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L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020

A Otto e mezzo i punti di domanda sono per gioco

C’era il punto interrogativo nel titolo – Conte, il miglior comandante possibile? – ma poi appena qualcuno ha fatto balenare dei dubbi, apriti cielo. Gli ospiti erano Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, il più filogovernativo del villaggio, Patrizia Laurenti, direttore dell’unità operativa complessa dell’ospedale Gemelli di Roma, Gianrico Carofiglio, scrittore, e Alessandro De Angelis, vicedirettore dell’Huffington post. Il programma era Otto e mezzo, condotto da Lilli Gruber, e la puntata seguiva di poco l’ultima conferenza stampa nella quale il premier Giuseppe Conte ha in parte smentito che le norme restrittive dureranno fino al 31 luglio (La7, martedì, ore 20,40, share del 8,05%, 2,5 milioni di telespettatori). In realtà, la conferenza stampa era una novità da quando è esplosa l’epidemia, di sicuro la prima dopo le critiche per le comunicazioni istituzionali notturne tramite Facebook. Un cambio di rotta? Macché, ha assicurato il direttore del Fatto quotidiano. Le decisioni sono complesse perché bisogna mettere tutti d’accordo, sindacati, ministri e persino quei trogloditi dei governatori del nord. E poi non è stata concessa alcuna esclusiva a piattaforme private, tutti potevano collegarsi al sito del governo. Quindi, va tutto a gonfie vele, madama la marchesa. Il vicedirettore dell’Huffington post si permetteva di eccepire, osservando che si possono rappresentare critiche senza dover passare per sciacalli. Proprio a Otto e mezzo del 27 gennaio il premier aveva annunciato che il governo era «prontissimo» ad affrontare l’emergenza, salvo prendere i primi provvedimenti 25 giorni dopo e annunciare confusamente il lockdown solo l’8 marzo. Per consolidare il ragionamento, De Angelis ha proposto un parallelo con le accuse di sciacallaggio rivolte ad Anno zero con Michele Santoro e lo stesso Travaglio, per una puntata critica con il governo Berlusconi sul terremoto dell’Aquila. Smaniante, la conduttrice ha tagliato corto – «non voglio parlare di Berlusconi» – chiamando in causa Carofiglio. Il quale, già segnato dai recenti infortuni comunicativi, si è tenuto su una linea morbida, abbozzando appena – senza entrare nel merito, «ma se volete ci entro…» – un’esigenza di puntualità della comunicazione del premier, per evitare che una certa fiducia possa esserne inficiata. Ma anche questo accenno è bastato a esporlo agli sguardi di riprovazione della conduttrice e al sarcasmo di Travaglio, intollerante alla lesa maestà di Giuseppi. Domanda: il punto interrogativo del titolo della puntata era reale o messo lì per gioco?

 

La Verità, 26 marzo 2020

«Mi dimisi per dignità, ma i soloni non si scusano»

Buongiorno Maurizio Lupi, come sta?

«Sto bene perché non ho nessun rimpianto e nessuna recriminazione. Quando mi sono dimesso da ministro l’ho fatto per difendere un’idea di politica e di governo, ma soprattutto la mia storia e la mia famiglia. Non potevo, né volevo, dimettermi da padre. E nemmeno modificare il giudizio sui miei collaboratori. Con quel gesto ho voluto riaffermare le ragioni per cui un giorno ho deciso di entrare in politica».

E come si sta, pubblicamente riabilitati?

«Sono stato fortunato a non essere mai indagato, a non dover spendere denaro per avvocati, a poter continuare a fare politica in un altro ruolo. Al contempo, provo grande dispiacere pensando a coloro che hanno ingiustamente pagato con il carcere e processi continui, da innocenti».

Il 15 marzo 2015, senza essere indagato, Maurizio Lupi si dimise da ministro delle Infrastrutture in seguito all’inchiesta Grandi opere secondo la quale l’imprenditore Stefano Perotti e il superdirigente del ministero, Ercole Incalza, si sarebbero interessati all’assunzione del figlio Luca. Al quale, in occasione della laurea, Perotti, amico di vecchia data del ministro, regalò un orologio Rolex. L’archiviazione dell’indagine è di aprile, ma la notizia è stata divulgata solo il 6 novembre. Nel 2018 Lupi è stato rieletto deputato nelle file di Noi con l’Italia, confluito nel Gruppo misto della Camera.

Sono passati 4 anni e mezzo dalle sue dimissioni da ministro del governo Renzi, dopo quello Letta: che anni sono stati?

«Di continuo cambiamento. La prima certezza saltata è stata il ruolo di ministro. Poi è cambiato il partito di riferimento, da Forza Italia e dall’Ncd, con un gruppo di amici abbiamo dato vita a Noi con l’Italia. Infine, è evoluta anche l’idea di centrodestra. L’unica certezza che si è consolidata è che bisogna essere sempre pronti a mettersi in gioco».

Perché si dimise nonostante non fosse indagato?

«A volte, più di tante parole valgono i gesti. Siamo uomini pubblici. Quasi tutti mi avevano sconsigliato di farlo e tanti non l’hanno fatto. Io ho preferito lasciare che qualcun altro proseguisse il lavoro iniziato. Quando ho visto che si dipingeva una cupola di corruzione ho voluto dare un segnale di assoluta libertà».

Perché la richiesta di archiviazione presentata ad aprile è divenuta pubblica solo pochi giorni fa?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Ringrazio il giornalista del Corriere della sera che ha dato la notizia. Era la seconda archiviazione in un anno e mezzo. Nel nostro Paese il sostegno a un’indagine su un reato, prima che sia comprovato, comincia già sui giornali. Per altro, dopo la divulgazione della notizia entrano in funzione i soloni del tribunale etico».

Anche i funzionari e imprenditori più coinvolti di lei saranno riabilitati?

«Questo è il dolore maggiore. Quando si agitano le manette bisognerebbe ricordare che la presunzione di innocenza, oltre a essere scritta nella Costituzione, serve a tutelare la vita delle persone. È giusto che chi commette degli errori ne risponda. Ma ora chi ripagherà un’impresa con 100 dipendenti tra le migliori d’Europa nel suo campo che ha dovuto chiudere? E chi risarcirà un alto dirigente statale che ha fatto 70 giorni di carcere ed è stato assolto 17 volte su 17? Infine, chi risponderà del danno per il clima inquisitorio instaurato che rende sempre più faticoso il processo decisionale nelle istituzioni?».

Quell’indagine era partita da alcune intercettazioni male interpretate.

«I magistrati di Milano hanno detto che la Procura di Firenze ha male interpretato un dialogo nel quale in realtà si stava ribadendo una norma di legge. Cioè, l’hanno interpretato al contrario, come espressione di un intento affaristico. Se decontestualizzi le conversazioni puoi prendere grandi abbagli. Da anni si attende la definizione della normativa sull’uso delle intercettazioni, ma finché ciò non avviene ognuno le usa liberamente».

La riforma del ministro Alfonso Bonafede la fa ben sperare?

«Dalla legge “Spazzacorrotti” in poi s’interviene solo con l’inasprimento delle pene o con l’introduzione di nuove figure e mezzi investigativi. Se si prescinde dalla proporzionalità della pena al reato alla lunga non ci resterà che la pena di morte».

Quanta soddisfazione le dà il fatto che è stata proprio la Procura di Firenze a chiedere l’archiviazione?

«C’è un giudice buono a Berlino. Si può sbagliare, ma riconoscere l’errore può far intraprendere una strada nuova».

Perché l’archiviazione dell’indagine ha avuto così scarso rilievo sui giornali?

«Perché non fa notizia dire, a distanza di anni, che era un’inchiesta infondata. Tutto brucia rapidamente. Fortunatamente c’è la Rete che permette una pur minima pubblicità delle notizie positive. Se dovessimo stare a gran parte dei giornali…».

Francesco Merlo su Repubblica ha distinto tra assoluzione penale e decenza politica.

«Certi opinionisti indossano i panni del grande inquisitore: sì, non c’era niente, ma ha sbagliato comunque. Anche Marco Travaglio ha ribadito che dovevo dimettermi, tirando in ballo la questione etica. Ma se non c’era reato, non c’era corruzione, non c’era alcuna richiesta di favori, non ero indagato allora e non sono stato condannato dopo e c’era trasparenza assoluta, dov’è la questione etica?».

Ha meno fiducia nei giornalisti che nei magistrati?

«Tra i commentatori non ho visto ammissioni di errori. Per qualcuno dovevo dimettermi anche da padre. Mio figlio, laureato in ingegneria con 110 e lode, aveva trovato un lavoro. Mi chiamò in lacrime da New York dicendomi che sotto il suo ufficio c’erano decine di giornalisti e chiedendomi quale fosse la colpa di aver ricevuto un regalo di laurea da una persona che conosceva da anni. Quando ci si accorge di aver sbagliato ci si può scusare, invece i Torquemada continuano per la loro strada. A loro vorrei regalare Pensieri improvvisi, un libriccino di Andrej Sinjavskij: “Quando ti becchi una malattia venerea, solo allora ti accorgi che tutti gli uomini sono puliti”».

Perché chi opera negli appalti delle infrastrutture è sempre in odore di corruzione?

«È una fama giustificata, ci sono precise responsabilità della politica. L’errore è generalizzare buttando il bambino con l’acqua sporca. Alla fine degli anni Ottanta fu promulgata una legge che bloccò fino al 2001 la realizzazione delle grandi opere per sconfiggere la corruzione. È il motivo per cui in questo campo l’Italia è un paese arretrato. Serve un patto trasversale per le infrastrutture materiali e immateriali. Poi chi governa deciderà come farle».

Che cosa pensa del crollo del ponte Morandi?

«Aldilà delle responsabilità accertate, penso che se avessimo costruito la Gronda quella tragedia non si sarebbe verificata. Le opere non realizzate spesso si trasformano in tragedie».

Rinnoverebbe la concessione ad Atlantia della famiglia Benetton per la gestione di Autostrade per l’Italia?

«In uno Stato di diritto si ritirano le concessioni solo nel momento in cui è accertato il mancato rispetto del contratto. Una volta documentate le responsabilità, chi ha sbagliato paga e ricostruisce. La tragedia del ponte Morandi era l’occasione per ridefinire le regole del rapporto concessionario. Ora si pensa al ritorno dello Stato padrone come fosse immune da errori, ma la storia ha già mostrato che non è così».

Il Mose e l’alluvione di Venezia?

«I ritardi nell’ultimazione del Mose sono l’evidenza di come si è tradita Venezia e quindi l’Italia. Nella primavera del 2014 era realizzato all’87%. Avrebbe dovuto essere pronto nel giugno 2016 e attivo, dopo i collaudi, nel gennaio 218. Lo scandalo delle tangenti ha fatto bloccare i lavori ed è iniziato lo scaricabarile tra le autorità. Invece, mentre la giustizia avrebbe dovuto fare il suo percorso pretendendo i rimborsi dai responsabili, si sarebbero dovuti accelerare i lavori di completamento dell’opera».

Ex Ilva, Tav, Mose, ponte Morandi, aree terremotate: come può esserci unità d’intenti se nello stesso governo ci sono il partito del Pil e quello della decrescita?

«Anche un movimento di moralizzatori potrebbe capire che la sfida della politica non è la campagna elettorale, ma governare il Paese. Se il reddito di cittadinanza si rivela un provvedimento assistenzialista e con quei soldi si può tagliare il cuneo fiscale, bisogna avere la forza di cambiarlo e di convincere il proprio elettorato».

Non è facile come dirlo.

«Bisogna provarci. Se hai il ministero dello Sviluppo economico, prima con Luigi Di Maio e ora con Stefano Patuanelli, e fai chiudere la più grande acciaieria d’Europa qualche domanda te la devi fare».

Noi per l’Italia aderirà alla coalizione degli italiani con Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni?

«Noi con l’Italia è a pieno titolo nel centrodestra. Senza esser presuntuosi vogliamo far tornare rilevante la proposta politica del centro, senza il quale il centrodestra si chiamerebbe destra».

Che spazio vede per i cattolici in politica?

«Uno spazio enorme. Oggi il partito dei cattolici sarebbe antistorico. Ma in uno scenario in continua e rapida evoluzione, i cattolici, come tanti altri, possono testimoniare un impegno al servizio del bene comune per ricostruire una società che nasca dalla persona e dalla libertà».

Cosa pensa della disponibilità al dialogo verso Salvini manifestata dal cardinal Ruini?

«Non si può non dialogare con chi rappresenta un terzo degli italiani. Trovando, nelle differenze, punti in comune su cui lavorare insieme. Salvini non è il diavolo, così come i comunisti non mangiavano i bambini».

Che cosa direbbe oggi al suo amico Roberto Formigoni?

«Quello che gli dico quando vado a trovarlo: che il suo operato ha cambiato la Lombardia ed è stato un modello per l’Italia di attuazione del principio di sussidiarietà con al centro la persona. Gli dico anche che non è solo».

E sulla sua vicenda giudiziaria?

«Le sentenze si rispettano e Roberto lo sta facendo. Ma, per conto mio, quella che lo riguarda non racconta ciò che è stata l’azione politica e di governo di Roberto Formigoni».

 

La Verità, 17 novembre 2019

«La pistola posso trovarla, mi manca il coraggio»

Massimo Fini gioca d’anticipo e come metto piede in salotto dice: «Prima d’iniziare devi firmare un impegno a farmi rileggere il testo. Non l’ho mai fatto, ma ho deciso di cambiare». Due anni fa Fini è già stato protagonista degli Irregolari, ma gli ultimi suoi scritti, sempre più radicali, giustificano un aggiornamento. In un lungo articolo sul Fatto quotidiano del 22 settembre ha invitato i ragazzi ad ascoltare Il bombarolo di Fabrizio De André e a ribellarsi. In un secondo del 7 ottobre, intitolato «La lealtà presa a pesci in faccia», ha praticamente dichiarato guerra al mondo: «Per tutta la vita», ha scritto, «ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io». Dunque, eccoci qua. Firmato l’impegno scritto, chiedo: come dobbiamo considerare questa intervista, mi posso fidare delle risposte? «No che non ti puoi fidare. È un controsenso che tu venga da Padova dopo il mio proclama di slealtà. Ti dirò una serie di menzogne o di mezze verità, che forse sono anche peggio». Le sorprese, però, non sono finite: «Adesso devi ascoltare Il bombarolo, da cui tutto è cominciato». Si alza e accende l’impianto hi fi.

Perché tutto è cominciato da questa canzone del 1973?

«Perché mi riporta alle mie origini anarchiche. Ascoltandola, mi sono chiesto che cosa ho fatto. La risposta è: nulla. A parte i libri, che resteranno almeno per un po’, tutto il mio lavoro molto doverista non ha avuto senso. Credo di aver sprecato il mio talento. Avrei dovuto venderlo al miglior offerente».

Al miglior offerente?

«Sì, come han fatto tutti. Anche uno come Alessandro Sallusti, che ritengo un ottimo professionista, si è messo al servizio di Berlusconi. Qualche tempo fa, a una cena nella terrazza di casa sua, mi presentò agli ospiti: “Massimo è uno che ha rinunciato a grandi quantità di denaro, a miliardi”. Le donne rizzarono le orecchie. “Si sa come funziona”, continuò Sallusti, “si entra in un giro e poi le cose vanno di conseguenza”. Apprezzai la schiettezza. Sallusti conserva una sua integrità. Salvo anche Maurizio Belpietro che ha una sua dignità. La stessa non vedo in Vittorio Feltri che, come ho già scritto, ha la moralità di una biscia. Questo mi spiace perché con lui ho condiviso esperienze professionali notevoli, però oggi questo è».

Tornando a te e al soldo del miglior offerente, quanto avresti retto?

«Ho lavorato a Repubblica. Eugenio Scalfari mi mandò due telegrammi di complimenti, ma dopo tre mesi me ne andai. Il mondo radical chic non era il mio. Non erano loro a essere sbagliati, lo ero io per loro. Non era il mondo giusto neanche per il mio unico vero amico nel mestiere, Giorgio Bocca. Conservo ancora la sua recensione a Ragazzo. Storia di una vecchiaia: “Una lettura affascinante. Il ragazzo mi spiega con fraterna sincerità cosa sono oggi”».

Grandi amici, ma Bocca rimase a Repubblica.

«Manteniamo le misure: Giorgio era di una categoria superiore. Una delle critiche che mi si può muovere è di essere troppo tranchant».

Il fatto che lo consideri superiore è verità o mezza verità?

«Lo ritengo il più grande giornalista del dopoguerra».

Più di Montanelli?

«Sì. Ricordo un dialogo proprio con Giorgio, sempre più brontolone: “Non mi piace più niente e nessuno”, diceva. “Neanche Marco Travaglio?”. “Non si può scrivere un pezzo ogni giorno”. Allora, cercando qualcuno che lo soddisfacesse citai Montanelli. Disse che venivano spesso accomunati e che, sebbene ne apprezzasse la scrittura elegante, pensava non fosse un uomo profondo. Aveva ragione Giorgio, lo dico con gran sofferenza».

Immagino, anche perché Montanelli ha scritto: «Massimo Fini ha le mani pulite. Non rispetta le regole. Non sta al gioco. Ed è questo che dà tanta forza alla sua frusta».

«La sua prefazione a Il conformista me la tengo stretta anche più del premio alla carriera intitolato a lui che un gruppo di colleghi, tra cui Paolo Mieli, ha pensato di tributarmi. Indro è stato un gigante. Però fare il bastian contrario con i tolleranti democristiani non era così difficile. Quando è finito il suo mondo di comunisti e democristiani ha perso la presa. Non ha capito il fenomeno Lega e l’avvento di Berlusconi. La rapida fine della Voce lo dimostra. Berlusconi lo cacciò per le ragioni che conosciamo, ma in quel momento Il Giornale aveva come punto di riferimento Arnaldo Forlani. Da editore l’avrei cacciato anch’io».

Quello di Repubblica non era il tuo mondo, quale avrebbe potuto esserlo?

«Il mio mondo non c’è. I giornali della cosiddetta destra, Il Giornale, Libero, La Verità mi hanno sempre trattato con rispetto. Fosse stato per le testate della sinistra non sarei esistito culturalmente in questo Paese».

Avresti potuto resistere nella stampa moderata o conservatrice?

«Io non faccio la puttana. Credo che l’unico personaggio pubblico che si avvicina a me sia Daniele Luttazzi, l’unico uscito massacrato dal cosiddetto editto bulgaro. Anche Marco Travaglio e Carlo Freccero si sono ripresi».

Hanno pagato le loro posizioni, Freccero in particolare.

«Non ne sono convinto… Lo vedi quel telone che copre la vista all’esterno?».

E cosa c’entra?

«È una questione di dignità. Noi, qui dentro, alle quattro del pomeriggio, teniamo le luci accese e non vediamo fuori a causa di quel pannello su impalcature. Al decimo piano si dovevano fare dei lavori di ristrutturazione e ci sarebbe stato un costo da suddividere tra condòmini. Ma siccome una società di affissioni pubblicitarie ha offerto mille euro al mese a inquilino ora il pannello toglie la vista a tutti. Qui ci abita gente benestante, non siamo a Quarto Oggiaro. Per mille euro non si vendono luce e aria e la propria dignità. Ne ho parlato con gli avvocati».

Che pubblicità c’è?

«Qualunque sia. All’inizio c’era Sky, adesso non so».

È l’inizio della tua rivolta?

«Ma che ne so, ho 74 anni… So che Travaglio è preoccupato perché teme la violenza. Qualcosa m’inventerò e non sarà politically correct».

La lealtà è un ideale dell’Ottocento romantico un po’ superato?

«Per me no. Io sono legato a questo principio ottocentesco, mio padre mi ha educato a questi ideali, io ho fatto lo stesso con mio figlio. Faremo tutti una brutta fine. Spero non mio figlio. Non l’ho mai aiutato, però ha già subito tutti i danni del fatto di essere mio figlio. È docente di matematica, nulla che c’entri con me. Si è presentato al concorso per diventare associato, ma hanno promosso la moglie del suo professore».

Lo stato d’animo del bombarolo è la solitudine o l’isolamento?

«Direi l’isolamento. Rischiando di persona, fa esplodere un chiosco di giornali esponendosi al ridicolo che è la cosa peggiore. Qualcun altro sfrutta la situazione e finisce in prima pagina».

Il contrario della lealtà è l’ipocrisia cioè il politicamente corretto?

«Diciamo che è la mezza menzogna, che è peggiore della menzogna pura e semplice. Ne sono pieni i nostri giornali, perciò non li leggo più».

Neanche nello sport si predica più lealtà.

«A cominciare dal calcio, dominio del business. Ne parlerò nel libro che sto scrivendo per Marsilio con Giancarlo Padovan. S’intitolerà Storia reazionaria del calcio italiano, racconterò la bellezza perduta degli ultimi anni. Non a caso i ragazzi si indirizzano alla pallavolo, al basket, all’hockey».

In politica c’è posto per la lealtà?

«In genere finisce male. Nutro una certa simpatia per i 5 stelle, ma non è un caso che Alessandro Di Battista se ne sia andato in Guatemala. Dopo anni in cui vedi che non cambia niente ti rassegni. Non voglio togliere la speranza ai giovani, ma io non ce l’ho».

Che cosa t’ispira dei grillini? Sono forse un po’ ingenui?

«Conosco Beppe Grillo da più di trent’anni, e anche Luigi Di Maio e Di Battista. Sono puliti. Ci chiediamo se sono anche capaci. La risposta è nel mantra di Travaglio: i capaci cos’hanno fatto finora?».

Che cosa pensi di Matteo Salvini?

«Che ha ragione quando dice che sarà difficile reggere alle pressioni della finanza internazionale, in gran parte ebraica. Sta crescendo un movimento di populismi che mira a disarticolare il sistema che si è affermato dopo la fine della Seconda guerra mondiale».

Un movimento che parte dall’America dell’impresentabile Donald Trump.

«Quando i cittadini americani hanno visto che le grandi società della finanza, i media e Hollywood stavano tutti con Hillary Clinton, dopo essersi chiesti se quel mondo li rappresentava, hanno votato Trump. Questo movimento parte da lì, attraversa l’Europa e arriva al candidato brasiliano Jair Bolsonaro».

Il politicamente corretto vuol trasformare le istituzioni in luoghi di bontà?

«Fino al 1960 l’Africa sub sahariana era alimentarmente autosufficiente. È stato il modello occidentale a produrre l’immigrazione e non basteranno i cannoni di Salvini a fermarla. Abbiamo bombardato la Libia, ma si dice che non siamo stati capaci di controllare il dopo Gheddafi. In realtà, la Libia era riconosciuta dall’Onu e l’intervento francese, americano e italiano era fuori dalle leggi internazionali. Il problema non è quello che abbiamo fatto dopo, ma quello che abbiamo fatto prima».

Il caso del sindaco di Riace dimostra che per perseguire una missione le istituzioni possono scavalcare la legge?

«Il re Caronte si oppose alla sepoltura del fratello di Antigone perché aveva violato la legge. Il dilemma tra regole e umanità è uno dei tanti, irrisolvibili, a cui è posto di fronte quest’essere tragico che è l’uomo».

Hai risposto a tutto senza bluffare, solo non mi è chiaro come e quando inizierà la rivolta.

«Smetterò di scrivere, sono stanco».

L’hai annunciato altre volte.

«Mi sto allontanando lentamente dalla vita. La pistola la trovo, mi manca il coraggio».

 

La Verità, 14 ottobre 2018

«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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Perché anche in tv l’accozzaglia batte il golden boy

Venti punti di distacco tra il Sì e il No: molti più del previsto. Riavvolgiamo il nastro di questi mesi, a caccia del meglio e del peggio delle esibizioni dei protagonisti. In televisione, nei confronti, nelle scelte di campo.

Il goldeb boy del Sì. L’altra sera Giovanni Minoli ha chiesto a Gianni Rivera chi era il marcatore che temeva di più. L’ex golden boy ha risposto: «Ero io stesso quando giocavo male». Matteo Renzi ha giocato male dall’inizio alla fine della campagna referendaria. Massimo Cacciari, che ha votato Sì, ha detto che «la responsabilità di questo risultato è al 99 per cento» sua «e della sua scriteriata presunzione». Renzi ha sbagliato la prima mossa dichiarando che sull’esito del referendum si giocava tutto e promettendo che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. La famigerata «personalizzazione» ha trasformato il referendum sulla Costituzione in un referendum sul premier, spaccando il Paese in due com’era ai tempi di Berlusconi. Il secondo errore, effetto collatorale del primo, è stato l’esasperante presenzialismo televisivo che ha provocato il rigetto dei telespettatori-elettori. Gliel’avranno consigliato gli spin doctor o ha sbagliato da solo? La sua attività di governo è coincisa con la campagna referendaria sulla quale ha piegato elargizioni e promesse dell’ultim’ora. Anche il Marchese del Grillo perde. E dà il meglio nel discorso della sconfitta, come già accaduto in passato. Egocentrico.

I mastini del No. Renzi si è fatto male da solo, ma Matteo Salvini e Renato Brunetta hanno giocato la loro partita in una campagna tutta sangue sudore e sondaggi. Sono stati i faticatori dell’«accozzaglia» che non tirano indietro la gamba in mezzo al fango. Il leader leghista si è buttato nella mischia, ma avrebbe preferito spostare la battaglia sull’immigrazione e sul potere delle banche. Ancora più aggressiva la marcatura di Brunetta, non a caso evitato dal premier in tv, pronto a mobilitare anche la consorte via Twitter. È stato lui a decretare: «Renzi, game over». Arcigni.

La squadra del Sì. Chi l’ha vista? Maria Elena Boschi e Graziano Delrio ridotti ai minimi termini. Indebolita dallo scandalo di Banca Etruria, la ministra per le Riforme ha tentato di evitare i duelli, a cominciare da quello con Salvini. A Otto e mezzo è stata beccata a suggerire a Lilli Gruber di togliere la parola all’interlocutore (Valerio Onida). Dopo la presenza da pecorella smarrita a DiMartedì, Delrio non si è più visto. Considerate queste prestazioni, Renzi aveva minacciato di boicottare i talk show. Per riempire il vuoto è rispuntato Pierferdinando Casini. Desaparecida.

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

I registi del No. Beppe Grillo in prima linea, Silvio Berlusconi più defilato, ma determinante nell’ultima fase per non lasciare campo libero al M5S. Obiettivo raggiunto a metà. Pur infiacchito dalle polemiche sulla giunta romana, il leader pentastellato si è caricato la campagna sulle spalle duellando alla pari con Renzi, senza invadere come lui le tv. Ispirati.

I cattivi maestri del Sì. Gli endorsement non portano voti. Anzi, quando lo scontento è diffuso e l’insofferenza elevata è facile che li tolgano. Il sostegno accorato di Giorgio Napolitano e quello in extremis di Romano Prodi hanno creato il corto circuito: come mai gli uomini della casta stanno con Renzi? Datati.

I prof del No. Li aveva scelti lui come avversari stagionati su cui maramaldeggiare e per far passare l’idea che chi è contro la riforma appartiene al passato. Invece, sia Gustavo Zagrebelsky che Ciriaco De Mita si sono rivelati alquanto ostici. La forza tranquilla della conoscenza. Resistenti.

I business del Sì. Schierato, schieratissimo il mondo imprenditoriale, da Vincenzo Boccia (Confindustria) a Sergio Marchionne (Fca), da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Flavio Briatore (Billionaire). Con una motivazione: i mercati hanno bisogno di stabilità. Furbi.

Sabrina Ferilli, tra i protagonisti della serata del «Fatto quotidiano» intitolata La Costituzione è NOstra

Sabrina Ferilli protagonista della festa del «Fatto quotidiano»: La Costituzione è NOstra

I fattoidi del No. Pancia a terra senza se e senza ma contro questa riforma. Se un tempo c’era il partito di Repubblica, dopo l’adunata di venerdì scorso si può parlare del movimento del Fatto quotidiano. Marco Travaglio: «Renzi pù che un premier è uno stalker»; Carlo Freccero: «La politica è diventata marketing»; Sabrina Ferilli: «Ci vogliono dividere sulla Carta che ci ha sempre unito». Movimentisti.

La Verità, 6 dicembre 2016

 

Massimo Fini: «Io, antimoderno, tra Montanelli e Grillo»

Dalle finestre della casa di Massimo Fini si ammirano le torri della zona ex Varesine di Milano. «Una bella vista», butto lì accorgendomi subito di aver fatto una gaffe: «Una vista che non mi fa stare tanto tranquillo», è la replica, «con questo grattacielo a banana che ha tutta l’aria di venirmi addosso…». L’antimodernismo di Fini è anche architettonico e urbanistico. E in effetti, vista da qui, l’eccentrica curva della Torre Diamante che si allarga dall’asse delle fondamenta può risultare un tantino incombente. Per recuperare esterno il mio compiacimento di trovarmi lì a intervistare lo scrittore che molti dei direttori per i quali ho lavorato avrebbero voluto tra le firme dei loro giornali. «È vero, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri e anche Mario Giordano mi hanno chiesto più volte di scrivere, ma ho sempre declinato (per la presunta incombenza dell’editore Silvio Berlusconi ndr). Forse a causa del fatto che sono più individualisti e liberi, i giornali di destra sono più attenti al mio lavoro. Fosse stato per L’Espresso e La Repubblica non sarei esistito. Non tanto per un fatto strettamente ideologico, quanto perché sono delle confraternite, enclavi impenetrabili».

A differenza del Fatto quotidiano per il quale scrivi?

«Al Fatto ho un rapporto più che ottimo con Marco Travaglio, il quale mantiene un atteggiamento di grande riguardo verso di me. Chissà quanti pezzi non condivide tra quelli che gli mando, ma li pubblica ugualmente da vero liberale montanelliano».

Massimo Fini con Marco Travaglio: «Con lui ho un rapporto più che ottimo»

Massimo Fini con Marco Travaglio: «Con lui ho un rapporto più che ottimo»

E tu condividi tutto del Fatto?

«Travaglio ha gettato tutto il giornale a corpo morto sulla linea del No, mentre io non vado a votare. Ho anche perso la scheda elettorale».

Ma sull’argomento hai scritto.

«Ho scritto che le costituzioni risentono del periodo nel quale vengono fatte. La nostra voleva evitare il ritorno dell’uomo forte. Ora però servono decisioni rapide. Per questa ragione ritengo che il Senato andrebbe abolito del tutto. Ma per farlo serve un dibattito approfondito, non un quesìto referendario secco».

Se avessi votato il tuo sarebbe stato un No?

«Certo. Considerando anche il fatto che prima si doveva riformare la legge elettorale».

Anche se si è sempre rifiutato di scrivere per Il Giornale, dove ho lavorato, Fini lo ha a lungo frequentato per motivi apparentemente più banali, in realtà più sostanziali. Amico e compagno di giochi di carte di Massimo Bertarelli, critico cinematografico e firma degli Spettacoli, veniva in redazione per vedere insieme le partite del Manchester United dove giocava il suo idolo, il campione olandese Ruud van Nilstelrooij. Il fatto me lo rese simpatico, almeno quanto il temperamento di non allineato, insofferente verso tutte le parole d’ordine come documenta la sua produzione saggistica, ora raccolta nell’opera omnia pubblicata da Marsilio sotto l’eloquente titolo La modernità di un antimoderno. Intervistarlo è una soddisfazione perché si racconta con generosità, senza remore e tatticismi.

Un anno e mezzo fa annunciasti che, essendo quasi cieco, avresti smesso di scrivere e di collaborare con i giornali. Ma Travaglio ti ha convinto a continuare. Come c’è riuscito?

«Ha fatto intervenire alcune persone, anche Renzo Arbore che è un mio lettore fin dai tempi dell’Europeo. Ed Ermanno Olmi, pure lui un’ottima conoscenza».

Olmi se ne intende di rinascite produttive. Dopo aver detto che Il villaggio di cartone sarebbe stato il suo ultimo film, per fortuna sua e nostra ha diretto Torneranno i prati. È stanchezza o un modo per farsi pregare?

«Io ho cominciato dal primo libro a dire che era l’ultimo. In La ragione aveva torto?, che è del 1985, mi sembrava di aver detto tutto quello che avevo da dire. Dopo ne ho scritti altri 17. Se è capitato anche a giganti come a Lev Tolstoi o Thomas Mann di pubblicare un libro di troppo, lo si può perdonare anche a noi piccini».

Si decide di smettere, ma poi…

«Nel mio caso la malattia agli occhi mi ha precluso il giornalismo di reportage come me l’aveva insegnato Nino Nutrizio. Si usano i piedi per andare nei posti, poi si ascolta, si annusa, si parla. Non potendo viaggiare nello spazio alla scoperta di qualche dettaglio che riveli il tutto di una storia, ho iniziato a viaggiare nel tempo e con la mente. Scrivo commenti, attingo dal mio istinto speculativo».

Com’è la tua giornata?

«Al mattino, se un argomento m’ispira, scrivo, grazie a una segretaria che mi aiuta. Al pomeriggio spesso vengono a trovarmi dei lettori, colleghi giovani. Qualcuno gentile mi legge dei libri. Ma così sono passato da 100 a sei o sette l’anno. La sera esco con un’amica o altri amici».

Vedo solo macchine per scrivere qui.

«Il computer ce l’ho in studio, ma non ho mai imparato a usarlo. Eravamo in tre, con Montanelli: adesso siamo rimasti solo io e Feltri a scrivere a macchina».

Chi è stato per te Indro Montanelli?

«Un uomo di grande stile non solo nel vestire, ma nel modo di essere. Come le persone che hanno piena coscienza del proprio talento, non te lo faceva cadere dall’alto. Nel Novanta raccolsi i miei scritti polemici in un libro che s’intitolava Il conformista e la Mondadori disse che ci voleva la sua prefazione. Così mi presentai da lui, tremante: “È peggio di quel che pensi, non ti chiedo una recensione ma la prefazione”. Non mi fece nemmeno finire: “Te la devo”, mi disse anche se non mi doveva nulla. In tre giorni ebbi quella prefazione che mi ritraeva alla perfezione e che conservo come una medaglia».

«Eravamo in tre a scrivere a macchina - dice Fini - adesso siamo rimasti io e Feltri»

«Eravamo in tre a scrivere a macchina – dice Fini – siamo rimasti io e Feltri» (Tam Tam)

Quali sono le tue consolazioni?

«Che non ho ancora raggiunto la pace dei sensi e quindi ogni tanto mi capita di scopare. Poi seguo il calcio, lo sport della nostra generazione, il tennis era da ricchi, il basket importato dall’America. Da ragazzo giocavo libero, avevo senso della posizione, riflessi, velocità e mi esaltavo nei salvataggi estremi. Dalla volta in cui, mentre giocava il Torino la mia ex moglie entrò in sala e beccamo gol nel derby, oltre a mio figlio qui non entra più nessuno. Dopo van Nilstelrooij, seguo Andrés Iniesta, signore in campo e fuori. In Spagna il calcio si vive in modo più festoso che da noi. Sembra un evento economico, fatto per la tv, mentre è nato per lo stadio».

Che cosa vuol dire essere antimoderni?

«Qualcosa di molto serio. Il centro del sistema occidentale sono l’economia e la tecnologia. L’uomo è un’appendice. La Rivoluzione industriale ha innescato un processo irreversibile che ha trasformato la persona in consumatore. Nel 1988 Bill Clinton disse che “la mondializzazione è un fatto e non una scelta politica”. E Fidel Castro confermò: “Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità”. Non abbiamo chance».

Lo dobbiamo all’illuminismo?

«Dall’illuminismo in poi la dea ragione ha preteso di organizzare tutto. Mentre l’uomo ha bisogno del mistero, come fa dire Fëdor Dostoevskij al vecchio cardinale di Siviglia nella Leggenda del Grande Inquisitore. Se stai in una stanza vuota illuminata in tutti i suoi recessi, senza più niente da scoprire, finisce che ti spari. La modernità ha azzerato l’istinto. Ti faccio un esempio: quando c’è stata la tragedia dello Tsunami nelle isole civilizzate sono tutti morti, tranne gli indigeni delle tribù Andemani. Un attimo prima il mare era calmo e piatto, ma loro avevano visto antilopi e bufali agitarsi. Così si sono allontanati dalla costa, salvandosi».

Non vorrai dire che dobbiamo tornare alle tribù?

«Voglio dire che c’è una parte istintuale nell’uomo che non va demonizzata. Illuministi e post illuministi vorrebbero eliminare ogni forma di aggressività e di violenza che invece sono anche un’espressione di vitalità. In alcune società, che noi consideriamo arretrate, sopravvivono sistemi che riescono a canalizzare l’aggressività, come certe rappresentazioni della guerra finta, le feste orgiastiche, il carnevale. Anche lo sport può avere questa facoltà. Da noi è tutto scientifico e programmato, ma poi la cronaca è piena dei “delitti delle villette a schiera”, come li chiama Guido Ceronetti».

Dopo che l’economia ci ha trasformato in consumatori, la tecnologia ci sta trasformando in robot?

«La tecnologia doveva servire per farci lavorare meno, invece ci espelle dal ciclo produttivo costringendoci ad accontentarci di lavori peggiori. Nel frattempo esplode il carrierismo. Ludwig von Mises, economista austricaco, sostiene che il sistema occidentale è fondato sull’invidia. La combinazione economia più tecnologia ha instaurato questo modello paranoico: non produciamo per consumare, ma consumiamo per produrre».

Critichi l’illuminismo, ma il filosofo del Movimento Cinque Stelle per il quale simpatizzi è Jean Jacques Rousseau.

«Rousseau è un illuminista atipico, che aveva anticipato le derive della società dello spettacolo. I grillini hanno il merito di superare categorie come destra e sinistra e liberisti e marxisti, vecchie di due secoli. Poi certo, Grillo è un casinista, ma con la battaglia sul reddito di cittadinanza sta riuscendo a sostituire la centralità del lavoro con quella del tempo. Per bloccare la crescita di un movimento eterogeneo il sistema è pronto a compattarsi. Basta vedere cosa sta accadendo con la giunta di Virginia Raggi accusata di colpe da imputare a chi l’ha preceduta».

 

Jean Jacques Rousseau, filosofo di riferimento dei grillini. Ma per Fini è «un illuminista atipico»

Jean Jacques Rousseau, ispiratore dei grillini. Per Fini è «un illuminista atipico»

Cosa significa che «il successo è oggettivamente conquistabile, ma psicologicamente irraggiungibile»?

«Significa che è importante inseguire dei sogni, pericoloso è raggiungerli. Perché una volta raggiunti ti accorgi che non colmano le tue aspettative. C’è una discrasia tra ciò che ti aspetti e ciò che conquisti. La Costituzione americana si è data come scopo il diritto alla felicità, ma così ha condannato l’uomo all’infelicità».

Eppure tutto il sistema occidentale onora il dio successo.

«Serve per tenere in piedi questo modello paranoico. Il vizio oscuro dell’Occidente è pensare che la propria cultura sia migliore delle altre. In Oriente non hanno il mito del successo. Oltre che dalla cultura giudaico-cristiana, veniamo dalla civiltà greca che postulava il rispetto dell’altro da sé e non voleva imporre la sua tradizione ai persiani. Invece abbiamo perso il senso del limite».

Parlando di occidente e delle altre culture, cosa pensi del fondamentalismo islamico e dell’Isis?

«Più dell’Isis temo la scienza tecnologicamente applicata. L’insensato e progressivo allontanarsi dalla natura che, se elabora e afferma una legge, lo fa attraverso processi secolari e millenari. La scienza e la tecnologia vogliono spingere oltre la frontiera e dominare tutto in poco tempo. Vogliono stabilire i confini dell’anima, con esiti grotteschi come stiamo vedendo, per esempio con la pratica dell’ibernazione. Nella civiltà contadina, grazie alla religione, la morte era metabolizzata in una dimensione metafisica. Oggi si vuole risolverla nella fisica».

È l’uomo che vuole sostituirsi a Dio?

«Nella voce “Galileo” del Ribelle dalla A alla Z, facendo uno sforzo su me stesso, sostengo che Bellarmino aveva ragione quando disse a Galileo: “Fai pure i tuoi studi come ipotesi, ma se la certezza matematica vuole misurare tutto porterà solo guai”. Perciò, alla lunga, pur avendo ragione nel merito, Galileo aveva torto, e Bellarmino, avendo torto, aveva ragione».

Perché in un’altra voce del dizionario del Ribelle assesti una sberla a Dio?

«Dio ha creato una creatura tragica, l’unico essere vivente consapevole della sua fine. Le religioni esistono per lenire l’angoscia della morte. Il rumeno Mircea Eliade, il più grande studioso del sacro, ha scoperto che esiste un solo popolo che non conosce né Dio né culti, fatto che non gli ha impedito di vivere felice: e sono i famosi Andemani di cui ti parlavo prima, dediti a feste e scherzi osceni. Il progressismo obbligatorio ci ha imposto la mitologia del futuro, un tempo che definisco inesistente. Un miraggio che genera una rincorsa affannosa e impotente come quella dei levrieri dei cinodromi che inseguono un’irraggiungibile lepre di stoffa».

Roberto D’Agostino ha messo come distico del suo programma tv una frase del saggio di Star Wars: «Il futuro è». Cioè, il futuro è presente grazie alla tecnologia e al web che stanno generando un nuovo Rinascimento, paragonabile a quello iniziato con la scoperta della stampa dopo il Medioevo.

«Non nego che la tecnologia porti dei vantaggi. Ma porta più danni, il primo dei quali è il distacco dalla propria interiorità. Per dialogare con un tizio che sta in Giappone grazie al web finiamo per non conoscere il vicino di casa. Tutto questo lo dico con umiltà. Pongo dei dubbi, senza avere certezze come gli illuministi che critico».

Il Ribelle ha un porto in cui approdare e trovare riposo?

«Il Ribelle è condannato alla solitudine. Attenzione, non è un rivoluzionario, ma solo uno che vuole tener fede alla promessa fattasi da ragazzo di dipendere solo da se stesso e non dal mondo che lo circonda. C’è un passo della Nascita della tragedia in cui Friedrich Nietzsche parla degli “animali intelligenti che inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della storia universale”. Ma fu breve perché dopo poco “gli animali intelligenti dovettero morire”. Noi che ci diamo tanta importanza siamo un attimo dell’universo. Detto questo, dobbiamo vivere il nostro attimo nel modo migliore perché, fermandoci a Nietzsche, dovremmo spararci».

La radice esistenziale del Ribelle è l’orgoglio?

«Un orgoglio luciferino. In Paradiso perduto John Milton ha scritto: “Meglio essere primi agli inferi che servi in cielo”. Forse il limite principale del ribelle è la mancanza di duttilità».

Anche questo orgoglio può essere sostituirsi a Dio?

«Con Baudelaire rispondo che l’unica scusante di Dio è di non esistere».

Però se ne parla parecchio. Non è che ti fa obiezione la figura di Gesù Cristo?

«Mi piace molto il Cristo umano, non quello che si crede Figlio di Dio. Per esempio, ho amato molto Jesus Christ Superstar che aveva per protagonista un Cristo dubbioso, culminante nel momento in cui sulla croce si rivolge al Padre chiedendo: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”».

Hai avuto don Luigi Giussani come professore, che ricordo ne hai?

«Come di un uomo di grande intelligenza. Eppure lo considero un corruttore: non si può mettere tanta pressione e tanto carisma nel confrontarsi con ragazzi di 15 o 16 anni. La sua figura faceva il paio con il professore di storia, un marxista per il quale la rivolta ungherese era un rigurgito nazifascista».

Almeno avevano qualcosa da proporre ai giovani. Oggi c’è qualcosa o qualcuno che ti dà speranza?

«Me l’ha data per un po’ la nuova destra di Alain de Benoist, Marcello Veneziani, Stenio Solinas. Poi si sono un po’ persi».

Perché in Italia la destra è spesso volgare e impresentabile?

«Una volta Franco Fortini mi disse che quella di destra è una grande cultura. Sono i suoi rappresentanti politici a non averne. Quando li ascolto in tv mi chiedo se qualcuno abbia mai letto una pagina di Nietzsche. Detto ciò, non è che la sinistra sia meglio, come continua a credere. Il suo complesso di superiorità poteva avere qualche motivazione all’epoca di Giorgio Amendola. Non certo con le mezze figure di oggi».

Una consolazione è anche la pubblicazione di La modernità di un antimoderno?

«Se l’antimodernità ha un senso, forse tra qualche anno questo libro potrà diventare un classico. Diciamo che è un messaggio in bottiglia lanciato verso il futuro».

Allora esiste…

 

La Verità, 5 dicembre 2016

La parabola di Santoro e il benvenuto di Fazio

Un rito iniziatico. Un’affiliazione. C’era qualcosa che strideva l’altra sera nell’ospitata di Michele Santoro chez Fabio Fazio. Qualcosa che non tornava dal punto di vista estetico e dei linguaggi. Il tribuno arruffato nel salotto pettinato dei «ceti medi riflessivi» (Edmondo Berselli); il conduttore più controverso e osteggiato della tv italiana nel tempio del telepoliticamente corretto (gli altri ospiti, per dire, erano Roberto Vecchioni, Claudio Bisio e Serena Dandini). Tutto vero e incredibile: fino a qualche settimana fa. Perché oggi le cose non stanno più così. Santoro è cambiato o perlomeno sta di molto cambiando, abbandonando le vestigia di combattente d’opposizione per iscriversi al Partito della nazione. Nessuno meglio di Fazio poteva dargli il benvenuto nella nuova famiglia. Poteva registrare l’accredito a Palazzo. È questo il valore simbolico della puntata di Michelone a Che tempo che fa dell’altra sera, naturale conclusione di un periodo di impegno per il Sì al referendum di domenica. Santoro è in prima linea, schieratissimo. Lettere su Facebook sulla riforma costituzionale; mega interviste a raffica su come deve e può essere la nuova Rai, autopromozioni televisive. Il Venerdì di Repubblica, Libero, Il Foglio, il talk della domenica, insomma tutta la filiera editoriale governativa dalla quale distribuire giudizi, dare pagelle, infilzare i nuovi avversari. Che, questa è la faccenda più clamorosa, sono i sodali di ieri. Soci di nome e di Fatto (quotidiano).

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa» il 27/11/2016

Michele Santoro ospite di «Che tempo che fa»

Per spiegare tanto attivismo si possono tentare tre ipotesi. Ipotesi anagrafico-egocentrica: passano gli anni e, non più strategico come un tempo, mal sopporta la marginalizzazione. Ipotesi psicologica: per mascherare l’imbarazzo del cambio di squadra e mimetizzare il senso di colpa, spara sugli amici. Ipotesi professional-opportunistica: hai visto mai che ci scappi un ruolo nella Rai post 4 dicembre quando, con la vittoria del Sì, si preannunciano revisioni di organigrammi e rimescolamenti di poltrone?

La vicenda che più stupisce è l’eccesso di livore della campagna con morti e feriti lasciati a terra sulla strada della conversione renziana. Compari di battaglie politiche e mediatiche, partner rumorosamente scaricati. Marco Travaglio in primis: un tipo un filo limitato e schematico a sentire Michelone, invece problematico e dubbioso: «Ho sempre considerato Marco più contemporaneo di me. Più in sintonia col mondo del “mi piace” – “non mi piace”, che è la grammatica di Internet e di Facebook». Ancora: «Travaglio, nella mia televisione, è stato un confine che mi sono dato per essere sicuro che il programma non rinunciasse a una posizione scomoda nei confronti del potere». Sarà. Ma oltre a marcare il carattere antipotere, di certo con Travaglio la sua televisione ha scalato pure l’Auditel, visto che i picchi d’ascolto arrivavano durante l’intervento del direttore del Fatto quotidiano. Un giornale – altra vittima della giravolta – «fin dentro ai necrologi schierato per il No. In ogni sua riga. È ridicolo. Trovo imbarazzante possedere delle quote di un giornale senza sfumature, che non ha dubbi», ha chiosato Santoro, preconizzando un divorzio societario complicato e doloroso. Quanto a Beppe Grillo «l’ho riportato io in tivù, è un fenomeno che ho certamente enfatizzato, e quando era proibito farlo, perché immaginavo una rigenerazione della classe dirigente…». Dopo l’abbrivio le parole diventano pietre: «Alla fine Grillo è potere, è partito, è politica. Solo che finge di non esserlo, nasconde la sua natura, vuole apparire diverso. Ipocrita. Come quando si presenta con i jeans lisi, ma ha la Ferrari in garage». E il suo «Movimento Cinque Stelle è destra. Destra pura»: è la sentenza che rispolvera categorie novecentesche. In coda ce n’è anche per Carlo Freccero, suo storico direttore di rete, difensore e pusher ideologico, colpevole della scarsità di talenti giovani in tv, che sarebbero di più se «smettesse di fare politica con Grillo e tornasse a creare la seconda serata in Rai». A sinistra D’Alema e Bersani sono «patetici quando dicono che se cade Renzi non succede nulla». Perché invece, «se cade Renzi cade la sinistra in questo Paese», sostiene il filogovernativo Santoro.

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d'amore e d'accordo

Quando Michele Santoro e Marco Travaglio andavano d’amore e d’accordo

Nello storytelling della conversione, la poltroncina del salotto faziesco era l’approdo naturale, la vetrina col logo giusto, il posto dove riposarsi e ritemprarsi prima dell’ultima settimana di campagna. «Questa sera non parliamo di referendum», ha premesso Fazio a inizio intervista. C’è la par condicio e tutto il resto. Siamo qui solo per spingere il documentario Robinù, sulla rampa di lancio delle sale cinematografiche.

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Uno dei protagonisti di «Robinù», il documentario sui giovani camorristi di Santoro

Una scena via l’altra, i ragazzi della camorra, il welfare della criminalità e la mitologia del kalashnikov. Un documentario forte, il 6 e il 7 dicembre nei cinema: «Vorrei che andaste a vederlo in tanti» e poi «che si vedesse anche in televisione, sarebbe necessario», ha caldeggiato il padrone di casa congedando l’ospite al termine dell’intervista. Tranquilli, ragazzi, è tutto a posto. Siamo qui per registrare l’arrivo di un nuovo amico, l’ex conduttore più controverso della televisione italiana.

 

La Verità, 29 novembre 2016

 

 

Santoro abbandona l’antagonismo e prova a esplorare

È un Michele Santoro diverso, più votato alla ricerca che alla denuncia, quello che si è visto in Italia, primo di quattro appuntamenti bimestrali (Rai 2, ore 21.15). Lo share dell’8,1 per cento (1,7 milioni di telespettatori), non eccelso considerata la modesta concorrenza in campo, segnala la difficoltà a seguire una trama di due ore e mezza piuttosto articolata. La prima diversità che segna il cambio di registro è l’assenza di Marco Travaglio (presente tra il pubblico), sostituito come corsivista da Tomaso Montanari, storico dell’arte, blogger. Dal linguaggio antagonista che aveva al centro la politica si è passati a una narrazione più costruttiva che guarda alla società nel suo complesso. Saldato l’ultimo conto e rigettate le accuse di aver favorito Berlusconi alle ultime elezioni, ecco il docufilm Tutti ricchi (per una notte), aggiornamento del Tutti ricchi di qualche anno fa. Ora c’è la crisi, ma a Dubai, tra gli ospiti del Billionaire di Flavio Briatore e nei locali di Ibiza, si inseguono i soliti idoli: soldi, successo, sesso, sballo. È la gerarchia dominante tra i giovani: solo che oggi tutto è più effimero. Gli strumenti d’ingaggio sono le droghe chimiche o sintetiche, oppure quelle virtuali e digitali, i selfie con i vip, la popolarità sui social network (esemplari le interviste alle fashion blogger, addict di Uomini e donne). Santoro dissemina d’indizi la sua ricerca e a un certo punto compare un Lele Mora, quasi irriconoscibile, impegnato nel volontariato, che attacca Fabrizio Corona. La fotografia della dissoluzione giovanile dell’ultimo spezzone di Ibiza è disturbante: non bastano le buone azioni dei sindaci Giuseppe Sala e Luigi De Magistris a compensare. Gli ospiti sono parte di una docufiction: prima il riscatto del rapper Salvatore Bandog, poi la passione dell’attore Mimmo Borrelli. Fino alla «redenzione» con la resilienza di Alex Zanardi, il campione paralimpico rinato dopo il drammatico incidente automobilistico.

La Verità, 7 ottobre 2016

Riuscirà La7 ad ammortizzare l’addio di Crozza?

A La7, bisogna riconoscerlo, hanno dei buoni comunicatori. Gente lucida, che sta con i piedi per terra, come insegna l’editore, quel risanatore di aziende in crisi che risponde al nome di Urbano Cairo. Continua a leggere