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Arriva in tv una «casetta» per il cinema italiano

Non c’era. Difficile da credere, ma è così. Un canale tv dedicato al cinema italiano non esisteva. Colmerà la lacuna Cine34 di Mediaset, la nuova rete tematica (al tasto 34 del digitale e al 327 della piattaforma satellitare), che esordirà il 20 gennaio, nel centenario della nascita di Federico Fellini, al quale sarà dedicata la programmazione dell’intera giornata: otto film del maestro riminese, da Lo sceicco bianco a 8 e ½ passando per Amarcord e La dolce vita.

Disponiamo di televisioni sempre più complesse ma anche smart, di connessioni multiple, di telecomandi che sembrano consolle di portaerei, di decine e centinaia di canali ma, lasciando stare le reti generaliste, presi dalla smania di accontentare i vari target, i fan dei reality, quelli del crime, gli amanti del lifestyle e quelli della comicità, ci eravamo dimenticati del nostro cinema, quello che racchiude tutti i generi. Incoraggiati dalla crescita di ascolti delle altre 11 reti tematiche (il 7.4% di share in prima serata supera Rai, Discovery, Sky e Viacom) i dirigenti Mediaset hanno deciso di aprire questa nuova «casa del cinema», nella quale i diversi generi saranno proposti con una programmazione giornaliera: la domenica i poliziotteschi, il lunedì le monografie, il martedì i maestri del cinema, il mercoledì i thriller e così via. L’offerta attinge a una library di 2672 titoli, 446 dei quali mai trasmessi in tv, ottenuta sommando al magazzino Mediaset acquisizioni di nuovi listini per completare collane di autori, come nel caso di Fellini, o per integrare filmografie di sicura presa sul grande pubblico, come la commedia sexy (in palinsesto il venerdì) e gli spaghetti western (il sabato). Precisato che il nuovo canale prevede la giornata dedicata alle pellicole d’autore e d’essai, la parte del leone la faranno i cosiddetti B movie. L’ingenerosa etichetta proviene dalla critica colta, ma se un regista come Quentin Tarantino si è felicemente formato alla scuola del cinema popolare italiano, non dovremo essere noi a snobbarlo.

Rivolto a un pubblico centrale, con leggera predominanza maschile, l’obiettivo di share del nuovo canale è l’1% da raggiungere in sei mesi. Non potendo contare sulla visibilità nelle pagine dei programmi tv dei giornali, ci vorrà pazienza perché il passaggio da Cine34 diventi un’abitudine dello zapping serale. Ma contando su alcune chicche inedite in tv (tra le altre, Black killer con Klaus Kinski, La minorenne con Gloria Guida) o su alcuni classici dimenticati nei vari generi (La polizia incrimina, la legge assolve, con Franco Nero, La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati), forse si può azzardare che quell’1% è una previsione al ribasso.

 

La Verità, 18 gennaio 2020

Delle Piane: «Solo sul set le mie fobie spariscono»

Più che a lui, l’intervista andrebbe fatta ad Anna Crispino, la donna di 36 anni più giovane che lo accompagna e lo assiste in tutto e per tutto da quando lo conobbe, casualmente, alle prove di uno spettacolo al Parco Santa Maria della Pietà di Roma. Lei cantante, lui il suo attore preferito. Incontrai Carlo Delle Piane, sei anni fa, era appena uscita la sua autobiografia (Signori e signore, Carlo Delle Piane; edizioni Testepiene) e Anna era una «grande amica e donna paziente». Ora sono marito e moglie. Vivere insieme, però, no. Abitano vicini e lei gli porta da mangiare tutti i giorni, lo cura, lo accompagna dovunque, ne condivide attività e impegni e sopporta le sue fisime, infinite, con pazienza ma anche con la veracità tipica di una donna napoletana. «Ho una figlia di 14 anni», racconta Anna mentre Carlo si allontana per le sue abluzioni. «I miei rapporti col mondo maschile non sono stati buoni. Ho scelto di dedicarmi a lui. Avevo un padre fragile, pieno di paure, so cosa vuol dire. Ma è dura. Carlo lo sa, e se perdo la pazienza, si spaventa e mi rimprovera».

Ottantun anni compiuti giovedì scorso – «ma li festeggio domenica con pochi amici, Antonio e Pupi Avati» – e 104 film all’attivo, Delle Piane è il più longevo attore italiano avendo esordito nel 1948, quando di anni ne aveva dodici, scelto da Duilio Coletti e Vittorio De Sica a un casting nelle scuole, per il ruolo di Garoffi in Cuore. Da allora ha attraversato tutte le stagioni del cinema, dalle commedie del dopoguerra ai musicarelli, dal neorealismo alle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Diretto da Totò, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Roman Polanski, Steno, Mario Monicelli, Sergio Corbucci, fino a diventare, per qualche anno, l’attore feticcio di Pupi Avati. Ha recitato per Ermanno Olmi, Luca Miniero e Paolo Genovese ed è Il bello del cinema italiano del documentario di Giuseppe Aquino (presto su Rai 5). Uno dei suoi maggiori rimpianti è non aver potuto accogliere l’invito di Jean Jacques Annaud, venuto apposta a Roma per convincerlo a interpretare un frate in Il nome della rosa. «Mi avrebbe messo a disposizione i migliori insegnanti per imparare le battute in inglese. Ma dopo una notte insonne gli dissi di no: non potevo recitare senza capire che cosa mi dicevano gli altri. Io ho imparato da De Sica, quasi un mio secondo padre. Si parla sempre del metodo Stanislavskij e dell’Actor Studio. Io dovrei parlare di De Sica». Il padre naturale di Carlo, sarto in casa sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era invece uno che recitava inventando continui infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. La madre Olga, casalinga, allergica al contatto fisico, aveva perennemente in mano uno straccio per spolverare. In mano Carlo ha sempre un fazzoletto di carta che lo protegge dalle maniglie. Fu dopo il risveglio da un mese di coma in seguito a un incidente stradale che, certe fobie latenti, s’impadronirono di lui. Non dà la mano per salutare o fare conoscenza con qualcuno, incarta il cappellino quando se lo toglie per evitare che tocchi una superficie estranea, al ristorante o in auto siede sopra un asciugamano. A un certo punto, salendo dei gradini stava perdendo l’equilibrio e io ho allungato un braccio per sorreggerlo: arrivati al ristorante ha strofinato a lungo la giacca nel punto dove l’avevo toccata. «È una prigione», dice Anna, «ma non ci può fare niente. Le fobie sono il rovescio della depressione. Non prende e non vuole prendere farmaci, avrebbe dovuto iniziare molto tempo fa».

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Due anni fa ha avuto un’emorragia cerebrale, ma oggi la trovo più vivace di quando ci vedemmo nel 2011. Mi ha anche risposto al cellulare…

«Allora non ce l’avevo. Ho dovuto comprarlo quando sono stato a casa di Anna dopo l’emorragia. Lei non possedeva il telefono fisso».

Resta il fatto che mi sembra più dinamico e protagonista.

«Miglioro invecchiando, come il vino. Scherzi a parte, forse è perché ho ripreso a recitare e sono in attesa dell’uscita di un film di cui però non posso anticipare nulla».

Nemmeno il titolo o cast?

«Nulla».

Da spettatore, invece, come lo vive il cinema?

«Non entro nelle sale. Ma credo di non perdermi molto. Amo troppo il cinema per intristirmi con le solite commediole. Forse sono diventato troppo esigente e soprattutto il cinema italiano, così provinciale, mi appare di una semplicità disarmante».

Non salva nulla?

«Poche eccezioni. I film di Paolo Sorrentino, di Ferzan Ozpetek e di Paolo Genovese».

E del cinema straniero, magari visto in tv?

«Mi piace quello di Clint Eastwood, le sue regie così asciutte e personali. Penso a Million Dollar Baby e a Gran Torino. Non era facile prevederlo cineasta quando lo si vedeva nei panni di un cowboy. Mi piace anche Martin Scorsese. Andando indietro amo molto John Ford e Orson Welles: le nuove tecniche della regia e del montaggio sono nate con Quarto Potere e L’infernale Quinlan. E poi Billy Wilder, il più grande di tutti nelle commedie».

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

E tra gli attori?

«Marlon Brando è stato il vero innovatore, libero di inventare e aggiungere i suoi tic. La recitazione moderna è nata con lui, prima erano tutti così misurati. Senza Marlon Brando non ci sarebbe stato Robert De Niro. E anche Gene Hackman, grandissimo in La conversazione di Coppola».

Se dovesse scegliere i tre migliori film del cinema mondiale?

«Una cosa da niente. Metterei Fronte del porto… poi Il Padrino e forse qualcosa di Stanley Kubrick».

C’era una volta in America?

«Non amo molto il cinema di Sergio Leone. Lo trovo un po’ ricercato, troppi primi piani».

Quentin Tarantino?

«Grande regista. Diciamo che il suo cinema, così frenetico, non è il mio. Però ne riconosco il talento».

Tra i suoi film, se dovesse premiarne solo tre?

«Direi Una gita scolastica e Regalo di Natale. E il prossimo di cui non dico nulla, ma di cui sentirete parlare presto».

Il cinema è anche una gioia da condividere: scambia commenti e giudizi con qualche amico?

«Al massimo qualche telefonata. Avevo qualche rapporto negli anni in cui lavoravo con Pupi. Non esco molto e non coltivo le relazioni. Quando lo faccio devo sempre sapere dove vado e cosa trovo, perciò finisco sempre nei soliti posti, dove mi conoscono».

Segue la politica?

«Ne sono totalmente disgustato: vedo solo ipocrisie, false promesse per accaparrarsi i voti, sempre più politici indagati».

Ha sperato in una ripresa con il Movimento 5 stelle, anche qui a Roma?

«Da tempo non spero più».

E quindi non vota?

«Da parecchi anni».

Che cosa la turba di più?

«Penso a che cosa lasceremo ai bambini di oggi. Mi preoccupano lo sfascio dell’ambiente, il degrado delle nostre città, il menefreghismo, l’economia in crisi perenne. Su YouTube si trova anche una mia canzone intitolata Bambini».

Ha un’idea di che cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?

«Come ho detto, non credo più nella politica. E i miei limiti sono palesi. Alcuni anni fa ho avviato l’adozione a distanza di una bambina del Bangladesh, che è proseguita fino a quando si è sposata. Così, mi hanno scritto che non aveva più bisogno. Ho iniziato ad aiutare altre tre femminucce che hanno dieci anni per portarle alla fine degli studi: una etiope, una colombiana e una brasiliana. Sono sempre in contatto con la Caritas. Faccio i bonifici, mi mandano le foto, le lettere, le pagelle scolastiche».

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Dev’essere una soddisfazione. Diceva che trasmetteremo ai bambini un ambiente e delle città deturpate. Anche un’etica nichilista?

«Dominano l’egoismo e l’arrivismo. Si pensa solo ad arricchirsi e al proprio tornaconto. Anche nei rapporti umani è sempre il calcolo a comandare: se si dà qualcosa è per avere qualcos’altro in cambio».

Com’è la sua giornata?

«Anna, hai sentito che domanda mi ha fatto (ride)? La mia giornata… scrivo continuamente. Trascorro mattinate ad appuntarmi tutto quello che devo fare (estrae un foglietto con una grafia minuta). Per esempio: “Devo dire al giornalista che non parleremo del nuovo film”. Me lo sono scritto, dopo che al telefono gliel’ho detto non so quante volte. È una forma di ansia, un bisogno di controllo ossessivo, anche delle cose minime».

Ha mai pensato di scrivere un diario?

«Mi sarebbbe piaciuto. Non l’ho mai fatto e ne sono pentito perché avrei avuto molto da raccontare. Ma ho una grande pigrizia mentale. Per esempio: ho duemila vinili, molti sono ancora incellophanati. Anche a leggere, mi stanco dopo poche pagine. Ha capito che razza di vita? Se non avessi conosciuto Anna non so come sarebbe finita. Dopo l’emorragia sono ancora più pauroso. Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Recitare è come andare in terapia. Solo che invece di spendere, guadagno. Quando recito posso fare tutto, do la mano, abbraccio, sto in poltrona senza stendere un fazzoletto sul sedile».

La finzione la rende libero?

«È così. Divento il personaggio che interpreto».

È un processo mentale per cui cambia identità o rimuove la sua psiche?

«È come se mi sdoppiassi. Scindo la mia identità da quella del personaggio e le mie fobie scompaiono. A volte ironizzo su queste mie manie e dico ad Anna: quando morirò ricordati di far pulire bene la bara».

Alla fine si può dire che la sua vera vita è il cinema, quando fa cinema…

«Ho vissuto tutte le stagioni, dalla fanciullezza alla vecchiaia passando per la gioventù e la maturità. E ho recitato in tutte le età, dall’esordio a 12 anni a questo nuovo film che mi ha coinvolto dopo anni in cui mancavo. Credo non ci sia nessun attore italiano che abbia una storia così lunga».

C’è qualcosa o qualcuno che la fa sorridere, Anna a parte?

«Ho un pronipote di otto mesi, figlio di un figlio di mio fratello. Si chiama Francesco e quando lo vedo mi dà sempre grande gioia. E anche un po’ di preoccupazione…».

La Verità, 5 febbraio 2017

Interviste a Tarantino: fasulle, curiose, utili

L’intervista a Quentin Tarantino è ormai diventata un genere giornalistico, con le sue brave sottocategorie. Ci sono quelle inutili e spocchiose, quelle curiose, quelle colte.

Intervista onanista. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato un genio, ma quello davvero figo sono io. Massimo Coppola su Rolling Stone fa domande(?) così: “Il tuo film è in effetti una scultura, più che una serie di fotografie. Non imita la realtà inseguendo la verosimiglianza, ma si riferisce a essa in modo monumentale, allegorico, terribile e scandaloso. E d’altra parte a te piace farci sapere che stiamo guardando un film – non la realtà. C’è anche un divertente voice over, all’inizio del secondo tempo, che riassume per il pubblico gli eventi accaduti nel primo tempo. Tu stai giocando e non hai paura di mostrarci il tuo gioco, non ti interessa la ‘verità’ e questo paradossalmente ti permette di avvicinarti di più a essa, anche se su un altro livello”. Tarantino: “Può essere, ma sai per me non è così importante…”.

Intervista esistenziale. Sottotitolo: Ragazzi, ho incontrato Tarantino per fargli tirar fuori qualcosa di nuovo di sé. Scrive Arianna Finos su Repubblica: “L’invenzione che ha rivoluzionato la vita del giovane Quentin è stata quella del VHS”. “A meno che non fossi tanto ricco da comprarti le pellicole – è Tarantino che parla – i vecchi film potevi vederli al cinema d’essai oppure in tv: ma non avevi scelta e quelli che piacevano a me li davano le emittenti locali alle 4 di notte. Con le videocassette potevi registrarti i film, farti una tua collezione”. A diciannove anni Tarantino fu assunto in un videonoleggio. “Mi fermavo intere serate a parlare con il proprietario, grande cinefilo. In Hateful Eight ho dato il suo nome allo sceriffo morto di Red Rock. Aveva tutti i generi, i classici, le opere straniere. Impressionato dalla mia competenza mi ha dato un lavoro e mi ha salvato. Era un momentaccio, per me… Ancora oggi per me Netflix e lo streaming non esistono. Io registro i film in VHS”.

Intervista cinefila. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato Tarantino per farmi svelare qualcosa del film che vedrete. Marco Giusti per Troppo Giusti, Raidue: “Quanto contano per il tuo film gli spaghetti western e i thriller nella neve?”. Tarantino: “Gli spaghetti western e il sottogenere del western nella neve sono importanti per me. Ma c’è qualcosa di importante che spesso non si mette in risalto. È l’ombra di Corbucci su di me e sul film, in particolare per l’assenza dell’eroe… La mancanza dell’eroe mette i miei otto personaggi in rapporto con un altro film di Corbucci, I crudeli. C’è una simbiosi tra Hateful Height e I crudeli, proprio per la mia decisione di fare a meno dell’eroe, di non avere un centro morale”. Giusti: “È anche un film sull’America di oggi, immagino”. Tarantino: “Credo che The Hateful sia una riflessione sobria sull’America ai tempi della guerra civile, sull’America nel contesto del dopo guerra civile, che era un mondo quasi post-apocalittico… Siamo in un periodo oggi in cui l’America sembra un Paese diviso, come allora. Non per colpa della guerra civile, della liberazione degli schiavi, ma per l’elezione di un presidente nero. Il western ha raccontato meravigliosamente l’America nei decenni in cui quei film venivano girati, gli anni ’50, gli anni ’70. Spero che possa farlo anche per l’oggi”.