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«Ho vissuto 8 vite, meglio rimorsi che rimpianti»

Gli abusi sessuali, la tentazione di farsi del male ogni giorno, il nazismo e l’infanzia in Uruguay, il cinema d’autore, David Mamet, le zie zitelle, la lobby dei pedofili, papa Francesco, la dittatura del politicamente corretto, Andy Warhol e David Bowie, C’eravamo tanto amati, i gesuiti di Milano, l’Eliseo laboratorio culturale, gli alcolisti anonimi, la madre scappata che mandava libri, La Recherche a 15 anni, Ce n’est qu’un début, Lucrezia Lante della Rovere e Marina Ripa di Meana, il teatro come catarsi, Nanni Moretti e i morettiani, la difficoltà di stargli vicino, il mio psicanalista diventerà pazzo, la lectio magistralis a Broadway, il Fondo unico per lo spettacolo, Muhammad Ali, Cercare segnali d’amore nell’universo

Luca Barbareschi apre file in continuazione, parla per metafore, fa connessioni, salti logici e temporali. Siamo nel suo ufficio nel labirintico ventre del Teatro Eliseo di Roma che ha acquistato cinque anni fa e di cui è direttore artistico. Ci sono anche Maria Letizia Maffei, capo ufficio stampa del teatro, e Monica Macchioni, responsabile della comunicazione di Barbareschi. «Mi sento un po’ sorvegliato», abbozzo. «Sorvegliano me», replica lui con ragione.

Primo file: Montevideo, Uruguay.

«La storia comincia con una nave di emigrati sulla quale salirono mio padre e mia madre che, come si dice, non venivano da soldi. Mio padre era il capo partigiano degli ebrei di Milano, mia madre un’ebrea tedesca. Pensavano che il nazismo non sarebbe mai finito – e avevano ragione: solo due giorni fa hanno massacrato di botte il capo rabbino di Buenos Aires. Partirono dopo la guerra… Anni dopo, sulla nave mia madre era incinta…».

Lei è del 1956, è un secondo viaggio?

«Esatto. Arrivati in Uruguay, mi ha scodellato. Ho vissuto fino a cinque anni a Montevideo, in una casa divertente, un seminterrato. Sopra abitavano il macellaio kosher e un antiquario ebreo che ci dava l’arredamento. Ma siccome i mobili li vendeva, vedevo la mia cameretta cambiare ogni tre o quattro mesi, un letto a muro, poi un lettone… La casa era in continua trasformazione, probabilmente l’amore per il teatro è nato lì».

Milano, Italia.

«I nazisti venivano a rifugiarsi in Sudamerica. Tornammo a Milano, dove ho vissuto fino a 18 anni, poi in America fino a 25».

Il liceo dei gesuiti Leone XIII.

«Mamma era scappata dopo un anno e mezzo e mio padre era in Medio Oriente a fabbricare aerei. Due zie, sorelle del nonno paterno, mi misero in collegio. Era frequentato dalla Milano bene, c’era un clima cupo, non si sapeva niente… Ero un bambino solo, volevo attenzioni come chiunque a quell’età. Un’età in cui non si ha consapevolezza, non si sa come comportarsi se un prete vuole toccarti. Tendi a fidarti. Per te sono esplorazioni, invece l’adulto sa di abusare. Ancora adesso, oltre i sessanta, vivo con il dubbio di essere colpevole, ogni giorno ho la tentazione di farmi del male».

Ha più rivisto il suo molestatore?

«È morto. Qualche anno fa sono andato a trovare il preside del Leone XIII. È tutto cambiato. Gli ho regalato Michael Kohlhaas, un racconto di Heinrich von Kleist ispirato a un episodio reale del sedicesimo secolo in cui un commerciante di cavalli, vittima di un sopruso di un potente, cerca giustizia per tutta la vita. Non volevo soldi, ma pubbliche scuse. Invece, mi ha minacciato. Per fortuna c’è il Papa».

Il Papa.

«Gesuita anche lui. Ha appena concluso il summit sulla pedofilia. Da qualche parte si deve cominciare, visto che in Italia non si fa niente. Siamo l’unico Paese dove i pedofili non vengono arrestati. La pedofilia è inguaribile, un adulto che violenta un bambino di quattro anni è malato. L’altro giorno in America uno ha chiesto di essere ucciso, perché ha detto che, prima o poi, l’avrebbe rifatto. Le racconto un fatto».

Prego.

«Sono stato a trovare una donna a Tor Bella Monaca. Una che fa le pulizie, semi analfabeta, con sette figli tutti ripetutamente violentati dal padre, che lei ha denunciato, facendolo condannare a 45 anni di galera. Bene: tutti i sette figli sono laureati. “Come ha fatto, signora?”. “Li ho portati tutti i sabati a trovare il padre in carcere. Ha sbagliato, ma un papà ce l’avete: voi potete diventare uomini migliori”. Dalle sventure si deve imparare. Sa che cosa mi ha insegnato Muhammad Ali?».

No.

«Quella mattina Gianni Minà non si era svegliato, così ci sono andato io e gli ho chiesto: “Chi è il campione?”. Per risposta mi ha dato un jeb, piano, al plesso solare. Mi sono afflosciato come un sacco vuoto. “Stand up, stand up”, urlava. Quando mi sono alzato, ha detto: “Now, you are a champion” (Ora tu sei un campione ndr)».

Secondo file: gioventù e militanze varie.

«La politica non mi appassionava. Fino a 15, 16 anni mia madre continuava a mandarmi libri. Era il suo modo di dimostrarmi che mi voleva bene. A 15 anni avevo letto Franz Kafka e Alla ricerca del tempo perduto. Sono cresciuto a pane e Leonardo Sciascia, pane e Claudio Magris, la terza del Corriere…».

Niente politica.

«Nel Movimento studentesco c’erano le ragazze più belle, ma le scarpe inglesi mi hanno tradito. Andai a una manifestazione, San Babila e la Statale sono vicine, indossando l’eskimo. “Ciao, tu sei un compagno? Non ti ho mai visto…”. “Certo”, alzai il pugno, ma lui abbassò gli occhi e vide le Church. Mi menarono. Alla prima vetrina rotta mio padre mi chiuse in casa. Io scandivo “Ce n’est qu’un debut”, “Marx, Lenin, Ho Chi-Minh”, lui urlava: “Chi è Lenin?”. Io zitto, lui giù un ceffone. “Chi è Ho Chi-Min?”. Ancora muto, altro ceffone. Ripetevo slogan da idiota. La contestazione con Mario Capanna era così. Qualche anno fa l’ho incontrato a giocare a golf al Miramonti di Cortina».

Dopo i ceffoni prese altre strade?

«Mi piaceva il motocross. E leggere, come le dicevo. Poi la musica, vede le chitarre, il sax… Sono polistrumentista, mio padre suonava con Franco Cerri e Lelio Luttazzi».

Altro file: l’America. Perché non è rimasto a vivere lì?

«Facevo il cameriere e lavoravo un po’ per la televisione. Interviste, come quella a Cassius Clay… Studiavo all’Actors studio. I docenti erano Dustin Hoffman, Elia Kazan, Shelley Winters, Paul Newman. Per restare in America devi diventare americano nella testa. Io ero troppo europeo. Non riuscivo a integrarmi fino in fondo, fu una decisione sofferta».

Tornato in Italia…

«Sono precipitato in una palude di veti e odi politici, dove l’arte non è contemplata. Le nostre piazze sono piene di monumenti a statisti che nessuno ricorda, mentre ci ricordiamo di Michelangelo e Caravaggio. Eppure continuiamo ad accapigliarci solo per la politica».

È per questo che continua ad andare a Los Angeles?

«La mia società produce spettacoli lì, ma siamo artisti non impiegati. Il 12 febbraio 2006 ho tenuto una Lectio magistralis a Broadway, fu una grande emozione. Ero a New York vent’anni prima da pischello, se me l’avessero detto non ci avrei creduto. C’era Anna Strasberg, Al Pacino stava facendo China doll. Fu commovente».

Lucrezia Lante della Rovere.

«Era una donna talmente bella. Inevitabile l’invidia. Eravamo belli anche insieme, a teatro c’erano le code. La gente vive di fiabe. Certe passioni nascono nei momenti d’infelicità, s’instaurano delle alchimie. Ero il suo pigmalione. Mi era simpatica anche sua madre, Marina Ripa di Meana».

Bel match di caratteri.

«Per lei il teatro era il mondo, prendeva in giro tutti, metteva in piazza il privato. Una volta dovevamo festeggiare il compleanno di Lucrezia. Mi aveva giurato che saremmo stati solo noi quattro, con Carlo (Ripa di Meana ndr). Entrati in salotto eravamo su La vita in diretta di Rai 1. Allora dissi a Marina: “La prossima volta che fai piangere Lucrezia ti meno”. Da quel giorno mi ha ribattezzato “Il ceffo”. Però mi adorava».

Perché finì con Lucrezia? Chissà quante ne avrà combinate.

«No, è che è difficile stare con me. Sono esigente, nessuno ci obbliga a recitare o a suonare, ma se scegli di farlo non ci sono mediazioni. Era vulcanica e umorale, ma non riusciva a reggere le mie pretese. È diventata un’ottima attrice».

Non s’è fatto mancare niente.

«Mai rimpianti, piuttosto rimorsi».

Che si pagano.

«Ho vissuto sette, otto vite meravigliose. Vede quella foto? È il ricordo del concerto dei Velvet Underground al Max’s di Kansas City autografato da Andy Warhol. Ero un ragazzo, ero seduto vicino a David Bowie».

E gli alcolisti anonimi?

«Ti aiutano a condividere il dolore. Ho fatto un periodo di rehab a trent’anni. Andavo avanti indietro da Los Angeles. Gli psichiatri dicono che l’inizio della cura è quando realizzi di avere un problema. Alcol e cocaina pensi di gestirli, sbagliando. Andai da uno psichiatra a Londra, mi diede un libro e iniziò a parlarmi di me. “Qualcuno le ha telefonato, come fa a sapere queste cose?”. “Crede di essere unico? Lei rientra in una casistica molto comune”. Siamo cresciuti con il mito di Jimi Hendrix e James Dean, ma l’eroismo del nostro male non esiste».

Cioè?

«Autocompiacimento: pensiamo che la nostra dannazione sia epica e romantica. I media costruiscono il mito del bello e dannato. Ma morto. Sembra che cantino bene perché sono tormentati. Sono convinto che canterebbero meglio se fossero sani. Soprattutto, canterebbero ancora. Sa qual è il vero problema?».

Sentiamo.

«La mancanza del padre. Non ho ancora trovato uno schema narrativo che spieghi tutto questo meglio della storia di Edipo. Tanto più in Italia, dove ci sono madri possessive e invadenti».

Non il suo caso.

«Io sono uno strano esperimento genetico. Mia moglie dice che impazzirà anche il mio psichiatra. In realtà, mi curo con il teatro, che è una palestra dell’anima che funziona a contrasto. La gente va in palestra per caricarsi di pesi, io a teatro mi alleggerisco l’anima».

Il suo momento di massima popolarità fu con le liti finte di C’eravamo tanto amati?

«Ma no… In televisione ho fatto anche altro… Ricordo un Io contro tutti da Maurizio Costanzo sulla pubblicità nei film. Lo slogan era “non s’interrompe un’emozione”. Citai le campagne pubblicitarie firmate da Woody Allen, Wim Wenders, Federico Fellini. Walter Veltroni replicò che quella era un’emozione commerciale. Ecco: la doppia morale, il conformismo di sinistra, quello per cui oggi uno come Ennio Flaiano, per dire, viene celebrato solo in Svizzera. Al cinema ho fatto Summertime di Massimo Mazzucco che vinse a Venezia come opera prima, Bye Bye Baby di Enrico Oldoini, In nome del popolo sovrano di Luigi Magni…».

Si spalanca la porta ed entrano Vittorio Sgarbi, Sabrina Colle e Stefano Lucchini, potente direttore delle relazioni esterne di Banca Intesa. Loro sono reduci da un dibattito con il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, io vedo in pericolo la prosecuzione dell’intervista. Invece no, dopo qualche minuto di saluti e di scambio d’informazioni, si congedano.

Nuovo file: Banca Intesa.

«È uno dei principali sponsor dell’Eliseo. Con l’approvazione del ministro Bonisoli stiamo preparando un progetto per Roma. Se fossimo in un Paese normale parlerei di lobby virtuosa, ma qui si ha paura solo a pronunciare la parola. Comunque, è il miglior media desk d’Europa. Abbiamo fatto insieme quattro film e tre fiction. L’Eliseo è un luogo di condivisione, un luogo per la comunità, un pezzo di storia di Roma e della cultura italiana. Negli archivi ho trovato i carteggi tra Harold Pinter e Luchino Visconti, le foto di Igor Stravinski. I politici intelligenti se ne accorgono. In questo studio si sono seduti tre presidenti del consiglio, sono venuti il ministro Giovanni Tria e Matteo Salvini».

Gode di un trattamento di favore? Cosa mi dice dell’avviso di garanzia per traffico di influenze?

«Confido nell’opera della magistratura. Anche perché quale sarebbe il reato? Il fatto che passo il tempo a tentare di convincere i politici che la cultura ha bisogno di finanziamenti? È una cosa quasi comica. L’Eliseo è un Tric, un Teatro di rilevante interesse culturale, ce ne sono 18 in tutta Italia, costa 5,6 milioni all’anno, un terzo del Piccolo di Milano e la metà del Teatro Argentina di Roma. Improvvisamente, dal 2015 il contributo del Fus (Fondo unico dello spettacolo ndr) si è ridotto a un terzo dell’entità precedente, proprio mentre si avvicinava il centenario. Abbiamo parametri di qualità uguali o superiori a quelli di teatri che ricevono ben più di noi. Sono stanco di prendere lezioni di morale da chi paga gli attori in nero. Se la finanza controllasse i borderò di tutti rideremmo parecchio. Sfido i miei colleghi dei teatri lirici e non a un confronto dal vivo in televisione su questi argomenti. Scommetto che nessuno si presenterà».

Quando faceva politica in An si occupava di questi temi. Poi?

«Ci ho creduto, ma poi tutto si è impantanato. Siamo stati commissariati dall’Europa con Mario Monti. Quelli che mi davano lezioni di bon ton democratico, Italo Bocchino e Gianfranco Fini, mi pare abbiano qualche problema. Tornerei domani in politica se esistesse la possibilità di farla sul serio».

Adesso c’è il governo gialloblù.

«Salvini è uno che non vende fumo. Siccome è un campo che non conosce, non parla di cultura e di cinema. L’Eliseo è un laboratorio culturale del Paese. Luoghi come questi sono carne viva, determinano la qualità della convivenza civile. Credo che questo discorso Salvini e il premier Giuseppe Conte lo capiscano molto bene».

Cosa pensa del cambiamento scaturito dal voto del 4 marzo scorso?

«Penso tristemente che non ci sia nessun cambiamento. Ovvio che la politica precedente, da destra a sinistra, ha fallito. Stentiamo ancora a diventare un Paese coeso. Mettiamola in positivo: mi auguro che nei vari settori scelgano per competenza e non per appartenenza».

Paolo Savona, Giovanni Tria non sono competenti?

«Certo che sì. La politica sceglie i politici. Ma poi sono le nomine in Rai, in Finmeccanica, all’Eni a fare la differenza. L’impasse della Tav di questi giorni è ridicola. I grandi progetti devono avere una visione ampia. Che non può essere la decrescita felice, ma la crescita responsabile».

Auspica il ritorno di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi?

«Credo che ci siano delle stagioni. Berlusconi al massimo può fare il padre nobile. Renzi mi piaceva. Se dovessi dare un consiglio non richiesto gli direi di sparire davvero per due anni, senza incancrenirsi in risse e litigi. Se hai fatto degli errori, devi fermarti. Tra due anni sarà ancora giovane».

Fausto Brizzi, da poco scagionato dalle accuse di molestie sessuali, è davvero un genio come ha detto?

«Certo, per questo dirige la divisione cinema dell’Eliseo. È un grande showrunner, uno che corre più di me, un uomo generoso. È la prima volta che lavoro con un regista che mi presenta altri registi, a suo dire migliori di lui».

Il Me too.

«Chiacchiere e distintivo. Peggio: ha fatto del male alle donne qualsiasi molestate nei supermercati o nelle imprese di pulizia. 26 anni fa ho fatto uno spettacolo intitolato Oleanna, scritto da David Mamet. Era la storia di una carezza verbale trasformata in stupro psicologico. Prima c’era stato il caso di Popi Saracino, il professore che secondo l’accusa aveva violentato una sua allieva. Ora, ci sono le rivelazioni a scoppio ritardato: trent’anni fa mi hai palpato una tetta… È una forma d’involuzione del pensiero politicamente corretto. In Gran Bretagna una docente nera, lesbica e di sinistra improvvisamente non può più insegnare in università perché si è espressa contro le associazioni Lgbt. Capisce? Si avvera la profezia di George Orwell secondo la quale avremmo inventato una lingua che ci avrebbe permesso di parlare senza esercitare lo spirito critico».

Ho visto delle foto sue a una serata con Alessandro Baricco, Francesco Piccolo, Ritanna Armeni: era completamente a suo agio?

«Sì, perché ero a casa mia. Il giorno dell’apertura dell’Eliseo, cinque anni fa, c’erano Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Silvio Orlando e tutto il cinema d’autore. Avrei potuto fare lo spavaldo oppure dire: “Da oggi c’è un posto non dogmatico, questa è casa vostra”, come ho fatto. È venuto giù il teatro… Io guardo al prodotto non per chi votano i registi. Quelli che danno lezioni sul cinema d’autore spesso fanno il procedimento inverso».

La solita doppia morale?

«Se Moretti fa un bel film lo applaudo. Il guaio, semmai, sono i morettiani e gli imitatori. Se lo fa Barbareschi, è sempre un film di Barbareschi. Per capirci, senza far paragoni, non giudico il Faust in base al fatto che Wolfgang Amadeus Mozart era coprofilo. Tra 50 anni potrebbero distruggere quello che ho fatto come artista in base alle mie debolezze e farla pagare ai miei figli».

Si fa o no la serie tv su Calciopoli?

«Sì, per Sky, sarà pronta tra un anno. Ma non sarà su Luciano Moggi, scudetti e partite comprate, come la volevo. Sarà sui procuratori. Le società incombono, la Fiat e non solo. Mi accontento. Siamo un Paese che non vuole diventare adulto».

Il suo romanzo autobiografico s’intitola Cercando segnali d’amore nell’universo: vasto programma. Cercarlo nei posti giusti a portata di mano?

«Infatti, l’ho trovato in mia moglie che è la donna della mia vita. Solo una calabrese può stare vicino a un ebreo come me. Donna straordinaria e tostissima».

Attore, regista e produttore teatrale, televisivo e cinematografico, in Italia e negli Stati Uniti, direttore artistico… chi è Luca Barbareschi?

«Come dice Walt Whitman: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Oppure, altra definizione, ognuno ha la testa bacata a modo suo».

 

La Verità, 3 marzo 2019

«La mia preghiera aveva vinto, poi la giuria…»

Indovinello: che cos’hanno in comune Luigi Di Maio, Al Bano e il presidente della Rai Marcello Foa?

«Aver apprezzato la mia canzone a Sanremo?».

Ha visto che anche il cardinal Gianfranco Ravasi, sempre attento al mondo della musica, ha postato un verso di Abbi cura di me su Twitter?

«Mi ha fatto molto piacere che abbia scelto quel verso – “Basta mettersi al fianco invece di stare al centro” – perché è la mia visione dell’amore. Mi lusinga l’attenzione di una personalità così importante del mondo cattolico e della cultura italiana in generale».

Ha detto che la sua canzone è una preghiera.

«Grazie a un amico monaco ho scoperto che il titolo è un verso del salmo 17: “Abbi cura di me come la pupilla dell’occhio”. È una preghiera laica, un Cantico delle creature 2.0».

Canta: «Siamo in equilibrio sulla parola insieme». Che tipo di equilibrio e che tipo di insieme?

«Da quando veniamo al mondo cerchiamo la completezza, la voglia di essere insieme a qualcos’altro. Quando troviamo una persona che ci sta a fianco ritroviamo questa completezza. Nei rapporti di coppia l’equilibrio è instabile, ma grazie alla cura uno dell’altro possono durare».

Che idea si è fatto delle polemiche sul risultato del Festival?

«C’è stata la volontà di ribaltare il giudizio popolare del televoto. L’ha detto anche il presidente della Rai Foa».

Il dibattito che ne è seguito su élite e popolo è giustificato?

«Credo che vada rivisto il meccanismo di voto. Le faccio un esempio: dopo l’esibizione di venerdì sera ero primo, avevo vinto il Festival. Poi sabato la Giuria d’onore mi ha sbattuto al dodicesimo posto. Al di là di questo, accetto il giudizio. Un festival canoro rimane un gioco. Come a tutti, mi sarebbe piaciuto vincere. Un po’ di amaro rimane perché fino a prima dell’intervento dei giurati d’onore ci ero riuscito».

 

Simone Cristicchi ha 42 anni, due figli, una testa piena di idee e di capelli, un Sanremo già vinto nel 2007 con Ti regalerò una rosa. Ha il profilo dell’outsider intelligente però fuori dal mainstream e dai circuiti delle riviste chic: un percorso teatrale che gli ha procurato un certo ostracismo della sinistra.

 

La sua biografia sul sito inizia da quando aveva 21 anni. Prima chi era e chi erano i suoi genitori?

«Sono figlio di impiegati che lavoravano nel mondo della scuola, cresciuto in una famiglia molto semplice nella periferia di Roma».

Com’è nata la passione per la musica?

«Una casualità: ho scoperto in soffitta una chitarra arrugginita. Avendo tutta l’estate davanti ho iniziato a strimpellarla, imparando presto a suonarla».

Ora si spiega l’attrazione per cantine e soffitte che nascondono pezzi di storia…

«Ho una passione innata per le cose vecchie e vissute. Sono attratto dai mercatini, dai robivecchi. Mi alzavo all’alba per andare a Porta portese».

C’è stato un incontro, un episodio, una persona importante per la sua formazione?

«Il fumettista Benito Jacovitti mi ha dato le prime indicazioni per diventare un artista, spronandomi a esprimere il mio stile nel disegno. Successivamente ho applicato i suoi insegnamenti alla musica».

Era un bravissimo disegnatore, poi?

«Ho disegnato troppo, andando in overdose. A 16 anni, quando ho scoperto la musica, ho continuato a raccontare storie non più su un foglio, ma con le mie canzoni».

Ci parla di Happy Next, il documentario sulla bellezza che sta girando?

«Ho iniziato prima di Sanremo e sto continuando a fare interviste. Uno degli intervistati sarà papa Francesco, che ho incontrato in Vaticano e ha accettato la mia proposta indecente».

Persone comuni e altre note?

«Bambini delle scuole elementari, filosofi, personalità dello spettacolo come Renzo Arbore, Nino Frassica, Mogol, una religiosa, un monaco zen…».

Dove lo vedremo?

«C’è l’interesse di alcune televisioni, ma per ora non voglio dire niente».

Non è un po’ abusato il tema della bellezza?

«Non credo. Abbiano bisogno di parlarne in un momento in cui prevale l’aggressività. Proviamo a ribaltare una visione negativa del mondo».

È vero che per farlo è stato fondamentale l’incontro con una suora di clausura?

«Sì, in un monastero in Umbria ho incontrato una suora, una di quelle rare persone felici, appartate dal mondo, contente con poche cose. Ho vissuto una settimana nel silenzio. È stata un’esperienza che ha influito nella mia visione delle cose».

In che modo?

«Ho realizzato quante cose riteniamo indispensabili mentre sono superflue. Viviamo sempre connessi, immersi in una realtà virtuale, reale ma fittizia; senza mai trovare un momento di silenzio nel quale connetterci con il lato più fragile e più vero di noi stessi».

In Lo chiederemo agli alberi, l’altro inedito del nuovo album, aleggia un cristianesimo francescano.

«È una canzone nata nell’eremo di Campello sul Clitunno. Dove le quattro suore, francescane minori, si definiscono allodole. Ho iniziato a scriverla lì: “Lo chiederò alle allodole/ come restare umili…”».

Altre sue canzoni storiche come La vita all’incontrario e La prima volta (che sono morto) sembrano invece contenere lo stupore per la vita.

«In particolare La prima volta (che sono morto), sebbene si parli di una morte per infarto. Queste morti improvvise ci risvegliano, facendoci capire che la vita è un’occasione da non sprecare. Immagino l’aldilà come una specie di scuola serale nella quale imparare a sfruttare meglio questo dono».

Cantautore, attore teatrale, documentarista, conduttore radiofonico: come tiene insieme tutte queste forme espressive?

«Ho scritto anche quattro libri, l’ultimo è un romanzo per Mondadori, e girato due documentari. Al centro c’è sempre la parola. A volte, la canzone può essere una gabbia. Quando è azzeccata ha qualcosa di miracoloso, come accadeva con quelle di Mogol-Battisti. Ho avuto la possibilità di raccontare storie in altri modi. In particolare con il teatro, che è il mio habitat preferito».

Su YouTube si trova Magazzino 18 trasmesso da Rai 1, quando?

«Il 10 febbraio 2014, lo spettacolo aveva debuttato a Trieste nell’ottobre 2013».

Le foibe sono «una pagina strappata dal libro della storia»: perché c’è silenzio attorno a quei fatti?

«Il silenzio si è cominciato a rompere negli anni Cinquanta in ambiti molto ristretti. C’è stato un silenzio diplomatico tra l’Italia e la Jugoslavia, perché Tito era un interlocutore potente. C’è stato un silenzio politico voluto dalla sinistra, per nascondere la macchia nera dei crimini commessi dai partigiani slavi e italiani. Infine, c’è stato il silenzio degli istriani che hanno vissuto come una vergogna il loro esodo».

Per divulgarlo è servito un romano con la passione di curiosare nelle soffitte della storia?

«L’arte a volte arriva dove altre forme non arrivano. Magazzino 18 ha avuto 200.000 spettatori e 200 repliche sold out. Il pubblico è venuto a vederlo in massa perché non conosceva la storia e perché era uno spettacolo ben fatto».

Come mai un romano?

«Stavo facendo una ricerca sulla Seconda guerra mondiale quando mi sono imbattuto in questo magazzino del porto di Trieste. Era una tragedia che non conoscevo e che mi ha colpito al punto che ho sentito l’urgenza di documentarmi e di trasformarla in uno spettacolo».

Anche l’esistenza di Goli Otok, l’Isola Calva, era sconosciuta?

«Nessuno sa che sono successe queste cose. In quell’isola ci fu l’unico campo di concentramento comunista in Europa. Un gulag dove veniva internato chi non assecondava Tito».

Tra gli esuli noti di origine istriana come Alida Valli, Uto Ughi, Laura Antonelli, Nino Benvenuti, Abdon Pamich, Fulvio Tomizza, Enzo Bettiza c’era anche Sergio Endrigo con il quale ha inciso una canzone. Come lo ricorda?

«Ho avuto l’onore di incidere con lui Questo è amore, una sua canzone. E ho fortemente voluto che fosse in Fabbricante di canzoni, il mio primo album. Ricordo che in studio di registrazione ci aveva divertiti con tanti aneddoti della sua vita avventurosa. Quando uscì il disco lui non c’era già più. L’ho ricordato in tanti concerti, l’ultima volta in Piazza Unità d’Italia a Trieste».

In Magazzino 18 c’è un passaggio in cui, a proposito delle ideologie e dei comunisti che erano dalla parte degli ultimi, dice: «Sa come succede, dotto’, a ragiona’ troppo in grande ci si perde per strada la gente». È quello che è successo alla sinistra attuale?

«Oggi la politica è sempre più distante dai bisogni concreti della gente. C’è una spaccatura tra tanti proclami e la quotidianità reale. Quella espressione è attualissima. Soprattutto la politica è lontana dai bisogni dei giovani, che non la vedono più come un mezzo per trasformare la realtà».

Com’è finita la storia della tessera onoraria che, dopo quello spettacolo, l’Anpi voleva ritirarle?

«È rimasta lì, nessuno alla fine me l’ha ritirata. L’Anpi è una realtà variegata in correnti diverse. Alcune arroccate su ideologie che non permettono di vedere la storia con obiettività, altre più vicine a riconoscerla».

Ci anticipa qualcosa del prossimo programma per Tv2000?

«Con don Luigi Verdi della Fraternità di Romena si è instaurato un bel feeling. Una sera abbiamo improvvisato uno spettacolo, io cantavo canzoni a tema, lui parlava. A maggio registreremo quattro serate di un programma che s’intitolerà Le poche cose che contano».

Parla volentieri di spiritualità e meno della Chiesa, sbaglio?

«Non sbaglia. In fondo, in tante diverse religioni ho ritrovato lo stesso insegnamento. Così spazio dal cristianesimo allo zen allo gnosticismo. Come dice la teosofia, tutte le religioni contengono una parte di verità».

Qui comincerebbe un’altra intervista, ma lei deve prendere un aereo. Può dire di non essere più un «panchinaro condannato allo stand by» come si definiva in Vorrei cantare come Biagio?

«Mi sento un outsider che ha fatto un percorso unico con grande fatica, ma anche con grandi soddisfazioni. Soprattutto quella di aver trasformato la mia passione nel mio lavoro».

La Verità, 17 febbraio 2019