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«A cena con Saviano, D’Urso e Dibba insieme»

Buongiorno Mago Forest, lei ci fa o ci è?

«Spero di farci, ma tutti quelli che lo dicono, spesso lo sono. Mi conosco troppo poco per potermi giudicare».

A quando risale l’ultima volta che ha fatto un gioco di prestigio?

«A stamattina: ho trovato parcheggio sotto casa».

Diciamo la verità, più che essere un mago, lei magheggia.

«Diciamo che parodieggio. Ma per fare una buona parodia bisogna conoscere bene la materia».

Cazzeggia, imbastisce giochi, giochi di parole…

«Cazzeggiare è un verbo nobile nel quale mi riconosco molto. Suona molto meglio in francese, Charles Baudelaire chiamava il cazzeggiatore flâneur».

Secondo il vocabolario, «passeggiatore svagato e a momenti curioso». Volgarmente, uno che fa flanella. Grande rischio intervistare via mail e sms Michele Foresta (Nicosia, 22 febbraio 1961, in arte Mago Forest) perché è il re dei flâneur. Se provi a stanarlo, affonda il tackle, dribbla e se ne va. Il lungo inseguimento, le decine di messaggi al limite dello stalk, la proposta di diverse location tra cui la modaiola Pescheria di Treviso – la città dove ripara quando non è da Fabio Fazio, con la Gialappa’s Band, al Festival di Sanremo o in tournée – hanno partorito questo compromesso. Ultima nota: niente risposte sulla moglie Angela, causa della residenza a Treviso, una fan che gli chiese l’autografo dopo uno spettacolo: «Si è innamorata della mia calligrafia», gli è sfuggito una volta.

Come le vengono certe idee, tipo il montepremi del gioco fatto a Sanremo che era il Tfr di Pippo Baudo?

«Avrei potuto dire “un montepremi di un milione di euro”, ma il mio mestiere è trovare paradossi. Chi non vorrebbe l’incalcolabile Tfr di Pippo?».

Ha chiesto a Virginia Raffaele se è così perché è già disossata, l’anno scorso l’aveva chiesto a Michelle Hunziker…

«La battuta è “bella, magra, già disossata…”. Ma se l’ho ripetuta due volte è giusto che paghi, restituirò un po’ del cachet o pagherò un sovrappiù di canone alla Rai Radiotelevisione Italiana. Di solito dico anche: “Adoro le donne magre, anche la mia bambola gonfiabile non la gonfio mai tutta… Tutta tutta!”».

A proposito di Baudo, lei, Nino Frassica, Fiorello e Emilio Fede: tutto il cabaret italiano viene dalla Sicilia orientale?

«Ho capito, lei vuole farmi trovare l’intruso…».

Nicosia, Catania, Messina: il triangolo della risata?

«Dimentica Palermo, dove vivono Ficarra e Picone, e Gela, la città del grande Giovanni Cacioppo… parlerei almeno di pentagono».

Come si diventa maghi comici a Nicosia, per disperazione?

«Ho iniziato a Nicosia con le prime radio libere, era il 1976. Avrà sicuramente sentito parlare di Radio Nicosia sui 103,700 megahertz. Poi ho continuato imitando le gag di Mac Ronay, un mago francese molto noto in Italia negli anni Settanta, famoso per le sue partecipazioni a Studio Uno. Trasferitomi a Milano ho frequentato scuole di mimo e teatro, club e congressi magici ed è cosi nato il mio personaggio di mago stralunato».

Il clan dei siciliani, ma poi a consacrarla nello showbiz, nel jet set, nel dorato mondo dello spettacolo ci ha pensato un pugliese come Renzo Arbore.

«Ahi ahi, ha dimenticato di dire rutilante».

Dorato non le basta?

«Nessun clan, perché i siciliani che lei cita li ho conosciuti molto dopo. Indietro tutta di Arbore è stata la mia prima intrusione in tv, la prima pacca sulle spalle per dirmi che forse ero sulla strada giusta. In realtà, a Indietro tutta ho fatto pochissime apparizioni, ma per me che ero un grande fan di Alto gradimento, dell’Altra domenica, di Quelli della notte e di tutto quello che faceva Arbore, è stato un inizio davvero fortunato e inaspettato. Lo scorso anno, per i festeggiamenti del trentennale di Indietro tutta, Arbore mi ha invitato e mi sono esibito nell’esperimento della sparizione del Duomo di Milano, un po’ quello che ha fatto David Copperfield con la Statua della Libertà. Se la mia carriera finisse domani, sarei già a posto così».

Un destino comune con Frassica, anche lui scoperto e lanciato da Arbore a Indietro tutta.

«Nino è un grande, un artista va giudicato anche dalla longevità e lui ci fa ridere da trent’anni. Dopo averlo conosciuto da Arbore abbiamo lavorato insieme per un po’ di anni. Più che lavorato insieme io ero il ragazzo a bottega. Abbiamo anche scritto un libro a quattro mani, Come diventare maghi in 15 minuti».

Ancora in parallelo con Frassica è finito a lavorare con Fazio, si vergogna un po’?

«Non solo non mi vergogno, ma ne vado fiero. Fazio è un grande professionista che da molti anni si interfaccia con ogni tipo di ospite, sa usare la leggerezza della commedia e allo stesso tempo trattare tematiche molto delicate con garbo, rispetto e preparazione».

L’altro giorno ha detto che per i prossimi due anni non si muove da Rai 1.

«Fazio può dire quello che vuole, ma alla fine è Wanda Nara che decide tutto».

Wanda Nara è Salvini?

«Assolutamente no! Volevo fare il finto tonto. Bisogna dire a Salvini di spegnere il motore della ruspa…».

Si trova meglio con lui o con la Gialappa’s band?

«Con la Gialappa lavoro da 18 anni, per me sono dei fratelli. Con Fabio lavoro da un anno, me lo richieda fra 17 anni».

Tra lei e Raul Cremona chi è il più cialtrone?

«Per fare il prestigiatore non si può essere cialtroni. Se aggiunge che oltre alla magia dovremmo anche far ridere, lo spartito diventa ancora più intransigente e non ci può essere spazio per il pressappochismo. Comunque, quando Raul veste i panni del Mago Oronzo, il cialtrone dei cialtroni, è insuperabile».

Sempre gente del Nord?

«Non dimentichiamo che siamo sempre a Sud di qualcuno».

In più vive a Treviso, non è che sta diventando leghista?

«Le prometto che non succederà. Le prometto anche che se andrò a vivere a Venezia non diventerò gondoliere e se mi trasferirò a Roma in zona San Pietro, non diventerò cardinale».

Le puttanate che dice, tipo «Claudio Bisio ha un grande pregio, non ha fratelli gemelli», oppure «Io sono un grande ottimista, la testa di Bisio la vedo sempre mezza piena» se le scrive da solo o uno stuolo di autori sgobba per lei?

«Caverzan non si dicono le parolacce, altrimenti non le daranno mai il premio Pulitzer. Le puttanate, come le chiama lei, ma che noi nell’ambiente chiamiamo col nome bizzarro di battutele scriviamo sia io che i miei autori. Sono gli stessi dai tempi dei primi Zelig, loro si vergognano di lavorare con me ed è per questo che non spiattello i nomi».

Le… battute le vengono in mente mentre si fa la barba o quando si prepara la colazione? Non riesco a immaginarla alla scrivania a pensare…

«La ringrazio per la domanda che ovviamente le sarà venuta alla scrivania. Le fonti d’ispirazione sono innumerevoli, ma come diceva Thomas Edison, l’1% è ispirazione e il 99 traspirazione. Quando devi scrivere un pezzo non puoi aspettare l’ispirazione, ti metti sotto e scrivi».

Alla scrivania le domande le scrivo… Oltre che nei famosi tempi comici, la forza delle gag è nella faccia da finto tonto? L’ha imparata o se l’è trovata?

«Dico sempre che far ridere è un po’ come tirare un calcio di rigore. Il pubblico è il portiere, devi spiazzarlo, devi farlo tuffare da una parte e intanto infili la battuta dall’altra. Io vivo sempre con la paura di sbagliare il rigore. Se sei troppo sicuro sbagli. L’unico modo che conosco per non sbagliare è allenarsi e studiare molto, e a volte si sbaglia lo stesso».

Seriamente, c’è un momento, un fatto grazie al quale ha capito che poteva fare il comico di professione?

«Sono un emigrante, arrivato a Milano con la mia Vuitton di cartone, ho fatto un po’ il barista ma subito dopo ho iniziato a lavorare da professionista. D’estate lavoravo nei villaggi e d’inverno nei cabaret milanesi».

Con che gioco di prestigio ha stregato sua moglie?

(Spazio bianco)

Cosa fa nel tempo libero?

«La cosa che mi riesce meglio è fare lo spettatore, quindi vado spesso a vedere altri spettacoli, concerti, film o mostre. Mi piace molto anche fare il flâneur».

Cosa guarda in televisione?

«Ultimamente sono nel tunnel delle serie: sto vedendo Better Call Saul, uno spin off di Breaking bad, e ho appena iniziato La Casa di carta».

I programmi più comici sono i talk show, i reality o il meteo?

«Molti li chiamano talk show, ma in realtà sono insult show. L’andazzo è questo, speriamo ci sia presto un’inversione di tendenza e si passi dall’odio nei confronti degli avversari ai dialoghi costruttivi. Come diceva il grande Aldo Biscardi, non parlate uno alla volta altrimenti a casa non capiscono niente».

Una sera a cena con Barbara D’Urso, Roberto Saviano o Alessandro Di Battista?

«Io prenoterei per quattro, le diversità aiutano a crescere. Che noia uscire solo con chi la pensa come te».

Chi è il politico più comico in circolazione?

«Sono in tanti e non vorrei fare torto a nessuno dimenticandone qualcuno. Inoltre non posso dirlo, io non ho l’immunità parlamentare, loro sì. Diciamo che se ne devo salvare uno, salvo Cetto Laqualunque».

Ha figli? Come riesce a essere autorevole con loro?

«Non ho figli, ma splendidi nipoti. All’autorevolezza ci pensano i loro genitori, io ci gioco».

 

La Verità, 4 marzo 2019