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«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

Nei momenti topici l’informazione Rai latita

«Ciò che Matteo R. può imparare da Matteo S.»

Ha avuto un infarto che, dice, «mi ha cambiato la vita e mi ha fatto ricalcolare le priorità». Da quando, settembre 2017, si è ritrovato una notte in terapia intensiva, Claudio Amendola, 55 anni, figlio d’arte e marito di Francesca Neri, prova a dosarsi. Ma essendo persona generosa, non sempre riesce a frenarsi, anche quando si tratta di pronunciarsi sulle cose della politica. Così succede che una volta gli diano del leghista, un’altra uno come Paolo Mieli lo invita a presentare il suo libro (La storia del comunismo in 50 ritratti) con questa motivazione: «Ho sfogliato i giornali dell’ultimo anno e le uniche due persone che abbiano parlato di comunismo e di valori con intelligenza, tenendo presente i sentimenti, sono state Claudio Amendola e Moni Ovadia». Amendola è di estrema sinistra e ha lavorato molto a Mediaset, apprezza l’abilità di Matteo Salvini, fa il testimonial di un marchio di scommesse sportive. Qui però partiamo da Hotel Gagarin, il film opera prima di Simone Spada, con Luca Argentero, Giuseppe Battiston e un poetico Phlippe Leroy. Una sorta di apologo lieve e incantato che mette di buonumore.

 La frase chiave è una citazione di Lev Tolstoi fatta dal personaggio di Battiston: «Se vuoi essere felice, comincia». A lei cosa dice questa frase?

«È una nota di positività, nel film come nella vita. Se non ci si alza dal divano e si apre la finestra, la felicità non entrerà mai. È un invito a riconoscere che dipende in gran parte da noi».

Di solito la colpa della nostra infelicità è della società, della politica. Viviamo di alibi?

«Continuamente. Per fortuna ci sono anche esempi di responsabilità. Io ho tre figli: la primogenita Alessia, mamma e doppiatrice affermata, e Rocco, il terzo, che studia all’università. In mezzo c’è Giulia, che ha 28 anni, ha fatto l’Accademia di moda e costume e, lavorando con me, avrebbe avuto la strada spianata. Ma siccome è un po’ hippie, preferisce girare l’Italia in camper e vendere sulle bancarelle i prodotti che confeziona con la macchina per cucire. Non mi ha chiesto niente, ora sta diventando un’imprenditrice online. E si ribella quando le sue amiche lamentano che non c’è futuro. Lo racconto senza sminuire la situazione del nostro Paese; solo per chiedermi: cos’è la felicità?».

Hotel Gagarin è una favola sognante: cosa le è piaciuto della sceneggiatura?

«Sapevo dall’inizio che avrei fatto questo film perché conosco e stimo Simone Spada. Ma leggendo il copione mi sono commosso e divertito. C’è la commedia, mai volgare. C’è il bonario rimprovero di Battiston davanti ai poveri veri… C’è l’incontro tra due popoli diversi. Se avessimo girato sulle montagne d’Abruzzo non avremmo trovato quei volti simili a quelli dei nostri contadini del dopoguerra. Abbiamo imparato la storia del popolo armeno, un mondo parallelo vittima di genocidi e dell’influenza sovietica».

Cosa c’è di vero nel fatto che è stanco di recitare e che preferisce dirigere?

«Non sono stanco a prescindere, dipende dai ruoli. Trovo che la regia mi completi e mi dia grande soddisfazione perché mi piace dirigere gli attori, conoscendo bene ciò che passa nella loro testa. A volte i registi non comprendono come siamo fatti, un mix di orgoglio e presunzione che spesso cozza con limiti e vergogne».

Madre attrice e padre doppiatore, il cinema è un sogno o una questione di famiglia?

«Tutt’e due. Ci sono sia il mondo dorato che la tradizione di famiglia. Ma è soprattutto un mestiere, qualcosa di artigianale, un lavoro di squadra».

Un ricordo di suo padre?

«Quando recitavamo insieme temeva non ricordassi le battute e non riusciva a non ripeterle sottovoce. In quel labiale c’era tutta la sua protezione e il suo incoraggiamento».

A quale ruolo è più affezionato?

«Ho interpretato tanti personaggi, il Samurai di Suburra, ho recitato ne La regina Margot, in Ultrà e La scorta di Ricky Tognazzi, in Mery per sempre di Marco Risi… Ma forse i ruoli che mi sono più rimasti sono il terrorista di La mia generazione e l’ispettore di Domenica, due film di Wilma Labate. Mi trovo a mio agio nelle figure dolenti e sconfitte più che con gli eroi vittoriosi».

È stato tra i primi a passare dalla tv al cinema e dal cinema alla tv smontando lo snobismo di coloro che dividevano la recitazione in serie A e serie B.

«Mi faceva ridere lo snobismo di qualche anno fa, quando mi rimproveravano I Cesaroni. E mi fa sorridere ora la corsa per entrare nei cast delle serie giuste. Ho fatto tante ore di volo in tv, imparando dai macchinisti e dai tecnici. Se dopo quasi 40 anni ancora lavoro vuol dire che la scuola è stata buona».

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«Perché l’asse Lega-M5s può durare a lungo»

Buongiorno Carlo Freccero: per l’Italia è una buona giornata quella che vede la nascita del governo pentaleghista?

«L’esatta meteorologia di questa giornata la si conoscerà tra un po’ di tempo. Oggi e ancora presto».

La facevo più ottimista.

«Sono molto ottimista perché fino a poco tempo fa le domande della politica riguardavano l’austerità. Ovvero, cosa tagliare nella spesa pubblica per rispettare il fiscal compact. Oggi la domanda è: si può cancellare il debito pubblico?».

Roba da far imbiancare i capelli ai tecnocrati europei.

«In verità non si tratterebbe di una cancellazione vera e propria. Ma, come ha spiegato l’economista Claudio Borghi, di una sottrazione del debito incardinato nella Bce dal rapporto tra Pil e debito pubblico».

Allo stato delle cose questa cancellazione non è ufficialmente nel contratto, almeno non nella stesura finale.

«No, certo, ma è un tema all’ordine del giorno. Noi pensiamo ai soldi come a qualcosa di concreto mentre sono semplici iscrizioni contabili. Basta riconoscere il fatto che il debito mondiale non è ripagabile perché non esiste sul pianeta un corrispettivo di ricchezza sufficiente».

Tornando in Italia, adesso il braccio di ferro è sui ministri, principalmente su Paolo Savona per la casella dell’Economia.

«La scelta di Savona rappresenta un’opportunità di lavoro su questi temi. Per il pensiero politicamente corretto le decisioni non competerebbero al popolo, ma alle élites e agli esperti. E la scienza per eccellenza sarebbe l’economia, anzi: il neoliberismo. In realtà, l’economia non è una scienza, come dimostrano le crisi prodotte dal neoliberismo stesso. Perciò occorre lavorare per trovare altre soluzioni».

Il capo dello stato Sergio Mattarella ha chiuso un occhio sul curriculum di Giuseppe Conte per poter alzare disco rosso su Savona?

«Credo che i servizi segreti avessero già fornito a Mattarella tutte le informazioni necessarie sul conto di Conte».

Riformulo la domanda: al Quirinale fa gioco un premier debole?

«Il premier è un amministratore delegato o direttore generale che deve attuare l’ordine del giorno che il consiglio dei ministri elaborerà ogni settimana».

È Matteo Salvini l’uomo forte di questo governo?

 

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«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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«Sì alla Lega nazionale, no al lepenismo di Salvini»

A Irene Pivetti calza come un guanto il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman: «Un grande avvenire dietro le spalle». Essendo diventata presidente della Camera a 31 anni, da lì in poi è difficile non mettersi a inseguire il passato. La incontro a Milano, tra mille impegni, negli uffici di Only Italia, piattaforma per la promozione di piccole e medie imprese nell’esportazione verso l’Oriente.

Presidente Pivetti, sta vedendo 1993, la serie di Sky su Tangentopoli?

«Purtroppo no, in queste settimane sono stata in Cina per lavoro».

C’è una parte dedicata alla discesa dei leghisti a Roma e il Carroccio non ne esce benissimo.

«Credo ci sia poca comprensione della Lega in generale, un fenomeno veramente fuori dagli schemi. Quando ero al liceo si teorizzava l’avvento della post politica, ma una volta che arrivò non andava bene perché non era quella che si aspettavano gli intellettuali».

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento citando Luca Orsenigo

La Lega è dipinta come una forza ingenua, ma avulsa al Palazzo.

«La Lega comprendeva le logiche di potere, superandole. Le faccio un esempio: nel 1990 Umberto Bossi doveva avere un appuntamento a Roma con Giulio Andreotti: il numero uno della politica incontrava il numero zero. All’ora dell’appuntamento Bossi era ancora in Piazza Massari a Milano. Da dove, con calma, si avviò all’aeroporto per raggiungere Andreotti con oltre quattro ore di ritardo. Il Senatúr conosceva i codici e li usava contro il sistema. Ma i giornalisti si scandalizzavano: “Quel buzzurro arriva in ritardo all’appuntamento con Andreotti”. Anche la famosa canotta in Costa Smeralda: un messaggio, come altri, perfettamente consapevole, per dire che il Re era nudo e che quel potere poteva essere sovvertito».

Nella serie c’è una scena in cui Gianfranco Miglio sottolinea il ruolo rigeneratore dei «barbari».

«La verità e che Miglio non contava nulla nella Lega. Era una persona intelligente e stimabile, ma certamente non l’ideologo. Che era Bossi. Miglio piaceva agli intellettuali e ai giornalisti e serviva da traduttore simultaneo».

Nella prossima stagione, 1994, ci sarà una ragazza di 31 anni che diventa presidente della Camera.

«Il ’94 fu un anno importante, con una campagna elettorale molto impegnativa perché il centrodestra era diviso, con il Polo delle libertà al Nord e il Polo del buongoverno al Sud».

C’è qualcosa che ancora non sappiamo della sua nomina?

«Io avrei dovuto fare il ministro dell’Istruzione e Roberto Maroni il presidente della Camera. Ma Maroni voleva gli Interni. Allora Bossi propose Francesco Speroni per il Senato, sul quale cadde il veto di Berlusconi a causa delle sue giacche variopinte».

Come si arrivò a lei?

«Ci sono tanti padri di quella nomina, ma contò il benestare di Bossi. Ricordo che ero in macchina vicino al Castello Sforzesco quando squillò il cellularone dell’epoca: “Uè, mi sa che ti tocca fare il presidente. Vai alla Camera”. E io: “Aspetta un attimo che accosto…”. Mi disse che il partito mi avrebbe sostenuto. E fu così, soprattutto sul piano umano umano. Dal punto di vista politico, invece, ci mancava l’esperienza. Andai avanti col mio fiuto e l’aiuto delle persone di cui mi fidavo».

Che erano?

«Gianluigi Marrone, capo di gabinetto, giudice unico della Città del Vaticano e capo del personale della Camera. Vincenzo Parisi, capo della polizia, che morì di lì a poco, un grande servitore dello Stato. Francesco Cossiga, un galantuomo d’altri tempi, mente eclettica e personalità lungimirante».

È difficile reinventarsi dopo aver conquistato la vetta così giovani?

«Molto. Ma siccome lo sapevo mi ci sono preparata da subito. Devi avere coscienza che quell’esperienza è transitoria e dura finché servi».

E pur preparandosi…

«Le difficoltà restano. Quando esci da una carica così sei ingombrante. Essere imparziale mi procurò nemici politici e amministrativi. Bonificai il bilancio della Camera del 19% ogni anno: la spending review l’ho applicata ben prima di Mario Monti».

Secondo lei abbiamo completamente capito e metabolizzato la stagione di Tangentopoli?

«Metabolizzato sì, capito forse no. Tangentopoli è servita a cambiare la politica, ha distrutto i partiti e, a volte, anche delle persone. Ma non ha distrutto la corruzione».

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Chi è e chi è stato Umberto Bossi?

«Chi è adesso non lo so, non vedendolo da anni. È stato la persona che ha reso davvero possibile la Seconda repubblica. Lui e Berlusconi sono una coppia simul stabunt simul cadent. Bossi ha portato la legittimazione popolare, Berlusconi gli strumenti. E con un riuscito matrimonio d’interessi sono diventati vincenti».

Berlusconi è l’Ercolino sempre in piedi della politica?

«Non lo definirei così. Berlusconi continua a dare le carte. È una persona che ha mantenuto lo spazio del centrodestra moderato, orfano della Dc. Ho dissentito sul primo accordo con Matteo Renzi: che significava opposizione non belligerante?».

E il Renzusconi di adesso lo approva?

«Questo è un accordo tecnico, finalizzato a una legge specifica. Berlusconi trova ancora le formule per presidiare quell’area priva di forze alternative».

Un’area in cui si riconosce, forse più che nella Lega attuale?

«Mi riconosco in quest’area moderata in base ai motivi originari della Lega, nella quale è sempre stata viva l’idea di uno Stato che rispetti i valori della cultura e delle libertà locali. Libertà e identità sono le parole chiave della Lega delle origini. Chi mi dà questo ha il mio voto».

E anche la sua candidatura?

«Come lei sa adesso faccio l’imprenditrice, un’attività che mal si concilia con la politica. Ho fatto un’esperienza più affettiva che efficace come capolista della Lega a Roma, ma il risultato è stato modesto».

Esclude di candidarsi?

«Adesso non ci penso. Faccio un lavoro che mi assorbe: promuovo il made in Italy in Cina».

Stando alle cronache sembra sia la Cina a prendersi l’Italia.

«Sì, a causa dell’incapacità della nostra politica di governare questo fenomeno. La Cina è una grandissima risorsa, un Paese che cura il proprio benessere e la propria crescita e con il quale si può lavorare bene se si hanno idee chiare e personalità. Le nostre istituzioni non hanno né l’una né l’altra. Amiamo dare di noi stessi l’immagine di un Paese del lusso e del futile, dimenticando che la forza dell’Italia è stata la sua capacità di progettare e realizzare uno Stato moderno a partire da un Paese agricolo e ignorante. Questo potrebbe fare di noi un grande partner della Cina. Ma ci comportiamo come nobili decaduti che non hanno voglia di lavorare».

La Seconda repubblica l’ha delusa?

«Sta durando troppo. Dovevamo destrutturare il precedente sistema per costruirne uno nuovo. Invece siamo sopra le macerie senza che si veda il nuovo progetto. Manca la visione di uno Stato capace di servire gli interessi più deboli e di inserire l’Italia al posto che merita. Ci accontentiamo della cena con Barack Obama o di stringere la mano a Donald Trump, ma la verità e che non contiamo niente».

Le piace la Lega nazionale di Matteo Salvini?

«Mi piace: la prospettiva nazionale appartiene alle origini. Ricordo quando, nel 1991, andammo con una decina di persone a tenere un comizio a Napoli. Molte altre volte siamo andati al Sud per far nascere le sezioni».

E il lepenismo le piace?

«No. Quella destra ha un’origine culturale diversa dalla nostra, che è popolare e identitaria. La Lega è un movimento delle Italie plurali, che non ha niente a che vedere con le forze sovraniste francesi».

Il tratto di unione è il rifiuto dell’accoglienza degli immigrati.

«Sono d’accordo a contrastare l’immigrazione perché e una forma moderna di tratta degli schiavi. La risposta vera però dev’essere politica: la cooperazione non è più sufficiente. Bisogna richiamare alle loro responsabilità gli Stati complici, molti dei quali sono quelli di provenienza».

Che cosa pensa di papa Francesco?

«Che è un gesuita estremamente in gamba. La sa lunga in termini di comunicazione e lascia che tre quarti del mondo lo trovi rivoluzionario, mentre lui non fa che ripetere con grande chiarezza la dottrina della Chiesa, spostando l’accento sulla misericordia. Mi piace molto. Non condivido le accuse di essere troppo innovativo. Al contrario, vedo molta ignoranza in queste critiche».

Le piace anche il suo magistero dell’accoglienza?

«Il Papa fa il Papa. E ci ricorda che gli immigrati sono persone che hanno una dignità. Non indica una linea politica. Tocca ai politici prendere le decisioni. Con Salvini spesso cito il catechismo dove dice che l’accoglienza è doverosa “nei limiti del possibile”. Il che vuol dire che ci sono istituzioni che devono fare di più per rimuovere le cause, contrastando all’origine il flusso migratorio».

A cena con Bergoglio o con Trump?

«La conversazione della cena si addice di più a un presidente. Ma un ritiro con Bergoglio lo farei volentieri».

Cosa pensa dell’altro Matteo?

«È un bravo comunicatore. Però è anche moltissimo borghese, nel senso che la sua è una sinistra adatta ai ricchi e ai colti, ma che lascia indietro il popolo».

E di Beppe Grillo?

«Ottimo uomo di spettacolo. Come politico mi ha sorpreso perché pensavo mollasse prima. Però, a questo punto, è ora che tiri fuori una proposta. L’onestà è un prerequisito del far politica. Tutta l’anima dei 5 stelle è un discorso sul metodo: i contenuti oggettivi e la visione restano ignoti».

Perché a un certo punto la sua esperienza televisiva si è fermata?

«Mi sono concentrata sul lavoro d’impresa e non mi sono più stati proposti programmi adatti. Ma è stata un’esperienza positiva».

Che cosa farà Irene Pivetti da grande?

«Svilupperò questa piattaforma di affari tra Italia e Oriente, Cina prima e Via della seta. Poi farò qualche bella vacanza di trekking».

La Verità, 4 giugno 2017

Perché anche in tv l’accozzaglia batte il golden boy

Venti punti di distacco tra il Sì e il No: molti più del previsto. Riavvolgiamo il nastro di questi mesi, a caccia del meglio e del peggio delle esibizioni dei protagonisti. In televisione, nei confronti, nelle scelte di campo.

Il goldeb boy del Sì. L’altra sera Giovanni Minoli ha chiesto a Gianni Rivera chi era il marcatore che temeva di più. L’ex golden boy ha risposto: «Ero io stesso quando giocavo male». Matteo Renzi ha giocato male dall’inizio alla fine della campagna referendaria. Massimo Cacciari, che ha votato Sì, ha detto che «la responsabilità di questo risultato è al 99 per cento» sua «e della sua scriteriata presunzione». Renzi ha sbagliato la prima mossa dichiarando che sull’esito del referendum si giocava tutto e promettendo che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. La famigerata «personalizzazione» ha trasformato il referendum sulla Costituzione in un referendum sul premier, spaccando il Paese in due com’era ai tempi di Berlusconi. Il secondo errore, effetto collatorale del primo, è stato l’esasperante presenzialismo televisivo che ha provocato il rigetto dei telespettatori-elettori. Gliel’avranno consigliato gli spin doctor o ha sbagliato da solo? La sua attività di governo è coincisa con la campagna referendaria sulla quale ha piegato elargizioni e promesse dell’ultim’ora. Anche il Marchese del Grillo perde. E dà il meglio nel discorso della sconfitta, come già accaduto in passato. Egocentrico.

I mastini del No. Renzi si è fatto male da solo, ma Matteo Salvini e Renato Brunetta hanno giocato la loro partita in una campagna tutta sangue sudore e sondaggi. Sono stati i faticatori dell’«accozzaglia» che non tirano indietro la gamba in mezzo al fango. Il leader leghista si è buttato nella mischia, ma avrebbe preferito spostare la battaglia sull’immigrazione e sul potere delle banche. Ancora più aggressiva la marcatura di Brunetta, non a caso evitato dal premier in tv, pronto a mobilitare anche la consorte via Twitter. È stato lui a decretare: «Renzi, game over». Arcigni.

La squadra del Sì. Chi l’ha vista? Maria Elena Boschi e Graziano Delrio ridotti ai minimi termini. Indebolita dallo scandalo di Banca Etruria, la ministra per le Riforme ha tentato di evitare i duelli, a cominciare da quello con Salvini. A Otto e mezzo è stata beccata a suggerire a Lilli Gruber di togliere la parola all’interlocutore (Valerio Onida). Dopo la presenza da pecorella smarrita a DiMartedì, Delrio non si è più visto. Considerate queste prestazioni, Renzi aveva minacciato di boicottare i talk show. Per riempire il vuoto è rispuntato Pierferdinando Casini. Desaparecida.

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

I registi del No. Beppe Grillo in prima linea, Silvio Berlusconi più defilato, ma determinante nell’ultima fase per non lasciare campo libero al M5S. Obiettivo raggiunto a metà. Pur infiacchito dalle polemiche sulla giunta romana, il leader pentastellato si è caricato la campagna sulle spalle duellando alla pari con Renzi, senza invadere come lui le tv. Ispirati.

I cattivi maestri del Sì. Gli endorsement non portano voti. Anzi, quando lo scontento è diffuso e l’insofferenza elevata è facile che li tolgano. Il sostegno accorato di Giorgio Napolitano e quello in extremis di Romano Prodi hanno creato il corto circuito: come mai gli uomini della casta stanno con Renzi? Datati.

I prof del No. Li aveva scelti lui come avversari stagionati su cui maramaldeggiare e per far passare l’idea che chi è contro la riforma appartiene al passato. Invece, sia Gustavo Zagrebelsky che Ciriaco De Mita si sono rivelati alquanto ostici. La forza tranquilla della conoscenza. Resistenti.

I business del Sì. Schierato, schieratissimo il mondo imprenditoriale, da Vincenzo Boccia (Confindustria) a Sergio Marchionne (Fca), da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Flavio Briatore (Billionaire). Con una motivazione: i mercati hanno bisogno di stabilità. Furbi.

Sabrina Ferilli, tra i protagonisti della serata del «Fatto quotidiano» intitolata La Costituzione è NOstra

Sabrina Ferilli protagonista della festa del «Fatto quotidiano»: La Costituzione è NOstra

I fattoidi del No. Pancia a terra senza se e senza ma contro questa riforma. Se un tempo c’era il partito di Repubblica, dopo l’adunata di venerdì scorso si può parlare del movimento del Fatto quotidiano. Marco Travaglio: «Renzi pù che un premier è uno stalker»; Carlo Freccero: «La politica è diventata marketing»; Sabrina Ferilli: «Ci vogliono dividere sulla Carta che ci ha sempre unito». Movimentisti.

La Verità, 6 dicembre 2016