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Viganò, Francesco e la rivoluzione del cuore

L’altra sera, martedì, sono andato alla messa di Comunione e Liberazione a Padova. Quando posso, non sempre, ci vado. Era la prima del nuovo anno, saremo state 300 persone, senza gli studenti universitari. Dopo, insieme con alcuni amici, siamo andati a cena. Siamo sessantenni, ci conosciamo da quando eravamo degli sbarbati e siamo tutti laureati, tre in filosofia, io in scienze politiche, mia moglie in lingue. Uno di noi appartiene ai Memores Domini, l’associazione del movimento i cui membri fanno una scelta di dedizione totale a Cristo, lavorando nel mondo e vivendo in piccole comunità, da laici. Argomento della serata è stato il dossier di Carlo Maria Viganò e come le circostanze documentate dall’ex nunzio apostolico negli Usa – quella di aver troppo a lungo tollerato le azioni dell’arcivescovo Thomas McCarrick e l’operato degli ex segretari di Stato vaticano Angelo Sodano e Tarcisio Bertone – mettano in difficoltà papa Francesco e il suo magistero. C’era chi contestava il modo e i tempi del memoriale di Viganò. E chi osservava che l’obiettivo delle dimissioni di Bergoglio è ingenuo e velleitario: il giornale per il quale scrivi spera che si arrivino ad avere tre papi? La terza obiezione è stata di natura politica: La Verità è stata scelta come terminale di un mondo cattolico ultraconservatore perché fin dalla nascita fa la guerra a Bergoglio.

Personalmente ho ammesso tutto il mio disagio a collaborare a una testata tanto decisa nell’attaccare il vicario di Cristo in terra. Chi è figlio della Chiesa soffre nel vederla così fragile e intrisa di peccato come risulta dai racconti e dalle testimonianze emerse in questi giorni, non ultima quella riportata da Sandro Magister a proposito dell’operato di monsignor Battista Ricca, prelato dell’Istituto Opere Religiose scelto da papa Francesco. È una sofferenza con la quale non si può che convivere senza poterla minimizzare, ancor meno rimuovere. Tuttavia, come giornalista, ho sottolineato il valore dei documenti pubblicati, la precisione delle situazioni evidenziate e la necessità che trovino una replica convincente e persuasiva da parte del vertice della Chiesa. Il fatto che la testimonianza di Viganò possa essere inficiata da interessi o rivalse personali non basta per misconoscere le circostanze della denuncia. Spesso, all’origine di grandi cambiamenti ci sono rivelazioni che partono da motivazioni personalistiche. Inoltre, ormai le testimonianze sono molteplici. Lo stesso papa Francesco ha riconosciuto che sui casi di pedofilia la Chiesa non ha agito in modo adeguato. Nei suoi viaggi in Cile e in Irlanda ha chiesto ripetutamente perdono alle vittime degli abusi perpetrati da religiosi e alti prelati. L’elemento in più emerso dal dossier Viganò e allegati è che la lobby omosessuale ha messo radici profonde nei palazzi vaticani, da dove risulta difficile estirparla. Forse, a ben vedere, questi fatti gettano una luce diversa anche sulle dimissioni di Benedetto XVI, avvenute di fronte a un mondo «soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede», che rende necessario «il vigore sia del corpo, sia dell’animo» (Declaratio, 10 febbraio 2013) dal quale Ratzinger non si sentiva più accompagnato.

Oggi i seminari sono vuoti o quasi, dicevamo a tavola. Nella diocesi di Padova, la stessa che sta superando a fatica lo scandalo delle orge in canonica di don Andrea Contin, risulta ci sia un solo seminarista. Serve una vera rifondazione della Chiesa a tutti i livelli, che valorizzi le esperienze di santità e abnegazione che pure esistono in tante comunità cristiane (come quella nel carcere Due Palazzi, per citare un esempio in zona). Più che continuare a opporre il silenzio delle mura vaticane agli scandali che coinvolgono i suoi chierici, forse varrebbe la pena ammettere che c’è bisogno di un grande movimento di conversione. Di una rivoluzione del cuore che riparta da quella «carezza del Nazareno» citata da Enzo Jannacci in una delle sue ultime interviste e ricordata spesso dal papa Francesco d’inizio pontificato. Solo ricominciando da Cristo, redentore dell’uomo, la Chiesa potrà dare al mondo contemporaneo ciò di cui ha più bisogno.

Salutandoci, a fine cena, ricordavamo quando, mentre negli anni Settanta l’Autonomia operaia voleva fare la rivoluzione armata, un gruppo di 300 universitari, ai quali con la violenza veniva impedito di parlare, si ritrovava alla messa del martedì. Eravamo noi, i veri rivoluzionari: del cuore.

La Verità, 6 settembre 2018

Cose memorabili e dimenticabili del Papa di Sorrentino

Che casino su The Young Pope. Che bagarre. Si esibiscono critici televisivi e cinematografici, firme di cultura, opinionisti cattolici. Ognuno dalla propria cattedra, pronto a pontificare sul pontefice di Paolo Sorrentino. L’unica cattedra che ancora non si è pronunciata è quella dell’Osservatore romano, la più attesa. Senza volermi aggiungere alla schiera, ecco una breve lista di cose memorabili e no della serie di cui tutti continuano a parlare e che è ancora disponibile on demand e in replica.

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

La visionarietà/1. Il realismo magico di Sorrentino, di derivazione felliniana, assale fin dalla prima scena – il bimbo che esce Papa dalla montagna di feti – lo spettatore. L’insistenza sulla narrazione onirica che sovrappone i piani ha il compito di accalappiarlo. L’estetica laccata a tinte forti (fotografia di Luca Bigazzi), con un Vaticano abbacinante dove non c’è una nuvola e non piove mai, al massimo nevica, fa da contrasto con l’orizzonte fosco della Chiesa, la cupezza degli intrighi, l’oscurantismo delle posizioni dell’inquilino principale.

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

Il paradosso del mistero. Nella società dell’immagine, in cui la Chiesa sta facendo tutto per andare verso l’umanità, il regista si chiede se una scelta di nascondimento e non visibilità possa accrescerne mistero e autorevolezza. Dopo papa Bergoglio potrebbe arrivare un Papa conservatore e reazionario.

La libertà espressiva. Sorrentino ha giocato tutto il peso del suo blasone in un film di dieci ore nel quale la produzione gli ha permesso tutto (anche con conseguenze negative che vedremo) in un gioco di citazioni e rimandi: un canguro libero nei giardini vaticani (il fantasma dell’abbandono? chissà), un Papa che calza infradito e gioca a biliardo, un Segretario di Stato che distribuisce la sua biografia con la copertina di Open di André Agassi e gira nei Sacri palazzi indossando la divisa del Napoli.

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il cast. Con queste premesse gli attori hanno dato il meglio. Silvio Orlando ai vertici, Jude Law, Diane Keaton, James Cromwell, Javier Camara: parti di una rappresentazione definita che privilegia la collocazione nel mosaico del regista sullo scavo psicologico dei singoli personaggi.

La sigla. Nei titoli di testa, sulle note di All Along the Watchover di Bob Dylan, il Papa giovane sfila davanti a una serie di rappresentazioni pittoriche della storia del cristianesimo, dall’Adorazione dei pastori di Gerard van Honthorst alla Conversione di San Paolo di Caravaggio fino alla statua di Giovanni Paolo II abbattuta dal metereoite di Maurizio Cattelan. Altero e ironico, luminoso e cupo, Pio XIII si volge allo spettatore facendogli paraculescamente l’occhiolino.

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l'occhiolino al telespettatore

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l’occhiolino al telespettatore

La visionarietà/2. Il rovescio della medaglia della carica immaginifica di Sorrentino è nella (inevitabile) scarsa verosimiglianza. Ci sarà un motivo se The Young Pope è piaciutissimo ai non credenti e meno ai cattolici. Si può cavarsela sostenendo che questi ultimi si sono scandalizzati per il Papa glam e trasgressivo, paroline che regalano sempre certi brividi di piacere. Ma si potrebbe considerare che se si entra ambiziosamente nei segreti della massima istituzione ecclesiastica, magari il cuore del cristianesimo andrebbe rispettato. Sottolineo: rispettato, non necessariamente condiviso. Con tutti i suoi peccati, la Chiesa è pur sempre una realtà che ha a che fare con l’altro mondo. Bellissima la visionarietà, ma dovrebbe accompagnarsi a un sufficiente grado di aderenza all’oggetto trattato. Che, in un’opera ambiziosa come The Young Pope, lo dico con rammarico, sembra invece difettare.

La quotidianità del Papa tabagista. Potevamo stupirvi con effetti speciali e lo abbiamo fatto. Pio XIII beve Coca cola zero al gusto di ciliegia, gioca a biliardo con la cicca in bocca, sfiora la tetta di una ragazza, cambia i pannolini al neonato di lei, trascorre il tempo tra massaggi e passeggiate. Mai che legga un testo sacro o stia allo scrittoio a preparare un’omelia. Un dettaglio rivelatore di troppe licenze narrative è il gesto che introduce al rito del fumo. Grazie a una mossa da prestigiatore, la sigaretta nascosta nel palmo della mano si palesa improvvisa tra le labbra: roba da consumato tabagista on the road più che da Papa cresciuto in orfanotrofio e, si presume, in seminario.

Papa Belardo è un tabagista incallito. Un vizio un po' ostentato

Papa Belardo ostenta il vizio di tabagista incallito

Cercasi cristianesimo. La fede che emerge dall’opera è un misto di protestantesimo, miracolismo, spiritualità new age, con qualche traccia di cristianesimo veterotestamentario, come dimostra la posizione di Pio XIII sull’aborto (cita l’Esodo di «vita per vita, occhio per occhio…»). Facile argomentare su Dio, difficile fare i conti con Gesù Cristo. Con un certo esibizionismo il Papa s’inginocchia a braccia spalancate per pregare in un autogrill o in apnea sul fondo di una piscina, in una posa da calciatore dopo il gol o da supereroe in trans più che da Capo della Chiesa che vive drammaticamente il suo mandato.

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

Chiesa negativa. Detto della fede in un Dio generico di un Papa a metà tra la rockstar e il santone, il Vaticano non può che somigliare a un qualsiasi centro di potere (si sprecano i confronti con House of Cards). Ma se l’idea di cristianesimo è vaga, anche la Chiesa non può che essere una realtà vuota. Non a caso non v’è traccia delle virtù cardinali. Oltre alla fede, nella Chiesa di Pio XIII non c’è posto né per la missione né per la carità (fa eccezione il bistrattato Voiello). Perché, in fondo, stiamo parlando d’altro.

La Verità, 24 novembre 2016

 

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016

 

 

The Young Pope, il gioco cinematografico di Sorrentino

Di sicuro, Paolo Sorrentino si è divertito. E si sono divertiti gli attori, Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando e il resto del cast, notevole per una serie tv. Perciò, verosimilmente si divertirà Continua a leggere