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Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019