I «magnifici 7» di La7 vogliono una fetta di canone

Carte scoperte. L’obiettivo di La7 ormai è chiaro: conquistare una fettina di canone di abbonamento al servizio pubblico radiotelevisivo. Prima le maratone elettorali di Enrico Mentana. Poi i confronti referendari, sempre con la stessa firma, tra esponenti del Sì e del No, molto istituzionali. Infine, la maratona in occasione delle elezioni americane, coronata da un discreto successo di ascolti. Anche l’innesto di Faccia a faccia, il nuovo programma di Giovanni Minoli, ha consolidato il profilo da servizio pubblico della rete di proprietà di Urbano Cairo. È da un annetto che l’editore di Rcs fa rotta sul canone Rai. La Tv di Stato dispone anche della pubblicità, ma il ruolo di servizio pubblico non è più suo monopolio esclusivo. E dunque una fetta potrebbe essere ridistribuita.

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

Enrico Mentana, direttore del Tg La7 e dei programmi giornalistici della rete

La rete all talk di Cairo ormai può vantare un profilo che, oltre al tg di Mentana e alle sue importanti appendici, annovera un programma come Otto e mezzo di Lilli Gruber che potrebbe stare benissimo su una rete pubblica. Lo stesso si potrebbe dire della fascia di morning news della rete. Poi ci sono i talk show di prima serata come DiMartedì, che batte puntualmente e con distacco il concorrente di Rai 3, e Piazza pulita. In fondo, non c’è da meravigliarsi se la prua di La7 punta dritta al canone. Tutti i volti principali, giornalisti, anchorman e anchorwoman sono ex di Mamma Rai. Da Giovanni Floris a Corrado Formigli, da Gianluigi Paragone a Lilli Gruber, da Myrta Merlino, nata televisivamente a Mixer, creatura dell’ultimo innesto Giovanni Minoli, fino allo stesso Mentana, nato e cresciuto al Tg2 prima di fondare il Tg5. Inevitabile che linguaggi e formule dei «magnifici sette» siano quelle del servizio pubblico, ancor più se, com’è naturale, alimentati da un certo spirito di rivalsa nei confronti dell’azienda di cui sono figli. «Se con il canone di abbonamento in bolletta la Rai incasserà 280 milioni in più, allora bisogna rivedere le quote di pubblicità della tv pubblica, magari togliendo gli spot da due reti», ha dichiarato in più occasioni il patron di La7. Intanto ha ulteriormente implementato la rete di volti e contenuti da servizio pubblico per rendere plausibile lo storno di denaro proveniente dal canone. Dopo una prima proroga che risale alla scorsa primavera, la convenzione che regola il contratto di servizio pubblico tra la Tv di Stato e il ministero delle Poste e Telecomunicazioni è scaduta il 31 ottobre scorso ed è in discussione in questi giorni. Ovviamente, in viale Mazzini c’è fibrillazione nell’attesa del rinnovo.

 

La Verità, 16 novembre 2016

«Faccia a faccia», l’intervista diventa performance

Partenza rock, a tutta velocità: dalla sigla, in verità più jazz, a Born in the Usa, per introdurre gli endorsement al contrario di Bob De Niro versus Donald Trump, e Susan Sarandon, anti Hillary Clinton. Faccia a faccia di Giovanni Minoli si gioca sul ritmo, marchio di fabbrica del conduttore dai tempi di Mixer (La7, domenica ore 20.35, share del 4,11 per cento, di solito a quell’ora non raggiunge il 3). Anche la grafica cita la matrice: schermo bianco e nero diviso in due per simulare il duello tra i protagonisti ripresi in primissimo piano, con i volti che si alternano sullo sfondo. I capelli di Minoli sono più radi, ma il piglio è sempre incalzante. Matteo Renzi è appena uscito dalla settima Leopolda, ma è ancora immerso nella bagarre con la minoranza Pd. Ritmo, dunque, pure troppo. E sintesi nelle risposte, più corte delle domande, perché arriva subito quella successiva. E perché bisogna riconoscere che, in fondo, il giornalismo è l’arte di fare domande. Per esempio: «Lei viene dalla Leopolda. Una Leopolda a cinquant’anni dall’alluvione di Firenze e contemporanea al terremoto. Sembra la foto di un’Italia in cui passato e presente coincidono. La prevenzione si fa o no?». Renzi si barcamena, dice che ha coinvolto Renzo Piano e Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, per la ricostruzione e per la prevenzione «che non è né di destra né di sinistra». Minoli, l’uomo che ha trasformato l’intervista in una performance di velocità e non solo, fa le domande della gente comune. Ma naturalmente è più documentato e più diretto. «Negli ultimi tempi sua moglie è sempre più presente con lei. Ha desiderio di apparire?». Il riferimento è a un presunto consiglio di Obama di mostrarsi in pubblico con lei. L’onda cresce e trascina a valle tutto, dalle elezioni americane al debito pubblico, dal sindaco santo La Pira, a papa Francesco aiuto o intralcio sui migranti, dai campioni del No ai filmati su Facebook. È una raffica dalla quale Renzi si difende come può, ed è già tanto che non si spazientisca. Ma non si ricorda una sua risposta incisiva. Tranne quando ammette di «essere cattivo e impulsivo». Ma è sull’essere cattivo che «devo lavorare di più». E forse anche sul dire la verità. Perché, parlando di terzo settore e società civile, si azzarda a dire che «comunico meno bene di come governo».

Finita l’intervista, c’è lo spazio La storia siamo noi, con una ricostruzione dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli così sincopata da risultare quasi inintelligibile. Arriva Pietrangelo Buttafuoco, un alieno nel contesto, a narrare con un pezzo teatrale la vigilia del voto per la Casa Bianca. Finale in satira con Help dei Beatles rivisitata da Sora Cesira. Faccia a faccia, un programma da servizio pubblico.

 

La Verità, 8 novembre 2016

 

 

 

Col pubblico in studio «Premium Champions» fa sul serio

È iniziata da qualche settimana la stagione della Champions League, esclusiva Mediaset e Premium Champions condotto da Sandro Sabatini e Giorgia Rossi sta finalmente diventando un programma televisivo (martedì e mercoledì, nelle serate di coppa). Ricordate l’anno scorso i tre opinionisti abbandonati nello studio deserto che trasmettevano un senso di vaghezza e laconicità a tutta la serata e, nonostante il risuonare delle note della bellissima sigla che inaugura i match, lasciavano la sensazione dell’evento mancato? Da quest’anno Sabatini ha voluto il pubblico a scaldare l’ambiente e magari, perché no, a fare qualche applauso. Com’è accaduto l’altra sera quando Evra, rispondendo proprio a una domanda del conduttore, ha detto di avere piena fiducia nella sua Juventus: «Se non l’avessi in ognuno dei miei compagni, direi al mister di lasciarmi fuori». Perché questa, in fondo, è l’altra notizia. Martedì la Juventus ha pareggiato in casa contro il Lione e Sabatini si è ugualmente permesso di fare delle domande, così come una l’aveva fatta anche Luca Toni ad Allegri a proposito della coesistenza tra Higuain e Mandzukic. Ovvero: se era proprio convinto di farli giocare insieme, oppure se si trattava di una scelta dettata dagli infortuni e perché non schierare Cuadrado… Insomma, su Premium si fanno domande puntute pure alla Juventus, a differenza di ciò che accade su Sky Sport dove, quando non vince, giornalisti e conduttori sono più affranti dei giocatori e dell’allenatore (confronta l’account di Twitter SkyJuve). Qui, volendo, il discorso sui media si allargherebbe ancora. Ma conviene rimanere su Premium Champions, tanto più in un momento in cui non sono chiare le sorti future della pay tv di Cologno Monzese.

Sandro Sabatini e Giorgia Rossi, i due conduttori di «Premium Champions»

Sandro Sabatini e Giorgia Rossi, i due conduttori di «Premium Champions»

Insomma, la presenza del pubblico e il suo coinvolgimento attraverso l’applausometro per votare il gol più bello della serata (ce n’erano di bellissimi), cambia il clima complessivo della serata e rende più dinamico il programma. Sabatini appare più a suo agio, alternando le sollecitazioni agli opinionisti (oltre a Toni, Paolo Rossi e l’arbitro Graziano Cesari), i commenti di Alessio Tacchinardi, inviato sul campo, le interviste post partita e spezzoni della conferenza stampa di Allegri. Anche i gol e i famosi highlits delle altre partite non hanno un valore pedissequo e l’esclusione di Aubameyang del Borussia Dortmund, collegata alle dichiarazioni di Aurelio de Laurentiis, patron del Napoli, diventa una potenziale notizia di mercato. Senza iperboli, senza enfasi esagerate, stando sul pezzo. Premium Champions, abbiamo un programma.

 

La Verità, 4 novembre 2016

Su Rai 3 l’amore gay è tutto rose (senza spine) e fiori

«Arrivata la legge, abbiamo bruciato i tempi», dice Giorgio, da nove anni compagno e convivente di Michele in quel di San Giorgio a Cremano (Napoli). È la sintesi perfetta di Stato civile – L’amore è uguale per tutti (giovedì, ore 23,20, share del 5,18 per cento), il nuovo programma che la Rai 3 diretta da Daria Bignardi ha allestito alla velocità della luce. La legge che regolamenta le unioni civili è del maggio scorso e, pronti via, ecco il docureality. Alla Rai può capitare di arrivare tardi sui luoghi del terremoto, ma sugli omosessuali è molto contemporanea. Al correttismo di Rai 3 non poteva mancare la narrazione dei preparativi alla cerimonia dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una narrazione delicata, però: persino troppo. Giorgio, uno spilungone di due metri, è il sindaco del paese e quindi gioca in casa. A Pineto degli Abruzzi, invece, la casa di Orlando e Bruno, la coppia che «vive in perfetta simbiosi da 52 anni», è tutta rosa, come le camicie di Orlando e le cravatte per il gran giorno. Ecco i futuri sposi scegliere la location per la festa, gli addobbi, i confetti, il bouquet, e sottoporsi alla prova abito in sartoria e alle pose per l’album fotografico. «Abbiamo voluto fare una cosa classica come sono i matrimoni, poi ci mettiamo qualcosa di nostro perché per noi è speciale», ammette con pudore Michele che di professione è architetto. La voce fuori campo assicura che le nozze tra lui e Giorgio saranno molto romantiche. E trasuda romanticismo il racconto di entrambi le storie che s’intrecciano e si rincorrono, dal «colpo di fulmine» agli anniversari festeggiati a Venezia, al coronamento dell’unione. Perché, a differenza dei rapporti tradizionali dove qualche volta si litiga e ci si manda a quel paese, tra gay sono tutte rose e fiori. Tanto più considerando che gli ultrasettantenni Orlando e Bruno che si scambiano effusioni in favore di telecamera, hanno lavorato come fioristi. Dal canto suo, la madre di Giorgio assicura che quando ha capito che tra suo figlio e Michele c’era una relazione è «stata pure contenta». Per la sorella, invece, il loro matrimonio «è un simbolo». Il padre parla di «choc… Si sa che le cose succedono nel mondo, poi succedono pure a te». Ma c’è voluto qualche giorno per metabolizzare la situazione. La nonna di 101 anni ammette che le è «molto difficile capire, però se si vogliono bene…», anche se è dispiaciuta perché non c’è stata la funzione in chiesa. Esagerando, un amico di Orlando e Bruno parla di «famiglia perfetta». L’amica fiorista invece sottolinea che «nemmeno io e mio marito ci diciamo tutto come loro». L’amore è uguale per tutti, ma per i gay è un po’ più uguale. E nel docureality le rose non hanno spine.

 

La Verità, 5 novembre 2016

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

L’ambizione dei «Medici» e quei dialoghi da rivedere

Era ora che la Rai tornasse a pensare in grande e che ritrovasse l’ambizione di un progetto internazionale. Era ora che almeno provasse a rompere il cerchio di medici in famiglia, preti detective e commissari antimafia e a gettare il racconto oltre la routine. Cast, budget, sforzo produttivo, riprese in esterni sono alla base dei Medici – Masters of Florence, nuova serie in otto episodi con la quale la tv pubblica torna a guardare al mercato mondiale (Rai 1, martedì ore 20.30). Lo share del 29,9 per cento medio nei primi due episodi è la prima nota lieta, la seconda è che la storia ha attratto parti consistenti di pubblico giovane: un terzo dei maschi tra i 15 e i 19 anni e quasi la metà delle ragazze da 15 a 24.

Cosimo de' Medici (Richard Madden) con la Contessina de' Bardi (Annabel Scholey)

Cosimo de’ Medici (Richard Madden) con la Contessina de’ Bardi (Annabel Scholey)

L’ambizione, dunque: di competere con la grande serialità straniera e con saghe familiari storiche come I Borgia o I Tudors. Dustin Hoffman e Richard Madden saranno stati sedotti da questo obiettivo. Le firme erano importanti. Lux Vide e Rai Fiction (produttrici insieme con Big Light Productions e Wild Bunch Tv) sono riuscite a ottenere i permessi per girare nei luoghi originali e bisogna riconoscere che l’ambientazione nella Firenze rinascimentale, con cattedrale ancora priva di cupola, è protagonista della storia quanto Giovanni de’ Medici (Hoffman) o il figlio Cosimo (Madden). Oltre al tentativo di valorizzare la scenografia, altro sforzo riconoscibile è l’impegno a raccontare un’epoca storica lontana col linguaggio della serialità più moderna. Così la saga familiare che è alla base della nascita della finanza moderna si trasforma in una lotta di potere che include passioni, rivalità, arte, corruzione della Chiesa, matrimoni combinati per sanare dissesti economici, machiavellismi vari.

Le premesse sono ottime, dunque. Purtroppo è la sceneggiatura a difettare, perdendo di definizione nei continui flashback di vent’anni in vent’anni tra la Firenze insidiata dalle mire dei Visconti e la Roma papalina di cui Giovanni de’ Medici diviene il banchiere di fiducia. Anche i dialoghi avrebbero goduto di un editing più pignolo e ci saremmo evitati espressioni come «Lei vende cicuta? La vende anche in forma liquida?» (il tuttofare mediceo allo speziale), oppure di sentir parlare di «autopsia» già in epoca rinascimentale.

In definitiva, se si può apprezzare l’ambizione e lo sforzo dell’operazione messa in campo da Rai Fiction, bisogna ammettere che per competere con il meglio della serialità internazionale c’è ancora un po’ di strada da percorrere.

Veltroni copia Fazio che vent’anni fa s’ispirava a Veltroni

Il fazzismo è il proseguimento del veltronismo con un altro mezzo, su questo siamo tutti d’accordo. Ma se ora Veltroni sbarca in tv e, copiando, vuole prolungare nel tempo il fazzismo, il corto circuito è inevitabile. Anzi, è un corto circuito a doppio senso di marcia perché, nel frattempo, lo stesso Fazio ha mollato il fazzismo e si è dato all’arborismo, che è la sua seconda anima. Fermiamoci un attimo per evitare le vertigini e ricominciamo da capo. Con la messa in onda di Dieci cose, nuovo – come definirlo, varietà? talk show? gioco di società? – programma tratto «da un’idea di Walter Veltroni», la nostra macchina del tempo è andata in tilt. Se ne parla da due giorni per i costi alti (un milione a serata) e gli ascolti bassi (10,89 per cento). E perché non era il caso di «mettergli nelle mani (a Veltroni ndr.) quattro milioni per organizzare una specie di fallimento» (Vittorio Feltri). In realtà, il budget è andato ai produttori di Magnolia e chissà se e quanto ne è arrivato all’ideatore. Caso mai, una volta ascoltata l’idea, la Rai avrebbe fatto bene a stringergli la mano: già vista, caro Veltroni.

Il programma di Rai 1 consiste nella partecipazione di due ospiti che compilano una lista di dieci preferenze (persone film libri luoghi e cibi che vengono evocati, illustrati e commentati con esibizioni). Sabato sera erano Alessandro Cattelan e Gianluigi Buffon, il portiere della Juventus che, in contemporanea, stava giocando cotro l’Udinese. E già questo è uno strafalcione gigantesco. La contemporaneità non è l’ubiquità degli ospiti, ma è proprio su questa che Dieci cose cade rovinosamente. Per dire: c’era anche la campionessa paralimpica Bebe Vio alla vigilia della partenza per partecipare allo «State dinner» di Obama, ma al momento della registrazione, non se ne sapeva nulla.

La moda delle liste iniziò vent’anni fa con i libri di Nick Hornby e ebbe diverse applicazioni prima nella Rai 2 di Carlo Freccero (Anima mia di Fazio e Baglioni, 1997), poi sempre con Fazio, stavolta spalleggiato da Saviano, in Vieniviaconme (Rai 3, 2010) e Quello che (non) ho (La7, 2012). Soprattutto quella firmata con Saviano era tv pedagogica, fortunatamente tramontata. Anche Fazio ne ha preso le distanze, rinnovando il suo format con il «bar show» di Che fuori tempo che fa, un gruppo di ospiti che cazzeggia attorno a un tavolo parlando di libri, film, tv, umanità varia. Per questo un anno fa ha riscoperto Nino Frassica, il più arboriano dei comici, e ora ha sostituito autori storici come Duccio Forzano e Pietro Galeotti. Che ora, invece, firmano Dieci cose. Dove c’era il tavolo con gli ospiti, ancora in versione pedagogico-moraleggiante, ed è comparso pure Frassica. Che la Rai sta, colpevolmente, spalmando ovunque. Dieci cose, ritorno al passato.

Chiambretti a «Matrix»: meno circo ma poca convinzione

La prima notizia è che non c’è Cristiano Malgioglio, almeno per ora. Ma la seconda è che c’è ancora il cromatologo Ubaldo Lanzo che, quanto a eccentricità, ha pochi rivali. Alla fine però pare, meglio dirlo con cautela, che il classico circo di maschere di Piero Chiambretti sia stato ridimensionato. Ci guadagna il racconto, o come si dice oggi, la narrazione di Matrix Chiambretti, nuovo esperimento di rotocalco leggero in cui il conduttore ha… un filo conduttore (Canale 5, venerdì, ore 23.30, share dell’8,42 per cento). Certo, c’è sempre l’ammiccamento gossipparo tipico della pruderie chiambrettiana, le foto di donnine, i magazine e i social voyeuristi che impazzano sul web come un tempo sui tavoli dei parrucchieri. Se poi il protagonista della serata è il fresco ottantenne Lino Banfi, ecco che la connessione con gli anni d’oro della commedia scollacciata degli anni Ottanta non ha bisogno di un wi-fi troppo sofisticato.

Tuttavia, stavolta, c’è un tema centrale, venerdì sera era l’inferno (sulla scorta dell’uscita del film di Ron Howard), attorno al quale sono stati convocati gli ospiti, da Naike Rivelli a Patrizia De Blanck, da Lucrezia Lante della Rovere a Marina La Rosa, la Gattamorta del primo Grande Fratello, da Adamo Cirelli, «messaggero degli angeli», alla scrittrice Isabella Santacroce. Lo sconfinamento nel borderline mediatico è compiuto. Per il resto, le interviste Chiambretti le ha sempre sapute fare. Quando alla buona documentazione, grazie al lavoro di Tiberio Fusco, si unisce la verve ironica del conduttore il risultato è sicuro. Si scopre da un omaggio a Dario Fo che Lino Banfi è autore di versi in rima e che al suo ottantesimo compleanno ha trovato modo di presenziare pure Virginia Raggi. Approfittando di Banfi, anche Mediaset mostra la qualità del suo archivio, la prima apparizione su Canale 5 del comico pugliese a Risatissima («Se devi andare a Canale 5 vai a Milano 2, se devi andare a Italia 1 vai a Milano 3, se devi andare da Berlusconi vai in Brianza»). Clemente Mastella compare nell’inedita veste di critico cinematografico alla Festa del Cinema di Roma. Provocato dal conduttore, Vauro commenta il presenzialismo di Matteo Renzi, «un uomo solo al telecomando?». «A Renzi io direi che è solo un uomo», taglia corto il vignettista satirico.

Insomma, gli spunti non mancano. Ma la sensazione è che per l’ex Pierino il marchio del programma, in sinergia con le serate condotte da Nicola Porro, sia un vincolo oltre che una via di fuga dalla parte più effimera delle sue produzioni recenti. Rimane il dubbio su quanto lui sia convinto di questa versione light.

La Verità, 15 ottobre 2016

«Nemo» ondeggia tra «Vice» e papa Bergoglio

D’accordo, c’è qualche caduta, qualche proposta poco credibile (Francesco Facchinetti che preconizza l’Italia del 2050). E c’è qualche lungaggine, qualcosa che rende il copione eccessivo e ridondante (l’astrofisica e scrittrice Licia Troisi che catechizza il ragazzino). Ma è, in sostanza, una questione di tempi e di coraggio di tagliare. Per il resto, evviva: malgrado gli ascolti bassi, appena il 3,79 per cento, per l’esordio di questo Nemo – Nessuno escluso (Rai 2, mercoledì, ore 21.15), penalizzato da una comunicazione timida e dalla difficoltà di accendere una rete piuttosto spenta in generale e, come tutta la tv, lontana dai giovani ai quali si rivolge il programma ideato da Alessandro Sortino e condotto in modo atipico da Enrico Lucci e Valentina Petrini, ex inviata di Piazza pulita (produzione FremantleMedia). Soprattutto la presenza di Sortino e Lucci, iene storiche, fa pensare a una sorta di spin off del programma di Italia 1, di cui ha qualcosa di meno e qualcosa di meglio. Anzi, forse proprio nel suo essere meno, nel suo togliere, c’è proprio il meglio del programma perché in quello spazio si apre la possibilità di qualcosa di più, quel «nessuno escluso» dal vago sapore bergogliano. Sortino, Lucci e la Petrini sfrondano lo ienismo, quel mix di moralismo allo stato brado, di sberleffo, di giustizialismo da messa all’indice laico, di foia d’incastrare il malvagio e il trafficone, dando via libera ad un’altra predisposizione culturale e anche sentimentale: la voglia di conoscere e di capire, esemplificata dalle domande poste in coro dal pubblico all’ospite che fa il suo ingresso sul palco. Chi sei? Da dove vieni? Che fai?

Nella prima puntata c’erano quattro o cinque servizi che valevano la serata. Lucci e le bambine da concorso spronate dalle madri arriviste e vanesie. I due filmaker Davide e Matteo che, grazie al crowdfunding, s’imbarcano su una nave che pattuglia il Mediterraneo per salvare i migranti. Il reportage senza pregiudizi di Selenia Orsella tra i cattolici che sui litorali salentini abbracciano i giovani turisti tentando di aprire un dialogo su Gesù. Il servizio di Valentina Petrini che racconta gli italiani che si arruolano nell’esercito russo e il successivo dialogo con Domenico Quirico, inviato di guerra della Stampa. L’inchiesta su Tor Bella Monaca di Daniele Piervincenzi e la confessione di un ragazzo che si definisce «una cicatrice che cammina». Queste e altre cose, tutte inedite, proposte con uno stile da documentario-testimonianza che avvicina Nemo più al giornalismo di Vice che a quello delle Iene.

La Verità, 14 ottobre 2016

Crozza pesca «Meraviglie» nel subconscio collettivo

Maurizio Crozza è tornato in ottima forma nel suo Paese delle meraviglie per l’ultima stagione su La7 (venerdì, ore 21.20, share del 7,3 per cento con 1,8 milioni di telespettatori): da gennaio sarà sul canale Nove. In verità, l’altra sera l’avvio è stato un po’ lento – «devo rompere il ghiaccio, raga» – con le quattro sfumature di Alessandro Di Battista, nuovo supereroe del Movimento Cinque Stelle: quella patetica, quella precisina, quella sbarazzina, quella accorata, tutte varianti della paraculaggine. Dopo un passaggio sulla tendenziosità del quesito referendario si è soffermato sul presenzialismo televisivo di Renzi («in confronto Berlusconi era Mina»). Mano leggera, però: il Crozza militante è quello della copertina di DiMartedì, dove si è ritagliato uno spazio da editorialista satirico (esempio: «Renzi ha detto che il referendum si vince con i voti di destra. Una cosa che avrebbe potuto dire Brunetta. Allora, Renzi, vuoi fare il Ponte sullo Stretto, il tuo migliore amico è Verdini e parli come Brunetta: ma nel Pd ti hanno adottato? Qualcuno ti ha abbandonato in una cesta sulla porta del Nazareno?»). Nel Paese delle meraviglie, invece, servono un registro narrativo e una galleria di finzioni che rappresentino lo spirito del momento.

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Il primo pezzo forte della serata è stato Paolo Sorrentino, il regista premio Oscar de La grande bellezza, nel quale Crozza accentua l’aria annoiata e un certo atteggiarsi intellettuale: l’incomprensione «per questo filone di film con la trama», la parlata lenta, le dita che stropicciano gli occhi. Alcune espressioni sembrano destinate a diventare tormentoni («c’è una suora nana che fuma»). Ancora più indovinata, forse, la parodia di Napalm 51, nome d’arte di un hater del web, il «webete» di conio mentaniano, che se la prende con tutti, da Morandi a Jovanotti, da Gino Strada ad Alex Zanardi. Il comico lo interpreta come un reduce di guerra («modero la pagina Facebook degli ex combattenti in Iraq»), manganellatore rabbioso, capello color rame e baffi a manubrio, immerso nella bolla della Rete e pronto a sfoderare l’alibi di qualche complotto appena tenta di passare dalla realtà virtuale alla realtà reale. Sono forzature, in qualche caso neanche tanto, come devono essere le caricature. Ma la genialità di queste maschere sta nella fantasia con cui vengono individuate. Di Battista, Sorrentino, Napalm 51 come il cuoco vegano o Joe Bastianich non sono personaggi pop, ma appartengono a un pantheon colto e laterale, adatto al pubblico di La7. L’originalità sta nel pescarli dal subconscio collettivo grazie a una buona dose di curiosità e di stupore, mix vincente delle «meraviglie». Rendendoli poi caricaturalmente credibili con l’esasperazione dei tic, la forza dell’esagerazione, il gusto del grottesco. Vedremo come andrà quando il contesto sarà diverso, sul canale Nove.

 

La Verità, 9 ottobre 2016