L’ultrash di Barbarella fa scappare gli sponsor

Ultrash. Volevamo stupirvi con effetti speciali e ci siamo riusciti. Ecco a voi l’ultrash. Il trash a oltranza. Senza remore, senza controlli. Oltre i limiti e i record. Ma anche oltre la sopportabilità. L’edizione numero 15 del Grande Fratello ha battuto tutti i primati. La ricerca dell’eccesso si è tramutata in un boomerang. Perché, quando lo stupore è troppo, l’eterogenesi dei fini è in agguato. La fuga degli sponsor dal reality di Canale 5 è un caso senza precedenti. Si vedrà se Barbara D’Urso e gli altri responsabili del format riusciranno a riprenderne in mano le redini. Ma appare difficile che i vari Nintendo, Bellaoggi, Acqua Santa Croce, Screen e gli altri brand che hanno comunicato «l’interruzione con effetto immediato della sponsorizzazione» a causa dei comportamenti nella casa (oltre a quelli che si sono formalmente dissociati), possano ripensarci. I buoni ascolti non compensano la diaspora degli sponsor. Lo scopo della tv commerciale è fornire platee di pubblico agli investitori pubblicitari, attraverso i quali si finanzia. Ma se gli investitori se ne vanno, i telespettatori restano desolatamente soli e le casse vuote. Non a caso ieri qualcuno ventilava il rischio di chiusura anticipata.

La richiesta della D’Urso, con tanto di minacce, di maggior autocontrollo ai concorrenti dopo la rissa sfiorata tra Baye Dame e Aida Nazir è parsa un rimedio tardivo e ipocrita. Fino a qualche giorno fa la conduttrice gioiva per lo share e a Pomeriggio cinque e Domenica live cavalcava l’onda trash tracimante dal reality. Il rientro di Baye Dame appena escluso ne è una piccola riprova. Da autrice, la D’Urso ha curato in prima persona il cast. Una volta scelti un nero gay con problemi di aggressività, un esponente di CasaPound che sostiene il bullismo sul Web, una persona evidentemente affetta da dismorfofobia (la mancata accettazione patologica del proprio aspetto) e altre figure borderline, è difficile non prevedere il peggio. Ora non è detto che basti tagliare qualche concorrente più eccessivo degli altri per normalizzare la situazione.

Anche l’ultima Isola dei famosi, con il famigerato cannagate, aveva creato parecchi grattacapi ai vertici Mediaset. Viene da pensare che il difetto sia all’origine. Se il palinsesto consiste nel reality permanente (Isola, Grande Fratello, Temptation island, Grande Fratello vip), la deriva ultrash è inevitabile. Creando un’abitudine, il pubblico ne chiederà dosi sempre maggiori e disturbanti.

Per la cronaca, ieri il Grande Fratello ha dovuto scusarsi per una telecamera installata erroneamente nel bagno femminile che ha mandato in onda una concorrente seduta sulla tazza del water.

La Verità, 13 aprile 2018

I messaggi trasversali di Fazio e De Filippi

Qualche osservazione sull’ospitata di Maria De Filippi chez Fabio Fazio a Che tempo che fa (domenica sera Rai 1, share del 16.7%, 4.3 milioni di spettatori). La sera prima, sabato 7 aprile, su Canale 5 la puntata d’esordio di un’edizione molto rinnovata di Amici, per la prima volta in diretta, è stata superata da Ballando con le stelle di Rai 1.

Digressione. La sensazione è che il programma di Milly Carlucci sia più mirato sul target di riferimento del sabato. L’altra sera hanno ballato insieme Al Bano e Romina, l’ex miss sfregiata Gessica Notaro ha colto l’occasione per spiegare il suo temperamento indomito, i ballerini gay hanno convinto persino Ivan Zazzaroni, Selvaggia Lucarelli non si è risparmiata come al solito.

Gioco di squadra. Com’è noto Rai 1 è la stessa rete dove va in onda il programma di Fabio Fazio e dove Filippa Lagerback ha presentato Maria De Filippi come «la regina del sabato sera delle reti Mediaset». L’invito a Maria è stato deciso da tempo e siccome si tratta di persona che raramente si lascia intervistare, ancor meno in televisione, era giusto cogliere l’opportunità. Ancor più raro è, però, che i suoi programmi siano superati dalla concorrenza. Un accenno di gioco di squadra in favore della rete nella quale si lavora non avrebbe guastato. Sarebbe risultato poco elegante porle una domanda sulla gara con Milly Carlucci? Anche i temi più spinosi possono essere affrontati con garbo.

Tv d’autore. Con filmati e immagini di repertorio, l’intervista è risultata una beatificazione. Fazio ha persino citato come esempio di tv autoriale il reality Temptation island.

Postura delle colleghe. Per contro, De Filippi si è tolta qualche sassolino nei confronti della sua azienda. D’estate, ha ammesso, guarda le tv straniere perché la programmazione Mediaset è poco interessante. Poi ha parlato delle posture di alcune sue colleghe che si siedono in punta di poltrona, con le gambe spinte in avanti, la schiena inarcata e il collo proteso verso l’alto. Non era difficile riconoscere la posizione di Barbara D’Urso durante le sue interviste a Domenica Live.

Rivelazioni. In mezzo ai tanti messaggi trasversali, da una parte e dall’altra, il cui senso è siamo professionisti e i nostri editori dovrebbero stare più attenti, c’è stata anche qualche rivelazione. Dopo la bomba esplosa in via Fauro il 14 maggio 1993 mentre passava l’auto con a bordo Maurizio Costanzo e la stessa De Filippi, Maria non sale più in macchina con lui. L’ha promesso a suo padre.

La Verità, 10 aprile 2018

I David e il conduttore tuttologo poco credibile

Dopo due anni a Sky, la cerimonia di consegna dei David di Donatello è tornata sulle reti Rai, precisamente Rai 1 (mercoledì, ore 21.20, share del 14.3%, circa 3 milioni di telespettatori), con la conduzione di Carlo Conti. Stando alla vecchia e ambiziosa formula, «i David sono gli Oscar del cinema italiano», ma come il Quirinale ci costa più della Casa Bianca, la cerimonia nostrana, che non casualmente ha il suo viatico presso il Capo dello Stato, risulta ben più pletorica di quella hollywoodiana. Ci aveva provato Sky a renderla più smart, affidandone la conduzione ad Alessandro Cattelan ma, dopo l’opposizione dell’Accademia del cinema italiano alla richiesta di modifiche al regolamento (meno giurati e meno premi) la serata è tornata sotto l’egida di Mamma Rai. Insomma, il cinema resiste al mainstream. E quindi, vai con la cerimonia; nonostante il cambio di direzione artistica passata nelle mani della neopresidente Piera Detassis, subentrata a Giuliano Montaldo, succeduto per due anni al lungo regno di Gianluigi Rondi. Qualcuno ha sottolineato che la nuova direzione artistica ha inaugurato una svolta anche nella qualità dei premi: meno cinema d’autore, ingessato e assistito dai fondi pubblici, e più cinema spregiudicato, più vario nei generi (anche l’animazione), più giovane nei protagonisti. L’osservazione è pertinente. Tuttavia, la scelta di generi e generazioni diverse non è ancora garanzia di maggior vicinanza al pubblico, prova ne siano i troppo pochi giorni in sala di numerosi dei titoli premiati. D’accordo, ricerca e sperimentazione, ma senza dimenticare la fruizione finale. La stessa resistenza ha condizionato la serata televisiva che, per arrivare al verdetto sul miglior film ha dovuto superare uno slalom tra i premi al miglior truccatore, al miglior acconciatore, al miglior suono, ai migliori effetti digitali (con relativi, spesso logorroici, ringraziamenti). Non basta spendere il presentatore più istituzionale per trasformare la serata in un gala internazionale. Tantomeno aprire lo show con la performance di Paola Cortellesi e altre sei attrici contro il femminicidio (in parallelo alla sfilata in nero a Los Angeles). Né Sky prima né la Rai ora hanno provato ad affidare la conduzione a un attore disinvolto anche in tv che possa risultare più credibile e meno provinciale di Carlo Conti quando, rivolto a Steven Spielberg, ha rivelato che «questo signore da giovane aveva un gruppetto di amici, non Mario, Giovanni, Filippo, ma… tipo Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Brian De Palma, George Lucas…». Debolezze dei presentatori tuttologi.

La Verità, 23 marzo 2018

Quei miracoli non riusciti di «Cyrano»

La cornice è romantica, la storia di Giulietta e Romeo, Montecchi e Capuleti e quel gran figo di William Shakespeare, mica bruscolini. Letture, citazioni, cultura, come in un circolo nel quale il narratore racconta qualcosa che sa già. Sa come finisce, però lo partecipa al pubblico, lo dispensa sapientemente, perché così dovrebbe andare il mondo. Tutto è edificante, in questo lessico sentimentale. Tutto è normale, normalizzato o normalizzabile, anche le storie più eccentriche che non lo sono. Perché, la polpa è molto meno romantica della cornice. Ci sono i coniugi che vivono separati in casa perché non riescono, anche per ragioni economiche, a tagliare definitivamente e, dopo un anno, si risposano e ricominciano. Lieto fine, ma con l’ombra delle password sui cellulari da cambiare di continuo. Oppure ci sono i cugini di secondo grado fidanzati, lei 25 anni lui 18, osteggiati dalle famiglie. Ci sono le due ragazze omosessuali, una matronale l’altra mingherlina, un terzo dell’amica, che convivono dopo essersi lasciate.

Quando si deve riempire tre ore di televisione, l’amore è come il maiale e la mostrificazione, finanche la pornografia dei sentimenti, è davanti alla telecamera. Ecco i rapporti poliamorosi, veicolati da una collaboratrice del Corriere della Sera. Una ragazza convince il fidanzato a un rapporto a tre non occasionale; il terzo è maschio e non è chiaro se l’intreccio è anche omosessuale o solo un’alternativa per lei. Non è tradimento perché i protagonisti sono consapevoli, consenzienti e conviventi. Poi il terzetto diventa quartetto (tre ragazzi e una ragazza), ma anche il primo fidanzato inizia a diversificare il sentimento e vorrebbe farsi l’harem, ma per ora le nuove compagne riluttano alla convivenza. Si vedrà. Come si vedranno le scelte del bimbo frutto della relazione primaria che è giunto ad allietare la comune. Lo psicoterapeuta approva: più che egoismo o altruismo è «equilibrismo tra persone molto competenti in materia di relazioni». Solo Ambra Angiolini è scettica: è già difficile l’equilibrio in due, figurarsi in tre o in quattro.

Il programma si chiama Cyrano – L’amore fa miracoli, va in onda il venerdì sera su Rai 3, la rete diretta da Stefano Coletta, ed è scritto e presentato da Massimo Gramellini e Ambra Angiolini. Per ora il miracolo dell’audience, ferma al 3.1% di share (637.000 telespettatori), non riesce a farlo. Ma potrebbe riuscire in quello di far incazzare i nonviolenti che pagano il canone al servizio pubblico.

La Verità, 1 aprile 2018

Minoli fa il colpo con il jolly di Salvini

Il colpo l’ha fatto Giovanni Minoli nel suo Faccia a Faccia su La7 che, ormai, è un contenitore, un rotocalco settimanale. Per dire, il sommario di oggi: il caso Cambridge Analytica (con un’intervista via skype a un’italiana che ci lavora e crea gli algoritmi), la fine di Sarkozy, le clamorose (apparenti?) dimissioni di monsignor Dario Viganò, capo della comunicazione vaticana (con un’intervista al vaticanista Gian Franco Svidercoschi), tutto trattato con il solito piglio incalzante. E poi la chiusa, arguta e ardita, di O lì o là di Pietrangelo Buttafuoco, sui turbamenti di Berlusconi. Dicevo del colpo, il faccia a faccia è stato con Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega, «il Richelieu di Salvini», anche se lui ha abbozzato. Insomma, l’uomo  forte della Lega, l’uomo del momento, anche se «leghista anomalo», con laurea in Bocconi. L’altro giorno Maurizio Crippa del Foglio ha twittato: «#Giorgetti è l’unico politico intelligente dei prossimi anni. #sapevatelo». Magari non l’unico (ci auguriamo), però…

Da Minoli ha fatto ottima impressione. Sebbene non bazzichi molto i talk, davanti alla telecamera è parso a casa. Occhio tagliente, espressione sorniona, risposte più brevi delle domande. Potrà diventare premier? «C’è chi ama fare gol e gioca centravanti, io ho sempre fatto il portiere. Preferisco stare dove sono più utile». Allora ministro del Tesoro… «Tesori non ne vedo. Semmai del debito, ma non ci tengo». E come si ripiana il debito? «Creando lavoro, ricchezza. Con uno choc fiscale. Se un povero ha diecimila euro di debito, muore. Se li ha lei, Minoli, non è un problema grave». Mi dica tre politici del Novecento che metterebbe nel suo gotha personale: «Don Luigi Sturzo, Bettino Craxi e Umberto Bossi. Non c’entrano fra loro, ma per me hanno un senso». E via così, da vedere.

Sentiremo parlare di Giorgetti. Intanto, il colpo l’ha fatto Minoli…

Narcisismo giornalistico e silenzio dei terroristi

C’è un certo feticismo giornalistico nelle tante rievocazioni per il quarantennale del sequestro Moro cui abbiamo assistito in questi giorni in televisione. Mercoledì sera i palinsesti ne traboccavano. La7 ha proposto il secondo episodio di Atlantide con Andrea Purgatori che ha interpellato Valerio Morucci e Prospero Gallinari. Rainews24 ha trasmesso uno speciale di Ezio Mauro che intervistava Giovanni Moro, figlio del presidente Dc sequestrato il 16 marzo 1978, e Adriana Faranda, la «postina» del commando brigatista. Il Nove ha mandato in onda la prima puntata di Belve con Francesca Fagnani che ha interrogato, anche lei, la Faranda.

Adriana Faranda durante l'intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

Adriana Faranda durante l’intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

C’è un vago sottotesto in queste commemorazioni, figlio del narcisismo che avvelena la nostra professione, per cui il giornalismo degli anni di piombo, quello sì era vero, epico, tosto giornalismo. E, in fondo, scremata la retorica, può persino essere vero: ma a ogni generazione le proprie trincee…

Al narcisismo dei giornalisti, tuttavia, è imparagonabile quello dei terroristi, nefasti protagonisti di quella stagione. Su tutti Barbara Balzerani, ex brigatista né pentita né dissociata, primattrice della strage di Via Fani e della prigionia conclusa con l’assassinio dello statista, libera dal 2011, che qualche settimana fa, con irritante egocentrismo, ha arricciato il nasino su Facebook, annoiata: oddio sta per arrivare il quarantennale, «chi mi ospita oltre confine?». Le ha sanamente replicato Maria Fida Moro: «Che palle il quarantennale lo dico io, non i brigatisti. E non Barbara Balzerani. Loro dovrebbero solo starsene zitti. Se il suo desiderio di andare in una prestigiosa spa all’estero si dovesse realizzare», ha proseguito la figlia di Aldo Moro, «lei porterebbe con sé la sua coscienza…». Risposta definitiva, che suggerisce la terapia del silenzio.

Tutt’altro atteggiamento quello di Adriana Faranda, apparsa una donna sconfitta, nell’intervista alla Fagnani, che non le ha risparmiato le domande più acuminate. Barbara Balzerani dice di non ritenersi un’assassina perché quella era una guerra. E lei si giudica un’assassina? «È dura questa domanda. Dal punto di vista umano sì, so di aver contribuito all’uccisione di persone. Però è anche vero quello che dice la Balzerani: noi in quel momento ci sentivamo in guerra, al di là che questa cosa fosse reale o meno. E la guerra è spietata, la guerra è cinica, la guerra uccide». E ancora: come si sentiva quando leggeva le lettere private di Moro, quelle indirizzate ai suoi familiari? «Male», ammette Faranda, tra sospiri e morsi alle labbra. La pietà ha mai avuto spazio nei vostri discorsi? «No, qualche volta usciva fuori, ma spazio non poteva averne». Lei era presente alla telefonata in cui Valerio Morucci, contrario come lei all’uccisione di Moro, annunciaste alla famiglia che era stato ammazzato: come visse quel momento? «Annunciare la morte di qualcuno ai suoi cari è un momento terrificante, soprattutto quando non la si condivide». Fu quello il momento più terrificante dei 55 giorni del sequestro? «Non c’è un momento più terrificante, lo furono tutti». Chi pensa di aver deluso di più per le sue scelte? «Credo di aver deluso tutti. Ho fatto terra bruciata attorno, a 360 gradi». È ancora possibile per lei parlare di felicità? «Forse di serenità, una serenità compatibile, nei limiti del possibile». Ecco, la profonda autocritica, l’ammissione di colpa, il riconoscimento della sconfitta, sono le uniche espressioni che si possono ascoltare da queste persone.

Persone pure loro.

 

La7 è come un’edicola. E vince le telelezioni

Martedì sera Giovanni Floris ha stabilito il record assoluto del programma per numero di telespettatori (2,17 milioni, con il 9.1% di share). Per quasi un’ora, tra le 22 e le 23, La7 è stata la seconda rete più vista, dietro solo a Rai 1 che trasmetteva la replica di un episodio del Commissario Montalbano. Il programma concorrente, #CartaBianca di Rai 3, si è fermato al 5,6% di share con circa la metà dei telespettatori. L’exploit di DiMartedì conferma e consolida l’ottimo stato di salute della rete di proprietà di Urbano Cairo in questi giorni di svolta politica e istituzionale. Prima di Floris Otto e mezzo di Lilli Gruber era arrivato all’8.2%; addirittura al 9.6% nella serata di lunedì. Appartengono alla favolistica, invece, le prestazioni del maratoneta Enrico Mentana (13.2% nella notte tra il 4 e 5 marzo), tanto che si può sorridere con il tweet di @Dio: «L’autostima degli uomini italiani crolla davanti a Mentana, che dimostra ancora una volta di poter durare tutta la notte».

Enrico Mentana, direttore del Tg La7, dura tutta la notte

Enrico Mentana, direttore del Tg La7, dura tutta la notte

Al di là della battuta, proprio la MaratonaMentana suggerisce il primo dei due motivi principali del successo di La7, ovvero la presenza. Mentana c’è sempre, non molla uno spicchio di palinsesto. E così gli altri. La presenza fidelizza e rende familiari conduttori e osservatori. Ci sono le elezioni e su La7 sai per certo che c’è qualcuno che ne parla con cognizione di causa. Se poi accade, come domenica sera, che gli exit poll e le prime proiezioni arrivano in anticipo rispetto anche alla Rai, alla quantità si aggiunge la qualità. E qui siamo al secondo motivo che rende vincente la rete. La7 è come un’edicola dove sai di trovare il giornale che cerchi: l’edicola dell’informazione e della politica. Ogni programma è come una testata, ognuna con il suo direttore, i suoi commentatori e le sue grandi firme, perfino la sua foliazione. Floris ha arruolato Eugenio Scalfari in versione santone smemorato, come lui stesso ha ammesso (ora invaghitosi di Luigi Di Maio), mentre Nando Pagnoncelli e l’ex ministro Elsa Fornero rappresentano la quota scientifica, alla quale si aggiungono gli opinionisti fissi Massimo Giannini, Marco Travaglio, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti. Lo stesso si può dire per Otto e mezzo: la qualità del dibattito con le analisi di Massimo Cacciari e Paolo Mieli in versione guru è difficilmente riproducibile altrove. Peraltro, il programma di Gruber ha anche il pregio della brevità di una newsletter. Tutt’altra metrica quella di Mentana, anche lui con i suoi partner e aficionados (Marco Damilano, Franco Bechis, Marcello Sorgi, da consolidare Makkox), ma senza venerati maestri.

 

La Verità, 8 marzo 2018

 

L’anti talk show di Pif con i candidati premier

Scegliere per chi votare alle prossime elezioni è un po’ come scegliere il piatto sul menù al ristorante. L’assunto di partenza di Pif in Il candidato va alle elezioni è già in partenza il manifesto programmatico del suo nuovo programma su Tv8, la cifra della televisione che Pierfrancesco Diliberto ha sempre proposto con il marchio storico de Il Testimone (martedì, ore 21.15, share dell’1.3%). Il tono scanzonato, l’ironia, la curiosità che, senza prendersi sul serio, riesce a guidare con sagacia il telespettatore nella conoscenza degli interlocutori incontrati in modo informale, nelle trasferte in furgone, in treno, prima del comizio in piazza o al bar. Tante volte si sceglie il piatto sbagliato e si finisce per rovinarsi la cena. Bisognerebbe poter assaggiare tutti i piatti prima di fare la comanda. Per le elezioni Pif ha deciso d’incontrare tutti i candidati premier disposti a farsi assaggiare dalla sua telecamerina. Lo scopo è conoscere le persone, far capire chi sono coloro che si propongono come nostri governanti, senza impantanarsi nelle discussioni capziose e inconcludenti che traboccano da tutti i talk show. Si parte con Luigi Di Maio, candidato trentaduenne di M5s, perennemente in giacca e cravatta al quale Pif cerca di estorcere qualche trasgressione: canne, scuola marinata, multe per violazione del codice stradale. Niente da fare: «È la persona più difficile che abbia mai intervistato. Di solito, dopo un po’, la gente si rompe i c…i e viene fuori al naturale». «Ma io al naturale sono così». Il problema è proprio questo. Pif pensava che Di Maio fosse ingenuo, in realtà è abbastanza scafato. Morale: per uno che si candida premier non è del tutto negativo. Con Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si va sul privato. Il compagno è di quattro anni più giovane e di sinistra: le discussioni su liberalizzazione delle droghe, gay e unioni civili sono animate… «Non si è posta il problema? Io me lo sarei posto», riflette Pif. «Perché voi di sinistra siete più settari», lo punge Meloni. Che si irrita quando viene provocata sul rapporto tra Fdi e Casa Pound. Con il candidato di Liberi e uguali Piero Grasso, palermitano, Pif gioca in casa. L’appuntamento è nella sede della città siciliana, a poca distanza da dove fu ucciso Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica. Il trentacinquenne Grasso era il magistrato incaricato delle indagini. Quella volta la mafia aveva ucciso in pieno inverno e con lui Pif rinfodera gli artigli.

La Verità, 22 febbraio 2018

Un «Principe libero» più adatto per il cinema

Operazione riuscita. Va detto, non era facile. Restituire la complessità e la vitalità di Fabrizio De André, probabilmente il più geniale dei cantautori italiani, non era impresa semplice. De André, uno cui stanno strette tutte le definizioni, compresa quella di cantautore, è stato un artista, uno spirito libero che ha vissuto pienamente il suo tempo e la sua condizione. Non era facile rendere tutto questo in tre ore di televisione, ma bisogna dire che, per una volta, con Fabrizio De André – Principe libero Rai fiction e Bibi film di Angelo Barbagallo ci sono riuscite (Rai 1, martedì e mercoledì, ore 21.30, share del 24.3% nel primo episodio). Sceneggiatura (Francesca Serafini e Giordano Meacci) e regia (Luca Facchini) si sono tenute lontane da ambizioni riassuntive e antologiche per privilegiare la storia, la formazione dell’uomo e dell’artista, interpretato da un bravissimo e molto somigliante, anche se in bello, Luca Marinelli, attraverso l’intenso rapporto con il padre (Ennio Fantastichini), le notti nei bordelli del porto di Genova, l’amicizia con Luigi Tenco (Matteo Martari), i primi spettacoli per gli amici nelle bettole e nei teatri. Poi l’incontro con la prima moglie Enrica Rignon, i primi versi scritti senza convinzione, incoraggiato dall’amico Paolo Villaggio (Gianluca Gobbi): «Tu sei un genio»; «Perché ci sia un genio bisogna che ce ne sia un altro che lo riconosce…»; il primo disco, l’interpretazione di Mina della Canzone di Marinella, tratta da una storia di cronaca raccontata dall’amico cronista; l’amore per Dori Ghezzi, la riluttanza ai concerti, il successo, il rapimento dell’Anonima sequestri dalla tenuta dell’Agnata in Sardegna, che apre la narrazione con un lungo flashback. Infine, l’anarchia ponderata e non ideologica («Anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri») che attraversa tutto il racconto, restituendo al protagonista il carisma gentile che rifluiva nei testi delle canzoni, sempre imprevedibili e anticipatori, scelti con accurata ricerca filologica e resi dalla voce di Faber.

Operazione riuscita, dunque. Anche se, forse, proprio la difficoltà del personaggio di stare dentro etichette e definizioni statiche, lascia la sensazione che la fruizione cinematografica sia più consona a un prodotto come Principe libero.

La Verità, 15 febbraio 2018

Di seriali ci sono solo i figli extra matrimonio

Ora che su Romanzo famigliare sono sfilati i titoli di coda si possono tirare le somme di una delle serie che ambivano a rinnovare la fiction Rai. Il bilancio è perlomeno controverso. Anche nella società bene, alta borghesia ebraica imprenditorial finanziaria, con tanto di elicottero in giardino, autista e domestici in servizio permanente, esistono le famiglie disfunzionali. Prima di arrendersi alla malattia degenerativa e finire congelato nella cella frigorifera che l’esperta colf non ricorda di aver trovato aperta e sventatamente chiuso allorché tutti ci si interroga su dove sia scomparso, il capostipite (Giancarlo Giannini) aveva già allestito un rosario di invidie e inimicizie tra mogli, amanti, figli e figliastri, alcuni dei quali di origine Est europea. L’unica figlia nata all’interno del matrimonio (Vittoria Puccini) resta precocemente incinta e, maltrattata dall’invadente genitore, fugge con il compagno (Guido Caprino), ufficiale di Marina a Roma. Anche la figlia e nipote (Fotinì Peluso) si trova gravida a sedici anni, ma ci pensa la zelante ostetrica (Anna Galiena), a sua volta madre extra matrimonio in età avanzata di una ragazza down, a guidarla nel mistero di mestruazioni che vanno e vengono, e nella raffica di ecografie, una ogni mezz’ora di trama. Emblematiche un paio di scene degli episodi finali. Ora che il parto si avvicina sarebbe bene che anche il padre della creatura nella pancia della sedicenne si palesasse, e mentre la dottoressa sta scrivendo il nome di quello naturale, si spalanca la porta della sala d’attesa sull’altro amichetto della puerpera: basta accartocciare il modulo con il nome giusto (o sbagliato?) e compilarne un altro per cambiare la paternità del nascituro. Mezz’ora dopo, al nuovo malore, la solita ostetrica accorre con la figlia down, spiegando che quest’ultima è frutto di una relazione con un uomo sposato, che «gli adulti non esistono» e che siccome lei si è «sentita» di tenerla ugualmente nonostante ne conoscesse l’handicap, ritiene che ognuno debba «sentirsi» libero di scegliere. Insomma, meglio premunirsi, perché il romanzo sarà famigliare con la «g», ma tutti i figli vengono concepiti fuori da rapporti coniugali. Per il resto, oltre che sul terreno affettivo, la famiglia inanella una serie di tradimenti e ricatti senza requie e senza uno straccio di giudizio, anche in materia di beni mobili e immobili. Ci penserà il figliastro ucraino, fino a quel momento ritenuto il più bastardo della congrega, a salvare villona e burattini rivelandosi un genio della finanza dal cuore buono.

Se questa è la nuova fiction di Rai 1, quasi quasi conviene tenersi quella vecchia. Romanzo famigliare è una produzione Wildside, con la regia e la sceneggiatura di Francesca Archibugi. La share della puntata finale è stata del 19.8%.

 

La Verità, 31 gennaio 2017