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Raifiction, Cotroneo e i cattivoni del Family day

Fulmine a ciel sereno, l’implicazione ideologica della storia scocca in chiusura del quinto episodio. È il colpo di scena, il cambio di passo. Fino a quel momento tutto è innocuo. Un intrigo giallo rosa, con sconfinamenti nel mistery. Una trama che prende. Su Rai 1, Sorelle, serie in sei episodi, sta mietendo successi di ascolti (share medio oltre il 27%) e di critica. Successo meritato, attori bravi, ingredienti ben mixati. Però le indagini per scoprire l’assassino di Elena (Anna Caterina Morariu) si sono arenate e anche il sospirato ritorno di passione tra Chiara e Roberto è giunto a un punto morto. Improvviso, il colpo di scena sblocca i filoni paralleli che catalizzano i telespettatori dall’inizio della storia.

La protagonista femminile è Chiara, interpretata da Anna Valle, ex miss Italia, una certezza della fiction Rai, con i suoi occhi verdi scandagliati in decine di primi piani e riflessi su maglioncini e camicette intonate. Quello maschile, invece, è il personaggio di Giorgio Reggiani, fidanzato di lei finché l’enigmatica sorella Elena glielo porta via per farci tre figli (anzi due, il terzo è frutto di un’altra relazione). Dopo la separazione e la scomparsa, Elena viene trovata morta vicino a un malloppo di 5000 euro. I protagonisti di contorno, tutt’altro che secondari, sono i tre ragazzini ciclicamente abbandonati dalla madre (molto ben interpretati), la nonna svaporata dall’Alzheimer incombente (Loretta Goggi) e la città di Matera, scenario perfetto per una vicenda dal retrogusto gotico.

Però siamo fermi.

Fino a quando Chiara si adagia nella vasca e il vapore che riempie la stanza da bagno, inumidendo lo specchio, evidenzia un nome ancora inedito: Martino. Chi sarà mai?

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

È qui la genialata degli sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, collaudata coppia della serialità della tv pubblica (oltre che del cinema). Hanno firmato insieme Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia e È arrivata la felicità. Successi riconosciuti, ottimi cast, storie sentimentali di famiglie allargate, con misteriose sparizioni, doppie vite mimetizzate e sempre una certa gaiezza strisciante, leggera, vincente. Nella Grande famiglia, per dire, il personaggio più intelligente e trasparente era Nicolò Fulvi (Luca Peracino), il ragazzino gay che si dava da fare per inserire l’amico in azienda. Cotroneo non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale. Scrittore, traduttore di Hanif Kureishi e Michael Cunninghum, regista cinematografico e autore televisivo. Napoletano riservato, sofisticato, attento al fatto che nelle fiction si parli come si mangia ma non troppo, da traduttore soffre l’uso del pronome singolare maschile («digli cosa vuoi») anche quando ci si rivolge a una donna o a una pluralità di persone («“le” e “a loro”, ahimé, non si usano più»). È l’autore televisivo e cinematografico più cool degli ultimi anni. In tv, dall’Ottavo nano di Corrado Guzzanti e Serena Dandini a Parla con me fino a Stasera casa Mika, non si limita alla fiction, ma frequenta con successo i talk e gli show. Schivo e dedito a lettura e scrittura, è super richiesto nelle terrazze veltroniane. Per il cinema ha firmato l’adattamento di Vita breve di Luca Flores, biografia del jazzista siciliano suicida scritta dall’ex segretario Pd. Per Ferzan Özpetek, Pappi Corsicato e Luca Guadagnino ha scritto sceneggiature più spensierate e sgargianti, spesso mischiando elementi musical e inserti ballati. Per Maria Sole Tognazzi ha firmato Io e lei,  storia di omosessualità femminile tra Sabrina Ferilli e Margherita Buy. Poi ci sono i libri, La kryptonite nella borsa e Un bacio, che ruotano attorno al tema dell’omosessualità. Il primo, con probabili riferimenti autobiografici, è un invito a prendere coscienza e valorizzare la propria diversità. Il secondo è la storia di una risposta a un’esperienza di bullismo. Da entrambi, Cotroneo ha tratto il film firmandone la regia (il secondo è in prima tv in questi giorni su Sky Cinema).

Manca solo un episodio all’epilogo di Sorelle, ma finora non sono comparse vicende omosessuali. Anzi, quel Martino che avevamo lasciato scritto sullo specchio di Anna Valle, indiziatissimo come assassino di Elena, è sposato e padre di tre figli. Oltre che, a quanto sembra, del più piccolo di lei. Di cognome fa Siniscalchi, di professione il vicesindaco a Potenza e di orientamento politico, ecco la trovata, l’attivista del Family day. Che coincidenza, lo era anche il losco sindaco di Vigata di Come voleva la prassi, uno dei due nuovi episodi del Commissario Montalbano. Chissà se il pubblico di Rai 1 sarà felice? Nell’incertezza, adesso la storia delle sorelle di Matera può riprendere a correre verso l’atteso finale.

La Verità, 8 aprile 2017

Inganni delle casalinghe milionarie stile Vanity Fair

Non c’è aria di crisi economica nelle ville fronte oceano di Monterey, California. Le casalinghe patinate non hanno bisogno di lavorare e tra un drink e una cena di beneficenza si occupano ossessivamente della loro viziatissima prole da educare alle regole della buona società. Ma si sa come sono i bambini, perfidi e impulsivi, o desiderosi di attirare ancora più attenzioni. Così al primo giorno di orientamento scolastico la mocciosa di Renata Klein (Laura Dern) lamenta di essere stata vittima di violenza da parte del bimbo di Jane Chapman, ultima new entry della comunità. Sarà davvero lui il colpevole? Tutto fa pensare che nell’indagine sul sopruso infantile risiedano anche i segreti dell’omicidio con cui si apre il primo dei sette episodi di Big Little Lies, miniserie prodotta da Hbo e trasmessa da mercoledì su Sky Atlantic. Tratta dall’omonimo fortunato romanzo di Liane Moriarty, pubblicato in Italia da Mondadori, ideata da David E. Kelley (Ally McBeal) e diretta da Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club), la serie vanta un cast di prestigio che annovera tra le altre Nicole Kidman e Reese Witherspoon, anche produttrici. Ci troviamo, dunque, in una piccola e modernissima cittadina in riva al Pacifico, dominata da madri e mogli premurose, archetipi ideali delle lettrici di Vanity Fair. Maddy Mackenzie (Witherspoon) ha già un matrimonio alle spalle e due figlie su cui riversare attivismo e nevrosi, senza peraltro avvedersi della gelosia dell’adolescente nei confronti della piccolina. Celeste Wright (Kidman) invece ha chiuso lo studio legale per dedicarsi ai due gemellini e alle scabrose esigenze erotiche del più giovane marito. Infine, c’è Jane Chapman (Shailene Woodley), sola e senza lavoro, arrivata da chissà dove e chissà perché proprio qui: inevitabilmente distonica rispetto al rango delle altre.

Non c’è aria di crisi economica tra le casalinghe annoiate di Monterey. Ma ci sono segnali di squilibri affettivi e sentimentali, celati dietro la perfezione delle vetrate e delle terrazze hi tech della upper-middle-class. Dopo i primi due episodi («Schieramenti» e «Forte istinto materno»), in cui le deposizioni di insegnanti e testimoni e le dichiarazioni degli investigatori si alternano alle vicende private delle tre protagoniste, non si è ancora vista la scena del crimine né si è scoperta l’identità della vittima. Il giallo è fitto, i dialoghi sono taglienti e improntati a un chirurgico cinismo, la trama e le ambientazioni scolpite. Cosicché regia e sceneggiatori possono prendersi anche il lusso di eloquenti silenzi in cui far parlare le espressioni delle loro ottime attrici.

La Verità, 17 marzo 2017

Neanche «Roadies» dà un tetto tv al rock

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne guardo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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La terza storia che abbiamo iniziato a seguire è quella di Roadies, racconto del backstage del tour di una band, (Premium Stories, Mediaset). Le premesse erano stimolanti, a cominciare dai crediti: J.J. Abrams produttore e Cameron Crowe ideatore e sceneggiatore. Una serie firmata, garantita da Showtime, cable tv produttrice di titoli cult come Homeland, Shameless The Affair, per la quale i due miti di Hollywood si sono messi al lavoro.

Protagonisti della vicenda sono i componenti dello staff della band, appunto i «roadies» che percorrono migliaia di chilometri preparando e attrezzando palchi, impianti, logistica, location e tutto il resto. Insomma, coloro che si occupano della macchina organizzativa di un tour, dal ghiaccio in camerino fino all’acustica degli stadi. Persone votate alla causa, senza vita privata. O che, se ce l’hanno, è totalmente subordinata a quella dei musicisti di cui si occupano. Chi rende possibile la realizzazione dei concerti e non appare mai poteva essere un soggetto interessante per una serie, osserva Alberto. Abitualmente di loro non si sa niente e si apprende che esistono solo quando sono vittime di incidenti, come avvenuto qualche anno fa a margine del tour di Jovanotti. Però, bisogna riconoscere che il grande pubblico è attratto dalla vita delle star, non dai lavoratori oscuri. 

Nel pilot si segue l’attrezzista Kelly Ann, decisa ad abbandonare la crew. La musica della The Staton House Band è diventata routine e il provino cinematografico che l’attende contiene più futuro. Non bastano gli aneddoti dell’autista (Luis Guzman) e i consigli del vecchio Phil (Ron White) a trattenerla. Il tour manager (Luke Wilson) e la direttrice di produzione (Carla Gugino) bisticciano di continuo e le regole del conto economico incombono. L’intreccio delle storie poteva, dunque, essere interessante se sorretto da scrittura e ritmo adeguati. Invece: delusione. Per raccontare il calcio parlando dei fisioterapisti dei giocatori o la storia della Apple partendo dai fattorini anziché da Steve Jobs serve una genialità e un’arguzia narrativa che in Roadies non si vedono. Fatta eccezione per Kelly Ann, ben interpretata da Imogen Poots, in tutti i personaggi spuntano eccessi che, invece di sottolinearne l’originalità, li rendono caricaturali. L’effetto collaterale è una demitizzazione del rock che difficilmente può soddisfare gli amanti della musica più eversiva del Novecento. Tanto più che, almeno nel primo episodio, non si sente una sola nota della band per cui tutti si sbattono.

Imogen Poots nei panni di Kelly Ann

Imogen Poots nei panni di Kelly Ann

Qui però non è il rock al centro, ma chi ci lavora dietro, sottolinea Alberto. Forse bisogna arrendersi al fatto che oggi il rock non è più attuale. Ma è una musica del passato, come si è visto in Vinyl, che era una serie in costume. Proprio dalla serie ideata da Mick Jagger e Martin Scorsese per Hbo, cancellata dopo la prima stagione, viene l’ulteriore conferma che non bastano le grandi firme a garantire qualità. Fuori dalla sua epoca d’oro, per sceneggiatori e registi è difficile trasmettere l’incandescenza di quella musica. Le aspettative sono alte e forse si pensa che il rock contenga una carica e una forza evocativa sufficienti a sfondare. Invece, così non è. Ma mentre per Alberto la causa dell’impaccio narrativo di Roadies deriva proprio dalla materia raccontata, troppo ingombrate e complessa, per me è prevalentemente una questione di scrittura. Comunque sia, alla fine, mentre il rap ha trovato la sua serie in Empire e il country in Nashville, il rock è ancora senzatetto (tv).

 

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«Atlanta», un dramedy innovativo ma non troppo

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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Atlanta non è una grande metropoli americana. È la città dove fu ambientato Via col vento ed è la città sede della Cnn. Atlanta è il titolo di una nuova serie prodotta da FX e trasmessa in Italia il giovedì sera da Fox. Una serie caricata di molte aspettative, solo in parte mantenute, sostiene Alberto. Per conto mio è una serie con una sua carica innovativa.

Al centro della storia c’è Earn (Donald Glover), un trentenne che si è preso un anno sabbatico, in realtà sono già tre, dopo aver frequentato l’università di Princeton, non si sa se con successo o meno. Tornato ad Atlanta, rifiutato dai suoi genitori che vivono in una più che dignitosa villa con giardino, Earn deve inventarsi qualcosa per meglio mantenere figlia e compagna perché il lavoro di promotore sconti all’aeroporto, oltre che noioso, non è sufficiente. Il cugino Alfred Miles, in arte Paper Boi (interpretato da Brian Tyree Henry), è un rapper emergente che sta sempre con Darius, compare di spaccio e fumo. Per svoltare, Earn si propone di fargli da manager, ma deve vincere le sue resistenze.

Atlanta è un dramedy che mescola argomenti drammatici a un impianto comedy. Anche la durata dei dieci episodi, venticinque minuti appena, sottolinea questa impostazione leggera. La trama è piuttosto vaga, si seguono questi tre personaggi mentre sfangano la giornata, cazzeggiano, studiano espedienti per uscire dalla monotonia periferica della città che, in realtà, rimane sullo sfondo perché la storia si sviluppa tutta all’interno della black community. Per questo, osserva Alberto, è facile che diverse cose sfuggano alla maggioranza del pubblico europeo. Per esempio, il dialogo tra Paper Boi, Earn e Darius che, alle 4.30 del pomeriggio, si ritengono «in ritardo» per la loro attività (in riferimento alle 4.20, l’orario in cui gli amanti della cannabis la fumano abitualmente). Oppure l’arresto di un personaggio minore solo per aver bevuto una birra nella veranda di casa con un amico che non vedeva da molto tempo (negli States non si può bere alcol per strada). Un altro elemento caratteristico della serie è come fotografa il mondo hip hop nelle sue contraddizioni. La prima riguarda la faccenda del manager. Il rap è nato come musica antisistema e di contestazione del mercato, ma il ricorso al manager è già un cedimento alle sue leggi. La seconda, continua Alberto, c’entra col rapporto tra musica e violenza. C’è un dialogo tra un fan nostalgico del rap anni ’90 che dice a Paper Boi di essere uno degli ultimi veri rapper perché ha sparato a uno che si era messo di mezzo. Poi c’è un agente di polizia, anche lui nero, che, appena Paper Boi viene rilasciato dopo il fermo per spaccio, gli chiede di farsi una foto con lui.

Earn e Paper Boi in «Atlanta»

Earn e Paper Boi in «Atlanta»

La discriminazione razziale, il rapporto tra musica e criminalità, l’ambiguità delle forze di polizia sono argomenti tosti. Ma senza una trama definita, senza storie esemplari o vittime di palesi ingiustizie, tutto è proposto con tono leggero, nello slang della comunità nera nel quale dominano l’ironia e l’umorismo tipico della satira praticata da Donald Glover in altri show (uno spettacolo stand-up su Comedy Central, la sitcom Community su Nbc). Qui sta il carattere più innovativo di Atlanta. Dove invece la serie manca di originalità è proprio nella scelta del microcosmo al centro della storia, nel suo carattere introverso, cioè tutto interno alla vita della comunità nera. Come in Empire, i neri sono sempre rapper poco raccomandabili, gente borderline, musicisti criminali. Quando va bene sono sportivi a caccia di riscatto sociale, come in Ballers. Forse sarebbe ora di mostrare anche storie di emancipazione dei neri. Perché, per esempio, non raccontare meglio chi è il padre di Earn che vive in quella bella villa? Capire se se l’è fatta lavorando sodo, magari facendo l’uomo d’affari in qualche azienda di Atlanta? Qualcuno, per spiegare la contemporaneità della serie, ha tirato in ballo il sogno incompiuto dell’uguaglianza razziale promessa da Obama. Ma sembra una via di fuga un tantino semplicistica.

Alla fine siamo d’accordo: innovativa nel linguaggio e nella formula, un po’ meno nella storia.

i caverzan

Il caso «The OA», show spartiacque di Netflix

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

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Il primo show con cui abbiamo pensato di inaugurare «Le serie viste con mio figlio» è The OA di Netflix. Una serie controversa, complicata, quasi inafferrabile a cominciare dal titolo che per qualcuno significa Original Angel, per altri rimanda a un’espressione di Cristo («Io sono l’alfa e l’omega»). Una serie spartiacque, sottolinea Alberto, che rompe con la logica dei generi perché ne contiene e contamina diversi. Anche per questo, e per la sua notevole ambizione narrativa, ha una trama poco comprensibile, che mescola elementi new age, yoga, sconfinamenti metafisici con un linguaggio fantasy e sci-fi. Certamente, si tratta di un prodotto indipendente e molto elitario assai diverso dal resto della proposta Netflix, in cui la spiccata ambizione intellettuale rischia di farla sconfinare nel ridicolo. Forse, azzardando un po’, si può dire che The OA porta la cinefilia festivaliera nella produzione seriale.

Disponibile sulla piattaforma streaming dal 16 dicembre scorso, è stata creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, coppia di autori vecchia conoscenze dei circuiti indie, e consiste di otto episodi, di durata variabile. Tra i produttori esecutivi figura pure Brad Pitt, mentre Brit Marling interpreta anche la protagonista della storia, Nina Azarov, una bambina russa che, dopo un’esperienza pre-morte che l’ha resa cieca ed essere sparita per sette anni, durante i quali è stata rapita da uno strano scienziato che esegue degli esperimenti a fini terapeutici su di lei e su altri quattro reclusi, ricompare con il nome di Prairie Johnson, autodefinendosi «Primo angelo». È in questa veste che Prairie diviene la leader di un gruppetto di «eletti» ai quali partecipa la sua esperienza e trasmette la pratica liberatoria dei cinque movimenti. In mezzo a tutto questo ci sono sogni rivelatori e traumatici, un padre che scompare anche lui, nuovi e strani genitori adottivi, uno psicologo dell’Fbi che dovrebbe aiutarla a ritrovarsi.

Prairie Johnson (Brit Marling) suona il violino per richiamare l'attenzione del padre

Prairie Johnson suona il violino per richiamare l’attenzione del padre

La critica specializzata, a cominciare da quella americana, si è divisa tra entusiasti e detrattori, ma la maggior parte degli addetti ai lavori ha faticato a inquadrare la storia. Che parte come un thriller psicologico che si svolge in un desolato paesino dell’America profonda dove improvvisamente accade qualcosa di strano, ma poi vira nel metafisico. Per questo qualcuno l’ha avvicinata a Stranger Things, altri, per forza catalizzatrice, l’hanno associata a Westworld, altri ancora hanno trovato somiglianze con episodi di Black Mirror, qualcuno ha ravvisato citazioni cinematografiche di Alfred Hitchcock e David Fincher, o di Linea mortale, un horror con Julia Roberts e Kevin Bacon del 1990. Ma forse è a Les Revenants, la serie francese sceneggaiata anche da Emmanuel Carrère,  che attinge maggiormente. Al di là dei riferimenti più o meno cinephiles, la visione degli otto episodi ondeggia su un’altalena di sentimenti che vanno dalla curiosità di capire come va a finire – ma più ci si inoltra e più ci si perde – alla sensazione di stare perdendo del tempo. Detto tutto questo, non si riesce a staccarsi, osserva Alberto. La storia è inverosimile, perché la protagonista è una ragazza che perde la vista e poi la ritrova, muore e torna in vita, perde il padre e ne trova un altro, viene rapita da uno scienziato ma nessuno la va a cercare. Ma anche se tutto risulta inverosimile e non ricade nel reale, anche se non ci sono azione e conflitto, ma desolazione e claustrofobia, la storia può tenere inchiodato il pubblico come lei riesce a catalizzare gli ascoltatori della casa abbandonata al limitare del paesino. Alla fine, il dubbio che possa essere tutto un’impostura rimane, ma anche se lo fosse la protagonista riesce a trasmettere qualcosa di utile alla vita dei suoi ascoltatori. In sintesi, che cosa funziona e che cosa no in questa serie? Non funziona la storia, tirata e lacunosa. Mentre è curioso che senza azione, solo con racconti e dialoghi, riesca a creare una tensione misteriosa e coinvolgente.

Alla fine, concordiamo sul fatto che, proprio per la sua complessità e inafferrabilità, si continua a rimuginarla. Ci vorrà una seconda stagione per capirla meglio.

i caverzan

Blindspot, i tatuaggi enigmistici non fanno una serie

Lei ha occhi verdi, capelli di seta nera, pelle diafana, labbra come una piccola onda rossa e un corpo sinuoso. Ma se l’aggredisce una banda di cinesi urlanti o un marine tutto muscoli è capace di stenderli rimediando appena un graffio al labbro. Chi è questa figliola piena di sorprese? Proprio questo è il punto. L’abbiamo vista spuntare nuda, ricoperta solo di tatuaggi, da una borsa ritrovata a Times Square, cuore di Manhattan, nella prima scena di Blindspot, la nuova serie in onda su Italia Uno e in contemporanea su Italia 2, La5 e TopCrime (per controprogrammare Gomorra 2). Ma nemmeno lei conosce il proprio nome, quello di sua madre o chi sia il presidente degli Stati Uniti in carica. Un essere resettato.

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Insomma, la formula è: il mistero è fitto e l’Fbi brancola nel buio. “Chi sono io?”, chiede la ragazza, ribattezzata Jane Doe, all’agente incaricato del caso, occhi verdi pure lui. “Non lo sappiamo ancora”, è la risposta. Le impronte digitali non hanno corrispondenza, il dna nemmeno, il database fa cilecca. Ce ne sarebbe abbastanza per innescare una trama sulla questione dell’identità nella società ipertecnologica e supersorvegliata del terzo millennio. Ma l’action thriller investigation incombe con le sue leggi. L’unica pista percorribile è la decodifica dei tatuaggi, oltre duecento, tra i quali compare anche il nome del detective. Vuoi vedere che tra i due c’è un legame insospettabile? Nell’armadio della psiche, l’agente ha ancora lo scheletro di una compagna improvvisamente scomparsa quando, bambini, giocavano insieme…

Il cast completo di Blindspot

Il cast completo di Blindspot

Prodotta da Nbc, ideata da Martin Gero e Greg Berlanti (Arrow, Supergirl), Blindspot ha avuto 15 milioni di spettatori medi, il plauso della stampa specializzata e il Critics Choice Award come “miglior nuova serie” della stagione. Interpretata da Jamie Alexander nel ruolo di Jane Doe, Sullivan Stapleton (il detective) e Marianne Jean-Baptiste (responsabile del dipartimento investigativo), Blindspot è un mix con poche aggiunte di serie già viste, da Person of Interest a Blacklist fino a CSI. Ci sono i tatuaggi enigmistici, i database, i cinesi che vogliono far esplodere la Statua della Libertà, i reduci dall’Irak mal gestiti dall’esercito, i file segretati dal Pentagono, i servizi segreti e pure i droni. Per dire da che parte stiamo basta un breve dialogo tra la ragazza misteriosa e un’agente, a proposito del reduce psicopatico che sta seminando il panico per le vie di New York: “Gibson, in fondo era un brav’uomo”; “Ha ucciso dieci persone stamattina, non è stato un brav’uomo”; “Una brava persona non fa mai cose orribili?”; “Gli esseri orribili fanno cose orribili e le brave persone li fermano”. Ora siamo più tranquilli, buonanotte.

 

Gomorra, lo spettacolare autismo del Male

Stamm’in cima. Dice così, Ciro Di Marzio, alla moglie Debora che gli chiede conto di tutti i sacrifici e le rinunce cui sono sottoposti, lui e la sua famiglia. Stiamo in alto, in cima alla piramide. Poco dopo l’Immortale sprofonderà nel punto più basso della sua drammatica parabola. Qualcosa di sconvolgente e disturbante, anche per lo spettatore.

A due anni di distanza dalla prima edizione, è finalmente iniziata la seconda stagione di Gomorra – La serie (Sky Atlantic e Sky Cinema 1): di gran lunga la serie più attesa dell’anno. Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) è evaso dal carcere e vuole riprendersi “quello che è nostro”. Ma trova una situazione completamente cambiata. Il figlio Genny (Salvatore Esposito) è ancora vivo e rivendica il suo ruolo, Ciro (Marco D’Amore) è divorato dalla sete di potere, Salvo Conte (Marco Palvetti) tesse la sua tela. Tutti perseguono una supremazia personale. Spartendosi le piazze, il traffico di droga, i locali. Sono bestie fameliche e disperate, che vogliono comandare. Ma vivono in case che sono spelonche, senza lussi, braccati, perennemente in fuga da un destino segnato, negli antri di acquitrini a Scampia, in una boscaglia in Germania, sui lungomare fatiscenti: una pistola può spuntare dietro ogni angolo.

Ciro Di Marzio (Marco D'Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

Ciro Di Marzio (Marco D’Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

La morte, ha scritto Roberto Saviano nelle note della sceneggiatura è “la vera differenza nelle dinamiche di potere: se sei disposto a vivere per la tua famiglia, se sei disposto a vivere per il tuo lavoro, se sei disposto a vivere per i tuoi soldi, se sei disposto a vivere per il potere, se sei disposto a vivere per le tue donne non vali. Devi essere disposto a morire in ogni momento e a uccidere in ogni momento. Questo ti rende un uomo (o una donna) capace di comandare”. Stefano Sollima e gli altri registi (Claudio Cupellini, Francesca Comencini, Claudio Giovannesi) insieme agli sceneggiatori (Stefano Bises, Leonardo Fasoli) raccontano il sistema – “gli Stati Uniti della Camorra” – che da Napoli s’irradia in Honduras e in Germania (secondo episodio) e chissà dove ancora. Lo fanno scavando nelle psicologie più che nella prima stagione, tentando una narrazione introspettiva dei protagonisti. I primi episodi sono monografie dei personaggi. Si vede Ciro piangere, Genny inghiottire fiele. Siamo in cima, dice Ciro, e sprofonda. È una contraddizione palese, possibile solo dentro un universo chiuso, tossico. Gomorra è tutta in questa contraddizione colossale.

Possiamo parlare di male e bene finché vogliamo; possiamo provare ad applicare criteri etici: non centreremo il bersaglio. Con il moralismo e l’ingenuità del bene contrapposto al male non si riesce a capire. Il male è autoevidente, spettacolare, disturbante. Lo spettatore lo riconosce senza subirne il fascino. Ma Gomorra è questo: un mondo autistico, un microcosmo senza uscita, un universo chiuso, malato (“irredimibile”, disse Sciascia). Un kolossal del male, con la drammaticità cupa di certi classici russi dell’Ottocento. L’ipotesi di fare un’altra vita, di uscire dal giro, di andarsene e ricominciare da zero non è nemmeno paventata. L’unica strada è scalare a qualsiasi costo il sistema del crimine, fino a comandare, ancora prima e ancor più che arricchirsi. Altro esempio. I boss hanno le fotografie di Padre Pio appese in camera, le croci al collo, Genny si è tatuato in spagnolo “confido solo in Dio”: e sono pronti alle azioni più efferate, della violenza più brutale.

Stamm’in cima.

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Post Scriptum In questi giorni tutti abbiamo letto interviste ed interventi di Roberto Saviano, molto protagonista per l’uscita di questa seconda stagione forse perché ricorre il decennale della pubblicazione di Gomorra, celebrato con una nuova edizione. Sarà perché ha scritto tanto che nelle note di sceneggiatura gli è scappata un’espressione che un bravo editor avrebbe dovuto correggergli, sia per la punta di compiacimento, sia per la scelta del verbo: “Non aver paura della complessità, questo è ciò che chiedo a me stesso quando ideo una serie, un film, un libro”.

Scrosati: Gomorra? Non c’è due senza tre e quattro

L’astinenza è finita: domani parte su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 la seconda stagione di Gomorra. Avete già deciso anche la terza?

Si, la scrittura è già a buon punto. Stiamo anche già ragionando sulla quarta”.

Squadra che vince non si cambia?

“La squadra è in continua evoluzione, a partire dall’inserimento di Claudio Giovannesi che ha diretto gli episodi 7 e 8. Ma si tratta di una squadra che si basa su fondamenta solide, dal contributo fondamentale di Roberto Saviano a quello cruciale di Stefano Sollima, dal team di Cattleya guidato da Gina Gardini a quello di Sky guidato da Nils Hartmann e dagli sceneggiatori che creano la materia su cui tutta la serie si regge. Rispetto agli attori una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima, che vuol dire che i nostri protagonisti possono morire. D’altronde, questa è la lezione che arriva dal miglior cinema di genere, a partire da quello di Scorsese, capace di far morire un protagonista improvvisamente, magari in una scena secondaria. Tanti ci hanno detto ad esempio che Donna Imma non doveva morire. Io sono persuaso del contrario: una storia dove tutti sono a rischio è narrativamente più tesa, ed è più realistica. Anche nella seconda stagione ci sono molte sorprese, ogni puntata potrebbe contenere una svolta davvero inaspettata”.

Andrea Scrosati, 44 anni, vicepresidente di Sky Italia, responsabile di tutti i contenuti non sportivi della tv del gruppo Murdoch è considerato “l’uomo che ha cambiato le sorti dell’intrattenimento in Italia” (Studio). Grazie alla sua spinta e alla sua supervisione sono nati Romanzo criminale, la nuova edizione di X Factor, Masterchef e molti altri progetti. Probabilmente Gomorra è il vertice creativo e produttivo della sua direzione. Finora. Ho parlato con Scrosati dei cambiamenti nel mondo della serialità, americana ed europea.

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Una serie in napoletano stretto è stata venduta in più di 150 Paesi. Come ci è riuscita? E ve lo aspettavate?

“Eravamo convinti della forza di questa storia, ma ammetto che non ci aspettavamo questo successo internazionale. In molti ci dissero che una serie in napoletano non se la sarebbero vista nemmeno a Roma, figuriamoci a Parigi… Credo che oggi il panorama dei prodotti seriali si possa raggruppare in tre macrocategorie: quelle local local, quelle glocal e quelle global. Le local-local sono rilevanti per un singolo territorio, si basano su archetipi ed elementi che fuori dal loro contesto culturale sono di difficile comprensione. Quelle glocal – di cui Gomorra è un esempio perfetto – raccontano archetipi universali in contesti locali, hanno un elemento di grande realismo per un pubblico locale ma allo stesso tempo sono storie evocative anche per chi vive in paesi e realtà diverse. La tensione per il potere, i conflitti generazionali, l’effetto distruttivo della violenza, della corruzione, sono in fondo gli stessi elementi che sono alla base di una serie come Games of Thrones. Esempio perfetto di serie glocal era The Wire, sulla vicenda dei sindacati dei portuali di Baltimora, girata in dialetto stretto. Anche in quel caso si era partiti con un cast ignoto a livello internazionale. Ma come accadde per Idris Elba che da The Wire in poi è divenuto una star globale, così Fortunato Cerlino (Pietro Savastano) dopo Gomorra ha già recitato in due stagioni di Hannibal e sta lavorando ad altri progetti internazionali”.

Dovesse dire qual è il suo maggior punto di forza indicherebbe il cast corale, la qualità della scrittura, l’imprevedibilità della trama o altro?

“Come per ogni cosa, il tutto è il frutto di tanti elementi singoli e della loro armonia. Senza una scrittura di straordinario livello non ci sarebbero le basi per nulla. Senza un cast credibile e di grandi professionisti il risultato finale sarebbe imbarazzante. Senza una regia capace di un punto di vista straordinariamente realistico ed originale non ci sarebbero le atmosfere che fanno di Gomorra un prodotto di riferimento internazionale, e potrei andare avanti a lungo”.

Gomorra è stata la prima produzione europea capace di ribaltare il flusso abituale della serialità, dal centro dell’impero alla provincia europea. Che possibilità c’è di ampliare questa direzione contraria?

“Era già successo prima con alcune serie scandinave, ad esempio The Bridge e The Killing. Ed è successo contemporaneamente a Gomorra con Les Revenants di Canal+ e successivamente con una serie tedesca bellissima: Deutschland ’83. È interessante come in alcuni casi il mercato internazionale acquisisce il format per fare un remake, come nel caso delle serie scandinave, e in altri invece acquisisce il prodotto originale doppiandolo o sottotitolandolo, come nel caso di Gomorra e Deutschland ’83. Per un anno Weinstein ha provato a doppiare in inglese Gomorra, poi ha preso atto che la versione in Napoletano era molto più forte e Sundance Channel ha annunciato la messa in onda in originale con i sottotitoli, come è avvenuto per Deutschland ’83.

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Il mercato sta anche proponendo prodotti ibridi. L’esempio perfetto è Narcos, serie di Netflix per il mercato americano, diretta da un regista brasiliano (Josè Padilha), prodotta da una casa francese (Gaumont), per il 40 per cento in spagnolo. Questa tendenza crescerà per ragioni industriali. Negli ultimi anni Hollywood è passata da una media di circa 220 serie l’anno alle 450 di oggi (tra nuove e rinnovi). Il ritmo di produzione aumenta, e inevitabilmente diminuisce la qualità del racconto. C’è meno tempo a disposizione. È una trasformazione già avvenuta nel cinema. Producendo di più si vuole andare sul sicuro e si punta su prodotti dove al posto della storia comandano gli effetti speciali… Si è più tranquilli producendo l’ennesimo blockbuster di supereroi che andando alla ricerca di una storia sofisticata…”.

Tornando all’Europa e al suo peso nel mercato…

“C’è uno spazio da riempire. Con l’ingresso di nuovi soggetti anche le piattaforme europee stanno capendo che o producono autonomamente o vengono trascinate in una gara al rialzo per l’acquisizione dei contenuti. Il pubblico europeo e quello asiatico non trovano più la qualità di racconto di qualche anno fa. Ma siccome sono abituati al livello americano, anche i produttori europei e asiatici devono crescere. A Hollywood gli studi che fanno cinema sono gli stessi che producono le serie. Così è in atto una progressiva standardizzazione che rende più difficile soddisfare la richiesta di qualità e originalità. Questo non significa che dagli Stati Uniti non continuino ad arrivare serie straordinarie, come True Detective o House of Cards, ma significa anche che la ricerca di qualcosa di diverso spinge molte star americane ad essere stimolate a lavorare in Europa, come per esempio è avvenuto con Jude Law e Diane Keaton in The Young Pope”.

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

L’avvento di Netflix, Amazon e Apple quali cambiamenti sta portando nella produzione di contenuti?

“L’avvento di player come Netflix, Amazon, Hulu, ha reso ancora più competitivo tutto il settore, ha stimolato una corsa alla creatività che può solo avere effetti benefici. D’altro canto però anche per questi player, come per tutta l’industria, c’è un tema di quantità vs qualità. Credo che se si raffronta House of Cards, prima produzione di Netflix, con alcune delle loro produzioni più recenti, la differenza sia abbastanza evidente”.

Negli anni zero abbiamo avuto Mad Men, Lost, I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad, West Wing, Glee. Negli ultimi anni dall’America sono arrivati House of Cards, Mr Robot e poco altro.

“Le serie tv sono nate su alcune tv via cavo come luogo della sperimentazione di una scrittura più sofisticata, di plot complessi, mai banali, sfidanti anche per il pubblico. Quando anche i grandi network free americani hanno cominciato a commissionare serie questo ha inevitabilmente portato ad una semplificazione dei linguaggi, ad una minore propensione al rischio, considerando i budget coinvolti. Ma se si vuole produrre innovazione, se si vogliono creare nuovi linguaggi, bisogna necessariamente mettere in conto diversi fallimenti. Il bello è che se non lo fa l’industria mainstream ci sarà sempre qualcuno disponibile a farlo che magari diventerà leader nel mercato dopo pochi anni”.

La globalizzazione è amica o nemica della serialità?

“Può essere entrambe le cose. Se diventa l’alibi per non rischiare e puntare sul minimo comun denominatore si ottiene un effetto-omologazione, un fritto misto senza sapore e personalità. Diversamente, la globalizzazione può essere una grande opportunità di contaminazione culturale. Quando Sollima gira Gomorra2 è inevitabile che utilizzi spunti e idee che derivano da serie del resto del mondo, magari da Narcos, magari da The Wire. Gli sceneggiatori di 1992 sono cresciuti anche con i political drama scandinavi, e così via”.

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Vivendi è entrata in Mediaset Premium nella prospettiva di creare un polo europeo. Anche Sky sta razionalizzando e unificando Italia, Germania e Gran Bretagna. Esiste uno specifico narrativo europeo?

“Certo che sì. Come esiste uno specifico latino americano, mediorientale e così via. Ma direi che esiste anche uno specifico italiano, uno brasiliano, e all’interno dei paesi scandinavi uno danese ed uno norvegese. Eppure l’ultima cosa che devi fare è tentare una definizione di questo specifico, perché è il momento in cui neghi il principio di creatività. Ogni realtà culturale è di per sé fluida, in movimento, si fa contaminare e contamina. Certamente possiamo identificare alcuni generi che alcuni territori hanno sviluppato più di altri, dalle commedie francesi sofisticate e basate sui dialoghi come Cena tra amici ai noir del nord europa. È anche vero però che questi generi sono stati obbligati per decenni dai budget necessari per realizzarli. Ad esempio per cinquant’anni i film di fantascienza realizzati in Italia si contavano sulle dita di una mano perché il mercato non giustificava gli investimenti necessari. Oggi grazie alla tecnologia digitale questo non è più un limite. E così non escludo affatto che nei prossimi cinque anni dal nostro paese possa nascere una serie sci-fi con ambizioni globali, o un film di supereroi. Anzi, in fondo, mi pare che Lo chiamavano Jeeg Robot ha dimostrato che il genere può essere affrontato con un approccio completamente originale ed affascinante…”.