La copertina di Floris era a casa di Caschetto

Casa Caschetto. La soluzione era lì, sotto il naso, a portata di agente. La lunga ricerca tra i comici per trovare il sostituto di Maurizio Crozza che, mollando La7 per Discovery, ha lasciato orfano Giovanni Floris della copertina di DiMartedì, si è conclusa nella scuderia di Beppe Caschetto, manager del conduttore. Niente di più ovvio. Dall’altra sera e fino a fine stagione saranno Luca e Paolo gli autori della copertina del programma di approfondimento di La7 (martedì, ore 21.25, share del 4.56%). In studio se n’era appena andato il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Graziano Delrio (un habitué dei talk show, che abbia qualche ambizione?), era comparso Alessandro Di Battista (pure lui molto assiduo) e Floris aveva approfittato del cambio d’ospite per lanciare la nuova copertina dei comici genovesi (come il loro predecessore, anche lui by Caschetto). I quali, però, semplici comici non sono: il curriculum parla di cinema, di partecipazioni al Festival di Sanremo, di Striscia la notizia e via snocciolando a un livello medio alto, sempre sul filo della satira intelligente, con qualche scivolata sul crinale tra irriverenza e volgarità. Anche l’altra sera un paio di passaggi sono apparsi un tantino oltre, ma nel complesso l’esordio ha funzionato. Luca e Paolo hanno evidenziato un buon controllo della politica e della risata. Perché, in fondo, lo scenario è chiaro. Prendiamo la questione immigrati: «Renzi vuole più immigrati, Berlusconi vuole meno immigrati, Salvini zero immigrati. E Grillo?». Più, meno, non si sa: «Vabbé, deciderà il web». Idem sull’Europa: Renzi, Berlusconi, Salvini. E Grillo? Idem sui matrimoni gay. Lo sberleffo era buono per smontare l’enfasi della democrazia della rete, mettere in mezzo l’ospite e fornire materia al conduttore. Dopo la prima uscita c’è ancora qualcosina da registrare in regia. Il volume degli applausi fin troppo ribaditi, per esempio, che finiscono per coprire le voci facendo perdere la scia delle gag e l’inquadratura a tutto schermo, per lasciare agio ai due comici che si alternano sul primo piano. Dettagli. Perché in questi casi ciò che conta sono una certa sicurezza e la faccia giusta dell’insolenza. E Luca e Paolo possiedono entrambi. Così, alla fine la soluzione del rebus è arrivata alla maniera della Lettera rubata di Edgar Allan Poe. L’oggetto desiderato era lì, in bella vista e nel posto più prevedibile. Forse per questo non si riusciva a vederlo. Caschetto ha lasciato fare, concedendo un tempo congruo alla ricerca per parare l’accusa di piazzare ovunque i suoi protetti. E uscirne invece come salvatore della baracca. Evidentemente, dopo l’addio di Crozza, i rapporti con Cairo rimangono solidi.

La Verità, 6 aprile 2017

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

Sky ci prova, ma i David restano autoreferenziali

C’è qualcosa che non torna nel bilancio dei David di Donatello in versione Sky. C’è un divario, una discrepanza, tra l’impegno profuso, la visibilità sui media, i mezzi e le partecipazioni prestigiose, e il riscontro nei gusti e negli interessi dei telespettatori. Le considerazioni della critica non devono basarsi sull’indice di ascolto, ciò che conta è il prodotto, la qualità dello spettacolo proposto, il suo valore estetico. Per una volta, però, fa pensare l’1,2 per cento di share (307.000 telespettatori) conquistato da Tv 8, il canale in chiaro che, insieme a Sky Cinema Uno, Sky Uno e Sky Arte, ha trasmesso in diretta la serata della 61ª edizione (673.000 gli spettatori totali). Il pericolo maggiore in questi casi è quello dell’autocelebrazione, il complesso di superiorità dell’élite culturale rispetto alla massa. La consegna dei David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano, è un appuntamento annuale che si espone fatalmente al rischio autoreferenziale, appagato anche dal ricevimento della comunità al Quirinale. Consapevoli di ciò, autori e produttori di Sky, che da due anni ha strappato l’esclusiva alla Rai, hanno tentato una formula ironica e scanzonata della cerimonia. Lo si era visto fin dai promo con Claudio Santamaria. Lo si è rivisto nell’insolito prologo con decalogo delle regole imprescindibili per conquistare il David, recitato da Valerio Mastandrea, Luca Argentero e Alessandro Cattelan. Conferma ulteriore è stata la scelta di Maccio Capatonda e Fabio Rovazzi, autori di una breve satira filmata per il premio al montaggio. Bersagli: la patina intellettuale e l’enfasi autoriale che circondano il dorato mondo.

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

Anche la conduzione a velocità vertiginosa di Cattelan era pensata allo scopo. Tutto giusto, tutto studiato. Salvo il pericolo di scivolare sul lato opposto del crinale. Ovvero, perdersi un pizzico di magia e la lingua sognante tipiche del cinema. Ritrovate per un attimo con Roberto Benigni e la sua poetica dedica del David alla carriera a Nicoletta Braschi. Oppure, nello sconclusionato ed esilarante ringraziamento della miglior attrice Carla Bruni Tedeschi. Insomma, l’appuntamento c’era e lo spettacolo anche. I telespettatori sono anche cinespettatori e tutto concorreva al successo. Ma il grande evento non c’è stato. Forse, tra i candidati, mancava un grande film. Oppure un grandissimo interprete che potesse far uscire il cinema dal suo recinto, trasformando una serata autoreferenziale in un evento popolare. C’è di che riflettere: la strada è giusta, ma sembra ancora lunga.

La Verità, 29 marzo 2017

Fiorello antidepressivo c’inonda di buonumore

Travolgente. Trascinante. Tracimante. Come un’onda. Come l’ondata di buonumore che investe lo spettatore di Sky Uno e Tv8. È tornato Fiorello con Edicola Fiore, il programma cult del mattino e non poteva scegliere data migliore della Giornata della felicità che si festeggiava proprio ieri (alle 7.30 sul canale satellitare, alle 8 in chiaro e di nuovo su Sky Uno alle 20.30, in replica allungata). Edicola Fiore è il programma scaccia crisi. Lo show scaccia lamenti. L’antidepressivo del mattino. Ospite dell’anteprima il sindaco di Roma Virginia Raggi: «Bello, con i permessi è tutto a posto?». Attimo di panico sul volto dello showman. Poi: «Sì, tutto a posto». La seconda stagione del morning show – «noi siamo come le serie, andiamo a stagioni» – registra alcune novità rispetto alla prima. Intanto, il nuovo bar nel quartiere Vigna Clara, dove Fiorello arriva a bordo di un’Ape car rossa, inseguito da Stefano Meloccaro, lasciato a piedi per punirlo per l’eliminazione da Celebrity Masterchef. Poi una serie di nuovi personaggi, il fiorista indiano, il cameriere dell’Hilton, il rapper Danti in collegamento da Milano, il sacerdote della parrocchia Santa Chiara che impartisce la benedizione. Anche la sigla è cambiata, Jovanotti canta Edicola Fiore ci porta il buonumore in inglese dalle colline toscane, accompagnato da due rapper con lunghi dread. Se possibile, il ritmo è ancora più indiavolato della prima edizione. Forse persino troppo, tanto che Fiorello ammette qualche amnesia. Anche il cazzeggio è ancora più frenetico, con l’aiuto di Gabriella Germani che imita Angela Merkel innescando l’angolo delle cancelliere, l’ex ministro Annamaria Cancellieri (Fiorello stesso) e la giornalista del Tg3 Rosanna Cancellieri (ancora la Germani). I giornali e le notizie sono solo il pretesto per rompere la diga e provocare l’alluvione del buonumore. E poi gli ospiti, via skype o presenti in loco: Nicola Savino, Roberto Mancini, Sergio Castellitto, Benji e Fede… Un’altra trovata è l’inizio della stagione «dalla seconda puntata» perché, si sa, le prime sono sempre tutte uguali, formali e prevedibili, e poi mettono ansia. Sembra un dettaglio, ma è la chiave di tante cose, a cominciare dall’understatement televisivo di Fiore. Niente vincoli, niente stress da audience, niente competizioni esasperate. Ricordate quando diceva che gli piaceva la radio perché si può andare in onda senza farsi la barba. Fiorello, lo showman informale, l’entertainer casual, anarcoide, autoironico (lo stesso degli spot per il noto marchio di telefonia). Diverte perché si diverte lui per primo. La libertà di fare televisione senza pressioni sembra un solido motivo del suo buonumore contagioso. Difficile che il direttore di Rai 1, Andrea Fabiano, in missione per convincerlo a presentare il prossimo Sanremo, riesca a convincerlo.

 

Inganni delle casalinghe milionarie stile Vanity Fair

Non c’è aria di crisi economica nelle ville fronte oceano di Monterey, California. Le casalinghe patinate non hanno bisogno di lavorare e tra un drink e una cena di beneficenza si occupano ossessivamente della loro viziatissima prole da educare alle regole della buona società. Ma si sa come sono i bambini, perfidi e impulsivi, o desiderosi di attirare ancora più attenzioni. Così al primo giorno di orientamento scolastico la mocciosa di Renata Klein (Laura Dern) lamenta di essere stata vittima di violenza da parte del bimbo di Jane Chapman, ultima new entry della comunità. Sarà davvero lui il colpevole? Tutto fa pensare che nell’indagine sul sopruso infantile risiedano anche i segreti dell’omicidio con cui si apre il primo dei sette episodi di Big Little Lies, miniserie prodotta da Hbo e trasmessa da mercoledì su Sky Atlantic. Tratta dall’omonimo fortunato romanzo di Liane Moriarty, pubblicato in Italia da Mondadori, ideata da David E. Kelley (Ally McBeal) e diretta da Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club), la serie vanta un cast di prestigio che annovera tra le altre Nicole Kidman e Reese Witherspoon, anche produttrici. Ci troviamo, dunque, in una piccola e modernissima cittadina in riva al Pacifico, dominata da madri e mogli premurose, archetipi ideali delle lettrici di Vanity Fair. Maddy Mackenzie (Witherspoon) ha già un matrimonio alle spalle e due figlie su cui riversare attivismo e nevrosi, senza peraltro avvedersi della gelosia dell’adolescente nei confronti della piccolina. Celeste Wright (Kidman) invece ha chiuso lo studio legale per dedicarsi ai due gemellini e alle scabrose esigenze erotiche del più giovane marito. Infine, c’è Jane Chapman (Shailene Woodley), sola e senza lavoro, arrivata da chissà dove e chissà perché proprio qui: inevitabilmente distonica rispetto al rango delle altre.

Non c’è aria di crisi economica tra le casalinghe annoiate di Monterey. Ma ci sono segnali di squilibri affettivi e sentimentali, celati dietro la perfezione delle vetrate e delle terrazze hi tech della upper-middle-class. Dopo i primi due episodi («Schieramenti» e «Forte istinto materno»), in cui le deposizioni di insegnanti e testimoni e le dichiarazioni degli investigatori si alternano alle vicende private delle tre protagoniste, non si è ancora vista la scena del crimine né si è scoperta l’identità della vittima. Il giallo è fitto, i dialoghi sono taglienti e improntati a un chirurgico cinismo, la trama e le ambientazioni scolpite. Cosicché regia e sceneggiatori possono prendersi anche il lusso di eloquenti silenzi in cui far parlare le espressioni delle loro ottime attrici.

La Verità, 17 marzo 2017

Crozza e il dubbio d’esser finito nel cono d’ombra

Tutto buio intorno, Maurizio Crozza appare cantando «Ti chiami Nove, ti amo Nove». È la sera del debutto sulla nuova rete di Discovery Channel e un brivido di trepidazione corre nelle gag del comico genovese. Il timore del salto nel buio serpeggia nei testi del nuovo Fratelli di Crozza, copione identico allo show di La7, ma personaggi completamente nuovi (venerdì, ore 21,15, share del 5,4%, 1,4 milioni di telespettatori: tanti per il nuovo canale, pochi per il comico). Crozza ricorda quand’era bambino, non c’era il telecomando e i fratelli più piccoli servivano per cambiare canale: è stato questo il motivo del boom demografico. Da quando c’è il telecomando nessuno fa più figli. Adesso ci sono tante reti, il Nove è «lo sgabuzzino della tv» e attorno non ci sono più gli amici e bersagli prediletti, il maratoneta Enrico Mentana e «Giova» Floris, sbertucciati con parodie e sit com dalla presa sicura. Nel palinsesto del Nove i programmi di punta sono Alta infedeltàUndressed e Adamo ed Eva e «io sono l’unico che va in onda vestito, in diretta e che non fa sesso». Perciò, giusto chiedersi «perché l’ho fatto? Per Soldi», contrattacca. Ma Soldi ha l’iniziale maiuscola e di nome fa Marinella, amministratore delegato di Discovery Italia, «una che ha detto no a Renzi» quando l’aveva chiamata per fare il direttore generale della Rai. La trovata funziona e serve a fugare le dicerie sulla reale motivazione dell’addio a La7: basta chiedere a Urbano Cairo se i soldi con la esse minuscola c’entrano nulla.

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Maurizio Crozza nella caricatura di Maurizio Mannoni

Qualche volto noto però c’è anche sul Nove e allora, per familiarizzare con il pubblico, si può cominciare con Giunte da incubo, parodia di Cucine da incubo, in cui Crozza-Cannavacciuolo va in missione per risollevare le sorti dell’amministrazione Raggi. Il pubblico sottolinea certe risate fragorose ma, con l’eccezione di Michele Emiliano, l’imitazione più riuscita, Crozza non sembra perfettamente a suo agio. Non ancora a fuoco le caricature di Maurizio Belpietro, conduttore di Dalla vostra parte esageratamente razzista, e di Maurizio Mannoni, gestore di Linea Notte che dialoga tra gli sbadigli con Giovanna Botteri a New York e Federico Rampini a San Francisco. «Criticare l’informazione di destra è facile, si sa come sono Feltri, Belpietro e Sallusti, la schiuma esce dalla bocca. A sinistra invece… la schiuma esce dal flûte…». E così ce n’è anche per Paolo Mieli, Eugenio Scalfari e Andrea Scanzi. Il capitolo dedicato ai giornalisti è il più corposo della serata. Quasi che Crozza voglia sollecitare l’attenzione, anche polemica, del mondo della comunicazione per giocare di sponda, trarne visibilità e non finire nel cono d’ombra. Si vedrà.

La Verità, 5 marzo 2017

Montalbano, artigianato televisivo di pregio

Montalbano, che boom. Al ritorno dopo qualche stagione di assenza, l’episodio intitolato «Il covo di vipere» ha frantumato ogni record registrando su Rai 1 lo share astronomico del 40,8% (10,6 milioni di telespettatori). Roba da Festival di Sanremo o da match della Nazionale. Merito del dosaggio, il vecchio segreto del farsi desiderare. Merito anche della qualità del prodotto. Il Commissario Montalbano è artigianato televisivo. Ogni episodio un pezzo unico, come certi oggetti numerati. Niente d’industriale. Di standardizzato. Di seriale, verrebbe da dire. Artigianato di pregio. Sulle qualità della fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti si sono esercitati i migliori analisti e le migliori penne della pubblicistica nostrana.

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano, che Tipo. Con l’iniziale maiuscola, ma anche minuscola: e forse le due faccende sono una sola. Il commissario più amato dagli italiani si muove ancora con una Fiat Tipo. Particolare secondario, ma significativo. La Tipo lo rende un tipo ben più che uno stereotipo. Di quelli che vanno di moda nelle campagne pubblicitarie. Avete presente: «Sveglia, caffè, ti alleni, giacca…»? Quella di «Montalbano sono» è una vecchia Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe da scrivere bleu, tanto è vintage. È un’auto che ha più di vent’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese circola il nuovo modello. Sarà un caso che proprio nei break di lunedì imperversava lo spot dell’ultima versione con super rottamazione e prezzo stracciato? E sarà un caso che, a un certo punto, quando Montalbano-Zingaretti, ovviamente per ragioni investigative, esce a cena con la bella Giovanna (Valentina Lodovini), alla sua Tipo si affianca una 500 X di gran lunga più trendy? Se qualcuno ne dubitava, la casa madre non è rimasta ferma all’epoca in cui cadeva il Muro di Berlino e l’euro era fantascienza. Ora si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. A Vigata, più che le polveri inquinanti, di sottili ci sono certe lame che di tanto in tanto fanno secco qualche povero diavolo, e le targhe alterne sono un grattacapo sconosciuto. Dunque, la Tipo dell’antidivo Salvo non può essere che un filo sgangherata, e con i cerchioni ammaccati. Dicono: «Montalbano fa grandi ascolti perché è rassicurante». In realtà, è molto di più. E noi telespettatori alla fine riusciamo a invidiare persino una Tipo blu senza chiusura centralizzata e finestrini elettrici. Vero status symbol al contrario, sinonimo d’indipendenza dalle mode, del farsi i fatti propri, di modi spicci ma giusti. Montalbano vive in un tempo e in un posto sospesi tra sole, mare, una schietta cucina mediterranea e se ne frega della contemporaneità. Anzi, proprio l’inattualità è uno dei segreti della fiction. Altro che suv che scalano tornanti impervi o crossover che sfrecciano tra i ghiacci. Del sistema uconnect e dei portelloni che si aprono con un battito di ciglia Salvo se ne strabatte i cabbasisi. A Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, nelle indagini si sconfina spesso in campagna e il doppio bluetooth sarebbe francamente superfluo. Per la verità, serve pochino anche il cellulare. In casa, più spesso in terrazza, il commissario usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non s’intravedono nemmeno gli antenati.

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Montalbano, che invidia. Quanti vorremmo vivere come lui. Sarà questo, insieme a certi scabrosi sconfinamenti incesto compreso, un altro dei segreti degli ascolti astronomici? Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa con l’eterna e poco ingombrante fidanzata. Invidia, dunque. Anche per il vivere con lentezza. Per il tempo sospeso e a basso coefficiente di stress. Per i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi. E per le nuotate nell’acqua trasparente e tutta per lui. Come le strade.

 

 

Cattelan a tutta velocità e la cura del giovanilismo

Mezz’ora a tutta velocità. Mezz’ora di adrenalina, al limite dell’euforia. Una raffica di parole e idee, ospiti scelti e pronti a giocare e a prendersi gioco di se stessi. È tutto questo E poi c’è Cattelan, #Epcc nel gergo social che poi è la sua lingua madre, il late show condotto da Alessandro Cattelan, divenuto striscia serale com’era destino (Sky Uno, dal lunedì al venerdì, dopo le 23). La formula è quella classica, importata dai network americani che, negli anni, ha visto cimentarsi fior di comedians e di giornalisti dalla spiccata verve comica. Consiste in un breve monologo sull’attualità, di interviste agli ospiti di giornata, il tutto accompagnato da una band (qui sono gli Street Clerks). L’altra sera gli ospiti erano Bebe Vio e Birthh, vero nome Alice Bisi, giovanissima scoperta della scena pop per la quale si parla già di «luminoso futuro». La protagonista della serata però era Bebe Vio e quando hai lei, «ragazza magica», hai vinto in partenza. Tanto più se l’atleta paralimpica è appena diventata bersaglio di minacce e insulti su Facebook. Siccome però qui le interviste non sono mai domanda e risposta ma situazioni e performance, ecco Cattelann e Bebe inscenare la campagna «Aiuta un hater, dona un neurone… se doni un neurone hai già raddoppiato la sua dotazione». Da una gag a un gioco, eccoli cimentarsi in una manche di Pictionary con Daniele Adani e Francesca Baraghini. Si chiude con l’esibizione di Birthh, «segnatevi questo nome perché è brava e perché una parola con due acca è perfetta per vincere allo Scarabeo». Ed è il secondo gioco citato nella serata. In realtà, tutto #Epcc è un un game scanzonato. Se non proprio esplicitamente, nell’atmosfera e nel mood complessivo (una nuova rubrica è il Parking karaoke, bisogna parcheggiare l’auto cantando). Proprio questa è la forza del programma. Ma forse è anche la sua debolezza. Il giovanilismo è dietro l’angolo anche se, per l’occasione, il conduttore indossa il doppiopetto. Cattelan è certamente la novità più rilevante nella conduzione degli ultimi anni: agile, eclettico, velocissimo. Ma forse gli manca ancora un filo di spessore, come si avverte nel monologo iniziale, fatto più di freddure che di satira («La situazione in Brasile è così nera che ci sarà l’austerità anche a carnevale e Porto Alegre ha cambiato il nome in Porto sfiga»). Adrenalina, euforia e parlantina possono gasare giovani e giovanissimi, un po’ meno il pubblico stagionato che a quell’ora si prepara alla notte. Un po’ eccessivi, poi, i ripetuti promo delle esclusive della casa (David di Donatello, Europa League).

 

La Verità, 24 febbraio 2017

Bianca come il nome, rossa come l’abito (e non solo)

Era piuttosto emozionata Bianca Berlinguer per l’esordio serale, in abito rosso fuoco, del suo #cartabianca (Rai 3, martedì ore 21.15, share del 5,40%, praticamente identico al 5,47 del concorrente DiMartedì su La7). Tanta attesa e tante polemiche alle spalle: la conduttrice non si è fatta scrupoli nel lasciar trasparire una certa trepidazione, cospargendo la serata di captatio benevolentiae: è la prima volta, abbiate pazienza, miglioreremo in corsa… E qualche miglioramento, è di certo atteso, soprattutto nella disinvoltura a gestire lo studio, i tempi delle interviste, i lanci dei break pubblicitari, la conquista di una maggior indipendenza dal blocco notes, compulsato di continuo. Detto questo, il nuovo programma di Rai 3 contiene alcune buone idee, la principale delle quali è il talk show emotivo, l’emotalk show, complice il fatto che a condurlo sia una donna. La novità più rilevante è il gradimento in tempo reale degli ospiti, misurato da Ipr Marketing, l’istituto diretto da Antonio Noto, che ha sottolineato di non confonderlo con un vero sondaggio. Trattasi di «sentiment», ovvero di condivisione emotiva dei contenuti proposti dai vari Luigi Di Maio, risultato il più efficace con il 57% dei consensi, Massimo D’Alema, che ha accolto con controllato disappunto il suo 41% finale, Maurizio Landini (53%) e Guido Martinetti, fondatore di Grom (47%). La misurazione del gradimento dà un perimetro alle interviste e costringe i politici all’autocontrollo. Altri spunti: l’imitazione non proprio soft della direttora di rete Daria Bignardi, proposta da Gabriella Germani, il servizio a Tor Bella Monaca, periferia di moda da Lo chiamavano Jeeg Robot, per vedere se anche oggi gli elettori rivoterebbero M5s e Virginia Raggi, Gabriele Corsi che gioca con i fake tweet, mettendo Michele Emiliano, rientrato all’ultimo nel Pd, nel mirino. Aggressiva più con Di Maio che con D’Alema, con il quale, sul finire dell’intervista, ha accusato un attimo di appannamento, Berlinguer ha aperto un ampio capitolo dedicato al lavoro, alle storie di disoccupazione e mobbing che affliggono soprattutto i giovani. La volontà di aggiungere tonalità leggere alla discussione politica si è vista nell’angolo concesso alle imitazioni di Gabriella Germani, non così efficaci se necessitano di essere corredate da didascaliche fotografie delle persone imitate. Chiusura tutta femminile con Fiorella Mannoia, reduce da Sanremo con Che sia benedetta, e disponibile a parlare, tra l’altro, del suo rapporto con la religione. In sintesi, con #cartabianca serale, si apre un importante spazio di approfondimento di sinistra e non renziano nelle reti Rai. Michele Anzaldi, da sempre detrattore dell’ex direttora del Tg3, già scalpita.

Su Netflix il comico Grillo batte il gemello politico

E invece no, Grillo vs Grillo che la piattaforma Netflix ha da pochi giorni aggiunto alla sua offerta in streaming, non l’ho trovato così fazioso e tendenzioso. Un’ora e 35 minuti di show in grandissima parte autobiografico e con limitate digressioni politiche. Nessun accenno, per dire, a Matteo Renzi, a Matteo Salvini, a Virginia Raggi. Silvio Berlusconi vi compare solo un momento, ma nella veste di tycoon di Fininvest, quando offrì al comico genovese la conduzione di Ok, il prezzo è giusto appena acquistato a una cifra iperbolica («il mio agente, Marangoni, seduto vicino a me, sudava»). Lo spettacolo è stato registrato in un teatro di Genova il 16 dicembre scorso, in platea ci sono Gino Paoli, il vicino di casa di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, mai tirato in ballo. Ed è significativo il fatto che a trasmettere lo show sia una piattaforma americana e nessuno dei tanti editori nostrani, nemmeno La7 che ai grillini ha sempre dedicato parecchia attenzione. Sullo schermo gigante compare il leader del Movimento Cinque stelle, in giacca e cravatta, che pontifica sulla «democrazia che sa di pesce rancido», arzigogola genericamente sul futuro dei partiti e che, alla fine, si trasforma in un santone di bianco vestito, mentre lui, in platea, offre dei grilli seccati agli spettatori che li chiedono. Una cosa leggera. Di ciò che il politico sciamanico dice, nulla o quasi resta nella memoria. La parte più interessante e godibile è quella autobiografica, favorita anche dall’ambientazione genovese. Il movimento che nasce dall’insonnia, salutare e creativa, e dal conflitto tra depressione e desiderio di felicità che si concentra nel diaframma, «il nostro secondo cervello». Tutto si muove e si agita lì, e nelle conversazioni notturne con altri insonni. In alcune parti, lo show fa venire alla mente Volevo fare il ballerino di Fiorello, nel rapporto dialettico e conflittuale con il padre che lo vuole tenere in fabbrica e che non ride alle sue battute, ma poi se le rivende al bar con gli amici. Poi lo sbarco a Milano, nella stessa pensione frequentata da Paoli e De André, i primi spettacoli, fino alla chiamata in Rai. Che prova a imbrigliarlo, non devi parlare di nucleare (c’era il referendum): «Figuratevi, ho fatto il comico perché nessuno mi dicesse cosa potevo dire o non dire…». Si arriva all’incontro con Gianroberto Casaleggio e all’idea di «fare qualcosa per gli altri». Se da un comico e un imprenditore è nato un movimento politico – è la morale – tutto può succedere. Gli altri si alleano perché il M5s è un’anomalia non omologabile. Qualche volta la battuta è nebbiosa. Ma mai rabbiosa o iconoclasta. Certamente è uno show meno antisistema di tanti del passato, quando sbraitava davanti a slide fitte di organigrammi e assetti societari. Si ride, qualche volta amaro…