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«Per difendere il Prosecco serve l’ecosostenibilità»

Vino, cibo, turismo, cultura, storia. C’è tutto questo nella parabola di Giancarlo Moretti Polegato, imprenditore atipico, radicato nel territorio tra Asolo, Conegliano e Valdobbiadene, colline del Prosecco. Un vignaiolo illuminato, autore di un importante recupero di archeologia industriale, finalizzato alla rinascita di una zona del paese. Quello della storica ex filanda – divenuta calzificio Si-Si e Golden lady, chiuso a fine anni Novanta per le delocalizzazioni – trasformata in una scuola professionale di ristorazione che, insieme ad altre attività circostanti, è tornata a essere il cuore di Valdobbiadene come un tempo. Fratello di Mario, mister Geox, Giancarlo avrebbe dovuto essere l’uomo dei conti della famiglia, una dinastia da sempre produttrice di vini di alta qualità. Sessantadue anni, sposato con Augusta Pavan, ex modella che ha calcato le passerelle in giro per il mondo, è padre di Diva Maddalena (il nonno si chiamava Divo) e Leonardo, anche loro impegnati nell’azienda di famiglia. Il suo quartier generale è Villa Sandi, dimora palladiana che risale al 1622, acquistata negli anni Ottanta, alle pendici del Montello, zona della Prima guerra mondiale. Nei sotterranei si trovarono lunghe gallerie, ora riciclate come cantine per la maturazione dei rossi pregiati. Ci incontriamo nella sede della scuola Dieffe, frequentata da 250 studenti. Dei quali Polegato ha scritto: «Vedere così tanti di voi passare dai timidi sorrisi e un po’ d’incertezza iniziale a via via maggiore sicurezza e più larghi sorrisi, impegnati e seri nel percorso di formazione intrapreso, è stata per me la più grande e bella delle gratificazioni».

Mi fa un suo identikit in poche parole?

«Sono uno dei tanti imprenditori del Nordest che lavora con passione credendo nei propri collaboratori. Il primo patrimonio di un’azienda sono le sue risorse umane. Io m’impegno a essere la cabina di regia delle varie attività, razionalizzando investimenti, produzioni e acquisizioni nelle diverse tenute».

Attività che le stanno dando soddisfazioni, mi pare.

«Non mi lamento. Con 106 dipendenti e 26 milioni di bottiglie l’anno nei diversi marchi, Villa Sandi è una delle maggiori cantine italiane, prima per export della provincia di Treviso. Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il fatturato, sfiorando i 100 milioni. Le nostre produzioni sono presenti in 104 paesi, il Cartizze “Vigna La Rivetta” ha conquistato i Tre bicchieri del Gambero rosso. Ma il riconoscimento cui tengo maggiormente è la fedeltà dei nostri clienti».

È figlio d’arte.

«Mio padre ha sempre avuto la passione del vino. Purtroppo è morto in un incidente stradale quando avevo vent’anni. Nelle sue intenzioni il vignaiolo doveva essere mio fratello, iscritto alla scuola enologica di Conegliano, mentre io ho studiato ragioneria e avrei dovuto occuparmi dell’amministrazione. Poi, quando mio fratello ha avuto l’idea della suola traspirante con la quale ha creato uno dei marchi calzaturieri più affermati nel mondo, la nostra storia è cambiata».

Siete cresciuti con vostra madre.

«È stata il nostro unico punto di riferimento. Veniva in azienda tutti i giorni anche negli ultimi tempi, prima di morire, un anno fa. È sempre stata partecipe delle nostre scelte e ci stimolava continuamente. Perciò abbiamo voluto aggiungere il suo cognome e chiamarci Moretti Polegato».

Avete deciso con lei di acquisire Villa Sandi?

«Era già un sogno di mio padre. Vivevamo lì vicino e guardandola facendo progetti. Dopo la sua morte, nel 1979, con la spinta di mia madre l’abbiamo acquistata da una famiglia romana, ma abbiamo preferito darle il nome dell’architetto costruttore. Era tradizione dei nobili veneziani edificare nell’entroterra. L’abbiamo restaurata, ristrutturata e aperta al pubblico, sicuri che anche dopo quattro secoli potesse esercitare il suo fascino. Coniugando mondo del vino e paesaggio, arte e storia, le abbiamo dato appeal turistico, creando un circuito di ospitalità con percorsi e due locande. Ogni anno arrivano 20.000 visitatori, anche americani e giapponesi, molti dei quali vengono anche qui alla scuola, curiosi di vedere i segreti dei prodotti locali. Anche i sotterranei, 1,5 chilometri di gallerie, usate durante la guerra sul Piave, rientrano nella visita».

Erano rifugi bellici e depositi di munizioni?

«E sono diventati suggestive cantine, ideali per la maturazione dello spumante classico e dei rossi che chiedono un invecchiamento fino a cinque o sette anni. La villa e le colline appartengono al comprensorio che nel luglio scorso è stato proclamato patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento che, oltre a darci visibilità internazionale, ci carica di responsabilità».

Il prosecco ha ottenuto riconoscimenti, ma anche critiche per l’invadenza sul territorio e l’uso di sostanze chimiche nocive. In che modo le vostre coltivazioni rispondono alle esigenze di sostenibilità ambientale?

«Vino uguale turismo come territorio uguale turismo. Il rispetto dell’ambiente è un fatto di cultura, una forma di riconoscenza verso una terra che ci ha dato tanta ricchezza e opportunità. Gran parte dei 160 ettari che possediamo tra Veneto e Friuli è certificata con il marchio “biodiversity friend”. Non usiamo diserbanti e pesticidi. I vigneti sono vicini alle case, immersi nei centri abitati: è giusto essere molto rigorosi. Questo è il fronte su cui siamo più impegnati. I commissari certificano periodicamente il rispetto dei parametri di agricoltura sostenibile, l’attenzione alle risorse idriche, l’utilizzo di energie rinnovabili, il mantenimento di aree a bosco e siepi per la salvaguardia dell’habitat adatto alle specie animali. C’è un dialogo continuo e serrato tra i consorzi di tutela ambientale e i coltivatori».

Tanto più ora che si insiste a parlare di green economy.

«Proprio perché quest’area ha avuto un grande sviluppo negli ultimi dieci anni è stata messa sotto il microscopio. Con 560 milioni di bottiglie all’anno nei vari segmenti Doc, Docg e Cartizze, il consorzio del Prosecco è il primo in Italia. Le nostre bollicine hanno conosciuto un grande boom nel mondo, il 70% viene distribuito all’estero, dal Sudamerica all’Australia. Ma Prosecco è il territorio che dà il nome al vino, come il Chianti o lo Champagne, mentre l’uva si chiama glera. Il territorio non si può espandere, si può solo difendere e tutelare. Sono sicuro che le giovani generazioni ci aiuteranno a essere più attenti alle esigenze della sostenibilità».

Lei sottolinea questo binomio tra produzione vinicola e paesaggio perché ritiene che insieme in futuro possano incrementare la loro attrattiva turistica?

«Ne sono convinto. L’obiettivo è creare un turismo che vada oltre il mordi e fuggi. In California gli americani sono riusciti a creare dei flussi di visitatori legati alle degustazioni. L’economia turistica alimentata dal vino è tutta da promuovere. Credo che anche la Regione Veneto abbia questo interesse. Tanto più che dispone di un pacchetto di offerte di grande appeal internazionale, da Venezia all’Arena di Verona, dalle Dolomiti al Lago di Garda. Nel febbraio 2021 a Cortina ci saranno i Campionati del mondo di sci, prova generale delle Olimpiadi del 2026. Ma bisogna rimboccarsi le maniche».

Come, per esempio?

«Io posso parlare per il nostro territorio. Credo che dobbiamo potenziare le infrastrutture dell’ospitalità. Forse non servono grandi interventi, ma possiamo migliorare la rete viaria, creare piste ciclabili, recuperare casali e rustici, rendere più moderni ristoranti, locande e agriturismi dotandoli di tutti i comfort».

Lei si è portato avanti con il recupero di questa vecchia fabbrica?

«L’ex filanda Piva è sempre stata il cuore vitale di tutto il paese dal quale tanti emigranti erano partiti per l’estero. Era l’unica grande fabbrica rimasta. Prima del boom del Prosecco, con 1200 operai alimentava l’economia di Valdobbiadene. Come altri calzifici, in seguito alle delocalizzazioni, è stata chiusa a fine anni Novanta. Noi l’abbiamo acquistata nel Duemila dai proprietari di Golden lady. C’erano ancora le lire, paragonate all’oggi, tra acquisto e restauro, abbiamo investito 5 o 6 miliardi per riqualificare tutta l’area, ristrutturando la viabilità con parcheggio, supermercato, locanda, sede della Confartigianato e questa magnifica scuola».

Un progetto molto ambizioso.

«Ci avevano proposto di fare un centro sportivo con palestre e scuola di ballo. Ci ho pensato: un imprenditore fa i suoi calcoli… non avrei avuto contributi per la scuola professionale… Ma, poco alla volta, anche confrontandomi con i ristoratori della zona e con il preside, Alberto Raffaelli, mi sono appassionato. Il successo di queste zone lo dobbiamo al vino: creare una sinergia con una scuola che formerà cuochi e ristoratori era la cosa giusta da fare. Forse, se non fossi stato un imprenditore del settore, non avrei capito».

Com’è stata accolta questa operazione dalla popolazione locale?

«Molto bene perché, come dicevo, abbiamo recuperato un’area industriale con la sua storia, finalizzandola a qualcosa di utile per tutta la zona. La scuola è valore aggiunto. Questi ragazzi saranno ambasciatori della nostra cucina legata alla terra e alle eccellenze locali là dove andranno a lavorare. E già cominciano a esserlo con i premi che vincono ai vari concorsi gastronomici».

Ha altri progetti in serbo?

«No. Abbiamo appena acquistato Borgo Conventi, un vigneto nel Collio, per produrre del vino fermo. È un’area paragonabile a questa, un colle nel goriziano, al confine con la Slovenia, dove nascono eccellenti vini, Malvasia, Picolit, Ribolla, Sauvignon, Cabernet, vari tipi di Pinot… È un investimento che completa la nostra offerta di bollicine. Anche lì incentiveremo le visite alla cantina, creeremo una locanda per l’ospitalità. C’è tanto da lavorare…».

 

La Verità, 1 dicembre 2019

Ricolfi: «Italiani gran signori… ancora per poco»

Una radiografia. Anzi, una risonanza magnetica. Uno di quegli esami medici dove si vede tutto: apparato osseo, fasce muscolari, legamenti. È questo La società signorile di massa (La nave di Teseo, pagine 272, euro 18), il nuovo saggio di Luca Ricolfi, sociologo e docente di Analisi dei dati all’università di Torino, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Un libro che, dietro l’apparente ossimoro, ci fa capire l’attuale stato di salute dell’Italia. Che, forse, sarebbe più corretto definire stato di malattia. Una malattia più unica che rara.

Le caratteristiche della Società signorile di massa sono la maggioranza di non occupati sugli occupati, la ricchezza diffusa, la stagnazione economica. Come possono coesistere tre variabili così alternative?

Una società può accedere a consumi, nonostante l’economia non cresca e i suoi cittadini lavorino poco, grazie a quattro meccanismi fondamentali: il ricorso alla ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti, l’aumento del debito pubblico, la riduzione del risparmio e degli investimenti a favore del consumo, il ricorso a quella che nel libro chiamo l’infrastruttura paraschiavistica.

Che cos’è l’infrastruttura paraschiavistica?

È un insieme di segmenti della società italiana, costituiti in misura notevole ma non esclusiva da immigrati, che assicurano servizi, legali e illegali, a basso costo. Nel libro li definisco uno a uno, giungendo ad una stima di 3-4 milioni di soggetti.

L’Italia è l’unica società signorile di massa al mondo. Perché dobbiamo preoccuparci?

Perché non può durare. Se non si fa nulla, la stagnazione di oggi è destinata a trasformarsi in decrescita. E, con la decrescita, i soldi finiranno.

Contestando la narrazione vittimistica prevalente, afferma che il benessere è ben distribuito. Ma quel signorile, tratto dalle società medievali, ha una forte venatura di decadenza e passività: è corretto?

Veramente io non dico che il benessere è «ben distribuito», ma che è molto diffuso nella popolazione nativa, ossia fra i cittadini italiani. Il che non vuol dire che tutti abbiamo accesso al benessere, ma che – fra chi vive in Italia e ha la cittadinanza italiana – tale accesso riguarda circa 2 famiglie su 3. Quanto alla venatura della mia ricostruzione, sì è vero, vedo un po’ di decadenza in una società che riesce a mantenere i suoi standard di vita solo indebitandosi e sperperando la ricchezza accumulata dai predecessori. Ma si potrebbe ribaltare il giudizio, specie se guardiamo al Mezzogiorno: c’è qualcosa di ingegnoso, per non dire di invidiabile, nella capacità di una parte del Paese di appropriarsi di più surplus di quanto ne riesce a produrre. Il problema è solo che il gioco non può durare in eterno: quando anche la locomotiva del Centronord smetterà di tirare, dovremo tutti rivedere il nostro modo di vita.

Perché proprio l’Italia detiene il primato dei Neet, giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione, battendo anche la Grecia, il Paese che più si avvicina alla nostra situazione?

Domanda difficile, perché le ragioni sono tante. In Italia si sono concentrate e stratificate varie condizioni che disincentivano il lavoro. Vorrei ricordarne quattro: la cultura cattolica, meno incline al lavoro di quella protestante; una ricchezza accumulata molto ingente, specie in proporzione al reddito; le scelte assistenziali delle classi dirigenti, che hanno assuefatto vaste porzioni del Paese a vivere di rendita e di sussidi; la scuola e l’università, che rilasciano certificati ingannevoli, creando nei giovani aspettative irrealistiche. Qualcuno, a questa lista, ama aggiungere la cultura e la mentalità degli italiani, che sarebbero per natura o per storia mammoni e schizzinosi. Personalmente ho dei dubbi su questa lettura, perché i fattori oggettivi che ho elencato mi paiono più che sufficienti a spiegare la nostra bassa propensione al lavoro.

Perché il mondo della scuola ha abbassato le sue ambizioni mentre il mondo del lavoro le ha mantenute?

È semplice. Se una scuola, per malinteso senso di benevolenza verso gli studenti, certifica competenze che non ci sono, la scuola stessa non subisce alcun contraccolpo. Mentre, se un’impresa, per analogo senso di benevolenza verso gli aspiranti a un lavoro, assume personale impreparato, l’impresa stessa va gambe all’aria.

Com’è stato possibile che la politica abbia lasciato scivolare così in basso il sistema scolastico?

La spiegazione è ancora più elementare: la severità toglie voti, l’indulgenza li porta. Inoltre c’è anche una ragione ideologica: abbiamo pensato che per aiutare i deboli si dovesse abbassare il livello culturale dell’istruzione: così sarebbero arrivati a un titolo più ragazzi. Peccato che ci arrivino senza una buona preparazione, e quindi siamo da capo: abbiamo ulteriormente indebolito i deboli, invece di rafforzarli perché avessero, attraverso la scuola, le stesse opportunità dei più fortunati.

Siamo un popolo che vive troppo di rendite?

Certo, se – seguendo i classici – con il termine rendite indichiamo tutto ciò che non è né salario né profitto. Ma non si tratta solo del fatto che, nel bilancio di una famiglia, hanno un peso spropositato le pensioni di vecchiaia, i sussidi, gli interessi, le vincite – o le perdite – al gioco, quattro voci che da sole coprono circa metà del consumo totale. L’altra anomalia è il flusso successorio, ovvero l’immissione continua nel circuito economico di ricchezza che piove dal cielo, in quanto qualcuno, per lo più anziano, muore, e trasmette un’eredità. Difficile indicare una cifra esatta, ma si può tranquillamente affermare che il flusso successorio annuale vale almeno 5 leggi finanziarie.

La società a somma zero comporta che alla crescita mia corrisponda la decrescita tua. La prospettiva è un forte aumento della conflittualità sociale? Si espanderanno fenomeni come quello dei gilet gialli in Francia?

Dipende dal governo. Ci sono mosse che possono incendiare il Paese, come ad esempio imporre il Pos a tutti i venditori di beni e servizi, compresi i banchetti del mercato. Ma, a mio parere, nessun governo le attuerà, perché tutti i governi – anche quelli che venerano le tasse – sanno perfettamente che, con le aliquote attuali, almeno 70-80 miliardi di evasione sono fisiologici. Io ritengo assai più probabile uno scenario in cui aumentano l’invidia sociale e la frustrazione, con il loro corredo: espansione del mercato degli stupefacenti e del gioco d’azzardo, moltiplicazione dei comportamenti aggressivi e/o autolesionistici. Insomma, più anomia che conflitto sociale, per dirla con Émile Durkheim.

A che cosa si deve il fatto che, a fronte di un notevole progresso tecnologico, la produttività degli italiani è rimasta la stessa della fine degli anni Novanta?

I fattori sono tanti, ma secondo me il più importante è l’espansione ipertrofica della legislazione, specie a partire dal 1997 con la legge Bassanini e dalla riforma del titolo V della Costituzione del 2001.

Keynes e Bertrand Russell auspicavano che i cittadini avrebbero usato il maggior tempo libero per arricchirsi sul piano spirituale e culturale. Sta andando così?

No, lo spazio della cultura in senso proprio, distinta dallo spettacolo e dall’evasione, è in costante regresso.

Siamo «un Paese che non studia, non legge e gioca». Che cosa dice la diffusione crescente della spesa nazionale in tutte le varie forme di gioco d’azzardo?

Dice due cose, e cioè: primo, la gente non è più disposta a differire le gratificazioni; secondo: la gente si è convinta che gli strumenti tradizionali di ascesa sociale, lavoro e studio, non funzionino più. Di qui le due vie di uscita canoniche: il gioco d’azzardo per i ceti bassi, l’emigrazione all’estero per i figli dei ceti medio-alti.

Perché critica la narrazione dominante sull’insistenza dell’ampliamento delle diseguaglianze sociali?

Perché è incompatibile con i dati. In Italia la concentrazione del reddito è oggi più o meno quella di vent’anni fa: un po’ maggiore che negli anni Ottanta, molto minore che alla fine degli anni Sessanta, quelli del «compromesso socialdemocratico». In compenso è esplosa la diseguaglianza fra chi ha un lavoro o due e chi non ne ha nessuno.

Quanto la filosofia della decrescita felice fa da cornice ideologica a questa cultura del disimpegno e alla facoltatività del lavoro?

Poco, direi, perché la maggior parte delle persone preferisce rimuovere dalla coscienza la prospettiva del declino. La decrescita felice è l’ideologia dei super-ricchi, come la moglie di Bill Gates, che vuole pagare più tasse: chi ha tantissimi soldi sa perfettamente che nulla scalfirà mai il proprio tenore di vita, mentre chi è benestante ma non straricco teme, giustamente, un abbassamento del tenore di vita.

Come vanno interpretate le proposte di dare il voto ai sedicenni e toglierlo agli anziani emerse contemporaneamente in questi giorni?

Sono solo dimostrazioni di superficialità di chi le avanza.

Commentando il duello tv fra Renzi e Salvini ha osservato che ha evidenziato l’esigenza di una forza politica anti-assistenzialista in politica economica e non cieca sull’emergenza immigrazione e la sicurezza. Il centrodestra non è o vorrebbe essere questa forza?

Certo che il centrodestra vorrebbe essere qualcosa del genere, il problema è che non ne è capace: la sua forza principale, la Lega, ha dimostrato di essere assistenzialista, vedi quota 100, e semplicista nella gestione dei flussi, vedi rimpatri mancati.

Dopo i gravi errori di questa estate e nella prospettiva di un governo giallorosso che, salvo gravi tracolli alle regionali, durerà fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, la stella di Salvini è destinata a offuscarsi lentamente?

Secondo me sì, perché Salvini è adatto a guidare un partito, ma non ha la maturità per guidare un governo. Molto del destino di Salvini, comunque, dipenderà dalla traiettoria di Giorgia Meloni, che a mio parere è di gran lunga il miglior leader di cui disponga il centrodestra.

Renzi prima o poi farà cadere il governo o abbaierà solo?

Renzi non avrà alcuno scrupolo a far cadere il governo, ma si deciderà solo quando la congiunzione astrale sarà favorevole. Ovvero: quando legge elettorale e umori dell’elettorato gli garantiranno abbastanza scranni e abbastanza potere in Parlamento.

In chiusura lei prospetta il pericolo della «argentinizzazione lenta» dell’Italia. Che cos’è concretamente? E come scongiurarla?

L’argentinizzazione è un declino sufficientemente lento da non suscitare reazioni apprezzabili nei declinanti. Sul piano economico, si può evitare solo facendo ripartire la produttività, ferma da vent’anni. Ma per fare questo ci vorrebbe una classe dirigente decente che – prima ancora di abbassare le tasse – smantellasse la burocrazia e la selva delle leggi e dei regolamenti. In breve: mission impossible.

 

Panorama, 29 ottobre 2019

Tamaro: «Perché la scuola di oggi è da bocciare»

L’appello di Susanna Tamaro parte da un grido d’allarme: la scuola italiana è agonizzante, ha perso per strada l’ambizione di formare i giovani e di creare la classe dirigente del futuro. E un Paese che non si occupa dell’educazione dei ragazzi è un Paese perdente. Nel pamphlet Alzare lo sguardo – Il diritto di crescere, il dovere di educare appena pubblicato da Solferino l’autrice di Va’ dove ti porta il cuore scrive a una professoressa 52 anni dopo la «lettera» di don Lorenzo Milani, denunciando le storture di un sistema arrivato a fine corsa. E propone di costruire un patto tra generazioni per capire di quale sapere abbiamo bisogno nel Terzo millennio e come tornare a comunicare ai bambini l’amore per le domande e per la ricerca delle risposte che contano.

Che cosa l’ha spinta a scrivere un pamphlet sulla scuola?

Vedere il degrado che negli ultimi decenni ha invaso tutti gli ambiti dell’insegnamento. E vedere i ragazzi che escono dalle superiori senza una preparazione adeguata. Dopo cinque anni vengono congedati con un diploma che ha scarsissimo potere contrattuale nel mondo del lavoro.

«Alzare lo sguardo» da che cosa, da dove?

Da un’idea d’istruzione che ha dimenticato il concetto di educare. Un concetto complesso, com’è complesso l’essere umano. Che non è una somma matematica di elementi, ma un’entità in possesso di un’anima che si interroga sui perché della vita.

Il corpo insegnante è la categoria più mortificata della nostra società?

Assolutamente. È una categoria di martiri ed eroi. Conosco insegnanti straordinari che continuano ad amare la loro professione. Ma sono costretti a lottare contro una burocrazia allucinante, contro l’invadenza dei genitori e dei gruppi di mamme su WhatsApp, contro il disprezzo sociale ed economico derivato da regole d’ingaggio folli. Professori che cambiano continuamente sedi, mansioni, metodi d’insegnamento. Gli effetti di questa situazione sono l’ignoranza dei nostri ragazzi, vere vittime di questo fallimento.

Per questo ha scritto una «lettera a una professoressa» 52 anni dopo quella di don Milani?

A suo tempo mi aveva colpito e dopo averla riletta, insieme ad alcune cose interessanti, ne ho trovate altre più discutibili. Perciò ho pensato di proporre un aggiornamento, sfruttando lo spunto di una professoressa che mi ha scritto raccontandomi che all’inizio di ogni anno scolastico regala a tutti i suoi alunni una copia di Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke. Questi sono gli esempi positivi su cui si regge la scuola oggi. Ma la generosità alla lunga non può bastare.

Una delle regole della scuola di Barbiana era non bocciare.

Poteva avere un senso negli anni Sessanta. Oggi la soluzione non è bocciare, ma far sì che le superiori diventino un corso di studi vero anziché un parcheggio a tempo determinato. Negli anni si è creata una divisione per cui solo i licei sono scuole di serie A. Invece chi frequenta gli istituti tecnici o professionali non ha meno dignità. Conseguire il diploma in modo automatico, senza doversi impegnare è fuorviante. Non abitua i ragazzi a raggiungere il risultato attraverso il lavoro e la dedizione. In un paese come la Germania gli istituti tecnici perseguono l’eccellenza nel loro settore, da noi si fatica a trovare chi svolga lavori tecnico-manuali.

Danneggia maggiormente gli studenti la demotivazione dei professori o la struttura scolastica oppressiva?

Una struttura malata che umilia gli insegnanti. Molti professori si spengono nel tentativo di sopravvivere in un mondo che li priva della forza di fare il loro lavoro. Li vedo vagare con zainetti pieni di carte. Nella scuola di oggi il vecchio nozionismo si accompagna a un eccesso di democrazia nel rapporto con gli studenti. È una miscela micidiale, a causa della quale oggi chi esce dal liceo o dall’università spesso parla un italiano povero, non sa far di conto, non ama la letteratura…

Perché la scuola-azienda è meno efficiente di quando era solo un posto dove si imparava?

Questo è il grande paradosso. La burocrazia soffoca il rapporto educativo. Gli studenti sono clienti da accontentare e convincere a colpi di open day. Perciò non si può bocciare, altrimenti le iscrizioni calano e, alla lunga, ogni singolo istituto, in competizione con altri più permissivi, rischia la chiusura. Si sente ripetere che dobbiamo «migliorare l’offerta formativa». Così c’è chi propone una settimana di tedesco al pomeriggio – come se si potesse imparare il tedesco in una settimana –  chi il corso di cha cha cha degli anni Sessanta… Tutto fumo negli occhi delle famiglie.

Eppure ogni nuovo governo promette una nuova riforma.

Perché ogni ministro vuole distinguersi. Invece di aggiungerli, l’ultimo governo ha tagliato 4 miliardi. Una delle ultime riforme è stata la riduzione del corso di laurea a tre anni. Con il risultato che poi bisogna fare il master e che fino a trent’anni non si entra nel mondo del lavoro. L’alternativa è andare all’estero.

Accennava all’invadenza dei genitori e ai gruppi di whatsapp: perché l’alleanza tra famiglia e scuola si è dissolta?

Tutto è iniziato negli anni Settanta con i decreti delegati che hanno dato più potere alle famiglie. Anziché fare squadra con gli insegnanti, i genitori proteggono i figli dalla scuola: guai se incontrano qualche difficoltà, qualche ostacolo da superare. I papà-spazzaneve spianano la strada davanti ai loro bambini perché abbiano la discesa facile. È l’anticamera del nichilismo, che alleva senza educare.

Questo accade perché il bambino è un essere intoccabile che non ha bisogno di essere indirizzato?

Questa concezione deriva dall’Emilio, il testo sull’educazione nel quale Jean Jacques Rousseau sosteneva che l’uomo è naturalmente buono e portato al bene. Un testo che ha fatto danni tremendi. Per questa cultura ogni accenno di disciplina va eliminato e la stessa idea di ordine è considerata deleteria. Il bambino non è un essere in fieri che ha bisogno di sostegno come avviene per i cuccioli in tutte le specie animali, ma è un essere puro e già sapiente.

L’abolizione della maestra unica ha dimenticato che nell’infanzia il processo di apprendimento ha una componente affettiva?

Quello è stato il primo disastro. L’introduzione delle tre maestre ha favorito il passaggio dall’educazione all’istruzione a un’età troppo precoce. Troppi referenti danneggiano l’apprendimento che invece si giova di un rapporto stabile e continuativo. Il frazionamento delle figure educative genera insicurezza.

Dopo la scuola-azienda con le tre i – inglese, impresa, informatica – è arrivata «la buona scuola».

L’alternanza scuola-lavoro che è stata introdotta è un’esperienza positiva perché mette alla prova su ciò che si vuole fare. Gli stage permettono di capire se il lavoro che si ha in mente piace e se si è adatti a svolgerlo. In Germania si è sempre fatto.

Soluzioni?

Basterebbe cominciare a mettere i professori nelle condizioni d’insegnare con passione la propria materia, senza costringerli a disperdere energie in mille corsi di aggiornamento, contro il bullismo…

Qualcuno pensa che la soluzione siano i tablet e gli smartphone.

O la lavagna interattiva. Non scherziamo. Una riverniciata digitale e tutto va a posto? Il nostro cervello risponde a precisi processi di conoscenza. Si studia sulla carta, si sottolinea, si fanno delle piccole note sul libro. Il tablet porta a una smaterializzazione del sapere che non aiuta, soprattutto nei primi anni di vita.

Se avesse carta bianca quali sarebbero i suoi primi tre interventi?

Rimetterei la maestra unica al centro della scuola elementare, estrometterei i genitori e riporterei l’università a quattro anni, abolendo corsi e master post laurea. Le pare possibile che una maestra di scuola materna debba avere la laurea magistrale quinquennale?

Una delle cause di questa situazione è l’eliminazione del principio di autorità?

Certo. È il frutto di un’ideologia nichilista e della società liquida e liquefatta. Anzi, gassosa. Dare ai bambini il potere decisionale è un errore grave perché trasmette loro un’idea distorta della realtà e non li prepara alla vita.

 

Panorama, 11 settembre 2019

 

«Oggi a scuola i ragazzi sono gli ultimi»

Il suo aneddoto sulla pelle dell’orso siberiano mostrata agli alunni sbalorditi e alle loro mamme in fregola protezionista ha fatto il boom di visualizzazioni ed è arrivato su Radio Deejay e Radio 24. Franco Nembrini è un insegnante, un educatore che ne ha viste tante, preside della scuola media La Traccia di Calcinate, nella bergamasca, dov’è nato 62 anni fa a Trescore Balneario, quarto di 10 figli. È una presenza fissa di Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana, dove, dopo le serate sulla Divina commedia e Pinocchio, ora dialoga sulla «bellezza dell’educare» con Francesca Mancini nel programma Siamo noi. Da una decina d’anni non guarda la televisione perché è sempre in giro a parlare di Dante e di educazione. A causa della restless legs syndrome, la sindrome delle gambe senza riposo, dorme un’ora per notte perché, da disteso, patisce forti dolori. È la persona giusta da interrogare sul bullismo nelle classi e non solo.

Dunque: gemellata a un liceo della Siberia, alla scuola di Calcinate arriva la pelle di un orso gigantesco. Nembrini decide di mostrarla ai ragazzini, stesa su enorme tavolone ma, mancando poco all’uscita, ci sono già le mamme davanti al cancello. I bambini sono catalizzati e il preside sta per parlare quando piomba la direttrice: le mamme non vogliono si dica che l’orso è stato ammazzato, altrimenti avvertono il Wwf e gli ambientalisti. A quel punto, Nembrini s’inventa la storia che, siccome in Siberia fa un freddo cane, l’orso è morto di polmonite. Finita la scena, convoca i professori e ordina che la mattina seguente chiedano agli alunni com’è morto l’orso. Risposta unanime, senza eccezioni: è stato ammazzato.

L’aneddoto suggerisce due domande. La prima: quanto il perbenismo è nemico di un sano rapporto con la realtà?

«Quando raccontai la prima volta la storia dell’orso siberiano volevo dire proprio questo. L’eccesso di protezione e di buonismo che vuole evitare ai ragazzi la conoscenza del dolore e della morte mina il rapporto con la realtà. In una classe una bambina chiedeva continuamente alla maestra quando il nonno sarebbe tornato dal suo viaggio. Dai e dai, la maestra convoca i genitori: non ce la siamo sentita di dirle che è morto, per non provocarle dolore. Ecco, è il modo giusto per crescere i ragazzi dentro una bolla irreale, senza malattie e sofferenze. Facendone persone fragili e incapaci di fronteggiare il sacrificio».

La seconda domanda. Le madri davanti alla scuola istruiscono gli insegnanti e i padri a bordo campo istruiscono gli allenatori: chi sono i genitori del Terzo millennio?

«È una questione di orizzonte: se non hai il mondo intero davanti, il bambino diventa, lui, il tuo mondo, e tu diventi contemporaneamente il suo maestro, il suo allenatore, il suo psicologo, il suo amico. Se un genitore sa di avere un compito nella vita, non ha tempo di stare addosso a suo figlio. Questo appiccicamento è massimo con i figli unici. Mio padre e mia madre con 10 figli non hanno mai pensato di rompere le scatole a maestri, professori, allenatori. Mia madre andava a messa tutte le mattine alle 5. Una volta tornò in lacrime perché il prete aveva parlato dell’alluvione del Polesine. Ci svegliò, ci fece dire il rosario e ci invitò a cercare nel nostro cassetto il vestito più bello da regalare ai bambini del Polesine. Pur senza essere mai uscita da Trescore Balneario, aveva davanti il mondo».

Sembra una scena da Albero degli zoccoli, del bergamasco Ermanno Olmi.

«È vero che sono circostanze diverse e non ripetibili, ma i valori fondamentali della vita di cui oggi abbiamo bisogno, lì si vedono con chiarezza».

Un tempo se un professore dava una nota sul diario a casa arrivava la seconda razione. Perché oggi i genitori sono diventati sindacalisti dei figli?

«Per il motivo di cui sopra: difendi tuo figlio da chiunque lo critichi. Se ho il mio scopo nella vita, lascio che faccia il suo sport in pace; se invece da lui dipende anche la mia felicità, non tollererò che lo tengano in panchina. La nostra generazione, che ha provato a cambiare il mondo senza riuscirci, ora riversa sui ragazzi le sue frustrazioni e i suoi istinti di rivalsa».

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D’Avenia: «Come ho trasformato Leopardi in una star»

Giacomo Leopardi, una rockstar del Terzo milllennio. Roba da non credere. Proprio lui, il poeta del «pessimismo cosmico», il gobbo di Recanati, l’incarnazione dello sfigato per eccellenza. Trasformato in un grande amico dei giovani. In un leader ideale, un confidente segreto, una guida. Protagonista di questa palingenesi culturale ed esistenziale è Alessandro D’Avenia, 39 anni, palermitano, di professione insegnante di liceo a Milano, scrittore. Andate a vedervi il suo blog Prof 2.0, un mare in cui è dolce naufragare, tra video, post fulminanti, citazioni. Oppure, infilatevi, se ci riuscite, in qualcuno dei suoi – come chiamarli? spettacoli, show, reading – incontri e vedete quanto dura la firma delle copie con dedica e come ne escono i ragazzi (il prossimo è il 22 gennaio al Teatro Gran Guardia di Verona, seguiranno Bologna, Genova e altre città). O andate a compulsare la top ten dei libri, per scoprire che L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita, uscito il 31 ottobre da Mondadori, superata la soglia delle centomila copie vendute ora veleggia verso le 200.000 e, dopo cinque settimane al primo posto, è secondo dietro Roberto Saviano e davanti a Harry Potter. (Anch’io ho avuto un professore più o meno così, tipo John Keating de L’attimo fuggente – «Capitano, mio capitano!» – e potete perdonare un po’ di immedesimazione). Se ci fosse un dirigente televisivo avveduto e davvero laico, cioè non legato a pregiudizi e schieramenti, gli darebbe una trasmissione in un orario importante, per farne il maestro Manzi 2.0. Ma per come vanno le cose in Italia, ora potrebbe risultare difficile dopo che, l’altro giorno, D’Avenia ha scritto su Facebook: «Domanda senza intento polemico, di pura razionalità e buon senso. Perché per tenere una classe di 20 ragazzi devo avere nel mio curriculum: maturità, laurea, Tfa e vincere un concorso, mentre per diventare ministro di tutte le classi d’Italia (scolastiche e universitarie) posso non aver conseguito nessuno di questi titoli?».

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Professor D’Avenia, come si trasforma Giacomo Leopardi in una rockstar del Terzo millennio?

«Era quello che voleva lui quando scrisse Lettera a un giovane del ventesimo secolo. Sapeva che sarebbe stato la star di quest’epoca. Vedendo in anticipo le parole che i loro contemporanei stanno perdendo, i poeti sono estemporanei, ma arriva il momento in cui diventano contemporanei. Io non ho inventato nulla, è lui che mi ha richiamato all’ordine. Faccio solo il postino: porto le sue parole ai giovani d’oggi. Leopardi aveva colto da subito la dimensione eroica della ricerca dell’infinito che è sempre oltre il colle, ma comincia già nella siepe. Uno sguardo rivoluzionario per il nostro presente, un tempo in cui ci si illude di non avere limiti».

Nell’immaginario scolastico e nella pubblicistica corrente il poeta dell’Infinito è un gobbo sfigato.

«Noi insegnanti siamo complici di queste semplificazioni in formule di autori molto più complessi e frastagliati. Così abbiamo ingabbiato Leopardi nel pessimismo suddiviso in tre stagioni. Invece, è paradossale accorgersi che è una sorta di talismano che aiuta gli adolescenti ad abitare le loro stanze. A scuola lo si affronta nell’anno della maturità, cosicché può diventare il patrono di questo rito di passaggio. Quando avevo 17 anni, per introdurci alla sua figura, il professore di lettere non ci raccontò la sua vita, ma recitò a memoria il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e ce lo presentò come un poeta pienamente moderno. Uno che non forniva le soluzioni ma ci lanciava la sfida di diventare dei lottatori, di imparare ad abitare “la terra del forse”, dove bisogna tenere insieme la spina nel cuore dell’essere fatti per l’infinito pur riconoscendo con la ragione che siamo votati alla morte. La poesia è un grande strumento di aiuto per vivere questa contraddizione».

Il suo libro s’intitola L’arte di essere fragili. Pensando ai ragazzi la fragilità è spesso la porta d’ingresso alla dissoluzione e all’autodistruzione: come può essere anche un’arte?

«La fragilità è propria dell’essere in quanto destinato a morire. Leopardi cambia una consonante e trasforma questa condizione in una sfida, altro che sfiga. In un’epoca in cui tutto si basa sulla prestazione, sull’efficienza, sul rendimento e sulla velocità ridare dignità alla propria fragilità significa farne la molla di una ricerca, la spinta ad affrontare le domande fondamentali che siamo abituati a rimuovere. Significa superare la tentazione dell’autocommiserazione che subiscono tanti ragazzi che cercano consolazioni artificiali. Leopardi non ha mai fatto della propria sventura fisica un alibi per ritirarsi dalla vita, ma l’ha trasformata in un nutrimento per creare qualcosa di bello. Senza che questo sia la ricerca del consenso o dell’applauso pubblico come scrive nello Zibaldone (“Rileggerò poesie che ho scritto con la gioia di aver fatto qualcosa di bello al mondo, riconosciuto sia o no per tale da altrui”)».

La copertina del libro di Alessandro D'Avenia, al secondo posto delle vendite

La copertina del libro di Alessandro D’Avenia, al secondo posto delle vendite

Nel suo libro scrive che la biblioteca di Leopardi non appaga la sua ricerca, come la Rete non risolve il desiderio dei giovani di oggi mentre illude di farlo. Come Leopardi può salvare la vita ai millennials?

«I millenials sono quelli che stanno comprando questo libro di carta. Noi usiamo la parola “salvare” per i supporti informatici. Mentre ci danniamo se perdiamo un file. Leopardi può aiutare i ragazzi di oggi a connettersi con la loro vita interiore, uno spazio in cui ritrovarsi, entro cui possedersi e grazie al quale donarsi al mondo. Se non coltivi la tua interiorità sei in balia di scelte altrui, del così fan tutti. Questo può provocare un dolore difficile da sopportare. Leopardi sa che l’adolescenza e la prima giovinezza sono un’età fatta per l’eroismo. Ma se ci si distacca da sé, se non si trovano le risposte, si usa questo eroismo per autodistruggersi. Guardiamo i corpi di questi ragazzi: vent’anni fa l’anoressia era una malattia ben più che rara, inesistente. Noi adulti, che scansiamo le domande fondamentali, portiamo una responsabilità enorme. Il sociologo Pierpaolo Donati dice che “abbiamo generato biologicamente ma non simbolicamente i nostri figli”. Cioè, non abbiamo fornito loro un’ipotesi di vita credibile. I ragazzi che vengono alle mie serate mi ringraziano per averli inseriti nel dialogo tra la mia vita interiore e quella di Leopardi».

Nel Canto notturno il poeta si chiede «ed io che sono», non «chi sono». Un interrogativo sbagliato può portare al ripiegamento psicologico o al narcisismo?

«Leopardi dialoga con la luna e il gregge, inconsapevoli della loro condizione e dell’incombenza della morte a causa della quale, nell’uomo, il “tedio assale”. Credo che, per fuggire il narcisismo di cui la nostra epoca trabocca, dobbiamo ridare dignità spirituale alla malinconia come spina dell’infinito. O prendiamo sul serio il desiderio che abbiamo (de-sidera, dal latino distanza dalle stelle), oppure la sua mancanza porta al disastro (dis-astro, dal greco assenza di stelle). Aristotele diceva che la meraviglia e lo stupore nascono da un cielo stellato. Ma se stiamo sempre piegati davanti a uno schermo…».

Ha visto Il giovane favoloso nel quale Mario Martone insinua un rapporto omosessuale tra Leopardi e l’amico Antonio Ranieri?

«Non l’ho visto perché stavo lavorando a questo libro e, conoscendo la forza del cinema, non volevo esserne influenzato. Negli ultimi sette anni Leopardi era quasi cieco e trovò in Ranieri un amico in grado di aituarlo a superare la depressione. Chi è stato vicino a una persona depressa sa che chi ne soffre può legarsi profondamente a chi lo aiuta. Ma questo ha a che fare con l’amicizia più che con l’omosessualità. Peraltro, Ranieri gli portò via l’amata Fanny Targioni Tozzetti…».

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Giacomo leopardi dopo aver ricevuto la comunione

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Leopardi ogni giorno dopo la comunione

In Cara beltà don Luigi Giussani scrive che, avendo imparato a memoria tutte le poesie di Leopardi, per anni ne ha recitata una dopo aver ricevuto la Comunione.

«La fragilità è la possibilità di riconoscere di ricevere tutto dal Padre, di sentirsi pienamente creatura, cioè colui che l’essere non se l’è dato da solo. Charles Baudelaire diceva che l’unico problema dell’uomo è il peccato originale, cioè riconoscere di avere una ferita nel cuore che deriva dal fatto di essere chiamati alla felicità, ma al contempo, di trovare nella realtà qualcosa che sempre ci sfugge. Credo che in Leopardi ci sia il territorio per un incontro tra credenti e non credenti. L’infinito è già nella ginestra, non si raggiunge superando il limite, ma accettandolo. Con i suoi cespugli la ginestra consola, profuma e fa fiorire il deserto. È l’idea potentissima di trasformare la fragilità in consolazione per gli altri. Fragilità deriva dal latino frangibilitate, qualcosa che va in mille pezzi, come il pane della Comunione».

Lei parla della scuola come luogo di iniziazione alla bellezza. Quanto, nella realtà, è distante da questa idea?

«Il dialogo con Leopardi esemplifica la mia idea di scuola: farsi aiutare dagli scienziati della parola per cogliere cosa c’è di profondamente umano nell’uomo. E questo perché la poesia ci aiuti a vivere, non per un esercizio estetico. La scuola di oggi ha, perlopiù, una tendenza museale. Prende delle reliquie dalle sue teche, le analizza e le ripone. È il contrario dell’amicizia con questi grandi spiriti che può aiutare a buttarsi nella vita, ad accettarne le sfide condividendo sogni e progetti di tutti i giorni».

La Verità, 18 dicembre 2016