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Le mito-biografie dei boss di Saviano

Insomma, la realtà è sempre più forte della narrazione. E anche della rappresentazione. Sono andati in onda l’altra sera i primi due episodi di Kings of crime, sottotitolo Roberto Saviano racconta le vite dei boss (share dell’1.54% su Nove, del 3.34 su tutti i canali Discovery in simulcast). Nella prima parte lo scrittore ha tenuto una lezione a un gruppo di studenti su Paolo Di Lauro, capoclan che ha ispirato il Pietro Savastano di Gomorra – La serie. Nella seconda ha intervistato in una località segreta e a volto oscurato il collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri, a lungo suo braccio destro. Aspettiamo di vedere il terzo episodio su El Chapo perché, di primo acchito, la tentazione di dire che Saviano tende a camorrizzare il pianeta, suffragata anche dalla citazione di Curzio Malaparte posta a esergo («Che cosa vi aspettate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventare Napoli») è forte.

Dunque, Saviano in giacca e cravatta ci racconta il boss Di Lauro. È materia che possiede alla grande essendo il contenuto del suo bestseller, del film che ne fu tratto e della serie di Sky, esportata in tutto il mondo. Ora ce la ripropone in forma biografica e qui, forse, si cela il pericolo. Il racconto è sostenuto da immagini d’archivio, ritagli di giornali, testimonianze. Chi ha visto la serie vi ritrova la strage del bar Fulmine, l’urina fatta bere dal boss al luogotenente come atto di sottomissione, la ragazza del pusher torturata e bruciata, l’inafferrabilità del capoclan. Solo che, mentre nella rappresentazione della fiction il male è autoevidente, nella narrazione delle gesta del boss, della sua imprendibilità, del rispetto di cui gode e del suo potere invisibile, il rischio della mitizzazione è in agguato. Paradossalmente, per sottolineare la pericolosità del sistema e dei suoi capi, Saviano ne accentua inevitabilmente il potere di fascinazione, senza che le immagini di crudeltà e spietatezza ne rendano la feroce perversione. Più asciutta e diretta risulta la testimonianza dell’intervista con Maurizio Prestieri, il suo tormento, il riconoscimento dei danni procurati, il non dirsi pentito, perché il pentimento è un fatto spirituale. Qui il rischio di mitizzazione non c’è perché c’è l’ammissione di una vita vissuta dentro un incubo: «Io sono stato a New York, ho girato il mondo. Come un malato terminale. Perché un camorrista sa la vita è breve, che alla fine ci sarà il conto, più o meno salato. O la morte o il carcere. Però la morte… Quando vivi questa vita la morte appartiene sempre agli altri, mai a te». Anche Saviano si ritrae e ascolta.

 

La Verità, 6 ottobre 2017

Piperno: «La letteratura non c’entra con le idee»

Fuori diluvia e io e Alessandro Piperno stiamo parlando da oltre un’ora in un bar semibuio di Mantova quando, abbassando ancora il tono della voce, lui confida: «Adesso vorrei essere una zanzara per ascoltare cosa si dicono quelle due ragazze al tavolo di fronte. Oppure, senza bisogno di metamorfosi, sarei curioso di sapere chi è il nostro barista, se è contento di esserlo, se voleva fare un altro lavoro, che vita interiore ha, che lutti ha sopportato. Non trovi che sia interessante? Anche al ristorante, di solito, sono sempre più attratto da quello che sta accadendo agli altri tavoli piuttosto che al mio. Questo m’incuriosisce e c’entra con il mio lavoro: le storie, le persone».

Incontro Piperno al Festival della letteratura, prima della sua conversazione su Philip Roth, che considera il più grande scrittore vivente. Piperno insegna Letteratura francese all’Università di Tor Vergata. Nel 2012 ha vinto il Premio Strega con Inseparabili – Il fuoco amico dei ricordi. Ha scalato le classifiche vendendo centinaia di migliaia di copie. Ha appena pubblicato Il manifesto del libero lettore (Mondadori), un saggio che rivela enorme padronanza della letteratura classica, familiarità con le creature che la popolano, ironia sui tic dell’editoria. Eppure non se la tira. Anzi, appare sempre un po’ spaesato e timoroso di qualche pericolo incombente. Come quello che avvertono molti dei suoi personaggi.

È qualcosa che ha a che fare con la tua cultura ebraica?

«Non so. Sicuramente ha a che fare con alcuni artisti ebrei con i quali mi sento di condividere il talento artistico, oltre ad alcune idiosincrasie. Il mondo mi fa paura. Sto per andare a parlare di una cosa che amo davanti ad alcune centinaia di persone che pagano il biglietto e vorrei avere la spavalderia che vedo in alcuni miei colleghi. Invece ho soltanto timore».

Philip Roth. Per Piperno «il più grande scrittore vivente» (AP Photo)

Philip Roth. Per Piperno «il più grande scrittore vivente» (AP Photo)

Potrebbe essere solo timidezza o la preferenza a stare dietro le quinte?

«Mi sento sempre sotto il giogo di un’intimidazione. Per strada, se una persona mi viene incontro, la prima cosa che penso non è: è un lettore che mi ha riconosciuto o qualcuno che mi chiede un’informazione stradale, ma è qualcuno che viene per farmi del male. Hai presente quei cani che sono stati picchiati e quando provi ad accarezzarli si ritraggono d’istinto? La letteratura è il solo ambito in cui sono libero di esprimermi in modo spregiudicato senza temere di essere spavaldo».

Sei figlio di madre cattolica e padre ebreo. A volte la differenza si coglie nei dettagli: quando entra in chiesa il cattolico si toglie il cappello mentre l’ebreo lo indossa. Tu preferisci indossarlo, hai scelto la ritualità sulla libertà?

«Quel mondo lì mi ha sempre interessato di più. Però sono impastato della cultura cattolica di mia madre, dei suoi sensi di colpa, delle sue intimidazioni morali. Ho anche frequentato una scuola cattolica. Se c’è qualcosa di malsano è proprio l’impasto delle due cose che forse era meglio tenere lontane. Il milieu in cui si svolgono le mie storie somiglia al mondo di mio padre, i demoni che le dominano invece vengono dal mondo di mia madre».

Com’è nata l’idea di questo Manifesto del libero lettore?

«Qualche anno fa, parlando di classici con Antonio Troiano e Piero Ratto del Corriere della Sera, saltarono fuori le fulminanti sintesi di grandi libri di Giovanni Raboni. Pur senza essere Raboni penso di poterlo fare, osservai, anche se non con la sua concisione estrema. Mi piace spiegare qualcosa, non solo suggestionare. L’idea è che è più interessante vedere la narrativa dal punto di vista di chi la fa. Credo si capisca di più di calcio ascoltando Beppe Bergomi che Fabio Caressa».

Impossibile fare patti con i gusti dei lettori?

«Lo è per me e non mi ha mai importato. È impossibile negare di rivolgersi a una certa platea. Ma se questo ti spinge a essere retorico, compiacente, caramelloso o consolatorio il gioco non vale la candela. Soddisfatti e rimborsati non è il mio modo di lavorare».

C’è una predisposizione per meglio assaporare le delizie della narrativa?

«Credo che, come la poesia, la narrativa sia innanzitutto un’esperienza sensuale. Perciò sono convinto che qualsiasi forma di generalizzazione sia un modo infantile di viverla. Tutto ciò che intellettualizza un’esperienza di fruizione artistica è infantile. Mi irrito quando m’interrogano sugli elementi sociologici di un libro. Credo che la letteratura non c’entri niente con le idee e i grandi temi. La narrativa è fatta della bizzarria di certi personaggi, del profilo di un protagonista, dei suoi tic, di un cognome strano… Quando sento dire “questo libro è l’emblema della crisi americana” mi cascano le braccia. Ho voluto esplicitare questo sentimento».

Nel tuo «paese della narrativa» si avverte una certa allergia per critici, uffici stampa, agenti…

«È un’insofferenza che non riguarda solo l’industria editoriale con la quale ho rapporti sporadici. Frequento poco i colleghi e difficilmente i giornali scrivono su di me. Ho sempre avuto questa idiosincrasia verso ciò che è istituzionale e che nel corso degli anni ho visto spesso naufragare. Al liceo non sopportavo i programmi tradizionali: I promessi sposi e Dante insegnati in quel modo gridano vendetta. All’università m’irritavano i colleghi che sentenziavano su certe metodologie critiche come fossero dogmi religiosi. Nell’editoria mal sopporto gli scrittori che pontificano. Sono un tipo mite e nonviolento, però difendo il mio modo di vedere le cose con una certa forza e, spero, arguzia».

Otto scrittori di cui non sai fare a meno: Marcel Proust, Gustave Flaubert, Stendhal, Lev Tolstoj, Vladimir Nabokov, Italo Svevo, Charles Dickens, Jane Austen. Se dovessi sceglierne uno solo?

«Con la testa sceglierei Tolstoj, con il cuore Proust».

Proponi 35 ritratti di personaggi, da don Abbondio a Philip Marlowe, da Mickey Sabbath a Raskol’nikov, con i quali mostri di avere grande familiarità.

«M’indispettisce il fatto che don Abbondio sia considerato l’emblema della vigliaccheria, Raskol’nikov del risentimento giovanile e via così. Credo che queste figure vadano prese con lo stesso piglio con cui si affrontano le persone reali. Perciò ne parlo come fossero mio suocero o mio fratello».

La letteratura può essere una realtà virtuale, autosufficiente, un rifugio, un mondo parallelo?

«Ecco cosa rispose Roth nel 1984 a una domanda simile di un giornalista del Nouvel Observateur: “Anche l’arte è vita, isolamento è vita, meditazione è vita, fingere è vita, fare congetture è vita, contemplare è vita”, ma soprattutto la cosa più bella, “lingua è vita”. Per sua stessa essenza la realtà è un dato soggettivo. Per me un personaggio letterario può essere più reale del mio panettiere».

I personaggi letterari puoi metterli su uno scaffale quando chiudi un libro, le persone le hai davanti. Nel primo caso sei tu che decidi tutto, nel secondo no.

«Tutti viviamo con dei fantasmi che gli altri possono considerare finti. Come le persone che non ci sono più o la persona amata che non hai mai incontrato. Questa è vita esattamente come quella di chi ha un rapporto coniugale normale e non è vero che lo puoi chiudere quando vuoi. C’è interazione tra ciò che avviene là dentro e ciò che avviene qua fuori. La letteratura è uno strumento per comprendere la vita e la vita lo è per comprendere la letteratura».

Segui qualche scrittore italiano in particolare?

«Un amico che stimo molto è Leonardo Colombati. Poi Walter Siti, Michele Mari, Sandro Veronesi. Con Leonardo ho rapporti stretti, con Walter li avevamo prima che andasse a vivere a Milano… Non credo che la narrativa se la passi così male».

Roberto Saviano?

«Mi ha molto interessato. Non per il suo impegno politico, ma per la forza dell’immaginario che possiede e che è notevole».

Quando scrivi?

«La mattina presto. Mi sveglio alle 5 e mezza, un caffè e mi metto a lavorare».

Non di notte?

«Di notte non connetto. Per alzarsi alle 5 bisogna andare a letto presto».

Proustianamente parlando.

«Sì, ma la similitudine si ferma all’orario di coricarsi».

Che rapporto hai con i social e il web.

«Zero. Ho giusto la mail».

Piperno: «Sono drogato di Game of thrones»

Piperno: «Sono drogato di Game of thrones»

E con la televisione?

«Sono videodipendente. Seguo anche il trash delle diete delle messicane che si sposano. Poi sono drogato di serie, dalle più sofisticate alle più cialtrone. Mad man, I Soprano, Good wife, adoro Game of thrones. Guardo i talk show, incazzandomi parecchio perché ho sempre la sensazione che tutti scelgano una posizione pretestuosa in base alla convenienza del momento».

Sorpresa: segui la politica.

«Sono uno da maratone e dibattiti su La7 o altrove. Fatico a identificarmi con un politico, direi che sto in un sistema valoriale ed elettorale vagamente progressivo e progressista. Però non è la politica la mia dimensione. Ritengo che Mickey Sabbath può dire cose più vere di Matteo Salvini».

Hai già in mente il prossimo libro?

«S’intitolerà Ipocrisia e lo sto già scrivendo. Sarà molto lungo e in prima persona. Farò i conti con una parte della mia vita che ho sempre tenuto a bada».

A una collega del Foglio hai confidato: «La mia è una vita di rimessa». C’è qualcosa che lenisce il tuo nichilismo?

«Quando la mia compagna legge le mie interviste non mi riconosce e dopo poche righe le abbandona perché c’è una discrepanza con la vita che facciamo. La luce viene dalla vita stessa: quella che conduco ha i suoi lati edonistici, il cibo, il sesso, la natura. Non percepisco l’accezione negativa del nichilismo. Anche se sono convinto che la vita non abbia un senso, cerco di viverla nel miglior modo possibile. E, a volte, la trovo gradevole».

La Verità, 10 settembre 2017

Dove va a parare la terza stagione di Gomorra

Quando si arriva alla terza stagione di una serie tv, peraltro già molto celebrata dalla critica oltre che baciata dal successo internazionale come Gomorra, non è facile continuare a crescere senza sbilanciarsi e perdere un po’ l’equilibrio. È accaduto a marchi prestigiosi della serialità europea come la britannica Fortitude e la francese Les Revenants che, dopo la stagione d’esordio, hanno esasperato certi toni, smarrendo compattezza narrativa. Anche un titolo come House of Cards, già pericolosamente esposto sul crinale della plausibilità, è atteso al varco dell’incombente quinta annata. Finora la serie tratta da un’idea di Roberto Saviano ha esplorato molte vie della ferocia della camorra con originalità della scrittura, imprevedibilità narrativa e centralità del territorio realizzando il fenomeno della serialità universalmente apprezzato. «Siamo appena tornati dagli screenings di Los Angeles dove sono stati presentati i prodotti della prossima stagione», svela Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali Sky, «e dall’insistenza delle richieste dei produttori americani sulla data di uscita della nuova stagione posso dire che esiste un prima e un dopo Gomorra. Con questa serie è cambiata la percezione della produzione italiana e forse anche europea». Per tranquillizzare tutti va detto subito che si tratta di attendere solo fino a novembre, quando decollerà su Sky Atlantic. E, banalmente, dopo le imprevedibili morti di Imma Savastano, moglie di don Pietro nella prima stagione, e di Salvatore Conte, capo della cosca rivale, oltre che dello stesso don Pietro, nella seconda, vien da chiedersi che cosa dobbiamo aspettarci nella prossima. E questo più che per vagheggiare l’escalation di una storia già estrema, per tentare di capire quali strade proverà a perlustrare una serie che ha già notevolmente elevato la qualità della produzione. «Non si tratta d’innalzare il livello della ferocia infiocchettando il racconto o studiando abbellimenti per compiacere il pubblico», sottolinea Claudio Cupellini che, insieme a Francesca Comencini firma i 12 episodi (sei a testa) della nuova stagione. «È vero, a volte, come si legge anche in questi giorni, la realtà è più cruda della peggiore fantasia. Ma noi possiamo solo inseguirla con il massimo impegno, non avendo ancora la capacità di anticiparla». Nebbie dialettiche anti spoiler a parte, comunque nella prossima stagione le novità non mancheranno. Dopo una prima scena in Bulgaria, la contesa tornerà interamente a Napoli, dove le fazioni «dei Talebani», per le barbe arabeggianti dei loro appartenenti, contenderanno il dominio sul territorio ai clan di Genny Savastano (Salvatore Esposito) e del rivale Ciro Di Marzio (Marco D’Amore). Anche un rampollo della Napoli bene rimarrà sorprendentemente affascinato dal potere dei clan camorristici: «È uno studente universitario che può condurre una vita agiata, un personaggio che persegue un’affermazione di sé in ambienti lontani da quelli abituali», illustra Loris De Luna che lo interpreterà. Comunque, si tratta di un «personaggio coerente con tutta la storia», sottolinea Cupellini. «Noi non forziamo le sceneggiature per esigenze industriali. In questo siamo diversi dalle produzioni americane», rimarca Hartmann. «Romanzo criminale l’abbiamo fermato dopo due stagioni perché la storia si era compiuta. Invece, anche se non è facile migliorare lo standard delle precedenti, di Gomorra stiamo già scrivendo la quarta stagione». Se il concept è forte «si può aggiornarlo e ricollocarlo in nuove situazioni», accenna Roberto Amoroso, direttore creativo della fiction Sky. Nella prossima stagione, oltre a un approfondimento interiore dei vari personaggi alla ricerca della consacrazione criminale, il territorio sarà ancora più protagonista che nelle prime due. E questo è «un altro aspetto che ci differenzia dalla serialità americana fatta principalmente di testo e attori che lavorano in studio», osserva Riccardo Tozzi, produttore con Cattleya. «Gomorra allarga lo spettro della visualità, inserendo il realismo del territorio come elemento fondamentale della narrazione». Finora rimasta nella periferia delle Vele e nei quartieri fatiscenti di Scampia e Secondigliano, la guerra di camorra si allargherà a macchia d’olio fino a conquistare il centro di Napoli. Nel quartiere Forcella si girava ieri una scena del quinto episodio, diretto da Francesca Comencini, in cui la cosca di Ciro deve riconquistare una zona abbandonata. L’Immortale – è il suo soprannome – stende la cartina toponomastica della città cerchiando con il pennarello il luogo dove deve esplicarsi l’azione del commando: «Per sopravvivere dobbiamo essere sempre un passo avanti a chi ci sta addosso», ammonisce Ciro. «Ma noi non vogliamo solo sopravvivere», obietta qualcuno. «Questo lo vedremo», lo zittisce il boss. Ora, in conferenza stampa, Marco D’Amore conclude, savianeggiando: «Diamo il benvenuto nella serie a Napoli, nuovo protagonista in tutto il suo splendore e le sue contraddizioni. Consapevoli che Neapolis, città d’origine greca, potrà mettere le basi della sua rinascita solo partendo dalla risposta dei suoi cittadini».

La Verità, 30 maggio 2017 

Gomorra, lo spettacolare autismo del Male

Stamm’in cima. Dice così, Ciro Di Marzio, alla moglie Debora che gli chiede conto di tutti i sacrifici e le rinunce cui sono sottoposti, lui e la sua famiglia. Stiamo in alto, in cima alla piramide. Poco dopo l’Immortale sprofonderà nel punto più basso della sua drammatica parabola. Qualcosa di sconvolgente e disturbante, anche per lo spettatore.

A due anni di distanza dalla prima edizione, è finalmente iniziata la seconda stagione di Gomorra – La serie (Sky Atlantic e Sky Cinema 1): di gran lunga la serie più attesa dell’anno. Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) è evaso dal carcere e vuole riprendersi “quello che è nostro”. Ma trova una situazione completamente cambiata. Il figlio Genny (Salvatore Esposito) è ancora vivo e rivendica il suo ruolo, Ciro (Marco D’Amore) è divorato dalla sete di potere, Salvo Conte (Marco Palvetti) tesse la sua tela. Tutti perseguono una supremazia personale. Spartendosi le piazze, il traffico di droga, i locali. Sono bestie fameliche e disperate, che vogliono comandare. Ma vivono in case che sono spelonche, senza lussi, braccati, perennemente in fuga da un destino segnato, negli antri di acquitrini a Scampia, in una boscaglia in Germania, sui lungomare fatiscenti: una pistola può spuntare dietro ogni angolo.

Ciro Di Marzio (Marco D'Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

Ciro Di Marzio (Marco D’Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

La morte, ha scritto Roberto Saviano nelle note della sceneggiatura è “la vera differenza nelle dinamiche di potere: se sei disposto a vivere per la tua famiglia, se sei disposto a vivere per il tuo lavoro, se sei disposto a vivere per i tuoi soldi, se sei disposto a vivere per il potere, se sei disposto a vivere per le tue donne non vali. Devi essere disposto a morire in ogni momento e a uccidere in ogni momento. Questo ti rende un uomo (o una donna) capace di comandare”. Stefano Sollima e gli altri registi (Claudio Cupellini, Francesca Comencini, Claudio Giovannesi) insieme agli sceneggiatori (Stefano Bises, Leonardo Fasoli) raccontano il sistema – “gli Stati Uniti della Camorra” – che da Napoli s’irradia in Honduras e in Germania (secondo episodio) e chissà dove ancora. Lo fanno scavando nelle psicologie più che nella prima stagione, tentando una narrazione introspettiva dei protagonisti. I primi episodi sono monografie dei personaggi. Si vede Ciro piangere, Genny inghiottire fiele. Siamo in cima, dice Ciro, e sprofonda. È una contraddizione palese, possibile solo dentro un universo chiuso, tossico. Gomorra è tutta in questa contraddizione colossale.

Possiamo parlare di male e bene finché vogliamo; possiamo provare ad applicare criteri etici: non centreremo il bersaglio. Con il moralismo e l’ingenuità del bene contrapposto al male non si riesce a capire. Il male è autoevidente, spettacolare, disturbante. Lo spettatore lo riconosce senza subirne il fascino. Ma Gomorra è questo: un mondo autistico, un microcosmo senza uscita, un universo chiuso, malato (“irredimibile”, disse Sciascia). Un kolossal del male, con la drammaticità cupa di certi classici russi dell’Ottocento. L’ipotesi di fare un’altra vita, di uscire dal giro, di andarsene e ricominciare da zero non è nemmeno paventata. L’unica strada è scalare a qualsiasi costo il sistema del crimine, fino a comandare, ancora prima e ancor più che arricchirsi. Altro esempio. I boss hanno le fotografie di Padre Pio appese in camera, le croci al collo, Genny si è tatuato in spagnolo “confido solo in Dio”: e sono pronti alle azioni più efferate, della violenza più brutale.

Stamm’in cima.

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Post Scriptum In questi giorni tutti abbiamo letto interviste ed interventi di Roberto Saviano, molto protagonista per l’uscita di questa seconda stagione forse perché ricorre il decennale della pubblicazione di Gomorra, celebrato con una nuova edizione. Sarà perché ha scritto tanto che nelle note di sceneggiatura gli è scappata un’espressione che un bravo editor avrebbe dovuto correggergli, sia per la punta di compiacimento, sia per la scelta del verbo: “Non aver paura della complessità, questo è ciò che chiedo a me stesso quando ideo una serie, un film, un libro”.

Perché la politica alza la voce per Vespa e Riina

Immaginavo di vedere più compattezza nel mondo dei media sull’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina. Immaginavo una difesa più netta dell’informazione, pur con qualche distinguo necessario, dettato soprattutto dall’errore della firma della liberatoria avvenuta solo dopo il colloquio. Non è questione solo formale: se la liberatoria non viene firmata prima, l’intervistatore non ha il coltello dalla parte del manico e può avere difficolta ad affondare domande e critiche. Questo è il punto debole di tutta la faccenda, il nervo scoperto di Vespa. Detto ciò, guardandosi intorno c’è poco da stupirsi. Il superego di big dell’informazione e artisti è sempre in agguato. Dire che “non è giornalismo intervistare chi ha un libro in uscita” (Enrico Mentana) è argomento più che opinabile. Tre quarti delle interviste televisive avvengono per libri e film in uscita. Avviare una raccolta di firme e organizzare sit-in per chiedere le dimissioni di Vespa (Sabina Guzzanti) rende palese la frustrazione per il tuo film ignorato. Niente di più.

Altre firme, da Travaglio a Gramellini, hanno difeso il pur imperfetto lavoro di Vespa. Sull’Unità, parlando di quell’intervista Chicco Testa ha scritto che “il male era lì davanti a noi, visibile, chiaro e trasparente. Facilmente giudicabile da chiunque… Fosse per me, riproporrei quella intervista nelle scuole e inviterei a commentarla il giovane Schifani. Così, per mostrare qual è l’evidenza della differenza fra il bene e il male”. A Che tempo che fa Roberto Saviano ha decodificato i messaggi del figlio del Capo dei capi. Un lavoro di traduzione minuzioso, da conoscitore delle logiche della criminalità organizzata. “Per combattere la mafia bisogna conoscerla”, aveva detto Vespa. Saviano la conosce. Ma, citando Montaigne quando dice che la parola detta appartiene per metà a chi la pronuncia e per l’altra metà a chi la ascolta, ha sottolineato che “noi non siamo stati capaci di ascoltare la nostra metà di parola”. Forse questa decodifica sarebbe stato meglio farla subito, più a ridosso dell’intervista. Ma resta il fatto che, prima trasmettendola e commentandola con il figlio di una vittima e l’esponente di un’associazione anti-pizzo, e poi traducendola, la Rai ha fatto servizio pubblico. Che non è una formula per giustificare l’idea paternalistica che i telespettatori abbiano bisogno di protezione perché privi di strumenti critici.

https://youtu.be/s3ddSBLsvtU

In passato giornalisti adorati come idoli – Biagi, Zavoli, Montanelli – hanno intervistato campioni assoluti del Male senza che nessuno, non dico quasi l’intero arco costituzionale come stavolta, si sia stracciato le vesti. Vien da chiedersi perché questa intervista sia diventata un caso tanto eclatante. Perché la politica ha alzato così tanto la voce, mentre in passato (Ciancimino jr da Santoro, solo per fare un esempio recente) aveva assistito passiva? Perché, mentre i conduttori e i giornalisti Rai (Gabanelli, Iacona, Giannini, Giammaria, Porro) non sono preoccupati del coordinamento editoriale di Carlo Verdelli, i politici (Anzaldi, Bindi, Gasparri) temono bizzarramente la censura? Come mai questo capovolgimento di fronti? Dopo l’audizione di Campo Dall’Orto e Maggioni in Commissione Antimafia della settimana scorsa, quella del responsabile editoriale Verdelli e del direttore di Raiuno Andrea Fabiano in Vigilanza (mercoledì), sollecitato dall’ineffabile Michele Anzaldi anche l’Agcom si occuperà della vicenda. Audizioni. Esami. Test. Giornalisti e operatori della comunicazione devono presentarsi davanti a organismi politici. Devono rendere conto, giustificarsi, discolparsi come a un processo. Ottenere un’assoluzione. Un’approvazione. Va bene, questa volta passi, però non rifarlo più (intanto, probabilmente, Vespa sarà ridimensionato). Ma che sistema è? Non è una liturgia da ancien regime. Non s’era detto che la politica doveva “fare un passo indietro” dalla Rai? Che la riforma doveva portare a un servizio pubblico meno controllato dai partiti e più vicino al modello Bbc? Così aveva annunciato il premier. E non si sono dati i superpoteri al direttore generale perché avesse ampia libertà decisionale e d’azione? Campo Dall’Orto ha più poteri, più soldi che arriveranno dal canone in bolletta, e libertà di scegliere gli uomini come ha dimostrato con la nomina di Verdelli. Con queste condizioni, se non riesce a riformare lui il servizio pubblico chi ci riuscirà?

Sembra già che la politica si sia pentita e voglia tornare a controllare il giocattolo. Non vuole che le sfugga di mano. Vuole tornare all’ancien regime. Come già accaduto altre volte. Per Renzi riformare la Rai è, in un certo senso, come eliminare il Senato elettivo: tagliare un ramo del suo albero. E allora ecco qua: audizioni in Commissione di Vigilanza, Authority al lavoro, altre liturgie in cui dirigenti e direttori devono chinare la testa. Il 6 maggio prossimo è in calendario il rinnovo per la concessione del servizio pubblico che qualcuno chiede non sia più appannaggio esclusivo della Rai, ma venga allargato anche ad altri soggetti editoriali, con conseguente proporzionale ridistribuzione del canone. È probabile che il rinnovo slitti di qualche mese.