che è?

«Voglio essere il problema per i problemi. Ce ne sono sempre di problemi, ma con me trovano filo da torcere…».

Il fuoco continua a emanare calore. Come le parole di Al Bano, che esprimono un’intelligenza profonda e solida, nata dalla terra, provata dalla vita vissuta e dall’attaccamento alle radici. «Vuole che su quelle braci mettiamo a cuocere della carne?». Si alza, apre il frigorifero, estrae la carne, inizia a tagliare, mi vieta di aiutare…

Come si ricomincia a vivere dopo la scomparsa di una figlia? A cosa ci si aggrappa?

«È una tragedia che non risolvi mai del tutto. Io la vivo cristianamente».

Cosa vuol dire?

«Se uno è cristiano sa che anche a Dio hanno ammazzato un figlio. Gliel’hanno messo in croce. Allora ho capito che anche a me poteva succedere di perdere una figlia. In realtà, è stata la prima volta che sono andato contro Dio».

Come?

«Quando hai sempre fatto il tuo dovere di cristiano non riesci a capire… I miei anni Novanta sono stati tragici. Mio padre perse la vista, dissero per un infarto del nervo ottico. Voleva farsi fuori: da uomo iperattivo ora doveva essere aiutato ad andare al bagno. Gli parlavo di Ray Charles e Stevie Wonder, artisti che facevano divertire la gente. Quando iniziò ad ascoltare Radio Maria pian piano si rappacificò. Nel 1994 ci fu la tragedia di Ylenia. Poi Romina se ne andò. Non riuscivo a dormire, avevo le bambine piccole…».

E contestò Dio.

«Ero pieno di rabbia. Protestavo contro il cielo. Ma dentro di me sentivo che stavo sbagliando».

Viene in mente Giobbe.

«La pazienza non mi è mai mancata. Anche adesso, prima di uscire di casa, ogni giorno me ne faccio un bel carico. Le cose nuove che succedono mi sembrano un déjà vu».

Nell’autobiografia del 2006 ha lasciato bianche le due pagine dedicate a Romina e Loredana: lo rifarebbe?

«Lottai con gli editori per mantenerle bianche».

Motivo?

«Era una difesa dal gossip diventato insopportabile. Ho visto tanto squallore. Un telegiornale arrivò ad accusarmi di aver nascosto mia figlia in casa per farmi pubblicità».

Ha cantato davanti a Vladimir Putin.

«Tre volte. Lo farò ancora in agosto a Tokio».

Com’è nato il rapporto con il presidente russo?

«Nel 1986, durante una tournée in Russia, feci 18 concerti a Leningrado e altri 18 a Mosca. In uno di questi era presente anche lui, allora capo del Kgb. Il giorno dopo venne in albergo per complimentarsi. Poi nel 2004 ho cantato al Cremlino per festeggiare il Capodanno. Allo stesso tavolo c’erano Putin e la sua famiglia e Boris Eltsin e famiglia. È stata una grande festa, con i rappresentanti di tutte le religioni, cattolici, ortodossi, copti, musulmani, segno che, quando si vuole, la convivenza pacifica è possibile. Nel novembre scorso, invece, alla festa del centenario del Kgb, tanti cantanti, e anch’io, abbiamo intonato ognuno due canzoni».

Che cosa apprezza di questa persona?

«Dopo Michail Gorbaciov la Russia stava declinando, non c’erano più soldi. Eltsin ha iniziato questo rinascimento e Putin l’ha consolidato».

Le libertà sono tutelate?

«Vedo che si respira. Poi, certo, l’unica perfezione del mondo è l’imperfezione. Qualche nemico ce l’ha anche Putin. Però ha saputo mantenere intatto il corpo sociale della Russia, non permettendo ad altri di invadere i suoi campi».

Mai parlato di politica?

«Mai, è sempre blindato».

Di recente è stato ricevuto al Viminale da Matteo Salvini: una visita solo per affari con la Cina?

«Gli imprenditori cinesi che vendono i miei vini volevano incontrarlo perché avevano notato che il 50% del mercato vinicolo è in mano ai francesi, mentre gli italiani hanno solo il 5%. Volevano sensibilizzare il governo italiano per cambiare questa sproporzione. Ho accettato di fare da mediatore per questo incontro. Pochi giorni dopo il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio è andato in Cina… Penso di aver fatto un buon lavoro in favore dei vini italiani, non necessariamente i miei».

Nella polemica tra Salvini e Claudio Baglioni, poi rientrata, ha preso le parti del ministro dicendo di conoscere la situazione dei migranti per esserlo stato. Che differenza c’è con quelli di oggi?

«Noi scappavamo da un destino che sembrava ineluttabile: la vita dei nostri genitori. Io quella vita non la volevo fare. Una volta sentii mia madre dire che in tutto l’anno si erano spaccati la schiena per 800.000 lire lorde. Si faceva la fame».

E oggi?

«Ci vuole un po’ d’ordine con questa ondata di migranti. Non solo per noi, ma anche per loro. Scappano da una morte sicura per affrontarne un’altra quasi sicura. Chissà che cosa promettono a questi poveri emigranti che attraversano i Balcani, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Vogliono una nuova vita e spesso trovano la morte. L’Europa deve intervenire unita: l’Italia non può farsi carico da sola di questa emergenza. Pensiamo a quello che è successo in Siria. L’Isis tagliava le teste ai civili e nessuno interveniva. Abbiamo lasciato uno spago troppo lungo a quella situazione».

Che cosa le piace di Salvini?

«Mi sembra che stia mantenendo il programma annunciato in campagna elettorale. Ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Non ho mai fatto parte di un partito sebbene abbia ricevuto tante proposte. La politica non è il mio forte. Ma dal momento che gli italiani hanno scelto – come in passato con Berlusconi e Renzi – se c’è da fare qualcosa di positivo la faccio. Pur senza appartenere. Quando viaggio e vedo gli exploit di Paesi come la Polonia o la Spagna a confronto con la mia Italia sto male. Tutto questo litigare dalla mattina alla sera non rende merito a una delle più belle terre del mondo. Sapere che Roma era comandata dalla mafia di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati è avvilente».

Nuoce o giova a Salvini il fatto che lo vogliano processare per la vicenda della nave Diciotti?

«Sono curioso di vedere quale sarà la reazione degli italiani».

Per chi ha votato alle ultime elezioni?

«Non glielo dirò mai. Voto per i politici che mi sembrano positivi per l’Italia. Abbiamo visto che fine hanno fatto sia la destra che la sinistra».

In passato chi apprezzava?

«Per tanti anni qui a Cellino c’è stato un bravo sindaco comunista, come facevo a non votarlo?».

Se le dico Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi?

«Sono stati grandi politici. Però Andreotti fu accusato di connivenze mafiose e trattato come un delinquente. Craxi è morto in esilio. Di Berlusconi avevo grande fiducia, ma è evidente che governare in Italia non è facile. Tutto sommato non glielo hanno lasciato fare».

È stata una delusione?

«La delusione c’è stata… Perché l’Italia è diventata ingovernabile».

Che cos’è la fede per lei?

«È la mia coperta d’inverno, la mia acqua nel deserto. È una certezza cresciuta negli anni. Tanti poteri passati in Italia appartengono solo alla storia. Quello della Chiesa è tuttora vivo e vegeto perché afferma il bene, l’amore, la pace e l’umanità partendo dalla persona di Gesù Cristo e dei santi che lo imitano».

Ha detto di avere ancora molti progetti da realizzare, me ne sveli uno.

«Con la Publispei, insieme a Lino Banfi stiamo preparando una fiction in sei episodi per Rai 1. Poi reciterò il ruolo di uno strano mafioso in Le nostre vacanze romane, una produzione italo-turca».

Che cosa le dà speranza oggi?

«La voglia di vivere con la fede che mi porto addosso. La voglia di affrontare tutto ciò che c’è da affrontare. Con il mio motto… Le piace la carne?».

 

La Verità, 3 febbraio 2019

Il family show di Al Bano è una boccata d’ossigeno

Ossigeno puro. Come quello che si respira in certi pomeriggi di montagna. Sono pochi in Italia in grado di reggere un family show, di trasformare in varietà la propria storia senza eccedere in egocentrismi. Al Bano Carrisi sì, può farlo. Lo si è visto l’altra sera su Canale 5, rete reduce dal deludente Adrian di Celentano, anche questo una biografia musicale, quanto diversa. Il confronto se lo aggiudica 55 passi nel sole, show in due serate (la seconda il 30 gennaio) per celebrare la carriera dell’artista di Cellino San Marco. Prima che negli ascolti (18.3% di share, 3,4 milioni di spettatori), la sentenza è nei contenuti e nella misura. Un gala elegante nella forma e popolare nella sostanza, schietto come il suo protagonista. «Io sono le mie canzoni», dice Al Bano entrando in scena, «sono storie che nascono dal cuore. Questa è la mia vita». Come dire: uno che ci mette la faccia, dritto per dritto. Dopo gli infarti e i malori ha di nuovo voglia di cantare e di calcare le scene, come dimostra il tour mondiale insieme a Romina Power, tappe in Cina, America, Medio Oriente, Europa. La voce e lo spirito sono sempre gli stessi.

Lo studio è disegnato su la strada dei 55 passi, uno per ogni anno di carriera. Il family show è in Cristèl Carrisi, la figlia maggiore esordiente alla conduzione che tiene la serata dosando l’ego del padre. È in Romina jr, coinvolta nei promo e negli stacchi. È in Al Bano e Romina seduti a un tavolo che sono il format nel format. Proprio nella «family» è il segreto. Nel mettersi in scena per ciò che si è, con la propria travagliata storia. Tutti insieme sul palco ad accompagnare Felicità remixata con J-Ax. Lo show parentale diventa amicale e vive di tanti momenti diversi. Il momento Sanremo, con Pippo Baudo a ripercorrere i festival, dal primo di entrambi, anno 1968, quando spunta l’Al Bano blues di La strada, autori Gene Pitney e Mogol. Il momento nazionalpop dei Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e Pupo. Ancora il blues, con Alex Britti alla chitarra. Il momento emigranti con Lino Banfi, dalla Puglia a Milano e, a seguire, il momento genitori-figli, sottolineato dalla poesia di Khalil Gibran e le foto «di quando eravamo tutti insieme», anche con Ylenia. Bussa ancora sconfina nel rock, prima dell’omaggio al Celentano di Soli e Azzurro. Infine, la dedica di Giuliano Sangiorgi e Fabrizio Moro che, emozionatissimo, dimentica il testo di Portami via. Uno show spontaneo e misurato, senza pulpiti e intellettualismi, apprezzabile anche da chi non è un fan della prima ora. Avercene.

La Verità, 25 gennaio 2019