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Il (primo) regalo postumo di Nino Sgarbi

Poteva succedere solo nella famiglia Cavallini Sgarbi la rivelazione a 93 anni del miglior talento letterario della casa. Ma le vie della grazia sono infinite. Perciò, dobbiamo essere grati a quella dinastia di farmacisti, in realtà artisti, critici ed editori, per l’imminente pubblicazione (l’8 febbraio) di Il canale dei cuori di Giuseppe «Nino» Sgarbi, morto novantasettenne pochi giorni fa. Roberta Mazzoni e Susanna Tamaro, che mi segnalarono il precedente Lei mi parla ancora, sostengono che questi libri andrebbero letti nelle scuole «per far capire ai ragazzi chi sono le persone sagge». Hanno ragione. Dovrebbero esser letti e studiati anche per la qualità letteraria, oltre che per la loro singolare gestazione. Quando, cedendo alle insistenze della figlia Elisabetta, papà Nino decise di provarci, essendo debole di vista, si rese necessario l’aiuto di qualcuno che mettesse sulla pagina scritta i ricordi. Dobbiamo dunque esser grati anche a Giuseppe Cesaro che ha saputo trasferire quelle narrazioni nei preziosi memoir pubblicati da Skira. Dopo Lungo l’argine del tempo, Non chiedere cosa sarà il futuro e Lei mi parla ancora nel quale si rivolgeva alla moglie Rina, in Il canale dei cuori, Nino Sgarbi dialoga con il fratello di lei, Bruno Cavallini, compagno di pesca sul Po e il Livenza, professore di liceo, maestro di lettere e arti di Vittorio, soprattutto amico con cui ha condiviso l’amore per la poesia e il sentimento del vivere. «C’è una strada certa per la solitudine, Bruno: essere intelligenti, intellettualmente onesti e liberi. E tu eri tutte e tre le cose insieme… A un certo punto la solitudine ti aveva teso la mano e tu l’avevi presa: sapevi che avreste camminato l’uno di fianco all’altra per tutta la vita. E così ho capito di non esserti mai stato davvero vicino. Non nel modo del quale avresti avuto bisogno tu, comunque. Ed è questo il mio cruccio. Insieme al fatto di sapere che ormai non ho più modo di rimediare. Forse per questo ho deciso di dedicarti queste pagine, anche se mi rendo conto che arrivano tardi e sono più utili a me che a te. Perdonami».

La copertina di «Il canale dei cuori», in uscita l'8 febbraio da Skira

«Il canale dei cuori»usicrà l’8 febbraio da Skira

La memoria di Sgarbi riporta in vita un mondo terso e rarefatto con tocco mite, capace di rendere attuali sentimenti rimossi. Così la scrittura diventa balsamo e consolazione che lenisce la mancanza di persone care, conforto che aiuta a rimettere ordine negli affetti e nelle vicende di un secolo: il padre cacciatore e gran seduttore, il mulino di Stienta, la Seconda guerra mondiale, la campagna di Grecia, l’alluvione del 1951, la morte del migliore amico, l’incontro all’università di Ferrara con «la spaccatutto», futura moglie, il matrimonio in intimità, i figli Vittorio ed Elisabetta, la farmacia nella casa di Ro, ritrovo di artisti e scrittori che per lunghi anni Nino ha ascoltato, avendo sempre preferito il silenzio alla parola, per lasciare alla Rina e Vittorio i ruoli da protagonisti.

Finché… «Se ho aspettato così tanto a pubblicare è solo perché credo che la condizione ideale per raccontare sia stare fermi. E non solo perché, da fermo, si vedono molte più cose di quante non se ne riescano a vedere quando ci si muove. E si vedono molto meglio, tra l’altro. Ma anche perché mi sono accorto che, appena ti fermi, succede un fenomeno strano: all’improvviso ti rendi conto che, al contrario di quello che hai sempre creduto, la realtà non ti corre dietro, non ti insegue, non ti viene a cercare. Era tutta un’illusione ottica. Lei non si muove, non si muove affatto: siamo noi a farlo. Ed è il nostro muoverci a muovere lei. È come quando, da bambino guardavo partire la littorina del binario accanto, e avevo l’impressione che fosse lei a muoversi. Con la realtà è la stessa cosa: se corriamo, corre, se rallentiamo, rallenta, se ci fermiamo, si ferma. E quando si ferma, finalmente s’invertono i ruoli: da prede diventiamo cacciatori». E siccome, alla scuola del padre, anche Nino è stato cacciatore, le sue nuove prede – da cercare, rincorrere, acciuffare e immortalare per condividerle – sono diventate le parole, incise in una prosa tenue come certi acquerelli che restano impressi per le loro tinte insolite e personalissime.

Una breve poesia fa da incipit a ogni capitolo, sciogliendo il gomitolo dei ricordi che scorrono come le acque del Po, testimoni di tanti avvenimenti. Come la morte in un incidente stradale dell’amico Pierino Roveroni che gli fece conoscere la tristezza, «primogenita del dolore», diversa dalla depressione, all’epoca ignota. «Per soffrire il mal di vivere, bisognava aver conosciuto il bene di vivere», che in campagna, prima della guerra, era piuttosto raro. Nino e la tristezza siedono dunque sull’argine di quella fatale curva a gomito, nel silenzio che «odorava d’infelicità» e che favorisce l’insolito dialogo. «Che senso ha?», urla, la morte di un amico? «Per lui nessuno, per te invece…», risponde la tristezza; «assurdo non significa inutile… Sai cosa direbbe il tuo amico se fosse qui?… Sii i miei occhi, Nino. Occhi, mani, voce, gambe: tutto! E vivi la vita che non avrò. Questo direbbe». «Rientrammo a casa in bici», ricorda Sgarbi, «che l’alba cominciava a restituire i colori alla pianura. Io pedalavo, la tristezza sedeva sulla canna, il fiume ci correva accanto. Nessuno fiatava. Né le ruote, né i cipressi, né il canneto… “Pensaci” sussurrò, prima di congedarsi, “credi che il tuo Leopardi avrebbe scritto tutto quello che ha scritto, se non mi avesse conosciuta?”; “Preferivo Pierino”, dissi. “E lui, Silvia, credimi”, replicò. Non dissi più nulla».

È la gratitudine il sentimento dominante nel lettore di questi racconti. Una gratitudine lieta. Tanto più se, come ha anticipato Vittorio durante la cerimonia di congedo, il futuro ci riserverà altri due libri postumi.

La Verità, 2 febbraio 2017

Tamaro: «Perché ho rinunciato a entrare in politica»

Una fiaba ai tempi di Instagram. Una grande allegoria con riferimenti religiosi nell’èra dei social network e della connessione h 24. S’intitola La tigre e l’acrobata (La Nave di Teseo, pagine 184, euro 16) il ventitreesimo libro di Susanna Tamaro. Una chiacchierata con lei, sul libro e non solo, aiuta a rimettere in ordine le gerarchie. Soprattutto, a rimettere al centro la persona, con le sue domande.

Perché una favola? C’è bisogno di trovare nuovi modi per comunicare attraversando il frastuono dei media?

«Sì, certo. Amo il linguaggio della fiaba fin da ragazza. È il linguaggio dei bambini e i racconti fiabeschi sono le scarpe con cui ho camminato a lungo. Oggi sento il bisogno di provare a riempire le parole vuote delle tante narrazioni da cui siamo circondati. Anche le fiction rischiano di impoverire le parole della letteratura. La fiaba è un genere classico, che usa gli archetipi dell’inconscio e permette di andare oltre la narrazione mondana».

È soddisfatta del risultato?

«Molto. È stato il libro più difficile da scrivere. Un libro complicato, che mi ha richiesto due anni di lavoro. In ventitrè libri questa è stata l’unica volta in cui mi sono interrotta non per qualche giorno. Per nove mesi sono stata senza scrivere, col libro aperto. Finché l’ho ripreso… Spero si legga d’un fiato».

Assolutamente, è una favola per adulti.

«Dai 14 ai 100 anni. Ha tanti lettori preadolescenti e anche più stagionati perché ha molti livelli di comprensione: ognuno percepisce il proprio».

La tigre è Susanna Tamaro?

«Lo ammetto, c’è molta autobiografia. Due anni fa quando tenevo una rubrica di aneddoti e racconti su Avvenire mi veniva spesso in mente l’immagine di una tigre. Finché ho deciso di metterla da parte, pensando che avrebbe potuto scaturirne qualcosa di nuovo. È un animale pregnante. C’è anche una poesia di Thomas Stearns Eliot – Gerontion – che parla di Cristo come tigre».

C’è anche un film di Benigni intitolato La tigre e la neve.

«È vero, me n’ero dimenticata. Anche quella è una specie di favola… Di recente avevo letto un libro di John Vaillant intitolato proprio La tigre (Einaudi), un reportage in Siberia».

I sentimenti dominanti nella prima parte della storia sono l’innocenza e un senso di estraneità al mondo. Anche qui molta autobiografia?

«Certo, la tigre vive un’incapacità a essere tigre fino in fondo. Fin da bambina mi sono sempre sentita estranea a ciò che avevo intorno. Guardavo le cose da fuori, m’interrogavo sul senso delle azioni. Come tante persone sensibili, massimamente gli artisti, mi ponevo le domande fondanti sull’esistenza. Questo atteggiamento può creare una distanza da ciò che ti circonda».

È un’estraneità anche nei confronti della società contemporanea?

«Mi sento molto fuori da questo tempo. Non riesco a capire, a seguire, c’è una velocità che rende difficili le cose. Credo che gran parte della mia generazione provi questa sensazione. Siamo nati quando non c’era ancora la tv nelle case. Ora è tutto veloce, anche un po’ fuori controllo».

Che rapporto ha con la tecnologia? È tutto oro quello che si connette?

«La tecnologia porta un mare di vantaggi in tutti i campi, chi può negarlo. Però ci vuole molta consapevolezza. Io non sono appassionata di elettronica, ma il tablet è una bacchetta magica moderna. A me piacciono gli animali: con il tablet la camera si riempie di giraffe, cammelli… Una tentazione e una distrazione irrefrenabili. Però la sera cominci a navigare e vai a letto nervosa, con un senso di vuoto perché ti sembra di non aver fatto niente. Serve un’autodisciplina, di tempo e di scopo. Usare la tecnologia per obiettivi precisi. Per i bambini il discorso è ancora più delicato».

Sono più indifesi.

«I bambini vanno protetti perché il cervello umano è una cosa plastica, che procede per fasi. Ogni funzione ha un tempo di apprendimento. C’è un’età in cui il bambino impara a parlare, poi a camminare, a leggere… Se lo riempi di nozioni e atti non necessari in quel momento, puoi ritardare l’apprendimento della funzione per cui è predisposto. Se gli insegni che con un click risolve il problema, azzeri il suo cervello, non lo alleni, non favorisci la creatività ».

Anche la frase «tra la libertà e il potere ho scelto la libertà» sembra aver a che fare con lei.

«È il motto della mia vita. Negli anni del grande successo avrei potuto fare qualsiasi cosa. Una volta una giornalista mi disse: “Finalmente ha raggiunto quello che tutti desiderano”. “Cioè?”, chiesi io. “Andare a cena con tutti i politici”. Giuro che non mi è mai venuto in mente nemmeno come desiderio; semmai come incubo».

Una scelta di potere quale sarebbe stata?

«Varie cose, oltre alla politica. Accettare contratti editoriali con molti zeri, programmi televisivi, entrare nel giro dei premi e dei circoli letterari».

Se n’è tenuta a debita distanza scegliendo di vivere in Umbria. Anche la tigre del libro non vede l’ora di evadere dal circo.

«Nel circo le tigri anziane le dicono: alla lunga ti adatterai, ti piacerà stare qui, ti piacerà il successo. Il circo è la metafora di un mondo con il quale ognuno deve fare i conti. Per lavoro, per sopravvivere, per convivenza civile. Situazioni nelle quali prevalgono quasi sempre logiche di potere. La vita mondana non fa per me. Uno scrittore deve lavorare molto, stare in solitudine, studiare. Ha tempi lenti che confliggono con quelli della modernità».

Anche la metropoli non fa per lei?

«A proposito di fiabe, c’è quella famosa di Esopo. Quando vado a Roma, mi sento come il topo di campagna che va in città e si trova sempre in affanno. Non ho più i riflessi adatti… E poi la campagna è una miniera per la scrittura che ha bisogno di immagini e metafore».

Lei è pessimista a riguardo della natura umana? Nel libro gli uomini non fanno una bella figura.

«Mediamente non la fanno. La natura umana è sempre stata terrificante. Adesso vediamo e ascoltiamo di più, ma questo ci fa sentire ancora più terrificanti. La post modernità ha demolito le basi della natura umana».

In che senso?

«Nel senso che si ritiene che solo il nostro desiderio ci crei e ci definisca».

Si riferisce alla teoria gender, in base alla quale la persona può stabilire il proprio genere di appartenenza?

«È un esempio. Si crede che tutto dipenda dalla cultura e poco o niente dalla natura. Penso che dobbiamo imparare a riconoscere ciò che siamo. Ciò che viene prima di noi. In una torta la cultura è come la glassa di cioccolata. Mentre la natura è tutto il resto, che sorregge la guarnizione. Oggi si tende a disconoscere anziché a riconoscere. Chi trascorre gran parte della vita dentro gli uffici nelle metropoli non è facilitato, perché perdendo il contatto con la natura dimentica quanto ne siamo parte, quanto ne siamo espressione. La distruzione della natura, la scomparsa della distinzione tra bene e male, l’arbitrio assoluto portano confusione nelle nostre vite».

Poi ci sono eventi come il terremoto. Lì in Umbria l’avrà sentito…

«Per fortuna ho Ia casa antisismica, ha oscillato parecchio ma è ben ingabbiata. Vivevo in Friuli e rimasi molto scioccata dal sisma del ’77. Quando mi sono costruita la casa qui la prima cosa a cui ho pensato è stata di farla antisismica. La terra che trema è interiormente destabilizzante perché dà la percezione della nostra precarietà. Siamo scossi dentro e, per tornare al discorso di prima, sperimentiamo in modo tragico che la natura è molto più potente della cultura».

Però continuiamo a rifiutare l’idea che l’uomo è un essere fragile, che dipende.

«Una certa cultura ha perversamente predicato il diritto alla felicità. Pensare che la vita sia una passeggiata è una falsità. La cultura contadina di qualche decennio fa ci insegnava che è fatta di scogli da affrontare e superare. Se ci si riesce».

Nel libro l’acrobata ridà la libertà alla tigre. Vede qualche acrobata nel nostro presente?

«L’acrobata rappresenta l’innocenza della grazia che libera dalle catene. Oggi non ne vedo molti in giro. Però c’è grande esigenza di trovarne. Qualche tempo fa ho letto un articolo che parlava dei nuovi eremiti delle montagne e della gente che ci va a parlare. Il frastuono generale rende impossibile far giungere parole liberatorie. Ma c’è enorme bisogno di parlare di cose fondanti, anche fuori dalle istituzioni preposte».

A un certo punto la tigre si convince che «bisogna essere in due per cambiare le cose».

«È la relazione che porta la salvezza. L’individuo da solo riproduce la propria ambiguità. Ricade schiavo del potere e della propria ambizione smisurata».

 

La Verità, 4 novembre 2016