Ancora due o tre cose sulle Iene

Le Iene sono andate in letargo. Qualche settimana, non di più, e a gennaio torneranno a ridere e graffiare su Italia Uno. Pochi giorni per rivisitare la squadra, dopo l’addio con look discutibile, di Ilary Blasi. Nel pensatoio di Davide Parenti si sta lavorando per rifinire la formula e scegliere i nuovi protagonisti. Cambierà solo la showgirl o verrà avvicendato anche Teo Mammucari? E il Trio Medusa rimarrà al suo posto a sbertucciare in voce i due frontman o lasceranno anche loro (la perdita della Gialappa’s non è facilmente colmabile)? Tutto è possibile. Al posto di Ilary circola il nome di Belén Rodriguez e potrebbe pure essere la nomination giusta se la modella argentina conquistasse la disinvoltura linguistica necessaria per reggere le provocazioni dei partner. Prima di battezzare qualcuno, però, conviene riflettere, Parenti e soci sono inclini ai colpi di scena. Per esempio, tanto per fare qualche nome a caso: Geppi Cucciari, Selvaggia Lucarelli, Melissa Satta non potrebbero funzionare? Di ipotesi se ne possono fare tante… Bisogna trovare il mix giusto tra giornalismo, inchieste, cazzeggio in studio e moralismo dilagante (come antivirus non basta Filippo Roma travestito da Moralizzatore col ditino alzato all’inseguimento di qualche vittima consenziente).

Intanto, ciò che più conta, è che, aldilà di complessi tentativi di contaminazione con altri format, Le Iene continuino a produrre servizi, inchieste e reportage di qualità. Nell’ultima puntata, per dire, quello di Matteo Viviani sulla donna analfabeta che vive a Mondragone nella miseria più nera, in condizioni igieniche repellenti, ignora la sua stessa età ed è dimenticata dai servizi sociali, valeva l’intera serata e compensava anche un’intervista a Luciano Moggi di cui non si avvertiva il bisogno. Oppure,  un paio di settimane fa, il viaggio di Nina in treno con una famiglia di Aleppo, madre e due ragazzi, in fuga dall’Isis, e il reportage di Pelazza da Kacanik, paesino di 30mila abitanti del Kosovo, dove vengono reclutati i foreign fighters che partono per la Siria, spiegavano il dramma dei profughi e il sistema di arruolamento dei jihadisti più di decine di talk show infarciti di politici ed esperti.

Lunga vita al giornalismo delle Iene, almeno quando non è schierato come avviene sui temi che toccano Chiesa e Vaticano. Il buon giornalismo è proteine per la tv di qualità. Per il contorno, i balletti e le gag in studio, qualche soluzione si troverà.

Un paese di donne eroine e uomini infidi

Ci sono dei buoni contenuti professionali nella serie trasmessa in queste settimane da Raiuno che l’altra sera ha superato negli ascolti un big-match di Champions League come Barcellona-Roma (5,3 milioni di spettatori e il 20,72% di share per la fiction Questo è il mio paese di Raiuno, 4,5 milioni e il 16,27 per la partita di calcio su Canale 5). C’è del buon mestiere: conoscenza dei meccanismi narrativi, recitazione, una location indovinata e, soprattutto, c’è una storia italiana credibile, con le conflittualità pubbliche e private del nostro tempo. Niente di rivoluzionario, per carità. Niente di sconvolgente: un prodotto – di Cross productions – spendibile e vedibile su Raiuno, confortato da discreti risultati di audience.
Siamo a Calura (nella realtà Vico del Gargano), splendido paesino del sud arroccato sulle colline a strapiombo sul mare, soggiogato dalle trame delle famiglie mafiose. A far esplodere il contrasto tra bellezza del posto e malvagità umana è il ritorno di Anna (Violante Placido) che qui, da adolescente, aveva vissuto grandi amicizie e ora, docente di economia senza cattedra, ha convinto a cambiar vita il marito ingegnere (Fausto Sciarappa) e i tre figli, la più grande dei quali (Valentina Romani) inizia a filare col misterioso Cosimo (Cristiano Caccamo), primogenito di un potente latitante. Subito le vecchie amiche coinvolgono Anna in una lista civica finché, causa la malattia di Emilia, l’ex docente si ritrova sindaco in prima linea contro le connivenze tra i politici (Ninni Bruschetta) e la criminalità. Inevitabile che gli equilibri familiari siano messi a dura prova. Anche perché dal passato riemerge Corrado (Francesco Montanari), passione di gioventù mai definitivamente rimossa, e ora potente imprenditore in buoni rapporti con il capoclan locale (Michele Placido).
La sceneggiatura firmata da Sandro Petraglia e Elena Bucaccio e la regia di Michele Soavi ci portano nelle iniziazioni mafiose con rito pseudoreligioso e nelle processioni con la statua del santo portata a braccio dagli incapucciati affiliati ai clan. L’intreccio tra i poteri forti locali di cui parecchio si è letto di recente risulta credibile. Anche l’equilibrio tra vicende private e conflitti pubblici è ben bilanciato. Dove il realismo sparisce è nella manichea separazione fra buoni e cattivi della storia. Tra le donne, tutte figure positive, scorrono energia, complicità e spirito di resilienza, mentre gli uomini, salvo rare eccezioni, sono ambigui, vigliacchi, pusillanimi. Un cedimento al politicamente corretto e alle mode post-femministe da cui una fiction originale avrebbe potuto tenersi lontana, risultando certamente meno scontata.

Quantico, la serie che somiglia a un reality

Il nemico è tra noi. Infiltrato, inospettabile, inafferrabile. Ha debuttato nei giorni scorsi su Fox, dopo gran battage promozionale, la nuova serie thriller ambientata a Quantico, sede dell’accademia dell’FBI. Un gruppo molto variegato di reclute viene selezionato per il training che, sotto la guida del vicedirettore (Josh Hopkins) con macchia nel passato da cancellare, le trasformerà in agenti dell’antiterrorismo. L’eterogeneità dei profili è studiata alla perfezione come nei casting dei reality, al preciso scopo di favorire l’intreccio della trama e soddisfare tutte le tendenze e le etnie. C’è la recluta musulmana, arruolata con la gemella, nell’intento di sperimentare una nuova tecnica d’indagine. C’è la bionda benestante, che conserva un reperto dell’aereo esploso l’11 settembre 2001 nel quale hanno perso la vita i suoi genitori. C’è l’agente sotto copertura (Jake McLaughlin), che deve spiare il comportamento della dirigente dell’accademia (Aunjanue L. Ellis). C’è il gay ebreo, con occhiale nerd ma senza piagnistei vittimisti, che marca stretto la collega islamica. C’è il biondino strafottente, deciso a farsi strada per continuare la tradizione di famiglia, ma subito declassato ad analista (chi sa fa, chi non sa insegna). C’è, infine, la recluta asiatica (l’indiana Priyanka Chopra, già Miss Mondo) che odia gli uomini e vuole scoprire chi era davvero suo padre, immediatamente finita al centro dei sospetti.
In un continuo gioco di flashback e flash forward la trama si sviluppa nell’andirivieni tra la formazione in accademia e l’attentato alla Stazione centrale di New York, dalle cui macerie la bella agente si rialza, con l’aiuto degli investigatori veri che la trarranno rapidamente in arresto. Altro trucco narrativo è l’indagine interna tra le reclute, primo test a cui vengono sottoposte, ognuna delle quali deve scoprire un segreto nascosto nella vita di un compagno. L’escamotage è perfetto per tracciare i profili dei singoli e catalizzare il telespettatore.
Creata da Joshua Safran per la ABC, “Quantico” ha nel ritmo e nella precisione dei tempi e della scrittura i suoi punti di forza. Non fosse così sarebbe impossibile stare al passo dei repentini salti temporali nella vertiginosa alternanza di situazioni che mixa action, thriller e storie private. Meno efficaci, invece, il linguaggio e l’ambientazione, forse troppo patinati per rendere l’inquietudine della sindrome post 11 settembre del nemico nascosto in casa.