La7 vola e Santoro commette due errori in un colpo

Sarà il vento del No, sarà l’aria di crisi che aleggia nel Paese dalla Roma istituzionale alle periferie meridionali disprezzate da Chicco Testa, fatto sta che La7 è improvvisamente tornata ai momenti di gloria del 2011 quando mieteva ascolti e record sulla scia della crescita grillina e della campagna per le amministrative. L’altra sera DiMartedì di Giovanni Floris ha sfiorato il 10 per cento di share e i 2 milioni di telespettatori (per l’esattezza 9,64 e 1.958.000), primato assoluto da quando esiste. Il dato risulta ancor più significativo se confrontato a quello del concorrente di Rai 3, quel Politics condotto da Gianluca Semprini rimasto inchiodato al suo malinconico livello (2,61 per cento). Cioè: la congiuntura politica non favorisce tutti indiscriminatamente, ma chi sa fare tv. L’altra sera c’era la solita fulminante copertina di Maurizio Crozza (nei panni di Renzi: «Avete fatto un unico errore, mi avete lasciato vivo: adesso sarò il vostro incubo… Nascosto dietro un MacBookPro sbucherò all’improvviso e mi riprenderò gli 80 euro») e ospiti come Pierluigi Bersani, Mario Monti, Domenico Delrio, Maurizio Belpietro. Poco prima Otto e mezzo di Lilli Gruber aveva raggiunto il 7.81 per cento di share (ospiti Beppe Severgnini, Marcello Sorgi e Andrea Scanzi) e ancor prima il tg di Enrico Mentana il 6.57. Ma al di là di numeri e programmi specifici è tutto il palinsesto della rete di Urbano Cairo a scoppiare di salute. A cominciare dalle morning news di Coffee break e L’Aria che tira, per proseguire al pomeriggio con Tagadà di Tiziana Panella (che in questi giorni ha ospitato Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Pasquino, Pierluigi Battista). Lunedì sera, per esempio, Lilli Gruber con Massimo Cacciari, Antonio Padellaro e Matteo Richetti aveva ottenuto il 9.23 per cento e Piazza pulita di Corrado Formigli, con le interviste a Jean Paul Fitoussi e Davide Serra, si era assestata al 7.38, facendo risultare La7 quarta rete in primetime. Il fatto è che, considerata la lentezza di riflessi della Rai, e grazie alla presenza di Mentana, ormai commentatori, opinionisti e analisti sembrano averla eletta come tribuna preferita. È la rete all talk il posto dove esprimersi e argomentare sapendo di trovare visibilità e interlocutori qualificati. Spiace che Michele Santoro non abbia colto la tendenza. E, anzi, vittima dell’involuzione che lo sta attanagliando, intervistato a La Zanzara abbia parlato di «Cnn all’amatriciana». I dati di questi giorni lo smentiscono. E alla svista si aggiunge la gaffe. Un tempo qualcosa fatto «all’amatriciana» era sinonimo, negativo, di una cosa ruspante e casereccia. Ma dopo il terremoto Amatrice è meglio tirarla in ballo diversamente.

La Verità, 8 dicembre 2016

Il «Gazebo» che svela il backstage della politica

Telecamerine e Twitter, satira e riprese rubate, raid notturni e vignette: siamo a Gazebo social news, striscia quotidiana di Diego Bianchi, alias Zoro, l’antinarratore della politica di Rai 3. È un’allegra compagnia de sinistra quella che manda in onda tutti i giorni questo racconto atipico delle cose della politica (dal martedì al venerdì, ore 20.10, share del 5,35 per cento nella puntata speciale post referendum). Un antiprogramma, verrebbe da definirlo. Attorno a Zoro che, t-shirt barba e romanesco spinto, è l’incarnazione dell’anticonduttore, si esibisce il fumettista Marco Dambrosio, alias Makkox: persino struggente l’altra sera la parabola di Renzi che rivede la sua storia immerso nella realtà virtuale di un Oculus, ma a un certo punto, causa moscerino, perde la connessione e rimane solo. Poi c’è Missouri, vecchio tassista promosso direttore del «Tg bello» per motivi di satira, che scarrozza Zoro nella notte romana dello spoglio referendario. Infine, Marco Damilano (L’Espresso) e Francesca Schianchi (La Stampa), antiospiti da talk show, che illustrano l’evoluzione della giornata fornendo parole chiave e link utili per comprenderla. E Zoro che fa? Annoda il racconto usando uno schermo tv sul quale manda i reportage, le incursioni, i filmati. Uno schermo che diventa finestra aperta sui palazzi della politica alla quale tutti, coautori, pubblico in studio e pubblico a casa, si affacciano per capirci qualcosa. Tra un filmato e l’altro, Zoro si ferma e dice due parole di spiega, sottolinea, se è il caso digita rewind e rimostra un particolare significativo (l’altra sera, per esempio, la stretta di mano in piazza Montecitorio tra Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia e Alfredo D’Attorre di Sinistra italiana). Poi ci sono i tweet che, contestualizzati, risultano assai più sapidi. Un altro dei punti di forza è l’agilità della strumentazione che permette rapidità negli spostamenti. Con una telecamerina digitale Zoro e soci vanno da un palazzo all’altro regalando riprese inedite, oblique, sporche. Passano dalla Maratona di Mentana al discorso della sconfitta di Renzi a Palazzo Chigi, dove si soffermano sul volto e le mani della moglie Agnese Landini, dal Comitato del No della minoranza Pd, dove acciuffano Massimo D’Alema, a piazza Montecitorio, dove spuntano leghisti che issano cartelli con «Salvini premier». Cose che nessun tg e nessun talk show mostra. Lo fa un antiprogramma «barbone» (hanno la barba Zoro, Missouri, Damilano e Makkox) e certamente di nicchia, che ha come mission il backstage della politica, di cui fa parte anche Twitter. Mentre i programmi tradizionali si dilungano in analisi e scenari, Gazebo va dietro le quinte per documentare e mostrare dettagli, certamente con un orientamento predefinito e con qualche eccesso voyeuristico. Che, tuttavia, possono aiutare a capire più di tante, interminabili, discussioni.

La Verità, 7 dicembre 2016

Quel gran doppiogiochista di Antonio Ricci

È sempre la solita faccenda del doppio registro, del doppio piano di lettura. Ma stavolta è dichiarato in partenza, fin dal tormentone che accompagna il programma: «Ci vuole cul-cul cultura!» (Italia 1, tutti i giorni, ore 20.20, share del 2,74 per cento). Al gioco del doppio linguaggio Antonio Ricci ci ha abituato da sempre: basta ricordarsi la storica polemica sulle veline che non sono donne oggetto, ma una denuncia dell’uso del corpo come strumento di successo. Intanto, per esemplificare, le si mostra in tutta la loro carica seduttiva. A Cultura moderna, rispolverato dieci anni dopo, ovviamente i concorrenti sono ignoranti come capre e soprattutto sono protagonisti di prove da sagra paesana, dilettanti al confronto dei quali Italia’s Got Talent è l’Actors Studio. Ovviamente Teo Mammucari li chiama «talentuosi», ironizzando sulla giostra dei talent show. Quanto al gioco, che in sé non ha nulla di appassionante, consiste nell’esibizione di cinque concorrenti che, in base al punteggio assegnato da un fantomatico esperto, conquistano il diritto a conoscere uno o più indizi per scoprire un personaggio misterioso.

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Il pubblico in studio e a casa ci arriva quasi subito, ma i protagonisti del gioco misteriosamente no. Tra barzellette da oratorio, improbabili imitatori dei Blues Brothers, di Raffaella Carrà o dei versi degli animali si arriva alla prova finale che mette in palio 100.000 euro. Sempre ovviamente, può capitare di vincerli del tutto fortuitamente a uno dei concorrenti perdenti della prima selezione – «ci vuole cul-cul cultura!» – perfezionando la gigantesca presa in giro del carrozzone televisivo e del sistema dei quiz (il riferimento ad Affari tuoi è puramente voluto). Anche il famoso doppio piano di lettura è perfettamente realizzato perché, ancora ovviamente, una parte del pubblico s’infervora per scoprire la soluzione mentre la parte più snob sale in cattedra svelando l’intrigo del programma. Più che in Selfie – Le cose cambiano, qui è proprio il cinismo il sale della serata e, ovviamente, non può esserci faccia migliore di quella di Mammucari per reggere il filo scoperto della malizia. Così, tra un balletto della «marzullina» – altro ammiccamento – Laura Forgia (ex Eredità) e una gag di Carlo Kaneba, si arriva alla fine del game show con il quale, è stato scritto, su Italia 1 Ricci fa concorrenza al se stesso di Canale 5. Sarà davvero così? Oppure, con un quiz il luciferino autore di Striscia la notizia vuol togliere pubblico (poco in verità) ad Affari tuoi di Rai 1? Insomma, Ricci ci fa o ci è? Entrambi. Ovviamente…

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016

Cose memorabili e dimenticabili del Papa di Sorrentino

Che casino su The Young Pope. Che bagarre. Si esibiscono critici televisivi e cinematografici, firme di cultura, opinionisti cattolici. Ognuno dalla propria cattedra, pronto a pontificare sul pontefice di Paolo Sorrentino. L’unica cattedra che ancora non si è pronunciata è quella dell’Osservatore romano, la più attesa. Senza volermi aggiungere alla schiera, ecco una breve lista di cose memorabili e no della serie di cui tutti continuano a parlare e che è ancora disponibile on demand e in replica.

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

La visionarietà/1. Il realismo magico di Sorrentino, di derivazione felliniana, assale fin dalla prima scena – il bimbo che esce Papa dalla montagna di feti – lo spettatore. L’insistenza sulla narrazione onirica che sovrappone i piani ha il compito di accalappiarlo. L’estetica laccata a tinte forti (fotografia di Luca Bigazzi), con un Vaticano abbacinante dove non c’è una nuvola e non piove mai, al massimo nevica, fa da contrasto con l’orizzonte fosco della Chiesa, la cupezza degli intrighi, l’oscurantismo delle posizioni dell’inquilino principale.

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

Il paradosso del mistero. Nella società dell’immagine, in cui la Chiesa sta facendo tutto per andare verso l’umanità, il regista si chiede se una scelta di nascondimento e non visibilità possa accrescerne mistero e autorevolezza. Dopo papa Bergoglio potrebbe arrivare un Papa conservatore e reazionario.

La libertà espressiva. Sorrentino ha giocato tutto il peso del suo blasone in un film di dieci ore nel quale la produzione gli ha permesso tutto (anche con conseguenze negative che vedremo) in un gioco di citazioni e rimandi: un canguro libero nei giardini vaticani (il fantasma dell’abbandono? chissà), un Papa che calza infradito e gioca a biliardo, un Segretario di Stato che distribuisce la sua biografia con la copertina di Open di André Agassi e gira nei Sacri palazzi indossando la divisa del Napoli.

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il cast. Con queste premesse gli attori hanno dato il meglio. Silvio Orlando ai vertici, Jude Law, Diane Keaton, James Cromwell, Javier Camara: parti di una rappresentazione definita che privilegia la collocazione nel mosaico del regista sullo scavo psicologico dei singoli personaggi.

La sigla. Nei titoli di testa, sulle note di All Along the Watchover di Bob Dylan, il Papa giovane sfila davanti a una serie di rappresentazioni pittoriche della storia del cristianesimo, dall’Adorazione dei pastori di Gerard van Honthorst alla Conversione di San Paolo di Caravaggio fino alla statua di Giovanni Paolo II abbattuta dal metereoite di Maurizio Cattelan. Altero e ironico, luminoso e cupo, Pio XIII si volge allo spettatore facendogli paraculescamente l’occhiolino.

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l'occhiolino al telespettatore

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l’occhiolino al telespettatore

La visionarietà/2. Il rovescio della medaglia della carica immaginifica di Sorrentino è nella (inevitabile) scarsa verosimiglianza. Ci sarà un motivo se The Young Pope è piaciutissimo ai non credenti e meno ai cattolici. Si può cavarsela sostenendo che questi ultimi si sono scandalizzati per il Papa glam e trasgressivo, paroline che regalano sempre certi brividi di piacere. Ma si potrebbe considerare che se si entra ambiziosamente nei segreti della massima istituzione ecclesiastica, magari il cuore del cristianesimo andrebbe rispettato. Sottolineo: rispettato, non necessariamente condiviso. Con tutti i suoi peccati, la Chiesa è pur sempre una realtà che ha a che fare con l’altro mondo. Bellissima la visionarietà, ma dovrebbe accompagnarsi a un sufficiente grado di aderenza all’oggetto trattato. Che, in un’opera ambiziosa come The Young Pope, lo dico con rammarico, sembra invece difettare.

La quotidianità del Papa tabagista. Potevamo stupirvi con effetti speciali e lo abbiamo fatto. Pio XIII beve Coca cola zero al gusto di ciliegia, gioca a biliardo con la cicca in bocca, sfiora la tetta di una ragazza, cambia i pannolini al neonato di lei, trascorre il tempo tra massaggi e passeggiate. Mai che legga un testo sacro o stia allo scrittoio a preparare un’omelia. Un dettaglio rivelatore di troppe licenze narrative è il gesto che introduce al rito del fumo. Grazie a una mossa da prestigiatore, la sigaretta nascosta nel palmo della mano si palesa improvvisa tra le labbra: roba da consumato tabagista on the road più che da Papa cresciuto in orfanotrofio e, si presume, in seminario.

Papa Belardo è un tabagista incallito. Un vizio un po' ostentato

Papa Belardo ostenta il vizio di tabagista incallito

Cercasi cristianesimo. La fede che emerge dall’opera è un misto di protestantesimo, miracolismo, spiritualità new age, con qualche traccia di cristianesimo veterotestamentario, come dimostra la posizione di Pio XIII sull’aborto (cita l’Esodo di «vita per vita, occhio per occhio…»). Facile argomentare su Dio, difficile fare i conti con Gesù Cristo. Con un certo esibizionismo il Papa s’inginocchia a braccia spalancate per pregare in un autogrill o in apnea sul fondo di una piscina, in una posa da calciatore dopo il gol o da supereroe in trans più che da Capo della Chiesa che vive drammaticamente il suo mandato.

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

Chiesa negativa. Detto della fede in un Dio generico di un Papa a metà tra la rockstar e il santone, il Vaticano non può che somigliare a un qualsiasi centro di potere (si sprecano i confronti con House of Cards). Ma se l’idea di cristianesimo è vaga, anche la Chiesa non può che essere una realtà vuota. Non a caso non v’è traccia delle virtù cardinali. Oltre alla fede, nella Chiesa di Pio XIII non c’è posto né per la missione né per la carità (fa eccezione il bistrattato Voiello). Perché, in fondo, stiamo parlando d’altro.

La Verità, 24 novembre 2016

 

A «Selfie» spunta il trash che fa anche tenerezza

Scale delle meraviglie dalle quali scende il cigno. Vidiwall che svelano i sogni dei candidati al ritocchino o ritoccone. Robottini a specchio che svelano il miracolo della trasformazione (anche se è difficile credere che i protagonisti vedano, commossi, il risultato per la prima volta in studio). È Selfie – Le cose cambiano, il nuovo reality di make over con il quale Simona Ventura torna a condurre un programma in prima serata su una rete generalista di Mediaset (Canale 5, lunedì, ore 21.30, share del 20,23 per cento). La strategia è chiara: accontentare il pubblico che ha regalato ottimi ascolti al Grande Fratello Vip convocando persone dello showbiz, sportivi, volti più o meno noti, incasellandoli tra i Mentori, coloro che possono incaricarsi del «percorso» o rigettare la richiesta, e i Giurati di qualità, che la Ventura ribattezza sagacemente il bar di Star Wars. Di suo, oltre che un look rinfrescato per l’occasione, Supersimo ci mette la solita grinta e le formulette di rito: «Le cose cambiano, eccome se cambiano. Ma non cambiate canale»; «Se vuoi dire addio al passato e vedere la nuova tu, scendi dalla scala delle meraviglie»; «Quelli che noi aiutiamo se lo meritano». Quasi vent’anni dopo, siamo dalle parti de Il brutto anatroccolo e Bisturi – Nessuno è perfetto, ma tutto quanto – scale, vidiwall, robottino, formulette e chirurghi estetici – va a comporre l’armamentario pop, con punte di trash, della rinascita, un sogno e uno scatto di vita da regalare a persone semplici da accompagnare con sguardo tenero, anche se non programmaticamente buonista. Ci pensa Katia Ricciarelli, in coppia con lo zar del volley Ivan Zaytsev (le altre sono composte da Stefano De Martino e Mariano Di Vaio, Alessandra Celentano e Simone Rugiati) a fare da signor no alle richieste più inconsistenti. C’è il marito che russa e provoca notti insonni alla consorte, ci sono le neomamme col seno cadente post allattamento, la promessa sposa con i denti storti, l’uomo sulla soglia di povertà che vuole regalare una notte da principessa alla moglie, la donna affetta da patologia ossessivo compulsiva dell’ordine e non manca lo strampalato quarantenne che vuole «assomigliare di più a Massimo Ghini». Davanti a certe bizzarrie affiora il comprensibile cinismo dei Mentori e dei Giurati tra i quali si annida qualche vecchia volpe defilippica come Tina Cipollari, protagonista della gag con Gemma, altra maschera di Uomini e donne, studiata appositamente per succhiarne una flebo di audience. L’angolo del cinismo ha poi il suo momento catartico, con il pulmino «per vedere cosa la gente pensa di noi», nel quale un’improvvisata giuria commenta il red carpet de’ noantri. La regia è di Roberto Cenci e la parola più pronunciata della serata è «percorso».

La Verità, 23 novembre 2016

 

 

Il giornalismo di Lerner alla scoperta dei tanti islam

Niente da dire, Gad Lerner le inchieste e i reportage li sa fare. È noto fin dai tempi dell’Espresso, ancor prima dello sbarco in tv a Profondo nord e Milano, Italia al quale il titolo del nuovo programma fa riferimento (Rai 3, domenica ore 22.50, share del 7,56 per cento). A differenza del format storico, Islam, Italia si svolge tutto in esterni, per intervistare giovani convertiti alla religione salafita, imprenditori del Qatar, la consigliera comunale musulmana a Milano, il professor Stefano Allievi, esperto di Islam. Di confessione ebraica, le domande di Lerner hanno una preoccupazione critica, che si aggiunge alla diffidenza diffusa verso una religione sospettata di essere una teocrazia con eccessi violenti e tendenze dominatrici.

A un ragazzo che, ventenne, è andato a studiare a Medina tornandone salafita chiede perché si proclama continuamente Allah è il più grande: «Non c’è una dimensione competitiva, un’aspirazione dell’Islam a sottomettere le altre confessioni?». Anche la questione del trattamento della donna è un tema caldo. Alla Fiera del Levante dove la comunità si trova nella ricorrenza del sacrificio di Abramo e si prega in stanze separate per sesso, la troupe viene allontanata da quella riservata alle donne. Nello stesso giorno «i tagliagole dello Stato islamico sgozzano alcuni prigionieri come pecore» e Lerner si chiede quanti Islam esistano: l’Islam dei bisognosi, l’Islam deturpato dell’Isis, l’Islam capitalista ma integralista di Al Wahabi. A Doha (Qatar), in uno sfarzoso centro commerciale che imita la galleria di Milano, convivono alta moda e castigatissimi abiti neri. Ma per lo sceicco non c’è contraddizione perché «quando gli affari girano ne beneficiano tutti». Nel quartiere cristiano non si può esporre la croce, le campane sono vietate e l’evangelizzazione è sanzionata con il carcere. Tornati a Milano, il professor Allievi sostiene che l’Islam dei fratelli musulmani e dei salafiti sia più un ostacolo che un veicolo del jihadismo. Ma Sumaya Abdel Qader, giovane consigliera comunale con tre lauree, è stata accusata di apostasia (che in alcuni Paesi arabi comporta la pena di morte) dalle frange integraliste perché, entrando in politica, ha aderito alle leggi italiane.

Insomma, Lerner mostra che l’Islam moderato esiste ed è maggioritario. Ma esiste anche quello ipocrita degli affari e quello pronto agli anatemi e alle rappresaglie. Il viaggio si chiude a Piacenza, dove un gruppo di facchini e magazzinieri prega inginocchiato sulle bandiere sindacali dopo la morte di un confratello, investito da un camion. Sono lavoratori in nero, sfruttati. Esiste anche l’Islam della classe operaia. Lerner le inchieste le sa fare: peccato siano orientate sempre nella stessa direzione.

La Verità, 22 novembre 2016

Lo show internazionale di Mika perfetto per Rai 1

Stile, eleganza, sensibilità. Alla fine vince su tutto la cifra del padrone di casa, il cantante showman libanese Mika, reduce da due ottime annate nell’X Factor di Sky, protagonista di questa nuova scommessa, una festa privata, un open party, un one man show con ospiti e amici per cantare e ballare e parlare di musica. Vincono il garbo e l’estetica del protagonista, un po’ Mago di Oz e un po’ Alice delle meraviglie, accompagnato dalla briosa Sarah Ferbelbaum, che vola leggero su qualche zeppa di cui è cosparso Stasera Casa Mika (Rai 2, ore 21.10, share del 14,4 per cento). Il monologo sul bianco di una carriera ferma che diventa colori nella sua prima canzone, quello sulle parole come ponti per costruire, il viaggio a Napoli e l’invito ai ragazzi del Sanitansamble per cantare, spericolatamente, Era de maggio, la giornata da tassinaro: c’è stupore e voglia di mettersi in gioco in questo racconto privato che sconfina nell’intimismo. Una biografia in musica impastata nella curiosità e nel talento. E pazienza per le ospitate di Pif e il suo promo al nuovo film, e di Marco Giallini che, per doveri aziendali, mette in scena se stesso, ovvero Rocco Schiavone, e la sua già stucchevole galleria di rotture di coglioni. E pazienza pure per l’omaggio un po’ forzato a Ugo Tognazzi e al Vizietto. Quando lo introduce, parlando di un caro vecchio amico, ci si aspetta il ricordo di Dario Fo, invece no: ma è difficile immaginare qualcuno di più lontano da Mika di Tognazzi. La leggerezza del padrone di casa passa sopra anche al cotroneismo latente (Ivan Cotroneo autore, insieme con lo stesso Mika, Tiziana Martinengo e Giulio Mazzoleni) e al fatto che, a ben guardare, un varietà così sfarzoso e nobilmente kitsch sembra essere nel giorno e forse nella rete sbagliata. Ha un impianto da sabato di Rai 1 questo show internazionale targato Ballandi, che cita Mina e Pino Donaggio al primo duetto con Malika Ayane, e la tv di Renzo Arbore, maestro di colori e goliardia, convocato per l’imprimatur al varietà «altro», capace di aggiornare le Sorelle Bandiera con la prostituta trans della strepitosa Virginia Raffaele: «Che fai Mika, ci provi? Tanto non ci crede nessuno». Più a suo agio la popstar quando c’è di mezzo il racconto in musica, come con la cantautrice italo-americana LP (Laura Pergolizzi), e soprattutto con Sting, splendido sessantacinquenne riconosciuto mostro sacro dopo il concerto per la riapertura del Bataclan a un anno dalla strage. Gran serata e grandi ospiti: non facile mantenere questo livello di partecipazioni nelle prossime serate. Però, auguri.

 

La Verità, 17 novembre 2016

I «magnifici 7» di La7 vogliono una fetta di canone

Carte scoperte. L’obiettivo di La7 ormai è chiaro: conquistare una fettina di canone di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo. Prima le maratone elettorali di Enrico Mentana. Poi i confronti referendari, sempre con la stessa firma, tra esponenti del Sì e del No, molto istituzionali. Infine, la maratona in occasione delle elezioni americane, coronata da un discreto successo di ascolti. Anche l’innesto di Faccia a faccia, il nuovo programma di Giovanni Minoli, ha consolidato il profilo da servizio pubblico della rete di proprietà di Urbano Cairo. È da un annetto che l’editore di Rcs fa rotta sul canone Rai. La Tv di Stato dispone anche della pubblicità, ma il ruolo di servizio pubblico non è più suo monopolio esclusivo. E dunque una fetta potrebbe essere ridistribuita.

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

La rete all talk di Cairo ormai può vantare un profilo che, oltre al tg di Mentana e alle sue importanti appendici, annovera un programma come Otto e mezzo di Lilli Gruber che potrebbe stare benissimo su una rete pubblica. Lo stesso si potrebbe dire della fascia di morning news della rete. Poi ci sono i talk show di prima serata come DiMartedì, che batte puntualmente e con distacco il concorrente di Rai 3, e Piazza pulita. In fondo, non c’è da meravigliarsi se la prua di La7 punta dritta al canone. Tutti i volti principali, giornalisti, anchorman e anchorwoman sono ex di Mamma Rai. Da Giovanni Floris a Corrado Formigli, da Gianluigi Paragone a Lilli Gruber, da Myrta Merlino, nata televisivamente a Mixer, creatura dell’ultimo innesto Giovanni Minoli, fino allo stesso Mentana, nato e cresciuto al Tg2 prima di fondare il Tg5. Inevitabile che linguaggi e formule dei «magnifici sette» siano quelle del servizio pubblico, ancor più se, com’è naturale, alimentati da un certo spirito di rivalsa nei confronti dell’azienda di cui sono figli. «Se con il canone di abbonamento in bolletta la Rai incasserà 280 milioni in più, allora bisogna rivedere le quote di pubblicità della tv pubblica, magari togliendo gli spot da due reti», ha dichiarato in più occasioni il patron di La7. Intanto ha ulteriormente implementato la rete di volti e contenuti da servizio pubblico per rendere plausibile lo storno di denaro proveniente dal canone. Dopo una prima proroga che risale alla scorsa primavera, la convenzione che regola il contratto di servizio pubblico tra la Tv di Stato e il ministero delle Poste e Telecomunicazioni è scaduta il 31 ottobre scorso ed è in discussione in questi giorni. Ovviamente, in viale Mazzini c’è fibrillazione nell’attesa del rinnovo.

 

La Verità, 16 novembre 2016

«Faccia a faccia», l’intervista diventa performance

Partenza rock, a tutta velocità: dalla sigla, in verità più jazz, a Born in the Usa, per introdurre gli endorsement al contrario di Bob De Niro versus Donald Trump, e Susan Sarandon, anti Hillary Clinton. Faccia a faccia di Giovanni Minoli si gioca sul ritmo, marchio di fabbrica del conduttore dai tempi di Mixer (La7, domenica ore 20.35, share del 4,11 per cento, di solito a quell’ora non raggiunge il 3). Anche la grafica cita la matrice: schermo bianco e nero diviso in due per simulare il duello tra i protagonisti ripresi in primissimo piano, con i volti che si alternano sullo sfondo. I capelli di Minoli sono più radi, ma il piglio è sempre incalzante. Matteo Renzi è appena uscito dalla settima Leopolda, ma è ancora immerso nella bagarre con la minoranza Pd. Ritmo, dunque, pure troppo. E sintesi nelle risposte, più corte delle domande, perché arriva subito quella successiva. E perché bisogna riconoscere che, in fondo, il giornalismo è l’arte di fare domande. Per esempio: «Lei viene dalla Leopolda. Una Leopolda a cinquant’anni dall’alluvione di Firenze e contemporanea al terremoto. Sembra la foto di un’Italia in cui passato e presente coincidono. La prevenzione si fa o no?». Renzi si barcamena, dice che ha coinvolto Renzo Piano e Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, per la ricostruzione e per la prevenzione «che non è né di destra né di sinistra». Minoli, l’uomo che ha trasformato l’intervista in una performance di velocità e non solo, fa le domande della gente comune. Ma naturalmente è più documentato e più diretto. «Negli ultimi tempi sua moglie è sempre più presente con lei. Ha desiderio di apparire?». Il riferimento è a un presunto consiglio di Obama di mostrarsi in pubblico con lei. L’onda cresce e trascina a valle tutto, dalle elezioni americane al debito pubblico, dal sindaco santo La Pira, a papa Francesco aiuto o intralcio sui migranti, dai campioni del No ai filmati su Facebook. È una raffica dalla quale Renzi si difende come può, ed è già tanto che non si spazientisca. Ma non si ricorda una sua risposta incisiva. Tranne quando ammette di «essere cattivo e impulsivo». Ma è sull’essere cattivo che «devo lavorare di più». E forse anche sul dire la verità. Perché, parlando di terzo settore e società civile, si azzarda a dire che «comunico meno bene di come governo».

Finita l’intervista, c’è lo spazio La storia siamo noi, con una ricostruzione dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli così sincopata da risultare quasi inintelligibile. Arriva Pietrangelo Buttafuoco, un alieno nel contesto, a narrare con un pezzo teatrale la vigilia del voto per la Casa Bianca. Finale in satira con Help dei Beatles rivisitata da Sora Cesira. Faccia a faccia, un programma da servizio pubblico.

 

La Verità, 8 novembre 2016