Montalbano, la Tipo e il tempo sospeso di Vigata

La cosa più sorprendente delle tante che si vedono in una puntata de Il Commissario Montalbano è che ha ancora una Fiat Tipo. Una Fiat Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe quasi da scrivere bleu, come si diceva fino a qualche decennio fa, tanto è vintage. La Tipo è un’auto che ha almeno una ventina d’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese la casa madre ne sta proponendo un nuovo modello che di quella conserva solo il marchio. Quando sulle nostre strade sfrecciava la Tipo, il Muro di Berlino era appena caduto e l’euro era ancora fantascienza, perciò si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. Dunque, quella del poliziotto più amato dagli italiani (ieri ha sfiorato il 41 per cento di share con 10,3 milioni di spettatori) non può che essere una macchina un tantino malandata e con i cerchioni ammaccati. Il padrone non è tipo che si formalizza e bada al sodo. Però, questa cosa della Tipo è divertente perché dà il polso del successo della serie di Raiuno tratta dai libri di Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti. Si fa presto a dire “Montalbano è rassicurante”. In realtà è molto più di questo, perché il poliziotto che tutti invidiamo vive in un tempo e in un luogo particolari, quasi una dimensione sospesa, senza l’urgenza della contemporaneità, considerata dalla critica la categoria discriminante delle fortune di una serie o di un film. Anzi, paradossalmente, proprio la non ricerca delle mode e dell’attualità, è uno dei principali segreti del successo della fiction.

Per dire, arriva la prima interruzione pubblicitaria e veniamo bombardati di spot con i nuovi modelli di Suv e monovolumi, con il sistema uconnect e i portelloni che si aprono con un battito di ciglia. C’è appena stato il Salone di Ginevra e il settore dell’auto è tra quelli che trainano la ripresa. Ma di tutto ciò, giustamente, Montalbano se ne strabatte i cabbasisi. Anche perché a Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, la Tipo mai che finisca in una coda o incroci un’auto che procede in direzione opposta, nelle indagini il suo pilota s’inoltra spesso su strade sterrate e il doppio bluetooth non serve. Per la verità, serve pochino anche il cellulare stesso. In casa, Salvo nostro usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non si vede traccia.

Beato Montalbano. Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa. Invidia: molto anche per quel vivere con lentezza, per quell’assenza di stress, per il tempo sospeso, i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi e nessuna ressa, le nuotate con l’acqua tutta per lui. Come le strade…

 

Mr. Robot, Robin Hood nell’era di Anonymous

Deve ancora partire, qui da noi provincia Italia (su Premium Stories di Mediaset, il 3 marzo), ed è già fenomeno di culto. È la serie più premiata dell’anno, sei statuette tra cui quella di miglior drama ai Golden Globes. Tra download, streaming e visioni da Usa Network, la rete generalista che l’ha prodotta e già rinnovata per la seconda stagione, di Mr. Robot si discute sul web fin dall’estate scorsa. E se ne discute, generalmente, elogiandola ed elogiando il suo creatore, lo scrittore di origini egiziane Sam Esmail. Per dire, l’account Twitter di Wired Italia ce l’ha come foto del profilo e ne parla senza mezzi termini come di “un capolavoro”. Recensioni entusiastiche pure dalle più autorevoli testate americane, New York Times in testa, fino alle riviste specializzate (Hollywood Reporter e Variety).

Mr. Robot è una serie molto particolare, rivolta a un pubblico giovane, di nicchia, a metà tra “Fight club e un hacker movie” (sempre Wired), che ha per protagonista Elliot Anderson, un informatico della cyber securuty di una multinazionale dalla doppia vita. Sociofobico, con tendenze depressive, solitario se non proprio isolato, Anderson (Rami Malek) è un hacker giustiziere, pronto a intervenire per smascherare traffici pedopornografici o proteggere amiche e colleghe dall’ipocrisia di presunti fidanzati. Occhiaia profonde e carnagione meticcia, sguardo timido ma linguaggio inequivocabile, frequenta la notte metropolitana incurvato nell’inseparabile felpa nera con cappuccio, simbolo dell’isolamento ma anche della denuncia del mondo che lo circonda. Alla psicologa confida le ragioni della sua delusione e del suo rifiuto. “Tutti pensiamo che Steve Jobs fosse un grande uomo anche dopo aver saputo che ha fatto miliardi sulla pelle dei bambini. Oppure che i nostri eroi sono dei falsi”. Scorrono le immagini di Lance Armstrong, Bill Cosby, Oscar Pistorius, mentre osserva che “tutto il mondo non è altro che un imbroglio… E noi siamo ridotti ad usare i social media come surrogati dell’intimità”. Senza fare niente di più “perché siamo dei codardi”. Quando viene avvicinato dal misterioso Mr. Robot (Christian Slater) che vuole reclutarlo in un gruppo di insurrezionalisti anarchici, scopre che la sua ribellione è condivisa e può diventare concreta. Mr. Robot fornisce ideologia e pragmatismo alla sua lotta contro la corruzione e lo strapotere delle banche. “Che cosa succederebbe se abbattessimo un grosso conglomerato che possiede il 70% del credito al consumo”, ipotizza il misterioso personaggio. “Se colpissimo il loro datacenter potremmo cancellare tutto il debito che abbiamo con loro… Sarebbe il più grande evento di redistribuzione della ricchezza della storia”. Il conglomerato è la E-Corp, soprannominata Evil-Corp, la multinazionale della quale Anderson protegge i sistemi operativi.

Anarchicheggiante, sentimentale, complottistica e utopistica, basata sull’idea che il mondo sia governato da una cospirazione dell’1% di uomini invisibili, debitrice del caso Snowden, Mr. Robot è la serie più contemporanea in circolazione. Non perfetta, con qualche lentezza e ovvietà nel linguaggio della traduzione italiana. Ma ci sono le multinazionali, i cartelli della finanza, il potere delle banche e della Borsa. E c’è il cyber-anticapitalismo di Anonymous o Occupy Wall Street. “Ero un nerd e stavo tutto il tempo sul mio computer”, ha raccontato Esmail per spiegare la genesi del suo lavoro. “Ero un fan di Steve Jobs, ossessionato da lui. All’inizio sembrava contro Microsoft, poi un giorno l’ho visto insieme a Bill Gates e hanno unito le loro forze. Penso che si vivano molte delusioni quando si tratta dei nostri eroi. Io sono egiziano e sono andato in Egitto dopo la Primavera araba. Quella è sicuramente stata una delle ispirazioni della serie, perché la Primavera araba aveva a che fare con questa gioventù arrabbiata che era stufa del mondo e della società che le stava intorno. Attraverso la tecnologia quei giovani hanno incanalato la rabbia in qualcosa di produttivo e positivo che ha fatto la differenza”.

L’eccessiva presenza di termini tecnici riferiti alla Rete, poteva rendere ostica la serie fuori della cerchia nerd, ma la trama che dosa elementi esistenziali, sociali e sentimentali permette ai più di superare l’ostacolo.  Dando rilevanza socio-politica al web, Mr. Robot riesce là dove ha fallito The Following. E, con il suo protagonista depresso, una sorta di Robin Hood dell’informatica, ci fa compiere un passo nel decennio post-crisi, portandoci finalmente fuori dalla galleria di serial killer, poliziotti corrotti, zombie e avvocati dalla doppia vita.

Vinyl, cioè the wolf of rock’n’roll

Lo sapevo, adesso tutti a dire “avete visto? Vinyl sì che è musica”; “Vinyl è l’anti-Sanremo”; “l’anti-talent”. No, non la metterei giù così dura. Il vero provincialismo non è premiare gli Stadio o invitare Renato Zero all’Ariston (ci son passati anche Elton John, la Kidman, Hozier…), ma giudicare il Festival con il complesso d’inferiorità dello showbiz americano. Se hai i Led Zeppelin invece dei Pooh è ovvio che qualcosa cambi. Non la HBO, ma Sky Italia sapeva quando finiva Sanremo. E ha preparato il lancio su Atlantic con un canale popup sui favolosi seventy. Per il resto, andando al sodo, è sempre televisione, nient’altro che televisione. Sanremo, Vinyl e i talent. Anzi, è persino stucchevole la polemica di Curreri appena premiato.

Per quanto mi riguarda, mi chiedo se, dal punto di vista strettamente produttivo, la serie voluta e prodotta da Mick Jagger e Martin Scorsese non sia in qualche modo debitrice del successo dei talent show. Mi spiego: questi anni di X Factor e American Idol e Amici, show che vogliono creare e affermare nuove star dal nulla e che ci ragguagliano su come funziona il mercato musicale, ci hanno preparato a queste serie con focus narrativo in una casa discografica. La butto lì, provocatoriamente. Non pretendo di aver ragione… Però, visti con gli occhi del marketing, i fan musicali, del rock, dell’hip hop, sono target televisivi, community di telespettatori. Fateci caso: prima c’è stato il successo di Empire, adesso arriva Vinyl, mentre la Apple ha appena annunciato l’esordio nella produzione di contenuti (notizia che meriterebbe un discorsino a parte) con Vital Signs, sulla storia di Dr. Dre e delle sue cuffie Beats.

Qui ci sono i formidabili anni ’70, tanta roba. Musicalmente fondativi. Creativamente e culturalmente incendiari. E basta questo a contestare quelli che dicono “roba per nostalgici”. Vinyl è un tributo a quell’epoca-laboratorio, a quella stagione palingenetica che ha condizionato la musica e l’arte fino a oggi più di ogni altro decennio. Al centro della storia troviamo Richie Finestra, produttore discografico della fittizia American Century Records che, mentre sta per scritturare i Led Zeppelin, tratta per cedere il marchio ai tedeschi della Polygram (veramente esistita). Siamo nel 1973. Il rock si sta ramificando nel punk, nel glam, nel soul. E stare al passo, scoprire i talenti giusti, rintuzzare l’espansione degli Abba e della disco, soprattutto se si è circondati da collaboratori pigri, è impresa complicata. Se poi ci si mette anche il boicottaggio delle radio… Finestra, interpretato da un magnetico Bobby Cannavale (Boardwalk Empire), barcolla pericolosamente tra sesso coca denaro sporco e punk violento, in una Times Square livida, popolata di prostitute e spacciatori, fatta di androni lastricati di siringhe, locali che sembrano gironi danteschi, concerti apocalittici. La mattina all’alba la moglie Devon (Olivia Wilde) reclama il suo mancato rientro e lui si rassetta per sedersi al tavolo della trattativa con gli ostici manager germanici. I Led Zeppelin svaniscono in uno dei tanti contrasti ideologici (“mai con una casa discografica di nazisti”, sbraita il manager) che intarsiano il racconto. E, pencolante sul precipizio psicotico-finanziario, Finestra striglia i talent scout, trovando riflessi pronti solo nella ragazza dei panini (Juno Temple), incuriosita dai Nasty Bits, band emergente il cui leader nichilista ha il volto bistrato di James Jagger. Riuscirà il tormentato produttore a tenere insieme affari, famiglia, musica e amici?

Si diceva:  anche Vinyl è solo tv. Forse più cinema che tv. Come lo chiamate un episodio di 108 minuti, trasmesso senza interruzioni pubblicitarie? Come lo chiamate un pilot con centinaia di comparse? Un lavoro voluto pensato e prodotto dal leader dei Rolling Stone che fin dall’inizio voleva farne un film, diretto da Scorsese e scritto da Terence Winter? I confini tra cinema e televisione si sono assottigliati da tempo. Qui sembrano spariti. Con Scorsese, tutto torna. Soprattutto il sodalizio con Winter, già collaudato nel primo episodio di Boardwalk Empire e in The Wolf of Wall Street. Con l’aggiunta del gusto per il maledettismo di Jagger, Vinyl è la trasposizione nel decennio del rock delle perversioni viste con DiCaprio a Wall Street. Scorsese è regista da saga violenta (Gangs of New York) e da discesa agli inferi (Taxi driver), più incline a soffermarsi sulla dissoluzione e il nichilismo che sugli albori creativi delle epoche rappresentate. Vedremo se i prossimi episodi, curati da altri autori, saranno coerenti con questa lunga introduzione.

Elii narcisi e autori didascalici nel Festival tuttigusti

Giancarlo Leone Ha speso energie e risorse fino all’ultima stilla. Trasformando il Festival in un kolossal. All in: star internazionali, cantanti e comici nazionalpop, momenti commoventi, reunion storiche… Il Festival della quantità. Portarlo a casa alla vigilia dell’uscita con gli occhi puntati dei nuovi vertici non era facile. Non moriremo democristiani. 6,5

Carlo Conti Direttore artistico e conduttore uguale allenatore  giocatore. Conti fa l’uomo Rai e il presentatore, illustra il regolamento e chiama gli applausi. Perfetto per il Festival tuttigusti. Le famose “idee di fondo” le abbiamo già contestate in passato. Vedi il Festival della bellezza di Fazio. Meno accentratore di Baudo, ma disinvolto anche nelle curve pericolose come lui. 7,5

Elio e le storie tese Se hai loro in gara hai vinto. Il gruppo più elitario e di rottura della musica italiana. Dopo La terra dei cachi e La canzone monotòna cosa potevano fare? Vincere l’odio (“Se mi guardi con quel sguardo dentro agli occhi io ti sfido a innamorarmi di te”) è un catalogo di eccessi, un’esibizione di virtuosismi, un esercizio autoreferenziale. Fuori luogo. 4

Maurizio Pagnussat Al secondo anno di regia all’Ariston sembra più padrone della situazione. Tempestiva l’inquadratura di Campo Dall’Orto quando Panariello ha citato Renzi: “Ma perché, lui c’ha interpellato noi italiani per fa’ il presidente del Consiglio?”. Controllo, dinamismo, disinvoltura tra primi piani, panoramiche, controcampo. Una regia agile che valorizza la profondità della scenografia. 6,5

Autori Festival fin troppo scritto. E molto letto dal gobbo. Avendo Garko e la Ghenea forse conveniva sfrondare quelle presentazioni didascaliche dei cantanti. Ed evitare certi intermezzi telefonati nel tentativo, non riuscito, di sciogliere l’impaccio e giocare con l’autoironia. 4

Leosini e Annibali, due donne contro?

L’attrazione fatale dei giornalisti di razza è, generalmente, tuffarsi nelle situazioni impervie. È qualcosa d’istintivo, di paragonabile alla tentazione di maneggiare la bomba a mano ancora inesplosa. Franca Leosini, la lady omicidi della televisione, ha fatto di questa attrazione la sua mission. Da quattordici anni il suo programma su Raitre s’intitola Storie maledette ed è tutto chiaro. Lei è diventata un’icona, un mito del popolo del web, un cult dell’intellighenzia come pure dello spettatore comune con la passionaccia per la cronaca nera. “Vado a incontrare persone che sono come me e come lei – ha detto a Silvia Fumarola di Repubblica – ma che sono cadute nel vuoto di una maledetta storia”. I buchi neri dell’anima. I gorghi della psiche. Un raptus improvviso che esplode dopo essersi coagulato nel profondo. Un atto violento che affiora da un’ossessione. Una vendetta causata da una lunga repressione. Niente professionisti del crimine, assassini seriali, capiclan. “Persone che non rifarebbero più quello che hanno fatto”, sottolinea.

In questo ciclo di incontri appena concluso e per la prima volta in prima serata, Leosini ha intervistato Rudy Guede, lo studente ivoriano condannato a sedici anni per la partecipazione all’omicidio di Meredith Kercher, accusa che rigetta in toto; Celeste Saieva,  la “mantide religiosa siciliana” condannata a trent’anni per l’omicidio del marito, Michele Cangialosi, per il quale si proclama innocente; Luca Varani, che deve scontare vent’anni per aver fatto sfregiare con l’acido l’amante Lucia Annibali. Soprattutto quest’ultima intervista (titolo: Quando l’acido ti sfregia l’anima) ha suscitato parecchie polemiche, sulla scorta delle dichiarazioni del procuratore di Teramo Manfredi Palumbo, che ha giudicato inopportuna la sua messa in onda. Varani, in effetti, non aveva finora risposto alle domande dei magistrati, mentre lo ha fatto a quelle di Leosini, dando così la stura a interrogazioni parlamentari e reprimende varie.

Ovviamente, con sommo disappunto dei censori, l’intervista è andata regolarmente in onda, con tutta la sua carica evocativa e i suoi contenuti da acquisire agli atti processuali. Leosini è stata ipnotica e suadente, come al solito. Forse una certa gratificazione per la fama conquistata anche sui social traspare nella lunghezza di quelle che, più che domande, sono lunghi raccordi narrativi davanti ai quali l’intervistato riesce a dire poche cose. La conduttrice paragona il suo programma a una “seduta di analisi”, in cui “rubo l’anima per poi restituirla”. È la funzione psico-sociale di Storie maledette (“La lettura del Paese attraverso i delitti è interessante…”, ha spiegato sempre a Repubblica). Noi telespettatori seguiamo questa seduta per una certa attrazione morbosa e per l’abilità dell’analista. Ma anche, con un inevitabile effetto collaterale catartico, per sgravarci la coscienza dei nostri turbamenti, generalmente più soft di quelli rappresentati.

Al termine della lunga intervista, frutto come tutte di una preparazione maniacale, Varani ha detto che “se un giorno Lucia potrà perdonarmi, potrebbe fare bene anche a lei. E certamente la sua richiesta arriverà alla vittima. La quale in un articolo sul Corriere della Sera, ha spiegato le ragioni del suo rifiuto a vedere il programma:  “Da tempo, ormai, le mie orecchie sono diventate sorde alle parole di quell’uomo… Io c’ero mentre vivevo nel terrore, ed ero lì le volte in cui sarei potuta morire… Non ho bisogno che qualcuno mi racconti com’è andata, o che mi spieghi che cosa ho provato in quei momenti”.

Difficile che la mission del giornalismo collimi con la sensibilità delle vittime, se vive. Però la richiesta di perdono di Varani c’è.

Che fuori tempo che fa, meglio il varietà del pulpito

Una delle cose migliori di questa edizione di Che tempo che fa è la sigla pescata da Fazio e dai suoi autori in un disco di Sam Cook del 1962. S’intitola Twistin’  The night Away e sprigiona energia allegria leggerezza. Di cose belle in questa annata del programma di Raitre, la quattordicesima, ce ne sono parecchie, in particolare nell’edizione del sabato, Che fuori tempo che fa. Innanzitutto la riscoperta comica di Nino Frassica, un fuoriclasse assoluto. Se c’è un esempio dell’essere felicemente fuori tempo è il Frassica del sabato sera. Solo il siparietto del finto Rischiatutto vale la serata e a Fazio la palma della miglior trovata dell’anno. Ma l’antologia delle gag e dei calembour meriterebbe un pezzo a parte. Un filo più didascalica è la presenza di Fabio Volo che ha bisogno di tempi più lunghi, vedi intervista a Tarantino. Promettente anche la partecipazione fissa di Gigi Marzullo, come quella di Maurizio Ferrini, anche lui come Frassica un’invenzione di Arbore. Sabato tra gli ospiti c’erano Fausto Brizzi, autore di Ho sposato una vegana, purtroppo, accompagnato da Claudia Zanella, attrice, nonché la vegana in questione, giustamente bersagliata per l’integralismo tipico di chi sceglie questa filosofia non solo alimentare. Tanto più che, oltre a Katia Ricciarelli – s’intuisce una buona forchetta – l’altro ospite era lo chef Massimo Bottura, fresco vincitore di un importante premio europeo. Come s’immagina, tenere l’equilibrio tra palati così diversi non era facile, ma tra il serio e il faceto, terreno in cui dà il meglio, Fazio ci è elegantemente riuscito. In questi casi, quasi sempre, il problema si pone alla fine dello show, quando torna in campo Massimo Grammellini.

Il fatto è che in Fazio convivono due anime. Quella leggera goliardica arboriana, e quella moralistica savianesca. A volte si combinano armonicamente, come accadde in Vieni via con me (ma erano anni di polemiche e conflitti culturali accesi). Altre volte no. Fateci caso, anche nel nome e cognome di FF sono presenti queste due anime. Basta il cambio di consonante dall’uno all’altro per trasformare la morbidezza e l’affabilità di Fabio nel suono tagliente e allusivo di Fazio. Tenere in equilibrio queste due componenti non è cosa facile. Quando c’erano direttori come Angelo Guglielmi (Diritto di replica) e Carlo Freccero (Quelli che il calcio, Anima mia) veniva meglio. Ora si va per tentativi. Fazio ha sempre avuto bisogno di un partner, una sponda a cui mandare la palla. Claudio Baglioni, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto. Con la quale si registra il sodalizio più duraturo, forse proprio perché le performance di Luciana estremizzano in chiave satirica il suo lato leggero-graffiante. Quello che lui esibisce nel breve monologo d’inizio puntata.

Da qualche anno nel programma è cresciuto il ruolo di Gramellini, editorialista e vicedirettore de La Stampa, un fuoriclasse del corsivo. Il suo Buongiorno vanta, come La Settimana enigmistica, innumerevoli e vani tentativi di imitazione. Solo che, in televisione, i corsivi possono risultare un filo pedanti (memorabile l’imitazione di Checco Zalone). Dipende soprattutto dal contesto. Nella nuova versione misto-talk, con tanti ospiti, alcuni fissi, a chiacchierare e cazzeggiare al tavolo come tra amici, Che fuori tempo che fa è un concentrato di energia e spensieratezza che potrebbe persino durare più dell’ora e mezza canonica.

Un vero varietà, senza aggiunte. Alla maniera dell’arboriano Quelli della notte. Gli interventi di Gramellini sono due, uno all’inizio, Le parole della settimana, che, con qualche inevitabile alto e basso, sono un buon avvio dello show. E uno alla fine, L’ultima parola, che però arriva a chiudere come una parentesi un po’ forzata il fermento della puntata. A quel punto Che fuori tempo che fa diventa, purtroppo, un varietà con uso di pulpito. Il problema è che Gramellini, oltre che coautore, è anche co-conduttore…

Come si spiega il flop di 1992 su La7

Domenica scorsa la serie 1992 su La7 ha fatto registrare nel primo episodio l’1,20 per cento di share (343mila telespettatori) e l’1,42 per cento nel secondo (314mila). È il punto più basso toccato dalla fiction ideata da Stefano Accorsi e prodotta da Wildside per Sky Italia (che la trasmise in primavera) dopo i primi due appuntamenti, iniziati al 3,10 per cento (815mila nel primo episodio e 650 nel secondo), scesi al 2,62 nel secondo (meno di 600mila spettatori) fino allo spostamento nella programmazione dal venerdì alla domenica.

I bene informati dicono che l’editore Urbano Cairo sia alquanto contrariato per questi dati che frenano la risalita negli ascolti in atto a La7 con conseguente benefico influsso sulla raccolta pubblicitaria (+10 per cento in dicembre e segno positivo anche in gennaio). Ma che lo sia altrettanto, se non di più, perché i dieci episodi della serie, spalmati su cinque serate (e chissà se, a questo punto, si arriverà alla fine), sono costati 3 milioni e mezzo, in pratica 700mila euro a serata. Una cifra pagata dalla precedente proprietà (Telecom Italia Media) che si avvicina parecchio ai costi medi di una fiction per Raiuno o Canale 5 (circa 800mila euro a serata) con altri risultati.

A questo punto viene da chiedersi come mai una serie accolta con favore al suo esordio su Sky stia invece naufragando appena preso il mare aperto della tv generalista.

Formulo schematicamente alcune ipotesi esplicative di questa differenza di rendimento secondo scuole di pensiero diverse, lasciando ai lettori di scegliere la o le preferite.

  1. Sky gode di un pregiudizio positivo da parte della stampa specializzata che elogia a prescindere ogni sua produzione.
  2. Realizzare uno show per un pubblico di nicchia, istruito e d’élite, è molto più facile che accontentare una platea di massa.
  3. Ogni prodotto ha bisogno di un “ambiente” che la traini, di un clima culturale che la favorisca. Sky è brava a instaurarlo per i suoi show mentre le tv generaliste non ci riescono.
  4. Ora che siamo immersi in grandi crisi internazionali (e i talk show si occupano d’immigrazione, terrorismo e banche), quella di Tangentopoli risulta un’epoca psicologicamente lontana.
  5. Buona parte dei telespettatori abituali di La7 sono anche abbonati a Sky e, semplicemente, hanno già visto, o almeno adocchiato, la serie.

Sono curioso di conoscere la vostra opinione.

Ancora due o tre cose sulle Iene

Le Iene sono andate in letargo. Qualche settimana, non di più, e a gennaio torneranno a ridere e graffiare su Italia Uno. Pochi giorni per rivisitare la squadra, dopo l’addio con look discutibile, di Ilary Blasi. Nel pensatoio di Davide Parenti si sta lavorando per rifinire la formula e scegliere i nuovi protagonisti. Cambierà solo la showgirl o verrà avvicendato anche Teo Mammucari? E il Trio Medusa rimarrà al suo posto a sbertucciare in voce i due frontman o lasceranno anche loro (la perdita della Gialappa’s non è facilmente colmabile)? Tutto è possibile. Al posto di Ilary circola il nome di Belén Rodriguez e potrebbe pure essere la nomination giusta se la modella argentina conquistasse la disinvoltura linguistica necessaria per reggere le provocazioni dei partner. Prima di battezzare qualcuno, però, conviene riflettere, Parenti e soci sono inclini ai colpi di scena. Per esempio, tanto per fare qualche nome a caso: Geppi Cucciari, Selvaggia Lucarelli, Melissa Satta non potrebbero funzionare? Di ipotesi se ne possono fare tante… Bisogna trovare il mix giusto tra giornalismo, inchieste, cazzeggio in studio e moralismo dilagante (come antivirus non basta Filippo Roma travestito da Moralizzatore col ditino alzato all’inseguimento di qualche vittima consenziente).

Intanto, ciò che più conta, è che, aldilà di complessi tentativi di contaminazione con altri format, Le Iene continuino a produrre servizi, inchieste e reportage di qualità. Nell’ultima puntata, per dire, quello di Matteo Viviani sulla donna analfabeta che vive a Mondragone nella miseria più nera, in condizioni igieniche repellenti, ignora la sua stessa età ed è dimenticata dai servizi sociali, valeva l’intera serata e compensava anche un’intervista a Luciano Moggi di cui non si avvertiva il bisogno. Oppure,  un paio di settimane fa, il viaggio di Nina in treno con una famiglia di Aleppo, madre e due ragazzi, in fuga dall’Isis, e il reportage di Pelazza da Kacanik, paesino di 30mila abitanti del Kosovo, dove vengono reclutati i foreign fighters che partono per la Siria, spiegavano il dramma dei profughi e il sistema di arruolamento dei jihadisti più di decine di talk show infarciti di politici ed esperti.

Lunga vita al giornalismo delle Iene, almeno quando non è schierato come avviene sui temi che toccano Chiesa e Vaticano. Il buon giornalismo è proteine per la tv di qualità. Per il contorno, i balletti e le gag in studio, qualche soluzione si troverà.

Un paese di donne eroine e uomini infidi

Ci sono dei buoni contenuti professionali nella serie trasmessa in queste settimane da Raiuno che l’altra sera ha superato negli ascolti un big-match di Champions League come Barcellona-Roma (5,3 milioni di spettatori e il 20,72% di share per la fiction Questo è il mio paese di Raiuno, 4,5 milioni e il 16,27 per la partita di calcio su Canale 5). C’è del buon mestiere: conoscenza dei meccanismi narrativi, recitazione, una location indovinata e, soprattutto, c’è una storia italiana credibile, con le conflittualità pubbliche e private del nostro tempo. Niente di rivoluzionario, per carità. Niente di sconvolgente: un prodotto – di Cross productions – spendibile e vedibile su Raiuno, confortato da discreti risultati di audience.
Siamo a Calura (nella realtà Vico del Gargano), splendido paesino del sud arroccato sulle colline a strapiombo sul mare, soggiogato dalle trame delle famiglie mafiose. A far esplodere il contrasto tra bellezza del posto e malvagità umana è il ritorno di Anna (Violante Placido) che qui, da adolescente, aveva vissuto grandi amicizie e ora, docente di economia senza cattedra, ha convinto a cambiar vita il marito ingegnere (Fausto Sciarappa) e i tre figli, la più grande dei quali (Valentina Romani) inizia a filare col misterioso Cosimo (Cristiano Caccamo), primogenito di un potente latitante. Subito le vecchie amiche coinvolgono Anna in una lista civica finché, causa la malattia di Emilia, l’ex docente si ritrova sindaco in prima linea contro le connivenze tra i politici (Ninni Bruschetta) e la criminalità. Inevitabile che gli equilibri familiari siano messi a dura prova. Anche perché dal passato riemerge Corrado (Francesco Montanari), passione di gioventù mai definitivamente rimossa, e ora potente imprenditore in buoni rapporti con il capoclan locale (Michele Placido).
La sceneggiatura firmata da Sandro Petraglia e Elena Bucaccio e la regia di Michele Soavi ci portano nelle iniziazioni mafiose con rito pseudoreligioso e nelle processioni con la statua del santo portata a braccio dagli incapucciati affiliati ai clan. L’intreccio tra i poteri forti locali di cui parecchio si è letto di recente risulta credibile. Anche l’equilibrio tra vicende private e conflitti pubblici è ben bilanciato. Dove il realismo sparisce è nella manichea separazione fra buoni e cattivi della storia. Tra le donne, tutte figure positive, scorrono energia, complicità e spirito di resilienza, mentre gli uomini, salvo rare eccezioni, sono ambigui, vigliacchi, pusillanimi. Un cedimento al politicamente corretto e alle mode post-femministe da cui una fiction originale avrebbe potuto tenersi lontana, risultando certamente meno scontata.

Quantico, la serie che somiglia a un reality

Il nemico è tra noi. Infiltrato, inospettabile, inafferrabile. Ha debuttato nei giorni scorsi su Fox, dopo gran battage promozionale, la nuova serie thriller ambientata a Quantico, sede dell’accademia dell’FBI. Un gruppo molto variegato di reclute viene selezionato per il training che, sotto la guida del vicedirettore (Josh Hopkins) con macchia nel passato da cancellare, le trasformerà in agenti dell’antiterrorismo. L’eterogeneità dei profili è studiata alla perfezione come nei casting dei reality, al preciso scopo di favorire l’intreccio della trama e soddisfare tutte le tendenze e le etnie. C’è la recluta musulmana, arruolata con la gemella, nell’intento di sperimentare una nuova tecnica d’indagine. C’è la bionda benestante, che conserva un reperto dell’aereo esploso l’11 settembre 2001 nel quale hanno perso la vita i suoi genitori. C’è l’agente sotto copertura (Jake McLaughlin), che deve spiare il comportamento della dirigente dell’accademia (Aunjanue L. Ellis). C’è il gay ebreo, con occhiale nerd ma senza piagnistei vittimisti, che marca stretto la collega islamica. C’è il biondino strafottente, deciso a farsi strada per continuare la tradizione di famiglia, ma subito declassato ad analista (chi sa fa, chi non sa insegna). C’è, infine, la recluta asiatica (l’indiana Priyanka Chopra, già Miss Mondo) che odia gli uomini e vuole scoprire chi era davvero suo padre, immediatamente finita al centro dei sospetti.
In un continuo gioco di flashback e flash forward la trama si sviluppa nell’andirivieni tra la formazione in accademia e l’attentato alla Stazione centrale di New York, dalle cui macerie la bella agente si rialza, con l’aiuto degli investigatori veri che la trarranno rapidamente in arresto. Altro trucco narrativo è l’indagine interna tra le reclute, primo test a cui vengono sottoposte, ognuna delle quali deve scoprire un segreto nascosto nella vita di un compagno. L’escamotage è perfetto per tracciare i profili dei singoli e catalizzare il telespettatore.
Creata da Joshua Safran per la ABC, “Quantico” ha nel ritmo e nella precisione dei tempi e della scrittura i suoi punti di forza. Non fosse così sarebbe impossibile stare al passo dei repentini salti temporali nella vertiginosa alternanza di situazioni che mixa action, thriller e storie private. Meno efficaci, invece, il linguaggio e l’ambientazione, forse troppo patinati per rendere l’inquietudine della sindrome post 11 settembre del nemico nascosto in casa.