Il Presidente, divulgazione di qualità che merita un altro orario

“Se c’è qualcuno, là fuori, che ancora dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile, e ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava”. Comincia con il celebre discorso della notte del 4 novembre 2008 la puntata de Il Presidente trasmessa da Retequattro. Lì, nella spianata di Chicago, la città dove Barack Obama si è formato e affermato, prima come avvocato poi come community organizer infine come leader politico, s’è riunita una folla enorme nella quale s’intravede una Oprah Winfrey rapita dal carisma dell’oratore. In quelle poche parole, pronunciate con pacatezza e le giuste pause, c’è tutta la forza tranquilla del leader e la consapevolezza della svolta storica che la democrazia non solo americana sta vivendo. Ora che il secondo mandato del primo presidente americano di colore sta declinando e è entrata nel vivo la corsa per l’elezione del suo successore, la rete diretta da Sebastiano Lombardi ha dedicato il terzo biopic (i primi due a Vladimir Putin e alla Regina Elisabetta) a Obama. La ricca e approfondita documentazione si basa sul documentario Becoming Barack – Evolution of A Leader, che ne ripercorre la vita dagli anni ’80 ai ’90. I brani sono intervallati dagli interventi di Alessandro Banfi che, grazie alla padronanza dell’argomento, si rivolge al pubblico della rete “più anziana” di Mediaset senza scontentare chi vuole approfondire i dettagli del sistema elettorale Usa.

Il presidente Barack Obama intervistato da Steve Kroft per 60 Minutes

Il presidente Barack Obama intervistato da Steve Kroft per 60 Minutes

Il documentario e anche la successiva intervista concessa da Obama a Steve Kroft di 60 Minutes, il programma della Cbs, sono ricchi di testimonianze e approfondimenti sugli otto anni alla Casa Bianca del presidente nero. Si capiscono le ragioni della scelta di non risolvere con le armi la crisi asiatica, dell’accordo nucleare con l’Iran, le motivazioni del Nobel per la pace, la decisione di uccidere Bin Laden, l’errore della cattura di Gheddafi senza avere un progetto successivo, il merito di aver ripristinato la relazione con Cuba, la prima visita di un presidente americano a Hiroshima. Banfi usa frasi brevi sottolineate dalla mimica delle mani, è immediato senza essere banale, un po’ alla Minoli, ma senza concitazione. Così Il Presidente è un programma di divulgazione, equilibrato e approfondito nello stesso tempo, una formula che, con un po’ di coraggio, potrebbe conquistare una frequenza più assidua e un orario meno da nottambuli.

 

Qual è il segreto di una buona pasta? Fiorello

In fondo Fiorello è come la pasta. Qual è il segreto per fare una buona pasta ? Ci puoi mettere tutti gli ingredienti più ricercati, se li hai. Altrimenti fa lo stesso. Fiorello potrebbe inventarsi uno show leggendo il vocabolario o l’elenco del telefono. Edicola Fiore è l’uovo di Colombo. L’idea era lì, talmente elementare che nessuno ci ha pensato. A cominciare dalla Rai per finire a Mediaset. Andava sul web da mesi, anni. Ha appena vinto il premio È giornalismo!, non la prima e l’unica volta che viene assegnato a un non giornalista professionista (con scorno dell’Ordine e dei sacerdoti dell’ortodossia). E dunque bastava provarci. Ci ha pensato Sky, la scia è partita, il fenomeno virale sui social, sui media, nelle conversazioni tra amici.

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Fiorello ha arruolato Stefano Meloccaro, Jovanotti per la sigla, Fedez come corsivista in collegamento web, i Negramaro come guest star della prima puntata: “Noi siamo come le serie di Sky, nove episodi ma alla fine non si sa chi muore”. No, “siamo l’Unomattina di Sky e tu sei Franco Di Mare”. L’anteprima con Agonia cita le serie doc. Ci sarebbero anche le notizie da dare – 1,4 milioni di persone che devono restituire gli 80 euro, la spazzatura che sommerge le vie di Roma per lo sciopero dei netturbini – ma Fiore sommerge tutto con il “buonumore”, parola chiave, additivo imprescindibile della cura. Agonia, John Wayne, il Depresso, il Dottore, i Gemelli di Guidonia, stanno al gioco. All’autopresaingiro. E alla presa in giro della tv e del circo mediatico, la parodia di Gomorra, dei programmi scomodi che non fanno sconti a nessuno, di Sky che ti bombarda con la promozione e ti sommerge di repliche a tutte le ore e su tutte le reti. Il segreto di una buona pasta è Fiorello. In Italia la buona pasta piace a tutti. Tranne ai celiaci e ai vegani…

Fiorello con Stefano Meloccaro

Fiorello con Stefano Meloccaro

Post Scriptum Ieri sera, in vista del voto di domenica (mentre in Rai si frigna perché si parla troppo di referendum e poco delle amministrative) SkyTg24 ha rispolverato Il Confronto con i sindaci (stasera, davanti a Gianluca Semprini, per la prima volta si troveranno tutti i candidati di Roma). Su SkyUno, invece, ci sarà Gomorra e domani due nuovi episodi di Dov’è Mario: Sky punta a diventare il diario di giornata del ceto colto medio-alto.

Dov’è Mario, serie post sulla schizofrenia italiana

L’incipit è fulminante. Probabilmente a causa di un colpo di sonno, mentre era alla guida della sua auto, di ritorno da un convegno su Bobbio, il grande intellettuale Mario Bambea è rimasto vittima di un incidente stradale. Piovono libri dopo il cappottamento dell’auto e già questo è una gigantesca presa per i fondelli dell’intellò radical chic (chirurgico il controcanto in sottofondo: erano tutti libri invenduti a dimostrazione che Bambea era un bluff). L’allarmismo, la concitazione e l’apprensione con cui i notiziari informano (nockumentary) del coma dello stimato seppur controverso studioso scrittore polemista è un gioiello di satira dell’ossequio e della deferenza che domina i media quando si tratta di parlare dell’intellettuale di sinistra, archetipo di questi anni, un filo in declino. Perché, insieme alla figura del protagonista, attraverso il suo doppio, Bizio Cappoccetti, Dov’è Mario, la nuova serie di e con Corrado Guzzanti trasmessa da Sky Atlantic, è anche una satira di tutto il contesto (“contestualizziamo”): salotti, giornalisti (Santoro, Travaglio, Floris in camei di loro stessi), editori, affinità snobistiche varie, in sintesi, dei talk show e del loro circondario da Ambra Jovinelli. Il tutto rappresentato con una precisione linguistica millimetrica: Mario Bambea era anche “premio Strega per La temperatura del bianco da cui Valter Veltroni trasse un film” (Mentana dando l’annuncio dell’incidente); “un uomo, come lo definì Napolitano, di esasperante coerenza” (la giornalista di SkyTg24).

Enrico Mentana dà l'annuncio dell'incidente a Mario Bambea

Enrico Mentana dà l’annuncio dell’incidente a Mario Bambea

Senonché l’incidente innesca il meccanismo schizoide, facendo esplodere il sonnambulismo di cui il venerato maestro era già affetto. Anziché bevendo la pozione del Dr. Jekyll, Bambea si trasforma in Bizio nel cuore della notte, quando abbandona la camera e s’intrufola nel teatrino sotto casa, per dar sfogo alla vena comica, trucida e scorrettissima (“mai investire un rumeno in bicicletta, potrebbe essere la vostra”) che tracima incontenibile, smentendo tutto il manierismo di erre arrotate e vestaglie di raso. Al fianco di Guzzanti giganteggia Dragomira (Evelina Meghnagi) la badante poetessa rumena – “fuggita dal regime di Ceausescu”  – demenzial-stralunata quanto basta per essere già cult. Indovinata anche la critica della sinistra settaria, manichea, complottarda e autoreferenziale che si rintana a Radiotre, da dove avversare la televisione corrotta e corruttrice, il Grande Fratello e Masterchef che, sussurra il conduttore frustrato, “è un format della massoneria”…

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Ovviamente, finora, risulta vincente l’alter ego trash di Bambea, quel Bizio che, demolendo qualsiasi sovrastruttura, sprigiona tormentoni in romanesco e conquista l’impresario del teatrino di serie c. Si vedrà come va a finire nei prossimi, pochi, tre episodi che Sky ha programmato sulla rete della serialità con infinite repliche e dopo una massiccia campagna di lancio. Nella sua schizofrenia, Mario incarna l’Italia dell’ultimo ventennio, che convive ma non comunica, separata da tic, snobismi, complessi di superiorità da una parte, contro qualunquismi, menfreghismi e becerismi a iosa dall’altra. Ci sarà da divertirsi. Intanto, Dov’è Mario, prodotta da Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, scritta dallo stesso Guzzanti con Mattia Torre e diretta da Edoardo Gabbriellini, ci fa intendere che forse quella separazione così estrema, quella differenza di costume, culturale e, qualcuno azzarderebbe, antropologica, che ha reso tanto complessa la convivenza dei decenni a cavallo di fine millennio si è stemperata. Oggi al governo c’è un politico che non rappresenta né l’una né l’altra parte. Ma di entrambe ha fatto emergere intolleranze e anacronismi. In questo senso la serie di Guzzanti è un geniale show postumo. Tre anni fa ci si sarebbe accapigliati molto più di quanto potrà avvenire oggi. E Santoro e Travaglio difficilmente avrebbero accettato di fare da autoironiche comparse, nella venerazione dell’intellò in crisi.

I 5 motivi per cui Matrimonio a prima vista fa malinconia

C’è una lunga premessa per motivare, anzi, giustificare, il nuovo factual di Sky Uno, Matrimonio a prima vista – Italia, derivato da Married at First Sight a sua volta tratto da una serie danese. È una lunga rincorsa per tentare di dare credibilità all’operazione, mettere le mani avanti e prevenire le critiche, o per entrambi i motivi. In Italia, recita la voce fuori campo, vivono più di 8 milioni di single, i siti di appuntamenti sono in costante aumento e ogni giorno crescono le applicazioni dedicate alla ricerca dell’amore, eppure le persone fanno sempre più fatica a trovare il partner giusto. “Un matrimonio combinato dalla scienza può essere la strada giusta per trovare l’amore della vita?”, butta lì sempre la stessa voce. La risposta è affidata a un team di tre esperti composto da Mario Abis, sociologo di lungo corso (fondatore e presidente di Makno), Gerry Grassi, psicologo e psicoterapeuta con barba e giacca da ypster, Nada Loffredi, sessuologa molto compresa del ruolo.

Il team di scienziati del programma: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Il team di esperti: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Nel primo episodio si assiste alla convocazione dei potenziali concorrenti, all’oscuro del vero contenuto del format, buona parte dei quali abbandona appena gli esperti lo rivelano: sposarsi conoscendo il proprio partner direttamente davanti al funzionario che celebra il matrimonio civile (sempre lo stesso nelle tre situazioni diverse). Scusate: ma finora non s’era detto che prima di sposarsi, bisogna sperimentare la convivenza? Una volta “uniti in matrimonio” i neo-sposi vivranno da coniugi per cinque settimane e a quel punto si capirà se andranno avanti o ricorreranno al divorzio, procedura abbreviata. L’obiettivo degli esperti è formare tre coppie da far convolare scelte tra i superstiti, “41 donne e 56 uomini, per un totale di 2296 possibili match”, che vengono sottoposti a test di varia natura per conoscere temperamenti, abitudini, gusti e tutto il resto. Frullati i quali, in un programma che combina voci come universalismo, tradizione, conformismo, edonismo, successo, si abbina il partner più compatibile. Sebbene il team di scienziati faccia di tutto per rendere plausibile il meccanismo alla fine domina un senso di finto e di malinconia. Ecco perché.

La coppia composta da Alessandra e Andrea

La coppia composta da Alessandra e Andrea

  1. Le parole sono svuotate del loro significato e qui matrimonio corrisponde a una sorta di gioco, di pretesto, di divertissement. La formula magica, un tantino ipocrita, ripetuta fino alla nausea è esperimento sociale. I soggetti dell’esperimento sono gli scienziati, gli oggetti sono i candidati sposi. Ovvero, delle cavie. Poi uno dice che i giovani sono bamboccioni, non riescono a costruirsi un futuro eccetera.  Tranquilli, ci pensa la tv, manuale d’istruzioni per vivere.
  2. Le cavie non sono protagoniste e possono solo subire le azioni dei manovratori, ovvero la televisione e la scienza, veri attori del matrimonio. Non a caso, durante la preparazione, i candidati continuano a ripetere “è una cosa assurda”, “è una follia”, “non è umanità”. Il matrimonio contratto dai concorrenti è equiparato a una prova, un cimento del reality. Così questi poveri ragazzi si scambiano l’anello nuziale e si dicono “speriamo di innamorarci”.
  3. Il meccanismo appare brutale. Ai promessi sposi viene annunciato che la prossima settimana sarà celebrato il loro matrimonio al buio. Fino al giorno stabilito, oltre a provare l’abito e informare la famiglia completamente ignara, hanno tutto il tempo per arrovellarsi in notti insonni chiedendosi chi e come sarà il partner. Unico sedativo della paura di aver commesso un colossale errore, la scappatoia del divorzio.
  4. Verosimilmente, i partecipanti al game, di questo si tratta, percepiscono un robusto gettone. E verosimilmente ci guadagneranno anche in popolarità, visibilità e quant’altro.
  5. Chiudo citando la risposta di una ragazza che ha abbandonato dopo aver conosciuto lo scopo della chiamata: “Voglio scegliere io con chi sposarmi”.

 

Blindspot, i tatuaggi enigmistici non fanno una serie

Lei ha occhi verdi, capelli di seta nera, pelle diafana, labbra come una piccola onda rossa e un corpo sinuoso. Ma se l’aggredisce una banda di cinesi urlanti o un marine tutto muscoli è capace di stenderli rimediando appena un graffio al labbro. Chi è questa figliola piena di sorprese? Proprio questo è il punto. L’abbiamo vista spuntare nuda, ricoperta solo di tatuaggi, da una borsa ritrovata a Times Square, cuore di Manhattan, nella prima scena di Blindspot, la nuova serie in onda su Italia Uno e in contemporanea su Italia 2, La5 e TopCrime (per controprogrammare Gomorra 2). Ma nemmeno lei conosce il proprio nome, quello di sua madre o chi sia il presidente degli Stati Uniti in carica. Un essere resettato.

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Insomma, la formula è: il mistero è fitto e l’Fbi brancola nel buio. “Chi sono io?”, chiede la ragazza, ribattezzata Jane Doe, all’agente incaricato del caso, occhi verdi pure lui. “Non lo sappiamo ancora”, è la risposta. Le impronte digitali non hanno corrispondenza, il dna nemmeno, il database fa cilecca. Ce ne sarebbe abbastanza per innescare una trama sulla questione dell’identità nella società ipertecnologica e supersorvegliata del terzo millennio. Ma l’action thriller investigation incombe con le sue leggi. L’unica pista percorribile è la decodifica dei tatuaggi, oltre duecento, tra i quali compare anche il nome del detective. Vuoi vedere che tra i due c’è un legame insospettabile? Nell’armadio della psiche, l’agente ha ancora lo scheletro di una compagna improvvisamente scomparsa quando, bambini, giocavano insieme…

Il cast completo di Blindspot

Il cast completo di Blindspot

Prodotta da Nbc, ideata da Martin Gero e Greg Berlanti (Arrow, Supergirl), Blindspot ha avuto 15 milioni di spettatori medi, il plauso della stampa specializzata e il Critics Choice Award come “miglior nuova serie” della stagione. Interpretata da Jamie Alexander nel ruolo di Jane Doe, Sullivan Stapleton (il detective) e Marianne Jean-Baptiste (responsabile del dipartimento investigativo), Blindspot è un mix con poche aggiunte di serie già viste, da Person of Interest a Blacklist fino a CSI. Ci sono i tatuaggi enigmistici, i database, i cinesi che vogliono far esplodere la Statua della Libertà, i reduci dall’Irak mal gestiti dall’esercito, i file segretati dal Pentagono, i servizi segreti e pure i droni. Per dire da che parte stiamo basta un breve dialogo tra la ragazza misteriosa e un’agente, a proposito del reduce psicopatico che sta seminando il panico per le vie di New York: “Gibson, in fondo era un brav’uomo”; “Ha ucciso dieci persone stamattina, non è stato un brav’uomo”; “Una brava persona non fa mai cose orribili?”; “Gli esseri orribili fanno cose orribili e le brave persone li fermano”. Ora siamo più tranquilli, buonanotte.

 

Gomorra, lo spettacolare autismo del Male

Stamm’in cima. Dice così, Ciro Di Marzio, alla moglie Debora che gli chiede conto di tutti i sacrifici e le rinunce cui sono sottoposti, lui e la sua famiglia. Stiamo in alto, in cima alla piramide. Poco dopo l’Immortale sprofonderà nel punto più basso della sua drammatica parabola. Qualcosa di sconvolgente e disturbante, anche per lo spettatore.

A due anni di distanza dalla prima edizione, è finalmente iniziata la seconda stagione di Gomorra – La serie (Sky Atlantic e Sky Cinema 1): di gran lunga la serie più attesa dell’anno. Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) è evaso dal carcere e vuole riprendersi “quello che è nostro”. Ma trova una situazione completamente cambiata. Il figlio Genny (Salvatore Esposito) è ancora vivo e rivendica il suo ruolo, Ciro (Marco D’Amore) è divorato dalla sete di potere, Salvo Conte (Marco Palvetti) tesse la sua tela. Tutti perseguono una supremazia personale. Spartendosi le piazze, il traffico di droga, i locali. Sono bestie fameliche e disperate, che vogliono comandare. Ma vivono in case che sono spelonche, senza lussi, braccati, perennemente in fuga da un destino segnato, negli antri di acquitrini a Scampia, in una boscaglia in Germania, sui lungomare fatiscenti: una pistola può spuntare dietro ogni angolo.

Ciro Di Marzio (Marco D'Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

Ciro Di Marzio (Marco D’Amore) e Salvatore Conte (Marco Palvetti)

La morte, ha scritto Roberto Saviano nelle note della sceneggiatura è “la vera differenza nelle dinamiche di potere: se sei disposto a vivere per la tua famiglia, se sei disposto a vivere per il tuo lavoro, se sei disposto a vivere per i tuoi soldi, se sei disposto a vivere per il potere, se sei disposto a vivere per le tue donne non vali. Devi essere disposto a morire in ogni momento e a uccidere in ogni momento. Questo ti rende un uomo (o una donna) capace di comandare”. Stefano Sollima e gli altri registi (Claudio Cupellini, Francesca Comencini, Claudio Giovannesi) insieme agli sceneggiatori (Stefano Bises, Leonardo Fasoli) raccontano il sistema – “gli Stati Uniti della Camorra” – che da Napoli s’irradia in Honduras e in Germania (secondo episodio) e chissà dove ancora. Lo fanno scavando nelle psicologie più che nella prima stagione, tentando una narrazione introspettiva dei protagonisti. I primi episodi sono monografie dei personaggi. Si vede Ciro piangere, Genny inghiottire fiele. Siamo in cima, dice Ciro, e sprofonda. È una contraddizione palese, possibile solo dentro un universo chiuso, tossico. Gomorra è tutta in questa contraddizione colossale.

Possiamo parlare di male e bene finché vogliamo; possiamo provare ad applicare criteri etici: non centreremo il bersaglio. Con il moralismo e l’ingenuità del bene contrapposto al male non si riesce a capire. Il male è autoevidente, spettacolare, disturbante. Lo spettatore lo riconosce senza subirne il fascino. Ma Gomorra è questo: un mondo autistico, un microcosmo senza uscita, un universo chiuso, malato (“irredimibile”, disse Sciascia). Un kolossal del male, con la drammaticità cupa di certi classici russi dell’Ottocento. L’ipotesi di fare un’altra vita, di uscire dal giro, di andarsene e ricominciare da zero non è nemmeno paventata. L’unica strada è scalare a qualsiasi costo il sistema del crimine, fino a comandare, ancora prima e ancor più che arricchirsi. Altro esempio. I boss hanno le fotografie di Padre Pio appese in camera, le croci al collo, Genny si è tatuato in spagnolo “confido solo in Dio”: e sono pronti alle azioni più efferate, della violenza più brutale.

Stamm’in cima.

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Roberto Saviano, autore di Gomorra e ispiratore della serie tv

Post Scriptum In questi giorni tutti abbiamo letto interviste ed interventi di Roberto Saviano, molto protagonista per l’uscita di questa seconda stagione forse perché ricorre il decennale della pubblicazione di Gomorra, celebrato con una nuova edizione. Sarà perché ha scritto tanto che nelle note di sceneggiatura gli è scappata un’espressione che un bravo editor avrebbe dovuto correggergli, sia per la punta di compiacimento, sia per la scelta del verbo: “Non aver paura della complessità, questo è ciò che chiedo a me stesso quando ideo una serie, un film, un libro”.

Con Miracolo a Leicester, RaiSport cambia passo

Qualcosa si muove dalle parti di Viale Mazzini. E qualche piccola novità cominciamo a vederla anche noi telespettatori. Senza aspettare i palinsesti d’autunno e le procedure ingessate della tv pubblica. Ieri sera, senza preavviso, Raitre ha trasmesso Miracolo a Leicester, uno speciale di RaiSport sulla conquista della Premier League ad opera della squadra allenata da Claudio Ranieri. Erano le 20 e qualcosa e, a un certo punto, dopo i primi servizi dei tg, lo zapping si è fermato sulla faccia del nuovo idolo degli amanti del gioco più bello del mondo che intervistava Vardy, il suo centravanti.

La città in festa per la prima conquista della Premier League

La città in festa per la prima conquista della Premier League

Il trionfo dell’outsider, la rivincita della normalità (in alternativa alla “specialità” di Mourinho, nemico storico), il riscatto dei perdenti: le formule si sprecano a proposito della sorprendente vittoria del Leicester e del suo condottiero. Donatella Scarnati e Gianni Rizzo hanno scelto di parafrasare il titolo di un film di Vittorio De Sica, nel quale “buongiorno vuol dire davvero buongiorno”, per raccontare la “favola del Leicester”, altro gettonatissimo titolo di questi giorni. Sì, l’intervista a Ranieri era stata realizzata prima del pareggio tra Chelsea e Tottenham che ha consegnato matematicamente la Premier alla sua squadra. Però, poco importa. Anzi, proprio questo ha consentito a RaiSport di bruciare la concorrenza. Solo stasera Sky Sport, che avendo l’esclusiva del campionato inglese ha trasmesso l’intera cavalcata del Leicester, trasmetterà un’intervista esclusiva certamente più completa al nuovo mago del calcio mondiale. Ma per certi avvenimenti dal forte contenuto emotivo il tempo conta più della completezza. Il web che brucia la carta stampata insegna.

Lo speciale di RaiSport ha raccontato il clima della città, lo stato di grazia di un ambiente galvanizzato dall’arrivo dell’allenatore-papà capace di trasformare in campioni giocatori dal passato anonimo, il ruolo del presidente thailandese che per il suo compleanno offre birra e ciambelle ai tifosi, la festa dei giocatori dopo l’ufficialità della vittoria, il risalto dell’impresa nei media internazionali…

Dopo lo scoop della famosa intervista del Tg1 a Francesco Totti che aveva irritato i vertici Sky, sotto la guida del nuovo direttore Gabriele Romagnoli, chiamato da Campo Dall’Orto con il compito di rinnovare il racconto degli avvenimenti sportivi, Donatella Scarnati ha messo a segno un altro colpo. Qualcosa si muove dalle parti di Saxa Rubra. E ancor più si muoverà se andrà in porto la trattativa con Totti e Ilary Blasi per accompagnare con la loro partecipazione i prossimi Europei di calcio, dal 10 giugno in onda su Raidue.

I cinque motivi del boom di Rischiatutto (2.0)

Non c’erano dubbi che Rischiatutto avrebbe fatto il botto (oltre 30 per cento di share e 7,5 milioni di telespettatori). Bastava non inventare troppo, non stravolgere il format originale di Mike Bongiorno aggiornandolo solo un po’, con un tocco d’ironia e di scanzonatura, la sfumatura che Fabio Fazio indossa meglio di questi tempi. Fatta questa premessa, i motivi del successo della serata d’esordio del Rischiatutto 2.0 sono molteplici.

  1. La forza del format. Intanto: del 2.0, inteso come aggiornato ai tempi del web, non c’è traccia. Niente televoto, niente social network e cinguettii vari in tempo reale. Il quiz classico, tradizionale, senza spezie virtuali e internettose, il padre di tutti i telequiz è più che sufficiente ad attrarre il grande pubblico.
  2. Il retrogusto vintage. Indovinata l’idea di mantenere studio, cabine, tabellone, grafica e musiche originali, e tutti i piccoli riti inventati da Mike, la prova pulsante, le buste, la chiusura delle cabine, le gag con il Signor No, Ludovico Peregrini, soddisfacendo il feticismo dei cultori. Indovinata anche l’idea di partire con il bianco e nero per poi colorare l’ambiente. Nostalgia stuzzicata nelle giuste dosi, senza eccessi e indugi compiaciuti. Il vintage funziona, come insegna la Tipo di Montalbano. Fazio sa come surfare su queste onde, Anima mia docet.
  3. Il format largoRischiatutto fu campione di ascolti nei primi anni ’70, quando Christian De Sica era giovane, Fabrizio Frizzi adolescente, Lorella Cuccarini, Fabio De Luigi e Maria De Filippi bambini. I ragazzi di adesso, invece, ne hanno sentito parlare da genitori e nonni e un pizzico di curiosità ce l’hanno. Mike riusciva a trasformare i concorrenti in caratteristi e a imprimerli così nell’immaginario, motivo per cui i telespettatori dell’epoca erano curiosi di rivedere la mitica signora Longari e il bizzarro Andrea Fabbricatore cinquant’anni dopo. La traversalità generazionale era uno degli obiettivi di Fazio. Missione compiuta.
  4. Il generalismo della Rai. La televisione cresce e si impone sfruttando la televisione. Il tuffo nel passato è stato un tuffo in un’epoca in cui la Rai rappresentava tutto il Paese. La scelta di ospiti-concorrenti molto generalista paga. Christian De Sica e i volti rappresentativi della storia e del presente della Rai come Frizzi e Cuccarini avevano voglia di giocare. Importante anche la presenza di Maria De Filippi. Rischiatutto e quella Rai sono come la Nazionale e quando gioca la Nazionale tutti remano nella stessa direzione. Anche le materie dei concorrenti di stasera (musica sinfonica, storia della Juventus e Marylin Monroe) sono passioni di massa.
  5. Le novità riuscite. La materia vivente interpretata da Alberto Tomba (stasera toccherà a Fiorello), scelto con il criterio di cui sopra, la massima popolarità, funziona. Come funziona l’innesto di Nino Frassica, già collaudato a Che fuori tempo che fa. Matilde Gioli ha gli occhi e il sorriso giusti per interpretare il ruolo di valletta, ironica e dolce ad un tempo.

Stasera si bissa. Resta da vedere se la gara con i concorrenti sconosciuti avrà la stessa presa di quella con i volti noti. E in autunno si vedrà se il Rischiatutto (2.0) resterà su Raitre o verrà promosso sulla prima rete, Daria Bignardi permettendo.

La Rai sfuma, Crozza-Renzi-dentone is back

Renzi-dentone is back, ne sentivamo la mancanza. Maurizio Crozza è tornato al suo bersaglio prediletto. Alla parodia che, insieme al funambolico Germidi Soia, lo chef vegano di culto, gli riesce meglio. Venerdì sera lo ha rimesso al centro del suo Paese delle meraviglie, come ai bei tempi. Già la scorsa settimana si era rivisto, protagonista dell’appassionata liaison con Maria Elena Boschi. Ieri la storia, a metà tra gossip e politica, è proseguita con la rappresentazione di una processione in onore di “Santa Boschi protettrice, gufo chi non te lo dice; viva viva Santa Boschi con i suoi riccioli d’or”. Renzi-dentone avanzava ondeggiando il turibolo dell’incenso davanti ai fedeli che sorreggevano il palchetto della “gran badessa delle riforme, arcivescova del Parlamento, gran camerlengo del governo, carmelitana che sarebbe scorretto definire scalza, visto l’amore per le décolleté di Jimmy Choo”. Non le sembra di esagerare, lo punzecchiava il solito Andrea Zalone. “Esagerare? Questa santa ha abolito il Senato, ha cancellato il bicameralismo perfetto, ha modificato la legge elettorale, ma soprattutto: ha portato il lucida-labbra in  consiglio dei ministri”. Insomma, un Crozza in splendida forma, archiviate le titubanze delle prime serate della nuova stagione quando, in concomitanza con le sirene della Rai, la caricatura del premier era curiosamente desaparecida.

Si sa come vanno queste cose. Ci sono tante componenti da far combaciare. Tanto più se si tratta di far cambiare squadra al primatista di ascolti di una rete (ieri 7,37 per cento, La7 terza rete assoluta dietro Canale 5 e Raiuno), peraltro tatticamente indisciplinato e difficilmente integrabile in una Rai che, dopo la vicenda dell’intervista a Salvo Riina, patisce la crescente irritazione dei custodi dell’ortodossia renziana. I rumors provenienti da Viale Mazzini dicono, peraltro, di un Campo Dall’Orto piuttosto tiepido all’idea di arruolare il comico genovese. Non sarà che avrà imboccato la fase discendente? Comunque sia, mettendosi dalla sua parte, il gioco non vale la candela: perché autocensurarsi se poi è probabilissimo che non si arrivi a niente?

Ieri sera in platea c’era anche Urbano Cairo: “il mio editore, ti ha mandato un messaggino Renzi?”, lo ha stuzzicato Crozza. Perché sì, gag sul Corriere della Sera a parte (Cairo bravissimo “a comprarsi tutta l’Italia senza tirar fuori una cazzo di lira”), il messaggio era quello dell’editore che marca il territorio. Il contratto del comico con La7 scade a fine 2016 e certamente l’editore vuole prolungarlo. Coincidenza, in sala c’era anche Beppe Caschetto, sul quale Crozza ha scherzato in lungo e in largo. “Cairo non ha una lira perché tutto quello che ha lo dà a me. Ve lo giuro, con quello che mi paga dovrei giocare anche nel Torino. Sempre che il mio agente sia d’accordo. Cairo lo sa. Il mio agente è un po’ come mia moglie, un po’ più geloso”. Pausa studiata: “No… c’è anche Caschetto! Non inquadratelo… L’agente più potente d’Italia… Sai quando si dice in Italia decide la gente? Ecco, è lui: l’agente, elle apostrofo. Tutto quello che succede in Italia, Rai Mediaset La7 surruscaldamento globale, decide lui… Secondo voi chi ce l’ha messo Renzi a Palazzo Chigi?”. La tecnica dell’iperbole per ridimensionare un’idea (vera) funziona sempre. Qui si tratta di Caschetto onnipotente, per il quale il suo artista ha chiesto un applauso. I bene informati dicono che in questo periodo il superagente non ha esattamente l’umore alle stelle. Forse qualche operazione non gli sta riuscendo. La7 non sta andando bene. E Cairo non molla nessuno, neanche Floris se a qualcuno venisse in mente, i contratti vanno rispettati e Caschetto è marcato a vista. “Comunque, sia chiaro – è ripartito Crozza parlando del referendum sulle trivelle – io voto quello che mi dice Caschetto. Qualunque cosa abbia deciso, e non vi posso dire cosa perché siamo in par condicio, io vado a votare per tre motivi. Primo, è un mio diritto. Secondo, è un mio dovere. Terzo, ha detto Renzi di non farlo”. Applausi. La riserva antirenziana di Crozza è tornata.

 

Il futurista Top Gear reinventa Meda e Bastianich

È un programmino piccolo, un’ora scarsa, per la nicchia dei fan di motori e ciò che gli ruota attorno. Eppure, con quel caratterino già definito, ha le carte per essere la rivelazione della stagione. Anzi, già lo è. Il programmino in questione è Top Gear, factual di successo della Bbc che l’ha esportato in 212 Paesi facendone lo show delle due, quattro e più ruote, più trasmesso al mondo (350 milioni di spettatori). È a forte prevalenza maschile, ma virato in gioco di costume, grazie alla breve durata può trattenere anche qualche femminuccia. La versione italiana trasmessa su SkyUno (martedì, ore 21,10) accentua il carattere ironico del gioco, merito dei tre conduttori-concorrenti: Guido Meda, Joe Bastianich e Davide Valsecchi (cui si aggiunge l’impenetrabile Stig, pilota vero, celato dentro tuta e casco bianchi).  In ogni puntata c’è un ospite – Cristiana Capotondi, Max Gazzè – che racconta il proprio rapporto con le auto e la guida più o meno spericolata, e si cimenta in un giro di pista cronometrato. Dalle sfide più balzane si passa allo studio con il pubblico, dosando adrenalina, cazzeggio e info motoristiche (divertente la recensione dell’avveniristica BMW i8) in un mix che Meda gestisce con sagacia. Non bisogna fare i sofisti su testi e dialoghi, volutamente improntati al registro goliardicamente virile (Bastianich rispondendo ai clacson di protesta: “Vai a suonare tra le cosce di tua moglie, che c’è molto traffico…”) e alla provocazione più o meno bassa…

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L’altra sera i tre soci si sfidavano a Roma, tra buche e varchi attivi, in un percorso dalla Salaria al Colosseo, con mezzi scelti senza lesinare sulla fantasia: un’auto di lusso decapottabile per Bastianich, una superbike per Valsecchi, e un quad per Meda. Il quale, ad un certo punto, scartato un gregge è entrato nel Tevere e, rientrando le ruote nei parafanghi, ha trasformato il veicolo in una moto d’acqua. L’immagine del fiume placido, violato da un mezzo rombante e scabroso, aveva echi futuristi. Quarto e ultimo concorrente, nella sua mise da Formula Uno, Stig doveva utilizzare i mezzi pubblici. Invece di togliere mordente alla competizione, l’ironia funziona da additivo e l’eccentricità della situazione tiene lo spettatore incollato fino alla fine.

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Un altro dei punti di forza è la reinvenzione dei protagonisti. Soprattutto Meda, più personaggio che mai: dai tormentoni della MotoGp con Valentino Rossi a questo show sfrenato e gigione. Stesso discorso per Bastianich: il ristoratore di Masterchef si trasforma in un navigatore da rally (“È possibile che io vomito”) e si mette al volante di una McLaren da 330 km orari o di una Rolls. La televisione modifica il profilo dei suoi attori e cresce su se stessa. Qualcosa mi dice che presto o tardi Top Gear Italia lo vedremo sul Tv8 del digitale terrestre.