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Dopo il numero 0 di «M» arriverà il numero 1?

Prendiamolo come un numero zero. Come una puntata pilota. M, il nuovo format di Michele Santoro è un esperimento in tutti i sensi (Rai 2, giovedì, ore 21.15, share del 4,78%). Intanto, il momento della messa in onda per testare l’efficacia della nuova formula. Poi, la divisione in due serate della monografia dedicata ad Adolf Hitler, il primo «mostro» della serie, con l’interrogativo, un tantino forzato, se un fenomeno come quello del Führer può tornare. Santoro entra in uno studio teatrale molto solenne, diviso in due ampie gradinate attraversate da una passerella rossa. Di fronte a lui sta seduto Andrea Tidona che interpreta il protagonista della serata. Mentre ai lati siedono, ben distanziati tra loro, gli «esperti»: lo scrittore Giuseppe Genna, la storica Simona Colarizi e il direttore del Tg La7 Enrico Mentana, coinvolto in quanto possessore di una ricca biblioteca riguardante Hitler e il nazismo. Sulla gradinata opposta trovano posto invece ospiti giovani e in maggioranza di origine straniera, sollecitati dalla coetanea Sara Rosati. Il risultato è uno studio con citazioni classiche, da architettura primo Novecento. Le due parti, esperti e giovani, devono animare il dibattito intergenerazionale e interetnico, con la regia del conduttore che si sdoppia e triplica in tutti i ruoli: intervistatore del redivivo Adolf e dei comprimari dell’epoca, mediatore del dialogo tra le gradinate (reciprocamente sorde), garante del percorso narrativo e della scaletta che comprende il lancio delle minifiction (con accento romanesco) incentrate sull’ambiguo ed esemplare rapporto tra il dittatore e la nipote Geri Raubal (Verdiana Costanzo), l’esito del sondaggio sul possibile ritorno di Hitler e il resoconto delle reazioni alle opinioni spericolate di Youssef, un ragazzo di origine marocchina con cittadinanza italiana, che sostiene che una dittatura sincera sia meglio di una democrazia ipocrita. Prevedibilmente, i frequentatori di Twitter lo subissano di critiche (non tutte riferibili), come fa pure un Mentana particolarmente coinvolto nella querelle.

Se l’idea di fondo è la contaminazione alta dei linguaggi del teatro, del cinema e della televisione in un registro un filo pretenzioso forse più adatto a un canale tematico, è inevitabile che Santoro finisca per recitare tutte le parti in commedia: autore, sceneggiatore, narratore, regista, conduttore.

Insomma, il numero zero di M, realizzato dalla Zerostudio’s di Santoro stesso, appare ancora molto perfettibile. Ma i numeri zero si fanno apposta per capire se ha senso proseguire nella numerazione. Tanto più che dall’autunno Santoro sarà stabilmente su Rai 3. Alla prossima puntata.

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

Il «Gazebo» che svela il backstage della politica

Telecamerine e Twitter, satira e riprese rubate, raid notturni e vignette: siamo a Gazebo social news, striscia quotidiana di Diego Bianchi, alias Zoro, l’antinarratore della politica di Rai 3. È un’allegra compagnia de sinistra quella che manda in onda tutti i giorni questo racconto atipico delle cose della politica (dal martedì al venerdì, ore 20.10, share del 5,35 per cento nella puntata speciale post referendum). Un antiprogramma, verrebbe da definirlo. Attorno a Zoro che, t-shirt barba e romanesco spinto, è l’incarnazione dell’anticonduttore, si esibisce il fumettista Marco Dambrosio, alias Makkox: persino struggente l’altra sera la parabola di Renzi che rivede la sua storia immerso nella realtà virtuale di un Oculus, ma a un certo punto, causa moscerino, perde la connessione e rimane solo. Poi c’è Missouri, vecchio tassista promosso direttore del «Tg bello» per motivi di satira, che scarrozza Zoro nella notte romana dello spoglio referendario. Infine, Marco Damilano (L’Espresso) e Francesca Schianchi (La Stampa), antiospiti da talk show, che illustrano l’evoluzione della giornata fornendo parole chiave e link utili per comprenderla. E Zoro che fa? Annoda il racconto usando uno schermo tv sul quale manda i reportage, le incursioni, i filmati. Uno schermo che diventa finestra aperta sui palazzi della politica alla quale tutti, coautori, pubblico in studio e pubblico a casa, si affacciano per capirci qualcosa. Tra un filmato e l’altro, Zoro si ferma e dice due parole di spiega, sottolinea, se è il caso digita rewind e rimostra un particolare significativo (l’altra sera, per esempio, la stretta di mano in piazza Montecitorio tra Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia e Alfredo D’Attorre di Sinistra italiana). Poi ci sono i tweet che, contestualizzati, risultano assai più sapidi. Un altro dei punti di forza è l’agilità della strumentazione che permette rapidità negli spostamenti. Con una telecamerina digitale Zoro e soci vanno da un palazzo all’altro regalando riprese inedite, oblique, sporche. Passano dalla Maratona di Mentana al discorso della sconfitta di Renzi a Palazzo Chigi, dove si soffermano sul volto e le mani della moglie Agnese Landini, dal Comitato del No della minoranza Pd, dove acciuffano Massimo D’Alema, a piazza Montecitorio, dove spuntano leghisti che issano cartelli con «Salvini premier». Cose che nessun tg e nessun talk show mostra. Lo fa un antiprogramma «barbone» (hanno la barba Zoro, Missouri, Damilano e Makkox) e certamente di nicchia, che ha come mission il backstage della politica, di cui fa parte anche Twitter. Mentre i programmi tradizionali si dilungano in analisi e scenari, Gazebo va dietro le quinte per documentare e mostrare dettagli, certamente con un orientamento predefinito e con qualche eccesso voyeuristico. Che, tuttavia, possono aiutare a capire più di tante, interminabili, discussioni.

La Verità, 7 dicembre 2016

Il Papa nuovo protagonista dell’immaginario quotidiano

Fumata bianca, habemus The Young Pope. Venerdì sera è partita la nuova, scandalosa, serie firmata da Paolo Sorrentino e quei geniacci della comunicazione di Sky si sono inventati l’idea del fumo che esala dal tetto della sede di Santa Giulia a Milano, come fosse un conclave della tv. Il giorno prima, vigilia del debutto, il fumo era nero. Una trovata, una forma di comunicazione fantasiosa. Anche ardita, in un certo senso. Un editore televisivo, laico e molto techno, prende a prestito una formula artigianale usata dal Vaticano per un annuncio di carattere sacro (chissà se è anche un segnale di fumo mandato dal primo al secondo). Anche architettonicamente il salto è notevole: dal tetto della Cappella Sistina a quello del palazzo di vetro di Santa Giulia. Un salto spazio-culturale. Ma forse, soprattutto, uno scherzo, un’efficace furbata.

Altrettanto geniale, in questi giorni, è stata l’idea di Mauro Pallotta, il Banksy romano, che aveva disegnato sul muro di una viuzza di Borgo Pio un graffito che ritraeva papa Francesco: issato su una scala a pioli armato di pennello, gioca a tris con il simbolo della pace (fate l’amore e non la guerra). Divertente anche la guardia svizzera che, nascosta dietro lo spigolo del muro, fa il palo mentre Bergoglio completa l’opera. Qualche tempo fa lo stesso Maupal aveva ritratto il Papa come Superman, una versione che non aveva incontrato il gusto del capo della Chiesa cattolica. Anche stavolta, con zelo forse eccessivo, i Vigili urbani della capitale hanno rapidamente provveduto a cancellare il murale, a dimostrazione del fatto che non sempre gli uffici decoro hanno nell’elasticità e nell’ironia la loro qualità migliore. Doti che invece ha ulteriormente confermato di possedere, se mai qualcuno ne dubitasse, Rosario Fiorello.

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

L’altra mattina, nel corso dell’imperdibile Edicola Fiore, lo showman siciliano ha preso spunto dalla vicenda del graffito per inscenare una gag delle sue su chi fosse l’autore della proditoria cancellazione. Dopo la telefonata al Comune di Roma, con annessa smentita dell’ufficio Decoro, ha squillato in Vaticano, facendo finta di parlare direttamente con Bergoglio: «Ciao Franci… Sì, ci vado tutte le domeniche… Volevo sapere: il graffito di Borgo Pio… Non ne sapete niente?». Una trovata comica, conclusa affettuosamente con canzone liturgica e «Viva il Papa».

Durante «Edicola Fiore» Rosario ha simulato una telefonata a Bergoglio: «Ciao Franci...»

Fiorello finge di telefonare al Papa: «Ciao Franci»

Tre episodi che hanno in comune un tratto di fantasia e genialità. Ma soprattutto hanno in comune l’oggetto della comunicazione: il Papa e il Vaticano. Il dettaglio non è trascurabile. Quella che fino a qualche anno fa era un’istituzione austera e distante sta diventando accessibile e familiare fino al punto da diventare argomento di gag e provocazioni. Il Papa viene tirato dentro negli scherzi e negli show da comici e artisti di strada (il primo fu Maurizio Crozza con le parodie di Ratzinger). È un percorso inverso a quello inaugurato da Benedetto XVI, quando inaspettatamente, decise di aprire un account su Twitter, dando vita a una comunicazione più smart tramite un social media che si pensava non si addicesse al Soglio pontificio. L’iniziativa del papato che si protende verso la gente comune è stata successivamente potenziata dalle frequenti interviste ai media di Bergoglio e soprattutto dalle telefonate ad amici e persone sconosciute.

Ora però il flusso del messaggio scorre in senso contrario. È la società, attraverso il mondo dello spettacolo e della comunicazione, che prova a coinvolgere la Santa Sede. Il Papa è uno di noi. È uno che c’entra con noi, con il nostro immaginario e i nostri linguaggi. È qualcuno con cui si può dialogare. Che questo giovi alla missione cristiana della Chiesa è ancora da dimostrare. Viviamo in una società dominata dalla necessità della connessione continua e dalla dittatura della visibilità, in cui tutto è comunicazione. A grandi linee vien da pensare che forse si è più propensi ad accettare le idee di qualcuno di familiare piuttosto che di qualcuno di estraneo o inaccessibile. Oppure, ai ministri della fede cristiana gioverebbe astrarsi e rendersi più misteriosi? Risposte precostituite non ce ne sono, il dibattito è aperto. Per inciso, il dubbio se alla Chiesa convenga avvicinarsi maggiormente alla società o invece non sia proprio la distanza a renderla più attrattiva, è il tema che attraversa The Young Pope. Deciderà il pubblico il colore della fumata.

 

La Verità, 22 ottobre 2016

I social network, padri putativi del futuro

Il  dominio delle nuove tecnologie, di Internet e dei social network, è contro la famiglia. C’è un disegno preciso. Una logica economica scientificamente costruita e perseguita. Lo afferma Massimo Gandolfini, medico chirurgo specialista in neurochirurgia e psichiatria, consultore vaticano per la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II nonché leader del Family Day. Nel libro-intervista realizzato con Stefano Lorenzetto (L’Italia del Family Day, 234 pagine, 15,5 euro, appena uscito da Marsilio editore) afferma che non è assolutamente un caso se “le grandi lobby economiche sostengono tutte, indistintamente, l’ideologia gay e gender”. Non è una questione di omofobia o di tabù per certi orientamenti sessuali. No. Per Gandolfini è vero il contrario: la famiglia è un ostacolo al potere sugli individui dei grandi marchi della new economy. Perché i potenti dell’economia digitale preferiscono parlare di individui piuttosto che di persone. “Si dà il caso – dice Gandolfini a Lorenzetto – che nel febbraio 2013 le 200 più importanti aziende americane, tutte insieme, abbiano chiesto e ottenuto da Obama e dalla Corte suprema l’abrogazione del marriage act, la legge federale che definisce il matrimonio esclusivamente come unione tra uomo e donna. Tra questi colossi c’erano Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Ebay… Multinazionali in grado di orientare l’opinione pubblica e determinare le sorti dei governi”. Una visione maliziosa o apocalittica? Un’interpretazione antimoderna e oscurantista del progresso? Certamente, una bella sassata contro il vetro levigato e luccicante della Rete nuovo paradiso terrestre. Chissà se Carlo Freccero, che tra qualche giorno al Festival della Comunicazione di Camogli dedicato al tema Pro e contro il web terrà una lezione su “Media apocalittici e integrati”, prenderà in considerazione questa analisi di Gandolfini.

Massimo Gandolfini, leader del Family day

Massimo Gandolfini, leader del Family day

Da qualche tempo la critica contro la Rete ha iniziato ad allargarsi a macchia d’olio. Ho scritto critica, ma in qualche caso si potrebbe cominciare a parlare di rifiuto, di ribellione. Se ne evidenziano sempre più i lati oscuri, le ambiguità.  Internet, e tutto ciò che ne consegue, social network e connessione h24, non è più l’eden della comunicazione. L’eldorado della democrazia. Ci si accorge che il web inevitabilmente riproduce e amplifica i limiti e le ossessioni di chi la usa. E si cominciano a mettere dei paletti per frenare l’ondata invasiva della new technology. È di oggi la notizia proveniente dalla Francia che annuncia i primi accordi tra aziende e sindacati per tutelare “il diritto alla disconnessione“. Niente mail, niente messaggini di emergenza, niente più reperibilità costante fuori dall’orario di lavoro per i dipendenti di aziende con più di 50 persone, come consente la Loi Travail. Si è scoperto che la connessione abbassa la qualità del lavoro, aumenta lo stress, toglie quella lucidità che proviene dal distacco, dal recupero di una distanza psicologica di sicurezza. Troppe sollecitazioni fanno sì che, come ha sintetizzato il sindacalista Jérome Chemin, “non agiamo più, siamo costretti a reagire di continuo”.

Carlo Freccero. A Camogli parlerà di Media apocalittici e integrati

Carlo Freccero. A Camogli parlerà di Media apocalittici e integrati

Nel nostro circo mediatico, dopo l’invenzione del neologismo webete, Enrico Mentana è diventato il guru dell’anti-Rete. Un ruolo consolidato dai successivi post su Facebook, sempre conditi di fulminanti giochi linguistici come l’ultimo riguardante “i Bufala Bill del Far Web“, i quali, senza darsi troppa pena a documentarsi, discettano contro il giornalismo fazioso che non darebbe certe notizie per amplificarne altre. Storia vecchia come la stilografica. Che, tuttavia, “i Bufala Bill” suffragano con il 77esimo posto assegnato da Reporters sans frontières all’Italia nella classifica della libertà di stampa. In realtà, scrive Mentana, quella posizione così bassa non ci è affibbiata “per la scarsa qualità o indipendenza dei nostri giornalisti, ma per l’esatto contrario”, ovvero a causa delle loro coraggiose inchieste che li espongono alle minacce della criminalità o a imputazioni giudiziarie. Come si vede la critica al web di Mentana non nasce da un neoluddismo del Terzo millennio, tant’è vero che la confeziona su Facebook. Ma riguarda l’uso che alcuni – molti, troppi – fanno dei social (Twitter in particolare). In sostanza, non c’è una sorta di stupidità da like, quanto una stupidità di persone che fanno uso di strumenti digitali. C’è una presunzione diffusa nella società contemporanea, una megalomania mediatica per la quale chiunque, avendo a disposizione una tastiera o uno smartphone, si sente in diritto di mettersi sul pulpito a pontificare e impartire lezioni all’universo mondo. Nessuno darebbe mai un mitra a uno psicolabile che si aggira in una piazza affollata. Salvo il fatto che il web non uccide (ma bisognerebbe riflettere anche su certi fenomeni di cyber-bullismo) la questione è la stessa. Ecco perché si comincia a riflettere sul fatto che la Rete è uno strumento incontrollato, nel quale ognuno senza autorevolezza alcuna può dar libero sfogo alla parte peggiore di sé.

 

 

Qualche giorno fa anche Alessandro Sallusti in un editoriale intitolato “Tenete i cretini fuori da Internet” ha proposto una sorta di moratoria digitale. “Non so se da qualche parte esista un interruttore di Internet. Se esistesse il mio sogno sarebbe di spegnerlo e vedere l’effetto che fa – ha scritto il direttore del Giornale -. Che diavolo ce ne facciamo di tutta questa presunta democrazia, di questa libertà senza regole e confini? A mio modesto avviso nulla, se non illudersi di esistere postando nel mondo stupide fotografie”.

Inventando "webete", Enrico Mentana è diventato il guru anti-Rete

Inventando “webete”, Enrico Mentana è diventato il guru anti-Rete

Chissà che cosa ne pensano le multinazionali citate da Gandolfini nell’intervista con Lorenzetto. A differenza di quella di Mentana e di Sallusti, o anche della scelta introdotta dalla legge francese, quella del leader del Family Day non è una critica all’uso soggettivo dell’economia digitale, quanto alla cultura che la alimenta e la sta trasformando in un nuovo potere dominante. Al quale, per dispiegarsi senza freni, serve una società debole. “Perché le grandi lobby economiche sostengono tutte, indistintamente, l’ideologia gay o gender? – si chiede Gandolfini -. Perché una società debole, formata da figli con orientamenti sessuali incerti e mutevoli, è altissimamente condizionabile da qualsiasi input proveniente dall’esterno. Non esiste più il contraltare rappresentato dai valori della famiglia tradizionale. Anzi, a dirla tutta, – scherza ma non tanto Gandolfini – non esiste più nemmeno l’altare”. In questo modo le persone vivono “in uno stato di anomia. La relazione diventa esclusivamente individuale. Avremo un mondo di figli che non hanno più genitori, nel senso che ne avranno cinque o sei, e che cercheranno le ragioni della loro esistenza nella cultura corrente, nel consumismo, nei prodotti, basti vedere che cosa già rappresentano per loro oggetti come l’Iphone o l’Ipad… E con chi puoi instaurare una relazione forte, significativa, realmente accudente, se non esiste più la famiglia? Con Facebook, con Twitter, con Google+, con Instagram…”. Sono questi, i social network, i nostri nuovi genitori putativi.

Con Marseille Netflix cerca un pubblico più pop

Nonostante critiche e stroncature la produzione ha appena rinnovato Marseille per la seconda stagione. L’annuncio è arrivato qualche giorno fa via Twitter. Continua a leggere