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X Factor funziona, ma gli serve una rinfrescata

Siamo alla dodicesima edizione ed è inevitabile che una sottile patina di routine si sia posata anche sulla superficie scintillante di X Factor, obiettivamente lo show musicale più innovativo degli ultimi anni (Sky Uno, ore 21.19, share del 4.9%). Del resto, il meccanismo è quello e di lì non si scappa. Esibizioni dei concorrenti, giudizi dei giurati, televoto e ballottaggio finale tra i meno gettonati. L’altra sera gli otto candidati rimasti in gara presentavano i loro inediti, in alcuni casi essendone anche gli autori, in altri giovandosi di collaborazioni più o meno prestigiose. Gli ospiti della serata erano i Subsonica, che hanno presentato il nuovo album e la relativa tournée non senza una velata allusione politica («Cominciamo dall’Europa, una terra senza confini e veniamo solo dopo in Italia, piena di confini»), e gli Hooverphonic. Francamente, nulla di epocale.

Dopo che la stagione scorsa aveva registrato una certa dose di contrasti tra Manuel Agnelli e Fedez, propensi a una ricerca musicale più spinta, e Mara Maionchi e Levante, più favorevoli alle cover, quest’anno si è cercato di evitare conflitti e polemiche che avrebbero potuto rendere faticoso lo svolgimento della gara. Non sono mancate ugualmente alcune punture reciproche (anche l’altra sera tra Agnelli e Fedez), ma complessivamente la convivenza è rimasta all’interno di canoni costruttivi. La riconosciuta versatilità di Alessandro Cattelan ha sempre comunque sciolto i piccoli momenti d’impasse. L’innesto a metà percorso del buonista Lodo Guenzi, leader del gruppo Lo stato sociale, al posto di Asia Argento, accantonata per i noti motivi, ha reso ulteriormente prevedibili le dinamiche dietro il bancone. Rispetto a qualche edizione fa, quando giudici come Mika o Skin conferivano profilo internazionale al talent, adesso si privilegia l’immediatezza e la maggior presa su gusti e mercato discografico domestico. Anche il cambio di direzione artistica da Luca Tommassini a Simone Ferrari ha contribuito a confezionare uno show forse più elegante, ma di minor impatto scenico. Che l’eleganza non sia particolarmente apprezzata di questi tempi lo dimostra anche l’eliminazione di Renza Castelli della squadra di Fedez, interprete di Cielo inglese, un brano sofisticato, sicuramente eterogeneo rispetto al rap e al melodico dominanti.

In estrema sintesi, stiamo sempre parlando di uno spettacolo musicale di grande qualità, ma forse, per non adagiarsi troppo sui successi, urge una nuova iniezione di fantasia.

 

La Verità, 24 novembre 2018

Non è Sanremo, ma X Factor in chiaro su Tv8

Il televoto di Tv8. Sembra un gioco di parole ed è l’arcano neanche tanto nascosto del risultato a sorpresa di X Factor 11: Lorenzo Licitra vincitore al posto dei super pronosticati Maneskin capeggiati da Damiano David. Un verdetto inaspettato, un laser che ha squarciato le certezze del Forum di Assago, spiazzando Alessandro Cattelan che doveva proclamarlo, Mara Maionchi, Manuel Agnelli, gli stessi artisti in attesa. Tutto pendeva dalla parte della sfrontatezza dei ragazzi di Monteverde, quartiere del Gianicolo dall’elevato profilo artistico. La fresca conquista del disco d’oro con l’inedito Chosen, mitragliato da tutte le radio. Le previsioni delle agenzie di scommesse. Il tifo del pubblico femminile più modaiolo, sedotto dalla fluidità del frontman che aveva acceso fenomeni d’isteria anche un filo over. La preferenza delle testate glamour, degli ambienti rock, del mondo fashion. Una vittoria annunciata. La gran voce tenorile e il sorriso aperto di Licitra non potevano bastare. Invece, il talent fa i cantanti, guida i percorsi, ma non i gusti dei telespettatori. Tanto più se, dopo aver lavorato al coperto, per la finale ti affacci sulle reti in chiaro. La smentita è in agguato. Il pubblico generalista è più pop, più tradizionale e allergico agli eccessi. Era accaduto, per lo stesso motivo, anche nel 2015 con Giosada che, a sorpresa, aveva superato i favoriti Urban Strangers. Stavolta si sottolinea che nella prova del medley Licitra è stato superiore all’avversario. In realtà il vantaggio dei Maneskin non poteva essere annullato da una sola esibizione. È il televoto a fare la differenza. «Come Sanremo. Il rock non può vincere», ha cinguettato Gino Castaldo su Twitter. Per anni, proprio al Festival di Sanremo i concorrenti di Amici di Maria De Filippi e dei talent hanno imperversato perché le community dei loro fan erano più attive al momento del televoto. A X Factor accade il contrario: al momento di scegliere il vincitore il pubblico di Tv8 e Cielo smentisce o almeno corregge il percorso sul canale criptato. Una smentita clamorosa, un colpo di coda anche sul dualismo tra scelte pop e mondo underground, tra la Maionchi e Agnelli.

Sky Italia e FremantleMedia si godono i numeri da primato: 2,7 milioni di telespettatori, l’11.2% di share sommando Sky Uno, Tv8 e Cielo, in crescita del 22% rispetto alla finale del 2016. Si gode la qualità dello spettacolo e la macchina oliatissima che fa perno sull’inventiva del direttore artistico Luca Tommassini, sulla disinvoltura di Alessandro Cattelan e su un brand forte che si avvantaggia pure delle polemiche sul verdetto.

La Verità, 16 dicembre 2017

Talent dei giudici. Perché litigano così tanto

Acque sempre più agitate dietro il bancone di X Factor 11. La terza puntata live ha reso ancor più evidenti le frizioni tra i giudici. Manuel Agnelli e Mara Maionchi non se le mandano a dire, Fedez e Levante polemizzano a ogni valutazione. Non si era mai vista una giuria così litigiosa. Ma non si tratta solo di differenze generazionali o di temperamenti poco compatibili. C’è dell’altro. Una settimana fa sembrava una sorta di alleanza tra Agnelli e Fedez. Ora è più chiaro che ci sono in ballo due modi d’intendere il talent show, la gara e forse anche la musica stessa. Non a caso i dissensi reciproci riguardano soprattutto l’assegnazione dei brani più che le qualità interpretative dei singoli concorrenti. Fedez e Agnelli contestano la scelta di cover e di canzoni troppo note; dal canto loro Mara Maionchi e Levante appaiono insofferenti all’intellettualismo dei coach uomini e alle loro assegnazioni compiaciute e autoreferenziali. Insomma, poca ricerca da una parte, troppa ricercatezza dall’altra.

Il tema della serata era «La musica del terzo millennio», ma le contestazioni si accendono già alla prima esibizione di Camille Cabaltera, squadra di Levante. Per Manuel e Fedez Royal di Lord è un brano troppo pop. Per Sere nere di Tiziano Ferro affidata a Lorenzo Licitra da Mara Maionchi, Fedez parla di «assegnazione suicida». «Ma che c… dici!», s’inalbera Mara. Alessandro Cattelan deve impegnarsi per far avanzare la gara. Poco convincente per tutti risultano scelta del brano e performance di Samuel Storm (Super rich kids di Frank Ocean) della squadra di Fedez. Lui e Agnelli attaccano le scelte di Rita Bellanza (Lost on you di Laura Pergolizzi) e Davide Nigiotti (Il mio nemico di Daniele Silvestri) che, per la verità, non convince nemmeno Levante. Tanti elogi e pochissime critiche per le band di Agnelli, ma alla fine, in base al televoto, sono proprio due gruppi della sua squadra ad andare al ballottaggio, segno che qualcosa non gira. Dopo il tilt vengono eliminati Sem&Stenn.

Talent dei giudici. Agnelli e Fedez sono alleati?

Secondo live di X Factor 11, un po’ di ruggine rimasta dietro il bancone dei giudici. Una certa freddezza tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra tra Levante e Fedez dopo le litigate di settimana scorsa. Manuel e Mara si rinfacciano reciprocamente la noia dei rispettivi concorrenti.

Parte Enrico Nigiotti con Quelli che benpensano di Frankie Hi Nrg e Fedez e Manuel lo impallinano: il rap non è roba tua; e poi quel pezzo di chitarra «è una banale pentatonica». Figurarsi se Maionchi si faceva scappare «la pentatonica che ci ha fottuto». Tocca a Sem & Stenn con un brano di Marilyn Manson e tutti li elogiano. Solo Mara eccepisce, ma poco: non hanno il maledettismo dell’originale. Quando arriva Camille Cabaltera con Chandelier di Sia, concorrente di Levante, altra mitragliata di Manuel e Fedez: è un canzone abusata, la più cantata in tutti gli XF del mondo. A Lorenzo Licitra, al quale Mara ha assegnato Miserere, facendogli interpretare sia le parti di Zucchero che quelle di Pavarotti, non va meglio. Per Fedez è «la versione solista del Volo», per Manuel «il cliché del lirico che fa il pop». Sarà mica che tra i due giurati maschi c’è un’alleanza sotterranea. Oppure è idem sentire, allergico alle cover e ai brani pop? Vedremo.

Agnelli è meno sentenzioso di una settimana fa. Si lascia andare a qualche sorriso. Mara si controlla e contiene le parolacce. Levante abusa dell’aggettivo «credibile» per elogiare i concorrenti. Poco apprezzato il look di Alessandro Cattelan. Correzioni autoriali in corso: non si registrano frecciate verso Mario Adinolfi né altre digressioni politicamente corrette. Si promuove la campagna «Un mare da salvare».

Sky Uno raggiunge il 5.6% (1,3 milioni di spettatori) e conquista la quinta piazza tra le reti nazionali.

 

Fiorello antidepressivo c’inonda di buonumore

Travolgente. Trascinante. Tracimante. Come un’onda. Come l’ondata di buonumore che investe lo spettatore di Sky Uno e Tv8. È tornato Fiorello con Edicola Fiore, il programma cult del mattino e non poteva scegliere data migliore della Giornata della felicità che si festeggiava proprio ieri (alle 7.30 sul canale satellitare, alle 8 in chiaro e di nuovo su Sky Uno alle 20.30, in replica allungata). Edicola Fiore è il programma scaccia crisi. Lo show scaccia lamenti. L’antidepressivo del mattino. Ospite dell’anteprima il sindaco di Roma Virginia Raggi: «Bello, con i permessi è tutto a posto?». Attimo di panico sul volto dello showman. Poi: «Sì, tutto a posto». La seconda stagione del morning show – «noi siamo come le serie, andiamo a stagioni» – registra alcune novità rispetto alla prima. Intanto, il nuovo bar nel quartiere Vigna Clara, dove Fiorello arriva a bordo di un’Ape car rossa, inseguito da Stefano Meloccaro, lasciato a piedi per punirlo per l’eliminazione da Celebrity Masterchef. Poi una serie di nuovi personaggi, il fiorista indiano, il cameriere dell’Hilton, il rapper Danti in collegamento da Milano, il sacerdote della parrocchia Santa Chiara che impartisce la benedizione. Anche la sigla è cambiata, Jovanotti canta Edicola Fiore ci porta il buonumore in inglese dalle colline toscane, accompagnato da due rapper con lunghi dread. Se possibile, il ritmo è ancora più indiavolato della prima edizione. Forse persino troppo, tanto che Fiorello ammette qualche amnesia. Anche il cazzeggio è ancora più frenetico, con l’aiuto di Gabriella Germani che imita Angela Merkel innescando l’angolo delle cancelliere, l’ex ministro Annamaria Cancellieri (Fiorello stesso) e la giornalista del Tg3 Rosanna Cancellieri (ancora la Germani). I giornali e le notizie sono solo il pretesto per rompere la diga e provocare l’alluvione del buonumore. E poi gli ospiti, via skype o presenti in loco: Nicola Savino, Roberto Mancini, Sergio Castellitto, Benji e Fede… Un’altra trovata è l’inizio della stagione «dalla seconda puntata» perché, si sa, le prime sono sempre tutte uguali, formali e prevedibili, e poi mettono ansia. Sembra un dettaglio, ma è la chiave di tante cose, a cominciare dall’understatement televisivo di Fiore. Niente vincoli, niente stress da audience, niente competizioni esasperate. Ricordate quando diceva che gli piaceva la radio perché si può andare in onda senza farsi la barba. Fiorello, lo showman informale, l’entertainer casual, anarcoide, autoironico (lo stesso degli spot per il noto marchio di telefonia). Diverte perché si diverte lui per primo. La libertà di fare televisione senza pressioni sembra un solido motivo del suo buonumore contagioso. Difficile che il direttore di Rai 1, Andrea Fabiano, in missione per convincerlo a presentare il prossimo Sanremo, riesca a convincerlo.

 

Tommassini: «Il segreto di X Factor? La nostra follia»

D’accordo, i giudici; Arisa che sclera e Manuel Agnelli che spacca il capello in quattro; Fedez che gioca con i calembour e l’empatia di Soler. Ok anche la musica e le canzoni, il meglio del pop soprattutto (rock pochino). Bene anche Alessandro Cattelan, con la sua conduzione smart, agile nel risolvere le situazioni più impreviste. E poi i social, la viralità, i fan, la buona stampa e tutto il resto. Ottimi anche gli ascolti (1.340.000 telespettatori nella semifinale di giovedì scorso, più 36 per cento rispetto al 2015). Ma lo show, lo spettacolo vero, internazionale e contemporaneo, dove lo mettiamo? E, soprattutto, dove andiamo a cercarlo?

I giudici di «X Factor 10». Probabilmente nella nuova edizione Arisa non ci sarà

I giudici di «X Factor 10». Probabilmente nella nuova edizione Arisa non ci sarà

 

Di Luca Tommassini, direttore artistico di X Factor, si parla troppo poco. Per compensare questa lacuna, i quattro coach si sono inventati il gioco di chi, nella serata, chiama per primo l’applauso del pubblico per lui. Un piccolo tormentone che è un riconoscimento. Perché una delle differenze principali tra il talent di Sky Italia e gli altri in giro per i palinsesti (altre edizioni di X Factor comprese) la fa la sua direzione artistica. La sua «breve biografia», come l’ha presentata l’ufficio stampa, è un curriculum lungo così. Dite un nome nel mondo del pop e lui ce l’ha: Madonna, Prince, Michael Jackson, Diana Ross, Robin Williams, Whitney Houston, Kilye Minogue, Alicia Keys, Gwen Stefani, Phil Collins, Jamiroquai, Katy Perry, Beyoncé eccetera. Dite un nome di cantante e artista italiano di primissimo piano, idem. E poi nel mondo della moda e della tv. Vi risparmio le liste altrimenti finisco lo spazio. Per la finale di giovedì 15 dicembre, da lunedì sera tutto il gruppo è al Palaforum di Assago: «Essere pronti in tre giorni per un live in un palco e una scenografia nuovi spaventa chiunque. Ma noi siamo tutti malati di mente e di passione».

Chi è Luca Tommassini?

«Un sognatore cui la musica ha dato tanto che cerca di restituire quanto ha ricevuto».

Missione impegnativa.

«Ma anche un piacere. La mattina quando mi sveglio se ho un’idea divento contagioso e cerco di trasmetterla ai miei collaboratori. Siamo una squadra fenomenale. Siamo arrivati su Sky Uno che non era accesa. Il nostro è puro artigianato italiano, facciamo tutto insieme a Sky e Fremantle Media, scenografie, coreografie, grafiche tutto fatto in casa».

Qual è il segreto di X Factor che ogni anno, siamo al decimo, incrementa gli ascolti?

«È la formula, che attinge da tutte queste figure fondamentali, Gigi Maresca che ora firma la scenografia, la costumista Claudia Tortora, il giovane regista Luigi Antonini. Tutta gente di altissima qualità».

Un momento dell'esibizione dei Soul System durante la semifinale

Un momento dell’esibizione dei Soul System durante la semifinale

 

E tu sei il capitano…

«Ho la responsabilità creatività del live. Spingo tutti verso la follia, anche con orari disumani… Conosco tutti, compresi quelli di “attrezzismo violento”, come si sono ribattezzati gli artigiani e i falegnami che costruiscono tutto qui, con Alessandro Voltolin, il direttore di palco».

Sempre tutto perfetto? Mai incorsi in qualche incidente?

«Nell’ultima puntata, la più vista della storia di Sky, le opere di Marco Lodola fatte con la luce si dovevano accendere in diretta. La cosa mi teneva in ansia. Infatti, alla prima esibizione di Gaia, la luce non si è accesa, e abbiamo illuminato tutto da fuori, al volo…».

Il pubblico non s’è accorto di niente?

«Non credo. Il fatto che non ci siano mai stati grandi incidenti è un mio orgoglio personale. Quando abbiamo coinvolto un’orchestra di 39 elementi e 40 tra figuranti e ballerini, sul palco c’erano quasi cento persone oltre a 12 sfere e una X gigante. Abbiamo fatto il cambio scena in 2 minuti e 40 secondi».

C’è qualcosa della tua esperienza che ti sta aiutando di più a X Factor?

«Madonna è stata la mia più grande insegnante. Dico spesso che, dopo Dio, lei è la più grande creatrice artistica del mondo. Non è una cantante o una ballerina eccelsa, eppure lo show è inarrivabile. Da lei ho imparato che lavorando dietro le quinte si può andare molto lontano».

Luca Tommassini con Madonna: «Dopo Dio è la più grande creatrice artistica del mondo»

Luca Tommassini con Madonna: «Dopo Dio è la più grande creatrice artistica del mondo»

Hai scritto un libro intitolato Fattore T – L’inafferrabile scintilla del talento: perché secondo te è inafferrabile?

«La scintilla è inafferrabile e inaffidabile. Va coltivata per trasformarla in un fuoco vero. Se ti metti in questo cammino, a lavorare, puoi averne luce, vita, energia. Ma per questo devi dare tutto, come si fa con un bambino per farlo diventare grande».

Ma il talento è un dono?

«Tutti ne abbiamo qualcuno, bisogna cercare di capire quale. E poi dobbiamo capire che farne. Sono dell’idea che da solo non basti: serve metà talento e metà lavoro, metà genio e metà impegno».

Che cosa ti fa scattare l’idea per una coreografia di una canzone?

«L’idea non è mai un problema. Sembra banale: ascolto la canzone a occhi chiusi e lascio andare la fantasia. A volte non arrivo nemmeno alla fine del brano. Conoscendo il cantante o l’attore entro in un mondo e inizio a sognare. Poi però mi do la sveglia per iniziare a lavorare».

Da mercoledì sarai anche giudice nel talent di Dance dance dance di FoxLife. La danza è il tuo grande amore: ricambiato?

«Lo è stato quand’ero bambino. A 18 anni, nel 1988, ho vinto lo Star Search International, il primo talent a livello mondiale. Grazie al ballo ho superato la depressione che mi venne appena smisi. Riprendendo, mi è passata. Ora faccio anche pubblicità per le auto, regie teatrali, ho recitato al cinema. Tornare a discutere di ballo mi attira. Ho già fatto il giudice in grandi programmi in Gran Bretagna, in Italia invece è la prima volta».

Non sono troppi i talent show?

«Assolutamente no».

Non affermano un’idea prefabbricata del talento?

«Penso di no. Per esempio, X Factor è l’occasione per mettere in scena quelli più pronti. Scegliamo 12 ragazzi che hanno già individuato le loro doti. Vengono dalla strada o dal laboratorio. Non serve una scuola, ma mettere a fuoco le loro potenzialità e portarli a un livello professionale».

Stai coltivando qualche nuovo progetto?

«Ho già lavorato nel cinema come coreografo. Ora mi piacerebbe raccontare una storia mia come regista. Magari anche nel mondo dell’opera».

 

La Verità, 13 dicembre 2016

 

Dove nasce il magnetismo di Manuel Agnelli

A un certo punto, l’altra sera, si presenta sul palco di X Factor Marco. Vestito di nero, mingherlino, agghindato, capigliatura improbabile, visibilmente omosessuale: «Porto Sex machine di James Brown». «Acciderboli! E perché questa scelta?», gli chiede Manuel Agnelli. «Perché sono un ballerino e questa canzone mi permette di mostrare alcuni movimenti…». Tra gli sguardi perplessi dei giudici parte il riff di uno dei capolavori della musica funky. Alla fine Arisa apprezza, Álvaro Soler pure. Agnelli lo guarda dritto e spara: «Io penso che in questo momento James Brown si stia rivoltando nella tomba. Hai sbagliato canzone, Sex machine è un pezzo di una violenza e di un’animalità che tu non hai. Voto prima io, perché il mio voto è sicuro. Per me è no». Politicamente corretto abolito, zero buonismi, parole chiare senza smancerie, sentimentalismi e concessioni al gossip, alla seconda puntata di audizioni (record di ascolti su Sky Uno con il 4,84 per cento e 1,5 milioni di telespettatori) Manuel Agnelli è la nuova star di X Factor.

La giuria della decima edizione di X Factor: da sinistra, Manuel Agnelli, Arisa, Álvaro Soler e Fedez

La giuria della decima edizione di X Factor: da sinistra, Manuel Agnelli, Arisa, Álvaro Soler e Fedez

Cinquant’anni, milanese, sposato e padre di Emma, leader degli Afterhours, gruppo di alternative rock, è sempre stato sideralmente lontano dal mainstream televisivo se si eccettua l’isolata partecipazione a Sanremo 2009, ultimo classificato con la sua band. Già l’anno scorso quelli di Sky lo volevano in giuria, ma lui non se l’era sentita: «Paura». Per il grande pubblico, digiuno di festival indipendenti e concerti nei centri sociali, Agnelli è un inedito assoluto. Qualcuno che non si era ancora visto. Ma non è solo la novità a provocare un misto di curiosità e diffidenza. Già archiviati gli idoli delle ultime annate, Mika e Morgan, in una giuria dominata dal pop e dal rap, Agnelli porta le svisate del rock e del punk. Una differenza espressa in ottimo italiano che per imporsi non ha bisogno di smorfie o caricature facciali. L’aria maledetta e vagamente sinistra, il capello lungo da rocker anni ’70 e la somiglianza con Severus Piton di Harry Potter gli conferiscono quel magnetismo e quell’imprevedibilità vagamente inquietante che tengono allerta il pubblico: chissà che cosa spara adesso… Alle prime audizioni a un ragazzo che sfoggiava un taglio da marine e al quale Fedez aveva chiesto se era un militare ha detto: «È un peccato che tu non lo sia perché con il coraggio che dimostri a cantare saresti una garanzia per la difesa della nostra patria». Un’altra candidata che strillava troppo è stata congedata così: «Il problema è che la comunità europea ha sancito un limite di decibel». Una coppia di ragazzi che ha allestito un teatrino con maschere piangenti per denunciare «il disastro della società in cui vivamo» si è sentita dire: «È il vostro conformismo da anticonformisti che non sopporto». E poi altre sentenze da Cassazione: «Non hai talento», «Sei antica, queste cose si vedevano al Festivalbar degli anni ’80». Però, sarebbe sbagliato pensare che Agnelli trinci giudizi in fotocopia, premiando solo i candidati più vicini al suo genere. Alla prima puntata Les enfants, quattro amici boy scout, jeans e camicie, hanno presentato Che fantastica storia è la vita di Antonello Venditti. Dopo l’ultima nota Agnelli li ha chiamati avanti sul palco: «Lo confesso, per un preconcetto non vedevo l’ora di massacrarvi. I boy scout, il modo in cui siete vestiti, la scelta della canzone eccetera: avevo davvero il colpo in canna. Ma invece siete bravi». Della sua partecipazione a X Factor dice che «tutto ha un ruolo. Il moscerino ha un ruolo, la blatta ha un ruolo, io ho questo». Ovvero: quello di non indulgere, di non commuoversi, di trasmettere ai concorrenti la necessità di perseguire l’obiettivo tenendo la schiena dritta. Quanto a se stesso dice: «Non vado a X Factor per cambiare il programma, ma per portare la mia visione della musica laddove non è rappresentata. Più che la rivoluzione, voglio portare informazioni nuove. E la tv, se usata bene, può dare grandi risultati». Un amico che lo conosce e s’intende di musica mi ha detto: «Agnelli a X Factor è come Madonna in un hotel a 2 stelle». E, in effetti, la sua partecipazione al talent show ha provocato una mezza rivolta negli ambienti della musica indie. Contestazione dei fan, attacchi sul web: «Manuel si è venduto». E qui si capisce che i giudizi secchi non sono una posa per le telecamere: «Mettiamola così», ha risposto a Vanity Fair, «prima di tradirlo, io sono stato tradito dal mio mondo e dall’ideale alternative… Quell’ambiente è cambiato radicalmente, è diventato conformista, di più: fascista… L’idea della riserva indiana, di difendere i confini, non produce niente… Non accetto un tribunale che decide cosa è giusto e cosa sbagliato». Insomma, una ribellione in piena regola al suo mondo di riferimento. Sinistra radical chic compresa: «Sono incazzato a morte con l’intellighenzia, quelli che “Io in televisione non ci andrei mai”», ha raccontato a Mucchio selvaggio. «Gli intellettuali, i designer, gli architetti, tutti quelli che ti dicono che non ci vanno per difendere la cultura. Certo, la televisione è molto volgare: chi lo nega? Ma questi sono in cattiva fede, difendono la cultura solo e unicamente perché vogliono controllarla… Cosa fa la sinistra da molti anni a questa parte? Questa non è cultura, è un club, è una gabbia».

La rivolta di Agnelli contro i rivoltosi per mestiere probabilmente deriva dalla recente morte del padre. Una figura importante per Manuel: commercialista, attivo in politica, musicista per hobby tanto da avergli insegnato a suonare le tastiere. Era in cura da tempo per un tumore e a 77 anni è morto per un’infezione al sangue contratta durante la chemioterapia. L’ultimo cd appena pubblicato dagli Afterhours s’intitola Folfiri o Folfox, che sono i nomi di due tipi di chemioterapie. Ma non è un disco di morte «fatto per portare avanti il dolore, ma per liberarmi di esso… Dopo la morte di mio padre mi sono sentito spaventato e abbandonato, un po’ perché ora ho bisogni elementari: voglio solo stare bene. Voglio essere felice e non me ne frega niente se è la cosa più banale del mondo». Benvenuto, Manuel.

I 5 motivi per cui Matrimonio a prima vista fa malinconia

C’è una lunga premessa per motivare, anzi, giustificare, il nuovo factual di Sky Uno, Matrimonio a prima vista – Italia, derivato da Married at First Sight a sua volta tratto da una serie danese. È una lunga rincorsa per tentare di dare credibilità all’operazione, mettere le mani avanti e prevenire le critiche, o per entrambi i motivi. In Italia, recita la voce fuori campo, vivono più di 8 milioni di single, i siti di appuntamenti sono in costante aumento e ogni giorno crescono le applicazioni dedicate alla ricerca dell’amore, eppure le persone fanno sempre più fatica a trovare il partner giusto. “Un matrimonio combinato dalla scienza può essere la strada giusta per trovare l’amore della vita?”, butta lì sempre la stessa voce. La risposta è affidata a un team di tre esperti composto da Mario Abis, sociologo di lungo corso (fondatore e presidente di Makno), Gerry Grassi, psicologo e psicoterapeuta con barba e giacca da ypster, Nada Loffredi, sessuologa molto compresa del ruolo.

Il team di scienziati del programma: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Il team di esperti: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Nel primo episodio si assiste alla convocazione dei potenziali concorrenti, all’oscuro del vero contenuto del format, buona parte dei quali abbandona appena gli esperti lo rivelano: sposarsi conoscendo il proprio partner direttamente davanti al funzionario che celebra il matrimonio civile (sempre lo stesso nelle tre situazioni diverse). Scusate: ma finora non s’era detto che prima di sposarsi, bisogna sperimentare la convivenza? Una volta “uniti in matrimonio” i neo-sposi vivranno da coniugi per cinque settimane e a quel punto si capirà se andranno avanti o ricorreranno al divorzio, procedura abbreviata. L’obiettivo degli esperti è formare tre coppie da far convolare scelte tra i superstiti, “41 donne e 56 uomini, per un totale di 2296 possibili match”, che vengono sottoposti a test di varia natura per conoscere temperamenti, abitudini, gusti e tutto il resto. Frullati i quali, in un programma che combina voci come universalismo, tradizione, conformismo, edonismo, successo, si abbina il partner più compatibile. Sebbene il team di scienziati faccia di tutto per rendere plausibile il meccanismo alla fine domina un senso di finto e di malinconia. Ecco perché.

La coppia composta da Alessandra e Andrea

La coppia composta da Alessandra e Andrea

  1. Le parole sono svuotate del loro significato e qui matrimonio corrisponde a una sorta di gioco, di pretesto, di divertissement. La formula magica, un tantino ipocrita, ripetuta fino alla nausea è esperimento sociale. I soggetti dell’esperimento sono gli scienziati, gli oggetti sono i candidati sposi. Ovvero, delle cavie. Poi uno dice che i giovani sono bamboccioni, non riescono a costruirsi un futuro eccetera.  Tranquilli, ci pensa la tv, manuale d’istruzioni per vivere.
  2. Le cavie non sono protagoniste e possono solo subire le azioni dei manovratori, ovvero la televisione e la scienza, veri attori del matrimonio. Non a caso, durante la preparazione, i candidati continuano a ripetere “è una cosa assurda”, “è una follia”, “non è umanità”. Il matrimonio contratto dai concorrenti è equiparato a una prova, un cimento del reality. Così questi poveri ragazzi si scambiano l’anello nuziale e si dicono “speriamo di innamorarci”.
  3. Il meccanismo appare brutale. Ai promessi sposi viene annunciato che la prossima settimana sarà celebrato il loro matrimonio al buio. Fino al giorno stabilito, oltre a provare l’abito e informare la famiglia completamente ignara, hanno tutto il tempo per arrovellarsi in notti insonni chiedendosi chi e come sarà il partner. Unico sedativo della paura di aver commesso un colossale errore, la scappatoia del divorzio.
  4. Verosimilmente, i partecipanti al game, di questo si tratta, percepiscono un robusto gettone. E verosimilmente ci guadagneranno anche in popolarità, visibilità e quant’altro.
  5. Chiudo citando la risposta di una ragazza che ha abbandonato dopo aver conosciuto lo scopo della chiamata: “Voglio scegliere io con chi sposarmi”.