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Verdelli, l’alieno che voleva cambiare la Rai senza alleati

Un alieno in Viale Mazzini. In fondo sta tutta qui la storia della resa di Carlo Verdelli, un giornalista e una persona come poche in circolazione. Un professionista avulso dalle logiche romane, allergico al teatrino della politica. Il piano editoriale per l’informazione bocciato con procedura insolita – senza un voto esplicito del consiglio d’amministrazione, convocato in modo «informale» e in sua assenza – è la conclusione finale di una parabola che già da qualche mese aveva virato al peggio. Bocciati il trasferimento del Tg2 a Milano, la suddivisione in cinque macroregioni con l’accorpamento di Tgr e Rainews24, il TgSud diretto a rotazione da Lucia Annunziata, Michele Santoro e Roberto Saviano, e il TgMondo in lingua inglese. «Una persona perbene prende atto che il piano da lui messo a punto viene bocciato perché ritenuto pericoloso e irrealizzabile», ha detto l’ex direttore dell’informazione di Viale Mazzini. «Chi lo propone non può che prenderne atto. Non ci può essere un direttore che non ha la fiducia del Consiglio d’amministrazione». Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale, si è assunto l’onere di «rivisitare» il progetto secondo una mappa che ha nell’informazione digitale, nell’informazione di flusso (la rete all news), nell’integrazione tra tg e reti e nell’informazione per l’estero i quattro nuovi punti cardinali del sistema news. Secondo il consigliere Franco Siddi per avere un nuovo piano «ci vogliono un paio di mesi, forse anche meno». Mentre aspettiamo, proviamo a trarre qualche spunto dalla vicenda.

Antonio Campo Dall'Orto si è assunto l'onere di preparare un nuovo piano editoriale per l'informazione

Antonio Campo Dall’Orto preparerà un nuovo piano editoriale per l’informazione

Di tentativi falliti di riformare la Rai sono lastricati i marciapiedi di tutta la Roma politica. Ogni nuovo governo, contestualmente all’insediamento, annuncia come sua missione prioritaria la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. E, al grido di «fuori i partiti dalla Rai», promette di tenersi lontano dalle nomine di direttori di reti e testate, suscitando, puntualmente, ondate di scetticismo. Per una ragione semplice: da che esiste, la Rai è territorio di conquista della politica, prateria nella quale i partiti pascolano, piazzando parenti, amici, amanti e politici trombati alle elezioni. Per mettere fine a questo radicato costume le forze politiche dovrebbero improvvisamente convertirsi sulla via della trasparenza e del rispetto dei cittadini. Ecco perché un professionista stimato e distante da logiche di schieramento come Verdelli aveva fatto sperare più che in passato. Quando, poco più che un anno fa Campo Dall’Orto l’aveva scelto a sorpresa, il consenso era stato molto ampio se non unanime. Qui però, forse, anche Verdelli ha commesso qualche errore. Per resistere in un ambiente lontano se non proprio ostile, tanto più se ha una missione impossibile da realizzare, un alieno dovrebbe stabilire astute e solide alleanze, creare una squadra inattaccabile sul piano della competenza e della qualità professionale. Altrimenti c’è il rischio che si isoli e resti un corpo estraneo. Verdelli ha scelto come consulente Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, Pino Corrias, dirigente di Rai Fiction e Diego Antonelli, proveniente dall’Ansa. Tutti grandi firme e amici ma, non essendo esperti d’informazione televisiva, poco in grado di aiutare uno come lui, protagonista di una luminosa carriera nella carta stampata.

Francesco Merlo si era dimesso un mese fa dalla task force di Verdelli

Francesco Merlo si era dimesso un mese fa dalla task force di Verdelli

Allergico ai salotti e alle frequentazioni, Verdelli ha studiato e lavorato indefessamente, blindandosi con la sua task force, senza costruire i ponti giusti con alcuni consiglieri e dirigenti Rai. Questo errore si è sommato all’avventata dichiarazione sull’informazione Rai «ferma al Novecento» e sugli ascolti da «prefisso telefonico» di Rainews24, testata fino a pochi mesi prima diretta da Monica Maggioni, ora presidente della tv pubblica. Tutte riflessioni giuste, quelle dell’ex direttore editoriale per l’informazione, ma un po’ di diplomazia non avrebbe guastato. Nel frattempo, in attesa del piano editoriale, Verdelli si era assunto la responsabilità dell’azzardata intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina, figlio di Totò, con l’improvvida decisione del giornalista di far firmare la liberatoria solo dopo averla registrata. Aveva scelto Antonio Di Bella come direttore di Rainews24, favorendo il rilancio della testata soprattutto durante le emergenze estive (il terremoto in Abruzzo, il colpo di Stato fallito in Turchia). Aveva ideato il nuovo claim «Rai. Per te, per tutti», ben più contemporaneo di «Di tutto, di più». Superando molte resistenze, aveva riportato Michele Santoro su una rete Rai.

Monica Maggioni, presidente della Rai e avversaria, non unica, di Verdelli

Monica Maggioni, presidente della Rai e avversaria, non unica, di Verdelli

Ma tra lui e i politici romani continuavano a essere storie tese. Lo si capiva a ogni riunione della Vigilanza. A inizio dicembre, qualche giorno dopo l’anticipazione del piano editoriale fatta dall’Espresso, Merlo si dimetteva dalla task force parlando di «progetto sabotato. Speravo di aiutare il giornalismo della Rai a liberarsi dalla soffocante dipendenza della politica. Vado via perché questa missione è impossibile». Verdelli ha continuato a provarci. Il piano editoriale puntava a deromanizzare la Rai con il trasferimento del Tg2 a Milano, la città più produttiva del Paese, la creazione delle macroregioni per allentare la presa della politica sulle sedi regionali, la nascita di un tg a Napoli, il potenziamento del sito. Ma, nell’epoca della globalizzazione e del web, l’impostazione territoriale è apparsa superata. La politica ha fatto muro, il partito Rai gli ha fatto pagare la scelta dell’isolamento. Verdelli lascia la Rai: aspettiamo di sapere se c’è ancora spazio e tempo per riformarla.

La Verità, 5 gennaio 2017

 

Un malinconico Santoro battuto dall’allievo Formigli

Sconfitto dal suo allievo. Malinconicamente. Battuto da Corrado Formigli, suo storico inviato fino al 2011, ora titolare di Piazza pulita su La7. Quello di Michele Santoro, l’ex conduttore più controverso della tv italiana, sta diventando un triste declino, e la faccenda dispiace. Tanto più in un momento in cui, come ha notato Carlo Freccero, consigliere d’amministrazione in Viale Mazzini, la Rai è a corto di anchorman e di proposte d’informazione autorevoli (chiuso con qualche strascico polemico Politics – Tutto è politica di Gianluca Semprini, da inizio febbraio Bianca Berlinguer prenderà il suo posto nella prima serata del martedì con Cartabianca). Ora, però, mette conto di riflettere un attimo sulla strana programmazione di questo Italia, appuntamento bimestrale con Michelone figliol prodigo. Il programma di Santoro su Rai 2 ha raggiunto il 4.16 per cento di share con 992.000 telespettatori, superato da Piazza pulita che, su una rete outsider, ha conquistato il 5.45 per cento e 1.032.000 persone. La questione delle due reti è tutt’altro che ininfluente perché, sebbene il talk di Formigli sia durato un’ora in più, ha dovuto metabolizzare un numero doppio e più robusto di break pubblicitari, com’è noto particolare non di poco conto agli effetti dell’audience. La vicenda è ancor più significativa in rapporto alla situazione dell’informazione nel servizio pubblico e alla strategia di programmazione dei palinsesti.

Corrado Formigli, conduttore di «Piazza pulita» e autore di «Il falso nemico» (Foto Corbis)

Corrado Formigli, conduttore di «Piazza pulita» e autore di «Il falso nemico» (Foto Corbis)

Dopo una prima uscita, nell’ottobre scorso, l’altra sera davanti al dirigibile di Italia si parlava di degrado delle periferie, stavolta Tor Bella Monaca fuori Roma, dopo Scampia a Napoli. Ospite in studio c’era Roberto Saviano («Rischia ormai di diventare la caricatura di se stesso», parola di Aldo Grasso), appena uscito da House party di Maria De Filippi. Certamente la persona giusta, per parlare di piccola criminalità, spaccio, racket e abbandono scolastico. Ambientati nei bassi partenopei, questi sono i temi sia di La paranza dei bambini, ultimo romanzo savianesco, che di Robinù, il documentario santoriano già uscito nelle sale cinematografiche, ma in attesa di collocazione nei palinsesti Rai. Competenze provate, dunque. E sinergie altrettanto solide. Il problema, caso mai, è un altro. Il degrado delle periferie è senza dubbio un’emergenza del Paese e perciò materia sempreverde. Ma proprio giovedì, con le indagini per gli appalti chiacchierati sfociate nell’arresto di Raffaele Marra, braccio destro di Virgina Raggi, è cominciata a salire la tensione attorno alla giunta romana. Essendo un bimestrale centrato su un lungo reportage, Santoro è stato costretto alle acrobazie per restare agganciato all’attualità. Come ha fatto nell’editoriale d’apertura dedicato al governo Gentiloni e all’albero di Natale della sindaca romana. E come ha fatto rispondendo alle critiche provenienti dai social network, girate in diretta da Giulia Innocenzi (ora che Santoro è diventato renziano, usa la microcriminalità delle periferie per attaccare la Raggi; la situazione dello spaccio e del racket viene da lontano, non può essere incolpata solo e principalmente l’ultimo sindaco). Attualità un po’ «fredda» anche con Vauro Senesi nel ruolo di responsabile del responsabile casting per il presepio della politica. Nel quale la Boschi vorrebbe tornare a fare la madonnina, ma vengono respinti Gesù Renzino, Gesù Salvino, Gesù Berluschino e Gesù Grillino, imponendo la necessità di un Gesù su misura: «Pronto Nichi, dov’è che affittano uteri?» (miglior battuta della serata).

Su La7 a Piazza pulita, avendo ospite Alessandro Di Battista (bis dopo il Faccia a faccia di Giovanni Minoli di domenica scorsa), aiutato da Antonio Padellaro, Formigli ha potuto prendere di petto proprio le vicende della giunta capitolina, oltre al post referendum e al caso Mediaset-Vivendi. Da segnalare anche una lunga intervista a Marine Le Pen sui temi dell’immigrazione nel giorno in cui se ne parlava a Bruxelles tra i massimi responsabili dei Paesi europei. Insomma, stringente attualità.

Michele Santoro in una foto del 2011 con la sua ex squadra composta da Corrado Formigli, Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi

Michele Santoro in una foto del 2011 con Corrado Formigli, Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi

C’è da meravigliarsi se Formigli ha prevalso su Santoro alla prova degli ascolti? La notizia comunque c’è tutta perché maestro e allievo non si erano mai scontrati direttamente. Quando Michelone aveva lasciato la Rai dopo la transazione con Lorenza Lei, avviando l’esperienza di Servizio pubblico sulla multipiattaforma con il finanziamento diffuso di 10 euro, Formigli aveva accettato la proposta della prima serata su La7. Ovviamente, Michele non era stato contento. Un anno dopo, luglio 2012, con l’approdo nella rete ancora di proprietà Telecom, Piazza pulita e Servizio pubblico avevano convissuto alternandosi per qualche mese al giovedì, fino allo spostamento di Formigli al lunedì. L’altra sera lo scontro diretto: un bimestrale da una parte e un settimanale dall’altra.

Confronto impari, basta pensare all’informazione scritta. Tra un talk show settimanale con ampi servizi e un bimestrale d’inchiesta c’è la stessa differenza che intercorre tra un quotidiano d’informazione e un mensile di approfondimenti in edicola: l’attualità è sempre corsara e spiazza anche il più agile dei periodici. Se non si vuole pagare pegno all’Auditel bisogna mettere da parte l’ossequio al pedigree dei suoi (malinconici) autori. La collocazione corretta di Italia è la seconda serata.

 

La Verità, 17 dicembre 2016

La7 vola e Santoro commette due errori in un colpo

Sarà il vento del No, sarà l’aria di crisi che aleggia nel Paese dalla Roma istituzionale alle periferie meridionali disprezzate da Chicco Testa, fatto sta che La7 è improvvisamente tornata ai momenti di gloria del 2011 quando mieteva ascolti e record sulla scia della crescita grillina e della campagna per le amministrative. L’altra sera DiMartedì di Giovanni Floris ha sfiorato il 10 per cento di share e i 2 milioni di telespettatori (per l’esattezza 9,64 e 1.958.000), primato assoluto da quando esiste. Il dato risulta ancor più significativo se confrontato a quello del concorrente di Rai 3, quel Politics condotto da Gianluca Semprini rimasto inchiodato al suo malinconico livello (2,61 per cento). Cioè: la congiuntura politica non favorisce tutti indiscriminatamente, ma chi sa fare tv. L’altra sera c’era la solita fulminante copertina di Maurizio Crozza (nei panni di Renzi: «Avete fatto un unico errore, mi avete lasciato vivo: adesso sarò il vostro incubo… Nascosto dietro un MacBookPro sbucherò all’improvviso e mi riprenderò gli 80 euro») e ospiti come Pierluigi Bersani, Mario Monti, Domenico Delrio, Maurizio Belpietro. Poco prima Otto e mezzo di Lilli Gruber aveva raggiunto il 7.81 per cento di share (ospiti Beppe Severgnini, Marcello Sorgi e Andrea Scanzi) e ancor prima il tg di Enrico Mentana il 6.57. Ma al di là di numeri e programmi specifici è tutto il palinsesto della rete di Urbano Cairo a scoppiare di salute. A cominciare dalle morning news di Coffee break e L’Aria che tira, per proseguire al pomeriggio con Tagadà di Tiziana Panella (che in questi giorni ha ospitato Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Pasquino, Pierluigi Battista). Lunedì sera, per esempio, Lilli Gruber con Massimo Cacciari, Antonio Padellaro e Matteo Richetti aveva ottenuto il 9.23 per cento e Piazza pulita di Corrado Formigli, con le interviste a Jean Paul Fitoussi e Davide Serra, si era assestata al 7.38, facendo risultare La7 quarta rete in primetime. Il fatto è che, considerata la lentezza di riflessi della Rai, e grazie alla presenza di Mentana, ormai commentatori, opinionisti e analisti sembrano averla eletta come tribuna preferita. È la rete all talk il posto dove esprimersi e argomentare sapendo di trovare visibilità e interlocutori qualificati. Spiace che Michele Santoro non abbia colto la tendenza. E, anzi, vittima dell’involuzione che lo sta attanagliando, intervistato a La Zanzara abbia parlato di «Cnn all’amatriciana». I dati di questi giorni lo smentiscono. E alla svista si aggiunge la gaffe. Un tempo qualcosa fatto «all’amatriciana» era sinonimo, negativo, di una cosa ruspante e casereccia. Ma dopo il terremoto Amatrice è meglio tirarla in ballo diversamente.

La Verità, 8 dicembre 2016

La parabola di Santoro e il benvenuto di Fazio

Un rito iniziatico. Un’affiliazione. C’era qualcosa che strideva l’altra sera nell’ospitata di Michele Santoro chez Fabio Fazio. Qualcosa che non tornava dal punto di vista estetico e dei linguaggi. Il tribuno arruffato nel salotto pettinato dei «ceti medi riflessivi» (Edmondo Berselli); il conduttore più controverso e osteggiato della tv italiana nel tempio del telepoliticamente corretto (gli altri ospiti, per dire, erano Roberto Vecchioni, Claudio Bisio e Serena Dandini). Tutto vero e incredibile: fino a qualche settimana fa. Perché oggi le cose non stanno più così. Santoro è cambiato o perlomeno sta di molto cambiando, abbandonando le vestigia di combattente d’opposizione per iscriversi al Partito della nazione. Nessuno meglio di Fazio poteva dargli il benvenuto nella nuova famiglia. Poteva registrare l’accredito a Palazzo. È questo il valore simbolico della puntata di Michelone a Che tempo che fa dell’altra sera, naturale conclusione di un periodo di impegno per il Sì al referendum di domenica. Santoro è in prima linea, schieratissimo. Lettere su Facebook sulla riforma costituzionale; mega interviste a raffica su come deve e può essere la nuova Rai, autopromozioni televisive. Il Venerdì di Repubblica, Libero, Il Foglio, il talk della domenica, insomma tutta la filiera editoriale governativa dalla quale distribuire giudizi, dare pagelle, infilzare i nuovi avversari. Che, questa è la faccenda più clamorosa, sono i sodali di ieri. Soci di nome e di Fatto (quotidiano).

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa» il 27/11/2016

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa»

Per spiegare tanto attivismo si possono tentare tre ipotesi. Ipotesi anagrafico-egocentrica: passano gli anni e, non più strategico come un tempo, mal sopporta la marginalizzazione. Ipotesi psicologica: per mascherare l’imbarazzo del cambio di squadra e mimetizzare il senso di colpa, spara sugli amici. Ipotesi professional-opportunistica: hai visto mai che ci scappi un ruolo nella Rai post 4 dicembre quando, con la vittoria del Sì, si preannunciano revisioni di organigrammi e rimescolamenti di poltrone?

La vicenda che più stupisce è l’eccesso di livore della campagna con morti e feriti lasciati a terra sulla strada della conversione renziana. Compari di battaglie politiche e mediatiche, partner rumorosamente scaricati. Marco Travaglio in primis: un tipo un filo limitato e schematico a sentire Michelone, invece problematico e dubbioso: «Ho sempre considerato Marco più contemporaneo di me. Più in sintonia col mondo del “mi piace” – “non mi piace”, che è la grammatica di Internet e di Facebook». Ancora: «Travaglio, nella mia televisione, è stato un confine che mi sono dato per essere sicuro che il programma non rinunciasse a una posizione scomoda nei confronti del potere». Sarà. Ma oltre a marcare il carattere antipotere, di certo con Travaglio la sua televisione ha scalato pure l’Auditel, visto che i picchi d’ascolto arrivavano durante l’intervento del direttore del Fatto quotidiano. Un giornale – altra vittima della giravolta – «fin dentro ai necrologi schierato per il No. In ogni sua riga. È ridicolo. Trovo imbarazzante possedere delle quote di un giornale senza sfumature, che non ha dubbi», ha chiosato Santoro, preconizzando un divorzio societario complicato e doloroso. Quanto a Beppe Grillo «l’ho riportato io in tivù, è un fenomeno che ho certamente enfatizzato, e quando era proibito farlo, perché immaginavo una rigenerazione della classe dirigente…». Dopo l’abbrivio le parole diventano pietre: «Alla fine Grillo è potere, è partito, è politica. Solo che finge di non esserlo, nasconde la sua natura, vuole apparire diverso. Ipocrita. Come quando si presenta con i jeans lisi, ma ha la Ferrari in garage». E il suo «Movimento Cinque Stelle è destra. Destra pura»: è la sentenza che rispolvera categorie novecentesche. In coda ce n’è anche per Carlo Freccero, suo storico direttore di rete, difensore e pusher ideologico, colpevole della scarsità di talenti giovani in tv, che sarebbero di più se «smettesse di fare politica con Grillo e tornasse a creare la seconda serata in Rai». A sinistra D’Alema e Bersani sono «patetici quando dicono che se cade Renzi non succede nulla». Perché invece, «se cade Renzi cade la sinistra in questo Paese», sostiene il filogovernativo Santoro.

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d'amore e d'accordo

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d’amore e d’accordo

Nello storytelling della conversione, la poltroncina del salotto faziesco era l’approdo naturale, la vetrina col logo giusto, il posto dove riposarsi e ritemprarsi prima dell’ultima settimana di campagna. «Questa sera non parliamo di referendum», ha premesso Fazio a inizio intervista. C’è la par condicio e tutto il resto. Siamo qui solo per spingere il documentario Robinù, sulla rampa di lancio delle sale cinematografiche.

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Una scena via l’altra, i ragazzi della camorra, il welfare della criminalità e la mitologia del kalashnikov. Un documentario forte, il 6 e il 7 dicembre nei cinema: «Vorrei che andaste a vederlo in tanti» e poi «che si vedesse anche in televisione, sarebbe necessario», ha caldeggiato il padrone di casa congedando l’ospite al termine dell’intervista. Tranquilli, ragazzi, è tutto a posto. Siamo qui per registrare l’arrivo di un nuovo amico, l’ex conduttore più controverso della televisione italiana.

 

La Verità, 29 novembre 2016

 

 

Santoro abbandona l’antagonismo e prova a esplorare

È un Michele Santoro diverso, più votato alla ricerca che alla denuncia, quello che si è visto in Italia, primo di quattro appuntamenti bimestrali (Rai 2, ore 21.15). Lo share dell’8,1 per cento (1,7 milioni di telespettatori), non eccelso considerata la modesta concorrenza in campo, segnala la difficoltà a seguire una trama di due ore e mezza piuttosto articolata. La prima diversità che segna il cambio di registro è l’assenza di Marco Travaglio (presente tra il pubblico), sostituito come corsivista da Tomaso Montanari, storico dell’arte, blogger. Dal linguaggio antagonista che aveva al centro la politica si è passati a una narrazione più costruttiva che guarda alla società nel suo complesso. Saldato l’ultimo conto e rigettate le accuse di aver favorito Berlusconi alle ultime elezioni, ecco il docufilm Tutti ricchi (per una notte), aggiornamento del Tutti ricchi di qualche anno fa. Ora c’è la crisi, ma a Dubai, tra gli ospiti del Billionaire di Flavio Briatore e nei locali di Ibiza, si inseguono i soliti idoli: soldi, successo, sesso, sballo. È la gerarchia dominante tra i giovani: solo che oggi tutto è più effimero. Gli strumenti d’ingaggio sono le droghe chimiche o sintetiche, oppure quelle virtuali e digitali, i selfie con i vip, la popolarità sui social network (esemplari le interviste alle fashion blogger, addict di Uomini e donne). Santoro dissemina d’indizi la sua ricerca e a un certo punto compare un Lele Mora, quasi irriconoscibile, impegnato nel volontariato, che attacca Fabrizio Corona. La fotografia della dissoluzione giovanile dell’ultimo spezzone di Ibiza è disturbante: non bastano le buone azioni dei sindaci Giuseppe Sala e Luigi De Magistris a compensare. Gli ospiti sono parte di una docufiction: prima il riscatto del rapper Salvatore Bandog, poi la passione dell’attore Mimmo Borrelli. Fino alla «redenzione» con la resilienza di Alex Zanardi, il campione paralimpico rinato dopo il drammatico incidente automobilistico.

La Verità, 7 ottobre 2016

Il ritorno di Santoro radicalizza il bipolarismo tv

Dove eravamo rimasti? Dove si trova il puntino al quale ricongiungere la nuova apparizione di Michele Santoro? Per il ritorno in televisione, in generale, si deve tracciare una riga sul calendario fino al 10 maggio 2015, giorno di congedo da Servizio Pubblico su La7. Per il ritorno in Rai, invece, bisogna risalire fino al 6 giugno 2011, stagione di Annozero, data di divorzio consensuale dalla tv pubblica. Insomma, che cos’è cambiato da quando il più controverso conduttore giornalistico della tv italiota se ne andò l’ultima volta? È inevitabile chiederselo, considerando che quello di domani sera a bordo del nuovo format intitolato Italia, un dirigibile che veleggia ad appuntamenti bimestrali, quattro in tutta la stagione (più due docufiction intitolate M), è l’eterno ritorno sul luogo del delitto di «Michele chi?», «Sant’oro», «Michelone», tanto per citare alcuni dei soprannomi inventati negli anni. Il terzo, per la precisione, dopo il primo del 1999, di rientro da Mediaset, allora Fininvest, dove aveva condotto Moby Dick, e dopo quello disposto dal Tribunale del Lavoro di Roma, marzo 2006, di rientro dal Parlamento europeo dov’era riparato dopo l’editto bulgaro. Stavolta torna da imprenditore, non più da dipendente com’era. Vende programmi chiavi in mano, realizzati dalla Zerostudio’s, la sua società di produzione, con o senza la sua conduzione, oppure con quella di Giulia Innocenzi, oppure si vedrà. Torna, riuscendo a far ritrasmettere, preceduti da introduzioni autografe, anche cinque speciali di Sciuscià «ancora molto attuali» parola di Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2. La quale aveva ragione, quest’estate profittando delle Olimpiadi, a bombardarci di annunci del minaccioso rientro.

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Eccoci alla vigilia, dunque: «Sono emozionato. Sono andato via due volte dalla Rai, ma in realtà non sono mai andato via. Sono una creatura Rai», ha detto richiamando l’orgoglio della maglia, prima di sciorinare la solita, megalomane, ambizione: «La missione è portare nella tv italiana un linguaggio che ora non c’è… Vengo a portare il disordine», ha aggiunto, messianico. Seduto tra il pubblico, Antonio Campo Dall’Orto è sembrato mantenere la sua aria zen: «Condivido con Santoro l’obiettivo di creare innovazione e servizio pubblico. Questo è un seme che viene gettato», ha auspicato il dg. E chissà se germoglierà, finalmente. Il terreno non sembra fertilissimo. Per ora l’innesto di Gianluca Semprini da Sky non è riuscito. Della nuova pianta di Bianca Berlinguer, allo sboccio della quale peraltro il reduce avrebbe dovuto collaborare, non s’intravedono nemmeno le prime gemme. E per il resto, che televisione trova l’ex conduttore di Servizio Pubblico? Trova una situazione più definita, con programmi e conduttori consolidati, soprattutto a La7, la rete di Urbano Cairo che ieri ha attaccato frontalmente: rivendica un ruolo di servizio pubblico alla sua tv nella speranza di strappare fondi statali «così, dopo aver preso i soldi di Telecom, magari stavolta si compra anche Repubblica».

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Soprattutto, Santoro trova una Rai ancora a metà del guado, nella quale è più chiaro quello che ha perso – Massimo Giannini e Ballarò, Nicola Porro e Virus, il Tg3 della Berlinguer – mentre è meno visibile quello che ha guadagnato. Altre presenze non sono cambiate: da Bruno Vespa a Milena Gabanelli a Riccardo Iacona. Informazione ce n’è pochina, però. Col suo Italia bimestrale e anche con i Sciuscià rieditati, Santoro non ha in mente di contendere spazi e audience ai titolari dei talk show tradizionali. Detto questo, torna Santoro: chi sono gli anti-Santoro? Oppure, usando un’espressione di moda in ère precedenti: è stato trovato il famigerato «Santoro di destra»? Formule a parte, la domanda serve per provare a capire quale sia lo stato del pluralismo dell’informazione nel servizio pubblico. Nel giugno scorso, dato il benservito a Porro, al momento del lancio dei palinsesti, si era parlato di un programma di Pietrangelo Buttafuoco firmato da Giuliano Ferrara: tramontato prima di sorgere. Poi di altri possibili arrivi dalla carta stampata: timide avvisaglie, abortite. «Mancano le dissonanze», direbbe, quasi poeticamente, Carlo Freccero. Oppure: «Vige il pensiero unico», sottolineerebbe, in versione teorico-guerrigliera. Ditelo come volete: in Rai manca un vero pluralismo. Le differenti posizioni della società civile non sono adeguatamente rappresentate. Se ne parlerà nel prossimo consiglio d’amministrazione. Intanto, del chimerico «Santoro di destra» non v’è traccia. Sono tutti in forza a Mediaset, dove Porro è andato ad aggiungersi a Maurizio Belpietro e a Paolo Del Debbio. Siamo davanti a una sorta di bipolarismo televisivo. Ma il servizio pubblico non dovrebbe rappresentare tutti gli italiani?

 

La Verità, 4 ottobre 2016

Conti, lo showman renziano incassa 4,5 milioni in 3 anni

Se c’è un volto che identifica e riassume il renzismo televisivo è quello abbronzato del fiorentino Carlo Conti. Un brand, un marchio. Una presenza e un attivismo che hanno molto di simbolico. Certo, dirà qualcuno in vena di distinguo, Conti lavora in Rai da ben prima che Matteo Renzi assurgesse al ruolo di premier megagalattico 2.0. Vero. Ma altrettanto vero che, come che sia, da un paio d’anni a questa parte il peso del conduttore di Tale e Quale Show è andato crescendo in maniera esponenziale. E ora il cumulo di ruoli e cariche fa sospettare anche un discreto cumulo di euro. L’altro giorno sul Giornale Giancarlo Mazzuca, consigliere di amministrazione della tv pubblica, si è chiesto quanto Conti «riesca a incamerare tra radio, tv e pure Sanremo dove è, ormai, intoccabile». Alla domanda, finora caduta nel vuoto, La Verità è in grado di rispondere: stando all’ultimo contratto da poco rinnovato, pare senza eccessivi ritocchi, Conti guadagna 4,5 milioni in tre anni. Una cifra che sembra iperbolica. Ma, tutto considerato, fino a un certo punto.

Matteo Renzi, ospite del programma di Maria De Filippi, «Amici»

Matteo Renzi, ospite del programma di Maria De Filippi, «Amici»

Conti Carlo, nato a Firenze il 13 marzo 1961, sposato e padre di Matteo – di cui, secondo le cronache, il premier avrebbe dovuto essere padrino di battesimo ma, per sopraggiunti impegni, venne rimpiazzato all’ultimo momento da Leonardo Pieraccioni – Conti, dicevo, è il conduttore principe di Rai 1 avendo presentato nella scorsa stagione ben dieci programmi, tra i quali il fortunato I migliori anni, nonché alcuni eventi estivi. I suoi ruoli più prestigiosi tuttavia sono altri: la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo, dal 2015, la direzione artistica di RadioRai, da giugno di quest’anno, data in cui ha lasciato la guida dell’Eredità, altro successo consolidato. Per far intendere quanto sia potente, l’altro giorno uno come Albano Carrisi ha annunciato in un’intervista a un importante settimanale di avere tre canzoni pronte, «in cui credo molto… Spero che piacciano a Carlo Conti perché voglio tornare a Sanremo», ha auspicato ossequioso Albano. Ora, a rigor di logica, con un artista che vanta un blasone festivaliero di una vittoria due secondi e tre terzi posti, la prospettiva dovrebbe essere rovesciata. Cioè: dovrebbe essere Conti a sperare in Albano e non viceversa. Ma tant’è.

Dunque, l’altro giorno, Mazzuca rigirarava il quesito nel 730 del conduttore-autore-direttore artistico eccetera: «Visto che gli altri non parlano, vorrei che facesse lui outing sui suoi compensi… Chiedo troppo?». Trascorsi alcuni giorni bisogna rispondere affermativamente. A differenza di quelli di dirigenti e giornalisti, i contratti delle star sono protetti dal segreto aziendale per non favorire aste e andirivieni da un’emittente all’altra. Detto che Conti è un fedelissimo Rai con il dna della tv pubblica nel midollo, ecco accontentato Mazzuca e altri curiosi come lui. Oltre alle varie cariche, bisogna considerare che in Rai c’è chi, avendone meno, guadagna altrettanto o più di Conti. E non va dimenticato che gli artisiti producono valore aggiunto per tutta l’azienda. Puntualizza Franco Siddi, anche lui consigliere d’amministrazione Rai: «Conti ha una professionalità acclarata e il suo compenso non è tra i più elevati. Tuttavia, è ora di calmierare certi cachet e smettere di pagare le star come calciatori. E se, abbassando i compensi», continua il consigliere in quota Pd, «rischiamo di perdere qualche talento, pazienza. La Rai ha una missione pubblica. Anziché preoccuparci solo di duecento volti noti, dovremmo iniziare a pensare agli altri dodicimila dipendenti che hanno stipendi a livelli minimi».

Giorgio Panariello, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni durante lo show «Aria Fresca»

Giorgio Panariello, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni durante lo show «Aria Fresca»

Per tornare a Conti, forse sarebbe convenuto non caricarlo di troppe responsabilità. Ma non è facile come dirlo. Oltre al successo dei primi due Festival, il conduttore può vantare una vicinanza con il premier che non è solo nelle origini geografiche. Più che lo snobismo salottiero di Daria Bignardi o l’arborismo goliardico di Fabio Fazio, l’ex sindaco di Firenze si specchia nella cultura dell’intrattenimento pop che è la stessa di Conti. Non a caso da ragazzo partecipò alla Ruota della Fortuna e tuttora preferisce andare ospite di Maria De Filippi piuttosto che di Michele Santoro. Una sintonia a prova di reciproci endorsement. Dopo l’ultimo Festival il premier esternò: «So che forse non gli faccio un favore. Ma posso dire che Carlo Conti è stato come sempre impeccabile nel gestire Sanremo?». Parole che finirono dritte al Tg1 della sera. Dal canto suo, il conduttore si era più volte sbilanciato. Alle primarie del Partito Democratico: «Sarebbe una bella ventata. Speriamo ce la faccia. Il voto è segreto. Ci tengo molto a questa cosa. Se per caso dovessi andare a votare, però, voterò Renzi». Al momento della conquista di Palazzo Chigi: «È giovane e pieno di energia, capace di rendere la politica non meno seria, ma meno seriosa». E avanti così, fin da quando Renzi aveva 18 anni e «veniva a vedere Aria Fresca, il programma che facevo con Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni in Toscana». Il programma che, attualizzato, i tre amiconi stanno portando in tour in questi giorni. Chissà se il premier tornerà a vederli.

La Verità, 23 settembre 2016

Santoro a Napoli, oltre Gomorra c’è la realtà

Ancora Napoli? Dopo tutto quello che abbiamo letto e visto in questi anni, da Marcello D’Orta a Saviano, dai film con Toni Servillo alle pièces teatrali fino alla Gomorra televisiva? Ancora Napoli, un’altra Napoli, in questo Robinù, opera prima di Michele Santoro, presentato nella sezione Cinema in Giardino della 73esima Mostra del Cinema di Venezia (ci sarà Napoli anche il 5 ottobre su Raidue, nella prima delle quattro serate con l’ex conduttore di Servizio Pubblico). Per smentire i politici, premier e sindaco De Magistris compresi, usi a ripetere “questa non è Napoli, non è l’Italia” quando si trovano davanti a una fotografia scomoda. O davanti a volti come quelli di questi di baby-boss, protagonisti della “paranza dei bambini” di cui i media non parlano – “l’altro giorno in una piazza ce n’era uno di otto anni che brandiva una pistola”, rivela il giornalista – perché non fanno più notizia, perché rimane una cosa locale, perché si ammazzano tra loro. E allora eccoci dentro i bassi di Forcella, Porta Capuana, i Tribunali, dentro il carcere di Poggioreale e di Airola, enclave criminali abbandonate dalle istituzioni.

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Robinù è un tuffo nella realtà cruda di una gioventù carbonizzata. Realtà di adolescenti che hanno come traguardo “mettere paura” alla gente, “più reati fai, più macelli fai, più la gente ti teme” ripetono spavaldi, incoscienti, occhi che brillano. Realtà, non finzione. “Più che i protagonisti di Gomorra, che necessariamente diventano maschere, il modello di questi ragazzi con le loro barbe e le loro acconciature, sono i militanti dell’Isis, il radicalismo nel proteggere il territorio, la sfida continua con la morte, la mitologia del terrore”, analizza Santoro. È una disarmante galleria di adolescenti malavitosi, teorici della via criminale alla maturità che comincia con  il figlio di una guardia carceraria, abbonato alle bocciature, professori e genitori che si arrendono. “Non è che siccome mio padre vive così io non posso scegliere ‘o malamente e devo seguire la sua…”. Il discorso s’inceppa, le parole non vengono, il sorriso è malizioso: “… la sua”. Punto. Un altro sostiene che la carriera camorristica è normale, si può fare il carabiniere, il brigadiere, o il boss, evoluzione naturale del ragazzo di strada. Ma devi cominciare presto “perché se vai in galera a vent’anni, almeno quando esci a 40 hai tutta la vita davanti”. Per continuare a delinquere. Imbracciare ‘o kalash provoca adrenalina come “avere Belén tra le braccia”, esemplifica Mariano in un monologo da brivido.

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Il volto più sconfortante è quello di Michele, ventiduenne con 16 anni da scontare a Poggioreale. Carismatico, irridente, consapevole. Rifiuta l’arruolamento nelle cosche perché vuole essere boss da subito. Poi ci sono i genitori. Madri e padri dilaniati dal dolore. Divorati dai rimorsi, impotenti, commoventi. Altri no. Mamme spacciatrici che finito di cucire il grembiule al bambino iniziano a distribuire ovuli di cocaina. Che ammirano i ragazzi di strada perché affidabili. C’è da fare a botte, ci sono. C’è da controllare il quartiere , ci sono. C’è da uccidere: ci sono sempre. Per la festa di compleanno di Michele si sparano i fuochi d’artificio davanti alle grate del carcere. I neomelodici intonano serenate sotto le finestre di chi è agli arresti domiciliari. Il carcere è tutt’uno con il quartiere. Le gerarchie, le preoccupazioni, lo scorrere del tempo sono uguali. La rassegnazione, l’abbandono delle istituzioni e del mondo adulto sembrano inevitabili. Ma in questo ritratto che Santoro definisce “pasoliniano c’è anche una grande passione per la famiglia e per la vita. In un Paese a crescita zero dove si fanno le campagne per la fertilità, quello è uno dei pochi posti dove si fanno figli con gioia”.

C’è di che riflettere. Santoro riparte da questo lavoro durato un anno e mezzo, realizzato con Maddalena Oliva e Micaela Farruocco, che sarà nei cinema a metà ottobre, distribuito dalla Videa di Sandro Parenzo, anche lui presente in sala. Ci sono anche Alba Parietti che si aggiusta il rossetto, il magistrato di Napoli, John Henry Woodcock, abbronzatissimo, Giulia Innocenzi in abito lungo, Gianni Barbacetto, in smoking, tutti nelle file della delegazione. In sala anche Enrico Ghezzi e Angelo Guglielmi. Si sperava nella presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma non s’è visto. Santoro si augura che la Rai pensi a una prima serata, e che Mattarella, Renzi e magari il ministro della Pubblica Istruzione, Giannini, possano vederlo.

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Nell’ottobre 2013 – permettemi questa digressione personale – scrissi sul blog del Giornale un post intitolato “Caro Santoro, fatti non parole”, dicendo che quell’anno alla Mostra aveva vinto un doc come Sacro Gra, che le chiacchiere dei talk show avevano stancato e le inchieste sul campo avevano un’altra forza. Con un’ironia che difetta a conduttori molto meno blasonati di lui, Michele m’inviò un sms così: “Caro Caverzan, fatti i fatti tuoi”. “Caro Michele, ho fatto solo il mio mestiere”, fu la mia replica. Oggi Santoro è al Lido con un documentario e con una preoccupazione umana, educativa. Diceva D’Orta che i ragazzini si arruolavano nella camorra perché era l’unica proposta credibile in campo. “C’è una sorta di welfare della criminalità, dobbiamo ammetterlo, finora vincente. Ma questi ragazzi hanno energia, passione, fanno figli. A 15 anni sparano nelle strade, a venti sono genitori, a 40, se ci arrivano, sono già nonni. Non possiamo dire che non sono Napoli. Dobbiamo offrir loro una strada, partire dall’educazione. Creare scuole dove non si sentano estranei. È difficile, ma è l’unica strada”. Sostiene Santoro.

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