La lampada di Carlo e la erre francese di Maria

L’inversione dei ruoli. Carlo e Maria o Maria e Carlo. Ci ha giocato tutta la settimana Maurizio Crozza nelle copertine a distanza per il Festival di NazaRemo. Naza è Maria, ovviamente (madre a Nazareth). E Remo è Carlo. «I promessi sponsor, vi chiamerebbe Alessando Manzoni» (sempre Crozza). Però, lì all’Ariston, si è visto il rovesciamento dei ruoli, una messa a fuoco originale. Dicendola semplice: è come in certe famiglie dove il padrone di casa è lui, ma i pantaloni li porta lei. Non è così in tante case, ancor più ora che, sebbene smentito dal persistente gap salariale, il sesso in ascesa è quello femminile? Insomma, l’autorità riconosciuta, era Carlo Conti, ma l’autorevolezza pendeva dalla parte di Maria De Filippi. Chi non l’ha visto? È anche un fatto fisiognomico. Senza infilarci in stucchevoli considerazioni tra politicamente corretto e scorretto, stando solo ai fatti: tra una faccia lampadata e una erre francese l’autorevolezza da che parte sta? E ancora: Maria ha ridacchiato meno di Carlo e irradiavava più sicurezza. È stata più trattenuta, meno garrula. Lui esprimeva il lato nazionalpopolare, lei quello istituzionale, da servizio pubblico si potrebbe dire, forse osando, ma neanche tanto. Nemmeno la faccenda della trattativa con Mediaset ha particolarmente giovato a Conti. Vera o inventata che sia (di sicuro qualcuno, non Dagospia, ha inventato un incontro ad Arcore con Silvio Berlusconi), ha finito per distrarre il conduttore. Conti era il padrone di casa ospitante. Ma la De Filippi su quel palco si è mossa come se lo calcasse da sempre, con disinvoltura e senza impacci visibili. Per dire: all’inizio della terza sera, dopo le canzoni dei giovani e l’esibizione del coro dello Zecchino d’oro e tutto il resto, alle 21,35 la serata delle cover non era ancora partita e Conti smaniava per l’allungarsi dei tempi. De Filippi, manco una piega. Non so se avete notato, l’ultima sera, dopo avergli portato i fiori, ha voluto accompagnare dietro il palco Francesco Gabbani, poi vincitore. Casi della vita. E del televoto al Festival.

Maria ha portato i fiori a Gabbani prima di accompagnarlo nel retropalco

Maria ha dato i fiori a Gabbani e lo ha accompagnato nel retropalco

La famosa «conduzione per sottrazione» comporta asciuttezza, essenzialità, sintesi: tutti ingredienti dell’autorevolezza. Quando Maria The Queen, com’è stata ribattezzata, presenta l’ostetrica novantaduenne o l’impiegato senza un giorno di assenza ci si chiede che cosa pensa mentre dice poche parole. Ci sono le pause, s’intuisce (e incuriosisce) il non detto. Quel qualcosa di trattenuto produce un magnetismo proprio perché non si palesa. Un po’ come la caramella che teneva in bocca: non si nota ma, in qualche modo, influenza la dizione. Tutto ciò non significa che lui «gli ha fatto da valletto» come si è volgarmente scritto. Conti è così, sincero, semplice, un buon mediano della televisione. Maria è un’altra cosa: «Non sono una conduttrice, ma un’autrice che conduce». Stature diverse.

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Incantevole. Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti

Ospiti allo sbando. Conti, invece, è un conduttore che fa anche il direttore artistico. Riuscendoci fino a un certo punto, come si è visto in quest’edizione del Festival. Eccettuate un paio (Fiorella Mannoia e Paola Turci) le canzoni non sono state di gran livello. Ancor più modesti gli ospiti. Tutti impaginati maluccio. Le cose peggiori si son viste con quelli internazionali. La malinconica intervista a Keanu Reaves, il villaggio turistico di Ricky Martin, le inutili Anouchka Delon, figlia di Alain, e Annabelle Belmondo, nipote di Jean Paul, l’ennesima LP, fissa in tutti i varietà che passa la tv. Impacciato e fuori parte anche Raoul Bova. Mentre, a proposito di sex symbol, ha incantato per fascino e dolcezza Marica Pellegrinelli, ex modella e moglie di Eros Ramazzotti: una scoperta per il grande pubblico. Per il resto, unici a salvarsi, Francesco Totti e Mika, entrambi talenti naturali e dunque non bisognosi di copione. Perché questo è il punto: è mancato il copione, un racconto che potesse includere e dare logica a queste passerelle. Senza narrazione.

Comici col freno a mano. Con l’eccezione di Checco Zalone, altro sconfinato talento naturale, non ha spaccato nessuno, nemmeno Maurizio Crozza che si affacciava da Milano. L’ultima sera ha rotto la scatola per spuntare all’Ariston nella maschera di Antonio Razzi. Perché, mica facile graffiare incorniciati dentro una finestra floreale. Il comico genovese ci ha provato, ma gli sono mancati Andrea Zalone e Giovanni Floris. Ancora di più, è stato il contesto di Rai 1 a frenarlo. Ci si può spingere fino a un certo punto. E allora Crozza ha tentato di giocare sull’attualità politica, assente nel resto della kermesse, ricamando sulle disavventure di Renzi e Virginia Raggi, sulla modestia di Gentiloni, sugli eccessi di Matteo Salvini, su Trump, sulla caricatura di Nando Pagnoncelli. Una performance onorevole, ma priva di acuti. Lo stesso tocca dire della molto attesa esibizione di Virginia Raffaele, discutibile già nella scelta dell’ottantaquattrenne Sandra Milo, figura piuttosto periferica nell’immaginario attuale. Sarà che avrà voluto conservare altri bersagli per le sue prossime serate su Rai 2 o sarà quello che volete, fatto sta che per la prima volta la vulcanica imitatrice non ha convinto. Sottotono anche Luca e Paolo, che hanno proposto una sequenza di situazioni di cui hanno paura: più un corsivo alla «Quello che non ho» che un monologo di satira. Anche a loro è mancata l’abrasività che ci si aspetta da un duo comico, se si fa eccezione per l’unico graffio al volgere di serate farcite di partecipazioni omosessuali: «Dopo Tiziano Ferro, Ricky Martin e Mika, Luca e Paolo… Ci vuole coraggio… noi siamo diversi, siamo fuori linea: ci piace la patata». Per il resto, il perbenismo corretto ha avvolto anche i comici. Spuntati.

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Maurizio Crozza in versione Antonio Razzi

Overdose sociale. Assente la politica, la narrazione più studiata si è vista nelle storie affidate a Maria De Filippi. I volontari e le forze di soccorso del terremoto e dell’Hotel di Rigopiano, l’ostetrica novantaduenne tuttora in servizio, l’impiegato che ama il proprio lavoro e non sa cosa siano le assenze, l’Orquesta dei Reciclados di Cateura in Paraguay, il nonno e il nipote superstiti della strage di Nizza, i Ladri di carrozzelle. Lo scopo era evidente: rappresentare l’Italia vera, la vita reale, gli eroi del quotidiano. Le esperienze di vita basta metterle in scena, non serve romanzarle. Parlano da sole. Se poi le introduce una che è «un’autrice che conduce» va ancora meglio. Emotainment.

Mostri da Twitter. L’infortunio di Caterina Balivo che con un tweet ha attaccato Diletta Leotta per poi scusarsi pubblicamente è stato solo l’ultimo esempio di polemica via social network. Prima e più ancora che di haters di professione, Twitter trabocca di maestrini di cinismo e supponenza, narcisi convinti che i lettori bramino di conoscere i loro coriandoli di saggezza e di spocchia. Abbonati alla stroncatura da ipertrofia dell’ego. In un’intervista a Silvia Truzzi del Fatto quotidiano De Filippi ha detto: «Chi fa questo mestiere ha un estremo bisogno di gratificazione, che alla fine è patologico… Mi auguro che questa malattia non mi prenda». Purtroppo, sembra abbia già preso certi osservatori che stanno fuori e per i quali la tv è tutta uno schifo. (Fortuna che tra tante patologie c’è uno come il cardinale Gianfranco Ravasi che nel suo profilo twitter ha postato, senza commenti, due versi di Che sia benedetta di Fiorella Mannoia e di Ora mai di Lele.) A-social.

«Bianco e nero» nobilita i casi di cronaca

Si sono viste alcune novità a Bianco e nero, il programma di «cronache italiane» condotto su La7 da Luca Telese e Francesca Lancini (lunedì, ore 21.10, share dell’1,90 per cento). Innanzitutto la doppia conduzione con ruoli definiti: Telese a intervistare gli ospiti, tirare le fila della riflessione sui servizi e dare i tempi della conversazione; Francini a sollecitare i consulenti fissi, l’avvocato Giulia Bongiorno, la giornalista Luisella Costamagna e l’investigatore privato Piero Provenzano. Anche per loro, ruoli precisi: la divulgazione giudiziaria Codice penale alla mano, le tecniche e i segreti delle indagini, la contestualizzazione critica dei casi affrontati. Un’altra novità, tutt’altro che secondaria, è lo studio hi tech e ben illuminato per togliere quell’aria plumbea che trasmettono alcuni altri programmi di approfondimento sulla cronaca. Qui c’è un’aria tendenzialmente più fredda, portata all’analisi più che al gossip e al pruriginoso, smentita solo in parte dall’ampia pagina dedicata a Lapo Elkann. Nella cui parte finale il confronto tra il volto della transessuale Efe Bal e quello della Lancini che la intervistava aveva un suo valore ermeneutico.

Obiettivo del nuovo programma di Telese è anticipare la concorrenza (Chi l’ha visto? e Quarto grado) impostando l’agenda settimanale della cronaca. In quasi tre ore di programma si possono affrontare tutti i casi suggeriti dall’attualità: la vicenda di Vasto e l’omicidio di Italo D’Elisa ad opera di Fabio Di Lello, prendendo di petto il tema dell’odio e della vendetta introdotto dalla storia di Gabriele Cristaldi, ex campione di vela finito in sedia a rotelle a causa di un incidente; l’attesa della decisione sulla richiesta di revisione del processo di Garlasco in seguito all’emergere di nuove prove; infine, la controversa vicenda di Lapo Elkann. In tutti i casi, rilevante la qualità dei servizi e degli ospiti coinvolti (l’antropologa Amalia Signorelli, gli avvocati di difesa della famiglia Poggi e della famiglia Stasi, Gelasio Gaetano d’Aragona Lovatelli, amico di Edoardo Agnelli). L’ultima principale novità di Bianco e nero è la sua stessa esistenza e collocazione. Avendo riportato Piazza pulita al giovedì dopo la fine della collaborazione con Michele Santoro, la serata del lunedì di La7 era riempita da repliche di vecchie serie. Servirà tempo per metabolizzare tutte queste novità, considerando la mancanza di abitudine alla cronaca nera del pubblico di La7 (il precedente di Linea gialla non è confortante). E servirà tempo affinché Telese e Francini (una quasi esordiente) possano farsi largo in una serata particolarmente difficile come quella del lunedì.

La Verità, 7 febbraio 2017

Perché i comici continuano a floppare nei talk show

L’altra sera, ad Agorà duemiladicassette, Gerardo Greco ha tentato un incipit originale. Dopo aver elencato alcune grane di giornata (il rinvio a giudizio dei vertici delle Ferrovie dello Stato, l’arresto di una famiglia che trafficava in armi con l’Isis, l’assegnazione ai domiciliari del pm del delitto di Cogne) ha passato la linea all’Orchestra filarmonica della Rai di Torino per farle eseguire – orgoglio della casa – la storica sigla d’inizio e fine trasmissioni (Rai 3, ore 21.10, share del 4,04 per cento). Da lì, passando per Aquara (Salerno), dove un masso caduto per una frana giace sulla carreggiata stradale da due anni impedendo la circolazione, la linea è tornata in studio per l’esibizione di Lillo e Greg, qualche giorno fa ospiti di Gigi Proietti e a breve in tour con il loro nuovo spettacolo. All’interno di un varietà, un duo comico può trovare, anche se non è scontato, la propria collocazione e la propria misura. Più difficile è la contestualizzazione all’interno di un talk show. Non si sa se il numero che la coppia comica ha proposto fosse stato provato o meno, fatto sta che, partendo dal masso giacente in strada, Lillo e Greg hanno tentato d’imbastire una sequenza di situazioni esagerate che niente avevano a che fare con lo spunto iniziale. Una serie di iperboli, di stranezze fatte di suite d’albergo a 62.000 euro a notte, di ristoranti di sushi «migliore del mondo sotto casa mia» dove «vengono tutti i giorni da Tokio», di amici che si sono fatti «l’elicottero con le lattine di birra», di Putin che «è una donna»… e via inventando, nel gelo dello studio. Se voleva essere una gag sulle bufale della post-verità non s’è ben capito. Erroneamente, il regista ha inquadrato il conduttore dubbioso. Ma così vanno le cose in questi giocosi tempi: con tutte le crisi d’identità di cui soffrono i talk show, ci manca pure che s’incarichino di far divertire. Lo chiamano «momento di alleggerimento» e quindi, chiunque tenga un salotto televisivo prova a scoprire o a lanciare qualche talento comico. Poi gli esiti sono come quelli dell’altra sera ad Agorà. Oppure come quelli di Piazza pulita e l’indigeribile Tgporco di Sabina Guzzanti. Lo stesso Giovanni Floris non ha ancora elaborato il lutto per la perdita di Maurizio Crozza e ci prova e riprova con Maurizio Lastrico o con Maurizio Battista, con risultati finora modesti. Perché la famosa contestualizzazione non si percepisce e comici in grado di far ridere con l’attualità politica non si inventano da un giorno per l’altro.

La Verità, 2 febbraio 2017

Si sarà pentito Sconcerti di essere andato in Rai?

Chissà a che cosa penserà Mario Sconcerti, appollaiato su quello sgabello, solingo al centro dello studio, tra una concione e l’altra di Franco Lauro, il giornalista di Raisport che, passando la linea ai telecronisti della partita in programma è solito invitare ad «allacciare le cinture». Benvenuti, si fa per dire, alla Coppa Italia ribattezzata Tim Cup, manifestazione esclusiva Rai (Rai 1, ore 20.30, share del 20,8 per Napoli-Fiorentina). Abituati alle esclusive della Serie A e della Champions League, appannaggio delle tv a pagamento, la sintonizzazione sui canali della televisione pubblica in occasione della seconda, per importanza, competizione calcistica nazionale è un tuffo all’indietro di qualche decennio, diciamo nella Germania est pre caduta Muro. Non che a Berlino ovest la situazione sia rosea, anzi. Il tifo bianconero pervade ormai ogni anfratto del palinsesto di Sky Sport, dalle telecronache ai commenti passando per i notiziari, e a un milanista come il sottoscritto può capitare di sentire l’ex capitano rossonero Massimo Ambrosini sostenere che il Napoli di Sarri è superiore al Milan di Sacchi senza poter scaraventare il telecomando contro il teleschermo. Quanto a Premium di Mediaset, le telecronache ci portano di volta in volta in un vecchio film di cappa e spada a colpi di sciabolate tese e morbide o, a scelta, in un western popolato di mucchi selvaggi. Ordunque, si approda ai canali della Rai radiotelevisione italiana speranzosi di una boccata di calcio ben raccontato e ben commentato. In fondo la scuola che parte da Nicolò Carosio e passa per Nando Martellini e Bruno Pizzul dovrebbe essere garanzia. Purtroppo bastano pochi minuti per constatare che certi nomi è meglio dimenticarli per non affliggersi nel confronto. Non che manchi l’impegno, encomiabile sia in Gianni Cerqueti che in Stefano Bizzotto, accompagnati dai commentatori Alberto Zaccheroni, Mauro Somma o Roberto Rambaudi. Quello che manca è la qualità, il giusto mix di competenza tecnica, linguaggio, modernità. Invece, forzature e affanni diffondono una patina di tristezza. Per chi lo ama, il calcio è passione, malattia, qualcosa che sfiora la disciplina scientifica. Anche la sigla della Tim, il brano All Night di Parov Stelar ballato dalla star di YouTube Just Some Motion (Sven Otten) che trasmette energia allegra mentre una voce conferma che «è bello amare il calcio», alimenta le aspettative. Poi arrivano la laconicità dello studio, le cravatte di Lauro e l’enfasi forzata di Cerqueti. Chissà a cosa penserà Sconcerti? Forse a chi o a che cosa gli ha fatto lasciare la pay tv per trasferirsi nella Germania est pre caduta Muro…

La Verità, 26 gennaio 2017

 

 

 

 

 

«Presa diretta» si reportizza e scopre l’algoritmo del caos

Milena Gabanelli si è ritirata a vita dietro le quinte e vedremo come sarà dalla primavera la nuova versione di Report. Nel frattempo, con tutto quello che accade nel nostro sconclusionato Paese, il giornalismo d’inchiesta è sempre necessario e forse ancor più di prima. Presa diretta di Riccardo Iacona è uno degli ultimi esempi di informazione «fatti, non parole». Cioè, reportage, scavo, approfondimenti, documentazione senza la stucchevole e sempre meno sopportabile presenza in studio dei politici a discettare sulla qualunque per farsi pubblicità. Il campione assoluto del momento è Stefano Esposito: da Tagadà a Otto e mezzo a scegliete voi lui c’è sempre. Tornando a Iacona, conduttore con l’orecchino, non hà l’algida autorevolezza di Milena Gabanelli, ma il suo programma si sta lentamente «reportizzando», cioè sembra sfumare certi toni troppo schierati. L’altra sera Presa diretta è andato in onda in versione allungata in occasione dell’anniversario della morte di Giulio Regeni (Rai 3, ore 21.10, share del 4.44 per cento), ma i suoi punti di forza sono stati l’intervista esclusiva a Frauke Petry, leader di Alternativa per la Germania, formazione vicina alle posizioni di Marie Le Pen, presente in dieci lander tedeschi e che alle prossime elezioni punta a entrare nel Bundestag e, soprattutto, il lungo servizio intitolato «Caos scuola». Il punto di partenza era: com’è possibile che, essendo stati assunti 85.000 precari per decreto, mai come quest’anno molte cattedre scolastiche, dalle elementari alle superiori passando per gli insegnanti di sostegno, siano prive di docenti. L’inchiesta ha mostrato tutte le incongruenze dell’azione del ministero per l’Istruzione: insegnanti aventi diritto al posto e scavalcati da colleghi con punteggio inferiore, professori «deportati» dalla Puglia in Lombardia e poi tornati nella scuola dove insegnano da anni grazie all’assegnazione provvisoria lasciando sguarnita la cattedra che avrebbero dovuto riempire, saloni del provveditorato ribollenti di migliaia di supplenti in attesa di chiamata, il dissenso tra il ministro Giannini e il capo del governo. Una situazione selvaggia, ammessa persino da Renzi che, in più occasioni, ha riconosciuto che qualcosa non ha funzionato. Il qualcosa, si è capito dal servizio di Alessandro Macina, è un misterioso algoritmo ordito da Finmeccanica e Hewlett Packard, vincitrici dell’appalto ministeriale, e costato 400.000 euro. Ecco: il fatto che i destini della scuola italiana, che dovrebbe essere la preoccupazione prima dei governanti, siano abbinati al funzionamento di un algoritmo fotografa lo stato della nostra politica e la forma mentale di chi ci ha governato in questi anni.

La Verità, 25 gennaio 2017

È Luca Laurenti la vera superstar di Paolo Bonolis

A ogni ospite cambia il salottino. Due poltrone Chesterfield per Simon Le Bon, un tavolo da cucina per Francesco Renga, due sgabelli per John Travolta, i gradini per Fedez. Ad accoglierli c’è sempre Paolo Bonolis con tutta la sua verve, la sua parlantina, la sua facondia sempre un po’ sopra le righe, sopra i decibel e a rischio gaffe (a Simon Le Bon: «Te lo ricordi Pippo Baudo? È ancora vivo…»). Bonolis vuole gasare, contagiare, euforizzare, adrenalinizzare la platea. A Music, prima di tre serate evento farcite di star nazionali e internazionali (Canale 5, mercoledì ore 21.15, share del 21,2 per cento), si sceglie la «canzone della vita» e quindi bisogna puntare sulle passioni, sulle predilezioni, sui fan. Perciò, come direbbe Enzo Iannacci, l’importante è esagerare a costo di rivelare dei fondamentali musicali un po’ così: «Dopo i Beatles i Duran Duran sono stati il gruppo che ha fatto più impazzire le ragazze». Oppure: «Per i nostri nipoti e pronipoti Ezio Bosso sarà quello che sono stati Beethoven o Chopin per noi». Ovviamente, nel suo realismo, Bosso invita alla moderazione. Gli ospiti, tanti forse troppi, si susseguono a gran velocità anche se, appena entrato, Travolta riesce a promuovere l’hotel a otto stelle aperto da due amici italiani nel Belize. Si salta da Tony Manero della Febbre del sabato sera al rap spiegato da Fedez con breve quanto estemporaneo passaggio per Sacco e Vanzetti, un must bonolisiano. Tutto risulta un po’ forzato. Fedez, per esempio, dice che gli piacerebbe duettare «con il maestro Gaber… perché il suo Teatro canzone ha formato intere generazioni», ma subito dopo, accennando alla sua canzone prediletta, osserva che «tutti verranno qui a fare citazioni d’essai», senza che l’affermazione fosse autocritica. Più nella parte è il suo collega di giuria Manuel Agnelli, anche quando racconta un episodio di stage diving a luci rosse durante un concerto e ancor più nell’esecuzione di una sognante Long winding road dei Beatles.

Bonolis parla, intrattiene, raccorda, sbraita, accentra, spadroneggia, celentaneggia nelle interviste al tavolo, in poltrona, sugli scalini, nei monologhi e nelle chiamate degli ospiti fin troppo scritte da Gianmarco Mazzi, una vita nel Clan. Come detto, questo è l’anno della musica in tv, l’antiSanremo senza gara è un’idea (perché non coinvolgere il pubblico con qualche televoto?) e la galleria di grandi nomi e di superospiti è notevole. Anche se poi si scopre che, paradossalmente, uno dei momenti più spontanei e gioiosi è quello che vede protagonista Luca Laurenti, l’amico di sempre, il cantante della porta accanto, con un’esplosiva Can’t stop the feeling. Cosa vuol dire giocare in casa…

La Verità, 13 gennaio 2017

 

Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017

«Sono innocente» e non solo: parte bene il 2017 Rai

Sono innocente è il nuovo programma del sabato sera di Rai 3. Ed è la quarta novità di questi primi giorni del 2017 – le altre sono Il Collegio di Rai 2, Un selfie con il Papa su Rai 3 e ieri sera la serie I Bastardi di Pizzofalcone su Rai 1. Tutto si potrà dire di questa Rai, ma certo non che non abbia provato a rinnovare i palinsesti. Chi scrive di televisione lo sa perché iniziando di frequente nuovi programmi corre l’obbligo di commentarli. Usando una metafora calcistica vien da dire che, con tanta iniziativa, è la Rai che fa la partita. Certo, non sempre tutto questo volume di gioco porta al gol, ma di sicuro tiri in porta ne fa parecchi.

Sono innocente è ispirato alla formula del true crime, casi giudiziari realmente accaduti che vengono ricostruiti attraverso la testimonianza diretta dei protagonisti, di alcuni attori che li interpretano in brevi filmati e delle interviste in studio realizzate dal conduttore, il giornalista del Tg1 Alberto Matano (sabato, ore 21.15, share del 5.65 per cento). Purtroppo è la cronaca a fornire la materia di questa serie di errori giudiziari che vedono persone comuni restare stritolate dall’ingranaggio della giustizia e da certi suoi perversi meccanismi. Diego Olivieri è un imprenditore vicentino che, sulla base delle rivelazioni di un pentito viene arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco e spaccio di ingenti quantità di cocaina. La sua odissea dura oltre quattro anni, uno dei quali trascorso nelle carceri di massima sicurezza, fino al completo scagionamento perché «il fatto non sussiste». Maria Andò, invece, è una ragazza di Palermo, studentessa universitaria e frequentatrice della parrocchia, accusata di rapina e tentato omicidio perché somigliava molto alla vera colpevole. Il paradosso è che studiava giurisprudenza aspirando a fare il magistrato, in quanto «fin da piccola non ho mai sopportato le ingiustizie». Anche lei finisce in prigione per essere scarcerata quando ormai l’esperienza della galera l’ha segnata.

Nonostante il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati avesse sortito un risultato netto, nel nostro Paese, a differenza di tutte le catogorie, le toghe continuano a non dover rispondere dei loro errori. Anche la situazione disumana delle carceri è un’altra di quelle litanie che si sentono cantare spesso sui giornali senza che si sia mai arrivati a una risposta degna di questo nome. Le storie vere di Sono innocente hanno il merito di riportare l’attenzione su queste problematiche degne di un Paese sottosviluppato.

La Verità, 10 gennaio 2016

«Il Collegio», docureality tra paternalismo e sadismo

È un esperimento interessante Il Collegio, adattamento di un format internazionale di Magnolia per la rete diretta da Ilaria Dallatana, sua ex capo. Lo chiamano docureality pedagogico: 18 adolescenti di età compresa tra i 14 e i 17 anni vengono catapultati con la macchina del tempo in un convitto del 1960 (il Celana di Caprino Bergamasco) per sostenere, davanti a severi professori e controllati da arcigni «sorveglianti», l’esame di terza media come si sosteneva all’epoca, latino compreso (Rai 2, ore 21.20, share dell’8,28 per cento). Il tuffo indietro di oltre mezzo secolo è alquanto brusco: via piercing e internet, requisizione di mp3 e cellulari e investigazioni per rastrellare gli apparecchi bis e tris nascosti appositamente per buggerare le regole; abitudini, cibo, capigliature, biancheria, orari, studio e tutto il resto rigorosamente consoni ai sixties, assai più spartani del presente. Al punto che qualcuno, uscito la prima volta dal nido famigliare, getta la spugna e si ritira. La maggioranza invece accetta la sfida e come tale la vive, per non farsi «addomesticare» dal regime degli adulti, babbani o matusa a seconda dell’epoca. C’è anche la dose mattutina di olio di fegato di merluzzo «che serve a rinforzare le ossa», pedaggio inevitabile se si vuole accedere alla colazione. Disciplina anche nel refettorio e nelle camerate e chi sgarra sbatte contro punizioni, più o meno esemplari: scrivere 100 volte la stessa frase, lavare i pavimenti eccetera. Le occasioni non mancano, sia per l’altezzosità di qualche ragazzo, sia per l’ignoranza diffusa: qualcuno non conosce la posizione geografica delle regioni italiane, qualcun altro scambia Camillo Benso conte di Cavour per Luciano Pavarotti, tutti s’impiastricciano con l’inchiostro della penna stilografica. Per la verità anche il prof d’italiano meriterebbe un discreto ripasso per un «Io vorrei che lei rifletta» da brividi, rivolto a un’alunna recalcitrante. Tra un contrasto e l’altro si conoscono le storie dei ragazzi, le famiglie da cui provengono, la rinuncia che costa loro di più, dallo shopping ai trucchi, dal cellulare alla moto. Obiettivo dichiarato: mettere davanti alla tv i più giovani insieme ai genitori. La voce narrante di Giancarlo Magalli tesse le fila del racconto e si deve al suo tono autoironico il giusto dosaggio tra paternalismo benevolo e sadismo più nerboruto, tipo «vediamo come se la cavano questi mocciosi». E si deve a lui e alla resa di qualche concorrente il superamento del dubbio che sia tutto finto e il rischio di un certo macchiettismo. Se i ragazzi di oggi sono tendenzialmente viziati devono ringraziare genitori e professori contemporanei. Non sarà che sono loro i più meritevoli del collegio?

La Verità, 4 gennaio 2017

L’autore Veltroni vive nella bolla del Novecento

C’è un esercizio della memoria che si dimostra utile a buttarci dentro la sfida del tempo presente. Perché fornisce spunti, precedenti, citazioni, chiavi di lettura per interpretare quello che viviamo nell’oggi. E c’è un ricorso al passato che alimenta prevalentemente nostalgia e rimpianti. Da quando ha scoperto la miniera delle Teche, portentoso archivio storico di immagini e programmi, la Rai non fa che sfornare documentari e rubriche che fanno abbondante uso di quelle immagini. Abbiamo visto di recente l’omaggio a Mina e Celentano su Rai 1, dove il bianco e nero era la parte più rock della celebrazione. Vediamo, soprattutto d’estate, l’antologia di Techetechetè riempire mezz’ora dopo il Tg1 per divertire il pubblico in attesa della prima serata. Forse, in materia, il tentativo più riuscito è stato quello realizzato già oltre una decina d’anni fa, da Edmondo Berselli per la Rai 2 di Antonio Marano, nel quale il repertorio Rai era vivificato dalle sue fulminanti digressioni e dagli innesti di nuove testimonianze. Da lunedì, in seconda serata, va in onda Gli occhi cambiano, ciclo di sei documentari firmato da Walter Veltroni che, dopo i modestissimi ascolti di Dieci cose nel sabato sera di Rai 1, ha ottenuto questo nuovo spazio diviso in altrettanti temi dedicati al Sapere, Ridere, Amare, Cantare, Immaginare, Tifare. Così, l’autore Veltroni si è immerso in questo mare d’immagini, tentando di riannodare i fili della memoria, un passato dal quale «estrarre ciò che mi è sembrato meglio potesse raccontare i mutamenti del vivere e del pensare, del costume e del consumo culturale, dell’amare e del sorridere». È la televisione stessa la protagonista di questo viaggio a ritroso, citata attraverso gli attrezzi del mestiere – una cinepresa, un riflettore – motore del cambiamento e dell’emancipazione del Paese dalla guerra e dall’Olocausto, attraverso la ricostruzione, il boom economico, fino agli anni Settanta, il tutto visto attraverso il meglio del giornalismo televisivo, le inchieste di Sergio Zavoli, Mario Soldati, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Piero Angela. Veltroni intervalla alle domande dei grandi inviati le sue riflessioni accorate, tentando di riportare nel presente il cuore del passato. Ma la sensazione è che questa memoria sia troppo immersa in una bolla sentimentale e moraleggiante ferma a formule tipiche del Novecento. Una memoria che può essere buona per un viaggio esistenziale alla ricerca del padre, ma è di certo meno efficace nel fornire chiavi d’ingresso in un tempo che, tutt’altro che sentimentale e moraleggiante, è crudo e scandaloso. Di sicuro la nuova Rai non nasce dalle nostalgie di Veltroni.

La Verità, 28 dicembre 2016