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Avati: «Conosco solo il Natale della tradizione cristiana»

Quest’anno è il trentesimo di Regalo di Natale. Se dovesse fare una graduatoria dei suoi film, lei che è un regista seriale, cioè di film in serie, a quale posto lo classificherebbe?

«Sicuramente tra i primi cinque».

E dei suoi attori che classifica farebbe? In quel film c’erano Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Diego Abatantuono, Alessandro Haber e George Eastman.

«Regalo di Natale vinse la Coppa Volpi per Carlo Delle Piane. Ma quella volta la giuria commise un errore clamoroso perché doveva assegnarla a tutti cinque, tanto la recitazione era corale. Raramente un gruppo di attori mi ha dato tanto nel suo insieme. Non farei classifiche, sono tutti sullo stesso piano».

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell'uscita al cinema

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell’uscita al cinema

Lei è notoriamente un invent-attori e un reinvent-attori. Di quale invenzione va più fiero?

«Potrei citarne tanti, da Delle Piane di Una gita scolastica ad Abatantuono di Regalo di Natale, da Neri Marcorè di Un cuore altrove a Katia Ricciarelli e Antonio Albanese nella Seconda notte di nozze…».

Lei, per Natale, che regalo si fa? Ha un rito, una tradizione che identifica con la festa della nascita del Salvatore?

«Fra il Natale della mia infanzia e quello di oggi fortunatamente le differenze restano minime. I miei genitori non ci sono più, ma ci possiamo permettere la riunione famigliare con figli e nipoti tra i quali non c’è chi non partecipi al pranzo, non vada a messa e non alimenti lo scambio di regali. Nessuno di noi contesta ciò che appartiene alla tradizione e non credo che il Natale possa essere qualcosa di diverso. In queste circostanze sono fortemente tradizionalista perché ho sperimentato che il punto di forza della mia vicenda umana sia l’avere rispettato la lezione impartita dai miei genitori, i quali, a loro volta, hanno seguito quella che veniva dai loro. Così, mi auguro avvenga per i miei figli e i miei nipoti. Anche qua non vedo alternative: il buon senso e l’esperienza di un uomo di 78 anni difficilmente possono essere smentiti da chi candida atteggiamenti modernisti o alternativi».

Quanto le manca Lucio Dalla?

«Mi manca molto. Anche se lo sento abbastanza presente, nel senso che il suo andarsene è inverosimile. Lo rifiuto. Quando penso che Lucio non c’è più non ci credo. Come per Federico Fellini. Di loro non mi mancano le musiche o i film, ma loro stessi, la loro ironia, la capacità di confidarsi, di stabilire un rapporto di profondissima intimità».

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

La possibilità di fare qualcosa insieme?

«Mi mancano le telefonate notturne di Lucio, nelle quali parlavamo non di musica, ma della vita. Lui era un nottambulo, io no. Ma condividevamo l’atteggiamento verso la sacralità. Era credente e praticante, mi chiedeva sempre se ero andato a messa. E io lo chiedevo a lui. Era più giovane di me di cinque anni, ma entrambi avevamo davanti il baratro della vecchiaia. Cercavamo di rassicurarci a vicenda. Per uno che sale su un palco a cantare, suonare, ballare avere 70 anni non era così semplice. Ci promettevamo reciprocamente che la nostra vecchiaia sarebbe stata ricca di creatività, di inventiva e di occasioni che forse finora non avevamo ancora avuto. Era un rapporto bello e confortante. Erano telefonate d’amore tra amici».

Il cinema è il suo secondo amore, il primo è il jazz. Ma come nel jazz c’è il giro armonico sul quale s’innesta l’improvvisazione anche nel suo cinema c’è una storia tra persone increspata da un limite, una malattia, un vizio, il peccato. Ha un’idea pessimista dell’esistenza?

«Non ho un’idea pessimista, ma una grande conoscenza della vita. Ho vissuto 78 anni pieni di eventi straordinari e se guardo indietro mi accorgo di essere un privilegiato, avendo visto realizzarsi sogni che 40 o 50 anni fa erano destinati a rimanere tali. Quando vendevo i bastoncini di pesce della Findus sognavo di fare un mio film. Invece, ne ho fatti quasi 50. Non posso certo lamentarmi della mia vita».

Non c’è nulla che le manca?

«Ho la consapevolezza di non aver realizzato il film della mia vita».

Intende il film sulla sua vita o il film della vita?

«Apparirò presuntuoso, ma penso di avere un talento smisurato per la narrazione. Tuttavia, fino a oggi credo di non essere stato capace di sintetizzarlo in un film. Il film che mi appaga e mi fa dire: “Ecco, qui c’è tutto, mi fermo”. Ma forse è meglio non averlo fatto, perché così continuo a provarci».

Da due anni non gira un film per il cinema (in febbraio la Rai trasmetterà Il fulgore di Dony): c’è un motivo particolare di questa pausa più lunga del solito?

«Vengo dal grande insuccesso di Un ragazzo d’oro con Sharon Stone e Riccardo Scamarcio. La gioia che ha prodotto nell’ambiente questo mio insuccesso mi ha traumatizzato. Così mi sono rivolto alla televisione. Ci sono miei colleghi che hanno avuto disastri al botteghino peggiori del mio e li hanno metabolizzati in pochi mesi. Io ho stentato molto a farmene una ragione. Oggi si sono create le condizioni di astinenza tali per cui presto tornerò al cinema».

Ci può anticipare qualcosa?

«Sto girando un film gotico, nero, una storia ambientata nella laguna veneta. Tornando ad alcune atmosfere del mio cinema horror di qualche anno fa».

Ha lavorato molto per la Rai. Che rapporto ha con i nuovi dirigenti?

«Con i dirigenti precedenti agli attuali ho avuto un rapporto incoraggiante. Infatti, riuscimmo a realizzare una saga famigliare, la storia dei miei genitori e del io matrimonio che dura da 52 anni. S’intitolava semplicemente Un matrimonio e fu ben accolta anche dal pubblico. Ricordo che quando incontrai il primo dirigente per proporgli la storia di un matrimonio durato 50 anni mi disse: “Allora, è un film in costume”; come se i matrimoni di mezzo secolo appartenessero a un lontano passato. A quella miniserie speravo che, con i nuovi dirigenti, seguissero altre storie. Diciamo che siamo andati avanti con una qualche fatica, non trovando davanti quelle praterie che sono riservate ad altre produzioni».

È difficile lavorare nell’industria del cinema per una società che non ha alle spalle Rai, Mediaset o Sky?

«È impossibile. Una piccola azienda come la nostra, che vanta 70 – 80 film nei quali abbiamo fatto debuttare tanti giovani, che lavora da 35 anni senza l’incoraggiamento di nessuno, è esposta alle politiche del mercato, della globalizzazione e del potere delle major. In Italia le piccole e medie imprese sono penalizzate. Una realtà minore che ha dimostrato di saper resistere al variare delle mode meriterebbe l’incoraggiamento dello Stato anziché la diffidenza con cui è guardata».

Lei che cinema ama? Cosa va a vedere?

«Non guardo niente. Il cinema lo faccio tutti i giorni, giro, mixo, monto, la sera mi dedico a un libro o alla musica».

Davvero?

«Diciamo che guardo i film che non si possono non vedere per potere avere un’opinione sulle tendenze. Quindi sono abbastanza aggiornato sui titoli di punta, ma non vado più al cinema a vedere tutto come una volta. Anche perché molti dei film che si fanno adesso, ti basta un trailer per capire che non sono ciò che vorresti vedere. È più interessante la serialità televisiva che viene da oltre oceano. La produzione seriale americana spazia nei generi con una disinvoltura e una scioltezza invidiabili e il piacere di raccontare una storia in senso spettacolare e senza vincoli si trasmette nella fantasia e nella varietà dei prodotti. La nostra narrazione è vincolata allo schema camera-cucina. Mi chiedo perché la nostra televisione non produca i generi».

A proposito di generi inediti, quest’anno si è imposto Lo chiamavano Jeeg Robot. C’è un film italiano che ha apprezzato più di altri?

«Per rispetto nei confronti del pubblico, per qualità degli interpreti e della scrittura direi Perfetti sconosciuti».

Invece dalla serialità italiana non estrae nemmeno un’eccezione positiva?

«La serialità italiana è asfittica, le tematiche sono sempre le stesse. Quando vuole cimentarsi con l’avventura si occupa di mafia o di camorra. Oppure tratta tematiche a sfondo sociale. Se lei guarda quella americana ha un’ampiezza a 360 gradi, dalla storia all’avventura alla commedia sentimentale. Il pubblico televisivo ha diritto di avere tutti i generi. Perché in Italia non produciamo serie fantasy o di paura?».

Ha visto Gomorra o The Young Pope?

«Sky fa storia a sé. Può mettere in atto una cura per il prodotto particolare, dettata dal fatto di rivolgersi a una platea mondiale. Permettendosi investimenti preclusi alla tv italiana. Al di là del fatto che sia piaciuto o no, il budget di The Young Pope è la metà del budget annuale di Rai Fiction».

Paolo Conte. Di lui Pupi Avati dice: «Non è mai sceso a compromessi. È anche un grande poeta»

Paolo Conte. Dice Pupi Avati: «Non è mai sceso a compromessi, è un grande poeta»

C’è un regista, uno scrittore, una figura contemporanea di cui non si perde un’opera?

«Paolo Conte. Fra gli artisti e gli uomini creativi è uno dei più coerenti. Non ha mai ceduto a compromessi. È anche un grande poeta, che dovremmo far conoscere di più ai giovani».

Che cosa manca di più alla società del terzo millennio?

«La capacità d’includere le persone di esperienza. Si crede che la modernità derivi dall’assegnare una corsia preferenziale ai giovani. Invece, le grandi culture classiche, quella greca e quella romana, si basavano sull’ascolto degli anziani e dei saggi. Oggi essere anziani vuol dire essere fuori gioco. Avere una certa vita alle spalle significa conoscere le problematiche e magari anche le soluzioni, che invece, anche solo per ragioni anagrafiche, possono sfuggire ai trentenni rampanti. Il giovanilismo imperante lo avverto muscolare oltre che un tantino presuntuoso. Credo che, senza escludere nessuno, avremmo tutti un guadagno nel lavorare insieme».

 

La Verità, 24 dicembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

Tommassini: «Il segreto di X Factor? La nostra follia»

D’accordo, i giudici; Arisa che sclera e Manuel Agnelli che spacca il capello in quattro; Fedez che gioca con i calembour e l’empatia di Soler. Ok anche la musica e le canzoni, il meglio del pop soprattutto (rock pochino). Bene anche Alessandro Cattelan, con la sua conduzione smart, agile nel risolvere le situazioni più impreviste. E poi i social, la viralità, i fan, la buona stampa e tutto il resto. Ottimi anche gli ascolti (1.340.000 telespettatori nella semifinale di giovedì scorso, più 36 per cento rispetto al 2015). Ma lo show, lo spettacolo vero, internazionale e contemporaneo, dove lo mettiamo? E, soprattutto, dove andiamo a cercarlo?

I giudici di «X Factor 10». Probabilmente nella nuova edizione Arisa non ci sarà

I giudici di «X Factor 10». Probabilmente nella nuova edizione Arisa non ci sarà

 

Di Luca Tommassini, direttore artistico di X Factor, si parla troppo poco. Per compensare questa lacuna, i quattro coach si sono inventati il gioco di chi, nella serata, chiama per primo l’applauso del pubblico per lui. Un piccolo tormentone che è un riconoscimento. Perché una delle differenze principali tra il talent di Sky Italia e gli altri in giro per i palinsesti (altre edizioni di X Factor comprese) la fa la sua direzione artistica. La sua «breve biografia», come l’ha presentata l’ufficio stampa, è un curriculum lungo così. Dite un nome nel mondo del pop e lui ce l’ha: Madonna, Prince, Michael Jackson, Diana Ross, Robin Williams, Whitney Houston, Kilye Minogue, Alicia Keys, Gwen Stefani, Phil Collins, Jamiroquai, Katy Perry, Beyoncé eccetera. Dite un nome di cantante e artista italiano di primissimo piano, idem. E poi nel mondo della moda e della tv. Vi risparmio le liste altrimenti finisco lo spazio. Per la finale di giovedì 15 dicembre, da lunedì sera tutto il gruppo è al Palaforum di Assago: «Essere pronti in tre giorni per un live in un palco e una scenografia nuovi spaventa chiunque. Ma noi siamo tutti malati di mente e di passione».

Chi è Luca Tommassini?

«Un sognatore cui la musica ha dato tanto che cerca di restituire quanto ha ricevuto».

Missione impegnativa.

«Ma anche un piacere. La mattina quando mi sveglio se ho un’idea divento contagioso e cerco di trasmetterla ai miei collaboratori. Siamo una squadra fenomenale. Siamo arrivati su Sky Uno che non era accesa. Il nostro è puro artigianato italiano, facciamo tutto insieme a Sky e Fremantle Media, scenografie, coreografie, grafiche tutto fatto in casa».

Qual è il segreto di X Factor che ogni anno, siamo al decimo, incrementa gli ascolti?

«È la formula, che attinge da tutte queste figure fondamentali, Gigi Maresca che ora firma la scenografia, la costumista Claudia Tortora, il giovane regista Luigi Antonini. Tutta gente di altissima qualità».

Un momento dell'esibizione dei Soul System durante la semifinale

Un momento dell’esibizione dei Soul System durante la semifinale

 

E tu sei il capitano…

«Ho la responsabilità creatività del live. Spingo tutti verso la follia, anche con orari disumani… Conosco tutti, compresi quelli di “attrezzismo violento”, come si sono ribattezzati gli artigiani e i falegnami che costruiscono tutto qui, con Alessandro Voltolin, il direttore di palco».

Sempre tutto perfetto? Mai incorsi in qualche incidente?

«Nell’ultima puntata, la più vista della storia di Sky, le opere di Marco Lodola fatte con la luce si dovevano accendere in diretta. La cosa mi teneva in ansia. Infatti, alla prima esibizione di Gaia, la luce non si è accesa, e abbiamo illuminato tutto da fuori, al volo…».

Il pubblico non s’è accorto di niente?

«Non credo. Il fatto che non ci siano mai stati grandi incidenti è un mio orgoglio personale. Quando abbiamo coinvolto un’orchestra di 39 elementi e 40 tra figuranti e ballerini, sul palco c’erano quasi cento persone oltre a 12 sfere e una X gigante. Abbiamo fatto il cambio scena in 2 minuti e 40 secondi».

C’è qualcosa della tua esperienza che ti sta aiutando di più a X Factor?

«Madonna è stata la mia più grande insegnante. Dico spesso che, dopo Dio, lei è la più grande creatrice artistica del mondo. Non è una cantante o una ballerina eccelsa, eppure lo show è inarrivabile. Da lei ho imparato che lavorando dietro le quinte si può andare molto lontano».

Luca Tommassini con Madonna: «Dopo Dio è la più grande creatrice artistica del mondo»

Luca Tommassini con Madonna: «Dopo Dio è la più grande creatrice artistica del mondo»

Hai scritto un libro intitolato Fattore T – L’inafferrabile scintilla del talento: perché secondo te è inafferrabile?

«La scintilla è inafferrabile e inaffidabile. Va coltivata per trasformarla in un fuoco vero. Se ti metti in questo cammino, a lavorare, puoi averne luce, vita, energia. Ma per questo devi dare tutto, come si fa con un bambino per farlo diventare grande».

Ma il talento è un dono?

«Tutti ne abbiamo qualcuno, bisogna cercare di capire quale. E poi dobbiamo capire che farne. Sono dell’idea che da solo non basti: serve metà talento e metà lavoro, metà genio e metà impegno».

Che cosa ti fa scattare l’idea per una coreografia di una canzone?

«L’idea non è mai un problema. Sembra banale: ascolto la canzone a occhi chiusi e lascio andare la fantasia. A volte non arrivo nemmeno alla fine del brano. Conoscendo il cantante o l’attore entro in un mondo e inizio a sognare. Poi però mi do la sveglia per iniziare a lavorare».

Da mercoledì sarai anche giudice nel talent di Dance dance dance di FoxLife. La danza è il tuo grande amore: ricambiato?

«Lo è stato quand’ero bambino. A 18 anni, nel 1988, ho vinto lo Star Search International, il primo talent a livello mondiale. Grazie al ballo ho superato la depressione che mi venne appena smisi. Riprendendo, mi è passata. Ora faccio anche pubblicità per le auto, regie teatrali, ho recitato al cinema. Tornare a discutere di ballo mi attira. Ho già fatto il giudice in grandi programmi in Gran Bretagna, in Italia invece è la prima volta».

Non sono troppi i talent show?

«Assolutamente no».

Non affermano un’idea prefabbricata del talento?

«Penso di no. Per esempio, X Factor è l’occasione per mettere in scena quelli più pronti. Scegliamo 12 ragazzi che hanno già individuato le loro doti. Vengono dalla strada o dal laboratorio. Non serve una scuola, ma mettere a fuoco le loro potenzialità e portarli a un livello professionale».

Stai coltivando qualche nuovo progetto?

«Ho già lavorato nel cinema come coreografo. Ora mi piacerebbe raccontare una storia mia come regista. Magari anche nel mondo dell’opera».

 

La Verità, 13 dicembre 2016

 

Il Papa nuovo protagonista dell’immaginario quotidiano

Fumata bianca, habemus The Young Pope. Venerdì sera è partita la nuova, scandalosa, serie firmata da Paolo Sorrentino e quei geniacci della comunicazione di Sky si sono inventati l’idea del fumo che esala dal tetto della sede di Santa Giulia a Milano, come fosse un conclave della tv. Il giorno prima, vigilia del debutto, il fumo era nero. Una trovata, una forma di comunicazione fantasiosa. Anche ardita, in un certo senso. Un editore televisivo, laico e molto techno, prende a prestito una formula artigianale usata dal Vaticano per un annuncio di carattere sacro (chissà se è anche un segnale di fumo mandato dal primo al secondo). Anche architettonicamente il salto è notevole: dal tetto della Cappella Sistina a quello del palazzo di vetro di Santa Giulia. Un salto spazio-culturale. Ma forse, soprattutto, uno scherzo, un’efficace furbata.

Altrettanto geniale, in questi giorni, è stata l’idea di Mauro Pallotta, il Banksy romano, che aveva disegnato sul muro di una viuzza di Borgo Pio un graffito che ritraeva papa Francesco: issato su una scala a pioli armato di pennello, gioca a tris con il simbolo della pace (fate l’amore e non la guerra). Divertente anche la guardia svizzera che, nascosta dietro lo spigolo del muro, fa il palo mentre Bergoglio completa l’opera. Qualche tempo fa lo stesso Maupal aveva ritratto il Papa come Superman, una versione che non aveva incontrato il gusto del capo della Chiesa cattolica. Anche stavolta, con zelo forse eccessivo, i Vigili urbani della capitale hanno rapidamente provveduto a cancellare il murale, a dimostrazione del fatto che non sempre gli uffici decoro hanno nell’elasticità e nell’ironia la loro qualità migliore. Doti che invece ha ulteriormente confermato di possedere, se mai qualcuno ne dubitasse, Rosario Fiorello.

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

L’altra mattina, nel corso dell’imperdibile Edicola Fiore, lo showman siciliano ha preso spunto dalla vicenda del graffito per inscenare una gag delle sue su chi fosse l’autore della proditoria cancellazione. Dopo la telefonata al Comune di Roma, con annessa smentita dell’ufficio Decoro, ha squillato in Vaticano, facendo finta di parlare direttamente con Bergoglio: «Ciao Franci… Sì, ci vado tutte le domeniche… Volevo sapere: il graffito di Borgo Pio… Non ne sapete niente?». Una trovata comica, conclusa affettuosamente con canzone liturgica e «Viva il Papa».

Durante «Edicola Fiore» Rosario ha simulato una telefonata a Bergoglio: «Ciao Franci...»

Fiorello finge di telefonare al Papa: «Ciao Franci»

Tre episodi che hanno in comune un tratto di fantasia e genialità. Ma soprattutto hanno in comune l’oggetto della comunicazione: il Papa e il Vaticano. Il dettaglio non è trascurabile. Quella che fino a qualche anno fa era un’istituzione austera e distante sta diventando accessibile e familiare fino al punto da diventare argomento di gag e provocazioni. Il Papa viene tirato dentro negli scherzi e negli show da comici e artisti di strada (il primo fu Maurizio Crozza con le parodie di Ratzinger). È un percorso inverso a quello inaugurato da Benedetto XVI, quando inaspettatamente, decise di aprire un account su Twitter, dando vita a una comunicazione più smart tramite un social media che si pensava non si addicesse al Soglio pontificio. L’iniziativa del papato che si protende verso la gente comune è stata successivamente potenziata dalle frequenti interviste ai media di Bergoglio e soprattutto dalle telefonate ad amici e persone sconosciute.

Ora però il flusso del messaggio scorre in senso contrario. È la società, attraverso il mondo dello spettacolo e della comunicazione, che prova a coinvolgere la Santa Sede. Il Papa è uno di noi. È uno che c’entra con noi, con il nostro immaginario e i nostri linguaggi. È qualcuno con cui si può dialogare. Che questo giovi alla missione cristiana della Chiesa è ancora da dimostrare. Viviamo in una società dominata dalla necessità della connessione continua e dalla dittatura della visibilità, in cui tutto è comunicazione. A grandi linee vien da pensare che forse si è più propensi ad accettare le idee di qualcuno di familiare piuttosto che di qualcuno di estraneo o inaccessibile. Oppure, ai ministri della fede cristiana gioverebbe astrarsi e rendersi più misteriosi? Risposte precostituite non ce ne sono, il dibattito è aperto. Per inciso, il dubbio se alla Chiesa convenga avvicinarsi maggiormente alla società o invece non sia proprio la distanza a renderla più attrattiva, è il tema che attraversa The Young Pope. Deciderà il pubblico il colore della fumata.

 

La Verità, 22 ottobre 2016

La Rai, un talent show che non crea nuovi talenti

Da quanto tempo la Rai non scova un nuovo talento? Da quanto non ne impone uno? Altrove, in Sky e in Mediaset, si affermano nuovi volti e nuovi artisti. Nella tv pubblica il parco delle star è sempre lo stesso da un decennio almeno. Ai nuovi direttori di rete, che nuovi cominciano a non esserlo più tanto essendo trascorsi oltre sei mesi dalla loro nomina, toccherebbe pensare anche a questo. Invece, novità all’orizzonte se ne vedono pochine. Basta dare una rapida scorsa ai palinsesti in fase di lancio per rendersene conto. Le cosiddette novità o sono ripescaggi dal passato più o meno remoto (Pippo Baudo, Michele Santoro, Gad Lerner, Heather Parisi), oppure sono innesti provenienti dalla concorrenza (Mika, Pif, Gianluca Semprini). Andando a memoria, l’ultimo volto nuovo scoperto, coltivato e imposto in casa è Costantino della Gherardesca, il nobile del trash inventato da Piero Chiambretti, era il 2001, in Chiambretti c’è. Altri nomi? Bisogna fare un discreto sforzo mnemonico per ricordarsi di Marco Paolini, sconosciuto fuori dai circuiti del teatro civile quando fu fatto esordire su Rai 2 da Carlo Freccero nel 1997 (Il racconto del Vajont), poi di Teo Mammucari, nato iena nel 1999 ma consacrato da Libero l’anno successivo (sempre su Rai 2). Poi, sul fronte dell’informazione, Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Gerardo Greco, Marco Travaglio… Venendo avanti negli anni, deserto.

Costantino della Gherardesca, forse l'ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

Costantino della Gherardesca, forse l’ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

In Mediaset e Sky le cose vanno diversamente. La scoperta di quest’inizio stagione su Canale 5 si chiama Ilary Blasi. Certo, è in pista da anni alle Iene, ma come spalla di Mammucari. Ora, alla guida del Grande Fratello Vip, il suo coattismo è l’unico ingrediente che consente di metabolizzare le overdosi cafonal del reality di Canale 5. Poi Belén, finalmente approdata al bancone di Striscia la notizia dopo anni di apprendistato. Tina Cipollari, creatura di Maria De Filippi e personaggio cult non solo di Pechino Express. E Alvin, ottimo inviato dell’Isola, ora in odore di consacrazione alla guida di un game musicale.

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

La lista delle nuove scoperte di Sky è ancora più lunga e passa dai talent show: da Alessandro Cattelan, già iena su Italia 1 e poi nel cast di Quelli che il calcio ma definitivamente affermato a X Factor, a Fedez e Mika, fino a Manuel Agnelli, ultima rivelazione del talent musicale. Altri nomi: Joe Bastianich e Lodovica Comello, nuovo volto di Tv 8. Dopo il caso Semprini, partito maluccio, proprio Mika, prossimo protagonista di quattro one man show su Rai 2, sarà il test per capire se questi nuovi talenti funzionano solo sulla tv a pagamento e si perdono appena buttati nel mare aperto della tv generalista. Oppure se si tratti di un problema di direzione editoriale e assistenza autoriale come la vicenda di Politics sembra far intendere.

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Allargando la visuale, bisogna dire che, rispetto a cinque o dieci anni fa, il sistema televisivo è radicalmente cambiato. Le emittenti sono aumentate, nuovi editori sono entrati nella competizione della tv generalista e i direttori delle reti pubbliche hanno molte meno possibilità di sperimentare. Anzi, devono ottenere subito buoni risultati di audience, altrimenti, come certi allenatori di calcio… La breve durata del loro incarico è, comunque, un fatto istituzionale. Trascorsi tre anni arrivano i nuovi capi e scatta lo spoil system. Quindi, qualcuno osserva, manca il tempo per trovare e far crescere talenti e nuovi personaggi. Certo, di sicuro il tempo c’entra. Ma più che come durata, c’entra come capacità di interpretarne lo spirito. Da un po’ la Rai agisce come un’azienda vecchia, sganciata dai movimenti e dalle tendenze reali che agitano la società e la vita quotidiana della gente. Facendola breve: manca di contemporaneità. Basta vedere il ritardo accumulato sul terreno della digitalizzazione, ora faticosamente colmato dalla nuova dirigenza. Per anni i suoi dirigenti hanno vissuto chiusi nell’acquario di Viale Mazzini, distanti dagli ambienti vitali dei giovani, degli artisti, degli intellettuali. Ora questa chiusura rischia di aggravarsi a causa della sindrome d’assedio provocata dagli attacchi quotidiani, spesso gratuiti, della politica. Qualche anno fa, per tentare di colmare questa distanza si era creato una sorta di laboratorio per la formazione di nuovi talenti, ma i risultati sono stati modesti. Non si tratta di costruire artisti a tavolino, secondo qualche magico algoritmo. Lo scouting dei talenti si fa cercandoli dove sono, uscendo in strada per intercettare la vitalità, le potenzialità e i fermenti che già esistono. E che vanno solo riconosciuti e coltivati.

 

La Verità, 28 settembre 2016

Dove va la nuova Sky in sei mosse

Seratona al Teatro degli Arcimboldi di Milano per la presentazione dei palinsesti Sky, loro li chiamano Upfront… Red carpet con star e talent della casa e ragazzini vocianti a caccia di autografi da Del Piero a Ilaria D’Amico, da Claudio Bisio ad Alessandro Cattelan. L’esordio è all’insegna della grandeur, ma anche dell’autoironia. Mix non facile. Sulle note della colonna sonora di Star Wars, Cattelan plana sul palco su uno skate alla maniera di James Bond e annuncia: “Umiltà! È questa la parola chiave della serata…”. Per scaldare ancora l’ambiente l’orchestra esegue la sigla del Festival di Sanremo e poi si corregge con quella della Champions League (a proposito, in contemporanea la Juve esordiva su Premium e chissà se Sky ha piazzato il suo galà in contemporanea per rubarle visibilità). Altro esempio di grandeur autoironica. Al momento di The Young Pope, Cattelan compare nell’abito bianco indossato da Jude Law – papa Pio XIII° mentre una voce dall’alto lo rampogna: “Stavolta avete davvero esagerato… Però, siccome sono un fan, mi procurate due biglietti per la prima di X Factor?”. Dunque, grande spettacolo e parterre. Insomma, sarà perché l’anno scorso non c’ero e la differenza salta di più all’occhio, fatto sta che davanti a questa profusione di energie e risorse, vien da chiedersi dove va Sky? cosa vuol essere o diventare?

 

Fiorello con Meloccaro all'Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

Fiorello con Meloccaro all’Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

  • Sempre meno pay tv. Dimenticato il conteggio degli abbonati (in lieve calo), la tv di News Corp gioca su più tavoli e piattaforme. Molto spazio ai canali in chiaro. Tv8 in particolare con la crescita della “rete generalista” (+ 14 per cento), ma anche il posizionamento di SkyTg24 (0,8 per cento). Più incerte identità e audience di Cielo.
  • Televisione giovane. Sky lavora sulla ricerca e il lancio di giovani talenti. Dopo Cattelan, che dalla prossima stagione condurrà quotidianamente il suo EPCC avvicinando ulteriormente l’inavvicinabile Dave Letterman, ora il nuovo astro nascente è Lodovica Comello, già apprezzata per immediatezza e simpatia in Singing in the car su Tv8.
  • Televisione delle eccellenze. Tra i momenti più divertenti della serata il collegamento con Fiorello, solita forza della natura, con la squadra dell’Edicola (dal 10 ottobre su Tv8): “Semprini e Mika se ne sono andati in Rai… Vabbé, se vogliono guadagnare di meno…”. Sky vuole mantenere e ampliare firme e brand. Oltre Fiorello, Paolo Sorrentino, Gomorra, X-Factor e le collaborazioni con HBO e Showtime.
  • Si lavora per addizione. La tv si allarga in orizzontale senza perdere in penetrazione. L’esempio è il lancio di una serie di 18 documentari sotto il titolo Il Racconto del reale, in programmazione su Sky Atlantic, il canale delle storie. Tra gli autori ci sono Giancarlo De Cataldo, Mimmo Calopresti, Beatrice Borromeo, il gruppo di 42° Parallelo, Michele Bongiorno.
  • Innovazione tecnologica. Forse la novità più forte: è stato annunciato l’avvento del sistema AdSmart attivo sui decoder My Sky, che consentirà agli investitori di mirare per target e area geografica le campagne pubblicitarie, indirizzando spot diversi a diversi abbonati, con annunci affini ai gusti e alle preferenze degli spettatori.
  • Tv più italiana. Forse il processo più interessante. Con le serie esportate all’estero, con i talent e le nuove produzioni, con l’acquisizione di nuovi artisti, Sky si propone come soggetto editoriale più italiano. L’origine australiano-americana si stempera progressivamente. Con il nuovo claimSiamo le vostre storie – reso da un bellissimo video, Sky vuole stabilire un meccanismo di identificazione anche emotiva con il suo pubblico. Siamo la stessa cosa…

 

 

 

The Young Pope, il gioco cinematografico di Sorrentino

Di sicuro, Paolo Sorrentino si è divertito. E si sono divertiti gli attori, Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando e il resto del cast, notevole per una serie tv. Perciò, verosimilmente si divertirà Continua a leggere

Mika e Semprini in Rai. Sky sta perdendo appeal?

Niente di che, ragazzi. Niente di epocale. Però qualcosa si muove. L’abbiamo già visto dalle parti di Discovery Italia e La7. Adesso registriamo altri movimenti significativi in zona Sky e Rai. C’è da stare allerta, c’è da lavorare. In pochi giorni due novità sul fronte del mercato tv. Mika sarà la star musicale e non solo dell’autunno di Raidue, quattro serate di one man show che potrebbero accendere la rete diretta da Ilaria Dallatana. Gianluca Semprini, invece, il volto dei Confronti di SkyTg24, sta trattando con Raitre per andare a condurre o il nuovo Ballarò, short version, oppure una striscia quotidiana sui fatti della giornata alla quale sta pensando Daria Bignardi. La firma ancora non c’è, ma tutto fa pensare che arriverà presto.

Questi sono i fatti. Prima Mika, tra qualche giorno Semprini. Cioè: anche Sky perde qualcuno, subisce i contraccolpi di un mercato che, ora che la crisi rallenta, quest’anno si sta facendo più dinamico. È vero, Mika aveva declinato l’ipotesi di un terzo anno a XFactor. Forse il banco della giuria, tra Fedez e Elio, cominciava a stargli stretto. “Ho sempre coltivato segretamente l’ambizione di condurre uno show tutto mio. Ora questo sogno si realizza”, ha dichiarato il cantautore anglo-libanese. Andasse bene la prova su Raidue, non è da escludere che, molto amato dal pubblico giovane e femminile, possa sconfinare anche sulla prima rete, magari in occasione del Festival di Sanremo. Un passo alla volta.

Quanto a Semprini, fosse confermato il suo approdo a Raitre, potrebbe essere un passo verso un’informazione più anglosassone, fattuale e per nulla incline alle rissosità dei nostri talk show.

Mika e Semprini, due figure e due percorsi molto molto diversi, ma due uscite da Sky e due arrivi in Rai. È presto, prestissimo, per dire che Sky perde appeal. Anche Agatha Christie direbbe che due indizi non bastano. Però…

Qual è il segreto di una buona pasta? Fiorello

In fondo Fiorello è come la pasta. Qual è il segreto per fare una buona pasta ? Ci puoi mettere tutti gli ingredienti più ricercati, se li hai. Altrimenti fa lo stesso. Fiorello potrebbe inventarsi uno show leggendo il vocabolario o l’elenco del telefono. Edicola Fiore è l’uovo di Colombo. L’idea era lì, talmente elementare che nessuno ci ha pensato. A cominciare dalla Rai per finire a Mediaset. Andava sul web da mesi, anni. Ha appena vinto il premio È giornalismo!, non la prima e l’unica volta che viene assegnato a un non giornalista professionista (con scorno dell’Ordine e dei sacerdoti dell’ortodossia). E dunque bastava provarci. Ci ha pensato Sky, la scia è partita, il fenomeno virale sui social, sui media, nelle conversazioni tra amici.

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Fiorello ha arruolato Stefano Meloccaro, Jovanotti per la sigla, Fedez come corsivista in collegamento web, i Negramaro come guest star della prima puntata: “Noi siamo come le serie di Sky, nove episodi ma alla fine non si sa chi muore”. No, “siamo l’Unomattina di Sky e tu sei Franco Di Mare”. L’anteprima con Agonia cita le serie doc. Ci sarebbero anche le notizie da dare – 1,4 milioni di persone che devono restituire gli 80 euro, la spazzatura che sommerge le vie di Roma per lo sciopero dei netturbini – ma Fiore sommerge tutto con il “buonumore”, parola chiave, additivo imprescindibile della cura. Agonia, John Wayne, il Depresso, il Dottore, i Gemelli di Guidonia, stanno al gioco. All’autopresaingiro. E alla presa in giro della tv e del circo mediatico, la parodia di Gomorra, dei programmi scomodi che non fanno sconti a nessuno, di Sky che ti bombarda con la promozione e ti sommerge di repliche a tutte le ore e su tutte le reti. Il segreto di una buona pasta è Fiorello. In Italia la buona pasta piace a tutti. Tranne ai celiaci e ai vegani…

Fiorello con Stefano Meloccaro

Fiorello con Stefano Meloccaro

Post Scriptum Ieri sera, in vista del voto di domenica (mentre in Rai si frigna perché si parla troppo di referendum e poco delle amministrative) SkyTg24 ha rispolverato Il Confronto con i sindaci (stasera, davanti a Gianluca Semprini, per la prima volta si troveranno tutti i candidati di Roma). Su SkyUno, invece, ci sarà Gomorra e domani due nuovi episodi di Dov’è Mario: Sky punta a diventare il diario di giornata del ceto colto medio-alto.

La differenza tra Rai e Sky in tre notizie

Vista da Palazzo San Macuto, Gomorra è un incubo. Anzi, un miraggio irraggiungibile. Un’entità astrale, forse: sto parlando della serie, ovviamente. Tanto per gradire, ecco qualche domanda alla rinfusa. Mentre vogliono sapere come impiega il suo tempo Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione Rai, che idea si sono fatti i vari Michele Anzaldi o Maurizio Gasparri di Gomorra? Quanti secoli ci vorranno prima che la Rai produca una serie in grado di reggere il confronto con quella di Sky? Nel frattempo, vale la pena presentare interrogazioni parlamentari su una parolaccia pronunciata da un conduttore che credeva di avere il microfono spento? Mentre ci pensiamo, oggi si è svolta l’ennesima audizione in Commissione di Vigilanza del dg Antonio Campo Dall’Orto. Un paio d’ore a giustificare, illustrare, rispondere, rintuzzare supposizioni dei commissari vigilanti dell’intero arco costituzionale su nomine, fiction, programmini da proteggere e quant’altro. Sull’argomento mi sono già espresso di recente (http://cavevisioni.it/2016/05/05/le-sedute-della-vigilanza-una-docufiction-brezneviana-2/) e non ci torno.

Antonio Campo Dall'Orto, direttore generale della Rai

Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale della Rai

Ciò di cui voglio parlare è la distanza abissale che intercorre tra la quotidianità della nostra tv pubblica, altrimenti chiamata prima azienda culturale italiana, e quella della principale tv a pagamento che agisce sul territorio nazionale. Precisazione: anche la Rai, grazie al canone che quest’anno avrà un gettito maggiorato, è una tv a pagamento. Mentre dal canto suo anche Sky, grazie a canali come Tv8, Cielo e SkyTg24, è una televisione in chiaro. Ci sono ampie parti sovrapponibili e confrontabili tra loro, soprattutto sul telecomando degli spettatori. Semmai, le differenze sono che una è una multinazionale con sede negli States, mentre l’altra, che dovrebbe rappresentare la nostra storia, è gravata dall’invadenza della politica. Rai e Sky sembrano gravitare a distanza siderale tra loro. Televisioni che corrono due gran premi diversi. Basta confrontare la quotidianità dell’una e dell’altra, basandosi sulle notizie di giornata.

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Partiamo dalla Rai.

  1. La prima notizia di oggi, su molti siti e giornali, è l’epurazione di Massimo Giannini, il conduttore di Ballarò (Raitre) in rotta di collisione con il premier Renzi e nuovamente superato dal diMartedì (La7) di Giovanni Floris.
  2. La seconda notizia è rivelata dal Giornale. La produzione del reality show scolastico That’ll Teach ‘Em sul confronto tra i metodi d’insegnamento di mezzo secolo fa e quelli attuali, format inglese esportato in mezza Europa e previsto su Raidue, è stata vinta da Magnolia, società di provenienza del direttore della rete Ilaria Dallatana. Inevitabili le polemiche sul conflitto d’interessi.
  3. La terza notizia riguarda Paolo Bonolis. Definito “un fuoriclasse” da Campo Dall’Orto, il conduttore di Ciao Darwin ha parlato sia con i dirigenti Rai che con quelli Mediaset, ma alla fine ha deciso di rimanere a Cologno Monzese dove per lui si parla di un baby talent.
Ciro Di Marzio in Gomorra 2

Ciro Di Marzio in Gomorra La Serie, seconda stagione

Passiamo a Sky.

  1. La prima notizia riguarda gli ascolti di Gomorra – La Serie seconda stagione, uno show che ormai crea dipendenza. Gli episodi 3 e 4 trasmessi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno sono stati seguiti da 1,1 milioni di telespettatori con un incremento di ascolti dell’89 per cento rispetto agli stessi episodi della prima stagione.
  2. Fiorello ha annunciato su Twitter che la sua Edicola andrà in onda da giugno su Sky. Ma non nella pay tv, bensì su Tv8, uno dei canali in chiaro sopracitati. Saranno solo nove morning show “per vedere l’effetto che fa”. Con probabile ritorno in pianta stabile, dall’autunno. Nei giorni scorsi qualcuno aveva precipitosamente annunciato l’approdo in Rai dello showman. In realtà la firma della collaborazione con Sky risale già a qualche mese fa.
  3. Terza anticipazione: il canovaccio di Dov’è Mario?, la serie in quattro serate da mercoledì su Sky Atlantic. Con un certo scorno dei colleghi che attendevano la conferenza stampa, Repubblica ha pubblicato “l’editoriale supercazzola” a firma Mario Bambea, l’intellettuale di sinistra interpretato da Corrado Guzzanti che si sdoppierà nel comico trash Bizio.

È proprio così ovvio che Rai e Sky siano tv a due velocità? È proprio inevitabile che, parlando a un pubblico più vasto, la Rai debba perdere così tanto in qualità di contenuti e linguaggi? Non sarà che l’invadenza della politica in Rai faccia un po’ troppo da zavorra?

Scrosati: Gomorra? Non c’è due senza tre e quattro

L’astinenza è finita: domani parte su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 la seconda stagione di Gomorra. Avete già deciso anche la terza?

Si, la scrittura è già a buon punto. Stiamo anche già ragionando sulla quarta”.

Squadra che vince non si cambia?

“La squadra è in continua evoluzione, a partire dall’inserimento di Claudio Giovannesi che ha diretto gli episodi 7 e 8. Ma si tratta di una squadra che si basa su fondamenta solide, dal contributo fondamentale di Roberto Saviano a quello cruciale di Stefano Sollima, dal team di Cattleya guidato da Gina Gardini a quello di Sky guidato da Nils Hartmann e dagli sceneggiatori che creano la materia su cui tutta la serie si regge. Rispetto agli attori una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima, che vuol dire che i nostri protagonisti possono morire. D’altronde, questa è la lezione che arriva dal miglior cinema di genere, a partire da quello di Scorsese, capace di far morire un protagonista improvvisamente, magari in una scena secondaria. Tanti ci hanno detto ad esempio che Donna Imma non doveva morire. Io sono persuaso del contrario: una storia dove tutti sono a rischio è narrativamente più tesa, ed è più realistica. Anche nella seconda stagione ci sono molte sorprese, ogni puntata potrebbe contenere una svolta davvero inaspettata”.

Andrea Scrosati, 44 anni, vicepresidente di Sky Italia, responsabile di tutti i contenuti non sportivi della tv del gruppo Murdoch è considerato “l’uomo che ha cambiato le sorti dell’intrattenimento in Italia” (Studio). Grazie alla sua spinta e alla sua supervisione sono nati Romanzo criminale, la nuova edizione di X Factor, Masterchef e molti altri progetti. Probabilmente Gomorra è il vertice creativo e produttivo della sua direzione. Finora. Ho parlato con Scrosati dei cambiamenti nel mondo della serialità, americana ed europea.

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Una serie in napoletano stretto è stata venduta in più di 150 Paesi. Come ci è riuscita? E ve lo aspettavate?

“Eravamo convinti della forza di questa storia, ma ammetto che non ci aspettavamo questo successo internazionale. In molti ci dissero che una serie in napoletano non se la sarebbero vista nemmeno a Roma, figuriamoci a Parigi… Credo che oggi il panorama dei prodotti seriali si possa raggruppare in tre macrocategorie: quelle local local, quelle glocal e quelle global. Le local-local sono rilevanti per un singolo territorio, si basano su archetipi ed elementi che fuori dal loro contesto culturale sono di difficile comprensione. Quelle glocal – di cui Gomorra è un esempio perfetto – raccontano archetipi universali in contesti locali, hanno un elemento di grande realismo per un pubblico locale ma allo stesso tempo sono storie evocative anche per chi vive in paesi e realtà diverse. La tensione per il potere, i conflitti generazionali, l’effetto distruttivo della violenza, della corruzione, sono in fondo gli stessi elementi che sono alla base di una serie come Games of Thrones. Esempio perfetto di serie glocal era The Wire, sulla vicenda dei sindacati dei portuali di Baltimora, girata in dialetto stretto. Anche in quel caso si era partiti con un cast ignoto a livello internazionale. Ma come accadde per Idris Elba che da The Wire in poi è divenuto una star globale, così Fortunato Cerlino (Pietro Savastano) dopo Gomorra ha già recitato in due stagioni di Hannibal e sta lavorando ad altri progetti internazionali”.

Dovesse dire qual è il suo maggior punto di forza indicherebbe il cast corale, la qualità della scrittura, l’imprevedibilità della trama o altro?

“Come per ogni cosa, il tutto è il frutto di tanti elementi singoli e della loro armonia. Senza una scrittura di straordinario livello non ci sarebbero le basi per nulla. Senza un cast credibile e di grandi professionisti il risultato finale sarebbe imbarazzante. Senza una regia capace di un punto di vista straordinariamente realistico ed originale non ci sarebbero le atmosfere che fanno di Gomorra un prodotto di riferimento internazionale, e potrei andare avanti a lungo”.

Gomorra è stata la prima produzione europea capace di ribaltare il flusso abituale della serialità, dal centro dell’impero alla provincia europea. Che possibilità c’è di ampliare questa direzione contraria?

“Era già successo prima con alcune serie scandinave, ad esempio The Bridge e The Killing. Ed è successo contemporaneamente a Gomorra con Les Revenants di Canal+ e successivamente con una serie tedesca bellissima: Deutschland ’83. È interessante come in alcuni casi il mercato internazionale acquisisce il format per fare un remake, come nel caso delle serie scandinave, e in altri invece acquisisce il prodotto originale doppiandolo o sottotitolandolo, come nel caso di Gomorra e Deutschland ’83. Per un anno Weinstein ha provato a doppiare in inglese Gomorra, poi ha preso atto che la versione in Napoletano era molto più forte e Sundance Channel ha annunciato la messa in onda in originale con i sottotitoli, come è avvenuto per Deutschland ’83.

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Il mercato sta anche proponendo prodotti ibridi. L’esempio perfetto è Narcos, serie di Netflix per il mercato americano, diretta da un regista brasiliano (Josè Padilha), prodotta da una casa francese (Gaumont), per il 40 per cento in spagnolo. Questa tendenza crescerà per ragioni industriali. Negli ultimi anni Hollywood è passata da una media di circa 220 serie l’anno alle 450 di oggi (tra nuove e rinnovi). Il ritmo di produzione aumenta, e inevitabilmente diminuisce la qualità del racconto. C’è meno tempo a disposizione. È una trasformazione già avvenuta nel cinema. Producendo di più si vuole andare sul sicuro e si punta su prodotti dove al posto della storia comandano gli effetti speciali… Si è più tranquilli producendo l’ennesimo blockbuster di supereroi che andando alla ricerca di una storia sofisticata…”.

Tornando all’Europa e al suo peso nel mercato…

“C’è uno spazio da riempire. Con l’ingresso di nuovi soggetti anche le piattaforme europee stanno capendo che o producono autonomamente o vengono trascinate in una gara al rialzo per l’acquisizione dei contenuti. Il pubblico europeo e quello asiatico non trovano più la qualità di racconto di qualche anno fa. Ma siccome sono abituati al livello americano, anche i produttori europei e asiatici devono crescere. A Hollywood gli studi che fanno cinema sono gli stessi che producono le serie. Così è in atto una progressiva standardizzazione che rende più difficile soddisfare la richiesta di qualità e originalità. Questo non significa che dagli Stati Uniti non continuino ad arrivare serie straordinarie, come True Detective o House of Cards, ma significa anche che la ricerca di qualcosa di diverso spinge molte star americane ad essere stimolate a lavorare in Europa, come per esempio è avvenuto con Jude Law e Diane Keaton in The Young Pope”.

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

L’avvento di Netflix, Amazon e Apple quali cambiamenti sta portando nella produzione di contenuti?

“L’avvento di player come Netflix, Amazon, Hulu, ha reso ancora più competitivo tutto il settore, ha stimolato una corsa alla creatività che può solo avere effetti benefici. D’altro canto però anche per questi player, come per tutta l’industria, c’è un tema di quantità vs qualità. Credo che se si raffronta House of Cards, prima produzione di Netflix, con alcune delle loro produzioni più recenti, la differenza sia abbastanza evidente”.

Negli anni zero abbiamo avuto Mad Men, Lost, I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad, West Wing, Glee. Negli ultimi anni dall’America sono arrivati House of Cards, Mr Robot e poco altro.

“Le serie tv sono nate su alcune tv via cavo come luogo della sperimentazione di una scrittura più sofisticata, di plot complessi, mai banali, sfidanti anche per il pubblico. Quando anche i grandi network free americani hanno cominciato a commissionare serie questo ha inevitabilmente portato ad una semplificazione dei linguaggi, ad una minore propensione al rischio, considerando i budget coinvolti. Ma se si vuole produrre innovazione, se si vogliono creare nuovi linguaggi, bisogna necessariamente mettere in conto diversi fallimenti. Il bello è che se non lo fa l’industria mainstream ci sarà sempre qualcuno disponibile a farlo che magari diventerà leader nel mercato dopo pochi anni”.

La globalizzazione è amica o nemica della serialità?

“Può essere entrambe le cose. Se diventa l’alibi per non rischiare e puntare sul minimo comun denominatore si ottiene un effetto-omologazione, un fritto misto senza sapore e personalità. Diversamente, la globalizzazione può essere una grande opportunità di contaminazione culturale. Quando Sollima gira Gomorra2 è inevitabile che utilizzi spunti e idee che derivano da serie del resto del mondo, magari da Narcos, magari da The Wire. Gli sceneggiatori di 1992 sono cresciuti anche con i political drama scandinavi, e così via”.

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Vivendi è entrata in Mediaset Premium nella prospettiva di creare un polo europeo. Anche Sky sta razionalizzando e unificando Italia, Germania e Gran Bretagna. Esiste uno specifico narrativo europeo?

“Certo che sì. Come esiste uno specifico latino americano, mediorientale e così via. Ma direi che esiste anche uno specifico italiano, uno brasiliano, e all’interno dei paesi scandinavi uno danese ed uno norvegese. Eppure l’ultima cosa che devi fare è tentare una definizione di questo specifico, perché è il momento in cui neghi il principio di creatività. Ogni realtà culturale è di per sé fluida, in movimento, si fa contaminare e contamina. Certamente possiamo identificare alcuni generi che alcuni territori hanno sviluppato più di altri, dalle commedie francesi sofisticate e basate sui dialoghi come Cena tra amici ai noir del nord europa. È anche vero però che questi generi sono stati obbligati per decenni dai budget necessari per realizzarli. Ad esempio per cinquant’anni i film di fantascienza realizzati in Italia si contavano sulle dita di una mano perché il mercato non giustificava gli investimenti necessari. Oggi grazie alla tecnologia digitale questo non è più un limite. E così non escludo affatto che nei prossimi cinque anni dal nostro paese possa nascere una serie sci-fi con ambizioni globali, o un film di supereroi. Anzi, in fondo, mi pare che Lo chiamavano Jeeg Robot ha dimostrato che il genere può essere affrontato con un approccio completamente originale ed affascinante…”.