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A volte «Non uccidere» è questione di sfumature

Una serie fuoriserie. Fuori dalla serialità consueta dalle parti della Rai. La seconda stagione di Non uccidere, prodotto insolito e per palati sofisticati, assomma alcune novità. La prima riguarda la modalità di visione. Dopo l’esordio su Rai 3, da quest’anno la serie è passata su Rai 2, ma previa anteprima su Raiplay, per favorire la fruizione in streaming dei millennials e agganciare un pubblico abituato alla visione sequenziale di più episodi. È la prima volta che accade ed è stata una sperimentazione avviata da Antonio Campo Dall’Orto. La seconda novità è nella trama, nei contenuti e nel modo di trattarli. Sideralmente lontana dalla fiction tradizionale fatta di figure edificanti e storie esemplari, Non uccidere ha nell’ispettore della Squadra omicidi Valeria Ferro, la sua protagonista. In una Torino livida e nebbiosa, fotografata in tutte le sfumature di grigio, con le occhiaie segnate, la coda di cavallo, i giubbotti lisi, Miriam Leone impersona un’investigatrice tormentata da un turbamento profondo che costituisce la trama orizzontale la storia. Suo padre è stato ammazzato e anche se la madre ha scontato 17 anni di carcere con l’accusa di omicidio, Valeria non è convinta della sua colpevolezza. Anche le indagini quotidiane del comando composto da Giorgio Lombardi (Thomas Trabacchi), capo di Valeria nonché suo ex partner, e da Andrea Russo (Matteo Martari), il nuovo compagno, non hanno nulla di spettacolare e si concentrano su delitti familiari, originati da gelosie, invidie, conti con il passato da saldare. Gli stessi che restano aperti nell’animo di Valeria. Alla quale, peraltro, tocca ritrovare le prove dell’assassinio della madre. La discesa nella depressione è inevitabile. Come lo è il conflitto con il capo, autore di un errore nelle indagini che ha riguardato il caso.

Prodotta dalla Fremantlemedia di Lorenzo Mieli e ideata da Claudio Corbucci, Non uccidere ha nelle atmosfere da noir la sua principale originalità. Non ci sono le onde che s’infrangono sulle scogliere di Broadchurch o il nastro d’asfalto del ponte che collega Svezia e Danimarca di The Bridge e, infine, il personaggio di Miriam Leone non ha il volto magnetico della Saga Noren (Sofia Helin), ma la desolazione degli ambienti, il nichilismo e la solitudine esistenziale dei protagonisti ricordano da vicino quelli della migliore serialità nordica. Grazie alle intuizioni di Valeria Ferro, più che sul Dna e sulle armi del delitto, s’indaga sulla psiche degli indiziati. Che non è, poi, così lontana da quella degli investigatori, anche loro alle prese con debolezze e ferite non rimarginate. A volte la differenza tra essere dalla parte giusta o sbagliata è solo una questione di sfumature.

La Verità, 16 giugno 2017