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«A Natale? Vorrei la serie della Dottoressa Giò»

Televisione, radio, cinema, libri, comicità, fiction, intrattenimento, biografie sue e di altri, maschere, personaggi inventati: se c’è uno davvero multitasking è Nino Frassica. L’ultima scia di successo è quella di Indietro tutta trenta e l’ode, rievocazione per il trentennale della leggendaria trasmissione ideata e condotta con Renzo Arbore, che su Rai 2 ha battuto tutti i record di ascolti. Insomma, Frassica: un globetrotter dello spettacolo, un acrobata del surrealismo, un funambolo del linguaggio. Che non teme l’andamento lento né lo stile d’antan. Vincono su tutto la gag, l’ironia e la risata che smontano le rincorse quotidiane, lo strapotere della tecnologia, il dogma della connessione, il ricatto dell’ambizione.

Buongiorno Frassica, solo uno come lei può avere un cellulare ancora numerato con il 337.

«Sono rimasto l’ultimo. Infatti, dopo il 337 rispondo subito senza bisogno di digitare gli altri numeri».

Altra singolarità: è spatentato. Pentito?

«Ma quando mai. Ho la fobia dell’auto, come quelli che ce l’hanno dell’aereo o dell’ascensore… Però guido il camion a rimorchio».

L’ha stupita il successo di Indietro tutta trenta e l’ode?

«Un po’ sì. È un fatto intergenerazionale, come direbbero le persone studiate: un gradimento che ha coinvolto quelli degli anta, che ci seguivano all’epoca, e i millennials – sente come sono moderno? – che ne hanno sentito parlare dai genitori».

Un programma durato tre mesi che sbanca trent’anni dopo.

«Il coraggio e la genialità di Arbore lasciarono il segno, facendoci scoprire che si poteva ridere di tutto, canzonare gli intoccabili. Già l’aveva fatto nell’Altra domenica».

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l'ode»

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l’ode»

Cos’ha detto ad Arbore visti gli ascolti?

«La mattina dopo la prima puntata non riuscivo a parlargli. Ero sul set di Don Matteo e avevo il silenzioso. Lui era sempre al telefono, così gli ho mandato un messaggio. Finalmente, all’una e mezza, ci siamo felicitati».

Altri progetti insieme?

«Ne abbiamo troppi per la nostra pigrizia: pensiamo, facciamo… Alla fine rinviamo sempre. Questa non l’abbiamo rinviata perché il trentunnale sarebbe venuto male».

Com’è il Natale in casa Frassica?

«Di riposo. A Roma corro sempre e non mi godo né il successo artistico né quello economico e nemmeno quello umano. Quando scendo a Messina, anzi, a Galati Marina che, come s’intuisce, è sul mare, mi accorgo della vita che faccio. Rivedo qualche registrazione, leggo qualche articolo sfuggito, guardo l’estratto conto della banca. Faccio letture piacevoli, le critiche negative no, le butto. Poi vengono a trovarmi sorelle, fratelli, nipoti, vecchi amici».

Albero o presepio?

«Presepe, ma vivente. La casa è grande, faccio un presepe kolossal con tante comparse per le mie nipotine Greta, Elena e Marta. Insieme al bue e l’asinello ci metto Peppa Pig, i Puffi, gli Jedi di Star Wars, l’Uomo ragno».

Un presepe postmoderno. Panettone o pandoro?

«Panettone».

Una tradizione di casa sua?

«Gioco non stop. Siccome c’è chi vorrebbe giocare a carte e chi a tombola, facciamo la tombola con le carte. Siamo capaci d’iniziare il 24 e di andare avanti fino al 28, stremati».

Cosa si vince?

«Pagine del libro Sani Gesualdi Superstar. Chi fa ambo vince venti pagine, chi fa terno trenta, quaterna quaranta, cinquina cinquanta, chi fa tombola tutto il libro».

Invita qualcuno importante della tv?

«Per esempio?».

Che ne so: Don Matteo, Gigi Marzullo, Roberto Giacobbo, Davide Mengacci, Cristiano Malgioglio?

«Li invito tutti, pure quelli che stanno dietro il telegiornale come Gabriele Paolini, Niki Giusino, ha presente? Qui non ci sono telecamere, però vengono lo stesso».

Giocano anche loro a tombola con le carte?

«No, non li facciamo giocare, ci vendichiamo e li carichiamo di botte».

Per quello che fanno in tv?

«Li puniamo».

Il menù cosa prevede?

«Ci penso da settimane. C’è ancora qualcosa che non mi convince del tutto, ma penso che proporrò una ricetta di carne e pesce misto. Bistecche alla fiorentina con merluzzo, oppure pesce spada con carne tritata; devo decidere».

Se la sente Carlo Cracco…

«Mi scrittura per il suo ristorante».

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Regali prediletti?

«Vestiario con la misura più grande perché a Natale s’ingrassa».

Con quel menù. Va alla messa di mezzanotte o fa venire Sani Gesualdi a casa?

«Magari potesse, Sani Gesualdi è morto nel 1777. A mezzanotte fa troppo freddo. Però abbiamo delle messe registrate e le proiettiamo».

Sani Gesualdi le rimprovererebbe il Natale troppo consumistico?

«No, anche a lui piaceva il lusso. L’importante è che sia povero e moderato».

Quindi gioca a tombola con le carte. E io che pensavo passasse la giornata su Instagram…

«Non ce l’ho Instagram, solo Facebook».

Ah, si rifà con Facebook.

«Abbastanza… Poi ascolterò le puntate registrate del Programmone su Radio 2».

Già che fa anche la radio.

«Non mi faccio mancare niente».

In Complimenti per la connessione è stato un maestro Manzi digitale: che rapporto ha con la tecnologia?

«Piano piano ho imparato delle cose, vado lento. Poi però si recupera, basta un click e si trova tutto. Per la Dottoressa Giò però vanno bene anche le videocassette, ho tenuto apposta il videoregistratore».

Ha mai pensato a una sua web tv?

«Veramente no, c’è tutto su Youtube».

La vigilia, oggi che è domenica, guarda Barbara D’Urso o prepara la cena a base di pesce?

«Che domande mi fa? Il mio televisore è sempre sintonizzato su Barbara D’Urso, anche quando stiro. A volte resto incantato e brucio le camicie».

Allora, non guarda per la ventitreesima volta La vita è meravigliosa di Frank Capra?

«Solo se non c’è Barbara D’Urso. Vuole che le sveli un segreto?».

Son qui apposta.

«Guardavo sempre Il Grande fratello quando lo presentava lei. Anzi, dovrebbe tornare così s’incontrano una bella trasmissione e una brava conduttrice. Adesso sto cercando le videocassette della Dottoressa Giò, la serie in cui faceva il medico. Non curava i pazienti, però li intervistava… Intervistava anche i parenti piangenti. Cerco l’intera serie. Sono disposto anche a pagare mille euro a puntata, che per una videocassetta è tanto».

Com’è nata la sua vena comica?

«Al bar, per noia. E dalla disoccupazione, dal non voler studiare».

Dal cazzeggio con gli amici.

«Anche con quelli più grandi. Da ragazzo frequentavo già i quarantenni e i cinquantenni. I coetanei parlavano solo di calcio, invece io ero fissato con la musica. Poi guardavo Cochi e Renato in tv e ascoltavo Alto gradimento di Arbore, con Mario Marenco e Giorgio Bracardi. Ora li ho coinvolti nel Programmone».

Come nascono i personaggi?

«I personaggi cambiano, ma alla fine sono sempre io con la mia faccia. Le battute sono le stesse dall’esordio».

La fonte ispiratrice?

«Alto gradimento, L’Altra domenica».

Stanlio e Ollio o Charlot? Totò o Walter Chiari?

«Stanlio e Ollio e Totò. Stanlio e Ollio interpretavano pompieri, ladri o carabinieri, ma restavano sempre loro. Quello che piace fare anche a me, con le dovute proporzioni. Poi apprezzo pure Walter Chiari e Charlot».

Una perla del libro dice che «Sani Gesualdi ebbe un’infanzia, da piccolo»: lei quando l’ha avuta?

«Anch’io da piccolo, però frequentavo i grandi. Volevo capire prima le cose e iscrivermi subito alla quinta elementare. Mi hanno fatto fare la prima la seconda la terza la quarta e la quinta in un solo anno».

Quindi ha studiato parecchio prima di andare al bar.

«Prima del bar ero curioso. Cercavo l’altro, per rompere la monotonia della vita di provincia. Trovare il diverso è una forma di libertà. Quando passava qualche circo, ambulanti o comici di strada, mi buttavo. Devo aver visto anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Poi sono arrivate radio e televisione».

Altra perla, tra i premi del Music sciò di Scasazza c’è «un quadro astratto e un quadro concreto» e pure «un quadro della situazione»: come le vengono?

«Sono cose che esistono, cose logiche».

La copertina dell'ultimo libro di Sani Gesualdi: anche a lui piaceva il lusso...

La copertina dell’ultimo libro di Sani Gesualdi

«Bellettranghille», «infuntinfunti», «comunchi e perunchi»: Sani Gesualdi ha inventato una lingua?

«Sì, ma è più interessato al suono che alle lettere».

È nel cast di Che tempo che fa, in quello di Don Matteo, ha fatto il trentennale di Indietro tutta, conduce il Programmone su Radio 2, fa cinema, scrive biografie sue e di altri: dimentico qualcosa? Ma soprattutto, come fa?

«Dimentica la seconda stagione di La mafia uccide solo d’estate, dove interpreto Fra’ Giacinto, un frate cattivo ma buffo, secondo lo stile di Pif».

Che sarebbe?

«A volte la messa in ridicolo di certe figure malefiche è la più efficace delle condanne».

Una risata vi seppellirà?

«È il motto anche di Pif».

Ma come fa a fare tutto?

«Mi piacerebbe che la giornata fosse di 36 ore per lavorare meglio e riposarmi di più».

C’è una parte o qualcosa che finora le è sfuggito?

«Ho scritto una sit-com. Come regista non credo di essere in grado, ma come autore e interprete forse sì. Una specie di Soliti ignoti rivisti e corretti con una banda di rubagalline».

E il cast? Magari i compagni del Programmone e Complimenti per la connessione?

«Deciderà il regista, se si farà. Il cast è fondamentale, attori drammatici ce ne sono tanti. Per un film comico ci vogliono proprio quelli giusti».

Il bravo presentatore, Sani Gesualdi, il direttore di Novella bella: quale personaggio la rispecchia di più?

«Lo dicevo prima, sono uno solo: Frassica e basta, senza Nino».

E a Capodanno?

«Sono a Reggio Emilia».

A teatro?

«No, in piazza, col mio gruppo musicale: i Plaggers».

Questa mi mancava.

«Partiamo per il tour 2018-3018».

Repertorio?

«Cantiamo tutte le canzoni del mondo».

Con quel nome l’ispirazione è un attimo.

«Già, mischiamo tutto e facciamo cantare il pubblico che partecipa molto allo sciò».

La Verità, 24 dicembre 2017

Prima del via godiamoci certe scintille degli spot

Nell’attesa che finalmente inizi la nuova stagione (a proposito, Quelli che il calcio parte alla terza giornata di campionato – non si potevano fare delle puntate serali per le prime due? – Fabio Fazio il 24 settembre e Domenica in addirittura in ottobre: noi l’abbonamento lo paghiamo tutto l’anno), nell’attesa, dicevo, che, oltre a un po’ di sport vario, inizi davvero la stagione, il meglio si trova negli spot pubblicitari, in certi casi vere scintille di genialità, quello del Buondì compreso. A dirla tutta, sulla campagna che ha scatenato polemiche e predicozzi, oltre gli eccessi moralistici, non so chi è peggio tra due genitori mortiferi e una bimbetta smorfiosa che chiede una merendina «che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità». Parla come mangi, sarebbe stata la risposta giusta, e fine della storia. Ma dopo aver standardizzato l’alimentazione di matusa e mocciosi, ormai il politicamente corretto e i dogmi del nutrizionismo che alluvionano tutti i palinsesti hanno hanno invaso anche il linguaggio infantile. Dove invece, sempre in materia di generazioni, non ho difficoltà a scegliere da che parte stare è nel fulminante spot di Vigorsol Easy (non nuovissimo, ma testé riproposto): tutta la vita con l’adolescente ribelle che, dopo aver lanciato dalla finestra il tappetino da yoga, esce dalla camera vestita da punk come padre e madre, fasciati di pelle e borchie (genitori così esistono e si diffondono). Una volta all’aperto si disfa della maschera spruzzandosi con la pompa per innaffiare e, sorda alle proteste dei «vecchi», sale sulla bici del ragazzo, in rotta verso la libertà. Niente divise: nell’era all tattoo, trasgressione e anticonformismo sono acqua e sapone. La generazione dei maturi riguadagna invece credibilità nello spot Tim d’inizio stagione, dove Stanlio e Ollio ballano sulle note di All night, il brano del dj Parov Stellar cantato da Mina, che alla fine chiosa: «È bello ripartire con un sorriso». Un altro gioiello che prosegue la story della bellezza («è bello amare il calcio»; «è bello avere Mina»), inaugurata quasi un anno fa dalla campagna del marchio di telefonia. In tema di sigle e jingle fortunati, è partito con ampio anticipo il corteggiamento della Rai per abituare il pubblico del primo canale all’idea di trovarsi Fazio in casa ogni maledetta domenica. Il promo antologico con la sfilata dei big è efficace quasi quanto è contagiosa Twistin’ night away di Sam Cook. Resta da vedere se il conduttore saprà essere all’altezza dello smalto della sigla. Oltre che di quello del tintinnante cachet.

La Verità, 5 settembre 2017