Articoli

Immaturi, quando nel casting c’è già la storia

La trasformazione di Immaturi in serie tv per Canale 5 era molto attesa e, dal primo degli otto episodi, la sensazione è che le buone premesse siano state soddisfatte (venerdì, ore 21.30, share del 19.3%). Il film scritto e diretto da Paolo Genovese nel 2011 incassò oltre 15 milioni di euro, risultando il terzo più visto dell’anno (dietro Che bella giornata con Checco Zalone e Qualunquemente con Antonio Albanese): pare giusto ricordarlo mentre si prende atto dell’annata sottotono del cinema italiano. Qui Genovese è supervisore artistico, autore del soggetto e della sceneggiatura, la produzione è sempre di Lotus production, mentre la regia è affidata a Rolando Ravello. Lo spunto della storia e la storia stessa sono confermati: un commissario dell’esame di maturità non era in possesso dei requisiti per esserlo, l’esame è nullo e, se si vuol esser «maturi», va ripetuto. Il felice gioco tra condizione scolastica e oggettiva, e quella esistenziale e soggettiva dei protagonisti, si ripete perché, nonostante il replay dell’esame, il gruppetto di studenti «ritardati» persiste a rinviare l’ingresso nell’età adulta. Ancor più che nel film, dove si presentavano da privatisti, qui li vediamo frequentare il liceo dando vita allo stimolante confronto generazionale con i diciottenni, inevitabilmente più maturi di loro. Il dj Piero (Luca Bizzarri) continua a fingersi sposato e padre per rintuzzare le richieste di matrimonio delle amanti, l’agente immobiliare Lorenzo (Ricky Memphis) si ostina a vivere da quarantenne in casa dei genitori, la cuoca sessuodipendente Francesca (Nicole Grimaudo) frena i tentativi del suo assistente di trovarle un compagno stabile, l’arredatrice Luisa (Irene Ferri) vive sola con la figlia e rimpiange l’innamoramento inespresso per Lorenzo. La defezione del neuropsichiatra Giorgio (Raoul Bova) e il cambio degli interpreti di Francesca e Luisa non indeboliscono il cast. Che invece si giova degli innesti di Claudia (Ilaria Spada), avvenente professoressa di storia e filosofia dalla doppia vita, e di Serena (Sabrina Impacciatore), sclerata signora della Roma bene. Genovese conferma la capacità di dosare commedia e riflessione, scegliendo protagonisti che abbracciano tutte le categorie sociali e antropologiche (c’è anche lo studente fattosi prete) per favorire lo sviluppo narrativo. Curare la definizione dei personaggi è il modo migliore per avviare bene la storia e le storie. Occhio solo all’effetto Cesaroni.

La Verità, 14 gennaio 2018

Estetica del terrore e madri surrogate

In un futuro distopico, che in realtà potrebbe essere il presente (si citano l’Isis e Uber), una comunità di estremisti religiosi ha instaurato una teocrazia al posto degli Stati Uniti d’America. Nella società di Gilead, sorvegliata da uomini armati, vigono regole inflessibili, la cui violazione è punita con l’impiccagione o la lapidazione. Per castigare l’espansione del peccato e dell’inquinamento un Dio vendicativo punisce il mondo con la sterilità, contro la quale gli adepti combattono rapendo donne fertili, cosiddette ancelle, e riducendole a schiave da riproduzione seriale. Le donne di Gilead sono suddivise in mogli, figlie, non-donne e, appunto, ancelle. Non possono lavorare, leggere, uscire da sole di casa. Tutte appartengono agli uomini, il cui strato superiore è composto dai comandanti. Il pubblico segue la storia di The Handmaid’s Tale (disponibile su Timvision) attraverso gli occhi e i turbamenti di June (Elisabeth Moss), ribattezzata Difred (Di-Fred, proprietà del comandante Fred, interpretato da Joseph Fiennes) che, come le altre ancelle è continuamente sorvegliata, veste di rosso (il colore della fertilità), può uscire solo in coppia per fare la spesa per conto della moglie del padrone. June coltiva i ricordi della vita precedente con un compagno e una figlia, visibili in frequenti flashback, e pensa a come riconquistare la libertà. Una volta al mese si celebra la cosiddetta «cerimonia», il tentativo di fecondazione da parte del comandante, rito meccanico durante il quale la moglie si corica alle spalle dell’ancella tenendola per i polsi, mentre il marito copula con lei.

La serie in dieci puntate ideata da Bruce Miller è tratta dal romanzo di Margaret Atwood che, all’epoca dell’uscita nel 1985 (in Italia intitolato Il racconto dell’ancella), divenne bandiera di alcuni movimenti femministi. Regia e scrittura sono curate nei minimi dettagli. E lo sono ancor più l’armonia cromatica e il formalismo asettico e geometrico, giocati a contrasto con la violenza psicologica e la durezza delle torture perpetrate a Gilead in uno scenario cupamente orwelliano. Lo show ha vinto gli Emmy Awards ed è sato rinnovato per una seconda stagione. Degne di nota le dichiarazioni della scrittrice e dell’attrice protagonista. «La storia», ha detto Atwood, «non racconta alcun crimine che non sia già stato commesso da qualche parte nel mondo e in qualche periodo della storia». «Non è una storia femminista ma una storia umana», ha detto Moss. «Non ho voluto interpretare Difred da femminista, è una donna, è umana».

La Verità, 22 novembre 2017

 

Gomorra scala il box office, cinema e tv alleati

Una serie tv in vetta al box office non si era ancora vista. È una piccola rivoluzione copernicana per il cinema, per la tv e per tutto il sistema dell’audiovisivo in generale. Martedì i due episodi della terza stagione di Gomorra – La serie proiettati in 300 cinema sono stati visti da quasi 30.000 persone per un incasso superiore ai 260.000 euro, quasi 900 di media per sala. Il dato risulta sorprendente perché si registra nell’imminenza della programmazione televisiva. Cadono diverse certezze di natura commerciale. Per esempio: che il grande schermo sia nemico giurato del piccolo. E che una programmazione ravvicinata nelle sale eroda se non fagociti il pubblico del telecomando. Finora si è sempre pensato questo. Non a caso in questi anni è valsa la regola delle finestre. Per tutelare l’industria cinematografica la programmazione televisiva di un film doveva avvenire 105 giorni dopo la prima visione in sala. Era un accordo tra produttori, distributori ed esercenti: io programmo il tuo film ma tu t’impegni a non mandarlo in tv prima di tre mesi e mezzo. Ora i dati Cinetel della serie prodotta da Sky, Cattleya e Fandango cancellano la consuetudine. Facendo un raffronto con altri titoli dello stesso giorno si contestualizza la performance di Gomorra. The Place, il film di Paolo Genovese, secondo classificato, ha incassato poco più di 135.000 euro (media di 330 euro per sala); Thor: Ragnarok, blockbuster della Walt Disney, sesto classificato, si è fermato a 54.000 euro (media: 225). I 260.000 euro di Gomorra non sono tuttavia un record assoluto. Un mese fa, Loving Vincent, film d’animazione su Van Gogh, raggiunse nel suo primo giorno ben 380.000 euro. Ma si trattava di un evento nato per il cinema di cui non si conosce ancora la messa in onda. Al secondo posto in questa classifica si trova Sherlock – The Abominable Bride (338.000 euro), un episodio della serie Sherlock che però sarebbe andato in tv nove mesi dopo. Al terzo posto i due episodi della serie ispirata da Roberto Saviano.

È da qualche anno che le sale cinematografiche si sono aperte a brevi programmazioni di eventi come concerti, biografie, documentari non nati per il grande schermo. È un modo per contrastare la crisi e aumentare gli introiti nei giorni feriali, rivolgendosi a un pubblico diverso, tanto più in un contesto in cui gli incassi complessivi continuano a scendere (-13.5% il dato del botteghino al 31 ottobre 2017 sullo stesso periodo del 2016). Il caso di Gomorra però è rivoluzionario perché i due episodi sono stati proiettati nell’imminenza della messa in onda televisiva (da domani su Sky Atlantic e on demand). Il risultato di questa iniziativa, che circondata da un certo scetticismo, «dimostra che i modelli distributivi tradizionali possono e devono essere messi in discussione e riformati», sottolinea Andrea Scrosati, vice presidente esecutivo dei programmi di Sky Italia. «Il mercato e il pubblico lo stanno già facendo. Quando, insieme con dirigenti e manager di Cattleya, Wildside, Lucisano Group, Palomar e Indiana Production, abbiamo creato Vision distribution avevamo in mente questo percorso di rinnovamento. La strada è giusta ed è piuttosto raro che un rischio imprenditoriale si traduca in un guadagno per un’intera filiera. In questo modo i produttori trovano un ricavo imprevisto e un vantaggio di marketing attraverso la promozione presso pubblici diversi da quelli della pay tv, mentre gli esercenti traggono un profitto inaspettato da un prodotto destinato solo alla televisione. Infine, tra industria cinematografica e televisiva si crea un circuito virtuoso che potrà giovare a tutto il mercato». Tuttavia, Sky ha circa 5 milioni di abbonati: probabilmente un’operazione del genere non funzionerebbe per la tv generalista. «Non credo, anzi», riprende Scrosati. «I numeri di un’anteprima al cinema, per quanto di successo, riguardano una nicchia rispetto al pubblico di un prodotto di massa. Ma nell’epoca dei social, le 50.000 persone che partecipano alle anteprime si possono trasformare in altrettanti testimonial del prodotto che sta per andare in tv. Ovviamente, a patto che si tratti di un prodotto di qualità».

 

La Verità, 16 novembre 2017

The Deuce, verismo sulle origini del porno

Un viaggio all’origine del degrado. Un ritorno dove tutto è cominciato. La discesa agli inferi in presa diretta. Dire «New York, 1971» è fotografare un’epoca. Dire The Deuce, il soprannome della 42esima strada che porta a Times Square, significa zumare sui marciapiedi delle prostitute, dei papponi neri, delle dosi di coca, dei mafiosi italo-americani, dei bar delle scommesse, dei poliziotti corrotti, dell’Hiv che inizia a serpeggiare. Cose già viste, ma raccontate con dialoghi impeccabili, profili psicologici ad alta definizione e un realismo che non cede un millimetro né al glamour né al moralismo pruriginoso, di solito nemici in agguato di questo genere di storie. The Deuce – La via del porno, serie targata Hbo, creata da David Simon con George Pelecanos, già autori di The Wire, (il primo di otto episodi l’altro ieri su Sky Atlantic) sembra riuscire là dove hanno fallito Martin Scorsese e Mick Jagger con Vinyl: raccontare gli anni Settanta di New York. Lì, al centro c’era la nascita del rock, qui quella dell’industria pornografica.

A far scommettere sul successo di The Deuce c’è innanzitutto un cast eccellente, guidato da James Franco, anche produttore esecutivo e regista di due episodi, e Maggy Gyllenhaal. Franco interpreta due gemelli, uno che si sdoppia tra due bar nel tentativo (vano) di restare pulito e mantenere la moglie che si consola nei locali dei biliardi, l’altro che vive di scommesse e di fughe dai creditori, mafiosi, dei debiti inevasi. La prostituta di Gyllenhaal, che rifiuta la protezione del pappone e batte per mantenere il figlioletto senza cedere a sentimentalismi, è, se possibile, scritta e definita ancora meglio. A completare i pregi della serie ci sono i dialoghi scolpiti nello slang malavitoso, una sceneggiatura solida e un’estetica che ricorda il meglio della produzione dei Settanta-Ottanta, da Le strade di San Francisco a Hill Street notte e giorno. Alla fine, però, il personaggio in più è proprio la 42esima, quella strada teatro di vite disperate, di balordi che raschiano il barile, di randagi pieni di difetti, di motel al neon e lustrascarpe, resa con storie parallele (la più scontata è quella della studentessa spregiudicata) che s’intrecciano, alla ricerca di un po’ di consolazione. Lì, in quella strada e tra quei disperati, la prostituzione e la coca imperano. E quando arriva l’industria del porno sembra solo la scorciatoia per svoltare.

La Verità, 26 ottobre 2017

Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

«Nella mia Gomorra esiste la speranza»

Un timido che comanda malvagi criminali. Un veneto che dirige film in dialetto napoletano. Un collezionista di rock e jazz, pronto a rompere rapporti per dissidi musicali, che fa il regista. Claudio Cupellini, 44 anni, una dinastia di farmacisti alle spalle, insieme con Francesca Comencini regista di Gomorra – La serie (produzione originale Sky e Cattleya, in onda dal 17 novembre) è un uomo di contraddizioni. Contraddizioni fertili. Ci incontriamo prima di una conversazione all’università di Padova programmata dalla Fiera delle parole.

Come fa un veneto a dirigere una serie tv recitata in napoletano stretto?

«Più che un handicap, non essere del luogo è stato un vantaggio. Fin dall’inizio Cattleya e Sky non volevano registi napoletani. Io sono di Padova, Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, romani. Il mio orecchio è allenato da diversi anni alla parlata napoletana grazie ai miei collaboratori più stretti che sono di Caserta».

Perché i produttori volevano registi «stranieri»?

«Perché volevano uno sguardo meno coinvolto emotivamente. Un regista locale avrebbe potuto essere più indulgente con la propria città».

E lei ha avuto difficoltà a non esserlo?

«Direi di no, anche se ormai sono mezzo napoletano. Lavorando alle tre stagioni della serie ci ho vissuto a lungo. E anche prima, preparando Una vita tranquilla con Toni Servillo e Marco D’Amore, ero di casa. Un regista deve immedesimarsi con il posto dell’opera che dirige. Ma nei miei film si parla tedesco, francese. Qui anche bulgaro».

Gioco di squadra (prima stagione): Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il registi della prima stagione: Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il cinema è globalizzato, ma Gomorra è un prodotto glocal.

«Oggi il glocal è vincente. I broadcaster internazionali chiedono storie e costumi italiani. Pensiamo a Romanzo criminale, Gomorra, 1992 e 1993 prodotte da Wildside, a Suburra di Netflix. Lo stesso avviene con produzioni di altri Paesi, la francese Marseille, la bellissima Peaky Blinders, ambientata a Brighton».

Oltre che la lingua serve conoscere la camorra e le sue gerarchie?

«Devi conoscere le dinamiche criminali perché a Napoli devi viverci. Spesso giravamo nelle strade frequentate dalle bande. Gomorra è fiction, ma pur romanzando, siamo rimasti aderenti ai fatti. Nella seconda stagione abbiamo raccontato gli scissionisti. Nella terza si vedrà la guerra dei clan nel centro di Napoli».

Come nasce Claudio Cupellini regista?

«Fin dal liceo ho avuto la passione per la lettura, il cinema, soprattutto la musica. Queste passioni disordinate si sono consolidate frequentando la facoltà di Lettere, dove ho scoperto che il cinema le comprendeva tutte. Ho provato a fare qualche scarabocchio con la videocamera. Ero ventenne, ma c’erano ragazzi che già a 17 anni avevano prodotto i primi corti. Ho presentato un mio lavoro al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e mi hanno preso».

Ha avuto dei maestri?

«Mi sarebbe piaciuto, ma no. Ho fatto alcuni incontri che mi hanno aiutato a capire come fare il mio mestiere. I maestri sono stati i film che ho visto».

Diciamo qualche titolo?

«Tornando a casa un sabato notte su Fuori orario vidi certi bambini che facevano cose meravigliose. Il giorno seguente chiamai un amico critico che mi rivelò il titolo: L’argent de poche (Gli anni in tasca) di Francois Truffaut. Poi ho seguito il cinema americano degli anni Settanta, Scorsese, Coppola e Malick».

Parlando di registi, Padova è una città laboratorio? Cito alcuni nomi oltre a lei: Enzo Monteleone, Carlo Mazzacurati, Antonello Belluco, Andrea Segre, Umberto Contarello sceneggiatore di Paolo Sorrentino, sempre sulla rotta Padova Napoli. Dimentico qualcuno?

«Marco Pettenello, nipote di Mazzacurati, bravissimo sceneggiatore. Più che un laboratorio, a Padova c’erano un fermento e una sensibilità particolari. C’erano docenti come Gian Piero Brunetta e Giorgio Tinazzi, il Centro universitario cinematografico, organizzatori culturali come Piero Tortolina. Per il resto, a parte Contarello, Monteleone e Mazzacurati che si frequentavano, molti di noi sono andati via per affermarsi».

Marco D’Amore è il suo attore feticcio?

«L’ho fatto esordire al cinema, siamo amici. È un talento di formazione teatrale avendo frequentato il Paolo Grassi di Milano e sostenuto lunghe tournée come quella della Trilogia della villeggiatura con Servillo. È uno da “buona la prima”. Con lui facevamo un gioco: vediamo quando sbagli una battuta. Non ha sbagliato nemmeno nell’episodio in bulgaro della nuova stagione di Gomorra. Finora al cinema ha raccolto meno di quello che merita».

Marco D'Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

Marco D’Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

I protagonisti dei suoi film sono persone senza legami, incapaci di trovare il loro posto nel mondo.

«Certi sentimenti sono come una risacca. Il senso della separazione, dell’incomprensione, di rapporti fragili fa parte della mia storia. In Alaska il personaggio di Valerio Caprino dice a Fausto: “Se dici che sei mio amico, io ci credo e mi affeziono. Ma se mi molli divento cattivo”. In fondo, è sempre una ricerca d’amore, il bisogno di essere accettati, di non essere abbandonati».

È un bisogno che nasce da un’esperienza precisa?

«Il mestiere di regista vive di ossessioni. Ho vissuto la lacerazione della mia famiglia, ho perso amici e parenti stretti in modo improvviso. C’è una frase di una canzone di Neil Young che mi ha molto colpito. Dice: ≤Nonostante la mia casa sia stata distrutta è la miglior casa che abbia mai avuto≥. L’ho scritta dietro una foto che ritrae me e mio fratello, e che ho regalato a mia madre».

Anche il prossimo film parlerà di questo?

«Non posso anticipare troppo. Ho iniziato a scriverlo e per la prima volta sarà un adattamento. Avrà un’ambientazione nuova rispetto ai precedenti, mentre la trama sentimentale non se ne discosterà molto».

Un altro attore che ritorna nei film suoi e di Segre è Paolo Pierobon. Ci sono i clan anche nel cinema?

«Più che clan ci sono attori che provengono dal teatro e che il cinema non ha ancora sfruttato come meriterebbero. Paolo Pierobon, anche lui del Paolo Grassi, è uno di questi. Per Alaska ha accettato una parte minore, dandole un carattere. Altri come lui sono Giuseppe Battiston, Valerio Binasco, Maurizio Donadoni».

Che cosa le ha dato Roberto Saviano sul set di Gomorra?

«Saviano vive lontano, ma la sua presenza aleggia sul nostro lavoro. Per la mia carriera l’incontro con il mondo di Gomorra è stato fondamentale. Una volta entrato, però, devi avere un bagaglio tuo. Non tutti i registi possono fare Gomorra, perché richiede un impegno mentale e fisico straordinario. Per girare i miei sei episodi abbiamo impiegato 100 giorni, il tempo che di solito serve per produrre due film e mezzo».

E Stefano Sollima?

«Con Sollima abbiamo avuto una collaborazione molto fertile, soprattutto il primo anno. Ogni regista è geloso della propria autorialità, ma tra tutti c’è sempre stata complicità e stima. Mi ha coinvolto nel progetto perché gli era piaciuto Una vita tranquilla».

Che cosa pensa della critica secondo la quale Gomorra mitizza le figure dei camorrisiti?

«Siamo stati molto attenti a non essere mai consolatori. La storia del cinema e della letteratura è lastricata dalla fascinazione del male. Ma in Gomorra la fine dei criminali e l’orrore sono chiari a tutti».

Cosa ci può anticipare della terza stagione?

«Azzardo che è la migliore delle tre. Oltre alla già riconosciuta compattezza narrativa, s’impone l’introspezione dei personaggi. Ciro, Genny e gli altri attraversano una linea d’ombra conradiana: sono stati uccisi i padri, hanno vissuto lutti non superabili, ora cominciano a fare i conti non solo con le loro azioni, ma anche con quello che sono diventati da adulti».

E la sua linea d’ombra qual è? Ha un suo rifugio personale?

«Sono le passioni di gioventù, rimaste vive come allora. La musica in particolare: per me è un luogo di consolazione e di limpidezza, nel quale cancello le scorie e trovo nuovi stimoli. Sono un tipo inquieto, coltivare i miei interessi mi rappacifica».

Musica preferita?

«Conosco rock, jazz e blues dagli anni Cinquanta a oggi. Praticamente sono cresciuto dentro un negozio di dischi del centro. Ho una collezione di cd, ma ora apprezzo i vinili anche come oggetto. Per me le morti di Lou Reed e David Bowie non sono stati un pretesto per mettere una foto su Facebook».

Che rapporto ha con i social?

«Quando Facebook è esploso ho vissuto un momento di curiosità e mi sono iscritto anche a Twitter. Ora non li frequento molto. Mi provocano nervosismo, soprattutto Facebook. Mi sembra di essere in un bar chiassoso, dove si esibisce il peggio dell’umano».

Letteratura?

«Mark Twain, Dostoevskij, John Irving, troppo poco apprezzato, Jean Cocteau».

Guarda la televisione?

«In modo discontinuo. Mi sono ubriacato di serie tv, ora guardo più film».

Film della vita.

«I quattrocento colpi di Truffaut».

Gomorra è un microcosmo chiuso, un mondo senza alternative per il quale forse Leonardo Sciascia parlerebbe di realtà irredimibile. C’è speranza in un posto così?

«Personalmente non riesco a vivere senza speranza. Non credo che il microcosmo della camorra sia irredimibile. Non è un posto di cui Dio si è dimenticato. Ma lo Stato sì, e ha lasciato che un altro potere lo sostituisse. In una realtà povera dove le istituzioni non ci sono, il cittadino si affida alla criminalità. Ci sono bambini che a dieci anni hanno già visto tutto. Da padre trovo che sia qualcosa di mostruoso. La speranza è minimale, ma esistono persone che, pur con una voce flebile, combattono quotidianamente contro il male».

 

La Verità, 8 ottobre 2017

 

«Ho spiato Berlusconi per renderlo normale»

Non era facile immaginare che una serie televisiva su Tangentopoli filasse liscia senza scatenare contestazioni. In una trilogia che cita la Rivoluzione francese, il 1993 del titolo è l’anno del Terrore e, solo per rinfrescarci la memoria, è quello delle monetine tirate a Bettino Craxi fuori dall’hotel Raphael, della maxitangente Enimont, dei sucidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, dei prodromi della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Appena terminata su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, 1993 resterà a lungo disponibile on demand. All’estero finora è stata venduta in un centinaio di Paesi ma, rimanendo in Italia, ha il merito di affrontare senza schermi ideologici la cronaca, favorendone la trasformazione in storia. Il principale elemento di rottura si condensa nell’interpretazione di Silvio Berlusconi offerta da Paolo Pierobon, attore cinquantenne nativo di Castelfranco Veneto, diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, pluripremiato per le sue prove teatrali (diretto da Eimuntas Nekrosius e, più volte, da Elio De Capitani e Luca Ronconi), noto al grande pubblico nei panni dell’obliquo Filippo De Silva di Squadra antimafia – Palermo oggi trasmessa da Canale 5. Un attore versatile che non disdegna il cinema, dove ha recitato, tra gli altri, per Marco Bellocchio (Vincere), Paolo Virzì (Il capitale umano) e Gennaro Nunziante (Quo vado?). Lo incontro nel chiostro del Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, dov’è di casa.

Il suo Berlusconi «normale» è stata una delle sorprese di 1993. Come sono arrivati a lei?

«Mi ha contattato Lorenzo Mieli di Wildside, società produttrice della serie. Mi ha sempre sostenuto insieme con il regista Giuseppe Gagliardi e Ludovica Rampoldi, una degli autori. Poi sono cominciati i provini».

Aveva dei concorrenti?

«Penso di sì, ma mi sono stati celati. Ho fatto tre incontri prima di essere scelto».

Ci teneva?

«La primissima volta non ero convinto. “Che c’entro io?”, mi dicevo. Poi qualche amico ha insistito: “Guarda che puoi farlo bene”. Finché si è accesa la scintilla e sono andato ai provini successivi con lo spirito giusto. Era una figura molto esposta, sulla quale si sono sprecate parodie e imitazioni. Trovare una zona libera per renderlo come persona e non come personaggio mi ha stimolato».

Difficile immaginarla nel ruolo di Berlusconi vedendola nei panni di De Silva in Squadra antimafia – Palermo oggi.

«Interpretare qualcuno che al primo impatto sembra impossibile è sempre una sfida affascinante. Altrimenti il rischio della routine è dietro l’angolo».

Che cosa le hanno detto quando le hanno proposto il ruolo?

«Di fare piazza pulita di cliché e stereotipi. La maggior parte di noi conosce un Berlusconi performativo, nei panni del politico di successo, del presidente del Milan o dell’ospite di talk show. Ma chi può dire, se non i più stretti collaboratori, chi sia davvero? M’interessava spiare una battuta scambiata con Adriano Galliani all’orecchio più che un’intervista televisiva. Ho tentato di occupare quel campo libero. Più immaginazione che immedesimazione».

Ha studiato i precedenti cinematografici, soprattutto Il Caimano dove a interpretarlo è Elio De Capitani che l’ha diretta a teatro?

«Ci sono state curiose coincidenze. Quando Moretti scelse De Capitani per quella parte io ed Elio stavamo lavorando insieme. Gli dissi di non preoccuparsi perché, in fondo, un imprenditore che dirige aziende e un impresario teatrale che governa la sua compagnia non sono mondi così lontani. Ricordo che parlando di me in un’intervista, Elio usò l’espressione “vitalismo reaganiano”. Insomma, era la lezione di Giorgio Gaber: bisogna guardare al Berlusconi che è in ognuno di noi. Perciò, ci si va dentro senza paura. Il vitalismo reaganiano è la natura estroversa dell’attore. Che non esclude zone d’ombra che pure una persona come Berlusconi ha. Anche Berlusconi, in privato, è tutto e il contrario di tutto».

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Un Berlusconi ipotetico, ma verosimile?

«Il tentativo era questo».

Come l’ha studiato?

«Lo strumento principale è stato Youtube. Un’inquadratura inconsapevole allo stadio poteva essere preziosa. Anche le intercettazioni telefoniche, dove la voce non è quella ufficiale, sono state una fonte. Quando ti confronti con una figura così, come certi personaggi scespiriani, devi fare i conti con la tua realtà quotidiana. Loro sono bigger than life e tu sei inevitabilmente più piccolo. Perciò l’attore deve stare sotto il personaggio, non andargli sopra».

Che ricordo ha di Tangentopoli?

«Ricordo l’impatto mediatico dei processi. I politici che balbettavano, la saliva di Arnaldo Forlani. Solo Craxi ha detto: “Di cosa stiamo parlando? È sempre andata così”. Poi la coerenza di Sergio Cusani».

Che cosa le suscita Berlusconi?

«La mia definizione di lui è puer aeternus».

Che cosa facevano i suoi genitori?

«Mia madre è sarta e ha la quinta elementare. Mio padre era il più giovane di nove fratelli, e gemello. Ha preso il diploma di perito chimico a Vicenza ed è entrato all’Eni. Da Castelfranco Veneto siamo andati a Pisticci, in Basilicata. Vivevamo nei villaggi per i dipendenti. Quando avevo sette anni arrivammo a San Donato, hinterland milanese».

Come le è venuto in mente di fare l’attore?

«Di punto in bianco. In casa i miei parlavano sempre dialetto veneto. Fuori non c’erano più i cieli e il sole di Matera. L’adolescenza era noiosa, tutti facevano scelte automatiche. Quando ti annoi eserciti l’immaginazione e io non volevo accodarmi, ero introverso. E, come tutti i timidi, sentivo il bisogno di esibirmi. Mi accorsi che leggevo volentieri le pagine con i dialoghi, più che certe lunghe descrizioni. Due persone che si parlano mi scaldavano».

Come si è formato?

«Ho fatto il liceo scientifico. Poi, per rinviare il servizio di leva, mi sono iscritto all’università e ho dato qualche esame. Nel frattempo frequentavo la Scuola Paolo Grassi, fondata da Giorgio Strehler e anche quella del Teatro Filodrammatici. Alla fine, tra l’una e l’altra, mi chiamarono militare. Feci obiezione di coscienza sperando di esser destinato alla biblioteca della Scuola. Invece mi spedirono sulle ambulanze del 118 a Como. Nel frattempo dovevo dare l’esame del terzo anno. I professori furono comprensivi».

Poi premi a raffica…

«Ce l’ho messa tutta. In casa non giravano molti soldi e fare una scelta così drastica rispetto ai miei mi ha responsabilizzato. Non avevo paracaduti. Sono stato fortunato. So di gente brava che sta a casa e parla con i muri. Gli intervalli tra un lavoro e l’altro si allungano… Si torna dai genitori, cose umilianti…».

Come si passa dal teatro al cinema alla televisione?

«Decidono la quotidianità, le coincidenze. Essendo sempre in scena, non riuscivo a partecipare ai provini per la tv a Roma. Mentre ero al Centro Santa Caterina di Ronconi, in Umbria, per provare Il gabbiano, sono andato a quello per Squadra antimafia. Berlusconi invece l’ho fatto da sonnambulo…».

In che senso?

«Ero in tournée con Lehman Trilogy quando mi hanno detto che l’avrei fatto io. Avevo visto l’intervista a Enzo Biagi in cui Berlusconi confidava di dormire quattro ore a notte. Anch’io dormo poco… Anziché star lì a ripetermi “sono stanco, come farò?”, ho utilizzato le sue parole come un karma. Lehman Trilogy durava cinque ore, si finiva a mezzanotte e mezza. Una volta son venuti a prendermi a Torino alle tre di notte e siamo partiti per la campagna pavese dov’era il set che simulava la villa di Arcore. Siamo arrivati all’alba, tre ore di trucco, poi prove fino a sera. Il giorno dopo ero di nuovo a teatro, però a Roma, altre cinque ore di spettacolo. Concordo con Berlusconi: quando sei stanco sei disinibito e le cose vengono meglio».

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Le sue letture, i giornali, l’avrebbero portata a un’interpretazione diversa?

«Il rito d’inizio giornata è la lettura dei giornali al bar. Mi serve come ginnastica mentale. Non do niente per scontato e non do neanche giudizi sulla figura che interpreto. Se vuoi fare un bel lavoro il tuo punto di vista lo devi dimenticare. Il protagonista è lui non tu. Posso pensarla al contrario, ma riuscire a essere credibile nel rendere quella persona».

È un fatto di tecnica?

«Di istinto. L’opinione viene dalla testa. L’istinto deriva da una visione artistica, che è emotiva e fisica. La tecnica viene dopo».

In 1994 sarà più protagonista?

«Speriamo. Decideranno gli autori il dosaggio tra personaggi immaginari e personaggi storici».

Nell’attesa?

«Ho lavorato in un film di Andrea Segre intitolato L’ordine delle cose. Una storia di sbarchi clandestini dalla Libia all’Italia. Forse andrà alla Mostra di Venezia».

Segue la politica?

«Sono un attento, ma disorientato osservatore».

Cosa si aspetta dal prossimo film di Paolo Sorrentino su Berlusconi?

«Di lui e di Toni Servillo ho grande ammirazione. Sono curioso di vedere se sarà come Il Divo su Giulio Andreotti oppure no».

Se dovesse dirmi il nome di un attore?

«Direi Eduardo. Lontanissimo da qualsiasi possibilità d’imitazione, penso sia una delle figure più carismatiche e moderne della recitazione».

Una passione segreta, un tic?

«Purtroppo ho poco tempo, ma mi piace molto camminare, fare il flaneur, osservare la gente. Al bar leggo il giornale e ascolto quello che dicono i clienti».

Carpisce delle cose?

«A volte. Anche a teatro, prima che si spengano le luci, mi metto dietro il sipario a orecchiare il pubblico. Serve a scongiurare la ripetitività delle repliche. E mi dà l’illusione di fare ogni sera uno spettacolo diverso».

 

La Verità, 11 giugno 2017

 

Dove va a parare la terza stagione di Gomorra

Quando si arriva alla terza stagione di una serie tv, peraltro già molto celebrata dalla critica oltre che baciata dal successo internazionale come Gomorra, non è facile continuare a crescere senza sbilanciarsi e perdere un po’ l’equilibrio. È accaduto a marchi prestigiosi della serialità europea come la britannica Fortitude e la francese Les Revenants che, dopo la stagione d’esordio, hanno esasperato certi toni, smarrendo compattezza narrativa. Anche un titolo come House of Cards, già pericolosamente esposto sul crinale della plausibilità, è atteso al varco dell’incombente quinta annata. Finora la serie tratta da un’idea di Roberto Saviano ha esplorato molte vie della ferocia della camorra con originalità della scrittura, imprevedibilità narrativa e centralità del territorio realizzando il fenomeno della serialità universalmente apprezzato. «Siamo appena tornati dagli screenings di Los Angeles dove sono stati presentati i prodotti della prossima stagione», svela Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali Sky, «e dall’insistenza delle richieste dei produttori americani sulla data di uscita della nuova stagione posso dire che esiste un prima e un dopo Gomorra. Con questa serie è cambiata la percezione della produzione italiana e forse anche europea». Per tranquillizzare tutti va detto subito che si tratta di attendere solo fino a novembre, quando decollerà su Sky Atlantic. E, banalmente, dopo le imprevedibili morti di Imma Savastano, moglie di don Pietro nella prima stagione, e di Salvatore Conte, capo della cosca rivale, oltre che dello stesso don Pietro, nella seconda, vien da chiedersi che cosa dobbiamo aspettarci nella prossima. E questo più che per vagheggiare l’escalation di una storia già estrema, per tentare di capire quali strade proverà a perlustrare una serie che ha già notevolmente elevato la qualità della produzione. «Non si tratta d’innalzare il livello della ferocia infiocchettando il racconto o studiando abbellimenti per compiacere il pubblico», sottolinea Claudio Cupellini che, insieme a Francesca Comencini firma i 12 episodi (sei a testa) della nuova stagione. «È vero, a volte, come si legge anche in questi giorni, la realtà è più cruda della peggiore fantasia. Ma noi possiamo solo inseguirla con il massimo impegno, non avendo ancora la capacità di anticiparla». Nebbie dialettiche anti spoiler a parte, comunque nella prossima stagione le novità non mancheranno. Dopo una prima scena in Bulgaria, la contesa tornerà interamente a Napoli, dove le fazioni «dei Talebani», per le barbe arabeggianti dei loro appartenenti, contenderanno il dominio sul territorio ai clan di Genny Savastano (Salvatore Esposito) e del rivale Ciro Di Marzio (Marco D’Amore). Anche un rampollo della Napoli bene rimarrà sorprendentemente affascinato dal potere dei clan camorristici: «È uno studente universitario che può condurre una vita agiata, un personaggio che persegue un’affermazione di sé in ambienti lontani da quelli abituali», illustra Loris De Luna che lo interpreterà. Comunque, si tratta di un «personaggio coerente con tutta la storia», sottolinea Cupellini. «Noi non forziamo le sceneggiature per esigenze industriali. In questo siamo diversi dalle produzioni americane», rimarca Hartmann. «Romanzo criminale l’abbiamo fermato dopo due stagioni perché la storia si era compiuta. Invece, anche se non è facile migliorare lo standard delle precedenti, di Gomorra stiamo già scrivendo la quarta stagione». Se il concept è forte «si può aggiornarlo e ricollocarlo in nuove situazioni», accenna Roberto Amoroso, direttore creativo della fiction Sky. Nella prossima stagione, oltre a un approfondimento interiore dei vari personaggi alla ricerca della consacrazione criminale, il territorio sarà ancora più protagonista che nelle prime due. E questo è «un altro aspetto che ci differenzia dalla serialità americana fatta principalmente di testo e attori che lavorano in studio», osserva Riccardo Tozzi, produttore con Cattleya. «Gomorra allarga lo spettro della visualità, inserendo il realismo del territorio come elemento fondamentale della narrazione». Finora rimasta nella periferia delle Vele e nei quartieri fatiscenti di Scampia e Secondigliano, la guerra di camorra si allargherà a macchia d’olio fino a conquistare il centro di Napoli. Nel quartiere Forcella si girava ieri una scena del quinto episodio, diretto da Francesca Comencini, in cui la cosca di Ciro deve riconquistare una zona abbandonata. L’Immortale – è il suo soprannome – stende la cartina toponomastica della città cerchiando con il pennarello il luogo dove deve esplicarsi l’azione del commando: «Per sopravvivere dobbiamo essere sempre un passo avanti a chi ci sta addosso», ammonisce Ciro. «Ma noi non vogliamo solo sopravvivere», obietta qualcuno. «Questo lo vedremo», lo zittisce il boss. Ora, in conferenza stampa, Marco D’Amore conclude, savianeggiando: «Diamo il benvenuto nella serie a Napoli, nuovo protagonista in tutto il suo splendore e le sue contraddizioni. Consapevoli che Neapolis, città d’origine greca, potrà mettere le basi della sua rinascita solo partendo dalla risposta dei suoi cittadini».

La Verità, 30 maggio 2017 

E se David Lynch si prendesse gioco di noi?

Promessa mantenuta. «Salve agente Cooper. Ti rivedrò ancora… fra venticinque anni»: parola di Laura Palmer. Si riparte da lì per la terza stagione di Twin Peaks, la serie prodotta e diretta da David Lynch e scritta con il fedele sceneggiatore Mark Frost, attesa un quarto di secolo, da ieri su Sky Atlantic e on demand. Il telefilm padre di tutta la serialità moderna, la serie culto che ha cambiato la narrazione orizzontale e verticale: una lunga lista di meriti. «Chi ha ucciso Laura Palmer?» era l’interrogativo che attanagliava «il popolo di Twin Peaks», al contempo i fan della serie e gli abitanti della cittadina circondata dai boschi ai confini con il Canada. Era il 1990 e le note di Angelo Badalamenti introducevano un tema sonoro che sarebbe divenuto sinonimo di mistero e atmosfere dark. Col passare degli episodi, però, si scoprì che l’indagine sull’assassinio della misteriosa adolescente era solo un pretesto per scatenare la fantasia visionaria del regista. Un mosaico impazzito.

Nella terza stagione si riparte da lì. Da titoli di testa in verde fluo, a segnalare una versione ancora più allucinata. E dalll’inquietante red room, il mondo parallelo soprannominato Loggia nera dove ritroviamo un Dale Cooper (Kyle MacLachlan) più stagionato e azzimato che intesse strani dialoghi con vari personaggi, uno dei quali insiste in quella che sembra una presa in giro del telespettatore: ma questo è il futuro o il passato? Man mano che la visione procede, gli interrogativi aumentano e con scarsa possibilità di risposta. Per esempio: di Dale Cooper ce n’è anche uno in versione boss criminale, jeans e chiodo nero, che semina morti nel sottobosco malavitoso. «È un mondo di camionisti», sentenzia una specie di maîtresse da bordello, mentre l’anziana Margareth con bombola a ossigeno e un grosso ceppo tra le braccia telefona al vice sceriffo Hawk per dirgli che il suo ceppo, appunto, ha un importante messaggio per lui. Nella red room, in cima a un albero spoglio, quello che sembra un cuore umano conciona a ruota libera sul tema del «doppio». Nei titoli di coda del primo episodio che abbinano i nomi degli interpreti a quelli dei personaggi, a fianco di Carel Struycken compaiono sette punti interrogativi. Fate voi.

Dale Cooper nella red room

Dale Cooper nella red room

Di trama non si può assolutamente parlare. L’unica certezza è l’estetica lynchiana, con la sua metrica pittorica che procede per quadri successivi, interpreti che agiscono uno alla volta dentro scene laconiche e desolate, alle quali il regista alterna panoramiche notturne di New York, tetri sotterranei (nei quali spunta Struycken), stamberghe tarantiniane, rimbalzando dal South Dakota, dove si consuma un omicidio con relativa mini trama noir, a Las Vegas a Twin Peaks. Tutto enigmatico e indecifrabile.

Lynch ha detto che Twin Peaks viveva nel suo subconscio. Mi sa che il mio è parecchio diverso da quello del grande cineasta…

La Verità, 27 maggio 2017

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.