Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

Talent dei giudici. Perché litigano così tanto

Acque sempre più agitate dietro il bancone di X Factor 11. La terza puntata live ha reso ancor più evidenti le frizioni tra i giudici. Manuel Agnelli e Mara Maionchi non se le mandano a dire, Fedez e Levante polemizzano a ogni valutazione. Non si era mai vista una giuria così litigiosa. Ma non si tratta solo di differenze generazionali o di temperamenti poco compatibili. C’è dell’altro. Una settimana fa sembrava una sorta di alleanza tra Agnelli e Fedez. Ora è più chiaro che ci sono in ballo due modi d’intendere il talent show, la gara e forse anche la musica stessa. Non a caso i dissensi reciproci riguardano soprattutto l’assegnazione dei brani più che le qualità interpretative dei singoli concorrenti. Fedez e Agnelli contestano la scelta di cover e di canzoni troppo note; dal canto loro Mara Maionchi e Levante appaiono insofferenti all’intellettualismo dei coach uomini e alle loro assegnazioni compiaciute e autoreferenziali. Insomma, poca ricerca da una parte, troppa ricercatezza dall’altra.

Il tema della serata era «La musica del terzo millennio», ma le contestazioni si accendono già alla prima esibizione di Camille Cabaltera, squadra di Levante. Per Manuel e Fedez Royal di Lord è un brano troppo pop. Per Sere nere di Tiziano Ferro affidata a Lorenzo Licitra da Mara Maionchi, Fedez parla di «assegnazione suicida». «Ma che c… dici!», s’inalbera Mara. Alessandro Cattelan deve impegnarsi per far avanzare la gara. Poco convincente per tutti risultano scelta del brano e performance di Samuel Storm (Super rich kids di Frank Ocean) della squadra di Fedez. Lui e Agnelli attaccano le scelte di Rita Bellanza (Lost on you di Laura Pergolizzi) e Davide Nigiotti (Il mio nemico di Daniele Silvestri) che, per la verità, non convince nemmeno Levante. Tanti elogi e pochissime critiche per le band di Agnelli, ma alla fine, in base al televoto, sono proprio due gruppi della sua squadra ad andare al ballottaggio, segno che qualcosa non gira. Dopo il tilt vengono eliminati Sem&Stenn.

L’emozionante esperienza visiva di Dago in the Sky

S’intitolava «Homo robot» la prima puntata di Dago in the Sky, il programma di Roberto D’Agostino e Anna Cerofolini che per il terzo anno riflette su tendenze e avanguardie innescate dalla rivoluzione tecnologica (Sky Arte, martedì, ore 21.15). Più ancora delle stagioni precedenti quella appena iniziata è un’esperienza visiva, un viaggio estetico, un percorso visionario. Lo schermo non è più sezionato geometricamente in rettangoli e quadrati, ma le immagini sono fluide, evolvono, si sdoppiano, riflettono, accoppiano. Attraverso l’uso digitale della tv si va alla ricerca di un «Rinascimento hi-tech» capace di archiviare il «Medioevo analogico del secolo scorso». Su un angolo dello schermo, spunta e si rifrange il volto parlante di D’Agostino che segna i passaggi della riflessione o quello degli ospiti convocati per approfondirne alcuni segmenti specifici.

Oggi il sentimento più diffuso non è il timore del futuro, ma di ciò che avverrà domani mattina. Che ne sarà del lavoro con l’avvento dei robot? L’intelligenza artificiale cambierà anche il sesso? E influirà anche sull’identità degli esseri umani? Già oggi i computer ci battono a scacchi, fanno la pizza, guidano le auto. Ma «preparatevi», avverte D’Agostino, nella prossima società cibernetica «le macchine saranno più intelligenti degli esseri umani». La tecnologia è l’ideologia del ventunesimo secolo, solo che non ha come obiettivo il governo degli Stati, ma la creazione di un paradiso a misura dei robot più che degli esseri umani. Questo potrà passare per il governo dei cervelli, la sorveglianza delle menti, l’incanalamento delle pulsioni. Secondo Maurizio Molinari, la prima rivoluzione riguarderà il lavoro, l’automazione creerà disoccupazione e il tempo libero da residuale diventerà principale. Ma al momento nessuno sa come prenderla. Il punto di svolta sarà quando i robot avranno capacità creativa e inventiva. Per la master inventor Floriana Ferrara è un errore difendersi dalla tecnologia che è, invece, una grande opportunità. Grandi scrittori e registi del passato avevano immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe potuto influire sull’identità dell’essere. Quella che trent’anni fa era fantascienza ora è realtà. Ce n’è abbastanza per dividersi tra apocalittici e integrati. Scherzando, Albert Einstein osservava: «Il futuro non mi piace perché arriva troppo presto».

Nelle prossime puntate Dago in the Sky si occuperà di occulto, tendenze artistiche, celebrità digitali, vite stupefacenti, potere dei farmaci…

La Verità, 9 novembre 2017

Talent dei giudici. Agnelli e Fedez sono alleati?

Secondo live di X Factor 11, un po’ di ruggine rimasta dietro il bancone dei giudici. Una certa freddezza tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra tra Levante e Fedez dopo le litigate di settimana scorsa. Manuel e Mara si rinfacciano reciprocamente la noia dei rispettivi concorrenti.

Parte Enrico Nigiotti con Quelli che benpensano di Frankie Hi Nrg e Fedez e Manuel lo impallinano: il rap non è roba tua; e poi quel pezzo di chitarra «è una banale pentatonica». Figurarsi se Maionchi si faceva scappare «la pentatonica che ci ha fottuto». Tocca a Sem & Stenn con un brano di Marilyn Manson e tutti li elogiano. Solo Mara eccepisce, ma poco: non hanno il maledettismo dell’originale. Quando arriva Camille Cabaltera con Chandelier di Sia, concorrente di Levante, altra mitragliata di Manuel e Fedez: è un canzone abusata, la più cantata in tutti gli XF del mondo. A Lorenzo Licitra, al quale Mara ha assegnato Miserere, facendogli interpretare sia le parti di Zucchero che quelle di Pavarotti, non va meglio. Per Fedez è «la versione solista del Volo», per Manuel «il cliché del lirico che fa il pop». Sarà mica che tra i due giurati maschi c’è un’alleanza sotterranea. Oppure è idem sentire, allergico alle cover e ai brani pop? Vedremo.

Agnelli è meno sentenzioso di una settimana fa. Si lascia andare a qualche sorriso. Mara si controlla e contiene le parolacce. Levante abusa dell’aggettivo «credibile» per elogiare i concorrenti. Poco apprezzato il look di Alessandro Cattelan. Correzioni autoriali in corso: non si registrano frecciate verso Mario Adinolfi né altre digressioni politicamente corrette. Si promuove la campagna «Un mare da salvare».

Sky Uno raggiunge il 5.6% (1,3 milioni di spettatori) e conquista la quinta piazza tra le reti nazionali.

 

Il Papa, don Marco e il cristianesimo di oggi

Un Papa ospite fisso di una trasmissione televisiva non s’era ancora visto. È accaduto mercoledì sera su Tv2000, nella prima di otto puntate di Padre nostro, il nuovo programma ideato e condotto da don Marco Pozza, il cappellano del carcere di Padova. L’unico precedente (oltre la famosa telefonata di Giovanni Paolo II a Porta a Porta di Bruno Vespa) di un Papa che va in tv fu la partecipazione di Benedetto XVI ad A sua immagine di Lorena Bianchetti. Qui però, è un’altra storia perché Francesco ha concesso una lunga intervista rispondendo alle domande di don Marco sulla preghiera del Padre nostro che verrà frammentata in tutte le puntate. Il sacerdote e Bergoglio sono seduti uno di fronte all’altro in una saletta dell’Aula Paolo VI in Vaticano, il Papa in abito bianco, don Marco in giacca e sneakers ai piedi. «Chi è un Dio che si fa chiamare Padre e si fa dare del tu?», gli chiede il sacerdote, dando a sua volta del tu al Pontefice. Oppure che cosa vuol dire che «Dio sta nei cieli se poi è lui che si mette in cerca di noi?». Il Papa risponde attingendo all’esperienza personale, alla vita di bambino, non alla dottrina né alla teologia. Cita la volta in cui suo papà lo accompagnò a togliere le tonsille, per anestesia un gelato e, al ritorno, lo vide pagare l’autista del taxi. Quando gli ritornò la voce gli chiese perché avesse pagato l’uomo della macchina: «Da bambino credevo che tutte le macchine della città fossero sue… Invece no, Dio è il Dio della gloria, ma è anche uno che cammina con te, che ti offre il gelato quando è necessario». Anche il Papa accetta pone e si pone domande. In altri passaggi dell’intervista anticipati dall’emittente della Conferenza episcopale italiana non risparmia critiche al mondo musulmano e si chiede se «oggi il nome di Dio è santificato nelle ragazze rapite di Boko Haram?» o nei cristiani che lottano fra loro per il potere. Domande e riflessioni che interrogano i credenti e la società contemporanea scristianizzata. Alla fine, Padre nostro è un’ora di catechismo sulla paternità e non solo. Un’ora di cristianesimo elementare e profondo che, grazie alla curiosità di don Marco Pozza, si confronta con lo spirito del tempo. Commovente l’intervista di don Marco a suo padre, che si chiama Francesco pure lui: «Questa è una delle conversazioni più lunghe che abbiamo mai fatto». E quella alla figlia di un carcerato, condannato all’ergastolo, che lei ha conosciuto e visto solo in galera.

La Verità, 27 ottobre 2017

The Deuce, verismo sulle origini del porno

Un viaggio all’origine del degrado. Un ritorno dove tutto è cominciato. La discesa agli inferi in presa diretta. Dire «New York, 1971» è fotografare un’epoca. Dire The Deuce, il soprannome della 42esima strada che porta a Times Square, significa zumare sui marciapiedi delle prostitute, dei papponi neri, delle dosi di coca, dei mafiosi italo-americani, dei bar delle scommesse, dei poliziotti corrotti, dell’Hiv che inizia a serpeggiare. Cose già viste, ma raccontate con dialoghi impeccabili, profili psicologici ad alta definizione e un realismo che non cede un millimetro né al glamour né al moralismo pruriginoso, di solito nemici in agguato di questo genere di storie. The Deuce – La via del porno, serie targata Hbo, creata da David Simon con George Pelecanos, già autori di The Wire, (il primo di otto episodi l’altro ieri su Sky Atlantic) sembra riuscire là dove hanno fallito Martin Scorsese e Mick Jagger con Vinyl: raccontare gli anni Settanta di New York. Lì, al centro c’era la nascita del rock, qui quella dell’industria pornografica.

A far scommettere sul successo di The Deuce c’è innanzitutto un cast eccellente, guidato da James Franco, anche produttore esecutivo e regista di due episodi, e Maggy Gyllenhaal. Franco interpreta due gemelli, uno che si sdoppia tra due bar nel tentativo (vano) di restare pulito e mantenere la moglie che si consola nei locali dei biliardi, l’altro che vive di scommesse e di fughe dai creditori, mafiosi, dei debiti inevasi. La prostituta di Gyllenhaal, che rifiuta la protezione del pappone e batte per mantenere il figlioletto senza cedere a sentimentalismi, è, se possibile, scritta e definita ancora meglio. A completare i pregi della serie ci sono i dialoghi scolpiti nello slang malavitoso, una sceneggiatura solida e un’estetica che ricorda il meglio della produzione dei Settanta-Ottanta, da Le strade di San Francisco a Hill Street notte e giorno. Alla fine, però, il personaggio in più è proprio la 42esima, quella strada teatro di vite disperate, di balordi che raschiano il barile, di randagi pieni di difetti, di motel al neon e lustrascarpe, resa con storie parallele (la più scontata è quella della studentessa spregiudicata) che s’intrecciano, alla ricerca di un po’ di consolazione. Lì, in quella strada e tra quei disperati, la prostituzione e la coca imperano. E quando arriva l’industria del porno sembra solo la scorciatoia per svoltare.

La Verità, 26 ottobre 2017

Talent dei giudici. Agnelli se la tira, Fedez confuso

L’undicesima stagione di X Factor è entrata nel vivo su Sky con la prima puntata live e lo scontro tra i giudizi si profila più vivace del solito. Può essere divertente monitorarli.

 

Manuel Agnelli Si era appena esibito Davide Nigiotti, il primo cantante della Maionchi, e lui ha annunciato: «Voglio dire una cosa a Mara…». «Non dirla, chi se ne fotte!», lo ha rimbalzato lei. Al di là dello specifico, la canzone di Brel e il look del Nigiotti, da un po’ Agnelli se la tira da guru, vuol spiegare a tutti come gira il fumo. Diciamo che è entrato troppo nella parte, appena finito di parlare si abbandona sulla sedia con l’aria di pensare: ho sistemato anche questa… Sussiegoso

Mara Maionchi Il match di carismi con Manuel per dettare la linea è palese. Dall’alto della sua navigazione mica facile abbozzare. «È più facile far ballare i culi sopra i tavoli che cantare un amore finito. Di casino sopra i tavoli ne ho visto a strafottere». E poi: «Qui sono tutti cresciuti con i Blinki i Linki i Blanki, io sono cresciuta con Garibaldi». Con Licitra, Radice e Nigiotti sembra avere la squadra più solida. Difficile tenerla a bada, anche nel linguaggio. Sanamente scorretta

Levante Anche lei non le manda a dire, come quando ha criticato le scelte di Fedez. E alla prima smorfia lo ha nuovamente cazziato: «Devi accettare le critiche dei tuoi colleghi». Dicono i cinguettatori dei social che ci sia sotto la gelosia della Ferragni e che lui abbia dovuto cancellare da Instagram una foto in cui scherzava con Levante. La quale non si scompone più di tanto e si protende anche sul bancone verso le sue concorrenti, cristalli che vuo, trasformare in diamanti. Determinata

Fedez È quello uscito peggio da questa parte di gara. Ai bootcamp aveva scelto Lorenzo Bonamano nonostante la prova impacciata, dando ascolto alla sua pancia. Era la sua scommessa, che al primo live è naufragata. Colpa del regolamento? Forse anche di alcune decisioni sbagliate e sorprendenti, considerata la sua esperienza di giudice e coach. Nemmeno l’esibizione con J-Ax è parsa impeccabile. Momento delicato

Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

Bertolino antifuga cervelli Fazio e Crozza sbagliano

Fondazione Tim sull’innovazione È sbarcato ieri su La7 MeravigliosaMente, programma sull’innovazione di Enrico Bertolino e realizzato da Zerostudio’s per Fondazione Tim. A metà tra l’educational e la divulgazione scientifica, il comico visita in altrettante puntate cinque università dell’eccellenza italiana (Pisa, Genova, Padova, Milano, Torino). La prima notizia è che esistono nonostante le classifiche internazionali. La seconda è la comunicazione smart con cui Bertolino incontra ricercatori di robotica che progettano pancreas per diabetici gestibili con wi-fi, o ingegneri che studiano il trasporto con levitazione magnetica che ridurrà di 2/3 i viaggi sulle linee Tav. Il tutto in agenda «tra due anni».

Errori di programmazione/1 Il primo è Che fuori tempo che fa, il talk show di Fabio Fazio nella seconda serata del lunedì su Rai 1. Con l’eccezione della copertina di Maurizio Crozza, la tavolata con gli ospiti sembra una sorta di «avanzi» del Tavolo con Nino Frassica della domenica. In passato c’è chi ha proposto qualcosa di dignitoso con il marchio Avanzi, ma stavolta c’è da confrontarsi con lo schiacciasassi Grande Fratello Vip. E non basta il traino della Nazionale, tanto più se dopo la fine del match c’è mezz’ora di bar sport, per far superare la sensazione di già visto.

Errori di programmazione/2 L’altro svarione riguarda Fratelli di Crozza in onda su Nove al venerdì (3.5%) come nelle annate su La7, dove quest’anno c’è Propaganda Live di Zoro che gli rosicchia il pubblico militante. Più male gli fa su Tv8 la prima tv in chiaro di X Factor che lo supera regolarmente (4.5% circa). Se non si vogliono cambiare abitudini tocca rassegnarsi.

Correzione per Skroll Dopo un mese di preserale nell’illusione che facesse da traino a Mentana, Andrea Salerno ha deciso di spostare la striscia di Marco D’Ambrosio alias Makkox prima di un altro tg, quello della notte. Gli ascolti delle 19.30 erano scesi sotto l’1%, mentre la replica dopo mezzanotte resisteva attorno al 2% (e il doppio di telespettatori). I frequentatori dei social sono nottambuli.

I capolavori di Taodue L’altro giorno a proposito di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale di Canale 5 Aldo Grasso ha scritto che «vengono in mente tante cose». A cominciare dal «cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni ’70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese».

La Verità, 15 ottobre 2017

Il vip è come il maiale e la Gialappa’s lo sa

In fondo, il vip è come il maiale… Ci sono interi pianeti tv cresciuti sulla costruzione delle very important person. E altri satelliti edificati sulla loro demolizione, o almeno, la loro messa alla berlina, vera o presunta (da Scherzi a parte a Emigratis a Temptations Island). Il sospetto che sia tutto un inciucio, distruzione compresa, è ben più che un sospetto. Ci sono alcune cose da dire intorno alla faccenda. Intanto che l’assegnazione della patente vip è quanto di più labile e arbitrario. Ma questo è più che assodato dopo che, come ha notato Guia Soncini nella sua «modesta proposta» su Il, magazine del Sole 24 ore, i social, mutatis mutandis, hanno regalato quella di maître à penser a gente che qualche anno fa «al massimo avrebbe asserito di essere in grado di tirare il rigore di Baggio». Questa lunga premessa è per dire la difficoltà a investire ore per seguire il Grande Fratello Vip con annessi tatticismi per nomination ed eliminazioni. Ci si può rifare con il corso accelerato di MaidireGfvip della Gialappa’s (Italia 1, mercoledì ore 23.45, share del 7.93%, terza rete assoluta dietro Rai 1 e Rai 3). Se anche il decadimento è spettacolo o meglio, lo sono la sua rappresentazione e la sua messa in scena, il programma della Gialappa’s è un cult. Anzi, una galleria stracult. Con i loro fulminei interventi e le loro vocine insinuanti Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci maramaldeggiano sugli esemplari già al di là del bene e del male, infierendo a rottamazione avvenuta. In vetta c’è Simona Izzo (appena eliminata) che, entrando nella casa, si ripromette di dimagrire e s’ingozza di biscotti, cereali e frutta secca. Poi accusa i compagni di sventura di essere «acefali e non sistemici», ma non le riesce d’inserire le cialde e accendere la macchina per farsi un caffè. Stracult sono i tutorial di Cristiano Malgioglio che insegna a stirare le mutande a tal Luca Onestini col quale flirta apertamente salvo «tradirlo» con Lorenzo Flaherty per provocarne la gelosia. Il momento topico però è l’Odissea di Carmen Di Pietro, il «video on demand» richiesto dai telespettatori. Che non è, come si potrebbe pensare, l’esperienza delll’ex moglie di Sandro Paternostro nella casa del Gieffe, ma la sua versione del poema omerico. Troppo facile per la Gialappa’s.

La Verità, 13 ottobre 2017