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L’info emergenziale, nuovo format del Tg1

Belle le vacanze nei posti remoti. Ma se la tv riceve solo i tg Rai, insomma. Certo, si può resistere. Siamo passati per un inusitato confinamento fisico, che sarà mai un pizzico di libertà vigilata informativa? Di esclusiva del Tg1 – nel senso che si vede solo quello? Perché, anche se in qualche arcipelago sperduto o a un metro dal confine alpino il primo pensiero non è l’informazione, tuttavia il tambureggiamento giallorosso, con annessa campagna della paura, un tantino infastidisce. L’infodemia non si porta bene sulle infradito o sulle scarpe da trekking. Almeno in spiaggia o in rifugio si vorrebbe rilassarsi un filo e staccare dal tam tam emergenziale, nuovo format dei tg Rai.

Da giorni il coro dei media cavalcava la nuova intesa tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti per le elezioni comunali del 2021 (Virginia Raggi a parte). Alleanza strategica, accordo foriero di un futuro radioso per l’Italia tutta, era la ola delle redazioni. E pazienza se per il M5s trattasi di tradimento della ragione sociale anticasta battezzata col Vaffa. L’establishment e Virginio Bettini tifano per la saldatura e dunque: testa nella sabbia e avanti con la fanfara. L’altra inversione a u è la rottura del tabù dei due mandati. Ci pensa il Tg1 diretto da Giuseppe Carboni a condire l’apostasia come «evoluzione», il rinnegamento come «svolta di maturità». Così Di Maio e Zingaretti veleggiano verso un avvenire d’armonia e tutti contenti, o quasi. Alla coppia Conte Casalino a un certo punto devono essere girati i cabasisi per l’eccesso di miele sul capo della Farnesina e il segretario Pd proposti spesso in garrula abbinata, il primo dichiarante su Facebook il secondo mascherinato tra i collaboratori. Così quella sera, prendendo la rincorsa, Emma D’Aquino annunciava che il premier si era pronunciato su alleanze, economia, Covid, scuola, Libia, Libano e per dessert macedonia con panna. Mentre il giornalista distillava il Contepensiero, eccolo in persona personalmente avanzare spedito con lo staff, seduto alla scrivania, incedere con pochette nei saloni di Palazzo Chigi, intravisto nello studio dalla porta socchiusa, parlare a una convention con microfonino ad archetto, digitare sulla tastiera, dialogare con le folle e camminare sulle acque… Confrontati, i cinegiornali dell’Istituto Luce sono satira corrosiva. Oppure la fonte ispirativa potrebbe essere la tv del Fatto quotidiano. Il quale proprio quella mattina, aveva pubblicato, in versione cartacea, l’intervistona a Giuseppi bisfirmata da Marco Travaglio e Salvatore Cannavò. Non è una bella sintonia tra il tg ammiraglio e il foglio cacciatorpediniere?

Del resto, il Tg1 (meno di 4 milioni di spettatori, share attorno al 24%) è pronto scattante malleabile. Se i giornaloni sono i portali del pensiero unico, il telegiornalone va dritto sull’indottrinamento. La giusta stigmatizzazione dei furbetti dei 600 euro che siedono in Parlamento serve per lanciare la campagna per il referendum sul taglio di deputati e senatori. E, fatto che non guasta, ad assestare un colpetto alla Lega (non pervenute le inchieste sugli onorevoli d’Italia viva e Pd che hanno richiesto il bonus). Anche dell’avviso di garanzia al premier e ad altri sei ministri spiccato dalla Procura della Repubblica di Roma non si hanno notizie. Quel giorno cascano i due anni dal crollo del ponte Morandi e quindi spazio alla commemorazione della tragedia, impreziosita dalla passerella genovese del premier. In totale, sei servizi sei. Poi ci sono i già citati resoconti sulla «maturazione» e il «cambio di passo» del M5s. E quindi non c’è spazio per altre notizie. Né quella di mezzo governo indagato. Né quelle relative al caos scuole (disaccordi tra il ministro Lucia Azzolina e il Cts, presidi in rivolta, distanziamenti sì no ni, mascherine obbligatorie facoltative inutili) che già agitano famiglie e insegnanti. Siamo alla vigilia di Ferragosto, perdiana. È tempo di escursioni, alpinisti, vacanze ecologiche, maghi, diete… Il 16 agosto invece è il giorno della chiusura delle discoteche. Dal Manzanarre al Reno, dagli Appennini alle Ande, il virus impazza ovunque. La seconda ondata è imminente, colpa dei giovani indisciplinati, scoperti una volta doppiato il Ferragosto. Evidentemente, prima tutti immaginavano che nelle discoteche i ragazzi stessero distanziati. Nulla da dire invece sui sistemi di controllo al rientro dai Paesi a rischio e sui focolai creati dai centri di accoglienza immigrati. Non pervenuti servizi sulla caserma Serena fuori Treviso, 230 positivi al coronavirus.

L’innovazione del Tg1 giallorosso è l’informazione ibrida come le Toyota. Il notiziario va con la benzina dell’indottrinamento governativo e con l’alimentazione elettrica dell’evasione e dell’ambientalismo all’acqua di rose. Il comun denominatore è il verbo emergenziale che richiede uno o più salvatori: il premier in primis, e a ruota i nuovi sacerdoti della pandemia, gli ecoallarmisti, le Grete varie. Dal 15 al 25 agosto l’ossessione da Covid non conquista l’apertura del tg solo il giorno del ritrovamento dei resti del povero Gioele Parisi, il figlioletto della dj Viviana trovata morta in Sicilia, nell’anniversario del crollo del ponte di Genova e in quello del terremoto di Amatrice. Ma in questi ultimi due casi c’è di mezzo la sfilata del premier che va a rincuorare, confortare, massaggiare. Altrimenti domina la campagna della paura di cui la politica dell’emergenza è diretta emanazione. Come lo è la gestione delle scuole: quante volte abbiamo visto i due dirigenti che tendono il metro tra i banchi? La bionda Laura Chimenti tambureggia cifre e allarmi Covid con aria accigliata. La curva dei contagi non fa che impennarsi, le terapie intensive in calo o stabili vengono taciute. Potrebbero anche saltare le prossime elezioni regionali, ma per ora meglio non scoprire le carte. Se qualcuno osserva che l’indice del contagio diminuisce in rapporto ai tamponi «potrebbe essere un numero sottostimato perché calcolato solo sui sintomatici». Viviamo nell’incubo dell’imminente «bomba virale». Giusto il tempo per rifiatare con gli esteri, utili a mostrare che fuori dall’Italia felix imperversano loschi figuri da Donald Trump a Jair Bolsonaro da Vladimir Putin ad Aleksandr Lukashenko, e si torna a parlare di Covid nel mondo e, con la cronaca, nelle discoteche, negli aeroporti, nel porto di Civitavecchia, non in quello di Lampedusa però. Per «alleggerire» il terrore da contagio in molti servizi si sposa l’evasione con la nuova sensibilità green. Ma il risultato è tra il comico involontario e il pittoresco: il lago di Massaciuccoli è minacciato da una pericolosa pianta acquatica, ci sono due oranghi da curare nel Borneo, l’azienda avellinese che produce componenti per sonde spaziali non ha la connessione internet, rinasce la fattoria dei cavalli degli zar, ritorna Winnie the pooh, nelle acque dell’Alaska è ricomparsa l’orca bianca, l’orso M49 è scappato di nuovo, il parto del panda di una mamma anziana ha avuto un «boom di visualizzazioni», Laura e Marco sono «uragani paralleli». Nell’annunciarli, D’Aquino, Chimenti e Francesco Giorgino sono seri. Per il 2021 si consiglia agriturismo con tv satellitare.

 

La Verità, 26 agosto 2020

I laici citano sant’Agostino, il Papa Fabio Fazio

Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale a Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti?

Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta.

Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commeovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento.

Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale.

Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh.

Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori?

La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe.

’Namo bene, direbbero a Roma.