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Sky tenta «Il miracolo»: una serie sul sacro

E se fosse vero? Se davvero un evento soprannaturale irrompesse nella nostra quotidianità? Come reagiremmo? Che cosa accadrebbe alle nostre vite? Sono questi gli interrogativi da cui prende le mosse Il Miracolo, la nuova serie originale di Sky, creata, scritta e diretta da Niccolò Ammaniti, in onda da martedì prossimo su Sky Atlantic (e in simulcast anche su Sky Cinema Uno, oltre che on demand). Prodotta da Mario Gianani e Lorenzo Mieli per Wildside, in coproduzione con Arte France e Kwaï, la serie si sviluppa in otto episodi, uno per ogni giorno da quando l’inspiegabile avvenimento improvvisamente si palesa. L’Italia è alla vigilia del referendum che può portarla fuori dall’Europa e, durante un’operazione di polizia a caccia di un boss criminale, viene rinvenuta la statua di una Madonnina che piange sangue. Il generale Votta (Sergio Albelli) convoca il primo ministro Fabrizio Pietromarchi (Guido Caprino) per mostrargli la straordinarietà del fatto e la necessità di non divulgarlo nemmeno al Vaticano: «Se si venisse a sapere, arriverebbero milioni di pellegrini», sostiene, convinto, il capo dei servizi segreti, «e ci troveremmo di fronte a un grave problema di ordine pubblico nell’imminenza del referendum». Anche gli analisti chiamati a pronunciarsi non sanno darsi spiegazioni compatibili con le leggi della fisica: un corpo non può produrre materia superiore al proprio peso e questa statuetta di 2,3 chili piange 9 litri di sangue l’ora. I catini si riempiono velocemente di «sangue umano, sangue maschile, sangue vivo», documenta la biologa (Alba Rohrwacher), «i cui valori variano come se la Madonna si nutrisse, modificando glicemia, fluidità, composizione ematica». In assenza di risposte scientifiche, restano due alternative: il trucco tecnologico, la truffa, o il miracolo. Al premier non resta che chiedere consiglio a padre Marcello (Tommaso Ragno), un prete missionario conosciuto in Africa, del quale però ignora la crisi in cui è piombato, preda di fin troppe pulsioni incontrollabili, dalla ludopatia alla pornografia, dall’alcol al sesso.

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Le convergenze parallele tra Sky e Netflix

«Se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico». L’antico detto di Giulio Cesare illumina anche le strategie dei giganti televisivi. Da rivali che erano, Sky tv e Netflix, sono diventati alleati. È la clamorosa novità di ieri nello scacchiere delle telecomunicazioni. Un accordo inaspettato e sorprendente. Ci vorrà ancora qualche giorno per conoscere i dettagli economici della nuova alleanza. Così come per conoscere i costi dei nuovi pacchetti di abbonamento. Per ora è stato annunciato che sarà la piattaforma di Sky Q a diffondere film, serie e documentari della multinazionale californiana. Dal 2019, prima nel Regno unito e, a seguire di pochi mesi, in Germania, Austria e Italia, Sky tv distribuirà ai suoi abbonati anche i contenuti di Netflix. I telespettatori potranno accedere all’offerta Netflix con un semplice click su una applicazione, come avviene adesso per aprire ad esempio Sky box sets. Chi è già titolare di un abbonamento alla streaming tv potrà migrare il proprio account nel nuovo pacchetto Sky, o accedere all’app di Netflix utilizzando i dettagli dell’account esistente.

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

Andrea Zappia, ad di Sky Italia

L’annuncio della partnership ha preso in contropiede tutto il sistema delle telecomunicazioni. Il primo motivo di sorpresa deriva dal fatto che finora Sky e Netflix erano considerate concorrenti. Con 23 milioni di abbonati in 7 Paesi (Regno Unito, Irlanda, Germania, Austria, Italia, Spagna e Svizzera), Sky è il gruppo leader dell’intrattenimento in Europa. Per contro, con più di 117 milioni di abbonati in oltre 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 140 milioni di ore di programmi, tra cui film, serie, documentari e lungometraggi, Netflix è il più grande servizio di intrattenimento via Internet del mondo. Ora i giganti rivali si alleano. Gli interessi convergono. In un mercato che inizia a mostrare segnali di rallentamento se non di riflusso, una convivenza che consentisse l’espansione di entrambi stava diventando problematica in molte aree geografiche. Ancor più a fronte delle ambizioni per la nascita di un grande polo europeo della Vivendi di Vincent Bolloré. Che, ora, dopo l’annuncio di ieri (che segue lo slittamento al 23 ottobre dell’udienza sul contenzioso con Mediaset per l’acquisizione di Premium) dovrà rivedere radicalmente le proprie strategie.

La nuova partnership tra Sky tv e Netflix si colloca in una posizione di forza all’interno di un mercato tutt’altro che illimitato. Continuare a guerreggiare poteva rivelarsi autolesionista, devono aver ragionato i massimi vertici aziendali: meglio collaborare e giocare d’anticipo. L’ad di Sky Italia, Andrea Zappia, ha parlato di «una tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale». E di «accordo senza precedenti», grazie al quale «Sky Q diventa la piattaforma dove è possibile trovare tutti i migliori contenuti di intrattenimento al mondo, accessibili con un solo click». Il ceo del Gruppo Sky, Jeremy Darroch, ha osservato che «riunendo i contenuti Sky e Netflix sotto lo stesso tetto, al fianco dei programmi targati Hbo, Showtime, Fox e Disney, stiamo rendendo l’esperienza di intrattenimento ancora più semplice e immediata per i nostri clienti». L’ad di Netflix, Reed Hastings, ha suggellato l’intesa: «Siamo lieti di collaborare con Sky per riunire sotto lo stesso tetto il meglio delle ultime tecnologie e dello storytelling».

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Reed Hastings, fondatore e ad di Netflix

Il secondo motivo di sorpresa per l’annuncio di ieri è legato al risiko internazionale delle televisioni. Cordate e alleanze date per acquisite devono essere corrette. Nei giorni scorsi gli osservatori seguivano con curiosità il rincorrersi delle offerte di acquisto al vaglio dei vertici di Sky da parte di altri grandi player internazionali. L’offerta di 25 miliardi di euro cash di Comcast, gigante americano della tv via cavo, per la maggioranza della pay tv britannica. Quella di Disney, che in dicembre aveva messo sul piatto 50 miliardi di dollari per acquisire la maggioranza di Fox, Sky compresa. Infine, la proposta della stessa 21Century Fox di Rupert Murdoch per il 61% non già di sua proprietà (proposta stoppata dall’antitrust britannico). Ora la nuova partnership con Netflix rende Sky tv ancora più appetibile e le quotazioni dovranno essere aggiornate. Il sistema dell’audiovisivo è in continua fibrillazione. Lo dimostrano anche i movimenti che riguardano Chili, la piccola società di tv on demand nata da un’idea di Stefano Parisi nel 2012. Dopo l’ingresso di Warner Bros e Paramount-Viacom al 4% e Sony Pictures al 3% ai quali è seguito quello della famiglia Lavazza con 25 milioni per il 24%, ieri si è avuta notizia dell’investimento di 6 milioni di euro della 21Century Fox per il 4% del capitale. Evidentemente il semaforo rosso dell’authority londinese all’espansione di Murdoch (già proprietario nel Regno unito di un impero editoriale che comprende, tra gli altri, quotidiani come il Times e il Sun), ha suggerito al tycoon australiano di dirottare la sua liquidità sull’Italia. Lo scacchiere delle telecomunicazioni è in continua evoluzione.

La Verità, 2 marzo 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017 

 

Sky conferma che Tv8 ha fatto vincere Licitra

A conferma di quanto scritto e pubblicato da La Verità il 16 dicembre e su Cavevisioni.it il 17 Sky ha fornito i dati di tutti gli otto live per fugare le tesi complottarde dei fan dei Maneskin. Si scopre così che la band romana è stata la più votata nel corso della seconda, terza, quinta e settima puntata, ma Licitra (che ha ottenuto un maggior numero dei voti solo nel primo e sesto live) è riuscito a scavalcarla proprio nella puntata finale, anche se con uno scarto minimo: 1.446.848 voti per il gruppo nell’ultima manche, e 1.615.665 per il cantante siciliano. Sommando i voti giunti per i due concorrenti nel corso dell’edizione si arriva a 7.479.630 voti per la band, e 7.070.939 per il tenore pop. È plausibile pensare che a consegnare la vittoria al concorrente della squadra di Mara Maionchi possa essere stato il pubblico che ha seguito la finale in chiaro su Tv8 e Cielo; un po’ come successe nel 2015, quando Giò Sada riuscì a vincere sugli Urban Strangers che invece nelle puntate precedenti erano risultati i favoriti dai telespettatori.

Talent giudici. Profonda riflessione in corso

Qualche nota sull’undicesima edizione di X Factor che si conclude con la finale di stasera e che, per varie ragioni, si è rivelata la più faticosa da quando, nel 2011, il talent show è passato a Sky Italia. Stiamo sempre parlando del miglior show musicale in circolazione, ma qualche crepa comincia ad aprirsi sulla superficie levigata del plexiglass. Direttore artistico (il ripetutamente ringraziato Luca Tommassini) regia, autori, scenografi e coreografi fanno sempre alla grande il loro sporco lavoro e, salvo qualche rimediabilissimo incidente, la macchina continua a girare oliata e l’innovazione estetica e tecnologica rimane apprezzabile. La conduzione di Alessandro Cattelan è una garanzia al punto che, considerata la padronanza, se un rischio può esserci è quello del pilota automatico innestato su una velocità di crociera meno elettrizzante di altre annate. Tuttavia, avercene. Anche i concorrenti si mantengono di ottimo livello. Quest’anno, ridimensionata la presenza del rap che ormai era come la rucola negli anni Novanta, la varietà dei generi è stata ancora più ampia. In finale sono arrivati il tenore pop di prospettiva, la voce soul che sparge particelle di sofferenza, la band punk sfacciatamente provocatoria, il cantautore di personalità: tutti con un «percorso» e un «carattere» ben definiti. Per inciso, bookmakers e fan soprattutto femminili tifano spudoratamente per i Maneskin. Dove tutto l’ingranaggio si è inceppato è dietro il bancone dei giudici tra i quali la chimica è stata pari a zero. Una ruota quadrata. Fin dal primo live è emersa la conflittualità tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra Levante e Fedez. Liti e contestazioni ribadite sulle assegnazioni e sulla gestione dei singoli cantanti hanno evidenziato una diversa concezione del talent. Mara e Levante erano contestate per il frequente ricorso a cover, mentre Manuel e Fedez insistevano a frequentare l’underground. Insomma, da una parte poca ricerca, dall’altra troppa ricercatezza. La ruota si fermava a ogni spigolo. Quello più grosso è stato il caso Rita Bellanza, talento di grandi ambizioni più per il vissuto che per l’estensione vocale. A rendere ancora più gelido il clima dalle parti della giuria è arrivato lo scontro tra Manuel e Fedez sull’ennesimo salvataggio di Rita ai danni di Gabriele Esposito. Si è andati avanti senza più interagire per non rischiare di farsi troppo male. La riflessione dovrà essere profonda. Basterà cambiare i giudici, tutti o quasi, per rivitalizzare il format?

 

La Verità, 9 dicembre 2017

«Nei talent (e nella vita) vincono gli incassatori»

Mara Maionchi si aggira per il teatro Linear Ciak di Milano con un’Italia d’oro appesa al collo. «Le piace? Siamo italiani, no? Io sì», ridacchia. «Non dobbiamo star sempre lì a incensare inglesi e tedeschi». L’undicesima edizione macina record di X Factor è finalmente entrata nel vivo con la prima serata live e, oltre alla curiosità di vedere chi vincerà, c’è quella di seguire il ritorno in giuria della più politicamente scorretta tra i giudici. Pronti via, dopo le esibizioni dei primi due concorrenti subito scintille tra lei e Manuel Agnelli. Il casus belli è stata la scelta di un brano di Jacques Brel, considerato troppo classico per un concorrente di Mara. «È più facile far casino sui tavoli piuttosto che cantare un amore finito. Io di casino sui tavoli ne ho già visto a strafottere», ha replicato lei, criticando a sua volta la performance di un gruppo di Agnelli.

76 anni, un matrimonio che resiste da 40, parecchie battaglie vinte nel curriculum, compreso un tumore al seno, Maionchi si diverte ancora come ne avesse 25. E anche il pubblico mostra di apprezzare i suoi giudizi senza peli sulla lingua.

Signora, con Agnelli si profila un bel match. Vediamo se è diplomatica o è Mara Maionchi: tra i suoi colleghi giudici con chi ha più feeling?

«Non sono diplomatica, sono sincera: mi sono simpatici tutti. Si possono avere discussioni e opinioni diverse continuando a restarsi simpatici e a stimarsi. Sono tre persone gentili, Fedez è dolce, sa che ho un problema al ginocchio e mi dà una mano, Levante è un amore, Agnelli correttissimo. Le discussioni ci possono stare. Anzi: fortuna che ci sono, altrimenti sarebbe un mortorio. Le idee degli altri le rispetto perché può essere benissimo che io non abbia capito. Non ho certezze e quelle che ho possono cambiare. Poi tutti sanno come sono fatta e i difetti che ho».

Le chiedevo un fatto di pelle, di feeling con loro.

«Ma no guardi, alla mia età ho poca pelle».

Fedez, Levante, Mara Maionchi, Fedez con Alessandro Cattelan

Fedez, Levante, Mara Maionchi e Fedez con Alessandro Cattelan

Più che ribelle si definisce controcorrente.

«Sì, mi piacerebbe esserlo. Gli anticipatori sono sempre un po’ controcorrente. Ma non voglio sembrare presuntuosa».

E qual è la corrente contro la quale va?

«Il già sentito, il già visto. Che non vuol dire la tradizione. Della quale, anzi, dobbiamo tener conto perché è la nostra storia».

E quindi, la corrente da contrastare?

«È l’inutilità. Le canzoni che non danno problemi, che non raccontano storie, che non riescono a provocare discussioni, contestazioni».

Cosa l’ha fatta tornare giudice di un talent?

«La mia storia. La voglia di provare a vedere se sono fuori gioco o no. Sono qui perché sono da quarant’anni nella musica. Quando nacque X Factor in Italia Giorgio Gori, allora capo di Magnolia, scelse me e Morgan. Direi che è andata bene».

È giudice di un talent, ma predica lavoro e lavoro.

«Senza lavoro il talento resta inespresso, non cresce, non si sviluppa. Ci vuole il lavoro affinché il talento si esprima al 100%. Poi ci vuole anche la fortuna, l’occasione giusta… Ma se quando ti si presenta non ti fai trovare pronto perché hai lavorato puoi perdere il treno».

Facciamo un esempio?

«I Beatles il talento ce l’avevano. Ma credo che a loro siano molto serviti gli anni passati in Germania a suonare nei locali, prima di sfondare».

Lo sport è pieno di talenti non completamente realizzati per mancanza di applicazione, Balotelli nel calcio, Fognini nel tennis… Nella musica?

«Il primo che mi viene in mente è Piero Ciampi, un grande autore, un poeta. Che aveva problemi con l’alcol e non lasciato il ricordo che avrebbe potuto lasciare».

Quindi, fra talento e lavoro?

«Ci vogliono entrambi. Credo che, alla fine, i vincenti siano gli incassatori, quelli che rinascono dalle sconfitte. Quelli che resistono alle avversità si rinforzano e hanno più possibilità di vincere».

Qual è la sconfitta più cocente che ha patito?

«Quando fai il discografico e devi far uscire un lavoro nuovo devi superare mille difficoltà. Il primo disco di Tiziano Ferro, nel 2001, io e mio marito l’avevamo offerto a tante etichette, multinazionali importanti. Ci avevano detto tutte di no. Noi eravamo convinti, ma non riuscivamo a imporlo. Alla fine la Emi lo prese, ma eravamo disperati, era l’ultimo tentativo. Le cito questo caso, ma potrei citargliene molti altri».

Anche a X Factor vincono gli incassatori? Alcuni di loro non hanno proprio sfondato.

«Nella vita è più facile fare errori che cose giuste. Si sbaglia, anche con la fissa di cantare in inglese. Però, va bene… sono esseri umani anche i talenti. Non sempre si ha la pazienza giusta».

L’abbiamo vista commuoversi, sotto la scorza…

«Io faccio tutto, piango, m’incazzo, dico le parolacce. Sono una borghese maleducata… Mia madre mi rimproverava, lei tratteneva tutte le emozioni. Io da vecchia non ho ancora imparato».

Qual è la sua musica preferita?

«Il rock, tutto il rock. E il pop, che significa popolare».

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Se dovesse dire qualche nome?

«Lucio Battisti, con il quale ho lavorato cinque anni, un autore che ha dato la svolta alla canzone italiana. Poi Mina, certo: indiscutibile. Anche Tiziano Ferro mi piace».

Questi sono tutti pop. Qualche nome rock, anche fuori dall’Italia?

«Ma fuori dall’Italia è un mare, un oceano. Mi fa fare uno sforzo di memoria perché la lista è lunga. Dai Deep Purple ai Pink Floid, dai Led Zeppelin agli Acdc, potrei andare avanti. In Italia Vasco è il primo, rock e pop. I primi due dischi dei Litfiba erano ottimo rock. Andando indietro gli Area, da cui è nato il progressive, seguito anche da Agnelli. Il rock è anche un modo di vivere…».

Torniamo alle sue scoperte. Tiziano Ferro lo cita sempre, come la Nannini…

«Perché sono due con i quali ho lavorato».

Ferro e la Nannini: un feeling particolare con gli omossessuali?

«Ah ah ah… non ci avevo pensato. Pura combinazione. Ho lavorato alla costruzione di un percorso artistico».

Chi sono i geni della musica italiana?

«Giancarlo Bigazzi, Mogol, Ennio Morricone che faceva l’arrangiatore alla Rca, Sergio Endrigo».

I cantautori non sembrano la sua tazza di tè.

«Non è vero. Francesco de Gregori, Lucio Dalla, Fabrizio de André, altro che!».

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi...»

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi…»

Lei è severa o solo burbera?

«Vorrei essere severa, ma non sempre ci riesco. Invece, credo che una certa severità all’inglese, stavolta sì, possa servire. Con i ragazzi spingo su questo tasto per capire di che cosa hanno davvero bisogno. Anche se ho 44 anni di discografia sulle spalle, a volte sono spaventata perché quando si lavora per gli altri un tuo errore lo possono pagare loro».

Parliamo della sua vita. Ha sposato un uomo di dieci anni più giovane.

«Il Salerno. Un autore di musica, un paroliere che ha scritto tanti successi».

Una sua nonna invece si separò dal marito all’inizio del Novecento.

«Siamo donne un po’ ribelli. Diciamo che la mia era una famiglia matriarcale».

Ha definito il matrimonio una rottura di coglioni.

«Volevo dire che a volte devi adattarti, essere tollerante».

Il suo regge, nonostante…

«Vale la pena salvarlo sempre. A meno che non ci siano cose gravi. Il matrimonio è fondamentale».

Anche se si è traditi?

«Sa quanti amici e colleghi mi hanno tradito? Non si può lasciare un marito per la sciocchezza di una sera. Ci vuole un po’ di pazienza. Ecco, insieme agli incassatori i vincitori sono anche le persone pazienti. Le persone miti, anche se io non lo sono molto».

Non si deve confondere mitezza con mancanza di schiettezza.

«Esatto. Per dire, san Francesco non si tirò indietro quando c’era da dire al Papa che qualcosa non andava».

Questo Papa le piace?

«Mi piace perché sta facendo un tentativo di cambiare certe cose in Vaticano che era importante cambiare».

Nell’ambiente dello spettacolo se ne vedono di tutti i colori quanto a matrimonio e famiglia.

«E mi dispiace. La famiglia è troppo importante. E non sono bacchettona. Posso presentarle mia figlia?».

È un piacere… Anche sui figli: oggi li si vogliono a tutti i costi o anche non li si vogliono a tutti i costi.

«È vero. Quello che si vede è troppo».

Signora Maionchi, possiamo parlare del tumore?

«È stata una brutta botta. Ho sempre fatto regolarmente gli esami. Tre anni fa il mio medico mi ha detto che c’era qualcosa che non andava. Si pensa sempre di essere immuni, invece stavolta era toccato a me. Fortunatamente i linfonodi erano sani. Ho fatto la radioterapia, non mi sono scoraggiata. Magari a una donna più giovane va peggio perché il male cammina più velocemente. Ho fatto i controlli di recente e va tutto bene».

Ho letto che dice il rosario tutti i giorni: è vero o è una boutade?

«È vero, mi piace. È come un mantra. Per venti minuti mi allontano dal mondo dei viventi e apro un altro canale di comunicazione».

È superstiziosa?

«No, fatalista sì. Quando sarà il mio momento, arriverà».

È credente?

«Sì. Anche se non frequento il fan club perché non sempre mi ha soddisfatto».

Quand’era più giovane o di recente?

«Quand’ero più giovane. Però, adesso quello che conta di più è che sono credente».

Le piace molto stare con i giovani. Si vede che è a suo agio, senza maternalismi…

«Mi piace perché sono freschi, immediati, non costruiti. Anche nelle stupidaggini. Non ho retropensieri. Mi piace anche quando mi mandano a dar via il culo. Spesso hanno ragione».

Chi è la persona da cui ha avuto di più?

«Mio marito, anche se abbiamo passato la vita a litigare. Ma nel litigio abbiamo scoperto delle cose di noi che non conoscevamo».

La Verità, 29 ottobre 2017

Talent dei giudici. Agnelli se la tira, Fedez confuso

L’undicesima stagione di X Factor è entrata nel vivo su Sky con la prima puntata live e lo scontro tra i giudizi si profila più vivace del solito. Può essere divertente monitorarli.

 

Manuel Agnelli Si era appena esibito Davide Nigiotti, il primo cantante della Maionchi, e lui ha annunciato: «Voglio dire una cosa a Mara…». «Non dirla, chi se ne fotte!», lo ha rimbalzato lei. Al di là dello specifico, la canzone di Brel e il look del Nigiotti, da un po’ Agnelli se la tira da guru, vuol spiegare a tutti come gira il fumo. Diciamo che è entrato troppo nella parte, appena finito di parlare si abbandona sulla sedia con l’aria di pensare: ho sistemato anche questa… Sussiegoso

Mara Maionchi Il match di carismi con Manuel per dettare la linea è palese. Dall’alto della sua navigazione mica facile abbozzare. «È più facile far ballare i culi sopra i tavoli che cantare un amore finito. Di casino sopra i tavoli ne ho visto a strafottere». E poi: «Qui sono tutti cresciuti con i Blinki i Linki i Blanki, io sono cresciuta con Garibaldi». Con Licitra, Radice e Nigiotti sembra avere la squadra più solida. Difficile tenerla a bada, anche nel linguaggio. Sanamente scorretta

Levante Anche lei non le manda a dire, come quando ha criticato le scelte di Fedez. E alla prima smorfia lo ha nuovamente cazziato: «Devi accettare le critiche dei tuoi colleghi». Dicono i cinguettatori dei social che ci sia sotto la gelosia della Ferragni e che lui abbia dovuto cancellare da Instagram una foto in cui scherzava con Levante. La quale non si scompone più di tanto e si protende anche sul bancone verso le sue concorrenti, cristalli che vuo, trasformare in diamanti. Determinata

Fedez È quello uscito peggio da questa parte di gara. Ai bootcamp aveva scelto Lorenzo Bonamano nonostante la prova impacciata, dando ascolto alla sua pancia. Era la sua scommessa, che al primo live è naufragata. Colpa del regolamento? Forse anche di alcune decisioni sbagliate e sorprendenti, considerata la sua esperienza di giudice e coach. Nemmeno l’esibizione con J-Ax è parsa impeccabile. Momento delicato

«Nella mia Gomorra esiste la speranza»

Un timido che comanda malvagi criminali. Un veneto che dirige film in dialetto napoletano. Un collezionista di rock e jazz, pronto a rompere rapporti per dissidi musicali, che fa il regista. Claudio Cupellini, 44 anni, una dinastia di farmacisti alle spalle, insieme con Francesca Comencini regista di Gomorra – La serie (produzione originale Sky e Cattleya, in onda dal 17 novembre) è un uomo di contraddizioni. Contraddizioni fertili. Ci incontriamo prima di una conversazione all’università di Padova programmata dalla Fiera delle parole.

Come fa un veneto a dirigere una serie tv recitata in napoletano stretto?

«Più che un handicap, non essere del luogo è stato un vantaggio. Fin dall’inizio Cattleya e Sky non volevano registi napoletani. Io sono di Padova, Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, romani. Il mio orecchio è allenato da diversi anni alla parlata napoletana grazie ai miei collaboratori più stretti che sono di Caserta».

Perché i produttori volevano registi «stranieri»?

«Perché volevano uno sguardo meno coinvolto emotivamente. Un regista locale avrebbe potuto essere più indulgente con la propria città».

E lei ha avuto difficoltà a non esserlo?

«Direi di no, anche se ormai sono mezzo napoletano. Lavorando alle tre stagioni della serie ci ho vissuto a lungo. E anche prima, preparando Una vita tranquilla con Toni Servillo e Marco D’Amore, ero di casa. Un regista deve immedesimarsi con il posto dell’opera che dirige. Ma nei miei film si parla tedesco, francese. Qui anche bulgaro».

Gioco di squadra (prima stagione): Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il registi della prima stagione: Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il cinema è globalizzato, ma Gomorra è un prodotto glocal.

«Oggi il glocal è vincente. I broadcaster internazionali chiedono storie e costumi italiani. Pensiamo a Romanzo criminale, Gomorra, 1992 e 1993 prodotte da Wildside, a Suburra di Netflix. Lo stesso avviene con produzioni di altri Paesi, la francese Marseille, la bellissima Peaky Blinders, ambientata a Brighton».

Oltre che la lingua serve conoscere la camorra e le sue gerarchie?

«Devi conoscere le dinamiche criminali perché a Napoli devi viverci. Spesso giravamo nelle strade frequentate dalle bande. Gomorra è fiction, ma pur romanzando, siamo rimasti aderenti ai fatti. Nella seconda stagione abbiamo raccontato gli scissionisti. Nella terza si vedrà la guerra dei clan nel centro di Napoli».

Come nasce Claudio Cupellini regista?

«Fin dal liceo ho avuto la passione per la lettura, il cinema, soprattutto la musica. Queste passioni disordinate si sono consolidate frequentando la facoltà di Lettere, dove ho scoperto che il cinema le comprendeva tutte. Ho provato a fare qualche scarabocchio con la videocamera. Ero ventenne, ma c’erano ragazzi che già a 17 anni avevano prodotto i primi corti. Ho presentato un mio lavoro al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e mi hanno preso».

Ha avuto dei maestri?

«Mi sarebbe piaciuto, ma no. Ho fatto alcuni incontri che mi hanno aiutato a capire come fare il mio mestiere. I maestri sono stati i film che ho visto».

Diciamo qualche titolo?

«Tornando a casa un sabato notte su Fuori orario vidi certi bambini che facevano cose meravigliose. Il giorno seguente chiamai un amico critico che mi rivelò il titolo: L’argent de poche (Gli anni in tasca) di Francois Truffaut. Poi ho seguito il cinema americano degli anni Settanta, Scorsese, Coppola e Malick».

Parlando di registi, Padova è una città laboratorio? Cito alcuni nomi oltre a lei: Enzo Monteleone, Carlo Mazzacurati, Antonello Belluco, Andrea Segre, Umberto Contarello sceneggiatore di Paolo Sorrentino, sempre sulla rotta Padova Napoli. Dimentico qualcuno?

«Marco Pettenello, nipote di Mazzacurati, bravissimo sceneggiatore. Più che un laboratorio, a Padova c’erano un fermento e una sensibilità particolari. C’erano docenti come Gian Piero Brunetta e Giorgio Tinazzi, il Centro universitario cinematografico, organizzatori culturali come Piero Tortolina. Per il resto, a parte Contarello, Monteleone e Mazzacurati che si frequentavano, molti di noi sono andati via per affermarsi».

Marco D’Amore è il suo attore feticcio?

«L’ho fatto esordire al cinema, siamo amici. È un talento di formazione teatrale avendo frequentato il Paolo Grassi di Milano e sostenuto lunghe tournée come quella della Trilogia della villeggiatura con Servillo. È uno da “buona la prima”. Con lui facevamo un gioco: vediamo quando sbagli una battuta. Non ha sbagliato nemmeno nell’episodio in bulgaro della nuova stagione di Gomorra. Finora al cinema ha raccolto meno di quello che merita».

Marco D'Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

Marco D’Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

I protagonisti dei suoi film sono persone senza legami, incapaci di trovare il loro posto nel mondo.

«Certi sentimenti sono come una risacca. Il senso della separazione, dell’incomprensione, di rapporti fragili fa parte della mia storia. In Alaska il personaggio di Valerio Caprino dice a Fausto: “Se dici che sei mio amico, io ci credo e mi affeziono. Ma se mi molli divento cattivo”. In fondo, è sempre una ricerca d’amore, il bisogno di essere accettati, di non essere abbandonati».

È un bisogno che nasce da un’esperienza precisa?

«Il mestiere di regista vive di ossessioni. Ho vissuto la lacerazione della mia famiglia, ho perso amici e parenti stretti in modo improvviso. C’è una frase di una canzone di Neil Young che mi ha molto colpito. Dice: ≤Nonostante la mia casa sia stata distrutta è la miglior casa che abbia mai avuto≥. L’ho scritta dietro una foto che ritrae me e mio fratello, e che ho regalato a mia madre».

Anche il prossimo film parlerà di questo?

«Non posso anticipare troppo. Ho iniziato a scriverlo e per la prima volta sarà un adattamento. Avrà un’ambientazione nuova rispetto ai precedenti, mentre la trama sentimentale non se ne discosterà molto».

Un altro attore che ritorna nei film suoi e di Segre è Paolo Pierobon. Ci sono i clan anche nel cinema?

«Più che clan ci sono attori che provengono dal teatro e che il cinema non ha ancora sfruttato come meriterebbero. Paolo Pierobon, anche lui del Paolo Grassi, è uno di questi. Per Alaska ha accettato una parte minore, dandole un carattere. Altri come lui sono Giuseppe Battiston, Valerio Binasco, Maurizio Donadoni».

Che cosa le ha dato Roberto Saviano sul set di Gomorra?

«Saviano vive lontano, ma la sua presenza aleggia sul nostro lavoro. Per la mia carriera l’incontro con il mondo di Gomorra è stato fondamentale. Una volta entrato, però, devi avere un bagaglio tuo. Non tutti i registi possono fare Gomorra, perché richiede un impegno mentale e fisico straordinario. Per girare i miei sei episodi abbiamo impiegato 100 giorni, il tempo che di solito serve per produrre due film e mezzo».

E Stefano Sollima?

«Con Sollima abbiamo avuto una collaborazione molto fertile, soprattutto il primo anno. Ogni regista è geloso della propria autorialità, ma tra tutti c’è sempre stata complicità e stima. Mi ha coinvolto nel progetto perché gli era piaciuto Una vita tranquilla».

Che cosa pensa della critica secondo la quale Gomorra mitizza le figure dei camorrisiti?

«Siamo stati molto attenti a non essere mai consolatori. La storia del cinema e della letteratura è lastricata dalla fascinazione del male. Ma in Gomorra la fine dei criminali e l’orrore sono chiari a tutti».

Cosa ci può anticipare della terza stagione?

«Azzardo che è la migliore delle tre. Oltre alla già riconosciuta compattezza narrativa, s’impone l’introspezione dei personaggi. Ciro, Genny e gli altri attraversano una linea d’ombra conradiana: sono stati uccisi i padri, hanno vissuto lutti non superabili, ora cominciano a fare i conti non solo con le loro azioni, ma anche con quello che sono diventati da adulti».

E la sua linea d’ombra qual è? Ha un suo rifugio personale?

«Sono le passioni di gioventù, rimaste vive come allora. La musica in particolare: per me è un luogo di consolazione e di limpidezza, nel quale cancello le scorie e trovo nuovi stimoli. Sono un tipo inquieto, coltivare i miei interessi mi rappacifica».

Musica preferita?

«Conosco rock, jazz e blues dagli anni Cinquanta a oggi. Praticamente sono cresciuto dentro un negozio di dischi del centro. Ho una collezione di cd, ma ora apprezzo i vinili anche come oggetto. Per me le morti di Lou Reed e David Bowie non sono stati un pretesto per mettere una foto su Facebook».

Che rapporto ha con i social?

«Quando Facebook è esploso ho vissuto un momento di curiosità e mi sono iscritto anche a Twitter. Ora non li frequento molto. Mi provocano nervosismo, soprattutto Facebook. Mi sembra di essere in un bar chiassoso, dove si esibisce il peggio dell’umano».

Letteratura?

«Mark Twain, Dostoevskij, John Irving, troppo poco apprezzato, Jean Cocteau».

Guarda la televisione?

«In modo discontinuo. Mi sono ubriacato di serie tv, ora guardo più film».

Film della vita.

«I quattrocento colpi di Truffaut».

Gomorra è un microcosmo chiuso, un mondo senza alternative per il quale forse Leonardo Sciascia parlerebbe di realtà irredimibile. C’è speranza in un posto così?

«Personalmente non riesco a vivere senza speranza. Non credo che il microcosmo della camorra sia irredimibile. Non è un posto di cui Dio si è dimenticato. Ma lo Stato sì, e ha lasciato che un altro potere lo sostituisse. In una realtà povera dove le istituzioni non ci sono, il cittadino si affida alla criminalità. Ci sono bambini che a dieci anni hanno già visto tutto. Da padre trovo che sia qualcosa di mostruoso. La speranza è minimale, ma esistono persone che, pur con una voce flebile, combattono quotidianamente contro il male».

 

La Verità, 8 ottobre 2017

 

Cinque cose su questo inizio stagione di Sky

Upfront Pienone di star agli Arcimboldi di Milano per il lancio dei palinsesti. Poco più di un’ora tra speech, video e show. Un mix di comunicazione, divertimento, seduzione. Momento più emozionante della serata il frammento di E poi c’è Cattelan con l’intervista a Tim Roth. Peccato che, sopravvalutando l’inglese di tutti i presenti, Ale e Tim abbiano finito per confabulare tra loro. Stessa sensazione, ma la lingua non c’entra, per il dialogo con Ilaria D’Amico a proposito di un ballo, una festa, Costacurta… non s’è capito. E dire che l’hashtag era Together. Per il resto, grande serata.

Serie Tin Star promette non bene, benissimo. Roth ha il solito carisma quando fa personaggi malmostosi e borderline. Qui è uno sceriffo dalla doppia personalità che vuole resettare il passato di alcolista. Si trasferisce con famiglia da Londra al Canada, vicino Calgary: scenario mozzafiato di laghi, boschi e montagne. A rovinare tutto arriva la raffineria di petrolio e un contorno di malavitosi, difficili da tenere a bada. Come i dèmoni dello sceriffo.

X Factor e gli show Da monitorare anche l’undicesima edizione del talent musicale. La scommessa è sempre la stessa: riuscirà la nuova stagione a migliorare la precedente? Si parte sempre scettici. Poi… La giuria è per metà nuova. Al posto di Alvaro Soler, Levante, al posto di Arisa, Mara Maionchi. Confermati Fedez e Manuel Agnelli. Totale: meno internazionalità (andando indietro: Mika e Skunk Anansie) e giuria tutta italiana per valorizzare, a contrasto, i tanti concorrenti di etnie straniere. E forse più attenzione agli over trenta che ai teenagers. Momento topico, le scintille con Angelo, un concorrente segato, quando Levante gli ha detto: «Non hai incontrato il mio gusto», e Agnelli: «Il mio sì, ma l’hai preso a pugni». Risultato: 1.327.000 telespettatori medi (4.57% di share, +3% sul debutto 2016). Il resto dell’intrattenimento è un gigantesco Masterchef con i suoi spin off e gli chef che si moltiplicano in tutte le salse. Sky Arte ha sempre un’offerta poliedrica, attenta alla musica, al collezionismo e alle tendenze hipster e bobo.

Piattaforma e tecnologia Sky fa sul serio anche in chiaro. Si crede molto in Tv8, partita bene con Guess my age di Enrico Papi. Imminente il lancio di Sky Q, nuovo decoder per vincolare ulteriormente il telespettatore offrendogli qualità e servizi che promettono di diventare irrinunciabili.

Strategia Si punta sulle serie, sia di produzione internazionale (Tin Star, Babylon Berlin, Britannia), che italiane (Gomorra 3, Il miracolo di Niccolò Ammaniti, in lavorazione Zero Zero Zero dal libro di Saviano e Django dal film di Franco Nero). Il messaggio è: recintiamo la serialità. Nonostante Suburra, Netflix non deve passare.

 

«Berlusconi arrivò in elicottero e c’ero solo io»

È un torrido giovedì di luglio e Milano è un ingorgo unico per lo sciopero dei mezzi pubblici. Ma nell’ufficio di Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset, settimo piano di Cologno Monzese, l’aria è leggera non solo per i climatizzatori. Crippa è reduce dalla presentazione a Montecarlo dei palinsesti autunnali e si aggira scamiciato per le stanze. Eppure, riesce a rimproverarmi per l’abbigliamento: «Bene giacca e camicia, ma le scarpe…». È una gag che dura da quando ci conosciamo, una trentina d’anni, e io finisco per giustificarmi: «Le scarpe giuste sono rimaste nel trolley sbagliato». Però il cazzeggio prosegue: «Adesso dovrei fare un’intervista con Caverzan», dice alla segretaria. «Ma lei tra un quarto d’ora entrerà trafelata per ricordarmi quell’impegno improrogabile». Prima di questa, Crippa non ha mai concesso interviste a quotidiani.

Alla presentazione dei palinsesti autunnali ti sei definito un cronista non affermato, ma un manager realizzato. Cosa intendevi dire?

«Bisogna partire da lontano. Un secolo fa ero stato selezionato da Tony Pinna, vicedirettore di Panorama per andare a fare le news della Rete 4 di Mondadori. Sarebbe nata l’informazione televisiva con dieci anni d’anticipo. Invece, Mondadori vendette Rete 4 e io finii in Ibm, come dire a West Point per fare il militare. La fissazione del giornalista tv però sopravvisse per anni. Sarei stato bravo? Chi lo sa».

Poi cosa accadde?

«Dal palazzo dell’Ibm, che si trovava anch’esso a Segrate, scrutavo con desiderio quasi fisico palazzo Mondadori. Finché un bel giorno, Carlo Sartori, un grande della comunicazione italiana, inopinatamente mi assunse».

Carlo Sartori assunse Crippa in Mondadori

Carlo Sartori chiamò Crippa in Mondadori

Come ti pescò?

«Nessuna raccomandazione, ero andato a intervistarlo per Panorama. Gli piacqui, mi assunse».

Cose che oggi non succedono più.

«Non lo sappiamo davvero. Forse è una generalizzazione. Trovami un ragazzo con una grande passione per il giornalismo e uno come Sartori e magari risuccede. Il punto è: oggi c’è ancora il giornalismo?».

Tu che ne dici?

«Non esistono più le mitiche organizzazioni di un tempo. Oggi si lavora nei siti, nei blog. C’è una polverizzazione delle opportunità professionali, è svanito il valore leggendario di certi posti. Da ragazzo andavo in via Solferino solo per guardare da fuori l’ingresso del Corriere. Sarà successo anche a te…».

Lasciamo perdere. Poi cosa accadde?

«Mi occupavo della comunicazione di Mondadori e collaboravo con Panorama. Ma intanto scoprivo che i tre anni in Ibm erano stati una proficua carcerazione professionale».

In che senso?

«Avevo lavorato con i numeri uno e imparato i segreti della comunicazione aziendale».

Ora siamo dentro il palazzo di Segrate.

«E quando iniziò la guerra per il controllo della casa editrice io scelsi di stare con Silvio Berlusconi».

Perché?

«Perché mi era molto simpatico, mentre il mondo di Carlo De Benedetti mi appariva cupo, serioso ed elitario».

La «guerra di Segrate»: anni di conflitti che hanno infiammato il Paese fino a ieri. E forse non ancora sopiti.

«Un giorno ero nel mio ufficio quando sentii il rumore di un elicottero. Era Berlusconi. Spronato da una collega andai alla reception per accoglierlo: ero l’unico a dargli il benvenuto. In quello che allora era il tempio di un certo pensiero radical chic il Cavaliere era vissuto come un usurpatore. La Mondadori era in mezzo al guado, né berlusconiana né debenedettiana. Forse quella stretta di mano segnò la mia vita professionale».

Ci fu il famoso lodo. Berlusconi conquistò i libri e i periodici e tu rimanesti a Segrate.

«Di lì a poco conobbi un vero padre professionale, Fedele Confalonieri. Nel suo caso “padre” non è una parola esagerata. Fu lui a portarmi in Fininvest e, accanto a lui, fui tra quelli che crearono la moderna Mediaset. Nel frattempo, io sono invecchiato, lui no».

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Parliamo di quasi trent’anni. C’è un aneddoto che rivela l’indole di questo «padre»?

«Una lezione, più che un aneddoto. Ricordo quando passò un pomeriggio a litigare fino alle urla durante un’intervista con Ezio Mauro e Curzio Maltese. Non si fanno compromessi quando in ballo c’è un amico. Silvio Berlusconi per Confalonieri era ed è intoccabile. Tutto il resto discende da questo».

All’epoca della discesa in campo da che parte stavi? Confalonieri era contrario, Marcello Dell’Utri favorevole, Gianni Letta perplesso…

«Il mio ruolo era ben più che secondario».

Però avevi un angolo di osservazione particolare.

«Stavo dalla parte delle aziende. Per noi era una complicazione. E anche una perdita. Mi è dispiaciuto non aver più avuto la possibilità di lavorare con Berlusconi».

Che cosa ricordi di quella fase preparatoria? Ci fu un episodio di svolta?

«Ricordo l’intervento a una convention a Santa Margherita Ligure di un cervello molto fine. Paolo Del Debbio teorizzò che i valori liberali dell’impresa potevano avere rilevanza nella vita politica. Cioè, l’imprenditore si stava naturalmente e quasi fisiologicamente trasformando in un politico».

Qual è il tuo bilancio dell’esperienza politica del Cavaliere?

«Ha cambiato l’Italia in meglio. Chi non lo ammette ha uno spirito povero».

La grande rivoluzione liberale non è rimasta un po’ incompiuta?

«Forse sì. Ma la mentalità degli italiani si è fatta più moderna grazie al Cavaliere. Prima con la tv commerciale, poi con la politica».

Come hai vissuto il periodo delle cosiddette «cene eleganti»?

«Sono solo fatti suoi».

Per caso ti è capitato di vedere la serie di Sky ambientata all’epoca di Mani pulite e della discesa in campo? Che giudizio ne hai?

«Hanno evitato i luoghi comuni di Repubblica e del Fatto quotidiano. Bravi».

Nel 2007 si scrisse dell’esistenza di un famigerato Gruppo Delta, una ragnatela trasversale che, attraverso te e l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi, brigava per orientare l’informazione televisiva in favore di Berlusconi.

«Era un’idea di Repubblica che evidentemente mi sopravvalutava. Dietrologie giornalistiche: non c’è stata alcuna rete di gestione dei media».

Quindi, non sei lo squalo di Mediaset?

«Macché squalo».

Che voto daresti alla vostra informazione?

«Per tempestività, nove. Per autorevolezza, otto. Per modernità, dieci».

Com’è finita la storia con Emilio Fede che usava foto hot come arma di ricatto?

«Con una sentenza di condanna a suo carico. Sarei ipocrita se dicessi che mi dispiace. Però, certo, che tanti decenni di giornalismo finiscano così, è triste».

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Com’è la tua giornata?

«Interessa?».

Sei pur sempre un manager realizzato, per usare le tue parole, che dirige un certo numero di testate e di programmi tv che parlano a decine di milioni di italiani…

«La mia giornata inizia prima di addormentarsi, con la consultazione di siti e testate. Poi ricomincia la mattina dopo con la lettura dei giornali. Telefono al mio vice, Andrea Delogu, senza il quale tutta la macchina non parte. Vedo i collaboratori e cerco di capire ogni giorno se stiamo facendo la cosa giusta o commettendo peccati di omissione e superficialità».

Che tipo di capo sei?

«Ascolto tutti, sono molto condizionabile dalle persone intelligenti e di talento. Non sono geloso della loro bravura, cerco di utilizzarla. D’altro canto, quando hai a che fare con alcuni grandi del giornalismo non puoi metterti a gareggiare con loro: rischi di perdere troppo spesso».

Grandi del giornalismo?

«Certo. Prendi uno come Paolo Liguori: ci vogliono due palle così per essere garantisti ai tempi di Mani pulite come lui fu da direttore del Giorno. E Clemente Mimun? Uno che ha diretto con successo tutto quello che si poteva dirigere. Mario Giordano invece è uno affilato come un coltello che ha fiutato per primo l’incazzatura degli italiani per una certa politica».

Nella carta stampata, invece, chi ti piace?

«In questo momento non perdo un Buongiorno di Mattia Feltri».

E tra i meno giovani, dell’era pre internet?

«Leggete Il provinciale di Giorgio Bocca e qualche pagina di Gianni Brera, mettetegli accanto un po’ di Indro Montanelli, di Vittorio Feltri e di Mario Cervi e avrete il mix del meglio del giornalismo italiano».

Narrativa o saggistica?

«Fino a qualche tempo fa Lansdale e Winslow. Adesso leggo più saggistica, tipo La guerra civile americana».

È il tuo libro da comodino?

«In verità, senza darmi delle arie, adesso è Vita e destino di Grossman».

Hobby preferito?

«Ascolto musica, tutta: dai Coldplay a Bach. Ma in genere mi annoio molto quando non lavoro».

Un programma che vorresti fare?

«Qualcosa in cui uno come Gerry Scotti ci faccia vedere gli Uffizi di Firenze con i suoi occhi».

C’è già Alberto Angela.

«Ma Angela è un divulgatore. A lui farei presentare uno spettacolo musicale».

Un programma che non sei riuscito a fare?

«Radio belva con Vittorio Sgarbi e Giuseppe Cruciani insieme. Si è sfiorata la rissa in studio ed eravamo in diretta. Colpa mia: avrei dovuto registrarlo. Forse oggi sarebbe ancora in onda».

Il programma che invidi alla concorrenza?

«Report. In casa nostra abbiamo le capacità e i talenti per farlo, forse ci dovremmo lavorare. Poi, quando vedo certi servizi dei nostri inviati sul campo, mi dico che basterebbe montarli insieme e metterci una sigla per avere un grande programma».

A volte sembra che la vostra informazione sia un filo smussata, rassicurante. Forse Le Iene sono i reporter più acuminati.

«A me piacciono molto Le Iene, sono giornalisti senza tessera».

Com’è lavorare con il figlio del Cavaliere?

«Definirlo geneticamente mi sembra riduttivo. Piersilvio è un leader. Sta spingendo molto per farci produrre sempre più contenuti italiani».

La tua vacanza ideale?

«Al mare con gli amici».

Che sono?

«Giovanni Toti, Paolo Liguori, Marco Pogliani e pochi altri».

Chi o che cosa ti dà speranza, oggi?

«Ha quattro anni e si chiama Marco. È mio figlio».

La Verità, 9 luglio 2017