E se David Lynch si prendesse gioco di noi?

Promessa mantenuta. «Salve agente Cooper. Ti rivedrò ancora… fra venticinque anni»: parola di Laura Palmer. Si riparte da lì per la terza stagione di Twin Peaks, la serie prodotta e diretta da David Lynch e scritta con il fedele sceneggiatore Mark Frost, attesa un quarto di secolo, da ieri su Sky Atlantic e on demand. Il telefilm padre di tutta la serialità moderna, la serie culto che ha cambiato la narrazione orizzontale e verticale: una lunga lista di meriti. «Chi ha ucciso Laura Palmer?» era l’interrogativo che attanagliava «il popolo di Twin Peaks», al contempo i fan della serie e gli abitanti della cittadina circondata dai boschi ai confini con il Canada. Era il 1990 e le note di Angelo Badalamenti introducevano un tema sonoro che sarebbe divenuto sinonimo di mistero e atmosfere dark. Col passare degli episodi, però, si scoprì che l’indagine sull’assassinio della misteriosa adolescente era solo un pretesto per scatenare la fantasia visionaria del regista. Un mosaico impazzito.

Nella terza stagione si riparte da lì. Da titoli di testa in verde fluo, a segnalare una versione ancora più allucinata. E dalll’inquietante red room, il mondo parallelo soprannominato Loggia nera dove ritroviamo un Dale Cooper (Kyle MacLachlan) più stagionato e azzimato che intesse strani dialoghi con vari personaggi, uno dei quali insiste in quella che sembra una presa in giro del telespettatore: ma questo è il futuro o il passato? Man mano che la visione procede, gli interrogativi aumentano e con scarsa possibilità di risposta. Per esempio: di Dale Cooper ce n’è anche uno in versione boss criminale, jeans e chiodo nero, che semina morti nel sottobosco malavitoso. «È un mondo di camionisti», sentenzia una specie di maîtresse da bordello, mentre l’anziana Margareth con bombola a ossigeno e un grosso ceppo tra le braccia telefona al vice sceriffo Hawk per dirgli che il suo ceppo, appunto, ha un importante messaggio per lui. Nella red room, in cima a un albero spoglio, quello che sembra un cuore umano conciona a ruota libera sul tema del «doppio». Nei titoli di coda del primo episodio che abbinano i nomi degli interpreti a quelli dei personaggi, a fianco di Carel Struycken compaiono sette punti interrogativi. Fate voi.

Dale Cooper nella red room

Dale Cooper nella red room

Di trama non si può assolutamente parlare. L’unica certezza è l’estetica lynchiana, con la sua metrica pittorica che procede per quadri successivi, interpreti che agiscono uno alla volta dentro scene laconiche e desolate, alle quali il regista alterna panoramiche notturne di New York, tetri sotterranei (nei quali spunta Sruycken), stamberghe tarantiniane, rimbalzando dal South Dakota, dove si consuma un omicidio con relativa mini trama noir, a Las Vegas a Twin Peaks. Tutto enigmatico e indecifrabile.

La Verità, 27 maggio 2017

Raffaele, facciamo che io non ero la Boschi

Più satira di costume che politica, dunque. L’indiscrezione avanzata da Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio ha trovato conferma. Tra i bersagli delle parodie di Virginia Raffaele non c’è stata Maria Elena Boschi. Almeno, alla prima puntata di Facciamo che io ero, one women show dell’imitatrice più eclettica del bigoncio (Rai 2, giovedì, ore 21.20, share del 14,5%). Più avanti, chissà. Dopo Sabrina Ferilli, Fiorella Mannoia, Donatella Versace, sulla rampa delle caricature si attendono Melania Trump, Carla Fracci, Belén Rodriguez e Ornella Vanoni. Ma è difficile che vedremo il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, peraltro nell’occhio della bufera per le vicende che riguardano il caldeggiato salvataggio di Banca Etruria.

Virginia Raffaele nell'imitazione di Maria Elena Boschi

Virginia Raffaele nell’imitazione di Maria Elena Boschi

Tra le cose migliori del programma c’è sicuramente il titolo, spiegato dalla stessa Raffaele: un gioco che, come tanti, faceva da bambina, una prova di fantasia e immaginazione condensato nell’uso del tempo passato, non del presente, che ne evidenzia il tratto ingenuo e burlesco. Il titolo è l’innesco dello show nel quale Raffaele per la prima volta si mette in gioco da protagonista, partendo proprio dalla sua biografia. Per farlo ha scelto una narrazione (pardon!) intimista e sentimentale, ambientata nel mondo del circo dal quale proviene, resa pure dalla storia di famiglia illustrata con un album interattivo. Un approccio sincero e volutamente ingenuo, ma che rischia di essere anche la debolezza della sceneggiatura. Perché a volte si ha l’impressione che gli ospiti e il co-conduttore Fabio De Luigi siano intermezzi, quasi dei riempitivi tra una parodia e l’altra. Francesco Gabbani, Gabriel Garko e Lino Guanciale fanno da spalla a lei nelle sue varie versioni. Non a caso, forse, oltre la nuova parodia di una Bianca Berlinguer egocentrica e incazzosa, i momenti più efficaci della serata sono stati lo sketch del finto casting con Lillo e Greg, il ballo con Roberto Bolle e il monologo sulle tante paure che ci affliggono quotidianamente, momenti in cui Raffaele ha fatto sé stessa. Notevole anche la parodia di Saveria Foschi Volante (Valeria Bruni Tedeschi?), l’attrice colta che deve leggere un pezzo ispirato, ma non ce la fa per l’emozione.

Ha scelto il costume, ma forse Raffaele dà il meglio proprio nella satira con retrogusto politico. E forse è come dice Buttafuoco: dopo il precedente della «Boschi shabadabadà» a Ballarò di qualche anno fa, la mancata imitazione dell’altra sera è un test della potenza del sottosegretario di palazzo Chigi. O forse, anche, un segno di debolezza della direzione di Rai 2. Per infilarsi in una bagarre come questa ci vuole un direttore di rete diverso da Ilaria Dallatana, appassionata di trash tv.

La Verità, 20 maggio 2017

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.

Piace Genius: Einstein, tra fiction e storia

L’idea è notevole, a suo modo geniale, verrebbe da dire. Niente di cervellotico: anche in libreria le biografie funzionano. Dunque, si può serializzare tutto. Ancor meglio le vite dei geni, i grandi spiriti che hanno fatto la storia più o meno recente. Si chiama, infatti, Genius, la serie in 10 episodi trasmessa da National Geographic (giovedì sera, 403 di Sky, 293.000 telespettatori, record di ascolti per il canale) la cui prima stagione è dedicata ad Albert Einstein. Produttori e sceneggiatori hanno attinto alla biografia dello scopritore della teoria della relatività di Walter Isaacson (Einstein, his life and universe) e non hanno badato a spese, realizzando un’opera che, come conferma la qualità del cast artistico, non ha nulla da invidiare a quelle cinematografiche. Il premio Oscar Geoffrey Rush interpreta lo scienziato premio Nobel, mentre Emily Watson, anche lei insignita della statuetta, veste i panni della seconda moglie, Elsa. La regia è di Ron Howard. Produzione ambiziosa.

Siamo in Germania alla vigilia dell’ascesa nazista e l’eccentrico professore, attivo anche nelle relazioni con l’altro sesso al punto da sostenere la possibilità della convivenza con moglie e amante, diverte i suoi allievi con lezioni stimolanti e intrise d’ironia. La cattedra di fisica dell’università di Berlino se l’è conquistata superando esami selettivi e soprattutto la severità al limite dell’ostilità del padre. L’accidentata gavetta rimbalza nei flashback tra Zurigo, dove compie gli studi giovanili, Milano, dove la famiglia d’origine si stabilisce, e la Germania, dove finalmente lui conduce la sua vita e le sue ricerche. L’ombra di Adolf Hitler però incombe. E quando il ministro degli Esteri Walther Rathenau, amico e anche lui ebreo, viene assassinato in un agguato nazista, la moglie inizia l’opera per convincerlo ad abbandonare la Germania e trasferirsi in America. Dopo aver resistito ai tentativi di emarginazione del mondo accademico, le umiliazioni quotidiane lo spingeranno ad accettare l’invito delle università d’Oltreoceano. Ma ora c’è da superare l’avversione del potente direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover.

Con l’eccezione di qualche eccesso retorico e la tentazione di scolpire i dialoghi con frasi a effetto, Genius: Einstein bilancia lo spaccato domestico, l’affresco storico e i dialoghi tra fisica e metafisica, inevitabili nel biopic del più grande scienziato moderno. Riuscendo a trovare l’equilibrio per soddisfare un pubblico amante della storia, tra fiction e divulgazione. Nell’ultimo episodio verrà svelato il genio a cui sarà dedicata la seconda stagione.

Maltese, una buona serie che poteva essere ottima

Chissà se nel 1976 per definire che una donna accogliente con un ospite si diceva che era stata «inclusiva». E chissà se, sempre all’epoca, le prostitute si nei bordelli si avvinghiavano al palo della lap dance. Sono interrogativi suscitati dalla visione di Maltese – Il romanzo del commissario, la nuova fiction in quattro episodi in onda su Rai 1 (lunedì e mercoledì, ore 21.30, share del 23,65% nel secondo episodio). Piccole imprecisioni, forse. Pignolerie. Perché, nel complesso, il meccanismo della serie realizzata dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, «il produttore di Montalbano», funziona.

Dario Maltese, un credibile Kim Rossi Stuart, è un commissario che torna a Trapani, sua città natale, per partecipare al matrimonio del grande amico di gioventù. A Roma, dove si è trasferito, si è fatto una carriera e una vita. Che, però, è già piena di cicatrici: un matrimonio fallito e l’unica figlia che adesso lo chiama al telefono dall’America, dove vive con la madre; la morte traumatica del padre, anche lui commissario di polizia, impiccatosi a causa di un’inchiesta, non si sa quanto comprovata, che lo aveva incriminato per una relazione con una minorenne, coetanea di Dario stesso. La terza ferita si apre, invece, la vigilia del matrimonio dell’amico, pure lui poliziotto, assassinato sotto i suoi occhi insieme alla compagna incinta. Il ritorno a Trapani per indagare sull’assassinio diventa la porta spalancata su un passato da ricostruire e medicare. Compito non facile, però, perché il commissario s’imbatte nell’ostilità del Procuratore capo e nella diffidenza di alcuni dei poliziotti del comando. L’ostacolo principale, tuttavia, è il depistaggio architettato dai mandanti dell’omicidio.

Diretta da Gianluca Maria Tavarelli, la serie ha il suo maggior fascino nel personaggio di Kim Rossi Stuart, il commissario maltrattato dalla vita ma retto e che conosce il nome del bassista dei Weather Report. fascino al quale, piuttosto prevedibilmente, cede la fotografa tedesca (molto simile all’amica di Montalbano), chissà perché trapiantata in quest’angolo di Sicilia. Anche ambientazioni e costumi sono un discreto punto di forza. Dopo la città di Matera per Sorelle, la scelta di Trapani mostra la cura di Rai Fiction nel trasformare la location in una protagonista aggiunta delle storie. Dove, invece, sembra mancare un pizzico di attenzione è nell’intento eccessivamente didascalico di certi spiegoni che tolgono curiosità e mistero alla trama. E, a proposito di preoccupazioni didascaliche, sarebbero invece state certamente utili, e forse doverose per un servizio pubblico, delle brevi sottotitolazioni per rendere comprensibili anche nel resto del Paese alcuni dialoghi in siciliano stretto. Chissà se è dovuto a questa mancanza il considerevole calo di ascolti tra il primo e il secondo episodio.

Pif e l’Italia dal punto di vista del marziano

E chi se lo ricordava Carlo Palermo, alla cui vita la mafia attentò nel lontano aprile 1985? E chi se la ricordava la strage di Pizzolungo, nella quale, al posto del magistrato, persero la vita tre persone innocenti, che viaggiavano casualmente nella loro macchina tra l’autobomba allestita da Cosa nostra e la vettura di Palermo e della scorta. Una storia completamente dimenticata, messa al centro della puntata d’esordio di Caro Marziano, la striscia serale ideata e realizzata da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, (Rai 3, lunedì-venerdì, ore 20.30, share del 7,3%). In fondo, l’idea è semplice: una videolettera indirizzata a un alieno per raccontare il nostro Paese, magari partendo dai suoi angoli meno noti. Una sorta di escamotage linguistico dal sapore vintage. Quante volte ci siamo detti, anche nelle redazioni dei giornali, «se provi a spiegare questa faccenda a un marziano o al primo passante per strada ci metti un’ora». Pif c’impiega i 12 minuti di un video realizzato con telecamerina e poi rimontato, che si conclude con un appello al marziano del protagonista della storia.

Il nuovo viaggio in Italia parte, dunque, dalla strage di Pizzolungo, paesino in provincia di Trapani, altra città rimossa dalle cronache nazionali. Per farlo ha chiamato Margherita Asta, figlia della donna e sorella dei due gemellini, tutti morti nell’attentato. Senza cedere alla commozione Margherita ha ricordato quella giornata e il favore del destino che le permette di farlo: quel mattino i suoi fratelli stavano litigando sui vestiti da indossare, così lei, per non tardare a scuola, usufruì del passaggio di una vicina di casa. Una volta giunta in classe, fu chiamata dalla professoressa e riaccompagnata a casa. S’incaricò la zia di comunicarle l’accaduto. Il padre, invece, lo apprese ancora dopo. Insieme andarono sul luogo dell’attentato e, sul muro di un palazzo ben distante dal luogo dell’esplosione, Margherita vide la macchia di sangue dei suoi famigliari, dilaniati dall’autobomba. Oltre un anno dopo il padre si risposò, dando una nuova madre a Margherita, ma provocando una disapprovazione dei paesani superiore a quella per la strage mafiosa. Pif alterna al racconto in presa diretta le immagini dei telegiornali dell’epoca, riuscendo a non perdere in leggerezza, ma al contempo, senza nulla togliere alla drammaticità della vicenda. Confermando uno stile documentaristico stupito e disincantato, lontano dall’architettura ideologica di Michele Santoro e dalla retorica dell’impegno civile di Roberto Saviano. Ci si augura che, con la scusa d’illustrare qualcosa ad un altro, riusciamo a capirla meglio anche noi.

 

La Verità, 5 maggio 2017

 

Trinità e i giustizieri della troppa telepolitica

I giustizieri della telepolitica si annidano nel magazzino film di Rete 4. Forti del loro curriculum, se ne stanno lì, scialli e schisci. Ma pronti a uscire allo scoperto allorché i sapientoni del dibattito cominciano a menarla troppo. Don Camillo, Trinità e Rambo sfangano le stagioni tv senza darsi pena. Borbottano, mangiano fagioli, lustrano il mitragliatore. Quando l’approfondimento si eleva troppo, ecco che li richiamano in servizio come vecchi poliziotti in pensione che sanno dove mettere le mani. Loro si tirano su, inarcano la schiena, e si rimettono a fare il loro sporco lavoro.

L’altra sera è toccato al pistolero poltrone di Terence Hill. Su SkyTg24, in chiaro e sul satellite, e su Tv8, andava in onda Il Confronto tra i candidati alle primarie del Pd, Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. Un’esclusiva meritoria: roba da servizio pubblico che la Rai non riesce più a fare. Lo share complessivo è stato del 2.58% con 675.000 telespettatori. Su Rete 4 Lo chiamavano Trinità alla miliardesima replica ha conquistato il 7.2% (quasi 1,8 milioni di telespettatori, uniformemente distribuiti tra Nord, Centro e Sud, maggiore concentrazione nel pubblico maschile con l’eccezione della fascia tra 25 e 34 anni), classificando la rete al quarto posto, dietro Rai 1, Canale 5 e Italia 1.

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Personalmente, ho guardato il confronto per le primarie, occasione unica per misurare i tre candidati in lizza, che Sky ha promosso anche con la strategica quanto rara ospitata del direttore Sarah Varetto a Otto e mezzo (su La7 insisteva il logo di SkyTg24HD a fianco di Varetto, collegata dal suo studio milanese), concluso a mo’ di staffetta con passaggio del testimone via telecomando. Finito Il Confronto, e iniziate le sue dotte decodifiche, anch’io sono cascato dentro Lo chiamavano Trinità incapace di riemergere dalle sabbie mobili di una storia che so a menadito.

Una cosa simile era accaduta anche qualche giorno prima. Rai 2 e La7 avevano proposto l’approfondimento sul primo turno delle presidenziali francesi e il pretaccio di Fernandel era stato riesumato dall’archivio delle pellicole. Risultato: con il 4,5% Don Camillo (1.1 milioni di telespettatori) aveva surclassato lo Speciale del Tg2 e la Maratona Mentana, entrambi 3,4%.

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Andrea Montanari di Italia Oggi ha animato su Twitter un piccolo dibattito la cui conclusione è stata: delle presidenziali francesi interessavano soprattutto i nomi dei candidati al ballottaggio. Le analisi e le chiacchiere meno, non se la prendano conduttori e commentatori. Qualcuno, lì su Twitter, lamentava che Don Camillo è un film in bianco e nero del 1952. Vero, ma sotto sotto, soprattutto in provincia e nei ceti meno istruiti, l’Italia rimane bipolare, desiderosa di identificarsi e di identificare il torto e la ragione. E di vedere che, se non altrove, nei film i buoni possono vincere. Ma, almeno dal punto di vista degli osservatori, il successo dei giustizieri della telepolitica non si esaurisce nella voglia di evasione. C’è la piramide demografica rovesciata, la popolazione anziana che si estende a scapito di quella giovane. E c’è l’amaro disincanto nei confronti della Casta politico-mediatica. È un’Italia che i giornali sottovalutano. E che i nostri politici spesso dimenticano. Salvo scoprirne l’esistenza alle urne, con sorpresa.

Ricordate quando l’allora premier Renzi sottolineava che «la replica numero 107 di Rambo» batteva i talk show che si limitavano «a un racconto pigro e mediocre della realtà»? I programmi erano DiMartedì e Ballarò, condotti dai nemici Giovanni Floris e Massimo Giannini. L’altra sera la vendetta dei giustizieri si è abbattuta su di lui. Il tempo passa per tutti, tranne che per Don Camillo, Rambo e Trinità.

 

La copertina di Floris era a casa di Caschetto

Casa Caschetto. La soluzione era lì, sotto il naso, a portata di agente. La lunga ricerca tra i comici per trovare il sostituto di Maurizio Crozza che, mollando La7 per Discovery, ha lasciato orfano Giovanni Floris della copertina di DiMartedì, si è conclusa nella scuderia di Beppe Caschetto, manager del conduttore. Niente di più ovvio. Dall’altra sera e fino a fine stagione saranno Luca e Paolo gli autori della copertina del programma di approfondimento di La7 (martedì, ore 21.25, share del 4.56%). In studio se n’era appena andato il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Graziano Delrio (un habitué dei talk show, che abbia qualche ambizione?), era comparso Alessandro Di Battista (pure lui molto assiduo) e Floris aveva approfittato del cambio d’ospite per lanciare la nuova copertina dei comici genovesi (come il loro predecessore, anche lui by Caschetto). I quali, però, semplici comici non sono: il curriculum parla di cinema, di partecipazioni al Festival di Sanremo, di Striscia la notizia e via snocciolando a un livello medio alto, sempre sul filo della satira intelligente, con qualche scivolata sul crinale tra irriverenza e volgarità. Anche l’altra sera un paio di passaggi sono apparsi un tantino oltre, ma nel complesso l’esordio ha funzionato. Luca e Paolo hanno evidenziato un buon controllo della politica e della risata. Perché, in fondo, lo scenario è chiaro. Prendiamo la questione immigrati: «Renzi vuole più immigrati, Berlusconi vuole meno immigrati, Salvini zero immigrati. E Grillo?». Più, meno, non si sa: «Vabbé, deciderà il web». Idem sull’Europa: Renzi, Berlusconi, Salvini. E Grillo? Idem sui matrimoni gay. Lo sberleffo era buono per smontare l’enfasi della democrazia della rete, mettere in mezzo l’ospite e fornire materia al conduttore. Dopo la prima uscita c’è ancora qualcosina da registrare in regia. Il volume degli applausi fin troppo ribaditi, per esempio, che finiscono per coprire le voci facendo perdere la scia delle gag e l’inquadratura a tutto schermo, per lasciare agio ai due comici che si alternano sul primo piano. Dettagli. Perché in questi casi ciò che conta sono una certa sicurezza e la faccia giusta dell’insolenza. E Luca e Paolo possiedono entrambi. Così, alla fine la soluzione del rebus è arrivata alla maniera della Lettera rubata di Edgar Allan Poe. L’oggetto desiderato era lì, in bella vista e nel posto più prevedibile. Forse per questo non si riusciva a vederlo. Caschetto ha lasciato fare, concedendo un tempo congruo alla ricerca per parare l’accusa di piazzare ovunque i suoi protetti. E uscirne invece come salvatore della baracca. Evidentemente, dopo l’addio di Crozza, i rapporti con Cairo rimangono solidi.

La Verità, 6 aprile 2017

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

Sky ci prova, ma i David restano autoreferenziali

C’è qualcosa che non torna nel bilancio dei David di Donatello in versione Sky. C’è un divario, una discrepanza, tra l’impegno profuso, la visibilità sui media, i mezzi e le partecipazioni prestigiose, e il riscontro nei gusti e negli interessi dei telespettatori. Le considerazioni della critica non devono basarsi sull’indice di ascolto, ciò che conta è il prodotto, la qualità dello spettacolo proposto, il suo valore estetico. Per una volta, però, fa pensare l’1,2 per cento di share (307.000 telespettatori) conquistato da Tv 8, il canale in chiaro che, insieme a Sky Cinema Uno, Sky Uno e Sky Arte, ha trasmesso in diretta la serata della 61ª edizione (673.000 gli spettatori totali). Il pericolo maggiore in questi casi è quello dell’autocelebrazione, il complesso di superiorità dell’élite culturale rispetto alla massa. La consegna dei David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano, è un appuntamento annuale che si espone fatalmente al rischio autoreferenziale, appagato anche dal ricevimento della comunità al Quirinale. Consapevoli di ciò, autori e produttori di Sky, che da due anni ha strappato l’esclusiva alla Rai, hanno tentato una formula ironica e scanzonata della cerimonia. Lo si era visto fin dai promo con Claudio Santamaria. Lo si è rivisto nell’insolito prologo con decalogo delle regole imprescindibili per conquistare il David, recitato da Valerio Mastandrea, Luca Argentero e Alessandro Cattelan. Conferma ulteriore è stata la scelta di Maccio Capatonda e Fabio Rovazzi, autori di una breve satira filmata per il premio al montaggio. Bersagli: la patina intellettuale e l’enfasi autoriale che circondano il dorato mondo.

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

Anche la conduzione a velocità vertiginosa di Cattelan era pensata allo scopo. Tutto giusto, tutto studiato. Salvo il pericolo di scivolare sul lato opposto del crinale. Ovvero, perdersi un pizzico di magia e la lingua sognante tipiche del cinema. Ritrovate per un attimo con Roberto Benigni e la sua poetica dedica del David alla carriera a Nicoletta Braschi. Oppure, nello sconclusionato ed esilarante ringraziamento della miglior attrice Carla Bruni Tedeschi. Insomma, l’appuntamento c’era e lo spettacolo anche. I telespettatori sono anche cinespettatori e tutto concorreva al successo. Ma il grande evento non c’è stato. Forse, tra i candidati, mancava un grande film. Oppure un grandissimo interprete che potesse far uscire il cinema dal suo recinto, trasformando una serata autoreferenziale in un evento popolare. C’è di che riflettere: la strada è giusta, ma sembra ancora lunga.

La Verità, 29 marzo 2017