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Da Altri a Virtù: dizionario del buonismo da day after

Non bastano il coronavirus, la reclusione e i bollettini quotidiani della Protezione civile. Tra gli effetti molto collaterali dell’epidemia troviamo il profluvio di lectio magistralis. Uno tsunami. Articolesse, pensierini, interventi, interviste, commenti, elzeviri, confessioni e rivelazioni dei guru da quarantena. Tra i quali va annoverato anche Giuseppi Conte con il suo invito a riflettere sulla «scala di valori». Sono i nuovi maître à penser. Gli intellò da day after. Un diluvio, un’ondata buonista che ha invaso le pagine dei giornaloni, i video, i profili social, il display del cellulare. Il guaio è che questo isolamento claustrofobico ci fa stare iperconnessi. Abbiamo tempo – troppo – per leggere le istruzioni dei migliori. I sacerdoti del bene, come li chiama Giampiero Mughini. Lo scrittore in odore di premio, frequentatore di talk show. L’ex politico regista e scrittore pure lui. L’attore da festival e cover di magazine. I conduttori tv mainstream…

Con l’hashtag #lecosechestoimparando Repubblica ha rotto la diga e siamo stati travolti dalla nuova lingua etica. Meglio, da un modo nuovo di usare la solita. Fatta di parole più ispirate, intrise di afflati, esortative, protese a migliorarci. Screziature linguistiche suggerite dal tempo straordinario. Cariche di promesse, di propositi, di spinte al cambiamento. Come se fossero un’unica, gigantesca lettera a Babbo Natale. Anzi, letterina (che magia le piccole cose). Perché abbiamo appreso persino l’ora in cui sorge il sole. Poetico no? Sembriamo una immensa scolaresca. Una classe di buoni che ha imparato la lezione. Ora che abbiamo messo la testa a posto stiamo soffocando nella melassa. Ariaaaaaaa.

La romantización de la cuarantena es privilegio de clase! (Il romanticismo della quarantena è un privilegio di classe!): lo slogan partito dai balconi della Colombia, ora virale sui social, è una sana sferzata di realismo.

Altri. Perdersi negli altri, riscoprire gli altri, accorgersi degli altri, dedicarci agli altri, amare gli altri. Improvvisamente siamo tutti innamorati degli altri. È nato l’altrismo, degno compare del buonismo. Elio Germano, l’ideologo, attore pluripremiato e frequentatore di centri sociali, ha il profilo giusto: «La felicità è quando riusciamo a perderci negli altri», ha confidato a 7 Corriere della Sera. Anche Fiorello ha seminato «altruismo, altruismo, altruismo». Egocentrismo delle star travestito da fervorino.

Baricco. Alessandro. Al fondo di ventimila battute il guru dei guru ammette che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la pandemia è solo un nuovo livello del suo Game. Ma c’è lui con la sua «audacia». «Non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere». Mr. Wolf del progressismo. Per il narcisismo non c’è vaccino.

Bene. #andràtuttobene. Tutto cosa? Bene per chi? Campagna dilagata dai balconi. A braccetto con l’altro slogan: #celafaremo. Striscioni, lenzuolate, flash mob, post it, hashtag, claim, spot istituzionali. Strategia del sorriso, dell’incoraggiamento, dell’ottimismo. Intanto non si trovavano mascherine e finivano i posti di terapia intensiva. «No. Non è andato tutto bene. Prima di uscire sul balcone a cantare Azzurro o Volare bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì?» (Domenico Quirico, La Stampa).

Cose. Piccole. «Nel tempo ho imparato che le epifanie si dimenticano… Quelle che invece non si dimenticano più sono le piccole cose» (Daria Bignardi, Repubblica). Serve aggiungere altro?

Democrazia. Walter Veltroni, Corriere della Sera: «La democrazia non è per sempre, come il gioiello della pubblicità. La democrazia vince sfide e domina cicloni. Oggi, nell’ora più buia, la democrazia deve essere il rifugio di garanzia di ogni italiano». Picco di retorica, con Parlamento latitante.

Dopo. Quando ne usciremo. Quando saremo fuori. Saremo così, saremo cosà. Il mondo sarà cambiato. La società, il sistema, l’economia, la politica. Dopo, tutto sarà nuovo, migliore. Perché ci ricorderemo delle piccole cose. Degli insegnamenti. Faremo tesoro. Il dopo idilliaco, paradisiaco, edenico. Ma il durante si allunga. Mago Otelma e i suoi adepti.

Ecosistema. «Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi alla Terra e all’ecosistema» (Fazio su Rep). Supplente di Greta Thunberg.

Imparare. Il 26 febbraio Gianrico Carofiglio twittava: «Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo tra persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere». Qualche giorno dopo, il passato da magistrato ha fagocitato il presente d’autore: «Norma da adottare: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità competente e finalizzato a contrastare la diffusione di epidemie è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da 1000 a 5000”». Per provare a colmare la distanza tra i due tweet ha riempito una pagina di Repubblica. Invano.

Libri. #nonfarticontagiare. Flash mob promosso dalle sardine con un libro fra i denti. Da acquistare (insieme al cerchietto). È l’«antidoto culturale». I ritardi di Amazon tra le cause dei decessi.

Oblio. «Una promessa: non ci sarà nessun oblio». Titolo del Corsera ad un articolo di Paolo Giordano. Svolgimento: «Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi». Memorie da instant book.

Porti. «Sempre aperti. Per tutti»: in entrata però. In uscita, non possiamo andare da nessuna parte.

Prometto. Il verbo della «letterona» vergata da Fabio Fazio su Repubblica. Variante barricadera dell’autore: «Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati». Vasto programma.

Scala. Di valori, ovviamente. Quella che il premier suggerisce di ripensare e che Fazio vuole rimettere in ordine. E dove, al primo posto, figura «stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Se è in disordine stiamo lontano.

Virtù. Le migliori. Indispensabili a scalare i valori di cui sopra. «Fuor di retorica, se ne sente molta» ha scritto Veltroni. «Gli italiani stanno rispondendo al più lungo coprifuoco della loro storia mostrando le loro virtù migliori. Sobrietà, compostezza, umanità». E zero turpiloquio.

 

Panorama, 1 aprile 2020

 

 

Lo strano caso dell’on. Walter e mister(o) Veltroni

E poi c’è Veltroni. Walter Veltroni, con la W. Il sindaco di Roma, l’antagonista di Massimo D’Alema, la pietra angolare dell’Ulivo, il vice di Romano Prodi, il fondatore del Pd. Ex di tutto. Ma sempre presentissimo e protagonista. Creativo, poliedrico, instancabile. Ogni mese un’idea nuova, un libro, un documentario, un film. Per non parlare delle fluviali articolesse, ponderosi amarcord e ritrattoni con gli occhi al Novecento sul Corriere della Sera, o le intervistone e i commenti sulla Gazzetta dello Sport… L’ultima creazione, Fabrizio De André & Pfm. Il concerto ritrovato, sarà nelle sale cinematografiche il 17, il 18 (De André compirebbe ottant’anni) e il 19 febbraio: i fan si preparano ad assaltare le biglietterie. Walter Veltroni è un caso unico nel panorama politico-mediatico-cultural-intellettual-social… Campione mainstream, sempre neo qualcosa – regista, autore, giallista – ma anche post, pop e pure flop.

Con l’eccezione di Prodi, che ha messo la prua sul Quirinale, gli altri big della politica dell’epoca si sono defilati, hanno scelto un buen ritiro, una terrazza, una fondazione appartata. Massimo D’Alema ufficialmente lavoricchia con tutta la sua antipatica intelligenza a «Italianieuropei», salvo interessarsi di nomine di Stato dando qualche consiglio al premier. Piero Fassino dopo la sconfitta alle elezioni per la poltrona di sindaco di Torino si dedica alla Fondazione Italia Usa. Francesco Rutelli, predecessore di Uolter come primo cittadino di Roma, è presidente dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali). Altri storici sindaci ex comunisti come Antonio Bassolino e Sergio Cofferati si sono ritirati a vita privata. Come pure Nichi Vendola, altro astro del firmamento de sinistra, ora testimonial delle adozioni gay e dell’utero in affitto sul settimanale Chi? Poi ci sono Achille Occhetto, Rosy Bindi e Fausto Bertinotti che ha qualche anno in più e tiene conferenze in giro per l’Italia. Oliviero Diliberto, invece, coetaneo di WV, è tornato alla facoltà di Legge della Sapienza di Roma e, alla Giorgio Gaber, dice che, siccome «la mia generazione ha fallito, l’unico dovere morale è scomparire».

Chi conosce bene Veltroni dice che ce n’è un altro, meno noto e più gigione. Collezionista di figurine, tifoso sfegatato (della mainstreamica Juventus), goliarda, esperto, espertissimo di cinepanettoni. Purtroppo lui espone alla telecamera sempre il lato ispirato e buonista.

Più che un caso, il suo sembra un mistero. I suoi cimenti, le prove cinematografiche, autoriali e letterarie non si possono rubricare come successi, eppure… Il programma su Rai 1 Dieci cose, autunno 2016, annunciato da un’intervista su Repubblica umilmente intitolata «Così cambierò il sabato sera in tv», si arrampicò all’11% di share medio, puntualmente doppiato dallo show di Maria De Filippi su Canale 5. I film e documentari, uno all’anno dal 2014 in poi, prevalentemente trasmessi da Sky, non hanno certo sbancato il botteghino: Quando c’era Berlinguer (prodotto da Sky e Palomar, 620.000 euro al cinema), I bambini sanno (Sky, Wildside e Paolomar), Gli occhi cambiano (Rai), Indizi di felicità (Sky e Palomar, 60.000 euro), Tutto davanti a questi occhi (ancora Sky e Palomar), fino al vero e proprio film per il cinema, C’è tempo, con Stefano Fresi, che nel 2019 ha incassato 320.000 euro. Opere del Veltroni ispirato, immancabilmente accompagnate da benevole candidature ai Nastri d’argento o ai David di Donatello. Si sa come gira il fumo a Cinecittà. Nel frattempo, l’inesausto Uolter non ha trascurato la produzione letteraria sfornando, a ritmo annuale, accorati romanzi. Sconfinando infine nella narrativa noir con Assassinio a Villa Borghese (Marsilio), sempre in bella vista sui banconi cruciali delle librerie di catena.

Quindi: se le creazioni veltroniane non sono propriamente boom cinematografici o letterari come se ne spiega l’indefessa proliferazione? Lo strano caso dell’onorevole Walter e del mistero Veltroni è presto risolto: chi può dirgli di no? Realizzato da Except, puntuale come il carnevale, in questi giorni esce il documentario in cui l’ex vice di Prodi confeziona con prologo ed epilogo il filmato di Piero Frattari, un altro regista che il 3 gennaio 1979 riuscì a infilarsi al concerto di Genova con la Premiata Forneria Marconi. Alle preziose immagini, rispolverate dalla soffitta, Veltroni ha aggiunto la cornice narrativa e una serie di testimonianze di chi c’era, i musicisti della Pfm, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida e Flavio Premoli, il fotografo Guido Harari, oltre, ovviamente, a Dori Ghezzi.

I giornaloni – chi può dirgli di no? – lo hanno annunciato come la scoperta del Sacro Graal. L’altro giorno SkySport24 ha allestito persino un salottino con Di Cioccio e Djivas per parlare di calcio da tifosi, ma anche del ritrovamento del concertone che ha segnato «l’incontro tra due diversità che sarebbero rimaste parallele se, a un certo punto, non fosse venuta la voglia di eliminare un recinto», ha buonisteggiato WV alla conferenza stampa. Dove, a chi gli chiedeva quanto pensa incasserà il nuovo documentario, ha replicato, piccato: «Non è detto che ciò che vende di più sia di per sé più bello». Quantità e qualità non sempre vanno a braccetto; giusto. Però, chissà cosa ne pensano i suoi produttori…

 

La Verità, 15 febbraio 2020

 

«Ho vissuto 8 vite, meglio rimorsi che rimpianti»

Gli abusi sessuali, la tentazione di farsi del male ogni giorno, il nazismo e l’infanzia in Uruguay, il cinema d’autore, David Mamet, le zie zitelle, la lobby dei pedofili, papa Francesco, la dittatura del politicamente corretto, Andy Warhol e David Bowie, C’eravamo tanto amati, i gesuiti di Milano, l’Eliseo laboratorio culturale, gli alcolisti anonimi, la madre scappata che mandava libri, La Recherche a 15 anni, Ce n’est qu’un début, Lucrezia Lante della Rovere e Marina Ripa di Meana, il teatro come catarsi, Nanni Moretti e i morettiani, la difficoltà di stargli vicino, il mio psicanalista diventerà pazzo, la lectio magistralis a Broadway, il Fondo unico per lo spettacolo, Muhammad Ali, Cercare segnali d’amore nell’universo

Luca Barbareschi apre file in continuazione, parla per metafore, fa connessioni, salti logici e temporali. Siamo nel suo ufficio nel labirintico ventre del Teatro Eliseo di Roma che ha acquistato cinque anni fa e di cui è direttore artistico. Ci sono anche Maria Letizia Maffei, capo ufficio stampa del teatro, e Monica Macchioni, responsabile della comunicazione di Barbareschi. «Mi sento un po’ sorvegliato», abbozzo. «Sorvegliano me», replica lui con ragione.

Primo file: Montevideo, Uruguay.

«La storia comincia con una nave di emigrati sulla quale salirono mio padre e mia madre che, come si dice, non venivano da soldi. Mio padre era il capo partigiano degli ebrei di Milano, mia madre un’ebrea tedesca. Pensavano che il nazismo non sarebbe mai finito – e avevano ragione: solo due giorni fa hanno massacrato di botte il capo rabbino di Buenos Aires. Partirono dopo la guerra… Anni dopo, sulla nave mia madre era incinta…».

Lei è del 1956, è un secondo viaggio?

«Esatto. Arrivati in Uruguay, mi ha scodellato. Ho vissuto fino a cinque anni a Montevideo, in una casa divertente, un seminterrato. Sopra abitavano il macellaio kosher e un antiquario ebreo che ci dava l’arredamento. Ma siccome i mobili li vendeva, vedevo la mia cameretta cambiare ogni tre o quattro mesi, un letto a muro, poi un lettone… La casa era in continua trasformazione, probabilmente l’amore per il teatro è nato lì».

Milano, Italia.

«I nazisti venivano a rifugiarsi in Sudamerica. Tornammo a Milano, dove ho vissuto fino a 18 anni, poi in America fino a 25».

Il liceo dei gesuiti Leone XIII.

«Mamma era scappata dopo un anno e mezzo e mio padre era in Medio Oriente a fabbricare aerei. Due zie, sorelle del nonno paterno, mi misero in collegio. Era frequentato dalla Milano bene, c’era un clima cupo, non si sapeva niente… Ero un bambino solo, volevo attenzioni come chiunque a quell’età. Un’età in cui non si ha consapevolezza, non si sa come comportarsi se un prete vuole toccarti. Tendi a fidarti. Per te sono esplorazioni, invece l’adulto sa di abusare. Ancora adesso, oltre i sessanta, vivo con il dubbio di essere colpevole, ogni giorno ho la tentazione di farmi del male».

Ha più rivisto il suo molestatore?

«È morto. Qualche anno fa sono andato a trovare il preside del Leone XIII. È tutto cambiato. Gli ho regalato Michael Kohlhaas, un racconto di Heinrich von Kleist ispirato a un episodio reale del sedicesimo secolo in cui un commerciante di cavalli, vittima di un sopruso di un potente, cerca giustizia per tutta la vita. Non volevo soldi, ma pubbliche scuse. Invece, mi ha minacciato. Per fortuna c’è il Papa».

Il Papa.

«Gesuita anche lui. Ha appena concluso il summit sulla pedofilia. Da qualche parte si deve cominciare, visto che in Italia non si fa niente. Siamo l’unico Paese dove i pedofili non vengono arrestati. La pedofilia è inguaribile, un adulto che violenta un bambino di quattro anni è malato. L’altro giorno in America uno ha chiesto di essere ucciso, perché ha detto che, prima o poi, l’avrebbe rifatto. Le racconto un fatto».

Prego.

«Sono stato a trovare una donna a Tor Bella Monaca. Una che fa le pulizie, semi analfabeta, con sette figli tutti ripetutamente violentati dal padre, che lei ha denunciato, facendolo condannare a 45 anni di galera. Bene: tutti i sette figli sono laureati. “Come ha fatto, signora?”. “Li ho portati tutti i sabati a trovare il padre in carcere. Ha sbagliato, ma un papà ce l’avete: voi potete diventare uomini migliori”. Dalle sventure si deve imparare. Sa che cosa mi ha insegnato Muhammad Ali?».

No.

«Quella mattina Gianni Minà non si era svegliato, così ci sono andato io e gli ho chiesto: “Chi è il campione?”. Per risposta mi ha dato un jeb, piano, al plesso solare. Mi sono afflosciato come un sacco vuoto. “Stand up, stand up”, urlava. Quando mi sono alzato, ha detto: “Now, you are a champion” (Ora tu sei un campione ndr)».

Secondo file: gioventù e militanze varie.

«La politica non mi appassionava. Fino a 15, 16 anni mia madre continuava a mandarmi libri. Era il suo modo di dimostrarmi che mi voleva bene. A 15 anni avevo letto Franz Kafka e Alla ricerca del tempo perduto. Sono cresciuto a pane e Leonardo Sciascia, pane e Claudio Magris, la terza del Corriere…».

Niente politica.

«Nel Movimento studentesco c’erano le ragazze più belle, ma le scarpe inglesi mi hanno tradito. Andai a una manifestazione, San Babila e la Statale sono vicine, indossando l’eskimo. “Ciao, tu sei un compagno? Non ti ho mai visto…”. “Certo”, alzai il pugno, ma lui abbassò gli occhi e vide le Church. Mi menarono. Alla prima vetrina rotta mio padre mi chiuse in casa. Io scandivo “Ce n’est qu’un debut”, “Marx, Lenin, Ho Chi-Minh”, lui urlava: “Chi è Lenin?”. Io zitto, lui giù un ceffone. “Chi è Ho Chi-Min?”. Ancora muto, altro ceffone. Ripetevo slogan da idiota. La contestazione con Mario Capanna era così. Qualche anno fa l’ho incontrato a giocare a golf al Miramonti di Cortina».

Dopo i ceffoni prese altre strade?

«Mi piaceva il motocross. E leggere, come le dicevo. Poi la musica, vede le chitarre, il sax… Sono polistrumentista, mio padre suonava con Franco Cerri e Lelio Luttazzi».

Altro file: l’America. Perché non è rimasto a vivere lì?

«Facevo il cameriere e lavoravo un po’ per la televisione. Interviste, come quella a Cassius Clay… Studiavo all’Actors studio. I docenti erano Dustin Hoffman, Elia Kazan, Shelley Winters, Paul Newman. Per restare in America devi diventare americano nella testa. Io ero troppo europeo. Non riuscivo a integrarmi fino in fondo, fu una decisione sofferta».

Tornato in Italia…

«Sono precipitato in una palude di veti e odi politici, dove l’arte non è contemplata. Le nostre piazze sono piene di monumenti a statisti che nessuno ricorda, mentre ci ricordiamo di Michelangelo e Caravaggio. Eppure continuiamo ad accapigliarci solo per la politica».

È per questo che continua ad andare a Los Angeles?

«La mia società produce spettacoli lì, ma siamo artisti non impiegati. Il 12 febbraio 2006 ho tenuto una Lectio magistralis a Broadway, fu una grande emozione. Ero a New York vent’anni prima da pischello, se me l’avessero detto non ci avrei creduto. C’era Anna Strasberg, Al Pacino stava facendo China doll. Fu commovente».

Lucrezia Lante della Rovere.

«Era una donna talmente bella. Inevitabile l’invidia. Eravamo belli anche insieme, a teatro c’erano le code. La gente vive di fiabe. Certe passioni nascono nei momenti d’infelicità, s’instaurano delle alchimie. Ero il suo pigmalione. Mi era simpatica anche sua madre, Marina Ripa di Meana».

Bel match di caratteri.

«Per lei il teatro era il mondo, prendeva in giro tutti, metteva in piazza il privato. Una volta dovevamo festeggiare il compleanno di Lucrezia. Mi aveva giurato che saremmo stati solo noi quattro, con Carlo (Ripa di Meana ndr). Entrati in salotto eravamo su La vita in diretta di Rai 1. Allora dissi a Marina: “La prossima volta che fai piangere Lucrezia ti meno”. Da quel giorno mi ha ribattezzato “Il ceffo”. Però mi adorava».

Perché finì con Lucrezia? Chissà quante ne avrà combinate.

«No, è che è difficile stare con me. Sono esigente, nessuno ci obbliga a recitare o a suonare, ma se scegli di farlo non ci sono mediazioni. Era vulcanica e umorale, ma non riusciva a reggere le mie pretese. È diventata un’ottima attrice».

Non s’è fatto mancare niente.

«Mai rimpianti, piuttosto rimorsi».

Che si pagano.

«Ho vissuto sette, otto vite meravigliose. Vede quella foto? È il ricordo del concerto dei Velvet Underground al Max’s di Kansas City autografato da Andy Warhol. Ero un ragazzo, ero seduto vicino a David Bowie».

E gli alcolisti anonimi?

«Ti aiutano a condividere il dolore. Ho fatto un periodo di rehab a trent’anni. Andavo avanti indietro da Los Angeles. Gli psichiatri dicono che l’inizio della cura è quando realizzi di avere un problema. Alcol e cocaina pensi di gestirli, sbagliando. Andai da uno psichiatra a Londra, mi diede un libro e iniziò a parlarmi di me. “Qualcuno le ha telefonato, come fa a sapere queste cose?”. “Crede di essere unico? Lei rientra in una casistica molto comune”. Siamo cresciuti con il mito di Jimi Hendrix e James Dean, ma l’eroismo del nostro male non esiste».

Cioè?

«Autocompiacimento: pensiamo che la nostra dannazione sia epica e romantica. I media costruiscono il mito del bello e dannato. Ma morto. Sembra che cantino bene perché sono tormentati. Sono convinto che canterebbero meglio se fossero sani. Soprattutto, canterebbero ancora. Sa qual è il vero problema?».

Sentiamo.

«La mancanza del padre. Non ho ancora trovato uno schema narrativo che spieghi tutto questo meglio della storia di Edipo. Tanto più in Italia, dove ci sono madri possessive e invadenti».

Non il suo caso.

«Io sono uno strano esperimento genetico. Mia moglie dice che impazzirà anche il mio psichiatra. In realtà, mi curo con il teatro, che è una palestra dell’anima che funziona a contrasto. La gente va in palestra per caricarsi di pesi, io a teatro mi alleggerisco l’anima».

Il suo momento di massima popolarità fu con le liti finte di C’eravamo tanto amati?

«Ma no… In televisione ho fatto anche altro… Ricordo un Io contro tutti da Maurizio Costanzo sulla pubblicità nei film. Lo slogan era “non s’interrompe un’emozione”. Citai le campagne pubblicitarie firmate da Woody Allen, Wim Wenders, Federico Fellini. Walter Veltroni replicò che quella era un’emozione commerciale. Ecco: la doppia morale, il conformismo di sinistra, quello per cui oggi uno come Ennio Flaiano, per dire, viene celebrato solo in Svizzera. Al cinema ho fatto Summertime di Massimo Mazzucco che vinse a Venezia come opera prima, Bye Bye Baby di Enrico Oldoini, In nome del popolo sovrano di Luigi Magni…».

Si spalanca la porta ed entrano Vittorio Sgarbi, Sabrina Colle e Stefano Lucchini, potente direttore delle relazioni esterne di Banca Intesa. Loro sono reduci da un dibattito con il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, io vedo in pericolo la prosecuzione dell’intervista. Invece no, dopo qualche minuto di saluti e di scambio d’informazioni, si congedano.

Nuovo file: Banca Intesa.

«È uno dei principali sponsor dell’Eliseo. Con l’approvazione del ministro Bonisoli stiamo preparando un progetto per Roma. Se fossimo in un Paese normale parlerei di lobby virtuosa, ma qui si ha paura solo a pronunciare la parola. Comunque, è il miglior media desk d’Europa. Abbiamo fatto insieme quattro film e tre fiction. L’Eliseo è un luogo di condivisione, un luogo per la comunità, un pezzo di storia di Roma e della cultura italiana. Negli archivi ho trovato i carteggi tra Harold Pinter e Luchino Visconti, le foto di Igor Stravinski. I politici intelligenti se ne accorgono. In questo studio si sono seduti tre presidenti del consiglio, sono venuti il ministro Giovanni Tria e Matteo Salvini».

Gode di un trattamento di favore? Cosa mi dice dell’avviso di garanzia per traffico di influenze?

«Confido nell’opera della magistratura. Anche perché quale sarebbe il reato? Il fatto che passo il tempo a tentare di convincere i politici che la cultura ha bisogno di finanziamenti? È una cosa quasi comica. L’Eliseo è un Tric, un Teatro di rilevante interesse culturale, ce ne sono 18 in tutta Italia, costa 5,6 milioni all’anno, un terzo del Piccolo di Milano e la metà del Teatro Argentina di Roma. Improvvisamente, dal 2015 il contributo del Fus (Fondo unico dello spettacolo ndr) si è ridotto a un terzo dell’entità precedente, proprio mentre si avvicinava il centenario. Abbiamo parametri di qualità uguali o superiori a quelli di teatri che ricevono ben più di noi. Sono stanco di prendere lezioni di morale da chi paga gli attori in nero. Se la finanza controllasse i borderò di tutti rideremmo parecchio. Sfido i miei colleghi dei teatri lirici e non a un confronto dal vivo in televisione su questi argomenti. Scommetto che nessuno si presenterà».

Quando faceva politica in An si occupava di questi temi. Poi?

«Ci ho creduto, ma poi tutto si è impantanato. Siamo stati commissariati dall’Europa con Mario Monti. Quelli che mi davano lezioni di bon ton democratico, Italo Bocchino e Gianfranco Fini, mi pare abbiano qualche problema. Tornerei domani in politica se esistesse la possibilità di farla sul serio».

Adesso c’è il governo gialloblù.

«Salvini è uno che non vende fumo. Siccome è un campo che non conosce, non parla di cultura e di cinema. L’Eliseo è un laboratorio culturale del Paese. Luoghi come questi sono carne viva, determinano la qualità della convivenza civile. Credo che questo discorso Salvini e il premier Giuseppe Conte lo capiscano molto bene».

Cosa pensa del cambiamento scaturito dal voto del 4 marzo scorso?

«Penso tristemente che non ci sia nessun cambiamento. Ovvio che la politica precedente, da destra a sinistra, ha fallito. Stentiamo ancora a diventare un Paese coeso. Mettiamola in positivo: mi auguro che nei vari settori scelgano per competenza e non per appartenenza».

Paolo Savona, Giovanni Tria non sono competenti?

«Certo che sì. La politica sceglie i politici. Ma poi sono le nomine in Rai, in Finmeccanica, all’Eni a fare la differenza. L’impasse della Tav di questi giorni è ridicola. I grandi progetti devono avere una visione ampia. Che non può essere la decrescita felice, ma la crescita responsabile».

Auspica il ritorno di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi?

«Credo che ci siano delle stagioni. Berlusconi al massimo può fare il padre nobile. Renzi mi piaceva. Se dovessi dare un consiglio non richiesto gli direi di sparire davvero per due anni, senza incancrenirsi in risse e litigi. Se hai fatto degli errori, devi fermarti. Tra due anni sarà ancora giovane».

Fausto Brizzi, da poco scagionato dalle accuse di molestie sessuali, è davvero un genio come ha detto?

«Certo, per questo dirige la divisione cinema dell’Eliseo. È un grande showrunner, uno che corre più di me, un uomo generoso. È la prima volta che lavoro con un regista che mi presenta altri registi, a suo dire migliori di lui».

Il Me too.

«Chiacchiere e distintivo. Peggio: ha fatto del male alle donne qualsiasi molestate nei supermercati o nelle imprese di pulizia. 26 anni fa ho fatto uno spettacolo intitolato Oleanna, scritto da David Mamet. Era la storia di una carezza verbale trasformata in stupro psicologico. Prima c’era stato il caso di Popi Saracino, il professore che secondo l’accusa aveva violentato una sua allieva. Ora, ci sono le rivelazioni a scoppio ritardato: trent’anni fa mi hai palpato una tetta… È una forma d’involuzione del pensiero politicamente corretto. In Gran Bretagna una docente nera, lesbica e di sinistra improvvisamente non può più insegnare in università perché si è espressa contro le associazioni Lgbt. Capisce? Si avvera la profezia di George Orwell secondo la quale avremmo inventato una lingua che ci avrebbe permesso di parlare senza esercitare lo spirito critico».

Ho visto delle foto sue a una serata con Alessandro Baricco, Francesco Piccolo, Ritanna Armeni: era completamente a suo agio?

«Sì, perché ero a casa mia. Il giorno dell’apertura dell’Eliseo, cinque anni fa, c’erano Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Silvio Orlando e tutto il cinema d’autore. Avrei potuto fare lo spavaldo oppure dire: “Da oggi c’è un posto non dogmatico, questa è casa vostra”, come ho fatto. È venuto giù il teatro… Io guardo al prodotto non per chi votano i registi. Quelli che danno lezioni sul cinema d’autore spesso fanno il procedimento inverso».

La solita doppia morale?

«Se Moretti fa un bel film lo applaudo. Il guaio, semmai, sono i morettiani e gli imitatori. Se lo fa Barbareschi, è sempre un film di Barbareschi. Per capirci, senza far paragoni, non giudico il Faust in base al fatto che Wolfgang Amadeus Mozart era coprofilo. Tra 50 anni potrebbero distruggere quello che ho fatto come artista in base alle mie debolezze e farla pagare ai miei figli».

Si fa o no la serie tv su Calciopoli?

«Sì, per Sky, sarà pronta tra un anno. Ma non sarà su Luciano Moggi, scudetti e partite comprate, come la volevo. Sarà sui procuratori. Le società incombono, la Fiat e non solo. Mi accontento. Siamo un Paese che non vuole diventare adulto».

Il suo romanzo autobiografico s’intitola Cercando segnali d’amore nell’universo: vasto programma. Cercarlo nei posti giusti a portata di mano?

«Infatti, l’ho trovato in mia moglie che è la donna della mia vita. Solo una calabrese può stare vicino a un ebreo come me. Donna straordinaria e tostissima».

Attore, regista e produttore teatrale, televisivo e cinematografico, in Italia e negli Stati Uniti, direttore artistico… chi è Luca Barbareschi?

«Come dice Walt Whitman: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Oppure, altra definizione, ognuno ha la testa bacata a modo suo».

 

La Verità, 3 marzo 2019

Renzi, Veltroni e Dandini: ecco la flashback tv

Cronaca di una serata flashback nella tv italiana. Su Rete 4 a W L’Italia oggi e domani c’è Matteo Renzi con un titolo déjà vu: «Adesso parlo io». Qui siamo al tempo imperfetto e la share si ferma al 2.53%. Su La7 ospiti di Piazza pulita ci sono prima Walter Veltroni, segretario del Pd fino al 2009, poi Pier Luigi Bersani, suo successore anche nel partito (passato prossimo; 4.81%). Su Rai 3 invece ritorna La tv delle ragazze con Serena Dandini: passato remoto segnalato anche nel titolo: Gli stati generali 1988-2018 (5.98%).

È la tv degli ex, riportati in vita dalla macchina del tempo che troneggia nei nostri salotti. Sembra una serata revival, meglio: una sorta di Isola dei famosi della politica, con ex famosi in cerca di rilancio. Cosa dice, per esempio, l’ex Renzi? «Noi (maiestatis) siamo ontologicamente diversi da Lega e 5 stelle». E esemplifica parlando dei vaccini, cavallo di battaglia di stretta attualità. Nello stesso momento, da Corrado Formigli l’ex Veltroni sta dicendo che gli elettori del M5s non andrebbero insultati (Renzi aveva appena sentenziato che appartengono a un movimento di estrema destra). La vera novità della serata però è La tv delle ragazze. Per inciso: la sera prima su Rete 4 c’era La Repubblica delle donne di Piero Chiambretti e la domenica sera su Rai 3 invece va in onda Le ragazze condotto da Gloria Guida, e ora Dandini si chiede perché gli uomini siano così sgomenti. Dal canto suo esibisce in quota azzurra The Maschilisti, ennesimo travestimento di Elio e le storie tese. L’ospite politico è naturalmente Emma Bonino che esorta a perseguire ulteriori conquiste femminili «perché nessuno ci regalerà niente». Tra la parodia del telegiornale del cambiamento e la valletta gialloverde, Sabina Guzzanti inscena una Maria Elena Boschi che si esercita per Ballando con le stelle e tratteggia un Marco Travaglio in pieno delirio narcisista. Le citazioni del programma originale sono chiosate da un’intervista al suo creatore Bruno Voglino. Scorrono i volti più o meno storici della satira al femminile con la sola, incomprensibile, esclusione di Alessandra Casella. Chiude la serata Francesca Reggiani alias Federica Sciarelli alla ricerca della sinistra scomparsa che «non si trova dal 4 marzo. Qualcuno la dà per morta». La diagnosi c’entrerà qualcosa con tutta questa tv passatista? Sarà mica una forma di accanimento terapeutico?

Aldo Grasso ha scritto che fra vent’anni per capire la società del 2018 gli storici guarderanno talk e reality. Meglio avvertirli di tralasciare la serata dell’8 novembre per evitare vertigini da flashback.

La Verità, 10 novembre 2018

«I romanzi di Veltroni e Franceschini? Libroidi»

Da giovane, Francesco Permunian fumava le Muratti: sugli ampi spazi bianchi del pacchetto poteva annotare appunti, ritrattini, spigolature. Scrittore rapsodico e ribollente di ossessioni, per quasi quarant’anni bibliotecario a Desenzano, nativo di Cavarzere (Polesine) nel 1951 della grande alluvione, Permunian vive appartato e fiero del suo sguardo periferico che gli permette una certa ironia sulle contraddizioni dell’industria culturale e non solo. Dai pacchetti di Muratti, quelle note finirono in un grosso faldone, «un vero e proprio incubatoio letterario», si legge nei «Pensieri e parole ai bordi della notte» che accompagnano Costellazioni del crepuscolo, il volume nel quale Il Saggiatore ha raccolto in una nuova veste Cronache di un servo felice e Camminando nell’aria della sera. «Quando lo aprivo e ne squadernavo per terra o sul tavolo il contenuto, la mia stanza si trasformava in una sorta di falegnameria artigianale, col pavimento cosparso di trucioli di prose e diversi altri materiali alquanto improbabili e inclassificabili… tutta roba che poi piano piano si agglutinava e modellava fino a dar vita» a quei romanzi visionari, allucinati, crudi.

Il primo dei quali, Cronache di un servo felice, s’imbatté in 32 rifiuti prima di approdare in libreria. Complimenti per la tenacia.

«Sarà stata la forza della disperazione. In quel decennio di fine secolo dominava il minimalismo alla Raymond Carver e le mie sinfonie lugubri non interessavano nessuno. Giuseppe Pontiggia, capo della Mondadori, lo lesse, gli piacque e venne a Desenzano per dirmi, però, che era un unico blocco di tenebre e ghiaccio e non poteva pubblicarlo. Subivo rifiuti e intanto lo limavo e aggiustavo. Finché scoprii che a Padova Meridiano Zero, piccola casa neonata, aveva una collana di noir. Marco Vicentini lo prese al volo e in venti giorni eravamo in libreria, spacciandolo per un romanzo gotico, cosa che non era. Poi mandò sessanta copie in giro per le redazioni e tutto cominciò».

Anno 1999, crepuscolo del millennio.

«Io di anni ne avevo già 49. Era passato un sacco di tempo da quando mi ero iscritto a Lettere a Padova, arrivando dal paesello. Per Silvio Ramat e Giorgio Pullini, miei professori, la poesia e non la prosa era la regina della letteratura. Le stelle polari erano Andrea Zanzotto, che viveva a Pieve di Soligo, e Diego Valeri, originario di Piove di Sacco. M’illudevo di essere un poeta anch’io. Ma dopo la morte prima di una figlia e poi di mia moglie, per sposare la quale ero venuto a vivere a Desenzano, la poesia non bastava più».

Erano crollati anche gli ideali della politica.

«C’era il deserto. Le istanze del Sessantotto si erano dissolte. Anche la fede cigolava: come fa a esserci un Dio se colpisce persone inermi e innocenti? Ne parlavo con Sergio Quinzio e Davide Turoldo, gente eretica. Avevo anche una seconda figlia da crescere. Senza la scrittura ci sarebbe stato il vuoto totale».

Che cosa accadde?

«Continuavo a mandare i miei scritti a Zanzotto che una volta mi convocò a casa sua: “Non devi scrivere con le lacrime”, mi disse, “perché bagnano il foglio e vien fora un spotacio. Ma con il ricordo delle lacrime”. Mi mise in mano Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e mi consigliò di trasformare “questi componimenti in frammenti di prosa, poi mandali a Maria Corti, una mia amica”. Così feci. Lì c’erano le prime figure di Cronache di un servo felice».

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Un campionario di folli, poveri cristi, erotomani… Non era prevedibile che faticasse a trovare la strada della libreria?

«Lo era, ma non potevo cambiarlo e cambiarmi. Cronache di un servo felice è un catalogo dell’infamia e della malinconia scritto con la penna intinta in un calamaio di crudeltà e amarezza. Ma è un catalogo pervaso di compassione. Che genera situazioni al limite della decenza. E alla fine, come un’ombra che aleggia su tutto e tutti, ecco salire l’orchestra dei morti che tutto avvolge e acquieta nel nulla infinito».

Una letteratura nichilista e grottesca.

«Secondo Milan Kundera, il romanzo è “un’arte nata come eco della risata di Dio” dopo che si accorge del lato grottesco del mondo che ha creato».

Da dove viene una letteratura così?

«Dall’inferno del Veneto poverissimo, il Polesine degli anni Cinquanta. Sono nato in un posto che si chiamava Lezze, quattro case al confine tra le province di Venezia e Rovigo vicino al ramo morto dell’Adige. Senza tv e radio ci si radunava nella stalla per ascoltare i racconti dei vecchi come si è visto nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. O come ha raccontato Nikolaj Gogol’ nelle Veglie della fattoria presso Dinkan’ka nelle quali mescolava streghe, demoni e contadini, storie di campi e storie magiche».

Per fortuna c’è anche la parte meno infernale di Camminando nell’aria della sera.

«Il volume del Saggiatore, che ha deciso di ripubblicare i miei romanzi introvabili, è un dittico. Che, oltre all’inferno del Polesine, comprende il purgatorio della vita qui sul Garda, protagonista un vecchio medico condotto che segue la sua comunità dalla finestra di casa e passeggia in riva al lago nella malinconia della sera. I due romanzi sono come ante della stessa porta, unite dalla cerniera dei famosi appunti sui pacchetti di sigarette».

I suoi riferimenti letterari sono i grandi autori del Veneto e della Mitteleuropa?

«Tutta la mia opera nasce “sotto stelle autunnali”, come dice il poeta austriaco Georg Trakl. Ma sulla scrivania tengo anche una frase un vademecum della buona scrittura di Giorgio Manganelli: “Oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”».

C’è anche qualcosa che ricorda Ferdinando Camon, un altro grande veneto che si definisce un cantore della fine della civiltà contadina.

«Io sono l’estremo lembo di quello stesso mondo contadino. Non sarò mai uno scrittore metropolitano. Non me ne importa niente di ciò che viene prodotto nelle città. Un altro scrittore che stimo è Vitaliano Trevisan, narratore delle solitudini del nord est, una bolla che però io non conosco».

Altre letture predilette?

«In questi giorni sto leggendo due libri di giornalisti culturali: Vampiri conosciuti di persona di Roberto Barbolini (La nave di Teseo) e Insperati incontri di Silvio Perella (Gaffi editore). Siccome detesto viaggiare, mi consolo con questi giornalisti che fanno letteratura senza avere la prosopopea del letterato di professione».

Diceva che non sarà mai uno scrittore metropolitano. La provincia è una scelta o un obbligo?

«Prima è stato un obbligo, causa la scomparsa di mia moglie. Poi una scelta. Ora è quasi uno stemma nobiliare, un’appartenenza. Che ti dà la giusta distanza per non farti assorbire dalle mode di plastica. Nel mondo di internet non esiste più la provincia nel senso di realtà minoritaria. È più provinciale Milano che sembra un quartiere di Tokio, di Desenzano. Zanzotto è rimasto a Pieve di Soligo, Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago. È questione di apertura mentale».

Ho letto che per lei questa terra è una specie di Catalogna.

«Nel senso culturale del termine. L’unità è nella lingua veneta. A volte, la sera, quando vado sulle colline di Salò e vedo le luci accendersi sui paesini del lago, penso alle parole usate dalle persone che sono dentro quelle luci. È come un grande campiello goldoniano, dove c’è il dialetto trentino, quello bresciano, mantovano, veronese. Per di qua sono passati Catullo, Goethe, D’Annunzio, Mussolini, è un grande poema umano. Capisce perché non posso scrivere in italiano standard?».

Quindi il Garda e il Veneto come la Catalogna italiana. Ha votato al referendum per l’autonomia?

«Non ho votato, anche se credo molto nell’autonomia e nella necessità di un’amministrazione diversa delle tasse. Ma in questo referendum sono entrate troppo la politica».

L'ultima fatica «letteraria» di Veltroni

L’ultima fatica «letteraria» di Walter Veltroni

Il libro di Dario Franceschini

Gli strumenti sono sempre perfettibili. Senza politica, le resta solo la scrittura?

«La scrittura è la mia terapia. Un vero scrittore nasce da un’impavida solitudine, unica compagna in grado di garantire quello sguardo lancinante sul mondo non ancora inquinato dal potere e dal successo mediatico».

Che rapporto ha con il mondo editoriale, i premi letterari e i festival?

«Non ho un agente letterario, non tengo un blog, vivo isolato. Ogni tanto qualche editore mi invita e mi chiede un libro. In trent’anni che scrivo, un giro di alcune migliaia di lettori si è creato. Preferisco avere un editore medio o piccolo ma di qualità, che mi segue personalmente, come il Saggiatore che ha un progetto chiaro».

Cosa pensa delle fusioni editoriali?

«Non m’interessano molto. Credo di più nei progetti di Adelphi, Saggiatore, Minimum Fax, Nutrimenti, una decina di editori in tutto. Oggi l’80% di ciò che viene pubblicato, libri di cantanti, comici, politici, cabarettisti è fuffa di cui non resterà niente. Sulle copertine dei libri di Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni c’è scritto romanzo. Ma cosa c’entrano con la letteratura? Non è questa la strada per combattere la crisi dell’editoria. Siamo in piena decadenza, tutto si sta sfarinando, corrompendo. E arrivano i barbari che scrivono libroidi, non libri».

La Verità, 19 novembre 2017

 

L’autore Veltroni vive nella bolla del Novecento

C’è un esercizio della memoria che si dimostra utile a buttarci dentro la sfida del tempo presente. Perché fornisce spunti, precedenti, citazioni, chiavi di lettura per interpretare quello che viviamo nell’oggi. E c’è un ricorso al passato che alimenta prevalentemente nostalgia e rimpianti. Da quando ha scoperto la miniera delle Teche, portentoso archivio storico di immagini e programmi, la Rai non fa che sfornare documentari e rubriche che fanno abbondante uso di quelle immagini. Abbiamo visto di recente l’omaggio a Mina e Celentano su Rai 1, dove il bianco e nero era la parte più rock della celebrazione. Vediamo, soprattutto d’estate, l’antologia di Techetechetè riempire mezz’ora dopo il Tg1 per divertire il pubblico in attesa della prima serata. Forse, in materia, il tentativo più riuscito è stato quello realizzato già oltre una decina d’anni fa, da Edmondo Berselli per la Rai 2 di Antonio Marano, nel quale il repertorio Rai era vivificato dalle sue fulminanti digressioni e dagli innesti di nuove testimonianze. Da lunedì, in seconda serata, va in onda Gli occhi cambiano, ciclo di sei documentari firmato da Walter Veltroni che, dopo i modestissimi ascolti di Dieci cose nel sabato sera di Rai 1, ha ottenuto questo nuovo spazio diviso in altrettanti temi dedicati al Sapere, Ridere, Amare, Cantare, Immaginare, Tifare. Così, l’autore Veltroni si è immerso in questo mare d’immagini, tentando di riannodare i fili della memoria, un passato dal quale «estrarre ciò che mi è sembrato meglio potesse raccontare i mutamenti del vivere e del pensare, del costume e del consumo culturale, dell’amare e del sorridere». È la televisione stessa la protagonista di questo viaggio a ritroso, citata attraverso gli attrezzi del mestiere – una cinepresa, un riflettore – motore del cambiamento e dell’emancipazione del Paese dalla guerra e dall’Olocausto, attraverso la ricostruzione, il boom economico, fino agli anni Settanta, il tutto visto attraverso il meglio del giornalismo televisivo, le inchieste di Sergio Zavoli, Mario Soldati, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Piero Angela. Veltroni intervalla alle domande dei grandi inviati le sue riflessioni accorate, tentando di riportare nel presente il cuore del passato. Ma la sensazione è che questa memoria sia troppo immersa in una bolla sentimentale e moraleggiante ferma a formule tipiche del Novecento. Una memoria che può essere buona per un viaggio esistenziale alla ricerca del padre, ma è di certo meno efficace nel fornire chiavi d’ingresso in un tempo che, tutt’altro che sentimentale e moraleggiante, è crudo e scandaloso. Di sicuro la nuova Rai non nasce dalle nostalgie di Veltroni.

La Verità, 28 dicembre 2016

 

Veltroni copia Fazio che vent’anni fa s’ispirava a Veltroni

Il fazzismo è il proseguimento del veltronismo con un altro mezzo, su questo siamo tutti d’accordo. Ma se ora Veltroni sbarca in tv e, copiando, vuole prolungare nel tempo il fazzismo, il corto circuito è inevitabile. Anzi, è un corto circuito a doppio senso di marcia perché, nel frattempo, lo stesso Fazio ha mollato il fazzismo e si è dato all’arborismo, che è la sua seconda anima. Fermiamoci un attimo per evitare le vertigini e ricominciamo da capo. Con la messa in onda di Dieci cose, nuovo – come definirlo, varietà? talk show? gioco di società? – programma tratto «da un’idea di Walter Veltroni», la nostra macchina del tempo è andata in tilt. Se ne parla da due giorni per i costi alti (un milione a serata) e gli ascolti bassi (10,89 per cento). E perché non era il caso di «mettergli nelle mani (a Veltroni ndr.) quattro milioni per organizzare una specie di fallimento» (Vittorio Feltri). In realtà, il budget è andato ai produttori di Magnolia e chissà se e quanto ne è arrivato all’ideatore. Caso mai, una volta ascoltata l’idea, la Rai avrebbe fatto bene a stringergli la mano: già vista, caro Veltroni.

Il programma di Rai 1 consiste nella partecipazione di due ospiti che compilano una lista di dieci preferenze (persone film libri luoghi e cibi che vengono evocati, illustrati e commentati con esibizioni). Sabato sera erano Alessandro Cattelan e Gianluigi Buffon, il portiere della Juventus che, in contemporanea, stava giocando cotro l’Udinese. E già questo è uno strafalcione gigantesco. La contemporaneità non è l’ubiquità degli ospiti, ma è proprio su questa che Dieci cose cade rovinosamente. Per dire: c’era anche la campionessa paralimpica Bebe Vio alla vigilia della partenza per partecipare allo «State dinner» di Obama, ma al momento della registrazione, non se ne sapeva nulla.

La moda delle liste iniziò vent’anni fa con i libri di Nick Hornby e ebbe diverse applicazioni prima nella Rai 2 di Carlo Freccero (Anima mia di Fazio e Baglioni, 1997), poi sempre con Fazio, stavolta spalleggiato da Saviano, in Vieniviaconme (Rai 3, 2010) e Quello che (non) ho (La7, 2012). Soprattutto quella firmata con Saviano era tv pedagogica, fortunatamente tramontata. Anche Fazio ne ha preso le distanze, rinnovando il suo format con il «bar show» di Che fuori tempo che fa, un gruppo di ospiti che cazzeggia attorno a un tavolo parlando di libri, film, tv, umanità varia. Per questo un anno fa ha riscoperto Nino Frassica, il più arboriano dei comici, e ora ha sostituito autori storici come Duccio Forzano e Pietro Galeotti. Che ora, invece, firmano Dieci cose. Dove c’era il tavolo con gli ospiti, ancora in versione pedagogico-moraleggiante, ed è comparso pure Frassica. Che la Rai sta, colpevolmente, spalmando ovunque. Dieci cose, ritorno al passato.