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«Anche oggi ci sono tanti figli delle stelle»

Le sue stelle vengono da lontano. Fisse, immutabili, evocative come la sua voce, alta e sognante anche ora che Alan Sorrenti ha 68 anni. Pieno di energie, progetti e visioni, spazia dalla musica al cinema alla scrittura, sempre con un certo spirito ribelle e anticonformista. Lo stesso che ha permesso alle sue canzoni di solcare diverse generazioni e arrivare fino a oggi.

Perché Figli delle stelle è una canzone ancora attuale?

«Lo chiederei al pubblico. In Italia, sbagliando, si è inserita questa canzone nel filone della dance music».

Invece?

«È qualcosa di più complesso. Innanzitutto era uno stile inedito da noi, ispirato al Los Angeles sound nato a metà degli anni Settanta, un misto di funky, soul e pop music. Anche se è uno stile durato poco, ha condizionato la scena musicale futura, con figure come Maurice White, arrangiatore e produttore degli Earth, Wind & Fire, e Jay Graydon che interpretò il riff di chitarra di quella canzone, che io avevo scritto con la voce».

Che cosa c’entrava lei con loro?

«Andavo in quella direzione. Soprattutto seguivo Tim Buckley, grande artista folk rock e grandissima voce. Morì per un incidente ad un party che inaugurava il suo tour poco prima che arrivassi in California. Per fortuna c’era Graydon ad aspettarmi».

Il testo come nacque?

«Erano anni particolari. Viaggiavo tra Napoli, Roma, Londra e Los Angeles. Qualche giorno in un posto, una settimana altrove. Ero più in aereo che a terra, facevo incontri fugaci. Avevo una visione planetaria della musica, della vita. Da quella situazione nacque quello che potremmo chiamare romanticismo stellare».

Ma il testo?

«È un misto di tante cose. Non è una canzone nata di getto. Mi ha ispirato la costa del Pacifico che era davvero un altro mondo. Stavo allo Chateau Marmont nei giorni in cui c’era la prima di Star Wars. Ero sdraiato davanti allo schermo. Nella campagna di casa mia invece dormivo sotto il cielo. Facevo tanti incontri. Era una “corsa senza fine” per “noi figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno… ci incontriamo per poi perderci nel tempo”. Avevamo la sensazione che si stava entrando in un’altra epoca».

Le stelle, la notte, il vento, sentimenti comuni alla gioventù di tutte le generazioni.

«Il fiume era quello. Quella canzone ha toccato corde profonde e comuni a tante epoche. Essere giovani in quegli anni è stato qualcosa di particolare».

Li rimpiange?

«Lo spirito ribelle lo si rimpiange sempre perché ci rende vivi. Invece, spesso ci adagiamo sull’ipocrisia. Adesso tocca a mio figlio quindicenne andare alle manifestazioni. Noi adulti che abbiamo già vissuto queste esperienze con relativi errori, dobbiamo sostenere i giovani senza far prediche. Eleanor Roosevelt diceva: “Cerca di imparare dagli errori degli altri: non vivrai così a lungo per farli tutti da te”».

Parlando di errori, senza gli stupefacenti la sua produzione artistica sarebbe stata altrettanto rigogliosa?

«Non lo so. È una risposta che non posso dare perché è stato quello che è stato. In un mondo di grandi pressioni, l’alterazione finalizzata all’arte e alla creatività ci può stare. Nessun grande artista è stato esente da certe pratiche. Il problema è il controllo».

Problema non da poco, visto come sono finiti molti artisti. A lei è andata molto bene…

«È vero. Bisogna affrontare l’argomento con grande attenzione. Tanto più ora che c’è un ricorso sempre più frequente a sostanze chimiche che fondono il cervello. Però, quando si parla ai ragazzi non basta proibire, dire “no, non si può fare”. Bisogna andarci dentro e guardare che cosa succede, che conseguenze ci sono. Parlo soprattutto delle pasticche e delle nuove sostanze».

Chi sono i figli delle stelle di oggi?

«Qualche anno fa è uscita la bella commedia di Lucio Pellegrini intitolata Figli delle stelle, con Pierfrancesco Favino, Fabio Volo, Giuseppe Battiston. Ci ho messo un po’ a riconoscere quelli di cui parlavo nella canzone. I figli delle stelle sono i sognatori che cercano di cambiare il mondo e anche la loro vita».

Un’idea per farlo?

«Io sono buddista da trent’anni, pratico il buddismo di Nichiren Daishonin e sono membro della Soka Gakkai International. Non mi sono mai schierato con nessun partito. Noi esseri umani siamo “sostanza luminosa”. Dobbiamo prendere atto del tempo in cui viviamo. Il filosofo inglese Timothy Morton dice che la fine del mondo è già avvenuta e che non si può tornare indietro, alla ricerca di uno stato antico. Se prendiamo coscienza di questo, possiamo affrontare la vita in un altro modo. Ricominciare a vivere, dopo la fine del mondo. È un paradosso, ma possiamo scrivere la storia insieme, padri e figli».

Lei non si è schierato con i partiti, ma in un’altra canzone dell’epoca dice: «Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica», come per dire che le lotte operaie non c’erano più?

«Non era un discorso di lotta di classe, ma un invito a riappropriarsi della vita. In quella stessa canzone dico “vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”. Era un’epoca di ricerca, un’epoca ribelle e violenta. La gente si ammazzava per le strade. La mia ribellione era nella mia voce. Le motivazioni dei ribelli non erano sbagliate, lo era il modo di perseguirle. Buddha parla di lotte pacifiche, non violente».

Restando da quelle parti, qualche anno fa si è esposto per la solidarietà alle popolazioni terremotate del Nepal: come mai non ha fatto altrettanto per quelle dell’Abruzzo o dell’Umbria?

«È stata una notizia montata. A Trastevere un esponente buddista disse che si stavano organizzando dei concerti di solidarietà. Lo appoggiai, niente più. Non avrei niente da perdere a espormi per le popolazioni italiane. Ci mancherebbe. Non sono schierato. Per me la vita e la musica sono la stessa cosa. Quando vado sul palco trasmetto quello che sono».

I figli delle stelle c’entrano con i 5 stelle?

«Non confonderei le cose. Appoggio questo governo, almeno ha preso una posizione precisa. Noi siamo l’Italia, vogliamo guardare ai fatti con i nostri occhi, la nostra sensibilità. Pochi giorni fa sono stato a Bruxelles e poi in Germania per un concerto e ho percepito tanta freddezza. Noi italiani siamo speciali, ma dobbiamo rimboccarci le maniche. Per tanti anni pensavo che lo fossero gli inglesi perché avevo la mamma gallese, ora comincio a pensare che i veri speciali siamo noi.».

Come nacque Tu sei l’unica donna per me con la quale vinse il Festivalbar? Era un inno alla monogamia?

«Beh, io sono monogamo: musica e vita coincidono. Ribellione è anche spontaneità. Tu sei l’unica donna per me è nata in un attimo. Mi ero svegliato vicino alla mia ex moglie, che ora è nei cieli. C’era la chitarra e mi sono messo a scrivere. È stato un momento di spontaneità romantica».

Si ispirava a Tim Buckley, collaborò con Jay Graydon, Jean Luc Ponty e altri artisti importanti. Oggi c’è la stessa complicità tra musicisti?

«In quegli anni c’era più spontaneità. La musica era centrale. Oggi ci sono rapporti impostati su qualcosa che non è la musica, ma il marketing, il budget, l’economia. Mio figlio mi fa sentire i rapper italiani, trovo che abbiano grande energia e sappiano scrivere. Tra loro c’è affinità. Seguono ritmi nuovi, hanno una forte creatività ritmica, zero melodia. I testi rivelano questo loro mondo borderline… Se ci fosse un po’ più di profondità sarebbe meglio».

Che cosa non le piace del mercato musicale attuale?

«È invaso dalle cover. Non si ha la capacità di rischiare. Si va sempre sulle solite cose, le solite melodie. L’unica cover che ho fatto in tanti anni è stata Dicitencello vuje. Ma non è stata una vera e propria cover, l’ho destrutturata per farla rinascere, ogni tanto nella vita bisogna smontare tutto e ricominciare».

Chi sono i musicisti che apprezza?

«Quelli creativi certamente, dai Daft Punk a Steven Wilson. Attualmente ascolto volentieri Lana Del Rey e Lenny Kravitz. E poi alcune nuove produzioni come, tra gli Italiani, Frah Quintale, Luche e Liberato e, a livello internazionale, come quella dei Juice Wrld, Kendrick Lamar e Asap Rocky».

C’è qualcuno nella scena italiana che stima più di altri?

«Mi viene in mente la ricerca di Franco Battiato e il prog dei Saint Just di Jenny Sorrenti, con cui ho fatto un paio di concerti questa estate a Palazzo Farnese a Piacenza e al Castello di Trieste. Poi ci sono tanti brani classici e nuovi, la playlist è infinita e l’ascolto random».

Che rapporto ha con le nuove tecnologie?

«Lavoro con il computer, ma per i social mi affido a una media manager. Nella vita quotidiana sono un outsider: vivo in pieno il mondo attuale, ma ne prendo le distanze, entro ed esco quando voglio».

L’anno scorso in Terapia di coppia per amanti con Ambra Angiolini e Pietro Sermonti ha cantato Figli delle stelle. Il cinema l’attira?

«Nel 1979 avevo già recitato in Figlio delle stelle, diretto da Carlo Vanzina Quello dell’anno scorso è stato un semplice cameo, in occasione dei 40 anni della canzone. Certo, fare un film mio mi piacerebbe».

È un’anticipazione, un progetto reale?

«Il primo vero progetto è un album di inediti. Sto scrivendo i testi, la musica è già pronta. Vorrei fare un album che sia mainstream, ma anche originale. Vorrei accompagnarlo con un libro autobiografico che ripropone le mie esperienze, filtrate dalla memoria e dall’immaginazione. Ciò che viviamo, rivisitato qualche anno dopo, svela tutta la sua potenzialità. Una volta prodotti album e libro, farò un grande tour nei teatri».

 

La Verità, 29 settembre 2018