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«Vi racconto la Madonnina più diffusa al mondo»

L’immagine mariana più diffusa al mondo viene da un dipinto scomparso di un soggetto che non è Maria di Nazareth. Miracoli della devozione e della fotografia. E paradossi della storia: quella di Madonnina, com’è stato ribattezzato il quadro, realizzato non da Caravaggio, da Leonardo, da Tiziano o Raffaello, ma da un italiano sì, sebbene meno noto dei grandi maestri rinascimentali. L’autore si chiama, infatti, Roberto Ferruzzi e nacque a Sebenico, in Dalmazia, nel 1853, da madre italiana. È il protagonista di una vicenda misteriosa e ricca di colpi di scena di cui, non a caso, si è occupato Chi l’ha visto? di Rai 3 (e Antonio Socci) nel tentativo di ritrovare finalmente il quadro che l’ha originata.

La Madonnina dipinta da Roberto Ferruzzi Nel 1896, Il soggetto era Angelina Cian, una ragazza di Venezia e in origine il dipinto si intitolava Maternità

La Madonnina dipinta da Roberto Ferruzzi nel 1896, Il soggetto era Angelina Cian, una ragazza di Venezia e in origine il dipinto si intitolava Maternità. L’anno dopo vinse la seconda Biennale d’arte

Come il pittore che l’ha dipinto, anche il pronipote, discendente di quella famiglia, si chiama Roberto Ferruzzi. E anche lui, oltre alla passione per la pittura che l’ha portato a scegliere Venezia come patria d’elezione e ad aprire una galleria nel sestiere Dorsoduro, a un passo dal Museo Peggy Guggenheim, ha una vita movimentata da raccontare. Nato a Santiago del Cile – dove il padre, altro Roberto pittore, si era trasferito, diventando amico di Pablo Neruda – ha studiato in Danimarca e in Svezia e insegnato in Francia. Chioma fluente e occhi azzurri, Roberto Ferruzzi jr. è una guida d’arte, ma soprattutto un perito, studioso di pittura e ceramica antica e redige expertise che certificano l’autenticità delle opere.

È la persona giusta per ritrovare il quadro del bisnonno?

«Non sa quante mail e lettere mi arrivano. Dal Canada, dagli Stati Uniti, dalle Filippine, dai posti più lontani. Tanti sono convinti di possedere la tela originale. Ma mi basta uno sguardo per accorgermi che sono riproduzioni».

Ricominciamo dall’inizio. Madonnina è un quadro che non ritrae la Madonna, giusto?

«Giusto. È un dipinto nato come Maternità. La persona ritratta è Angelina Cian, una ragazza di 15 o 16 anni, veneziana, che tiene in braccio il fratellino Romeo».

Non erano di Luvigliano, sui Colli Euganei? È partita da lì la richiesta a Chi l’ha visto? di riattivare la ricerca del quadro e c’è una casa con la lapide intitolata al «pittore di Madonnina».

«Sì, è partita da lì. Ma a me risulta che i Cian fossero di Venezia, ho conosciuto dei parenti del fratellino. Tra qualche giorno dovrei avere nuove informazioni. Attorno a quel dipinto ci sono tante leggende, tanti racconti, ma è difficile avere certezze. Lui faceva la spola tra Luvigliano e qui, dove aveva altre abitazioni, anche un palazzo alle Zattere, davanti alla Giudecca, e diverse altre attività».

Come arrivò sui Colli Euganei da Sebenico?

«I Ferruzzi erano tra i maggiorenti della città, amici di Niccolò Tommaseo, il linguista e patriota. Erano avvocati. Anche il bisnonno Roberto aveva fatto studi di diritto, ma sentiva la passione per l’arte e la pittura. Come poi il nonno Ferruccio, laureato in legge, ma antiquario e restauratore d’arte, e mio papà. Bene, sua madre era di Conegliano, nel trevigiano. Tutta la famiglia era di casa in Veneto, che allora era una terra unica con la Dalmazia, anche se era sotto l’impero asburgico. Il bisnonno si era iscritto a giurisprudenza a Padova, ma gli piaceva sempre di più dipingere. Già nel 1884 aveva partecipato all’Esposizione di Torino con un Ritratto di vecchio, che per me è il suo dipinto migliore. Poi nel 1896 chiese ad Angelina di posare in studio con il fratellino Romeo».

Era la seconda di quindici figli.

«Si dice così. Nelle famiglie numerose, i figli più adulti si occupavano dei piccoli».

Intanto il bisnonno si era stabilito a Luvigliano.

«Aveva sposato Ester Sorgato, famiglia padovana tra le prime ad aver creato i dagherrotipi. Dopo qualche tempo vissuto a villa Tolomei di Torreglia, si era fatto costruire una casa a Luvigliano, ai piedi del monte Sengiari, dove risiedeva soprattutto d’estate. Aveva creato una sorta di cenacolo di artisti veneti e non solo. Conosceva tanta gente perché viaggiava molto, Firenze, Roma. Alle serate si univano notabili padovani e veneziani. Tra loro c’era anche Cesare Pollini, il musicista che diede il nome al conservatorio di Padova, suo grande amico, che lui ritrasse nel 1905».

Il quadro della Madonnina gli aveva dato una certa notorietà perché aveva vinto la seconda edizione della Biennale d’arte del 1897.

«Così si dice, ma non so se vinse la Biennale o la sezione riguardante i soggetti sacri o i soggetti femminili».

A cosa si deve il passaggio da Maternità al titolo sacro di Madonnina? Un giornale di Sebenico analizzando le espressioni della giovanetta scrisse che «la fanno più che umana, un’apparizione celeste».

«In origine il dipinto aveva toni sfumati, il volto aureolato da un fazzoletto giallo, lo scialle azzurro. L’ho trovata dappertutto, in tantissime versioni, mosaici, acquerelli, in chiese e santuari… È un’immagine universale. In America la chiamano The Madonna of the Streets (La Madonna delle strade ndr). Sei o sette Paesi hanno stampato i francobolli con la Madonnina. Anche a Dubai, dove sono musulmani».

Com’è possibile che il ritratto di una ragazza sconosciuta di un pittore che, senza offesa, si può definire minore, diventi l’immagine sacra più riprodotta al mondo?

«Roberto Ferruzzi non era famoso come altri artisti dell’epoca, Giacomo Favretto, Luigi Nono o Alessandro Milesi. Però era noto, aveva già partecipato a diverse esposizioni. Dipingeva per passione, non per necessità, non sapeva cosa fosse l’invidia. Credo che la diffusione dell’immagine sia dovuta ad Alinari, la casa di fotografi fiorentini. Appena la videro l’acquistarono per tremila lire, una cifra astronomica per l’epoca, e se la portarono a Firenze. Una volta lì, la fotografarono e, con il loro senso degli affari, iniziarono a vendere le riproduzioni in giro per il mondo. Come poi si sia scatenata questa diffusione di massa è difficile dire».

Il resto della famiglia Ferruzzi era rimasto a Sebenico?

«No. Mio nonno Ferruccio, figlio di Roberto, non stava bene in Dalmazia, dove non tirava aria buona per gli italiani. L’Austria faceva sponda sui croati per isolare i veneti. Così, il nonno antiquario decise di vendere le proprietà, di trasferirsi a Venezia e si arruolò come volontario per combattere contro l’Austria nella Prima guerra mondiale».

Intanto il padre stava a Luvigliano e il quadro dove si trovava?

«Era nella collezione Alinari. Ma dopo qualche anno decisero di venderlo, riservandosi i diritti di riproduzione».

Lo acquistò l’ambasciatore americano in Svizzera?

«È una delle cose che si dicono, ma non ho documenti che lo attestino».

C’è anche la storia della nave sulla quale l’ambasciatore lo imbarcò, ma che sarebbe affondata durante la Seconda guerra mondiale. Altri sostengono che la tela sarebbe finita in una collezione privata in Pennsylvania.

«È una possibilità, ma all’archivio Alinari non ne sanno nulla. È un secolo che il quadro non c’è più. Come le ho detto, mi arrivano tante fotografie, brutte riproduzioni di olii su tela. Fino adesso un quadro bello e credibile non si è visto. Anche un importante antiquario francese mi ha portato il dipinto, ma l’ho confrontato con altre opere del bisnonno e non mi ha convinto. L’altro giorno mi è arrivata l’ennesima fotografia dall’America di persone che giurano si tratti dell’originale. La esaminerò nei prossimi giorni, con calma».

Siamo curiosi. Le copie e le riproduzioni sono infinite, l’originale è uno.

«La storia serve a valutare le opere, ma io non mi appassiono ai misteri e ai gialli. Ho un approccio empirico, esistono delle regole per riconoscere l’autenticità di un dipinto. Innanzitutto il carattere della tela, il tono, poi l’impasto del colore, gli accostamenti, la sensibilità materica, la freschezza, l’immediatezza… Sono cose tecniche. Ci possono essere tele apparentemente identiche, tutto uguale… ma non hanno la vibrazione, la luce dell’originale, restano sorde allo sguardo».

Che fine fece Angelina, la ragazza del dipinto?

«Sposò Antonio Bovo e emigrarono in California all’inizio del secolo scorso. Si dice che ebbero molti figli, ma il marito morì prematuramente. Lei si ammalò e morì in manicomio. I figli crebbero in orfanotrofio».

È vero che una di loro si fece suora e scoprì solo tornando a Venezia in vacanza che sua madre era la modella dell’immagine sacra più riprodotta al mondo?

«Sembra siano andati a vivere a San Francisco, dove il terremoto del 1906 devastò la città e i contatti tra la famiglia veneziana e Angelina s’interruppero. Ripresero dopo molti anni».

Che cosa c’entra Pablo Neruda in questa storia?

«Niente. Però quando si seppe che mio padre era il nipote dell’autore della Madonnina gli fu data un’importante commessa in Cile. Perciò io sono nato a Santiago. Con Neruda s’instaurò un rapporto di amicizia e una volta a Venezia fu ospite a casa nostra. Quando era ambasciatore a Parigi i contatti si fecero frequenti».

È vero che lei possiede altre opere del bisnonno?

«Certo, ma me le tengo».

Perché?

«Mi piace nel segno e nel colore. Ci sono delle caricature bellissime e qualche paesaggio di Venezia com’era a quei tempi».

Mi tolga una curiosità: lei è poco coinvolto perché la storia riguarda un soggetto religioso?

«No, non è così importante il soggetto, ma come viene interpretato. Mi piacciono opere di maggior carattere. Per esempio il Ritratto di vecchio venduto a Torino».

In tutta sincerità, che idea si è fatto delle sorti del dipinto? Pensa che si ritroverà o dobbiamo rassegnarci?

«Come faccio a leggere il futuro?».

 

La Verità, 21 aprile 2019