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«Tutto questo rap rovina la nostra melodia»

 L’incanto di Venezia, la poesia della musica e la magia del cinema. Siamo in uno studio sul Canal Grande, a un campiello di distanza dal museo Peggy Guggenheim. La prima volta di Pino Donaggio a Sanremo fu nel 1961: «Come sinfonia avrebbe dovuto cantarla Mina. Ma finito il Festival la incise davvero e adesso Pedro Almodóvar l’ha ripescata per il suo Dolor y gloria, che uscirà il 22 marzo. È anche nel trailer, venga che glielo faccio vedere».

Che giudizio dà di questo Festival?

«Positivo. Claudio Baglioni è un grande musicista, che ci capisce quando c’è da scegliere le canzoni. Poi si è rivelato anche uomo di spettacolo, dimenticandosi di essere cantante».

Mica tanto.

«Sì, è vero, canta parecchio. Però partecipa agli sketch, se la cava bene».

Giovedì sera ha cantato Io che non vivo con Alessandra Amoroso.

«Non mi aveva detto nulla. Ho capito quando hanno parlato di una canzone del 1965 che aveva venduto milioni di dischi».

Una sorpresa.

«Molto gradita, poi Alessandra Amoroso mi è sempre piaciuta. Si è anche commossa».

L’anno scorso era presidente della giuria di esperti.

«Quest’anno c’è Mauro Pagani, un altro amico. Al festival di Mike Bongiorno e Piero Chiambretti ho fatto anche il direttore artistico con Giorgio Moroder e Carla Vistarini».

Nel 2015 le consegnarono un premio alla carriera.

«In realtà, era un premio per Io che non vivo. È un evergreen, come Quando quando quando. La cantano a X Factor inglese, australiano, nei film americani. Carlo Conti è stato bravo a ricordarsi dei 50 anni della canzone».

Fu fatta conoscere da Dusty Springfield, una concorrente che partecipava con un altro brano: furba?

«La intitolò You don’t have to say you love me. Ha venduto più di 80 milioni di copie, tra tutti gli interpreti che l’hanno cantata, Elvis compreso».

Dusty Springfield?

«La rividi vent’anni dopo a New York. Non so se si può dire che è stata furba. Al festival di allora c’era la doppia interpretazione con un inglese o uno spagnolo che spalancava i mercati esteri. Lei era stata eliminata, ma la sera dopo in platea si commosse con la mia canzone. La mattina, prima di ripartire, trovò il disco in un negozio. Una fortuna che la Emi l’avesse già distribuito».

Quando scoprì tutta la storia?

«Quando era prima in classifica in Gran Bretagna da 3 settimane e aveva già venduto un milione di copie, come riportava Billboard che mi mostrò il mio editore Curci».

Il festival di quest’anno è uguale a quello dell’anno scorso?

«Non si cambia una cosa che funziona, si ritocca cambiando i partner. Sperimentare è difficile».

Il suo giudizio sulle canzoni?

«Tecnicamente buono. Si sono un po’ allontanate dallo stile italiano, ma è un processo iniziato da tempo. Invece che sulla melodia si punta sui testi perché tante sono quasi parlate. Così, quando arrivano Andrea Bocelli, Marco Mengoni o Giorgia si respira».

Le sue preferite?

«Quelle di Daniele Silvestri e di Simone Cristicchi. E quella di Loredana Bertè, più classica. Cristicchi la sua può cantarla solo lui, non certo gli americani. In generale, c’è troppo rap».

Serve per darsi una patina di modernità?

«È un genere arrivato dall’America. Le parole prevalgono sulla musica, tendenza iniziata con i cantautori. Tiziano Ferro ha cambiato ancora, non propone più strofa ritornello strofa. Adesso invece si alterna la strofa melodica a quella rap».

Tanto rap poca possibilità di esportare?

«Non lo possiamo certo vendere in America dove ce l’hanno già. La nostra forza è la melodia, veniamo dal melodramma, dalla canzone napoletana. Guardi Andrea Bocelli e Il Volo. Ma appena c’è qualcosa di melodico lo attaccano, per spingere il rap che non è roba nostra. Fossi stato nei ragazzi del Volo non sarei andato in gara».

Cosa pensa della polemica sul conflitto d’interessi di Baglioni?

«Non ne so molto. Se la Rai ha accettato questo sistema vuol dire che le va bene. Ma dovrebbe controllarlo».

Può sbagliare anche la Rai?

«Certo. Come in tutti i posti, ci sono persone oneste e disoneste».

Suo padre la voleva violinista classico?

«Diventare solista per suonare nei grandi teatri era anche il mio sogno. Con il violino ero bravo. A 12 anni facevo già concerti di classica col mio gruppo. Ho tradito il mio strumento».

Richiedeva troppo sacrificio o fu sorpreso dal successo?

«Il successo fu imprevisto. Ero cresciuto sentendo mio padre che suonava con la sua orchestra in un locale. Il cantante era Sergio Endrigo che di giorno faceva il lift all’hotel Danieli. Mio padre invece lavorava all’Enel».

Viveva immerso nella musica.

«In vacanza ad Auronzo di Cadore facevamo le gare di rock and roll. Un’estate, avevo 16 anni, cantai Dayana di Paul Anka e capii che piacevo. Una volta tornati a casa, chiesi a mio padre di cantare con lui, visto che Endrigo non c’era più. Anche lì fui applaudito, lui diceva perché ero suo figlio».

Il violino era già dimenticato?

«No. Dai Solisti Veneti ero passato al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ricordo che sul treno Milano-Venezia abbozzavo delle melodie. Una volta a tempo perso andai alla Curci, in Galleria del Corso. C’era il maestro Giovanni D’Anzi, quello di O mia bela Madunina. Che disse: “Canta come un selvaggio, ma la musica la conosce e scrive bene”. A quel punto mio padre si convinse anche perché firmò lui il contratto non ero ancora maggiorenne».

Quando sbarcò a Sanremo?

«Nell’estate del 1960 scrissi Come sinfonia e alla Curci dissero subito che bisognava mandarla al festival. Mina era già in ballo con altri due brani, ma insistette con Ezio Radaelli perché la cantassi io. Lui mi ascoltò e diede il suo assenso. Qualche giorno dopo la si sentiva già per strada».

Era un cantautore di successo.

«A Sanremo vinse Betty Curtis con Al di là, secondo Adriano Celentano con 24mila baci, poi Milva e Mina con le due canzoni. Io arrivai sesto, ma passata l’onda di Celentano andai primo in classifica».

Difficile tornare al conservatorio.

«Avevo detto al mio insegnante che sarei tornato dopo una settimana. Quando mi presentai dopo un mese non mi volle. Lasciai anche I Solisti veneti perché la mia notorietà era diventata un problema».

Dalla canzone alle colonne sonore fu come saltare da un vaporetto a una nave da crociera?

«Anche quella fu un’occasione imprevista. Non ero pronto a scrivere per il cinema».

Invece?

«Una mattina all’alba che tornavo da una serata mi vide Ugo Mariotti, giovane produttore di A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg. Lui era sulla riva del Canal Grande e io l’unico passeggero del vaporetto che gli sfilava davanti. Era un film di parapsicologia… e Mariotti vide in quell’immagine una premonizione. Qualche ora più tardi mi telefonò spiegandomi l’idea. Pensavo: possibile che chiamino me per un film con Julie Christie?».

Convergenze astrali.

«Incontrai il regista che non sapevo una parola d’inglese. Mi spiegò la musica che voleva e dopo una settimana gli feci ascoltare i temi. Ma al produttore esecutivo inglese non piacquero: “Si sente che non ha mai lavorato per il cinema”. Invece quello americano che metteva i soldi disse: “Se la musica è questa che problemi abbiamo?”. Vinsi il premio come miglior colonna sonora dell’anno in Gran Bretagna. Secondo si classificò George Martin, produttore dei Beatles, per 007 – Vivi e lascia morire con la canzone di Paul McCartney».

Si aprì un’autostrada.

«Composi per alcuni registi giovani, poi mi contattò Brian De Palma. Disse che aveva visto A Venezia… un dicembre rosso shocking a occhi chiusi. Bernard Hermann, il suo musicista di fiducia, era morto da poco».

Ha composto per molti film di De Palma.

«Domino che uscirà tra qualche mese sarà l’ottavo».

Com’è nata questa sintonia?

«Il mio modo di scrivere si adatta alla sua sensibilità. Ci incontriamo, prendiamo nota dei punti dove mettere la musica, torno in Italia, scrivo, torno a New York. Per Carrie, lo sguardo di Satana partirono gli applausi: “Questa scena l’ho vista davvero per la prima volta con la tua musica”, disse».

Strano che i suoi studi classici l’abbiano portata a comporre colonne sonore per thriller e horror.

«Ho cominciato con quei generi e continuano a chiamarmi per quelli. Ma ho fatto anche commedie come Non ci resta che piangere, film di Carlo Vanzina, di Liliana Cavani e i film politici di Giuseppe Ferrara».

Terence Hill e Tinto Brass sono veneziani.

«Terence Hill mi ha cercato per Don Camillo, poi ho scritto anche per le sue serie. Brass è un amico, ma non mi mostra le scene: “Mi fai un reggae che devo girare la scena di un massaggio?”. Quando ho visto il film, altro che massaggio. Ne ho fatti tre con lui, poi mi sono fermato. Vuole musiche firmate, le ha chieste anche a Ennio Morricone e Riz Ortolani».

Quanto c’entra Venezia nel suo lavoro?

«Moltissimo. Ho scritto anche a Milano e in America, ma qui è un’altra cosa. Se non ti viene l’ispirazione esci di notte e sei già dentro un thriller. Oppure vado al Guggenheim, la mia passione è la pittura, a Punta della Dogana, a Ca’ Rezzonico. E quando torno mi metto a scrivere. Su quella parete ho messo un grande specchio perché così posso vedere l’acqua mentre sono al pianoforte».

Com’è nata la collaborazione con Massimo Ranieri?

«Mi ha chiesto una canzone, per un nuovo album di inediti, tra i quali ci saranno un brano di Bruno Lauzi e uno di Domenico Modugno trovati da lui».

Altri progetti?

«Finalmente si è sbloccato il film sulla vita di Enzo Ferrari che sarà interpretato da Robert De Niro e diretto da Barry Levinson, il regista di Rain man. Poi sono molto contento di aver scritto un disco per I Solisti Veneti, l’avevo promesso a Claudio Scimone. È la chiusura di un cerchio».

È pentito di aver tradito il violino?

«No, visto come sono andate le cose. Il mio sogno era il violino, la mia forza è la composizione. Non ho rimpianti, il violino lo faccio suonare agli altri».

 

La Verità, 10 febbraio 2019

Montalbano batte Sanremo ma non convince

Gli ascolti sono sempre da record: 11,1 milioni di telespettatori battono in termini assoluti anche le serate del Festival di Sanremo appena concluso. Andrea Camilleri è sempre un mostro sacro e Il Commissario Montalbano un architrave della televisione degli ultimi vent’anni, tanto è longeva la serie con Luca Zingaretti (Rai 1, lunedì, ore 21.35, il primo di due episodi inediti). Ma forse, ahinoi, qualche crepa si comincia a intravedere. E forse, se non proprio toccare, gli intoccabili si possono almeno cominciare a sfiorare.

Anche a Vigata arrivano dunque i migranti e Montalbano è chiamato a collaborare ai soccorsi e all’accoglienza. Si vedono un flautista tunisino scappato dal Maggio fiorentino, una ragazza violentata sul barcone da due scafisti, un migrante morto in mare, portato dalla risacca davanti alla casa di Salvo. C’è, infine, una nave della Guardia costiera attraccata a un porto di cui finora non si aveva contezza. Ma non è questa l’unica sorpresa della Vigata di L’altro capo del filo, l’episodio tratto dal romanzo scritto nel 2016, quando non si profilavano né il governo gialloblù né i porti chiusi. L’altra stranezza è che nel paesino senza semafori né auto e dove il commissario si sposta sempre con una Fiat Tipo, c’è anche una maison sartoriale con boiserie e scaffali pieni di stoffe pregiate che dà lavoro a 5/6 persone, tra cui un giovane impiegato che s’innamora inspiegabilmente della sarta ben più vecchia di lui. La quale, ancor più inspiegabilmente, viene brutalmente assassinata. Addio abito su misura con il quale Montalbano avrebbe dovuto presenziare a un 25º di matrimonio in Friuli con la compagna Livia (Sonia Bergamasco). Nella regione del Nordest, tuttavia, andrà ugualmente perché colà si sciolgono i nodi delle indagini.

Già al momento della messa in onda, sui social si è scatenata la bagarre per la comparsa dei migranti nel giallo tv più amato dagli italiani. Tuttavia, dopo l’estenuante querelle festivaliera, Matteo Salvini ha subito provveduto a raffreddare il tentativo di bis twittando un inequivocabile «Io adoro Montalbano». Continuando a parlare di fiction – nave della Guardia costiera e grande sartoria a parte – vanno però rilevate altre incongruenze. In particolare, l’assenza di nesso tra la parte umanitaria e le indagini, anch’esse con qualche incertezza (la dinamica dell’omicidio del marito della sarta). Ma soprattutto, ciò che più dispiace, con l’irruzione dell’attualità la perdita dell’a-storicità di Vigata, quella sua dimensione di luogo sospeso nel tempo, e perciò rassicurante. Nonostante crimini e delitti.

 

La Verità, 13 febbraio 2019

Spinoza Live smaschera il festival di piaggeria

Le canzoni? Le canta, le cita o le fa citare. Dopo Claudio Bisio è toccato a Pio e Amedeo inchinarsi ai testi del cantautore-conduttore nell’esibizione più sulfurea del festival. Istruzioni a Claudio Baglioni su come fare tris nel 2020, con loro due al fianco. Anzi, mettendosi di fianco: «Magari tu fai un cartoon, una cosa tipo Baglion… se non lo prende la Rai lo vendiamo a Mediaset…». Il segreto però è niente ospiti stranieri: «Dilla tutta che lo facciamo al 100%. Prima…» «… gli italiani», ha completato lui. Ottima performance, rovinata dal pistolotto finale con citazione da Uomini persi: «Anche questi cristi/ Caduti giù senza nome e senza croci/ Son stati marinai dietro gli occhiali storti e tristi/ Sulle barchette coi gusci delle noci…». Festival di piaggeria.

«Il vincitore di Sanremo andrà all’Eurofestival. Dove potrebbe trovare Berlusconi»; «Pubblico tutto in piedi per Riccardo Cocciante. Che bastardi»; «A Patty Pravo invece dei fiori hanno consegnato le opere di bene»; «Motta canta Dov’è l’Italia? L’ha scritta durante gli scorsi Mondiali»; «Sanremo è l’apostrofo rosa tra un duetto di Baglioni e uno spot della Tim»; «Ricordiamo che in questo momento le tv del Venezuela stanno parlando della drammatica situazione a Sanremo»; «Stavo pensando che avendo vinto Sanremo Giovani l’anno scorso, Ultimo avrebbe potuto ritirarsi all’apice della carriera»; «Quando vedo duetti in cui non è coinvolto Baglioni me lo immagino dietro le quinte legato tipo Ulisse». Sono alcuni dei tweet di Spinoza Live, account di Spinoza.it, antidoto cult alla lentezza liturgica delle serate. Viva l’irriverenza.

 «Ho sempre detto di no perché è una fatica immane, ma se mi alleno bene non lo escludo». Ha risposto così Al Bano Carrisi a Giorgio Lauro e Geppi Cucciari di Un giorno da pecora che gli chiedevano se avesse mai pensato di condurre Sanremo. «Anni fa me lo proposero, ma ora sulla base delle due trasmissioni che mi hanno fatto condurre su Canale 5, ho notato che ci potrebbe essere una chiave nuova». Che sarebbe? «Basta aver visto 55 passi Nel Sole per capirlo…». Quanto all’edizione in corso Al Bano ha commentato: «Se fossi stato al posto del mio amico Baglioni avrei tagliato un po’ di più certe referenze nei miei confronti». Troppo autoreferenziale? «Sì. Ma non so se sia un difetto o un pregio». L’occhio del critico.

 Ma se non fosse stato «meno invadente dell’anno scorso» Baglioni che cosa avrebbe potuto fare? Fra i tanti, dittatore artistico è il nomignolo più adeguato al suo egocentrismo. «In realtà il Festival di Sanremo è il gruppo spalla del concerto di Baglioni», ha sintetizzato @fraguarino su Twitter. Straripante.

La Verità, 8 febbraio 2019

 

Il Festival degli «amici e compari» perde ascolti

Camminare dritti, allineati e coperti. Il binario è stretto e come ci si sposta un attimo si rischia il precipizio. È cominciato il 69° Festival di Sanremo, mancano tre serate all’alba di domenica. Di alba si deve parlare, considerata la lunghezza delle nottate dall’Ariston. Dopo l’ultima canzone la linea passa direttamente a Unomattina che inizia a scandagliare classifica e dietro le quinte. Poi, di collegamento in collegamento, si arriva alla nuova serata. Dunque, pochi margini di manovra e festival contratto, ingessato, con poca verve. Il dittatore artistico e i suoi vicepremier fanno squadra, stretti sul palco. Claudio Baglioni, Virginia Raffaele e Claudio Bisio sembrano un governo in scadenza. Non perché litigano come quello vero, ma perché il capo è stato nominato dalla dirigenza precedente.

Se si muovono di lato, diciamo a destra senza implicazioni, spuntano le insidie della politica e meglio non parlarne più come ha esortato Bisio. Se inclinano a sinistra sempre senza implicazioni, lato musica e artisti, ecco il campo minato del conflitto d’interessi con l’incombente Friends & Partners, amici e compari, ad allungarsi sul palco (s)fiorito, dove di «armonia» neanche l’ombra. A guardare verso l’alto non è che vada meglio, rapporti formali con i vertici a cominciare dal direttore di Rai 1 Teresa De Santis. Quindi, portiamo a casa il risultato e buonanotte ai suonatori, ai cantanti e anche al pubblico, estenuato e parecchio meno di quello dell’anno scorso (10,08 milioni e il 49.5% di share contro 11,6 milioni e il 52.1% del 2018): il risultato più basso dal 2008. Come mai questa débàcle? In fondo, è semplice. L’edizione numero 69 del festivalone è ripresa dove si era fermata la numero 68. Nessuna novità, nessun guizzo. Sono cambiate le spalle del direttore, il copione no. Ci si aspettava lo smalto della Raffaele, ma cambiata di ruolo risulta contratta anche lei. Non a caso dà il meglio come Mary Poppins. A questo punto l’unica parte dove voltarsi è l’autoreferenzialità, la conduzione egoriferita. Ancor più dell’anno scorso: un lungo megaconcerto di Baglioni intercalato dalle canzoni in gara. Pronti via e parte Via, cantata a tre voci. Il monologo dell’impacciato Bisio è sul direttore sovversivo di Passerotto non andare via, con incorporata caduta di stile sui migranti «paciarotti, col pentolone, che cantavano Hakuna matata». Tra una canzone e l’altra – Abbi cura di me di Simone Cristicchi la migliore, quindi non vincerà – i duetti con lo stesso Bisio, Andrea Bocelli, Giorgia. Fortuna che quest’anno il direttore-conduttore è meno invadente…

La Verità, 7 febbraio 2019

«A Sanremo Mina e Tim stupiranno ancora»

Mina torna a Sanremo. Con la Tim, come l’anno scorso. In voce e in digitale. La più grande cantante italiana, l’artista che non compare pubblicamente da quarant’anni, dovrebbe cantare un brano americano. Non è sicuro al 100% perché sui contratti manca ancora la firma, questione di ore. «Sarà qualcosa di sorprendente», concede Massimiliano Pani, che di Mina è anche il produttore. Nella serata finale del Festival 2018 un ologramma comparve sulla scalinata dell’Ariston. L’avatar di Mina cantò Another Day of Sun tratto dalla colonna sonora di La La Land. Quest’anno che cosa inventeranno lo sponsor unico della kermesse e l’artista che vive a Lugano? Di sicuro si rinnoverà il racconto in cinque episodi, uno per sera, ideato da Luca Josi, direttore della struttura Branded Strategy e Media del marchio e creatore della formidabile campagna, che dura da più di due anni, con il ballerino Sven Otten, in arte JSM. Sarà una piccola soap opera, con sorpresa finale. «Non posso anticipare nulla», si ritrae Pani, «finché i contratti non sono firmati. Se dovesse essere confermata la canzone su cui si sta lavorando, sarà una cosa veloce e positiva. Di un genere musicale inaspettato».

Siamo a Lugano, studi della Pdu Productions, casa discografica di Mina, con Massimiliano, 55 anni, figlio della cantante e di Corrado Pani.

Com’è nato il vostro coinvolgimento con il brand della telefonia?

«Mia madre si fida di Luca Josi. Ne apprezza la genialità e il coraggio. Sono due visionari, due pazzi sani che si divertono. La riuscita di questa collaborazione deriva da questa intesa, dalla stima reciproca».

Si conoscevano già?

«C’era una conoscenza pregressa, che risaliva a quando Josi era in Einstein Multimedia. Una volta in Tim, sapendo che Mina ama l’originalità, le ha proposto qualcosa di innovativo. E lei, che negli ultimi anni aveva rifiutato diversi abbinamenti, ha accettato».

In passato ha collaborato a diverse campagne. Si ricordano le réclame di Barilla…

«In sessant’anni ha fatto una decina di abbinamenti; ci sono artisti che ne fanno uno all’anno. Se si riguardano i caroselli della Barilla si vede ancora adesso quanto fossero in anticipo. Lei cantava una canzone e il prodotto compariva solo nel codino».

Perché si è convinta a collaborare con Tim?

«Perché non era uno spot tradizionale, ma una specie di helzappoppin. Credo che le campagne Tim siano la comunicazione pubblicitaria più all’avanguardia dell’ultimo decennio. Prima il testimonial era Pif. Per trovare una claim altrettanto efficace bisogna tornare a Massimo Lopez e alla telefonata che allunga la vita».

Cosa c’era di originale in questa campagna?

«Josi non ha preso un pezzo già noto e digerito dal pubblico. Ha scelto All Night di Parov Stelar e l’ha fatto cantare a un’artista trasversale a tutti i pubblici, anche lei colta e pop. Ha preso una cantante fuori dal tempo per rivolgersi ai ragazzini, i veri clienti di Tim. È stato un di giro della morte. Un esempio di comunicazione leggera, divertente, creativa».

Che ha portato avanti un discorso, pur cambiando ambientazione.

«All’inizio sono andati in onda anche i filmati del pubblico, gruppi di ragazzi a scuola, marinai sulle navi… Poi sono spuntati Stanlio e Ollio. Ora c’è Piazza Navona che collega le Dolomiti, la Torre di Pisa in un’unica grande piazza che è l’Italia. Cambia il visual, ma il phil rouge è la voce di Mina. Fino alla soap opera intergalattica di Sanremo, con l’astronave in avvicinamento alla terra comandata da un’aliena».

Com’è stato realizzato l’ologramma della serata finale?

«Il fotografo e pittore Mauro Balletti, che dal 1978 è l’unico a poterla riprendere e fotografare, ha creato un rendering del volto e del corpo di Mina, un avatar digitale che ha i suoi lineamenti e i suoi movimenti».

L’avete rappresentata come un’aliena perché Mina è un’assenza presente nella vita italiana? Una protagonista lontana che può sempre comparire?

«È un’aliena per le scelte che ha fatto, perché ha capito alcune cose prima di altri. Ha capito che la televisione stava cambiando e allora ha deciso di tirarsene fuori. Nella ricerca estetica, vent’anni prima di Madonna e trenta prima di Lady Gaga ha cominciato a giocare con la sua stessa immagine. Rappresentandosi in tanti modi, persino con la barba… Ha creato una casa discografica per tutelare il suo lavoro. È stata la prima a pubblicare dischi dedicati come MinacantaLucio e Mina quasi Jannacci. Oppure monotematici come Mina canta o Brasil e Napoli».

La modernità, la contemporaneità, l’anticipo sui tempi da cosa derivano?

«Pensa sempre al domani. Mentre generalmente ci si concentra sul presente, lei si concentra sul bello, su ciò che si può fare di innovativo. Su questo Josi è un ottimo partner, forse l’ultima grande testa della comunicazione pubblicitaria, lo dico per come lavora. Vedremo presto che cosa ci riservano per il 2019».

Come si cura l’immagine di Mina?

«Vogue Italia ha dedicato un intero numero a Mina come immagine. La sua carriera va divisa in due epoche. Quella della ragazza che già negli anni Sessanta e Settanta influenzava la moda con la sua intelligenza e la sua personalità. E quella successiva, quando scelse di ritirarsi. E decise di giocare con la sua immagine, affidandosi a un maestro dell’iconografia come Balletti, che ha realizzato le sue idee in un’epoca in cui non esisteva il photoshop».

Mina ha collaborato con alcuni giornali. Che rapporto ha con la comunicazione?

«Scrivendo per La Stampa e Vanity Fair su qualsiasi argomento e non solo di musica, ha dimostrato che ha successo non perché canta bene, ma perché è intelligente. Quando mi chiedevano chi le scriveva i pezzi rispondevo: “Ma con tutto quello che ha fatto nella musica non credi sia in grado di scrivere da sola?”. È una donna attenta a tutto, che ascolta tantissima musica, informata, sempre avanti…».

Come vive le vicende italiane?

«Gioisce e soffre come tutti noi. Non prende parte benché sia stata più volte sollecitata da tutti».

In che modo?

«Ci sono persone popolari che non sono autorevoli o, al contrario, persone autorevoli che non sono popolari. Lei è entrambe le cose. Quel mondo, tutto, man mano che cambiavano i governi, ha cercato più volte di coinvolgerla, ma lei non ha mai considerato l’idea perché non ama il potere e i potenti. È un mondo troppo distante da ciò che ama e sa fare».

È nei social, ha un canale YouTube…

«Ci sono il canale Mina official e Mina Instagram. Questi luoghi digitali raccolgono parte di quello che ha fatto e lo rendono disponibile anche a chi è nato nell’era digitale e non possiede i vinili o non ha visto la tv dell’epoca. Mina ha un pubblico trasversale, composto anche da ragazzi che le riconoscono modernità e atemporalità».

Danilo Rea suona il pianoforte di Arturo Benedetti Michelangeli?

«Sì. Questo pianoforte viene dalla Basilica, la chiesa sconsacrata dove c’era lo studio di registrazione della Pdu a Milano. Benedetti Michelangeli incideva lì per la qualità dell’acustica. Aveva chiesto alla Steinway di preparargli un pianoforte a coda particolare, più lungo e con un legno preciso. Quando glielo portarono suonò due note ma, esigente ed eccentrico, lo rifiutò perché secondo lui il tasto tornava male. I tecnici della Steinway rimasero basiti nel loro camice bianco. Noi lo abbiamo comprato ed è tuttora il nostro pianoforte».

Che cosa significa comporre e arrangiare per Mina?

«Lei ha la capacità d’interpretare ogni genere musicale non a modo suo, ma come va interpretato. Riesce a entrare in un mondo musicale, dalle canzoni napoletane alla bossa nova, dal tango agli standard, nella maniera in cui va fatto e ai massimi livelli. Perciò bisogna essere in grado di passare da un genere all’altro e avere musicisti all’altezza. Questo, tendenzialmente, lo sanno fare meglio i jazzisti. Toots Thielemans suonò per Mina in Non gioco più. Danilo Rea iniziò a collaborare con noi a 21 anni. Nei dischi c’è sempre un brano con arrangiamento jazz. Gianni Ferrio è stato l’arrangiatore per eccellenza di Mina. Abbiamo lavorato con lui fino agli ultimi anni».

Duettò anche con Astor Piazzolla.

«Nel 1972 lo fece invitare a Studio Uno, insieme eseguirono Balada para mi muerte. Per dire che cosa faceva la Rai in quegli anni».

Un altro rapporto duraturo è quello con Adriano Celentano.

«Hanno iniziato insieme da ragazzi. Lei, Celentano, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Cantavano nei locali il rock’n’roll e le canzoni di Elvis prima di diventare cantanti loro stessi. Con Adriano è rimasta grande complicità».

Celentano ogni tanto fa degli show in carne e ossa. Sua madre non è tentata?

«Sono artisti diversi. Adriano è anche attore e performer. Mina si esibiva dal vivo, nei concerti in teatro e in tv. Sono cambiati sia la tv che i luoghi dei concerti. Gli stadi, per esempio, non sono deputati per fare musica, non hanno l’acustica giusta. Con 70.000 persone cambia anche la drammaturgia. Lei privilegiava l’emozione in una dimensione più intima, con l’orchestra. Ha preferito fare dischi in studio».

Canta con Celentano, duetta con Paolo Conte, pubblica un songbook dei successi di Lucio Battisti, scrive un articolo per ricordare Fabrizio De André. Vuole ricostruire la memoria musicale italiana?

«Non so se è questo lo scopo. Lei è un’interprete e cerca di cogliere le canzoni più belle già scritte o che saranno scritte. Perciò a volte fa delle riletture musicali, altre volte pubblica un album di inediti come Maeba».

Come si vive vicino a un’artista così?

«Ho avuto due genitori di grandissima personalità. Mio padre è stato un attore importante e aveva un carattere difficile. Quando gli dicevano che aveva lavorato con grandi artisti del teatro e del cinema rispondeva: “Io di artisti veri ne conosco solo due, Mina e Carmelo Bene”. Mina è una fuoriclasse per il suo modo di pensare».

 

La Verità, 13 gennaio 2019

«Cristo ci ha stravolto la vita e il rock»

Entri nella casa di Francesco Lorenzi, sulle colline sopra Marostica, e sei in un altro mondo. Già l’esterno, interamente bordeaux, promette bene. Dentro sei circondato da legno di rovere e ardesia, davanti a un’enorme parete di vetro che domina la valle a sud. Se l’è progettata e costruita con l’aiuto di un geometra e alcuni artigiani. Al piano superiore living e zona notte, al piano inferiore studio e sala di registrazione. «Ci ho messo un po’, ma ce l’ho fatta. Trovare il terreno e avere i permessi sono state le cose più difficili. Volevo un posto silenzioso, nella natura, in faccia al sole». 35 anni, viso aperto e parlata schietta, Francesco Lorenzi è il leader (autore, cantante e chitarrista) dei The Sun, la band composta con altri tre ragazzi vicentini che a dicembre ha festeggiato vent’anni con un doppio album, 20 appunto. In due decenni il cambiamento è stato profondo: sono diventati cristiani. Il sole però c’entrava anche quando si chiamavano Sun eats hours, traduzione inglese del detto contadino el sol magna ’e ore: il sole mangia le ore, presto fa buio. Solo che per un gruppo punk era una citazione dark.

Dal punk al rock, dall’agnosticismo al cristianesimo: cos’è successo?

«È successo che a un certo punto ho cominciato a guardarmi attorno. Avevo sempre sognato in grande e mi ritrovavo senza pace, armonia, allegria. Privo di un significato di quello che facevo. La musica doveva essere garanzia di una vita speciale, invece… Che cosa mi rende davvero libero, aldilà di una piacevolezza fuggevole?».

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Di solito a questo punto le band si sciolgono.

«Io e Ricky, il batterista, fondatori del gruppo, avevamo deciso di non suonare più insieme. Eravamo prigionieri dei cliché, lui anche dell’alcol. A Matteo, il bassista, invece andava bene così».

Che cosa successe?

«Non riuscivo a scrivere il nuovo album che doveva portarci negli Stati Uniti. Ero incupito. All’epoca convivevo con una ragazza spagnola e la sera del 10 dicembre 2007, quando andai a cena dai miei genitori, persone solide e realizzate, mia madre mi mostrò il volantino che proponeva un incontro di riflessione in una parrocchia: “Magari dicono qualcosa che ti può interessare”, suggerì. La curiosità è che i miei non erano assidui praticanti».

E lei ci andò…

«Pensavo di trovare preti e anziani, invece l’incontro era tenuto da ragazzi della mia età che raccontavano la vita di Gesù attraverso il vangelo di Giovanni. Lo facevano con un tale entusiasmo che ne fui rapito. Mi dicevo: questi ragazzi di lunedì sera si trovano a parlare di Gesù Cristo… Che cos’hanno trovato che io non ho visto?».

Poi?

«La notte ho cominciato a leggere il vangelo e la sera dopo sono tornato perché quel primo incontro era parte di un corso. Vedevo persone luminose…».

La faccenda si faceva seria.

«In una cappellina di quella parrocchia da 22 anni si fa l’adorazione eucaristica 24 ore su 24: persone sostano in contemplazione davanti al tabernacolo. Don Lino Cecchetto – il mio Cecchetto – mi propose di partecipare. Scegliemmo l’ora dall’una alle due del mercoledì notte. Pian piano quel momento ha influenzato il resto della vita».

La sua conversione ha trascinato quella degli altri, sembra una storia un po’ automatica.

«Quasi tutti mi consigliavano di andare avanti come solista. Io pensavo che quello che avevo trovato serviva a poco se non lo condividevo con gli amici di sempre. Ognuno di loro aveva problematiche particolari. Scelsi di affrontare l’argomento prima con Matteo, poi con Gianluca, l’altro chitarrista, infine con Riccardo. All’inizio i miei argomenti risultavano debolucci, poi cominciò a nascere anche in loro qualche domanda. Hanno avuto il merito di fidarsi senza fermarsi alle apparenze. Ora Ricky fa l’adorazione con me».

Il libro in cui Francesco racconta la sua storia con prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Il libro di Francesco, prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Come risuona una conversione in note?

«La musica non poteva più essere puro intrattenimento. Sentivamo l’urgenza di essere costruttivi e vitali, nel senso nobile del termine. Volevamo aiutare le persone a incontrare la bellezza che c’è in ognuno di noi. Certo, tra capirlo e farlo c’è un abisso».

Citando il modo di guardare agli idoli del passato: chiedi chi erano i Beatles; oppure: volevamo essere gli U2. Come sono cambiati i vostri modelli di riferimento?

«I punti di riferimento erano le band della scena punk come gli Offsprings, i Green day, i Bad religion. Avendo suonato insieme ad alcune di loro, cominciavamo a coglierne la debolezza. Quella della rockstar era una parte da recitare: trovata la formula del successo, la si ripete. Ma a vent’anni non sei lo stesso di quando ne hai 50. Fu una delusione. Pensavo che la musica doveva rispecchiare quello che avevamo incontrato. Avevamo una strada nuova davanti, senza idoli da imitare. Era tutto da inventare. Ed era una sensazione di grande libertà».

Come hanno reagito i fan storici?

«Erano incazzati, si sentivano traditi».

E le case discografiche, la critica?

«Con la Rude records, un’ottima etichetta, ci fu il divorzio. Li capisco: aspettavano il quinto album in inglese e io mi sono presentato in ritardo con i pezzi scritti in italiano. Niente disco e tournée saltata: l’incontro con Cristo ci aveva rivoluzionato la vita e la musica, ma si era rivelato un cataclisma professionale. Universal, Emi, Warner si ritirarono: “Queste canzoni sono troppo positive”. Dicendola secca: quello che fa vendere è tirar merda. Non è stato facile non scendere a compromessi, anche perché ci sono argomenti molto convincenti».

Avete tentennato?

«Abbiamo creduto che avremmo trovato spazio. Sarò sempre grato a Roberto Rossi, il direttore artistico della Sony che, non conoscendo la nostra musica precedente, ha avuto più facilità ad accorgersi che la nostra proposta riempiva un vuoto. Sony pubblicò Lo spirito del sole senza toccare una virgola».

Saranno cambiati anche i circuiti dei tour?

«Prima suonavamo nei festival rock, oggi nelle piazze, nei campi profughi, nelle basiliche, nei cinema, nei teatri, negli ospedali, nelle zone di guerra: la musica può circolare ovunque. Abbiamo suonato davanti a papa Benedetto XVI, a papa Francesco, in Terra santa».

Siete una band di christian rock?

«È avvilente che per esigenze giornalistiche ci abbiano affibbiato questo nickname. La nostra musica non ha nulla da invidiare agli artisti che ascoltiamo massicciamente nei network. Stiamo provando a far capire che siamo dei cristiani che fanno rock. Spero sia concesso».

Ne dubita?

«Dobbiamo dimostrare due volte quello che valiamo. In un certo senso è una spinta a dare il meglio di noi. Ma se qualche giornalista scopre la nostra musica perché il figlio viene al concerto, e vuole parlarne in tv o scriverne, quando emerge la nostra storia ed entra in campo il caporedattore, tutto si complica».

I vostri testi si sono riempiti di «luce», «sole», «amore», «scelta», la parola più ricorrente è «destino». Sentite troppo la preoccupazione del messaggio?

«Accetto la provocazione. Sento la responsabilità di trasmettere quello che ho incontrato perché vedo il vuoto esistenziale che deriva dalle produzioni di moda. È più difficile scrivere canzoni con un messaggio costruttivo che distruttivo».

Forse si può entrare nell’attualità con un giudizio, come avete fatto in Le case di Mosul.

«Ci sono canzoni con tonalità più scure come Le case di Mosul, L’alchimista o Dentro di me. Per noi è importante testimoniare che anche dentro esperienze di dolore può esserci una luce».

Le radio vi trasmettono?

«Difficilmente. La musica che passa nelle radio è frutto di accordi editoriali che non sempre considerano la qualità. Se cedi una parte dei diritti d’autore allora il network ti lancia, altrimenti no. Anche le tv premiano talenti prevalentemente estetici. Cantautori come Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Fabrizio de André oggi non esisterebbero».

Che rapporto avete con i social?

«Su Facebook c’è una community di 60.000 fan che s’informa sulla nostra attività. Per il resto, il nostro pubblico non sta moltissimo online».

Avete provato a partecipare a Sanremo?

«La Sony ci ha proposto nel 2010 con Antonella Clerici e nel 2011 con Gianni Morandi, ma alla selezione finale ci siamo fermati. Forse è stato meglio così perché nel frattempo siamo cresciuti. Magari l’anno prossimo, se Claudio Baglioni resterà, ci riproveremo. Si vede dalle decisioni che ha preso sul minutaggio e le eliminazioni che è un musicista».

Ha seguito X Factor?

«Un po’, anche se non è il mio mondo. I Maneskin hanno capito l’importanza della dimensione live, prima di uscire avevano già la tournée organizzata. Che approvi quello stile, no. Ma professionalmente devo riconoscere la qualità del prodotto».

Il cristianesimo coincide con i valori non negoziabili?

«In parte: ci sono argomenti non ritrattabili. La catastrofe del nostro tempo è il relativismo».

Un concetto caro a papa Ratzinger.

«Che amo profondamente. Credo sia giusto ripristinare un pensiero che riconosce l’esistenza del bene e del male, e dove ogni ruolo non sia intercambiabile. L’universo ci racconta un ordine, mentre l’uomo relativista gioca con questo ordine».

È questo il nucleo del cristianesimo?

«Questo ci aiuta a evitare che la confusione ci domini».

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un'udienza in piazza San Pietro

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un’udienza in piazza San Pietro

Più papa Benedetto XVI che papa Francesco?

«Anche papa Francesco comunica verità necessarie. La Laudato sii è una grande enciclica. Sbaglia chi la riduce a un testo ecologico. Bergoglio ha dato testimonianza prendendo posizione contro i poteri forti come i nostri politici non riescono più a fare».

Come guardate alla politica?

«Con grande interesse e grande dolore. Manca una proposta unitaria che rappresenti la sensibilità cattolica. È uno degli aspetti su cui diverse persone mi sollecitano a lavorare».

Il 4 marzo per chi voterà?

«Non ho ancora deciso. M’imbarazza vedere come i politici passino più tempo a criticare gli avversari che a dimostrare la qualità delle loro idee».

 

La Verità, 14 gennaio 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017 

 

Josi: «Così è nato lo spot tormentone della Tim»

Incontri Luca Josi e non sai da dove cominciare. Da Bettino Craxi e i nomignogli che gli hanno affibbiato: Hammamet express, l’apostolo, l’aspirante martire del craxismo, l’ultimo repubblichino della Repubblica di Salò di Craxi? Oppure dai cinque Telegatti vinti quando faceva il produttore tv con Einstein Multimedia, prima di chiudere a causa della vicenda riguardante la fiction Rai Agrodolce? Dal matrimonio con Laura Paglieri, famiglia Felce Azzurra, o da quello con Luisa Todini, famiglia di grandi costruttori? O dal nuovo ruolo di capo della comunicazione di Tim (formalmente: direttore della struttura Brand Strategy e Media), ideatore e curatore, tra mille altre cose, dello spot con il ballerino Sven Otten che ci ha stregato prima durante e dopo il Festival di Sanremo? Forse intuendo i miei impacci, parte lui da quand’era bambino, promessa del nuoto a Genova, due allenamenti e una ventina di chilometri al dì, genitori socialisti nella città dove nacque il Psi e si andava al cinema nella Sala Sivori, luogo della fondazione. Il padre Giuseppe insegna Statica delle navi all’università e, per capire il tipo, a un tal Lelekis fa ripetere l’esame 32 volte. La madre è giudice minorile, poi preside di una scuola privata. Il più ignorante del casato ha tre lauree. L’unica a non aver studiato è nonna Margherita, discendente di Marco Antonio Bragadin, ammiraglio della Serenissima che resistette agli Ottomani nell’assedio a Famagosta (Cipro), poi catturato e scorticato vivo perché rifiutò di convertirsi all’islam. La nonna gli ripete questa storia, ma lui alla fine s’iscrive all’università. Ma siccome, nel frattempo, la passione politica ha scalzato il nuoto, studia a Genova e va alle riunioni dei giovani socialisti a Roma, dormendo in treno. Tre volte la settimana per tre anni, questa è la tigna. Più che un grande irregolare, Josi è una presenza che smuove il senso di colpa collettivo nei confronti di Craxi. Si definisce un «salmone orfano»: salmone perché essere craxiano dal 1992 al 2000 è piuttosto controcorrente, orfano perché nel frattempo il Psi è scomparso. A Roma poi esplode la passione per la storia dell’arte. Tuttora viva al punto che, entrato nel Cda della Fondazione di Telecom, chiamato dal presidente Giuseppe Recchi, si butta nel piano di ripristino del Mausoleo di Augusto a Roma («il più grande monumento sepolcrale del mondo dopo le piramidi, che consegneremo alla cittadinanza in meno di due anni»). Una volta in Telecom, complici altri cambiamenti, nell’aprile 2016 l’ad Flavio Cattaneo gli affida la responsabilità della comunicazione. Nel frattempo è tornato anche l’amore per il nuoto e, a 50 anni, Josi fa ancora i 100 stile libero in un tempo inferiore al minuto.

Dunque, cominciamo dalla fine. Com’è nato questo spot così magnetico, contagioso, virale?

«È nato nella mia famiglia allargata; tra figlie, figli e la mia amatissima compagna Allegra: la persona con cui guardo e condivido meglio il mondo. In casa, anche noi, siamo tenaci navigatori della rete, tutti frequentatori di questo straordinario modo di viaggiare da fermi».

Uscendo dalla metafora?

«A settembre ci siamo ricordati di quel ballerino che avevamo visto qualche tempo prima. Per la nostra comunicazione cercavo qualcosa di semplice nella sua ripetitività – una legge, un mantra, per chi viene dall’avere lavorato coi format – e il ballo di Sven era perfetto. Lo era già nel suo video autoprodotto in bianco e nero, con quelle inquadrature pulite e quel continuo volteggiare degli arti che sembravano indicare i quattro angoli dello schermo lasciato vuoto per poterci inserire le nostre parole».

E la musica?

«C’era già. Sven infatti ballava nella sua camera su All Night di Parov Stelar. Abbiamo preso il binomio completo. Loro due nemmeno si conoscevano. Sven è tedesco, ha 29 anni e una storia perfetta da raccontare: era un programmatore di computer, che per la tendenza ad appesantirsi, con conseguenti problemi alla schiena, aveva deciso di dimagrire e gli era venuta l’idea del ballo. Da autodidatta aveva cominciato a scaricarsi dei tutorial dalla rete per imparare i primi passi, poi si era appassionato a questa musica al punto d’inventarsi un ballo per interpretarla».

Adesso quando la senti nelle sigle della Serie A, nella testa vedi Sven che balla…

«È l’elettro-swing. Lo swing è nato negli anni Trenta e ha rappresentato una reazione, fisica, alla depressione economica. Da lì vengono una serie di sonorità e danze nuove, più spensierate e positive. Nel 2012, Stelar, ha creato questo brano, una versione elettro dello swing. E così, ci siamo ritrovati tra le mani questa chicca».

Un brano che sprigiona energia.

«Come tutto ciò che tira fuori il meglio di noi, regala qualche secondo di allegria, un sorriso e un po’ di buon umore. Questa campagna è diventata precocemente virale. Non era ancora partito il concorso per le reinterpretazioni del ballo rivolto sia ai singoli consumatori che possono mandare un video autoprodotto che ai dipendenti delle aziende che possono proporlo con tanto di marchio del gruppo – su www.ballacontim.it online da mercoledì – che lo spot aveva già prodotto più di 200 imitazioni e una ventina di parodie. Tutte nate spontaneamente; il sogno di ogni pubblicitario».

Rischio di sovraesposizione?

«Sono quei rischi che ognuno si augura sempre di dover gestire».

Quindi, spot stupendo: ma il prodotto è stato comunicato in modo efficace?

«Esistono un’infinità di casi di pubblicità famose per qualità delle immagini e dei suoni che si sono rivelate di scarsa efficacia per il prodotto di cui erano ambasciatrici. Noi abbiamo avuto un risultato eccellente in tutte le sue declinazioni. Al di là della piacevolezza, quella musica e quel modo di portare le parole dell’offerta è talmente semplice che lo spettatore ricorda con precisione il contenuto della proposta commerciale».

È la prima volta che c’è uno sponsor unico al Festival di Sanremo. Come l’avete deciso?

«Ricordiamo la leadership del gruppo presidiando gli eventi e i fenomeni principali della nostra società come la Serie A del calcio o la scuderia Ducati. Ci siamo chiesti quindi quale fosse il Superbowl italiano e la risposta era senza dubbio il Festival di Sanremo che realizza ascolti irriproducibili».

Avrete stanziato un super budget.

«Se intende sugli investimenti pubblicitari la risposta è no. Abbiamo riscontrato però che la percezione, anche da parte degli addetti ai lavori, è stata quella di un investimento infinitamente superiore a quello reale. Il che significa che abbiamo speso molto molto bene i nostri soldi per la resa che hanno avuto. La tempesta perfetta si è vericata a Sanremo dove si sono incontrati l’evento più evento del panorama italiano e lo spot del momento. Quando il nitro incontra la glicerina scaturisce qualcosa di esplosivo».

A proposito di super budget, com’è arrivata Mina?

«Come una cosa bella. A Sanremo ci siamo chiesti: perché le telepromozioni devono essere percepite come un prodotto minore della comunicazione? Così ci è venuta l’idea di creare uno spettacolo nello spettacolo, provando a immaginare un piccolo musical in stile bollywoodiano derivato dallo spot. Recchi e Cattaneo hanno sposato l’idea e sono stati i primi veri sponsor di questa campagna. Si è innescata una sorta d’isteria produttiva: abbiamo avuto il via libera il 15 gennaio e abbiamo iniziato a girare i filmati a Cinecittà il martedì precedente all’inizio del Festival».

E Mina?

«Ho la fortuna di averla amica. Lei ha avuto fiducia nell’idea che le ho proposto. Ed è successo quello che avete visto e ascoltato. La mia più grande preoccupazione era di realizzare qualcosa che fosse rispettoso del suo mito. Mina, che come tutte le persone di genio vive della sua curiosità imprevedibile, ancora una volta ha trovato il modo di divertirsi, stupire e reinventarsi. L’idea di cantare “Tim Tim Tim” è sua. Un guizzo mozartiano di un personaggio dal talento inesauribile».

Da quanto tempo esiste questo rapporto con Mina?

«Siamo amici, ci conosciamo da anni e, appunto, se devo immaginarmi il genio o spiegarlo, penso a lei e a pochi altri. Sono quelle intelligenze carsiche delle quali non riesci mai a capire come costruiscano i passaggi che le portano a intuizioni, a sintesi, che altri producono, faticosamente, dopo percorsi lunghi, concatenati (sempre che le producano). Il genio, invece, all’improvviso ti dà un’intuizione che con istinto animale ti spiazza. È come se fosse già in possesso di una soluzione che agli altri mancava, quello che si definisce “nascere imparato”. Mina è così, una persona imparata in tutte le situazioni, mai fuori luogo, non s’identifica con una stagione attraversandole tutte da protagonista».

C’è un episodio, una frase, una situazione che l’ha particolarmente colpita in questa amicizia?

«Le amicizie e i sentimenti privati si definiscono tali proprio perché lo restino».

Questa campagna della Tim è il suo ritorno pubblico nel mondo della comunicazione. Una sorta di rinascita dopo anni difficili?

«Per rinascere bisogna morire. Vengo da una famiglia di trattori, gente ligure che, se china il capo, vuol dire che sta prendendo la rincorsa per tirarti una testata. Negli anni della tv ho vinto cinque Telegatti, prodotto migliaia di ore del primetime televisivo, organizzato il Live8 del 2 luglio 2005 (il più grande evento musicale italiano). Ho incontrato poi momenti cattivi concepiti da personaggi peggiori (non sono credente, ma credo che convenga anche a questi tizi che Dio non esista). Mi hanno aiutato oltre alla mia famiglia, meravigliosa, poche persone e devo a loro se sono qui. Non sono stati anni facili, ma sono cresciuto con mia nonna paterna che al posto delle favole mi raccontava la storia dell’avo Marco Antonio Bragadin; qualcosa di diverso da Biancaneve. Da parte di mia madre, nelle mezze parole liguri, ascoltavo invece quella del tenente Piero Borrotzu, che a 22 anni si consegnò ai nazisti per scambiare la sua vita con quella dei cittadini di Chiusola. Non c’è un grammo di retorica in questi ricordi: erano uomini come noi, come me; persone che hanno affrontato prove assolute, con coraggio, forza e senso del dovere che riduce a un pizzicotto ognuno dei miei mostri».

A proposito di quei tizi mi permetto di dire che devono sperare nell’esistenza di Dio, perché Lui perdona… Comunque, l’esperienza di produttore tv è la sua seconda vita, la prima è stata la politica. Quando parlava dell’intelligenza di Mina, mi chiedevo come classificasse quella di Craxi.

«Anche di Craxi non si capiva come arrivasse alla sintesi, all’idea finale. Andreotti raccontava spesso che quando andavano insieme a qualche meeting politico, lui impiegava il tempo del viaggio a studiare i dossier, mentre Craxi si sdraiava e dormiva per poi rinvenire quando l’aereo iniziava la discesa. A quel punto, scartabellava velocemente il plico immergendosi in silenzio in quelle carte; una volta raggiunto il tavolo del consesso era però sempre lui quello che poneva il pallino al centro della conversazione focalizzando l’aspetto strategico della questione. E Andreotti lo ricordava con un filo d’ironica invidia».

Lei come lo ricorda?

«Come il mio miglio amico e il mio leader».

Oggi che rapporto ha con il mondo della politica?

«Protetto. Guardo la tv e vedo che c’è un sacco di gente che ne parla, che ne discute; probabilmente, da qualche parte, ce ne sarà qualcuno anche capace di farla. In generale, mi sembrano tempi eunuchi, pieni di personalità calviniste con il prossimo e cattoliche con sé stesse».

Può esemplificare? C’è qualcuno che l’ha particolarmente delusa e, al contrario, qualcuno che le suscita un briciolo di speranza?

«La politica necessita di un fondo di ottusità: quella di sentirsi indispensabili all’umanità. Alcuni, se non lo sono per davvero, risultano almeno utili; l’altra gran parte, sono rinunciabili o interscambiabili. Però la politica è imprescindibile perché dovrebbe servire a reagire alle ingiustizie e alle prepotenze. Perché si occupa della vita di ognuno di noi e se tu non affronti i problemi loro troveranno te e avrai solo perso tempo. Da noi il coraggio e l’impegno ci si immagina abbiano effetti retroattivi. Sopraggiungono dopo sperando che abbiano effetto sulle codardie e le negligenze del prima».

Piercamillo Davigo, presidente dell'Anm (Franesco Garufi)

Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm (Franesco Garufi)

Di recente Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, ha detto che a 25 anni da Mani pulite la politica è ancora più corrotta. Concorda?

«È probabile. In un certo senso Tangentopoli somiglia a una terapia antibiotica interrotta anzitempo, che ha rafforzato la malattia. Craxi fu l’unico ad autodenunciarsi in Parlamento per il problema del finanziamento illecito ai partiti. Tacquero tutti. Non era il: “Tutti colpevoli, nessun colpevole”, ma il tutti colpevoli e basta. Nel frattempo la mitragliatrice di Tangentopoli aveva esaurito il nastro delle sue munizioni e fu così che resistettero i nani e le ballerine. I primi avvantaggiati dall’altezza e le seconde dalla mobilità».

 

Cosa la fece diventare craxiano proprio mentre prendeva corpo l’azione di Mani pulite?

«Sono stato l’ultimo segretario dei giovani del Psi di Craxi. Ci siamo messi a difendere una storia non nostra perché sapevamo ci sarebbe ricaduta in testa. E soprattutto perché pensavo che se fossimo stati così pessimisti da non voler difendere il nostro futuro non potevamo essere, contemporaneamente, così ottimisti da sperare che qualcuno lo facesse al posto nostro. Perché alla fine appare sempre che sono i buoni a vincere. E non perché lo siano per davvero, ma perché vincendo, e scrivendosi la storia, lo diventano».

Si sente un irregolare?

«Un carattere nazionale è ormai diventato il galleggiamento. Io preferisco nuotare e penso, come scriveva Ignazio Silone, che il destino sia un’invenzione della gente fiacca e rassegnata».

Per tornare al punto dal quale abbiamo iniziato: quali sono i grandi progetti su cui sta lavorando il terzetto Tim, Josi, Mina?

«Molti, ma non le rovinerò la sorpresa».

 

La Verità, 5 marzo 2017