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«Ora il pensiero unico vuole spianare la storia»

Il politicamente corretto ha ucciso il buonsenso. E adesso si prepara a spianare anche la storia e l’arte. È il succo dell’allarme contenuto in Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto (Castelvecchi editore), un agile libriccino scritto da Massimo Arcangeli, linguista, collaboratore dell’Istituto della Enciclopedia italiana e della Società Dante Alighieri. Arcangeli è anche curatore di saggi sul linguaggio dei politici (Il Renziario e Il Salvinario, prossimamente Il Berlusconario) e ideatore e organizzatore del Festival della lingua italiana che si tiene a Siena. Nel prossimo, dall’1 al 5 aprile 2020, verrà premiato con lo Zucchino d’oro chi, nell’ultimo anno, si è «distinto nell’applicare, contro il più elementare buonsenso, le regole imposte da una correttezza politica cieca e retroattiva». Il nome del vincitore sarà annunciato dopodomani, 26 novembre.

Professore, può anticiparcelo?

«Purtroppo no perché i nostri cinque giurati stanno ancora valutando. Se vuole, le posso dire il mio candidato preferito».

Prego.

«È il regista Leo Muscato che, per dare un segnale contro i femminicidi, ha capovolto il finale della Carmen di Bizet. Nel libretto originale l’eroina muore pugnalata da Don José, nell’edizione di Muscato, andata in scena al Maggio musicale fiorentino, è lei che uccide lui. Solo che per due volte la pistola vendicatrice si è inceppata. E la vittima, trasformata in carnefice, non è riuscita a sparare, scatenando il riso del pubblico».

Per la beffa dell’intoppo, oltre che per il danno della licenza artistica?

«Esatto. Ma l’episodio è significativo oltre il suo lato comico».

Perché?

«Per la retroattività. La retroattività di queste censure introduce un salto qualitativo. Per proteggere una qualche minoranza, si annulla la distanza tra il presente e un’epoca passata. Si depurano opere di sette o otto secoli fa in base a standard attuali».

Altri esempi?

«C’è solo da scegliere. Ero a Bruxelles quando un’associazione culturale, consulente dell’Onu, propose di non leggere più nelle scuole il XXVIII canto della Divina commedia perché considerato anti islamico in quanto Maometto, divisore della cristianità, è rappresentato squartato in due per la pena del contrappasso, con le viscere penzolanti. In Francia, un organismo che si prefigge d’instaurare l’uguaglianza tra uomini e donne, ha proposto di sostituire l’ultima parola del motto francese fraternité con solidarité o adelphité. Poi c’è il mondo della pubblicità: sulla scia di un autore ha riscritto in chiave parodica le fiabe classiche, sull’altare del buonismo lo spot della Brondi ha fatto andare d’amore e d’accordo Cappuccetto rosso e il lupo. Ad Ascoli Piceno alcune scuole medie hanno declinato l’invito per l’anteprima di Così fan tutte di Mozart perché considerato inadatto a un pubblico di adolescenti. In materia di sesso, la lista è ricca di casi comici».

Tipo?

«La censura operata da Facebook della Sirenetta di Copenaghen per i suoi seni troppo sexy. O, per lo stesso motivo, la celebre Fontana delle tette di Treviso».

La città di Treviso è piuttosto bersagliata da Facebook.

«Nel 2018 il social ha rifiutato le inserzioni della storica concessionaria d’auto Negro, intimandole di rimuovere l’offesa. Ma era il nome di famiglia».

Colpa dell’algoritmo?

«Gli ingegneri di Facebook avevano promesso che avrebbero trovato una soluzione, ma siamo ancora in attesa. Con la tecnica si possono fare miracoli. Almeno creare un algoritmo in grado di distinguere tra un’offesa e un marchio commerciale».

I codici di certi sacerdoti del perbenismo sono più gravi della rigidità di un algoritmo?

«Li metto sullo stesso piano. Non possiamo attribuire a un algoritmo la responsabilità di una regia che non ha previsto la differenza tra il David di Michelangelo e qualcuno che fa dell’esibizionismo. Distinguere è faticoso, l’omologazione di massa preferisce uniformare».

Il conformismo non ha un’origine culturale?

«Certo. Se a un certo punto si decide che padre e madre non vanno più bene e si decide di usare genitore 1 e genitore 2, oppure matria al posto di patria, sono scelte che personalmente non condivido. A quel punto, però, scatta il confronto, si dissente e si controbatte. Ma se si applica il politicamente corretto al Mercante di Venezia di William Shakespeare perché contiene espressioni anti ebraiche e si decide di non rappresentarlo a teatro o non studiarlo nelle università, qui siamo nel campo della pura imbecillità».

La quale è a sua volta la propaggine estrema della dittatura del politicamente corretto?

«O del pensiero unico. Si sa che qualcuno vuole imporlo, ma ciò che più mi preoccupa è l’omologazione generalizzata, l’assenza di resistenza al conformismo. Ancor più quando è retroattivo. Nelle scuole vedo molti insegnanti disarmati di fronte a questa deriva. La accettano supinamente. Invece, è proprio nell’istruzione che deve iniziare un’educazione critica, partendo dal linguaggio. Pensiamo ai dizionari: poniamo di accettare di espungere la parola negro perché ritenuta offensiva. Ma se la togliamo anche dai testi del Settecento o dell’Ottocento operiamo una mistificazione, falsifichiamo la nostra cultura, nascondiamo la verità a chi verrà dopo di noi».

C’è una corrente di pensiero che identifica il politicamente corretto con il bon ton e un maggior uso di mondo.

«Siamo ben oltre, l’espressione giusta è massificazione culturale. Se leggere a scuola il canto di Maometto di Dante o brani del Mercante di Venezia o postare sui social il quadro di Paolo e Francesca nudi di Ary Scheffer crea problemi si finisce per rinunciare. Ma così si perde, accettando una grande privazione perché, poco alla volta, quei canti e quelle immagini smetteranno di circolare. Lascio a lei valutare la gravità di questo impoverimento».

La portavoce delle levatrici inglesi ha dovuto dimettersi per aver detto che i figli li partoriscono le donne. La sua associazione l’ha sconfessata perché con quell’affermazione ha discriminato la comunità Lgbt e perché in Gran Bretagna, in questi casi, al posto di lady si usa il termine menstruator. Siamo alla creazione della seconda lingua di orwelliana memoria?

«È così. La lingua diventa uniforme perché trasmette il pensiero unico. Pensiamo di difendere le minoranze, in realtà le omologhiamo con un linguaggio neutro, asettico. Qualcuno, per fortuna, comincia a reagire».

Chi?

«In America da qualche anno molti gay hanno preso a definirsi orgogliosamente froci. Rifiutano l’edulcorazione del termine gay e rivendicano la loro identità trasformando l’offesa nell’orgoglio della differenza».

La seconda lingua preconizzata da Orwell finge di proteggere le differenze mentre le conforma?

«Uno degli esempi più lampanti è l’handicap. Chi ha vissuto con un disabile sa che vuole essere chiamato sordo o cieco. Dagli anni Settanta in poi, di eufemismo in eufemismo e staccandosi progressivamente dal reale, si è passati da portatori di handicap a diversamente abili, a differentemente abili, a ipovedenti, ipoudenti… Oggi una guida all’inclusione scolastica s’intitola La speciale normalità».

Per non dire anziani si dice diversamente giovani: siamo tutti diversamente qualcosa?

«Diversamente alto, diversamente magro… Nano è spregiativo, grasso anche, così ci sono le modelle curvy, ingentilito dall’inglese. Dobbiamo essere tutti belli, giovani e prestanti. Eliminando la parola che contraddice lo stato di grazia, ci illudiamo di viverlo».

Di che cosa è figlio il «cieco moralismo mortale» che tratteggia nel suo pamphlet?

«Della cultura di sinistra. Da quando alla fine degli anni Ottanta nelle università americane sono stati inventati gli speech codes, i regolamenti che disciplinavano i comportamenti verbali nei campus, la sinistra puritana e bigotta ha esteso questi codici al linguaggio universale. Facendoli diventare un nuovo catechismo acritico e intransigente. Siamo arrivati all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo… In Europa abbiamo ereditato in modo aproblematico gli aspetti peggiori di questa ideologia».

Che cosa pensa dell’ultima lezione di superiorità di Corrado Augias?

«Mi spiace che si sia espresso in quel modo perché è un amico. Ma non posso condividere quel linguaggio in perfetto sinistrese che esprime un manicheismo nel quale destra è sinonimo di istintualità e volgarità culturale e sinistra di intelligenza, profondità e impegno. Proprio in un momento in cui queste categorie stanno cadendo».

Lei ha scritto Il Renziario: qual è la principale innovazione nel linguaggio di Matteo Renzi?

«Renzi è il più obamiano dei nostri politici. Barack Obama ha portato i social network nella vita politica, Renzi li ha resi una finestra sul quotidiano».

E, parlando del Salvinario, qual è la novità della comunicazione di Matteo Salvini?

«Se nella Seconda repubblica i cittadini hanno cominciato a immedesimarsi nei politici, ora sono i politici che giocano a fare i cittadini comuni. Quando Salvini si mostra in boxer in spiaggia o si fa ritrarre sulla copertina di un settimanale a torso nudo con la cravatta dice agli italiani “sono uno di voi”. Se paragoniamo questi messaggi a ciò che fanno i leader della sinistra vediamo la differenza abissale».

Qual è l’argine critico alla melassa del pensiero unico?

«È la ricerca delle sfumature tra parole, concetti, pensieri diversi. Il linguaggio del politicamente corretto e del pensiero unico è uniformante. Al contrario, il pensiero critico favorisce le differenze e le specificazioni».

Come bisognerebbe fare nel caso della commissione Segre?

«Se servisse a circoscrivere l’antisemitismo nuovamente montante, soprattutto nel Nordeuropa, la commissione sarebbe utile. E può esserlo anche come sensibilizzazione contro l’intolleranza. Ma se si trasforma in un contenitore che fa di tutta l’erba un fascio per mettere la museruola al dissenso, allora non mi trova concorde. Tanto più considerando che, in materia di antisemitismo e razzismo, esiste già un ricco corredo legislativo al quale ricorrere».

 

La Verità, 24 novembre 2019

 

«Quando il tennis era per dandy solitari, ma liberi»

Un’ossessione chiamata tennis. Un morbo. Una religione. Possibile? «Possibilissimo, altamente probabile», acconsente Matteo Codignola, autore di Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi). «Certo, c’è anche chi gioca un’ora a settimana. Per hobby, o per fare un po’ di movimento. Ma se lo si ama, il tennis può tramutarsi in una malattia». Che si vive alla morte. Da giocatore, da spettatore, da lettore e da scrittore. Come accade a Codignola, genovese, classe 1959, traduttore e curatore per Adelphi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John McPhee. E come documenta questo che è qualcosa più di un libro: oggetto feticcio, raffinato album fotografico virato seppia, galleria di personaggi eccentrici, divagazione sulla natura di una disciplina patologica, di gran lunga il più completo e complesso sport individuale esistente. Coerentemente con la materia che tratta, anche la genesi di Vite brevi di tennisti eminenti è alquanto singolare, essendo che da un bel po’, ma invano, Codignola cercava l’innesco per un grande racconto sul tennis. Fin quando il suo amico Vincenzo Campo, editore della sofisticata Henry Beyle e habitué di mercatini, non rinvenne in quello di Cormano una valigia di cuoio, scrigno di una collezione d’immagini in buste ordinate per argomento: moda, cinema, ingegneria, tennis. Era il famoso spunto mancante. Tra gli oltre cento scatti di gesti bianchi e normalità a bordo campo, prima e dopo i match, sulla scaletta dell’aereo o in posa di gruppo, Codignola ne ha scelte 22 attorno alle quali stendere le sue torrenziali digressioni fitte di aneddoti, relative a una crème di giocatori dilettanti tra i Cinquanta e i Sessanta. Perché, dietro quelle immagini eleganti e bizzarre che danno l’idea di un ambiente un filo estetizzante, in realtà si celano «strane creature», baroni, dandy, zingari teatranti, coach inflessibili, invasati del funny game. «Di prezioso quelle foto avevano la casualità della vita quotidiana che mai avrebbe avuto una ricerca d’archivio».

Un ritrovamento che mise in moto la sua ricerca?

«Avevo una bella traccia. Non sono un feticista delle racchette di legno, quelle partite oggi ci annoierebbero. Ma sapevo che il tennis precedente all’era open, iniziata nel 1968, generava storie. Che il circo bianco dei dilettanti, equivalente grossomodo all’attuale circuito Atp, era un mondo cosmopolita e senza tabù, fatto di ragazzi molto amici o molto nemici fra loro, che si divertivano anche fuori dal campo. Finivano la carriera a 35 o 40 anni avendo girato il mondo. Aerei, navi, alberghi. Ma spesso dovevano inventarsi una vita perché venivano pagati a rimborso spese. A quel punto, aiutati da ghostwriter, pubblicavano autobiografie».

Fonti inesauribili.

«Tra una partita e l’altra, i tennisti di allora parlavano. Molto. Oggi tutto è deciso dagli sponsor, dai team, dai manager. Una gabbia impenetrabile. Ci sono il match e la conferenza stampa. Stop. Di Alexander Zverev o Stefanos Tsitsipas sai appena il paese d’origine e chi li allena. Io non penso si possa raccontare uno sport descrivendo solo l’evento agonistico. Allora tutto era più esotico e spontaneo. Se frequentavi i tornei potevi fare due chiacchiere con Rod Laver, stava seduto lì. I match fra John Newcombe e Ken Rosewall erano prima di tutto scontri tra due personaggi».

C’era più gossip?

«C’erano più storie. Anche nel calcio, della vita di Angelillo facevano parte la vita notturna, la nostalgia per l’Argentina… Della crisi di Novak Djokovic durata oltre un anno non sappiamo nulla. Si fanno delle supposizioni, ma non esce una parola».

Perché i tennisti sono una setta di perfezionisti paranoici pieni di tic?

«È un gioco solitario, che costringe a una vita anche più solitaria. Mentre pensi come anticipare meglio un rovescio, ti rendi conto che lo stai facendo in un tre stelle a Trebisonda o a Tashkent. Non è semplice né divertente, uno in qualche modo deve sfogarsi».

Björn Borg voleva la temperatura della camera a 12 gradi. Rafa Nadal ha la paranoia delle bottigliette. Tutti, anche se il tubo delle palle nuove è appena stato aperto, vogliono scegliere le due necessarie fra 3 o 4.

«La serie di cause alle quali un tennista può attribuire una sconfitta tende all’infinito. All’esterno è difficile da credere. Roger Federer, che è il più serafico, dopo un solo torneo con un nuovo modello di racchetta ha smesso di utilizzarla perché le striscioline di colore bianco introdotte nell’ovale nero lo distraevano».

Il rapporto del tennista con la pallina somiglia a quello dello scrittore con la parola?

«Non saprei fare un accostamento. Per alcuni scrivere è divertimento, per altri una sofferenza. Nel tennis la palla non è tutto. È importante, certo, tutto si decide lì, da come la colpisci… Ma poi ci sono tante altre componenti, i movimenti, la coordinazione, i segnali del corpo… Quando giochi, pensi forse più al resto che alla palla. Spesso sbagliando».

Perché il tennis può diventare un’ossessione?

«Un giocatore scopre sempre che ci sono più cose tra la linea di fondo campo e la rete di quante ne possa contenere la sua filosofia».

Parafrasando William Shakespeare…

«O era lui che parafrasava i tennisti del suo tempo?».

Potrebbe essere.

«C’è qualcosa, nel gioco, che non è mai cambiato, e non cambierà mai – a meno che non lo stravolgano, come stanno tentando di fare. La geometria delle linee, rassicurante in un certo senso, minacciosa in un altro, come le righe sulla tovaglia di Io ti salverò. E il tempo, tutto quel tempo vuoto tra uno scambio e l’altro. O anche durante gli scambi, a pensarci bene».

 Un tempo nel quale accadono un sacco di cose.

«Nel quale sei solo ed elabori un’infinità di pensieri, parole, dubbi. Una partita ti logora, alla lettera. Il campo è un luogo del delitto sul quale continueresti a tornare per correggere gli errori».

Cosa c’è dentro il tennis?

«Soprattutto il monologo continuo con sé stessi. Le coazioni e le psicosi che uno ha nella vita quotidiana, nella competizione si amplificano. Vince chi le controlla meglio».

Preferiamo l’artista della racchetta, ma spesso vince lo scacchista?

«Una volta ho chiesto a Ivan Lendl come aveva potuto perdere da Michael Chang al Roland Garros quella famosa partita in cui, a un certo punto, il tennista americano aveva battuto dal basso. Lendl rispose che ai massimi livelli le differenze tecniche sono irrilevanti, basta un minimo calo di attenzione e il giocatore più debole può vincere. Una partita dura 4 ore e si risolve in sette, otto secondi».

Stiamo stabilendo che il talento è perdente?

«Oggi non basta più. Uno come Ilie Nastase si allenava quando e se voleva. Ma oggi se Djokovic non si presenta al meglio può perdere dal numero 195. Il concetto stesso di talento va aggiornato. Per esempio, Nadal è sicuramente un giocatore costruito, ma in tutto ciò che non riguarda la naturalezza dei colpi – tattica, intelligenza, agonismo –  è un talento smisurato. Di Federer si ammirano l’eleganza, la creatività, le angolazioni, senza pensare che la sua facilità di esecuzione deriva da una preparazione atletica fenomenale. E massacrante».

È la ricerca della perfezione la patologia del tennis?

«C’entra moltissimo. Nessuno lo ammetterebbe razionalmente, ma molti tennisti hanno l’idea della partita perfetta. Come del game perfetto: quattro ace senza che l’avversario tocchi la pallina. Non si vorrebbe sbagliare mai. Il primo errore rovina il match. Si vorrebbe appallottolare il foglio e ricominciare da capo».

Ogni partita è un romanzo perché si giocano tanti punti, ognuno dei quali può derivare da lunghi scambi e capovolgere l’andamento della sfida?

«Non ci sono mai due partite uguali. Devi cercare un punto di rottura tecnico o psicologico in quell’altro che sta oltre la rete. Oltre alla qualità dei colpi, conta anche la psicologia. È una guerra di nervi. Stai sempre a scrutare l’altro, ti chiedi se sta bene o se comincia a cedere».

Stando a Torben Ulrich, padre del batterista dei Metallica, secondo il quale il tennis è anche un fatto sonoro, ha ragione Adriano Panatta con il suo «pof», simbolo di stile?

«Torben era un eccentrico, e le sue battute possono sembrare mattane, ma non è così. Anche a livello amatoriale ci sono colpi che riconosci vincenti dall’impatto, dal suono della palla sulla racchetta. Certe volée, certe stop volley, certi dritti da fondo… Il “pof” di Panatta dice questo».

Perché il cinema sul tennis è meno credibile della letteratura?

«Perché deve competere con la cosa vera, già vista in tv e ripresa meglio. Il tennis è quello che succede in campo, se non puoi farlo vedere, o devi ricostruirlo copiandolo dagli originali su YouTube, sei fritto. In questo senso, la letteratura ha più armi a disposizione».

Mettendo insieme titoli come Tennis di John McPhee, Divina di Gianni Clerici, Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace e Open scritto da J. R. Moehringer per André Agassi si può parlare di genere tennistico?

«Open è un buonissimo romanzo sotto mentite spoglie, nel quale il tennis c’entra fino a un certo punto. A questa lista aggiungerei anche Tennis, tv, trigonometria, tornado in cui Foster Wallace, che è stato un ottimo giocatore, racconta la sua adolescenza nel ventoso Illinois, e il suo amore quasi fisico per il nemico numero uno di qualsiasi avversario: lo spaventoso vento del Midwest. Ci sono singoli titoli eccellenti come The Courts of Babylon, il classico di Peter Bodo sull’esplosione pop del tennis negli anni Settanta. E poi, certo, c’è Gianni Clerici. Che non è uno scrittore, ma un genere letterario, uno di quei fenomeni sempre in fuga, dietro i quali gli altri arrancano sui tornanti. Ma siamo solo agli inizi. Credo che i grandi libri di tennis, in realtà, siano ancora da scrivere».

 

La Verità, 9 dicembre 2018