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«Spero che il Papa edifichi la Chiesa, prego per lui»

Antonio Socci fa tutti i giorni la spola da Siena a Perugia per andare alla Scuola di giornalismo della Rai che dirige dal 2004. Tre ore al giorno di macchina: come le impieghi e dove trovi il tempo per leggere i tomi che citi in Il dio Mercato, la Chiesa e l’Anticristo (Rizzoli)? «In macchina ascolto la radio, telefono, prego… Quanto ai libri, questo è un argomento che bazzico da parecchio». Da quando era ragazzo, si può dire. Fin dai tempi del Sabato, il settimanale dove entrambi abbiamo lavorato e al quale, nell’introduzione, riconosce l’intuizione illuminante di questa controversa epoca, sulla scorta di due pilastri della letteratura del Novecento: Il racconto dell’Anticristo del pensatore russo Vladimir Sergeevic Soloviev e il romanzo distopico Il padrone del mondo di Robert Benson. Era il 1988, il Muro di Berlino doveva ancora cadere e negli anni successivi, dopo esser divenuto un classico del movimento di Comunione e liberazione, il dialogo tra l’imperatore e lo starets Giovanni fu riproposto dal cardinale Giacomo Biffi negli esercizi spirituali alla Curia romana del 2007 e, in diverse occasioni, da Benedetto XVI. Il passaggio più significativo è nel faccia a faccia tra l’imperatore, un «messia del politicamente corretto», cui i rappresentanti delle religioni si sottomettono, e il mistico, testimone degli ultimi cristiani, che gli resiste. Al quale l’imperatore chiede, irritato: «Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare, che cosa avete di più caro nel cristianesimo?». La risposta, umile ma fiera, dello starets è un manifesto: «Grande sovrano, quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente la pienezza della divinità».

Socci è da alcuni anni un acceso critico del magistero di papa Francesco, perciò, accostandosi alla lettura di un saggio che ha l’Anticristo nel titolo c’è di che temere. Invece si conclude con l’invito a raccogliere l’esortazione di papa Francesco a pregare per lui.

Come mai?

«Perché lo chiede. E prego affinché si converta e si ponga sulla strada di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Finora sembra quasi volersi identificare con inquietanti figure bibliche. Vorrei che lo salvassimo da questa deriva».

È una conclusione che sorprende perché sei considerato uno degli antagonisti più intransigenti del magistero di papa Francesco. Qualcosa ti ha frenato?

«No. Ho scritto liberamente ciò che penso. Ma non mi riconosco nel ruolo di antagonista. Sono solo un giornalista. Ogni giorno da sei anni mi auguro di scoprire di avere torto. Faccio il tifo contro di me, ma purtroppo Bergoglio provvede da solo a confermare i miei timori. Da povero cristiano, con dolore, scrivo su questa situazione solo per dovere di coscienza. Mi costa. Preferirei continuare a pubblicare testi di apologetica come ho fatto per trent’anni».

Fino a un certo punto sembrava che la tua riflessione portasse a identificare Francesco con l’Anticristo.

«Nel suo libro L’Anticristo Joseph Roth scrive che l’Anticristo è in ognuno di noi. Ciò che si oppone a Cristo è anche in noi. Nell’Apocalisse si profetizza poi che questa opposizione al Redentore diventerà un giorno un sistema, un potere politico ed economico planetario. Il catechismo della Chiesa cattolica ci spiega che avrà un’ideologia anticristiana, ma mascherata da umanesimo. Sarà una “impostura religiosa”. È una filantropia che usa parole cristiane, ma in realtà espelle Cristo e pone l’uomo al posto di Dio. Chi ha autorità nella Chiesa deve fare come Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, non può essere supporto a questa impostura».

Oltre l’affermazione, condivisibile, temi che questo stia avvenendo?

«Sì».

L’Anticristo è un sistema economico, una nuova seducente religione basata su filosofie facilmente condivisibili o «un sorridente inquinatore» come dice Vittorio Messori?

«Ci sono tutte queste componenti. Solovev lo dipinge come “un messia del politicamente corretto”, perfino europeista ed ecologista. Anche Massimo Cacciari vede nella modernità un potere fortemente anticristiano. Quello che fa pensare è la divinizzazione del mercato. Sono formidabili le pagine di Walter Benjamin sul “Capitalismo come religione”. Nel libro riporto le riflessioni di Jacques Attali, di Giulio Sapelli e Giulio Tremonti, non tre pericolosi sovversivi, che descrivono lo strapotere del “mercatismo” che si mangia la democrazia, i popoli e gli Stati. Inoltre si associa ad esso il prometeico potere della tecnica che ormai minaccia l’umano fin nella sua essenza. Del resto per la prima volta nella storia l’uomo ha il potere, premendo un solo bottone, di distruggere il mondo e l’umanità. Se non è apocalittico questo…».

Papa Francesco è danneggiato dalla narrazione dei media che ne enfatizzano gli interventi organici alle filosofie umanitarie, mondialiste, ecologiste?

«No. Lui finora è stato così.».

Per esempio, sottolineano in chiave anti Salvini i pronunciamenti favorevoli all’accoglienza ai migranti.

«Ma papa Bergoglio ha fatto delle sue battaglie politiche il connotato del suo pontificato. Come ha detto Marcello Pera, in lui non senti il Vangelo, ma solo la politica. Del resto se i media mainstream che attaccavano i suoi predecessori ora applaudono lui acriticamente, vorrà pur dire qualcosa».

Ma tu all’inizio gli avevi fatto un’apertura di credito.

«Certo. Era doveroso. Ma sono bastati sei mesi per farmi ricredere. Anzitutto fu il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, una famiglia religiosa mirabile, piena di vocazioni, che viveva di ascesi, preghiera e povertà. Non essendo cattoprogressista era guardata male. Poco dopo, nell’ottobre 2013, arrivò la prima intervista a Eugenio Scalfari e a quel punto mi fu chiaro chi è Bergoglio».

Scalfari non ha l’abitudine di prendere appunti o di registrare, tanto che i contenuti di quelle conversazioni hanno collezionato smentite.

«Non sono state vere smentite, infatti quei colloqui sono stati ripubblicati dalla Libreria editrice vaticana, perciò… Se un giornalista attribuisce a un papa delle enormità e questo non smentisce categoricamente, fa ripubblicare quelle interviste e addirittura torna a farsi intervistare da lui che si deve pensare?».

Qualche giorno fa, ricevendo i membri del centro studi Rosario Livatino, Francesco ha condannato decisamente il ricorso all’eutanasia.

«Ogni tanto si allinea al magistero dei suoi predecessori. Ma capita molto sporadicamente e i suoi sostenitori e i media lo elogiano proprio per la discontinuità. Infatti piace a Repubblica invece che ai cattolici. I quali sono disorientati anche per le enormità pastorali che caratterizzano il suo pontificato. Del resto i fatti hanno dimostrato che cedere alla mentalità mondana non solo non porta alla fede i lontani, ma allontana anche i fedeli. Come già era accaduto in America latina dove si è consumato il colossale fallimento del cattoprogressismo che ha visto fuggire dalla Chiesa milioni e milioni di fedeli. Purtroppo nel 2013 un cattoprogressista argentino è stato messo a capo della Chiesa universale, così ora si replica quel fallimento su scala planetaria».

In questi giorni, in una lettera apostolica ha parlato del presepio come di un «mirabile segno», invitando a farlo nelle case e nei luoghi di lavoro.

«Lo ha fatto per cercare di rifarsi l’immagine dopo la catastrofica figuraccia del Sinodo amazzonico. E dopo aver elogiato il presepio ha specificato anche di non strumentalizzarlo. Quindi alla fine è pure questa un’iniziativa anti Salvini. Anche le, poche, cose condivisibili che dice sono minate da una logica politica».

Dicevamo che il tuo è un libro apocalittico. Siamo già nel tempo dell’apostasia che precede il giudizio finale?

«Cito il grande teologo del Concilio Jean Danielou il quale spiega che il tempo cristiano è per definizione un tempo apocalittico. Con la morte e resurrezione di Cristo tutto è già compiuto, nulla di sostanzialmente nuovo può più accadere. Il tempo è dato per scegliere: con Cristo o contro. Anche Ivan Illich conferma che dopo l’era cristiana non esiste un’era post cristiana, ma solo un tempo apocalittico, quello dell’Anticristo. Invece, al convegno di Firenze del 2015, papa Francesco ha detto che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”. Come se potessero esistere epoche nuove e la Chiesa dovesse adeguarvisi. Ma la Chiesa non deve adeguarsi ai tempi, deve salvare tutti i tempi».

Cos’è questo tempo apocalittico, questa «grande apostasia»?

«La Chiesa rivive in tutto la vicenda di Gesù. Questo tempo è il suo venerdì santo. Il momento in cui Gesù è stato tradito e abbandonato. I papi del Novecento hanno avvertito la drammaticità di quest’ora, documentata anche dagli eventi del secolo breve. Le parole di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che riporto nel libro sono impressionanti».

La presunta sintonia tra Benedetto XVI e papa Francesco è appunto molto presunta?

«Bergoglio è agli antipodi di tutti i suoi predecessori. Faccio solo un esempio. Interpellato dalla Stampa su quale sia l’emergenza per l’umanità contemporanea Bergoglio ha parlato della diminuzione della biodiversità. Sinceramente una risposta così può darla il presidente del Wwf. Qualunque papa del nostro tempo avrebbe indicato la cancellazione di Dio come la tragedia di questa epoca. Nei suoi ultimi interventi Benedetto XVI lo ha ripetuto».

Perché secondo te papa Francesco non ha mai risposto al documento dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò sul fatto che fosse a conoscenza delle pratiche dell’ex cardinale Theodore McCarrick?

«Penso che monsigor Viganò abbia fatto scacco al re e il re ha deciso di buttare per aria la scacchiera.

Non c’è il pericolo di strumentalizzare Benedetto XVI in chiave anticomunista e antibergoglio?

«Piuttosto, vedo un altro pericolo, e cioè che quella parte del mondo cattolico cresciuta nella fede con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI oggi, per reazione, rischi di lasciarsi sedurre dalle sirene lefebvriane. Non a caso questi ambienti ipertradizionalisti sono molto più critici verso il magistero di Karol Woytjla e Joseph Ratzinger che non verso Jorge Mario Bergoglio».

L’insistenza sulle radici cristiane dell’Europa era la battaglia degli atei devoti, perché è così importante?

«No, è stata la battaglia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. L’eliminazione del richiamo alle radici cristiane è la prova che la nuova Unione europea, laicista e tecnocratica, voleva tagliare le sue fondamenta. Questo odio del cristianesimo è un capitolo dell’odio di sé dell’Occidente in nome del multiculturalismo. Ma se non si sa più qual è la propria identità non è possibile neanche la famosa integrazione. L’Europa di Maastricht non voleva essere più ancorata alla sua storia, al cristianesimo e a ciò che questo significava, per esempio sui temi etici».

La Chiesa attuale non si accorge di tutto questo?

«Bergoglio è allineato all’ideologia dominante. Dice che l’Europa deve identificarsi con “accoglienza” e che non bisogna essere “identitari”. Questo è nichilismo».

Forse ritiene i temi sociali più importanti dei temi etici?

«Nel mondo si praticano ogni anno circa 50 milioni di aborti. Due giganti come Giovanni Paolo II e Madre Teresa ritenevano questa la più grande tragedia del nostro tempo. Non è solo una tragedia etica, ma anche sociale: quei bimbi sono gli ultimi degli ultimi diceva Madre Teresa. La globalizzazione ha due facce complementari ed entrambe disastrose: la deregulation finanziaria e la deregulation antropologica. La Chiesa deve combatterle entrambe».

L’insistenza sul katechon, sul tenere a freno, non rischia di fare della Chiesa un’entità antimoderna?

«Modernità è una categoria ideologica, presuppone che la storia marci per sua natura verso il Bene: basta vedere cosa è stato il Novecento per capire che è un’idea farlocca».

Ma criticando papa Bergoglio non si rischia di sottovalutare le esigenze dei popoli più poveri e dei conseguenti movimenti migratori o della situazione climatica del pianeta?

«È esattamente il contrario. È il Papa che sottovaluta la complessità di queste emergenze, usando slogan degli anni Settanta sui ricchi e i poveri. Siamo in uno scenario diverso nel quale domina il dio mercato che pretende di essere legge a se stesso e dagli anni Novanta ha imposto una globalizzazione la quale trova negli Stati e nelle sovranità dei popoli l’unico ostacolo. Per questo attaccare i sovranisti ed esaltare i globalisti e la Ue come fa Bergoglio è perfettamente funzionale ai poteri forti. Anche sull’emigrazione. Come non vedere che i movimenti migratori rispondono alla necessità del mercato di disporre di manodopera a basso costo e senza garanzie sociali? Non a caso i vescovi africani e il cardinal Robert Sarah sostengono a gran voce che favorire i flussi migratori porterà alla morte dell’Africa. Al contrario, Bergoglio da anni ha fatto del migrazionismo la sua bandiera».

Ora la battaglia che conta è quella contro il cambiamento climatico.

«Bergoglio ha assunto come indiscutibile dogma di fede quel riscaldamento globale per cause umane che la scienza stessa considera un’ipotesi, su cui oltretutto ci sono opinioni diverse. Ma, quand’anche fosse un’idea fondata, Gesù è venuto a salvare le anime, non il pianeta. Anzi, ha detto che <il cielo e la terra passeranno>. È solo Lui che non passerà. La Chiesa dovrebbe annunciare cieli nuovi e terra nuova e non trasformarsi nella guardia forestale del pianeta. San Tommaso e Sant’Agostino dicono che agli occhi di Dio la salvezza di una sola anima vale più di tutto l’universo creato».

 

La Verità, 8 dicembre 2019

Giusto che Lerner vada in onda, Salvini ha sbagliato

Caro direttore,

concedimi qualche riga per manifestare il mio dissenso sulla campagna contro Gad Lerner di questi giorni. Non che l’editorialista di Repubblica – dov’è stato rilanciato con una certa enfasi dalla direzione di Carlo Verdelli che anche da direttore editoriale dell’informazione Rai l’aveva richiamato in servizio –  non smuova antipatia e avversione con le sue liste di proscrizione, l’intercessione per «le classi subalterne» dall’alto dell’elicottero dell’Avvocato Agnelli e dello yacht dell’Ingegner De Benedetti, le lamentazioni di censure dal pulpito del talk show più glamour di Rai1 dove promuovere il suo Approdo nuovo di zecca su Rai3. Ci sono tutti i motivi perché uno così vada di traverso e provochi contrarietà. All’incirca gli stessi che smuove Fabio Fazio che gli ha fatto da cerimoniere nell’ospitata di cui sopra, e che è pagato in modo esorbitante con il denaro pubblico del canone. Per inciso, lo dissi personalmente al suo agente, Beppe Caschetto, alla presentazione dei palinsesti di due anni fa, quando il passaggio di FF alla rete ammiraglia fu annunciato in pompa magna: «Beppe, vedrai che questo megastipendio diventerà un boomerang». Tanto più ora che Fazio ha scelto scientificamente la rotta di collisione sui porti chiusi salviniani, invitando ogni domenica qualcuno che li contestasse e accampasse ragioni per l’accoglienza urbi et orbi. Riassumendo: il caso Fazio e il caso Lerner si assomigliano per la faziosità dei contenuti, le lamentazioni e la propensione all’autoproclamazione di martiri in favore di telecamera e i giornaloni a fare il tifo. La somiglianza si stempera solo a proposito dei compensi, iperbolico quello di Fazio, tanto che, dopo il ridimensionamento, si accaserà su Rai2, poco proporzionato quello di Lerner se rapportato agli ascolti, solitamente modesti dei suoi programmi.

Detto tutto questo, c’è un motivo ancor maggiore per cui, forse ingenuamente, non avrei inaugurato la campagna contro l’ex conduttore di Milano, Italia. Ed è il principio del liberalismo, l’accettare e il confrontarsi con opinioni contrarie, una certa magnanimità che, ahimè, spesso finisce per mancare agli uomini di potere. Vincere va bene, stravincere meno, recitava un vecchio adagio. Ritengo che Matteo Salvini abbia sbagliato a innescare questa polemica su Lerner, offrendo il pretesto a certe sinistre prefiche di piangere su editti inesistenti. Lo ha fatto da ministro degli Interni, da segretario leghista, da vicepremier? In tutti i casi, mi pare inopportuna. Criticare il volto noto che lamenta censura proprio mentre ha a disposizione microfoni e vetrine tv, va bene. Ma a questo, per conto mio, ci si dovrebbe fermare. Forse anche per malizia. Lerner faccia il suo programma, senza censori sul piede di guerra: sarà un testimonial suo malgrado del liberalismo della Rai al tempo dei gialloverdi (o forse è il caso di dire verdegialli?). Questo sì sarebbe davvero «governo del cambiamento»: tenere lontane le mani della politica dalle scrivanie di Viale Mazzini. Lo hanno promesso anche i governi precedenti senza mai riuscirci, come documentano le dimissioni di Verdelli e ancor prima di Antonio Campo Dall’Orto, indotte dal fuoco amico renziano. Se il governo verdegiallo vuol davvero cambiare, non vieti il ritorno in tv degli avversari ed eviti di mettere becco sulle scelte di amministratore delegato e presidente Rai. A quel punto chi potrà azzardarsi a parlare di bavaglio, censure e mancanza di democrazia? Anche quella di non occuparsi di nomine e di palinsesti della tv pubblica è una promessa che Salvini potrebbe e dovrebbe mantenere.

Siccome però, il pluralismo è sacro in tutte le direzioni, il cambiamento si dovrebbe e potrebbe vedere dall’aggiunta di voci dissonanti rispetto al pensiero unico, un po’ nel solco di quello che sta tentando di fare, magari disordinatamente, Carlo Freccero a Rai2. Qualche suggerimento per promuovere una narrazione alternativa? Ecco i primi che mi vengono, d’istinto, senza pensarci troppo: Alessandro D’Avenia, Paola Mastrocola, Antonio Socci, Davide Rondoni e Giovanni Lindo Ferretti per i temi di approfondimento culturale, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Costanza Miriano per l’attualità, Pupi Avati per la fiction, Federico Palmaroli (Le frasi di Osho) per la satira, oltre al recupero di Milena Gabanelli e Massimo Giletti…

C’è molto da fare, come si vede. E probabilmente c’è spazio per molti, se non proprio per tutti.

Un caro saluto.

La Verità, 3 giugno 2019

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016