Su Rai 3 l’amore gay è tutto rose (senza spine) e fiori

«Arrivata la legge, abbiamo bruciato i tempi», dice Giorgio, da nove anni compagno e convivente di Michele in quel di San Giorgio a Cremano (Napoli). È la sintesi perfetta di Stato civile – L’amore è uguale per tutti (giovedì, ore 23,20, share del 5,18 per cento), il nuovo programma che la Rai 3 diretta da Daria Bignardi ha allestito alla velocità della luce. La legge che regolamenta le unioni civili è del maggio scorso e, pronti via, ecco il docureality. Alla Rai può capitare di arrivare tardi sui luoghi del terremoto, ma sugli omosessuali è molto contemporanea. Al correttismo di Rai 3 non poteva mancare la narrazione dei preparativi alla cerimonia dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una narrazione delicata, però: persino troppo. Giorgio, uno spilungone di due metri, è il sindaco del paese e quindi gioca in casa. A Pineto degli Abruzzi, invece, la casa di Orlando e Bruno, la coppia che «vive in perfetta simbiosi da 52 anni», è tutta rosa, come le camicie di Orlando e le cravatte per il gran giorno. Ecco i futuri sposi scegliere la location per la festa, gli addobbi, i confetti, il bouquet, e sottoporsi alla prova abito in sartoria e alle pose per l’album fotografico. «Abbiamo voluto fare una cosa classica come sono i matrimoni, poi ci mettiamo qualcosa di nostro perché per noi è speciale», ammette con pudore Michele che di professione è architetto. La voce fuori campo assicura che le nozze tra lui e Giorgio saranno molto romantiche. E trasuda romanticismo il racconto di entrambi le storie che s’intrecciano e si rincorrono, dal «colpo di fulmine» agli anniversari festeggiati a Venezia, al coronamento dell’unione. Perché, a differenza dei rapporti tradizionali dove qualche volta si litiga e ci si manda a quel paese, tra gay sono tutte rose e fiori. Tanto più considerando che gli ultrasettantenni Orlando e Bruno che si scambiano effusioni in favore di telecamera, hanno lavorato come fioristi. Dal canto suo, la madre di Giorgio assicura che quando ha capito che tra suo figlio e Michele c’era una relazione è «stata pure contenta». Per la sorella, invece, il loro matrimonio «è un simbolo». Il padre parla di «choc… Si sa che le cose succedono nel mondo, poi succedono pure a te». Ma c’è voluto qualche giorno per metabolizzare la situazione. La nonna di 101 anni ammette che le è «molto difficile capire, però se si vogliono bene…», anche se è dispiaciuta perché non c’è stata la funzione in chiesa. Esagerando, un amico di Orlando e Bruno parla di «famiglia perfetta». L’amica fiorista invece sottolinea che «nemmeno io e mio marito ci diciamo tutto come loro». L’amore è uguale per tutti, ma per i gay è un po’ più uguale. E nel docureality le rose non hanno spine.

 

La Verità, 5 novembre 2016

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

L’ambizione dei «Medici» e quei dialoghi da rivedere

Era ora che la Rai tornasse a pensare in grande e che ritrovasse l’ambizione di un progetto internazionale. Era ora che almeno provasse a rompere il cerchio di medici in famiglia, preti detective e commissari antimafia e a gettare il racconto oltre la routine. Cast, budget, sforzo produttivo, riprese in esterni sono alla base dei Medici – Masters of Florence, nuova serie in otto episodi con la quale la tv pubblica torna a guardare al mercato mondiale (Rai 1, martedì ore 20.30). Lo share del 29,9 per cento medio nei primi due episodi è la prima nota lieta, la seconda è che la storia ha attratto parti consistenti di pubblico giovane: un terzo dei maschi tra i 15 e i 19 anni e quasi la metà delle ragazze da 15 a 24.

Cosimo de' Medici (Richard Madden) con la Contessina de' Bardi (Annabel Scholey)

Cosimo de’ Medici (Richard Madden) con la Contessina de’ Bardi (Annabel Scholey)

L’ambizione, dunque: di competere con la grande serialità straniera e con saghe familiari storiche come I Borgia o I Tudors. Dustin Hoffman e Richard Madden saranno stati sedotti da questo obiettivo. Le firme erano importanti. Lux Vide e Rai Fiction (produttrici insieme con Big Light Productions e Wild Bunch Tv) sono riuscite a ottenere i permessi per girare nei luoghi originali e bisogna riconoscere che l’ambientazione nella Firenze rinascimentale, con cattedrale ancora priva di cupola, è protagonista della storia quanto Giovanni de’ Medici (Hoffman) o il figlio Cosimo (Madden). Oltre al tentativo di valorizzare la scenografia, altro sforzo riconoscibile è l’impegno a raccontare un’epoca storica lontana col linguaggio della serialità più moderna. Così la saga familiare che è alla base della nascita della finanza moderna si trasforma in una lotta di potere che include passioni, rivalità, arte, corruzione della Chiesa, matrimoni combinati per sanare dissesti economici, machiavellismi vari.

Le premesse sono ottime, dunque. Purtroppo è la sceneggiatura a difettare, perdendo di definizione nei continui flashback di vent’anni in vent’anni tra la Firenze insidiata dalle mire dei Visconti e la Roma papalina di cui Giovanni de’ Medici diviene il banchiere di fiducia. Anche i dialoghi avrebbero goduto di un editing più pignolo e ci saremmo evitati espressioni come «Lei vende cicuta? La vende anche in forma liquida?» (il tuttofare mediceo allo speziale), oppure di sentir parlare di «autopsia» già in epoca rinascimentale.

In definitiva, se si può apprezzare l’ambizione e lo sforzo dell’operazione messa in campo da Rai Fiction, bisogna ammettere che per competere con il meglio della serialità internazionale c’è ancora un po’ di strada da percorrere.

Veltroni copia Fazio che vent’anni fa s’ispirava a Veltroni

Il fazzismo è il proseguimento del veltronismo con un altro mezzo, su questo siamo tutti d’accordo. Ma se ora Veltroni sbarca in tv e, copiando, vuole prolungare nel tempo il fazzismo, il corto circuito è inevitabile. Anzi, è un corto circuito a doppio senso di marcia perché, nel frattempo, lo stesso Fazio ha mollato il fazzismo e si è dato all’arborismo, che è la sua seconda anima. Fermiamoci un attimo per evitare le vertigini e ricominciamo da capo. Con la messa in onda di Dieci cose, nuovo – come definirlo, varietà? talk show? gioco di società? – programma tratto «da un’idea di Walter Veltroni», la nostra macchina del tempo è andata in tilt. Se ne parla da due giorni per i costi alti (un milione a serata) e gli ascolti bassi (10,89 per cento). E perché non era il caso di «mettergli nelle mani (a Veltroni ndr.) quattro milioni per organizzare una specie di fallimento» (Vittorio Feltri). In realtà, il budget è andato ai produttori di Magnolia e chissà se e quanto ne è arrivato all’ideatore. Caso mai, una volta ascoltata l’idea, la Rai avrebbe fatto bene a stringergli la mano: già vista, caro Veltroni.

Il programma di Rai 1 consiste nella partecipazione di due ospiti che compilano una lista di dieci preferenze (persone film libri luoghi e cibi che vengono evocati, illustrati e commentati con esibizioni). Sabato sera erano Alessandro Cattelan e Gianluigi Buffon, il portiere della Juventus che, in contemporanea, stava giocando cotro l’Udinese. E già questo è uno strafalcione gigantesco. La contemporaneità non è l’ubiquità degli ospiti, ma è proprio su questa che Dieci cose cade rovinosamente. Per dire: c’era anche la campionessa paralimpica Bebe Vio alla vigilia della partenza per partecipare allo «State dinner» di Obama, ma al momento della registrazione, non se ne sapeva nulla.

La moda delle liste iniziò vent’anni fa con i libri di Nick Hornby e ebbe diverse applicazioni prima nella Rai 2 di Carlo Freccero (Anima mia di Fazio e Baglioni, 1997), poi sempre con Fazio, stavolta spalleggiato da Saviano, in Vieniviaconme (Rai 3, 2010) e Quello che (non) ho (La7, 2012). Soprattutto quella firmata con Saviano era tv pedagogica, fortunatamente tramontata. Anche Fazio ne ha preso le distanze, rinnovando il suo format con il «bar show» di Che fuori tempo che fa, un gruppo di ospiti che cazzeggia attorno a un tavolo parlando di libri, film, tv, umanità varia. Per questo un anno fa ha riscoperto Nino Frassica, il più arboriano dei comici, e ora ha sostituito autori storici come Duccio Forzano e Pietro Galeotti. Che ora, invece, firmano Dieci cose. Dove c’era il tavolo con gli ospiti, ancora in versione pedagogico-moraleggiante, ed è comparso pure Frassica. Che la Rai sta, colpevolmente, spalmando ovunque. Dieci cose, ritorno al passato.

Chiambretti a «Matrix»: meno circo ma poca convinzione

La prima notizia è che non c’è Cristiano Malgioglio, almeno per ora. Ma la seconda è che c’è ancora il cromatologo Ubaldo Lanzo che, quanto a eccentricità, ha pochi rivali. Alla fine però pare, meglio dirlo con cautela, che il classico circo di maschere di Piero Chiambretti sia stato ridimensionato. Ci guadagna il racconto, o come si dice oggi, la narrazione di Matrix Chiambretti, nuovo esperimento di rotocalco leggero in cui il conduttore ha… un filo conduttore (Canale 5, venerdì, ore 23.30, share dell’8,42 per cento). Certo, c’è sempre l’ammiccamento gossipparo tipico della pruderie chiambrettiana, le foto di donnine, i magazine e i social voyeuristi che impazzano sul web come un tempo sui tavoli dei parrucchieri. Se poi il protagonista della serata è il fresco ottantenne Lino Banfi, ecco che la connessione con gli anni d’oro della commedia scollacciata degli anni Ottanta non ha bisogno di un wi-fi troppo sofisticato.

Tuttavia, stavolta, c’è un tema centrale, venerdì sera era l’inferno (sulla scorta dell’uscita del film di Ron Howard), attorno al quale sono stati convocati gli ospiti, da Naike Rivelli a Patrizia De Blanck, da Lucrezia Lante della Rovere a Marina La Rosa, la Gattamorta del primo Grande Fratello, da Adamo Cirelli, «messaggero degli angeli», alla scrittrice Isabella Santacroce. Lo sconfinamento nel borderline mediatico è compiuto. Per il resto, le interviste Chiambretti le ha sempre sapute fare. Quando alla buona documentazione, grazie al lavoro di Tiberio Fusco, si unisce la verve ironica del conduttore il risultato è sicuro. Si scopre da un omaggio a Dario Fo che Lino Banfi è autore di versi in rima e che al suo ottantesimo compleanno ha trovato modo di presenziare pure Virginia Raggi. Approfittando di Banfi, anche Mediaset mostra la qualità del suo archivio, la prima apparizione su Canale 5 del comico pugliese a Risatissima («Se devi andare a Canale 5 vai a Milano 2, se devi andare a Italia 1 vai a Milano 3, se devi andare da Berlusconi vai in Brianza»). Clemente Mastella compare nell’inedita veste di critico cinematografico alla Festa del Cinema di Roma. Provocato dal conduttore, Vauro commenta il presenzialismo di Matteo Renzi, «un uomo solo al telecomando?». «A Renzi io direi che è solo un uomo», taglia corto il vignettista satirico.

Insomma, gli spunti non mancano. Ma la sensazione è che per l’ex Pierino il marchio del programma, in sinergia con le serate condotte da Nicola Porro, sia un vincolo oltre che una via di fuga dalla parte più effimera delle sue produzioni recenti. Rimane il dubbio su quanto lui sia convinto di questa versione light.

La Verità, 15 ottobre 2016

«Nemo» ondeggia tra «Vice» e papa Bergoglio

D’accordo, c’è qualche caduta, qualche proposta poco credibile (Francesco Facchinetti che preconizza l’Italia del 2050). E c’è qualche lungaggine, qualcosa che rende il copione eccessivo e ridondante (l’astrofisica e scrittrice Licia Troisi che catechizza il ragazzino). Ma è, in sostanza, una questione di tempi e di coraggio di tagliare. Per il resto, evviva: malgrado gli ascolti bassi, appena il 3,79 per cento, per l’esordio di questo Nemo – Nessuno escluso (Rai 2, mercoledì, ore 21.15), penalizzato da una comunicazione timida e dalla difficoltà di accendere una rete piuttosto spenta in generale e, come tutta la tv, lontana dai giovani ai quali si rivolge il programma ideato da Alessandro Sortino e condotto in modo atipico da Enrico Lucci e Valentina Petrini, ex inviata di Piazza pulita (produzione FremantleMedia). Soprattutto la presenza di Sortino e Lucci, iene storiche, fa pensare a una sorta di spin off del programma di Italia 1, di cui ha qualcosa di meno e qualcosa di meglio. Anzi, forse proprio nel suo essere meno, nel suo togliere, c’è proprio il meglio del programma perché in quello spazio si apre la possibilità di qualcosa di più, quel «nessuno escluso» dal vago sapore bergogliano. Sortino, Lucci e la Petrini sfrondano lo ienismo, quel mix di moralismo allo stato brado, di sberleffo, di giustizialismo da messa all’indice laico, di foia d’incastrare il malvagio e il trafficone, dando via libera ad un’altra predisposizione culturale e anche sentimentale: la voglia di conoscere e di capire, esemplificata dalle domande poste in coro dal pubblico all’ospite che fa il suo ingresso sul palco. Chi sei? Da dove vieni? Che fai?

Nella prima puntata c’erano quattro o cinque servizi che valevano la serata. Lucci e le bambine da concorso spronate dalle madri arriviste e vanesie. I due filmaker Davide e Matteo che, grazie al crowdfunding, s’imbarcano su una nave che pattuglia il Mediterraneo per salvare i migranti. Il reportage senza pregiudizi di Selenia Orsella tra i cattolici che sui litorali salentini abbracciano i giovani turisti tentando di aprire un dialogo su Gesù. Il servizio di Valentina Petrini che racconta gli italiani che si arruolano nell’esercito russo e il successivo dialogo con Domenico Quirico, inviato di guerra della Stampa. L’inchiesta su Tor Bella Monaca di Daniele Piervincenzi e la confessione di un ragazzo che si definisce «una cicatrice che cammina». Queste e altre cose, tutte inedite, proposte con uno stile da documentario-testimonianza che avvicina Nemo più al giornalismo di Vice che a quello delle Iene.

La Verità, 14 ottobre 2016

Crozza pesca «Meraviglie» nel subconscio collettivo

Maurizio Crozza è tornato in ottima forma nel suo Paese delle meraviglie per l’ultima stagione su La7 (venerdì, ore 21.20, share del 7,3 per cento con 1,8 milioni di telespettatori): da gennaio sarà sul canale Nove. In verità, l’altra sera l’avvio è stato un po’ lento – «devo rompere il ghiaccio, raga» – con le quattro sfumature di Alessandro Di Battista, nuovo supereroe del Movimento Cinque Stelle: quella patetica, quella precisina, quella sbarazzina, quella accorata, tutte varianti della paraculaggine. Dopo un passaggio sulla tendenziosità del quesito referendario si è soffermato sul presenzialismo televisivo di Renzi («in confronto Berlusconi era Mina»). Mano leggera, però: il Crozza militante è quello della copertina di DiMartedì, dove si è ritagliato uno spazio da editorialista satirico (esempio: «Renzi ha detto che il referendum si vince con i voti di destra. Una cosa che avrebbe potuto dire Brunetta. Allora, Renzi, vuoi fare il Ponte sullo Stretto, il tuo migliore amico è Verdini e parli come Brunetta: ma nel Pd ti hanno adottato? Qualcuno ti ha abbandonato in una cesta sulla porta del Nazareno?»). Nel Paese delle meraviglie, invece, servono un registro narrativo e una galleria di finzioni che rappresentino lo spirito del momento.

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Il primo pezzo forte della serata è stato Paolo Sorrentino, il regista premio Oscar de La grande bellezza, nel quale Crozza accentua l’aria annoiata e un certo atteggiarsi intellettuale: l’incomprensione «per questo filone di film con la trama», la parlata lenta, le dita che stropicciano gli occhi. Alcune espressioni sembrano destinate a diventare tormentoni («c’è una suora nana che fuma»). Ancora più indovinata, forse, la parodia di Napalm 51, nome d’arte di un hater del web, il «webete» di conio mentaniano, che se la prende con tutti, da Morandi a Jovanotti, da Gino Strada ad Alex Zanardi. Il comico lo interpreta come un reduce di guerra («modero la pagina Facebook degli ex combattenti in Iraq»), manganellatore rabbioso, capello color rame e baffi a manubrio, immerso nella bolla della Rete e pronto a sfoderare l’alibi di qualche complotto appena tenta di passare dalla realtà virtuale alla realtà reale. Sono forzature, in qualche caso neanche tanto, come devono essere le caricature. Ma la genialità di queste maschere sta nella fantasia con cui vengono individuate. Di Battista, Sorrentino, Napalm 51 come il cuoco vegano o Joe Bastianich non sono personaggi pop, ma appartengono a un pantheon colto e laterale, adatto al pubblico di La7. L’originalità sta nel pescarli dal subconscio collettivo grazie a una buona dose di curiosità e di stupore, mix vincente delle «meraviglie». Rendendoli poi caricaturalmente credibili con l’esasperazione dei tic, la forza dell’esagerazione, il gusto del grottesco. Vedremo come andrà quando il contesto sarà diverso, sul canale Nove.

 

La Verità, 9 ottobre 2016

Santoro abbandona l’antagonismo e prova a esplorare

È un Michele Santoro diverso, più votato alla ricerca che alla denuncia, quello che si è visto in Italia, primo di quattro appuntamenti bimestrali (Rai 2, ore 21.15). Lo share dell’8,1 per cento (1,7 milioni di telespettatori), non eccelso considerata la modesta concorrenza in campo, segnala la difficoltà a seguire una trama di due ore e mezza piuttosto articolata. La prima diversità che segna il cambio di registro è l’assenza di Marco Travaglio (presente tra il pubblico), sostituito come corsivista da Tomaso Montanari, storico dell’arte, blogger. Dal linguaggio antagonista che aveva al centro la politica si è passati a una narrazione più costruttiva che guarda alla società nel suo complesso. Saldato l’ultimo conto e rigettate le accuse di aver favorito Berlusconi alle ultime elezioni, ecco il docufilm Tutti ricchi (per una notte), aggiornamento del Tutti ricchi di qualche anno fa. Ora c’è la crisi, ma a Dubai, tra gli ospiti del Billionaire di Flavio Briatore e nei locali di Ibiza, si inseguono i soliti idoli: soldi, successo, sesso, sballo. È la gerarchia dominante tra i giovani: solo che oggi tutto è più effimero. Gli strumenti d’ingaggio sono le droghe chimiche o sintetiche, oppure quelle virtuali e digitali, i selfie con i vip, la popolarità sui social network (esemplari le interviste alle fashion blogger, addict di Uomini e donne). Santoro dissemina d’indizi la sua ricerca e a un certo punto compare un Lele Mora, quasi irriconoscibile, impegnato nel volontariato, che attacca Fabrizio Corona. La fotografia della dissoluzione giovanile dell’ultimo spezzone di Ibiza è disturbante: non bastano le buone azioni dei sindaci Giuseppe Sala e Luigi De Magistris a compensare. Gli ospiti sono parte di una docufiction: prima il riscatto del rapper Salvatore Bandog, poi la passione dell’attore Mimmo Borrelli. Fino alla «redenzione» con la resilienza di Alex Zanardi, il campione paralimpico rinato dopo il drammatico incidente automobilistico.

La Verità, 7 ottobre 2016

Su Italia 1 Alvin studia da Cattelan

«La musica non è mai stata così divertente»: era questa la promessa un tantino iperbolica di Bring the Noise, il nuovo programma di Italia 1 condotto da Alvin e tratto da un format inglese (mercoledì, ore 21.15, share del 6,94 per cento). Esagerazioni a parte, inevitabili nel lancio di uno show che si prefigge di recuperare il pubblico giovanile, bisogna ammettere che il divertimento c’è. Adrenalina, tormentoni, bolgia, anche caciara a volte. Alvin è il conduttore-animatore del gioco che si svolge attraverso prove che vedono in competizione due squadre di quattro concorrenti ciascuna. L’altra sera erano Paola Barale, Katia Follesa, Jack LaFuria dei Club Dogo e Francesco Cicchella da una parte, Mercedes Henger, Francesco Facchinetti, Andrea Pucci e Fabio Rovazzi dall’altra. Le sfide consistono nell’indovinare il titolo di una canzone attraverso il ritornello cantato al contrario, o urlato dentro un catino pieno d’acqua, oppure ascoltando il testo pronunciato dalla voce di un navigatore satellitare, o leggendo il labiale del compagno di squadra dietro il cristallo di una cabina con isolamento acustico. I concorrenti devono anche esibirsi ballando e cantando in playback un brano pop famoso, giudicati dall’insindacabile Alvin. La riuscita del game dipende in gran parte dalla capacità del conduttore di diffondere l’adrenalina della festa e dalla disinvoltura con la quale gli ospiti accettano la presa in giro (Rovazzi è stato massacrato tutta la sera). Non ci sono altri obiettivi che il divertimento puro, due ore di giochi musicali, nell’occasione intervallati dalle battute sempre in agguato di Andrea Pucci. Immancabile l’esibizione canora di un prete che ha trasformato l’«andiamo a comandare» di Rovazzi in «andiamo a confessare».

Anna Tatangelo e Alvin provano la seconda serata di «Bring the Noise»

Anna Tatangelo e Alvin provano la seconda serata di «Bring the Noise»

Dopo una puntata si può dire che l’impianto si regge sulla comunicativa contagiosa di Alvin, alla prima conduzione di un programma tutto suo dopo una lunga gavetta come spalla nella quale, soprattutto da inviato dell’Isola dei Famosi, aveva già dimostrato le sue potenzialità. Meno forbito e forse meno raffinato, ma con la stessa versatilità e spontaneità nel gestire i momenti dello show e gli ospiti sul palco, Alvin può rappresentare la risposta di Mediaset ad Alessandro Cattelan di Sky. Attenzione a non bruciarlo, però: per questo forse sarebbe stato più opportuno un avvio in seconda serata. Ma tant’è, la musica è divertente. Sul non esserlo «mai stata così tanto», invece, va ricordato Furore con Alessandro Greco, di cui Bring the Noise è una versione altrettanto coinvolgente, ma più moderna.

La Verità, 1 ottobre 2016

Fazio ha due anime, la migliore ha inventato il bar show

Fabio Fazio, prendi due e paghi uno (verosimilmente salato). C’era una certa attesa per l’esordio stagionale del programma di Rai 3 nella versione lunga con l’abbinamento dei due formati: il tradizionale Che tempo che fa e il più innovativo Che fuori tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20). Il risultato è discreto anche se non folgorante, dopo una sola serata un po’ di rodaggio va concesso. L’inizio alle 20 con l’anteprima (share del 7,22 per cento), poi il prologo di Fazio, le interviste e il monologo di Luciana Littizzetto (12,07 per cento) e, a seguire, il talk con più ospiti allo stesso tavolo (9,7) creano un primetime insolito e una certa eterogeneità di clima e di linguaggi. Prima c’è quello dell’informazione e delle interviste, poi quello del cazzeggio tra amici. Per provare a fondere i due formati, il conduttore ha introdotto alcune novità nella squadra degli autori, nella regia, nello studio, ora sui toni del blu, e anche nel coinvolgimento delle partner abituali, la Littizzetto che ricompare a fine serata e Filippa Lagerback, promossa al tavolo degli ospiti con diritto di parola. Massimo Gramellini avrà invece un suo programma al sabato sera.

Fabio Fazio con Nino Frassica, punto di forza di «Che fuori tempo che fa»

Fabio Fazio con Nino Frassica, punto di forza di «Che fuori tempo che fa»

Michael Phelps e Lucia Pergolizzi, in arte LP, erano gli ospiti della prima parte e bisogna riconoscere che solo Fazio riesce ad avere personalità e artisti di questo livello internazionale. Al più grande nuotatore di tutti i tempi ha chiesto: «Che piacere c’è a ripetere lo stesso gesto all’infinito?». «È stato calcolato che la perfezione si raggiunge ripetendo lo stesso gesto fino a 10.000 volte», è stata la risposta. Tra ovazioni e filmati di trionfi, «lo squalo di Baltimora» si è persino commosso, e anche questo è un piccolo scoop. All’insegna della leggerezza la seconda parte della serata, felice intuizione della scorsa stagione. In pratica, Fazio ha inventato il bar show o, se si preferisce, il bar spettacolo. Nel quale lui è il barman, l’impagabile Nino Frassica, Fabio Volo e il filosofo della situazione Gigi Marzullo sono gli habitué, e gli ospiti della singola serata – domenica Lino Banfi, Paolo Rossi, J-Ax (tutti con libro in promozione), Fedez e la campionessa di scherma Rossella Fiamingo – sono i clienti di passaggio. Come detto, si tratta di due programmi con toni e linguaggi differenti. Del resto, lo documentano anche il nome e cognome, in Fabio Fazio convivono due anime, quella goliardico-arboriana di Fabio e quella moralistico-savianesca di Fazio: basta cambiare una consonante e cambia tutto. Per fortuna, come dimostra anche il ritorno di alcune imitazioni, ha vinto la prima delle due componenti, più morbida e affabile, mentre quella più ideologica si sta stemperando anche nelle interviste agli ospiti. Andando avanti, i due programmi dovranno e potranno fondersi. Intanto, prendi due e paghi uno.

La Verità, 27 settembre 2016