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Capuozzo: «Il giornalismo è solo un mestiere»

Anche a Treviso il teatro era pieno. Come sempre, dove Tre uomini di parola va in scena, non solo nel Nord est. Toni Capuozzo ha appena finito di firmare autografi e salutato Mauro Corona, lo scrittore montanaro, e Gigi Maieron, cantautore, anche loro friulani. Stavolta il ricavato dello spettacolo, «una chiacchierata teatrale fra amici dalle comuni origini», andrà al comune di Gagliole, un paesino terremotato delle Marche. In precedenza gli incassi erano serviti per costruire una casa per grandi ustionati in Afghanistan. «Gli alpini della Julia, presenti laggiù, ci avevano chiesto se volevamo dare una mano. La prima volta improvvisammo una conversazione a Cividale del Friuli. Piacque, siamo arrivati a una quarantina di repliche». Capuozzo è come lo vedete, collegato da qualche avamposto, su Rete 4. Col suo accento furlàn, l’aria da orso, le Occhiaie di riguardo che danno il titolo al libro che raccoglie i suoi articoli per Il Foglio. Vince premi giornalistici senza cercarli. Nel 1992, di ritorno da Sarajevo, portò in Italia nascosto nel giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, un bambino di pochi mesi colpito dalla bomba che uccise la madre e lo privò della gamba destra.

Come sta oggi Kemal?

«È una vicenda dolorosa, di cui non parlo volentieri. Quando si prova a fare del bene conviene tacerlo, preferisco passare per cattivo. Anche alle donne i cattivi piacciono di più (sorride). Kemal ha 25 anni e un tumore. Presto subirà una nuova operazione. A Natale è venuto in Italia per delle visite. Il padre si è un po’ perso… Ma c’è una brava nonna».

Uno di Lotta continua come fa a lavorare 25 anni nelle tv di Berlusconi?

«Sentendosi abbastanza solo sia nelle tv di Berlusconi che in Lotta continua. Da grande individualista, ci ho messo del mio. E sono grato sia a Lc che a Berlusconi che mi hanno permesso di fare il giornalista come volevo».

Cioè?

«Senza troppa enfasi. Non dico “sono giornalista”, ma “faccio il giornalista”».

Mai avuto frizioni per motivi editoriali?

«Su Lotta continua ho raccontato la fuga dei marielitos da Cuba e la mia corrispondenza venne ripresa in prima pagina dal Giornale di Montanelli, all’epoca considerato un campione borghese. La cosa non accrebbe la mia popolarità in Lc. A Mediaset ho sempre fatto il mio lavoro senza problemi. È vero, non mi sono mai occupato di politica italiana. Forse ci sono meno implicazioni a scrivere da Sarajevo o da Tripoli, anche se i bombardamenti sulla Libia partivano dall’Italia governata da Berlusconi. È più pericoloso fare l’inviato in un paese di mafia o in Siria, dove sono stato per raccontare la fine della cittadina cristiana di Maaloula».

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» le corrispondenze di Capuozzo su Cuba

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» i reportage di Capuozzo da Cuba

A proposito di Siria, che cosa pensi del bombardamento ordinato da Trump?

«Se mi chiedi se Assad è capace di usare armi chimiche contro la popolazione civile ti rispondo di sì. Rispondo di sì anche se mi chiedi se i ribelli sono capaci di mettere bombe vicino alle abitazioni civili. Con questo bombardamento Trump è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti».

Non solo dei repubblicani, vuoi dire.

«Anzi. Questa è una mossa alla Clinton. Il che dimostra che anche per Trump le campagne elettorali sono una cosa e la politica interna e internazionale un’altra. Anche lui si è omologato al fatto che gli Stati Uniti sono quelli che bombardano».

Parliamo dei giornalisti cresciuti in Lotta continua, da Adriano Sofri a Nini Briglia, da Gad Lerner a Paolo Liguori: che rapporti hai con loro?

«Quando sono entrato in Lotta continua ormai c’era solo il giornale. Con Gad Lerner ho anche battibeccato. Per Mauro Rostagno ho firmato perché a Trento si facesse un monumento. Diciamo che li ricordo con affetto, come si ricordano quelli con i quali hai fatto la naja».

Nella videolettera scritta in occasione degli 80 anni di Berlusconi hai pronunciato diversi grazie. C’è qualcosa di cui non gli sei grato?

«Chiedergli di continuare a fare l’editore e a esprimere la sua energia nelle aziende sarebbe stato come chiedergli di non essere Berlusconi. M’ispira simpatia persino nelle passioni, politica compresa, che non mi appartengono per niente. Mia madre e mio padre, agente di polizia, mi hanno insegnato il rispetto per le persone umili e perdenti più che per i potenti. Berlusconi perdente è un ossimoro, ma è stato molto avversato, demonizzato dalla stampa e dalla magistratura. Questo me lo rende simpatico. Mi è successo anche con Craxi ad Hammamet. Non mi serve un nemico per esistere».

Come giornalista iniziasti in Rai?

«Il primo lavoro fu per una tv svedese in Salvador. Per Mixer feci dei servizi sulla ’ndrangheta. L’esperienza che mi è servita di più fu a Epoca: non tornavi senza il reportage fotografico. Così ho imparato il valore delle immagini. Gli amici più cari erano i fotografi. Poi mi chiamò Giuliano Ferrara all’Istruttoria».

A Terra! fai il conduttore di strada.

«Con Mentana e Sposini ero inviato del Tg5 e facevo Terra! conducendola anche da Baghdad. Conduttore di strada lo scriverei sul biglietto da visita. Anche lì però servono la regia, la troupe, le luci. È come quando compri le arance dal furgoncino: informazione a chilometro zero».

Con al centro la vita quotidiana delle persone?

«Diciamo che non coinvolgo i potenti. La mia speranza è che dopo aver visto Terra! lo spettatore si alzi con più dubbi di quando si è seduto».

Dal 10 aprile va in onda su Rete 4  uno spin off intitolato Casa Capuozzo, quattro puntate di reportage sui migranti. È difficile stare in equilibrio tra buonismo e cattivismo?

«È un titolo autoironico. Non sono partito dalle ideologie, ma dalla casa dei miei. Mia madre era triestina, mio padre napoletano e io sono cresciuto a Udine. Penso che se l’immigrazione non funziona nel Nord est, terra di emigranti, difficilmente può funzionare altrove. Mi sembra che gli immigrati di oggi siano carichi di attese e illusioni. Ho tentato di raccontarli andando oltre il boldrinismo e il salvinismo».

Pensi di esserci riuscito?

«Non lo so. Il nemico è l’ipocrisia. Abbiamo una classe politica capace di sussulti e minacce, ma non di un’idea di futuro. C’è troppa melassa. Certi richiedenti asilo dell’Afghanistan o del Pakistan sono giovani e forti e hanno lasciato a casa le donne. Nei tg sentiamo dire: “Salvati 1500 migranti”. In italiano la parola “salvati” riguarda chi è in pericolo di morte. Si dovrebbe dire: “Raccolti”. Mare nostrum non è servita a dissuadere chi voleva partire e ora registriamo più arrivi e più morti di prima».

Non fai informazione da cane da guardia contro i poteri forti: indole, mancanza di mezzi o a Mediaset è difficile?

«L’espressione “poteri forti” non mi appartiene. Non capisco se si riferisce alla Trilaterale, alla massoneria, alla magistratura, alla Consob. Abitano nei palazzi, mentre io frequento la strada. Più che un cane da guardia sono un cane randagio».

Che cosa pensi dei talk show?

«Li trovo poco autentici, anche se possono rivelare la preparazione o l’impreparazione dei politici. Qualche volta ci vado, soprattutto se mi coinvolgono sul terrorismo o sulle guerre. Ma resto un po’ un orso».

Preferisci Report e Presa diretta?

«Milena Gabanelli l’ho sempre stimata. Le sue inchieste richiedono mesi di lavoro. I tempi lunghi sono un bene prezioso, maggior ragione in un’epoca di fast journalism. Il lavoro di Riccardo Iacona lo sento più vicino, sebbene non la pensi come lui. In realtà, guardo soprattutto documentari di storia o naturalistici».

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Cosa pensi dei cachet degli artisti Rai e dell’ingerenza della politica denunciata da Fabio Fazio?

«Penso che ci vorrebbe più discrezione. Non si può recitare da verginelle appena usciti dal bordello. È vero, esiste il mercato e la tv pubblica deve farci i conti, ma certe cifre fanno pensare. Soprattutto a quante famiglie non arrivano a fine mese».

Se dovessi indicare un maestro di giornalismo televisivo?

«Non saprei, ho sempre cercato di essere me stesso. È inutile provare a fare grande cucina se sei bravo a tagliare formaggio e salame. Maestri? Diciamo che le riunioni con Ferrara sprizzavano intelligenza e che con Mentana ho imparato la velocità nell’afferrare la notizia».

In quella lettera a Berlusconi sconsigliavi i giovani dal tentare la professione di giornalista.

«Non voglio illuderli che riusciranno facilmente a viaggiare per raccontare il mondo. È uno sconsiglio paterno».

Ti piacerebbe essere giovane oggi?

«Preferisco fare i conti con la vecchiaia. Quando tengo delle lezioni in università vedo una generazione che rispecchia l’incertezza di tempi, molto diversi da quelli in cui ero giovane io e trovare lavoro era facile».

Cosa ti piace dell’Italia di oggi?

«Il paesaggio, sempre bello e affascinante, anche se un po’ rovinato. D’estate, a Pantelleria, ritrovo il sapore degli anni Cinquanta. Amo i borghi, le viuzze della Toscana e del mio Friuli, la cucina popolare e i dialetti che cambiano ogni venti chilometri. Più che campanilismi, una ricchezza. L’insistenza sul multiculturalismo e l’apertura alle comunità musulmane mi lascia perplesso. Siamo già il Paese delle piccole patrie, dobbiamo solo non ridurle a folclore».

In politica che cosa vedi?

«Non voto da 25 anni, non l’ho fatto neanche al referendum. Non sono un cittadino esemplare».

C’è una passione, un personaggio, una manifestazione che non ti perdi?

«Le partite del Milan. Mi piace guardarle con mio figlio, in un patto silenzioso tra uomini. Anche il telegiornale era un rito, ma ora le notizie arrivano sul telefonino».

Letture predilette?

«Sono un lettore disordinato. Mi piaceva Gabriel Garcia Marquez, ora amo Mario Vargas Llosa e Philip Roth, Paul Auster. Trovo la letteratura italiana contemporanea troppo intimista».

Adesso sul comodino?

«Un saggio inglese che racconta la storia del mondo attraverso mappe e carte geografiche».

 

La Verità, 9 aprile 2017

 

 

 

Mughini: «Aiuto! Il ‘900 è morto e io non mi sento bene»

Ride spesso Giampiero Mughini, ascoltando le domande che gli porgo. Ride sonoramente come gli abbiamo visto fare tante volte in televisione. Di più in passato, in verità: ché, nel presente, di motivi per ridere ce ne sono pochi. Eppure l’intervista gli piace, tra amarezza e disincanto, tra complicità e quel godere dello spirito libero di cui è incarnazione. Il suo La stanza dei libri edito da Bompiani è, però, una sorta di grido nostalgico del Novecento in lotta con il presunto Eldorado digitale e l’euforia dei Millennials. «Lo so di essere fuori dal mio tempo. Ne sono felice», recita. «Non sono iscritto a Facebook e non so neppure bene che cosa sia». E ancora: «Casa mia è stata pensata in buona parte come un museo della memoria dei sessanta-settanta».

La copertina dell'ultimo libro di Giampiero Mughini

La copertina del libro di Mughini

Il tuo libro rappresenta la resistenza della cultura cartacea contro quella digitale. Una resistenza fiera, malinconica o rassegnata?

«Ah ah ah ah… Fiera, senza alcun dubbio. Malinconica, anche. Rassegnata non è termine giusto, perché penso che la buona cultura moderna deve nutrirsi di tanta carta, che non morirà mai. Ma deve anche approfittare di quelle che io chiamo le autostrade sconfinate di internet».

Leggendoti, sembra di vedere un generale blindato nella «stanza dei libri», con l’esercito in ritirata.

(Ride ancora). «I miei anni crescono, i miei capelli sono bianchi, il mio tempo migliore è passato e il Novecento, prima stremato, ora è definitivamente morto. Tutto ciò che accade oggi appartiene a un pianeta inedito. L’avvento di Donald Trump, l’esito del referendum dell’altro giorno: tutto questo ha niente a che vedere con sinistra e destra o con la Costituzione più bella del mondo, ma con il ceto medio che impoverisce. Il mio esercito ideale e i duelli ai quali ero abituato – su tutti, quello con i delinquenti della mia generazione avvezzi a sparare alle spalle di avvocati, giornalisti e politici – sono scomparsi. Oggi gli unici duelli derivano dagli energumeni che, sotto mentite spoglie, replicano insultando a un qualsiasi tweet che non li soddisfa. Che tristezza!».

C’è un punto in cui ammetti che se uno parla di sé attraverso i libri è perché «di cose e di persone reali nella sua vita ne ha avute poche». Bilancio malinconico?

«Non lo so, è il mio. Del resto, non ho una famiglia in senso tecnico. Ho una compagna da 25 anni, che non è poco. E una cagna adorata, che non è poco. Non ho rapporti professionali né salottieri e non sono iscritto a un partito. Né ho avuto mai un giornale che sentissi come una casa, sono stato ospite e mi sono congedato o mi hanno congedato rapidamente. Perciò, di cose reali ne ho poche. La vita reale erano gli umori e le febbri del mio tempo».

Nella Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana Maya Sansa dice al personaggio di Alessio Boni, poliziotto e gran lettore solitario, che i libri possono essere una forma di egoismo perché si possono chiudere quando si vuole, mentre con le persone è più difficile…

«Ma i libri sono più fedeli delle persone, più affidabili di quanto lo siano stati certi amici. Sono più fedeli anche di certe donne, pur importanti nella nostra vita. Le quali, nella nostra gioventù, passavano da un sì a un no in un arco di tempo tra i sei mesi e le poche ore».

Ovviamente non ti chiederò della direzione di Lotta continua che assumesti, in quanto iscritto all’albo, per cortesia verso Adriano Sofri…

«No, per cortesia verso la mia generazione di cui quel giornale era una voce autentica, anche quando scrissero: “Caro Luigi Calabresi i tuoi giorni sono contati”. E poi al processo, invece di assumersi le loro responsabilità, dissero: “No, per carità…”; dimostrandosi gente senza onore. Il mio libro sull’assassinio Calabresi, Gli anni della peggio gioventù, che ritengo bellissimo, ebbe un altrettanto bellissimo articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera e niente più, come fosse un libro proibito. Non ebbe alcun’altra recensione, né un invito a un circolo culturale o una lettera di un militante di Lotta continua pentito, perché continuano a pensare come Dario Fo, che Leonardo Marino parlò solo per imbeccata dei carabinieri».

Il giornale «Lotta continua» del 18 maggio 1972, il giorno dopo l'assassinio di Luigi Calabresi

«Lotta continua» del 18 maggio 1972, il giorno dopo l’assassinio di Luigi Calabresi

Dicevo, non ti chiederò della direzione di Lotta continua ma di quale esperienza culturale sei più orgoglioso: la fondazione di Giovane critica, il lavoro all’Europeo, la tua libreria?

«La direzione di Giovane critica, senza dubbio. Avevo 21 anni e stavo a Catania, che non era esattamente Parigi né Londra. Dunque, la nascita di quella rivista, diretta da un ragazzo che negli anni sessanta era di sinistra. E poi la sua chiusura, dopo la stagione del revisionismo e l’avere raschiato via quella pelle dogmatica».

La fatuità delle amicizie online e dei followers, la vanità e l’esibizionismo fratelli dell’ignoranza e dell’arroganza: c’è una terapia?

«Ognuno la deve trovare da se stesso, anche se non è facile. I ragazzi sostituiscono la solitudine con i click e i like, attraverso i quali, in realtà, si possono incontrare delle persone. Anche a me è capitato con una ragazza, Viviana, che mi aveva inviato delle sue foto su Instagram che esprimevano questo spaesamento. Mi è spiaciuto che, dopo averlo proposto, abbia rinunciato a realizzare un libro fotografico per il quale avrei scritto volentieri. Com’è sempre delle foto, gli autoritratti di Viviana avevano una profondità narrativa che a volte manca alle parole».

Come quella di Tano D’Amico che ritrae Antonio Lo Muscio e tieni in sala da pranzo?

«Esattamente. Lo Muscio disteso a terra con le braccia aperte come crocifisso sembra una vittima. E invece è un lercio assassino».

Sei un provocatore?

«Certo, ci sguazzo. Se una cosa non è provocatoria non ha alcun senso. Non dirò mai che i poveri stanno male. E come vuoi che stiano? O che le donne non si toccano se non con un petalo di rosa. Banalità».

I giornali sono in crisi per troppi costi o poche idee?

«È evidente che il Corriere della Sera ha una struttura pensata per quando vendeva 650.000 copie. Ora ha venduto la sede, ma continua ad avere redazioni e amministrazione non in armonia con le 190.000 copie attuali. Il Fatto quotidiano, che funziona bene e vende 35.000 copie, ha una redazione di 20 persone. I giornaloni fatti per quando erano il vangelo dell’uomo laico sono fuori dal tempo. È una considerazione triste per chi vuol fare il giornalista, ma se avessi un figlio con queste intenzioni lo farei arrestare. Nella mia ultima dichiarazione dei redditi i proventi derivanti da collaborazione con un giornale ammontavano a 500 euro. Scrivo gratis per Dagospia. Se volessi essere pagato, cosa improponibile, dovrei chiedere 70 – 80 euro ad articolo, metà dei quali li prenderebbe lo Stato. Quello che c’è da noi è il comunismo reale, altro che la Cuba di Fidel Castro dove c’è solo miseria invece della sbandierata uguaglianza sociale».

Anche qui però le cose non vanno benissimo.

«La notizia che in Italia ci sono 17 milioni di persone dentro il confine o sul confine della povertà è scioccante. Significa che una parte notevole del ceto medio è precipitata di due o tre gradini».

È qui l’origine di certe sorprese nelle urne?

«Certamente sì. La gente va a votare non per i motivi che crede Sandra Bonsanti, per salvare la Costituzione più bella del mondo. Ma perché non ha i soldi per mantenere i figli che studiano e arrivare a fine mese».

Mancano idee ai giornali?

«Io ne compro cinque e vorrei comprarne otto. Se leggessi tutto quello che vorrei ci passerei quattro ore al dì e non l’ora e un quarto abituale. D’Agostino è un genio perché ripubblica il meglio e i giornalisti sono felici di essere ripresi. Certo, uccide il diritto d’autore, un diritto scomparso nella civiltà del furto».

Ogni due o tre giorni leggiamo su «Dagospia» «La versione di Mughini», quasi un diario

Ogni 2 o 3 giorni leggiamo su «Dagospia» «La versione di Mughini», quasi un diario

Ogni due o tre giorni su Dagospia leggiamo «La versione di Mughini».

«Sì, una specie di diario. Quando mi accende qualcosa la scrivo rapidamente e breve per non abusare del tempo dei lettori, e dopo un’ora è online».

Perché c’è quella foto in posa militaresca?

(Risata). «La trovo bellissima. Me la fece il fotografo Pino Settanni che stava allestendo un calendario per l’esercito».

Giampiero Mughini in posa militaresca per il fotografo Pino Settanni

Giampiero Mughini «militaresco» per il fotografo Pino Settanni

La rottura della collaborazione con Panorama avvenne per incomprensione o per differenza generazionale?

«Non bisogna farla lunga: è come in una coppia, quando finisce la tensione da una parte e dall’altra. Io sono antipatico, è andata così».

Però è strano che Giampiero Mughini non firmi su qualche testata importante.

«Anch’io lo trovo strano. Ho lavorato con Indro Montanelli, Arrigo Benedetti, Guglielmo Zucconi, Vittorio Feltri, Claudio Rinaldi, Vittorio Nisticò. Oggi con nessuno».

Ernesto Galli Della Loggia, autore di «Credere, tradire, vivere» (Il Mulino)

Ernesto Galli Della Loggia, autore di «Credere, tradire, vivere» (Il Mulino)

Ho letto che ammiri il titolo dell’ultimo libro di Galli Della Loggia: Credere, tradire, vivere.

«Bellissimo. Io ed Ernesto abbiamo gli stessi anni. Abbiamo creduto nelle stesse cose, abbiamo vissuto conoscendo la complessità e il dolore. E abbiamo tradito, restando fedelissimi all’ispirazione di partenza che era avvicinarsi alla verità della complessità».

E per la felicità che posto c’è?

«Non esiste. Esistono quantità sopportabili di dolore».

Che cos’ha da rimproverarsi la tua generazione?

«Eravamo contemporanei, però ognuno risponda di se stesso. Dissento dal grandissimo Giorgio Gaber che cantava “La mia generazione ha perso”: lui di sicuro no. Il suo unico torto è quello di essere morto, ma su questo nessuno può nulla».

Stai correggendo le bozze di un altro libro: indizi?

«Segreto industriale».

Il referendum ti ha appassionato?

«Zero. Certe liti in taverna sono più pittoresche».

Clint Eastwood con Tom Hanks sul set di «Sully», suo ultimo film

Clint Eastwood con Tom Hanks sul set di «Sully», suo ultimo film

C’è qualcuno, un autore, uno scrittore, che segui con più interesse e curiosità?

«Clint Eastwood. È difficile che veda un suo film senza che abbia l’impulso di piangere. È successo anche con l’ultimo, Sully, in cui c’è tutta la sua filosofia: ognuno risponda di se stesso e del proprio coraggio».

 

La Verità, 11 dicembre 2016 

 

 

Buttafuoco: «La destra è senza progetto culturale»

Giornalismo, letteratura, teatro, televisione: Pietrangelo Buttafuoco, 53 anni, siculo poliedrico e instancabile per necessità oltre che per virtù, non si fa mancare niente. Gira con lo zainetto, ufficio in spalla, perché una dimora culturale fissa non ce l’ha. Ogni giorno la sua ventura.

Giornalismo: collaborazioni con Il Fatto quotidiano e Il Foglio.

Letteratura: in uscita da Skira un libro su Agostino Tassi, pittore del Seicento, stupratore di Artemisia Gentileschi, simbolo del femminismo.

Teatro: in tournée con Mario Incudine con lo spettacolo Il dolore pazzo dell’amore.

Televisione: rubrica Olì Olà nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli su La7.

Cominciamo da Olì Olà: chi è il Donald Trump italiano?

«Deve ancora arrivare. Il punto di forza di Trump è di rappresentare la novità. Non bisogna dimenticare che quando si affermò alle primarie, i democratici si fregarono le mani dalla soddisfazione. La stessa Clinton si mostrò felice di confrontarsi con lui, considerato il candidato ideale per stravincere. In Italia, se si votasse adesso, e all’elettore fosse dato di scegliere tra Alessandro Di Battista e Matteo Renzi, quest’ultimo sarebbe travolto».

Quindi Trump si trova tra i grillini?

«Forse, al momento. Ma da qui alla data delle elezioni potranno accadere molte cose. Ci attendevano due passaggi: dopo le elezioni americane ora tocca al referendum costituzionale».

Vuole tentare uno scenario post 4 dicembre?

«Non mi avventuro. Ho visto che, per esempio in Sicilia, sono state mobilitate le clientele elettorali. E anche se fanno numeri importanti non vengono rilevate dai sondaggi, ma solo dalle segreterie politiche dei capi bastone».

È nato prima Berlusconi o Trump?

«Prima il Cavaliere. Silvio uovo e Donald gallina che ha a disposizione un’aia ampia e impegnativa. Perché ha davanti a sé un orizzonte globale ed epocale che per forza di cose determinerà trasformazioni».

Salvini e Grillo che spazio avranno?

«Sono il già visto. Se il bisogno di novità non fosse stato così decisivo sarebbe bastato Jeb Bush. Invece nessuno dei candidati repubblicani ha dato prova di saper interpretare il cambiamento. Non è un caso che i Bush in queste elezioni si siano alleati con i Clinton».

Abbiamo assistito al rovesciamento delle alleanze. Lei parla di nuova lotta di classe…

«La Clinton ha preso l’aperitivo con Lady Gaga, mentre Trump teneva comizi davanti alle fabbriche. La nuova lotta di classe è tra i cosiddetti deplorevoli, come li ha classificati la stessa Clinton, e le élites. Tanto è vero che i fondi sovrani, i magnati e lo stesso Soros adesso si sono mobilitati per organizzare la controrivoluzione».

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Tutto questo senza che il nostro ragionamento significhi approvazione del trumpismo.

«Stiamo facendo un’analisi. Personalmente ho grandi dubbi sulla democrazia».

Auspica il ritorno dell’uomo forte?

«La realtà determina se stessa, dandosi una forma. L’Italia è in imbarazzo causa mancanza di sovranità: dipende da consigli e centri di potere che stanno altrove. Per questo è importante capire quali siano le intenzioni degli Stati Uniti. Avesse vinto la Clinton, una personalità fuori dall’establishment troverebbe disco rosso a Palazzo Chigi».

Dopo la Brexit la vittoria di Trump: cosa serve ai giornalisti da salotto per fare un bagno di realtà?

«Serve una sveglia. Si sono assopiti nella irrilevanza tutta autoreferenziale delle solite marie antoniette e delle loro brioche».

Serve anche un bagno di umiltà?

«Obiettivamente hanno tantissimi privilegi. Conoscono le lingue, hanno uso di mondo, di narrazione, di mercato. Com’è possibile che facciano giornali tanto penosi? Gli ultimi importanti contratti nelle maggiori testate sono stati fatti nelle redazioni Esteri. E il risultato è che faticano a raccontare proprio gli scenari internazionali. Guardando in casa, quando, un anno e mezzo fa Egidio Maschio, imprenditore veneto protagonista del miracolo del Nordest, si sparò nel suo ufficio traumatizzando il mondo produttivo e imprenditoriale, il Corriere della Sera gli dedicò una breve. Alla borghesia italiana manca una voce che sappia guidare. Questa è stata la disperazione dei beniamini del grande pubblico. La gente voleva Indro Montanelli e gli davano Piero Ottone, voleva Giovannino Guareschi e gli davano Fortebraccio, voleva Leo Longanesi e gli davano il Politburo e la Fondazione Einaudi».

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Dove sbaglia di più Renzi?

«Nel confondere un progetto politico con l’estetica della comitiva. Il suo orizzonte è il muretto degli amici sistemati nei posti chiave. Pensi al tentativo di mettere Marco Carrai ai Servizi segreti. O a Luca Lotti che spadroneggia in ogni recesso del potere. Renzi ha intossicato di conformismo le analisi di tutti i giornali. Almeno Berlusconi aveva le testate più autorevoli contro. Renzi le ha tutte a favore. Mi sa che la parte migliore di Renzi è Denis Verdini».

Provoca?

«Verdini sembra scappato dalle pagine di Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, un saggio nel quale Giuseppe Prezzolini descrive il Machiavelli come il rappresentante vivo di un potere sinceramente italiano e quindi universale, non provinciale com’è quello di Renzi».

Lei che se ne intende, che Islam si aspetta dal programma di Gad Lerner su Rai 3?

«Mi aspetto il solito equivoco per il quale si tende a confondere l’Islam con l’immigrazione. È un luogo comune accreditato a destra come a sinistra. A destra, per raggranellare il pieno elettorale; a sinistra, per autocompiacimento d’ordinanza».

L’unica strada è l’integrazione: impresa possibile?

«L’unica integrazione che ha funzionato nella storia è quella che avviene quando i sapienti si parlano tra loro. L’esempio canonico è quello tra Francesco e il Sultano. In tempi recenti non possiamo che indicare quello che il vero campione della destra, Vladimir Putin – altro che Trump – ha fatto: inaugurare a Mosca la più grande moschea su suolo europeo».

Figuriamoci cosa accadrebbe da noi.

«Chi se l’aspettava che i valori immutabili della metafisica dovessero essere difesi da un colonnello del Kgb. Ovvero, da colui che ha appoggiato le milizie miste di cristiani e musulmani in Siria per liberare i villaggi cristiani, restituire le chiese ai fedeli e innalzare la statua della Vergine Maria sull’altura di Maaloula, in Siria, una statua che i terroristi avevano distrutto».

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco, alleati nel fermare la guerra in Siria

Putin difensore della cristianità. E Bergoglio?

«Quando hanno fermato l’attacco in Siria il Papa e Putin hanno agito in perfetto accordo».

Detto della sinistra, che cosa ha da imparare la destra dal caso Trump?

«Che non si può essere destra per come piace alla sinistra. Quanti tentativi di farsi dare la patente di presentabilità sociale. Il riferimento culturale della destra dev’essere garantire alla comunità un’aderenza ai principi sacri, eterni e soprattutto universali. Abbiamo un grande vantaggio dall’abitare in Italia: quello di convivere con un’entità universale cui guarda il mondo intero. Quando il contadino siberiano si fa il segno della croce sa di trovare nella Basilica di san Nicola a Bari un riferimento della sua storia e della sua identità. Così il commerciante indiano, quando ascolta Iqbal e i poeti di strada, sa che la patria è il Mediterraneo culla di civiltà e orizzonte del futuro, e la Sicilia, perla dell’Islam. Altro che le tecnocrazie di Bruxelles. Fino agli anni ’70 le parole italiane più note nel mondo erano quelle della tradizione musicale: allegretto, andante, mosso. Ora sono pasta, pizza, pane. Con le differenti conseguenze commerciali. Se ci fosse, una destra saprebbe che il progetto è la Via della seta. E che, non si offendano gli antifascisti, è ancora scritto sul frontone del palazzo dell’Eur: artisti, eroi, santi e navigatori. La destra non può accontentarsi dei rutti del bar sport».

Quando la destra farà autocritica per le grandi occasioni perse in questi vent’anni?

«La destra al governo è stata una disgrazia. Come conferma il progetto culturale delle tre “i”: Internet, Inglese, Impresa. Se non ricordo male fu proprio la destra a eliminare dai licei l’insegnamento della storia dell’arte e della musica».

Nella galassia berlusconiana sembra vincere la linea pro-renziana di Confalonieri.

«Che è sempre coincisa con quella di Berlusconi. Nella galassia il principe è sempre uno solo».

Si sta riconvertendo al renzismo?

«Direi che ha chiara la situazione. Se vince il No, il Cavaliere ucciderà la destra del centrodestra. Se invece vincerà il Sì, Renzi si farà un partito tutto suo, uccidendo a sua volta la sinistra del centrosinistra. E Berlusconi sarà fondamentale nella transizione».

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» in uscita il 24 novembre

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» a giorni in uscita

A giorni uscirà da Skira La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi. Perché un libro su un pittore del Seicento? Che cos’ha di attuale?

«Doveva essere un libro su Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca adottata dal femminismo. Poi mi sono accorto che era già stata celebrata e che la storia del suo stupratore era più nuova. È una storia che illumina i traffici d’arte, religione e politica dell’epoca e che si concentrano nella figura di Cosimo Quorli, potentissimo e corrotto furiere del Papa. In confronto Mafia capitale è roba da educande».

Dopo tanto tempo ha uno spazio in tv non come ospite. Che cosa le sta dando?

«Molto entusiasmo. In Giovanni Minoli ho trovato un maestro generoso e partecipe. Con lui mi sento come quando da adulto sono andato a prendere lezioni di russo, sedendomi a fianco dei bambini, armato di quaderno per imparare a fare le aste».

Con lo zainetto.

 

La Verità, 20 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ferretti, il punk convertito non rilevato dai navigatori

Vive in un posto fuori dal mondo, ma ben dentro il mondo. Andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti all’indomani del successo di Trump vuol dire regalargli una vittoria facile. Non tanto per l’esito del voto, quanto per la fragorosa sconfitta dei media. «La notte dei risultati guardavo la tv. Giornalisti e commentatori fissavano le loro macchinette, i loro tablet, e non dicevano niente. Erano allibiti. La corrispondente della Rai osservava la carta degli Stati: Hillary Clinton ha vinto in tutte le città, ma ha perso la Casa Bianca. Quando contano la quotidianità e la vita reale, la campagna esiste ed è in grado di scardinare luoghi comuni, sondaggi e analisi. Nel ventennio tra i Sessanta e gli Ottanta le nostre generazioni hanno sopravvalutato il potere salvifico della musica», ammette Ferretti. «Negli ultimi decenni abbiamo mitizzato i media e la tecnologia. Crediamo di essere connessi con il mondo stando davanti alle macchinette. Io credo che siamo più connessi guardando fuori dalla finestra, seguendo le stagioni, osservando il creato. Oggi piove e questo modifica il mio agire: lo so e lo capisco immediatamente, anche se ignoro le determinazioni del Protocollo di Kyoto».

Sessantenne, fondatore del gruppo punk Cccp – Fedeli alla linea e poi dei Csi (Consorzio suonatori indipendenti), uno che negli anni ’80 sfoggiava cresta viola, catene e stivali militari, dopo una lunga stagione filosovietica si è riavvicinato al cristianesimo. Fa ancora il cantante e il cantastorie, pochi concerti per mantenersi. Porta in giro gli spettacoli di «Teatro barbarico» con Marcello Ugoletti, «il signore dei cavalli», una ventina. Cerreto Alpi è un paese di 60 anime, adagiato a 1000 metri sui crinali dell’Appennino emiliano che digrada sulla Liguria. Un paese di pastori, battuto da venti ruvidi, il centro abitato più grosso si chiama Ventasso. Se lo digiti sul navigatore esce «corrispondenza non trovata». Eppure è un posto vitale, dove alcuni giovani hanno deciso di restare. È nata la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti, «la più scalcagnata che esista», poi c’è la cooperativa che gestisce il Circolo sportivo e culturale, il bar e le feste d’estate, quando il Cerreto si popola. «Queste attività non derivano da un progetto, ma dalla vita che progredisce. Sono sempre più insofferente alle ideologie. M’interessa fare le cose, non discuterci sopra. Lavoro per la conservazione e la rigenerazione del vivere in montagna».

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

La casa dove Ferretti è tornato a vivere all’inizio dei Novanta è un rustico con stanze grandi e senza porte. «Dicendola in sintesi, io ho salvato questa casa e lei ha salvato me. I miei vecchi l’avevano modificata per rimuovere i ricordi della guerra, sebbene avesse una storia antifascista, cattolica e tradizionalista. C’erano le volte a crociera, i mobili di famiglia. Qualcosa sono riuscito a conservare, ma abbiamo perso molti pezzi. Qui c’era e c’è la cucina. Sotto, le stalle». Il piano superiore è un grande open space di legno con molti posaceneri – Ferretti fuma come un turco – e librerie fino al soffitto. «Ho uno spacciatore di libri usati e poi compro volumi di storia dell’arte e storia della Chiesa, di montagna, cavalli e pastorizia. Fu durante un viaggio in Mongolia che decisi di vivere qui, non solo di abitarci. Nel deserto dei Gobi avevamo preparato il campo per la notte. Era il tramonto, mi sono allontanato salendo su una collina. E ho realizzato che nelle case dei pastori dov’ero stato per due settimane avevo visto le stesse abitudini, gli stessi sorrisi, le stesse cose di quand’ero bambino. Allora, ho pensato che dovevo riscoprire la mia infanzia». Lei però viveva già qui da parecchi anni. «Sì, ma ero sempre in giro. Il buono è che con i concerti dei Csi avevo guadagnato un po’ di soldi. Mentre la casa cadeva a pezzi. Eravamo nel 1999, fine secolo e fine millennio. Ho mandato mia madre e mio zio al mare e, con un ingegnere e un architetto, abbiamo cominciato a lavorare. Dovevamo finire per novembre, ma l’inverno ci ha sorpresi. È piovuto per quattro giorni e quattro notti, abbiamo rischiato l’alluvione. Dormivo qui, non c’era il tetto, di notte mi alzavo a spalare la neve per non rimanere bloccato. Poco alla volta abbiamo rifatto il solaio… Mia madre è tornata il 24 di giugno, San Giovanni. Entrando predisse i commenti dei miei amici: “Cazzo, che bella casa!”, e quelli delle sue amiche: “Che casa di merda!”. Indovinò». Il meglio doveva ancora arrivare. «Dopo l’estate cominciai a star male. Un disagio che credevo psicologico, dovuto alla nausea dello stare sul palco. Mi dolevano le mani, pensavo fossero reumatismi causati da quell’inverno al freddo. Era un tumore alla pleura. Quando asportarono la massa tumorale i medici rimasero esterrefatti perché, nonostante il tabagismo, i polmoni erano perfettamente sani, immuni persino dal fumo passivo. Ebbi la conferma che la vita è qualcosa di misterioso. Ora quando mi dicono che fumo come un turco, rido. Penso di far parte di quel 25 per cento di esseri umani che non patisce conseguenze dalla frequentazione del tabacco».

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante abbia avuto un tumore alla pleura

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante un tumore alla pleura

La giornata di Ferretti è piuttosto atipica per una persona che sta nell’Appennino. Sveglia tra le 7 e le 8, colazione con lo zio novantenne. Un paio d’ore dedicate alla scrittura e alla lettura dei giornali. Dopo pranzo un po’ di riposo e ancora lettura e cura dei cavalli. «D’estate c’è molto più da fare. Da qualche anno ci siamo proposti di recuperare le feste tradizionali, il 24 giugno, la Festa del ritorno dalla transumanza, e il 9 settembre. Per le persone che stanno qui d’estate, in alternativa alle Notti bianche, abbiamo inventato la Notte oscura: per contemplare le stelle, ascoltarci, godere il silenzio. Abbiamo ideato degli spettacoli senza elettricità, con il fuoco e i cavalli. Così è nato il teatro equestre. Niente di forzato: mostriamo alla gente quello che Marcello è in grado di fare, attualizzando il patto di mutuo soccorso tra uomini e cavalli che risale alla notte dei tempi».

Algeria, Sudafrica, Jugoslavia, Mongolia, Russia, Gerusalemme: ha viaggiato parecchio, Ferretti, come ha raccontato, con scrittura ancestrale, nel bellissimo Reduce (Mondadori). «Io sono il terminale di un cammino e di una devozione lunghissima. Ho riabbracciato la mia storia, la tradizione. Come tanti giovani ho provato di tutto per trovare la mia strada. Il campionario delle mode culturali ti offre dal buddismo tantrico ai fiori di Bach per garantirti un benessere, più o meno artificiale. Ma nemmeno l’appagamento artistico e culturale possono rispondere alle domande di senso. Restava sempre un vuoto, una mancanza, che solo l’incarnazione del cristianesimo è riuscita a colmare. Più che un semplice fatto logistico, il ritorno a casa ha rimesso a posto il mio errare. Oggi vedo che c’è differenza tra una giornata in cui c’è spazio per la preghiera e una in cui non ce n’è. Quando assistevo mia madre malata di Alzheimer, a una certa ora la situazione peggiorava. Allora recitavamo il rosario, lentamente. Pian piano si calmava. Quel momento modificava la realtà, il resto non m’interessa. Le letture psicologiche, le obiezioni razionaliste: guardo tutto con ironia. Come guardo con una certa perplessità le esortazioni a essere un cristiano perfetto, missionario». Sta parlando del Papa? «Non precisamente. Però papa Francesco non mi piace. Il Papa è il Papa e non sono io a dire se va bene o no. Non mi piacciono le sue posizioni sull’immigrazione e le guerre mediorientali. È difficile ascoltare un Papa che usa il linguaggio di Hillary Clinton e dice l’esatto contrario di quello che dicono i patriarchi del Medio Oriente. Per fortuna non siamo nel campo della dogmatica. No, il mio non è un cristianesimo individualista e spiritualista. Credo che per essere cristiani non sia necessario essere santi o mistici. Abbiamo dimenticato la dimensione sociale della fede, la devozione comunitaria, che per me è molto importante. Ho un padre confessore, padre Maurizio, che mi accompagna. Sto con il salmista quando dice che “il mio peccato mi è sempre davanti”. Quando qualcuno sfoga le sue frustrazioni gli consiglio di andare a confessarsi. Perché non possiamo riconoscere la nostra colpa e accettarci come creature? Ci crediamo padroni del mondo. In pochi anni abbiamo vissuto una rivoluzione antropologica per la quale pretendiamo figli a nostra immagine e somiglianza anche se siamo omosessuali. E crediamo di governare gli Stati con gli algoritmi delle nostre macchinette. Poi si va a votare e vince Trump. E magari un campagnolo analfabeta l’aveva intuito meglio di tanti analisti del web».

È arrivata l’ora di risalire in macchina per tornare nel mondo rilevato dal navigatore.

 

La Verità, 13 novembre 2016