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«La pistola posso trovarla, mi manca il coraggio»

Massimo Fini gioca d’anticipo e come metto piede in salotto dice: «Prima d’iniziare devi firmare un impegno a farmi rileggere il testo. Non l’ho mai fatto, ma ho deciso di cambiare». Due anni fa Fini è già stato protagonista degli Irregolari, ma gli ultimi suoi scritti, sempre più radicali, giustificano un aggiornamento. In un lungo articolo sul Fatto quotidiano del 22 settembre ha invitato i ragazzi ad ascoltare Il bombarolo di Fabrizio De André e a ribellarsi. In un secondo del 7 ottobre, intitolato «La lealtà presa a pesci in faccia», ha praticamente dichiarato guerra al mondo: «Per tutta la vita», ha scritto, «ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io». Dunque, eccoci qua. Firmato l’impegno scritto, chiedo: come dobbiamo considerare questa intervista, mi posso fidare delle risposte? «No che non ti puoi fidare. È un controsenso che tu venga da Padova dopo il mio proclama di slealtà. Ti dirò una serie di menzogne o di mezze verità, che forse sono anche peggio». Le sorprese, però, non sono finite: «Adesso devi ascoltare Il bombarolo, da cui tutto è cominciato». Si alza e accende l’impianto hi fi.

Perché tutto è cominciato da questa canzone del 1973?

«Perché mi riporta alle mie origini anarchiche. Ascoltandola, mi sono chiesto che cosa ho fatto. La risposta è: nulla. A parte i libri, che resteranno almeno per un po’, tutto il mio lavoro molto doverista non ha avuto senso. Credo di aver sprecato il mio talento. Avrei dovuto venderlo al miglior offerente».

Al miglior offerente?

«Sì, come han fatto tutti. Anche uno come Alessandro Sallusti, che ritengo un ottimo professionista, si è messo al servizio di Berlusconi. Qualche tempo fa, a una cena nella terrazza di casa sua, mi presentò agli ospiti: “Massimo è uno che ha rinunciato a grandi quantità di denaro, a miliardi”. Le donne rizzarono le orecchie. “Si sa come funziona”, continuò Sallusti, “si entra in un giro e poi le cose vanno di conseguenza”. Apprezzai la schiettezza. Sallusti conserva una sua integrità. Salvo anche Maurizio Belpietro che ha una sua dignità. La stessa non vedo in Vittorio Feltri che, come ho già scritto, ha la moralità di una biscia. Questo mi spiace perché con lui ho condiviso esperienze professionali notevoli, però oggi questo è».

Tornando a te e al soldo del miglior offerente, quanto avresti retto?

«Ho lavorato a Repubblica. Eugenio Scalfari mi mandò due telegrammi di complimenti, ma dopo tre mesi me ne andai. Il mondo radical chic non era il mio. Non erano loro a essere sbagliati, lo ero io per loro. Non era il mondo giusto neanche per il mio unico vero amico nel mestiere, Giorgio Bocca. Conservo ancora la sua recensione a Ragazzo. Storia di una vecchiaia: “Una lettura affascinante. Il ragazzo mi spiega con fraterna sincerità cosa sono oggi”».

Grandi amici, ma Bocca rimase a Repubblica.

«Manteniamo le misure: Giorgio era di una categoria superiore. Una delle critiche che mi si può muovere è di essere troppo tranchant».

Il fatto che lo consideri superiore è verità o mezza verità?

«Lo ritengo il più grande giornalista del dopoguerra».

Più di Montanelli?

«Sì. Ricordo un dialogo proprio con Giorgio, sempre più brontolone: “Non mi piace più niente e nessuno”, diceva. “Neanche Marco Travaglio?”. “Non si può scrivere un pezzo ogni giorno”. Allora, cercando qualcuno che lo soddisfacesse citai Montanelli. Disse che venivano spesso accomunati e che, sebbene ne apprezzasse la scrittura elegante, pensava non fosse un uomo profondo. Aveva ragione Giorgio, lo dico con gran sofferenza».

Immagino, anche perché Montanelli ha scritto: «Massimo Fini ha le mani pulite. Non rispetta le regole. Non sta al gioco. Ed è questo che dà tanta forza alla sua frusta».

«La sua prefazione a Il conformista me la tengo stretta anche più del premio alla carriera intitolato a lui che un gruppo di colleghi, tra cui Paolo Mieli, ha pensato di tributarmi. Indro è stato un gigante. Però fare il bastian contrario con i tolleranti democristiani non era così difficile. Quando è finito il suo mondo di comunisti e democristiani ha perso la presa. Non ha capito il fenomeno Lega e l’avvento di Berlusconi. La rapida fine della Voce lo dimostra. Berlusconi lo cacciò per le ragioni che conosciamo, ma in quel momento Il Giornale aveva come punto di riferimento Arnaldo Forlani. Da editore l’avrei cacciato anch’io».

Quello di Repubblica non era il tuo mondo, quale avrebbe potuto esserlo?

«Il mio mondo non c’è. I giornali della cosiddetta destra, Il Giornale, Libero, La Verità mi hanno sempre trattato con rispetto. Fosse stato per le testate della sinistra non sarei esistito culturalmente in questo Paese».

Avresti potuto resistere nella stampa moderata o conservatrice?

«Io non faccio la puttana. Credo che l’unico personaggio pubblico che si avvicina a me sia Daniele Luttazzi, l’unico uscito massacrato dal cosiddetto editto bulgaro. Anche Marco Travaglio e Carlo Freccero si sono ripresi».

Hanno pagato le loro posizioni, Freccero in particolare.

«Non ne sono convinto… Lo vedi quel telone che copre la vista all’esterno?».

E cosa c’entra?

«È una questione di dignità. Noi, qui dentro, alle quattro del pomeriggio, teniamo le luci accese e non vediamo fuori a causa di quel pannello su impalcature. Al decimo piano si dovevano fare dei lavori di ristrutturazione e ci sarebbe stato un costo da suddividere tra condòmini. Ma siccome una società di affissioni pubblicitarie ha offerto mille euro al mese a inquilino ora il pannello toglie la vista a tutti. Qui ci abita gente benestante, non siamo a Quarto Oggiaro. Per mille euro non si vendono luce e aria e la propria dignità. Ne ho parlato con gli avvocati».

Che pubblicità c’è?

«Qualunque sia. All’inizio c’era Sky, adesso non so».

È l’inizio della tua rivolta?

«Ma che ne so, ho 74 anni… So che Travaglio è preoccupato perché teme la violenza. Qualcosa m’inventerò e non sarà politically correct».

La lealtà è un ideale dell’Ottocento romantico un po’ superato?

«Per me no. Io sono legato a questo principio ottocentesco, mio padre mi ha educato a questi ideali, io ho fatto lo stesso con mio figlio. Faremo tutti una brutta fine. Spero non mio figlio. Non l’ho mai aiutato, però ha già subito tutti i danni del fatto di essere mio figlio. È docente di matematica, nulla che c’entri con me. Si è presentato al concorso per diventare associato, ma hanno promosso la moglie del suo professore».

Lo stato d’animo del bombarolo è la solitudine o l’isolamento?

«Direi l’isolamento. Rischiando di persona, fa esplodere un chiosco di giornali esponendosi al ridicolo che è la cosa peggiore. Qualcun altro sfrutta la situazione e finisce in prima pagina».

Il contrario della lealtà è l’ipocrisia cioè il politicamente corretto?

«Diciamo che è la mezza menzogna, che è peggiore della menzogna pura e semplice. Ne sono pieni i nostri giornali, perciò non li leggo più».

Neanche nello sport si predica più lealtà.

«A cominciare dal calcio, dominio del business. Ne parlerò nel libro che sto scrivendo per Marsilio con Giancarlo Padovan. S’intitolerà Storia reazionaria del calcio italiano, racconterò la bellezza perduta degli ultimi anni. Non a caso i ragazzi si indirizzano alla pallavolo, al basket, all’hockey».

In politica c’è posto per la lealtà?

«In genere finisce male. Nutro una certa simpatia per i 5 stelle, ma non è un caso che Alessandro Di Battista se ne sia andato in Guatemala. Dopo anni in cui vedi che non cambia niente ti rassegni. Non voglio togliere la speranza ai giovani, ma io non ce l’ho».

Che cosa t’ispira dei grillini? Sono forse un po’ ingenui?

«Conosco Beppe Grillo da più di trent’anni, e anche Luigi Di Maio e Di Battista. Sono puliti. Ci chiediamo se sono anche capaci. La risposta è nel mantra di Travaglio: i capaci cos’hanno fatto finora?».

Che cosa pensi di Matteo Salvini?

«Che ha ragione quando dice che sarà difficile reggere alle pressioni della finanza internazionale, in gran parte ebraica. Sta crescendo un movimento di populismi che mira a disarticolare il sistema che si è affermato dopo la fine della Seconda guerra mondiale».

Un movimento che parte dall’America dell’impresentabile Donald Trump.

«Quando i cittadini americani hanno visto che le grandi società della finanza, i media e Hollywood stavano tutti con Hillary Clinton, dopo essersi chiesti se quel mondo li rappresentava, hanno votato Trump. Questo movimento parte da lì, attraversa l’Europa e arriva al candidato brasiliano Jair Bolsonaro».

Il politicamente corretto vuol trasformare le istituzioni in luoghi di bontà?

«Fino al 1960 l’Africa sub sahariana era alimentarmente autosufficiente. È stato il modello occidentale a produrre l’immigrazione e non basteranno i cannoni di Salvini a fermarla. Abbiamo bombardato la Libia, ma si dice che non siamo stati capaci di controllare il dopo Gheddafi. In realtà, la Libia era riconosciuta dall’Onu e l’intervento francese, americano e italiano era fuori dalle leggi internazionali. Il problema non è quello che abbiamo fatto dopo, ma quello che abbiamo fatto prima».

Il caso del sindaco di Riace dimostra che per perseguire una missione le istituzioni possono scavalcare la legge?

«Il re Caronte si oppose alla sepoltura del fratello di Antigone perché aveva violato la legge. Il dilemma tra regole e umanità è uno dei tanti, irrisolvibili, a cui è posto di fronte quest’essere tragico che è l’uomo».

Hai risposto a tutto senza bluffare, solo non mi è chiaro come e quando inizierà la rivolta.

«Smetterò di scrivere, sono stanco».

L’hai annunciato altre volte.

«Mi sto allontanando lentamente dalla vita. La pistola la trovo, mi manca il coraggio».

 

La Verità, 14 ottobre 2018

De Benedetti, Lilli Gruber e il Marchese del Grillo

Per quale motivo l’ingegner Carlo De Benedetti è andato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, finendo per sparare contro Eugenio Scalfari e sconfessare la direzione di Repubblica, il giornale che è il suo «grande amore», ma con il quale i rapporti sono «assenti»? Doveva giustificare un altro tipo di rapporti, quelli privilegiati con Matteo Renzi, che gli hanno permesso una speculazione in borsa, fonte di un rapido profitto di 600.000 euro. Per farlo, ha elencato le frequentazioni con tutti i presidenti del consiglio italiani e i governatori della Banca d’Italia dell’ultimo quarantennio, le cene e gli inviti di presidenti americani e francesi, cancellieri tedeschi, premier britannici. Tutte cose normali, per l’Ingegnere che, oltre a quelle della conduttrice, non ha dovuto rispondere a domande di altri scomodi giornalisti. Insomma, perché ci è andato? Per imitare Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi…». Quando l’arroganza nasconde debolezza. E dilata le crepe nell’impero.

Risé: «Politici e giornalisti omertosi sulla cannabis»

Claudio Risé ha una vita doppia. È psicanalista e giornalista. È tra i fondatori del quotidiano La Repubblica e ha partecipato alla nascita della Comunità di San Patrignano. Vive tra Milano e Bolzano, precisamente a Renon, da dove si gode la vista mozzafiato delle vette del Sella, del Sassolungo, dello Scillar e del Catinaccio. «Sono milanese, ma ho sposato una donna di qui (Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica ndr): come potevo convincerla alla metropoli?». Così lui si divide, un paio di giorni a Milano tre volte al mese, il resto quassù «vicino alla natura, non saprei trovare di meglio. E poi Sigmund Freud, che ci veniva in vacanza, scrisse a Collalbo alcuni dei suoi testi più importanti. C’è anche una lettera a Jung in cui decanta questi posti. Invece Bronislaw Malinowski, lo studioso polacco che si può considerare il fondatore dell’antropologia, stabilì qui proprio la sua dimora di famiglia. Insegnava a Londra, andava in Australia per le ricerche sulla popolazione della Melanesia, e poi tornava tra queste montagne». La casa di Risé, sviluppata in altezza, è fatta di scale e stanze strette e vetrate larghe, per godere il panorama. Le pareti, invece, non si vedono, ricoperte di libri: «Circa ventimila, di antropologia, filosofia, scienze umane, storia delle religioni, organizzazioni politiche, economia. Quelli di psicologia, invece, sono nella casa di Milano». Più che mai personaggio controcorrente, in anni di femminismo e femminilità imperanti, ha pubblicato diversi saggi dedicati al «maschio selvatico» e al padre, «assente inaccettabile». Sul settimanale Io donna del Corriere della Sera, una delle numerose testate cui collabora, cura il blog intitolato «Psiche lui».

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Come fa a tenere insieme tutte queste attività?

«Grazie alla passione per la vita e alla curiosità per la psiche umana».

Lei però ha iniziato come giornalista.

«Mi ero laureato all’Institut Universitaire des Hautes Etudes Internationale di Ginevra perché volevo entrare all’Onu. Divenni allievo di Jean Meynaud, l’inventore dei gruppi di pressione, ma intanto mandavo corrispondenze economiche da Parigi e Ginevra all’Espresso. Quando vollero aprire una redazione a Milano di economia, mi fecero un’offerta importante e tornai a Milano».

Dove trovò Eugenio Scalfari.

«Era il padre nobile dell’avventura, ma presto litigammo su Michele Sindona (il banchiere e faccendiere siciliano membro della P2 ndr). Passai al Corriere, poi feci il vicedirettore di Espansione, ma quando fondò Repubblica Scalfari mi richiamò. Ho fatto il giornalista in senso stretto per dieci anni, senza esserne appagato. L’anno scorso ho festeggiato cinquant’anni d’iscrizione all’Ordine».

Come arrivò alla psicanalisi?

«In quegli anni di riflessione su me stesso tornò prepotente la curiosità per la psiche. Gli amici dicevano che era la mia vera vocazione perché da sempre rompevo le scatole con l’antropologia… Così, ripresi a studiare. Quando nacque l’Ordine degli psicologi presentai i miei lavori e iniziai a insegnare nelle università».

Tra i suoi lavori più osteggiati c’è un libro del 2007: Cannabis – Come perdere la testa, e a volte la vita.

«L’ho scritto nel 2007 quando mio figlio aveva 14 anni e l’ho dedicato a sette miei amici, alcuni dei quali morti a causa della droga».

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

Diversa dalla cannabis, immagino. Che cosa pensa del dibattito sulla liberalizzazione tornato d’attualità dopo il caso del ragazzino di Lavagna che si è ucciso durante la perquisizione della sua camera?

«Alcuni di quei miei amici sono morti proprio a causa della cannabis, erroneamente considerata una droga leggera. A fugare ogni dubbio sulla sua dannosità basta il fatto che l’hashish è molto apprezzato da chi ha interessi alla sua diffusione perché nel 95% cento dei casi è la base di partenza alla tossicodipendenza. È lo strumento d’iniziazione alla droga».

Quali effetti ha?

«Molto precisi. All’inizio trasmette una sensazione di rilassamento e di sospensione dalle contingenze immediate. Innesca uno stato di limitata incoscienza. Ci si sente un po’ fuori, ma non troppo come avviene con l’eroina e l’lsd. Si dice che è una droga sociale perché c’è qualcuno che te la propone come integrazione con i tuoi pari. E poi la prendono tutti, anche gli adulti, magari tuo padre, qualche insegnante e i politici, come dimostrò un famoso servizio delle Iene. Ben presto, soprattutto nei giovani e giovanissimi, il fumo produce isolamento. Uno degli effetti più ricorrenti sono le paranoie, le cosiddette pare, espressione non a caso nata in questi ambienti. Si crede che gli altri siano ostili. I genitori, gli amici, anche la fidanzata: non solo non ti vogliono bene, ma ti vogliono fregare».

Chi sostiene che sia innocua sottolinea che se ne fa anche un uso terapeutico.

«In maniera molto ridotta, sotto controllo medico, per patologie specifiche e con dosaggi infinitesimali».

Qundi nessun dubbio che sia nociva?

«Tutti gli istituti scientifici e medici nazionali e internazionali sono unanimi nel riconoscere la dannosità della cannabis e dei suoi derivati. E insistono affinché venga espunta dagli elenchi delle droghe leggere. Chi la assume con continuità ha un crollo nel rendimento scolastico. Oppure stenta a garantire continuità nel lavoro. In particolare nel cervello di un adolescente, che è in formazione, può produrre danni devastanti. La cannabis agisce sulle funzioni cerebrali, nervose e motorie, riduce le capacità cognitive e di memoria. Venendo assorbito attraverso i grassi, il suo principio attivo agisce anche in tempi medi lenti. Per questo la disintossicazione è molto impegnativa».

Tornando al dibattito sulla liberalizzazione, non potrebbe essere il modo per sconfiggere i cartelli dei trafficanti?

«Personalmente, non credo, ma lo Stato faccia le sue scelte. Importantissimo è che non le faccia in base all’idea falsa che l’haschish e la marijuana sono innocui. Sono indignato dalla disinformazione che sta alla base di questi discorsi. Sono sconcertato dall’acriticità, che forse è connivenza, di giornalisti e opinionisti. Due giorni dopo la vicenda di Lavagna, il Times ha pubblicato due pagine nelle quali un Lord della Camera britannica raccontava la storia di due suoi figli deceduti per overdose di skunk, un tipo di cannabis molto potente che si coltiva anche indoor. In Italia nessuno ha ripreso la notizia. Tolte rarissime eccezioni, come il professor Giuseppe Remuzzi oltre al sottoscritto, i nostri media sono omertosi».

E i nostri politici?

«Basta dire che, a differenza di Francia, Svizzera e Germania, l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha fatto campagne di sensibilizzazione televisive o cartellonistiche contro l’assunzione di stupefacenti prima di mettersi alla guida. Insieme con la Cecoslovacchia l’Italia è il Paese con gli indicatori più elevati di consumo di droga. E, non a caso, siamo anche in testa alle classifiche di abbandono scolastico e di mancato accesso al lavoro».

A proposito di scuola, non l’ha colpita il fatto che attorno al ragazzo e alla madre di Lavagna ci fosse il vuoto, al punto che lei è ricorsa alla Guardia di finanza?

«Queste sostanze creano dipendenza. Da solo un ragazzo non riesce a uscirne. Quando con Vincenzo Muccioli andavamo a recuperare nelle sale d’aspetto delle stazioni quelli che scappavano, erano loro che ci dicevano di legarli. Quando una madre vede il crollo verticale del rendimento scolastico e il declino della passione sportiva di suo figlio non può non allarmarsi. Scuola, Chiesa, organizzazioni politiche? Restano le macerie».

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Richiedo: che responsabilità ha la politica?

«La responsabilità principale. Prendiamo la scuola: cos’è stato fatto? La crisi della nostra società nasce dalla distruzione della scuola. L’educazione avviene lì. Un ragazzo ha bisogno di formarsi, cioè di assumere una forma. E la forma, che è fatta anche di limiti, dev’esserci qualcuno che te la dà, accompagnandoti».

Invece?

«Abbiamo criminalizzato ogni tipo di formazione. Nella scuola perché dev’essere solo istruzione. E nella famiglia perché i ruoli, il padre e la madre, sono scomparsi e tutto è interscambiabile. Poi abbiamo bandito anche la formazione religiosa perché siamo un mondo laico e il progresso è laicità. L’Occidente ha stabilito la necessità dell’assenza di regole. Così eccoci in quella che Zygmunt Bauman chiamava la società liquida, dove tutto straripa senza argini».

È la società dell’arbitrio. Un mondo in cui l’uomo è libero sia di abortire che di far figli a ogni costo.

«È la società dell’abolizione del limite. Lo dicevano già Nietzsche e Dostoevskij: “Se Dio è morto, tutto è possibile”. Invece, l’uomo si forma attraverso i limiti. La soluzione non è certo una società repressiva, ma la misura cantata dai trovatori. Oggi tutto è abbondante ed eccessivo. Il 75% delle morti deriva dal mangiare troppo, dal bere, dal drogarsi. La cannabis, che spegne e addormenta, è funzionale a questa evoluzione perché contribuisce a eliminare il senso del dramma dalla vita».

L’età più drammatica è proprio l’adolescenza. Ma se mancano gli educatori come si fa?

«L’adolescenza è l’età più delicata. Soltanto aiutando i ragazzi a riconoscere e accettare l’idea che per diventare uomo devi combattere li portiamo dentro la vita. Dobbiamo aiutarli a capire che l’esistenza è una cosa tosta. In fondo, quando la madre di Lavagna invitava a cercare lo straordinario diceva qualcosa di simile. La faccenda è anche socialmente vergognosa perché i più colpiti e indifesi di fronte alla diffusione degli stupefacenti sono gli strati più poveri, del sud, poco istruiti. Solo l’accettazione della drammaticità della vita permette di coglierne la bellezza. E farla intravedere è compito di noi adulti».

 

                                                                                                      La foto di testata è by Ludiko Film – BS

 

La Verità, 26 febbraio 2017

 

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016

 

 

Il libro del Papa e l’happening di Benigni

C’era anche Roberto Benigni a presentare il libro di papa Francesco intervistato da Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e responsabile dell’autorevole sito Vatican Insider, intitolato Il nome di Dio è Misericordia (edizioni Piemme, traduzione in 85 lingue). A fianco dell’artista, presenziava in una delle sue rare uscite pubbliche, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e Zhang Agostino Jianqiang, un detenuto del carcere di Padova convertito al cristianesimo, invitato dalla platea per una toccante testimonianza. A conferma dell’importanza dell’evento, moderava gli interventi il direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi. Giù dal palco, per la diretta esclusiva su Tv2000 dall’Auditorium Augustinianum, un parterre nel quale si son visti Eugenio Scalfari, Luciano Violante, Massimo Borghesi, padre Antonio Spadaro, Andrea Monda, alcuni ambasciatori, vari professori, teologi, giornalisti.

“Un libro-conversazione più che un’intervista per strappare qualche scoop, oltre che uno strumento per vivere in profondità il Giubileo in corso”, ha precisato padre Lombardi, sottolinenando che la misericordia è probabilmente il fulcro di questo pontificato. Un libro “esperienziale”, denso di vita vissuta.

Lo scopo di queste pagine non è stabilire ricette, definire casistiche, fissare paletti, ha osservato il cardinale Parolin nel suo intervento. Niente dogane spirituali, niente formule statiche e clausole per autenticare la fede delle persone. La misericordia è un Dio che ci attende a braccia aperte se appena abbiamo l’intenzione, anche se non la piena capacità, di compiere un piccolo passo verso di Lui. A Dio basta anche solo il desiderio di avvicinarsi a Lui.

Proprio perché si tratta di un libro esperienziale, il secondo intervento è stato la testimonianza di Zhang Agostino, un cinese trentenne, figlio di una famiglia buddista. Un ragazzo passato attraverso la dissoluzione, la disperazione e il rifiuto della famiglia. Finito in carcere dove, insieme al pentimento per il dolore provocato alla madre, gli è rinato il desiderio della felicità e del riscatto. L’incontro con altri carcerati lavoratori della Cooperativa Giotto, contenti di aver iniziato a frequentare la comunità cristiana, ha destato in lui la curiosità fino alla decisione di farsi battezzare e di ricevere i sacramenti nel carcere dove tuttora vive.

Una storia commovente. Dopo la quale non è stato facile intervenire per Benigni. Il libro-conversazione era stato definito da monsignor Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, un vero “happening editoriale”. Definizione indovinata anche per la performance dell’artista. “Solo al Papa poteva venire in mente di organizzare una presentazione con un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano – ha subito scherzato Benigni -. Sono emozionato per la mia prima volta in Vaticano, l’unico sul palco senza collarino… Ma già da bambino la vocazione ce l’avevo: quando in classe alla domanda su cosa volevo fare da grande risposi senza indugio il Papa, tutti capirono che ero tagliato per diventare un comico”.

La presenza di Benigni è stata il clou dell’evento. Pensando al percorso del comico toscano, alle sue recenti performance, dalle letture della Divina commedia all’esegesi dei Dieci comandamenti, dopo la quale ricevette la telefonata proprio di Francesco, si ha la percezione che, come scrive San Paolo ai Corinzi, anche per lui il tempo si sia fatto breve. E che, sfrondando corollari e contorni, il premio Oscar per La vita è bella abbia deciso di mostrare il suo vero volto, senza mediazioni. “Ieri ero lì, al breve incontro per questo libro – ha raccontato – e mentre aspettavo il Papa mi sentivo come Zaccheo che sale sul sicomoro in attesa di Gesù che quando passa si ferma per dirgli: ‘scendi perché stasera vengo a casa tua’”. Per Benigni, Il nome di Dio è Misericordia è un libro “che innalza i cuori senza annebbiare il cervello. Un libro che si tiene in tasca, si legge d’un fiato, mentre si aspetta il treno… Il Papa dice che la misericordia è la giustizia più grande, un mondo con solo la giustizia sarebbe un mondo freddo. La misericordia è il cuore del suo pontificato”. Misericordia è anche la prima parola che si pronuncia nel poema dantesco. È al centro del salmo 50 che parla del perdono di Davide, il preferito di Benigni. La misericordia non va confusa con la pietà perché “contiene la perla lucente della gioia, una grazia leggera, la gioia nel dolore. Questi due sentimenti ci sono tutti e due nel pontificato di Francesco e anche in questo libro. Del dolore parliamo spesso, ma la gioia la teniamo spesso nascosta, invece è il gigantesco segreto del cristianesimo… Gesù non disdegna i beni della vita… Che è una lotta tra amore di sé fino a dimenticarsi di Dio e amore di Dio fino a rinunciare a sé”.

Un Benigni travolgente, come sempre, anche in un contesto sobrio come quello dell’Auditorium e della diretta sull’emittente dei vescovi diretta da Paolo Ruffini e Lucio Brunelli. “Cosa fa Francesco, verso dove sta andando – si è chiesto il comico -. Sta traghettando la Chiesa verso Gesù, verso il cristianesimo, il vangelo, attraverso la misericordia che non è una virtù molle, buonista, ma severa, che il Papa mette in gioco nei luoghi più difficili. Il primo viaggio è stato a Lampedusa, poi la porta santa del Giubileo l’ha aperta in Africa… In un mondo che vuole l’odio e la condanna, Francesco risponde con la misericordia, andando nei posti del dolore”.

Dopo una lunga citazione del Papa tratta dal libro, il comico ha chiuso con le parole di San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. E forse qui c’è tutto il Benigni di oggi.