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I «magnifici 7» di La7 vogliono una fetta di canone

Carte scoperte. L’obiettivo di La7 ormai è chiaro: conquistare una fettina di canone di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo. Prima le maratone elettorali di Enrico Mentana. Poi i confronti referendari, sempre con la stessa firma, tra esponenti del Sì e del No, molto istituzionali. Infine, la maratona in occasione delle elezioni americane, coronata da un discreto successo di ascolti. Anche l’innesto di Faccia a faccia, il nuovo programma di Giovanni Minoli, ha consolidato il profilo da servizio pubblico della rete di proprietà di Urbano Cairo. È da un annetto che l’editore di Rcs fa rotta sul canone Rai. La Tv di Stato dispone anche della pubblicità, ma il ruolo di servizio pubblico non è più suo monopolio esclusivo. E dunque una fetta potrebbe essere ridistribuita.

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

La rete all talk di Cairo ormai può vantare un profilo che, oltre al tg di Mentana e alle sue importanti appendici, annovera un programma come Otto e mezzo di Lilli Gruber che potrebbe stare benissimo su una rete pubblica. Lo stesso si potrebbe dire della fascia di morning news della rete. Poi ci sono i talk show di prima serata come DiMartedì, che batte puntualmente e con distacco il concorrente di Rai 3, e Piazza pulita. In fondo, non c’è da meravigliarsi se la prua di La7 punta dritta al canone. Tutti i volti principali, giornalisti, anchorman e anchorwoman sono ex di Mamma Rai. Da Giovanni Floris a Corrado Formigli, da Gianluigi Paragone a Lilli Gruber, da Myrta Merlino, nata televisivamente a Mixer, creatura dell’ultimo innesto Giovanni Minoli, fino allo stesso Mentana, nato e cresciuto al Tg2 prima di fondare il Tg5. Inevitabile che linguaggi e formule dei «magnifici sette» siano quelle del servizio pubblico, ancor più se, com’è naturale, alimentati da un certo spirito di rivalsa nei confronti dell’azienda di cui sono figli. «Se con il canone di abbonamento in bolletta la Rai incasserà 280 milioni in più, allora bisogna rivedere le quote di pubblicità della tv pubblica, magari togliendo gli spot da due reti», ha dichiarato in più occasioni il patron di La7. Intanto ha ulteriormente implementato la rete di volti e contenuti da servizio pubblico per rendere plausibile lo storno di denaro proveniente dal canone. Dopo una prima proroga che risale alla scorsa primavera, la convenzione che regola il contratto di servizio pubblico tra la Tv di Stato e il ministero delle Poste e Telecomunicazioni è scaduta il 31 ottobre scorso ed è in discussione in questi giorni. Ovviamente, in viale Mazzini c’è fibrillazione nell’attesa del rinnovo.

 

La Verità, 16 novembre 2016

Rai ente pubblico, un passo avanti e uno indietro

Una tegola al giorno sulla testa della Rai. L’ultima caduta, dopo il tetto agli stipendi e le entrate del canone da ridimensionare, potrebbe essere addirittura fatale, almeno per la tv pubblica che vediamo oggi. La sorpresa è di venerdì scorso, nascosta nel numero della Gazzetta ufficiale che contiene il conto economico consolidato dello Stato. L’Istat ha inserito l’azienda di Viale Mazzini tra le amministrazioni pubbliche conteggiate perché, essendo una società controllata dal ministero dell’Economia, il suo bilancio va a influire sul debito pubblico. Nel 2015 Rai Spa ha perso 46 milioni di euro totalizzando debiti per oltre 349 milioni. Se queste cifre fossero confermate anche nel 2016 i nostri conti pubblici peggiorerebbero ulteriormente.

Ma la situazione peggiorerebbe parecchio anche per la Rai che, col nuovo inquadramento in regime di Pubblica amministrazione, dovrebbe stare alle norme già vigenti per i Comuni, le Asl o le scuole. Cioè, regole pubbliche, bandi d’appalto, assunzioni tramite concorsi. Un cambio radicale rispetto al sistema attuale, fatto di nomine effettuate dall’alto, di incarichi a società di produzione sponsorizzate da politici, di assunzioni pilotate, di forniture di prodotti e materiali assegnate in base a criteri arbitrari. Tutto dovrebbe avvenire alla luce del sole, secondo procedure stabilite e finalmente trasparenti. Per esempio, per assegnare la produzione di una fiction a una società esterna non basterà più, come avviene adesso, vagliare la proposta arrivata da una delle imprese già iscritte all’Albo dei fornitori della Rai e, una volta approvata, fissare il budget e incaricare la società proponente di realizzarla. L’iniziativa dovrebbe partire dai responsabili aziendali della fiction, gestita e indirizzata attraverso ufficiali gare d’appalto. Niente più corsie preferenziali, come quelle concesse alla tv di Stato anche dalla legge del dicembre scorso che consentiva frequenti deroghe dal Codice dei contratti pubblici. Insomma, una rivoluzione copernicana. In Viale Mazzini stanno ancora riprendendosi dallo choc della notizia: avranno modo di farlo in questi giorni fitti di consigli d’amministrazione e commissioni di Vigilanza. Inevitabile che i vertici aziendali passino al governo la matassa da sbrogliare. E vedremo se e come questo se la caverà.

Monica Maggioni, presidente Rai, ha detto: «In regime di ente pubblico non potremmo competere sul mercato»

Monica Maggioni, presidente Rai: «In regime di ente pubblico non potremmo competere sul mercato»

Il fulmine a ciel (renzianamente) sereno è caduto su Viale Mazzini con la decisione di Bruxelles di applicare il Sistema europeo dei conti (Sec) alle società controllate da istituzioni pubbliche. Nel caso della Rai, come in quello di altri servizi pubblici non solo radiotelevisivi, si deve registrare il fatto che i ricavi provenienti dall’attività commerciale (pubblicità o vendita di programmi) «non riescono a coprire la metà dei costi di esercizio». In sostanza, Eurostat ha stabilito e l’Istat ha recepito che, se la maggior parte del finanziamento della Rai deriva da denaro pubblico, allora deve sottostare al regime della Pubblica amministrazione.

Detta così sembra semplice. Invece, l’anomalia viene al pettine. La Rai è sì, un servizio pubblico, ma compete sul mercato con altri soggetti di natura privata. Qui la faccenda si complica perché, se da un lato si guadagnerebbe in trasparenza e certezza dei percorsi gestionali, dall’altro la Rai sarebbe costretta ad allungare di molto i tempi per portare a compimento ogni iniziativa, un’assunzione, una commessa, l’acquisto di una semplice telecamera. «In queste condizioni non saremmo più in grado di competere con Mediaset, con La7, con Sky e Discovery», lamenta il consigliere d’amministrazione Franco Siddi. «Purtroppo l’Italia è un po’ distratta rispetto alle normative europee, mentre l’Istat l’ha applicata automaticamente. La legge del dicembre scorso si è prefissata di trasformare il direttore generale nell’amministratore delegato di un’azienda, mentre con questa disposizione sarebbe ridotto alla stregua di un preside scolastico», esagera ma non tanto Siddi. Che chiede «un intervento urgente del ministero dell’Economia per risolvere la questione».