Arbore: «Non è una tv ad Alto gradimento»

Come una madeleine di gioventù, se ancora oggi, trascorso mezzo secolo, rimbalzano nell’aria le note del rock and roll che annunciava Alto gradimento, una scarica di euforia si propaga a tutto il corpo. Il programma che Renzo Arbore e Gianni Boncompagni condussero dal 7 luglio 1970 al 2 ottobre 1976 su Radio2 è stata la più dirompente, anticonformista ed eversiva trasmissione dei nostri migliori anni. Perciò, per estensione nient’affatto iperbolica, la più bella di ogni tempo e luogo. Eccoci al telefono con Arbore dalla sua casa romana, lo studio di Striminzitic show, il programma che conduce con Gegè Telesforo nella notte di Rai2.

Quale fu la scintilla di Alto gradimento fra lei e Boncompagni?

Lo vuole sapere? Ero appena stato caciato da Per voi giovani che avevo inventato io. Il direttore della radio, Giuseppe Antonelli, allargò le braccia, affranto: «È stata una scelta politica».

Di chi?

Dei cattocomunisti che allora sembravano dover dominare.

Nomi?

Non posso, alcuni sono morti.

La scintilla?

Boncompagni veniva da Chiamate Roma 3131, ideato da Luciano Rispoli. Per la prima volta, il telefono era a disposizione del pubblico, ma presto era diventata una radio del dolore…

Le rispettive cacciate vi accomunarono?

Dissi a Gianni: «Tu vieni dalla radio del dolore e io sono stato mandato via, ma il direttore ha promesso di aiutarmi». Così pensammo a un programma di risate. In quegli anni di ideologie e terrorismo ridere era vietato. Perciò, andammo da Antonelli e gli proponemmo Musica e puttanate.

E lui?

«Con questo titolo non può passare, inventatevene un altro».  Siccome io prediligo i titoli negativi, tipo Indietro tutta o Meno siamo meglio stiamo, pensai Basso gradimento, che Gianni corresse con Alto. C’erano Giorgio Bracardi e Mario Marenco, fuoriclasse assoluti. Il programma esplose.

Se dovesse sintetizzare con un episodio quella follia?

Ricorderei il colonnello Buttiglione, che diventò subito un simbolo. Il fatto è che Buttiglione esisteva davvero e non ne poteva più di essere apostrofato per strada. Ci chiamò il ministero dell’Interno per chiederci di modificare lo scherzo. Così nacque il generale Damigiani.

Un altro ricordo?

Andai dai segretari di partito per chiedere la licenza di sfottò: furbamente me la concessero tutti.

Nella sigla finale di Indietro tutta, con sapido doppiosenso cantava «vengo dopo il Tg»: ora Striminzitic show viene dopo che cosa?

Purtroppo viene durante. Ho constatato che la seconda serata è defunta in quanto la prima, cominciando tardi e prolungandosi per far lievitare lo share, salta direttamente alla terza. Qualche sera fa ho perso l’inizio di Striminzitic per vedere come finiva Fuga da Alcatraz.

E quando ha girato su Rai2 Telesforo e Arbore erano già avanti.

Esatto, ma mi consolo perché il nostro show è seguito dagli «arborigeni» ed è molto apprezzato sui social.

Il meglio arriva late?

Come in America, dove ci sono i Late night show. Senza snobismi, è un tipo di televisione che conta sul pubblico più acculturato perché non si deve svegliare alle 5 di mattina. L’importante è che non sia too late, troppo tardi.

L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini dice che vuole ripristinare la seconda serata.

Speriamo, ma se non si mettono d’accordo tutti, Rai, Mediaset, La7 eccetera, non se ne farà niente. Senza presunzione, la seconda serata l’abbiamo inventata nel 1985 io e Giovanni Minoli, allora capostruttura di Rai2. Alle 23 c’era il monoscopio, non a caso il programma s’intitolò Quelli della notte.

La seconda serata era la palestra dei nuovi autori.

Infatti, sono scomparsi. La carenza di oggi è proprio l’assenza di autori e talenti per la tv leggera.

Salini vuole anche ridurre l’influenza degli agenti esterni.

È una bella battaglia perché loro conoscono molto bene il cosiddetto prodotto.

Colgo una certa ironia.

Appartengo alla generazione che parlava di programmi più che di prodotti. Gli autori erano Antonello Falqui, Enzo Trapani, Corrado, Pippo Baudo… Ora si rincorrono i format stranieri.

Pochi autori bravi, agenti influenti e società di produzione esterne sono i lati della tv di oggi: la Rai è uno scheletro?

Se ci si affida alle produzioni esterne è difficile recuperare quelle interne. Anche perché, di grandi tecnici Rai ne sono rimasti pochi. E quei pochi se ne vanno, com’è accaduto con Eleonora Andreatta, per tanti anni capo della fiction. I veri inventori di programmi sono rari. L’intrattenimento è il genere che si è meno rinnovato e il pubblico ricorda ancora Raffaella Carrà, Mina e i grandi show della tv senza tempo. Il contrario della fast tv di oggi.

Per questo in Striminzitic show estrae dal suo archivio chicche da far invidia alle Teche Rai?

Non ho voluto se non qualche piccola citazione di Indietro tutta e Quelli della notte. In tanti anni ho creato parecchi format, perciò posso pescare dal repertorio meno sfruttato. Poi ci sono i filmati fatti con telecamere e telecamerine che mi sono sempre portato dietro quando m’invitavano come ospite o in certe incursioni stradaiole. Infine, c’è internet: con un click passi da un blues d’annata a Walter Chiari. È una miniera di cui solo Roberto D’Agostino ha colto le potenzialità.

Lei è stato il primo a raccogliere la provocazione di Pupi Avati a fare del lockdown un’occasione teleculturale: è un’intesa tra amanti di jazz?

Io e Pupi siamo amici, certo. Entrambi abbiamo constatato che i millennials non conoscono il nostro cinema migliore. Quello del neorealismo e della grande commedia che ebbe successo in tutto il mondo perché era pieno di idee.

Ci vorrebbe un Per voi giovani del cinema?

Se pensa che non conoscono Miracolo a Milano, La grande guerra, Umberto D., Le vacanze intelligenti di Alberto Sordi… Adesso per fortuna Cine 34 qualcosa ripropone.

Ha guardato molta tv durante il lockdown?

Moltissima. A Natale avevo avuto la bronco polmonite perciò sono entrato in clausura in anticipo. Ne ho approfittato per ordinare l’archivio e l’angolo della casa da dove con Gegè trasmettiamo lo show con due sole telecamere. Noi che abbiamo visto la guerra e il dopoguerra non ci scoraggiamo, ma quando leggo certi paragoni…

Cosa pensa?

Che allora c’erano il buio, la fame, il freddo, non c’era il riscaldamento. E manco la radio.

Chi le piacerebbe riportare in televisione?

Adriano Celentano, il protagonista dello spettacolo del Novecento e anche del Duemila.

L’ha visto su Canale 5? Anche lui ha bisogno di autori?

Sì, ma è sempre originale. Credo sia giusto si faccia conoscere dai giovani come artista, cantante, attore. Lui e Mina sono i più grandi, lui ha fatto anche film che andrebbero riletti, come Joan Lui

Puntualmente stroncato dalla critica.

Ma pieno di novità. E l’altro, Juppy Du: andrebbe studiato a scuola. Prisencolinensinanciusol è stato il primo rap al mondo.

Ha riproposto un Benigni ballerino sulle note di un brano di Elvis Presley. Le piace il Benigni esegeta e pedagogo?

Roberto ha arricchito il suo umorismo istintivo con la ricerca culturale. A me piaceva molto Tuttobenigni. È un talento straordinario, come abbiamo visto al cinema anche insieme a Massimo Troisi. Gli auguro di trovare un altro film di grande successo che ci faccia sorridere e pensare.

Chi può reggere il confronto con lui?

Forse Checco Zalone, passato anche lui dal cabaret al cinema.

Tra i giovani vede qualcuno che si avvicini a Marenco, Bracardi, Riccardo Pazzaglia, Nino Frassica, D’Agostino, Maurizio Ferrini?

Che improvvisi come loro no. Noi eravamo jazzisti della parola, oggi prevale il pop. Quella razza di improvvisatori è in estinzione.

È vero che era l’incubo di Baudo?

Sono malignità di Antonio Ricci. Siamo diversissimi, ma siamo amici e «conterroeni».

Lei era socialista e lui democristiano.

Simpatizzavo. Anche Craxi aveva simpatia per me. Una volta mi fermò e mi disse: «Non ho capito se mi vuoi bene o mi sfotti».

E lei si guardò dal risolvere il dubbio?

Votavo repubblicano, ma nella stagione della Milano da bere, con Craxi che era appassionato d’arte e di canzoni c’era un rapporto di cordialità.

Il presidente Mattarella è riuscito a procurarsi un televisore funzionante per vedere il suo show o è rimasto ostaggio di protocolli e gare d’appalto?

(Ride) Ha ancora il televisore di Pertini. È amabilissimo il presidente nell’accettare le nostre facezie…

Che cosa le dice il fatto che il portavoce di Palazzo Chigi sia un ex concorrente del Grande fratello?

Abbiamo visto tanti talenti cresciuti nei villaggi turistici, non mi pronuncio.

Tra migliaia di gadget possiede una statuetta di Abramo Lincoln: cosa pensa della profanazione del suo monumento a Washington come manifestazione di antirazzismo?

Sono profondamente antirazzista. Però profanare i monumenti, come quello di Montanelli che mi onorava della sua amicizia, o altri, è una deformazione di opinioni politiche momentanee che disapprovo.

Panorama, 1 luglio 2020

«Da Giuda a Curon, la vita e il cinema sono horror»

Ho appena finito di vedere Curon: bella cupa.

«Anch’io vi leggo, La Verità è un giornale diverso e molto vivo. Un po’ come una biscia».

Ecco Luca Lionello: visione, originalità, inclinazione pulp. Faccia e temperamento perfetti per una serie gotica come quella di Netflix, ambientata sul lago di Resia (Val Venosta, Alto Adige), dove il campanile che sbuca dall’acqua crea un set naturale: inquietante come l’immagine scelta da lui per descrivere La Verità, e che considera un complimento: «Aldilà del simbolo del serpente, la biscia ha colori fluorescenti e sorprendenti, che in natura non si trovano. E poi è imprevedibile… Insomma, oggi è il mio pomeriggio fortunato».

Cos’altro lo fa essere tale?

«È una bella giornata e di sicuro ci sarà un bel tramonto romano. Colleziono tramonti, con delle fotine…».

Per Instagram, come tanti?

«No. Sono un modesto studioso di quello che accade nel cielo. Potrei parlarle della qualità della luce, anche il cinema è fatto di luce e cambia da film a film. Ma non vorrei tediarla. Diciamo che sono un contadino delle nuvole… Potrei definirmi così».

Parlare con Luca Lionello, figlio di Oreste, icona del Bagaglino e sublime doppiatore di Charlie Chaplin, Marty Feldman e Woody Allen, è come avventurarsi su un sentiero di montagna, con quel fremito d’incognito che si mescola all’euforia della scoperta. Sposato, padre di Maja e Ori, nomi con una storia lunga così, Lionello è un attore estraneo ai circuiti della cinematografia mainstream: il Giuda Iscariota interpretato in The Passion di Mel Gibson è un eloquente biglietto da visita.

Chi è Thomas, il padre pieno di ombre che interpreta in Curon?

«Dovrei avere una risposta pronta, invece mi sento di dire che non lo so chi è. Ha una personalità forte e una psicologia definita e, aldilà dell’horror o del fantasy, compie azioni terribili».

Addirittura.

«Diciamo sconvolgenti. Sembra un mascalzone solitario, ma fa tutto per un bene supremo, come dicono all’Onu. Però gli voglio molto bene».

Curon è una meditazione sul doppio, con due gemelli rovesci della stessa medaglia. È anche una riflessione sulla scelta tra bene e male?

«La metafora la tratteggia la professoressa quando racconta la leggenda per la quale in ognuno di noi c’è un lupo buono e un lupo malvagio. Noi diamo da mangiare a quello buono, ma a volte ci sbagliamo perché le cose non sono come ci appaiono. Ovvero, la vita è una tragedia e non sempre sappiamo come prenderla. A Curon le ombre si inseguono perché questo lago è misterioso».

Aldilà delle citazioni di Stephen King, l’hotel con un solo inquilino, il ruolo dei ragazzi e la loro passeggiata nel bosco che ricorda Stand by me, è una storia lugubre e sinistra.

«Il campanile fa pensare a qualcosa che non quadra perché il suo posto sembra sbagliato. In realtà, è l’acqua che non dovrebbe stare lì (una diga costruita 70 anni fa creò il lago artificiale che sommerse il paese di Curon ndr). Ai ragazzi è affidato un ruolo salvifico, ma poco dopo la scena del bosco si profila la tragedia. Le storie che s’intrecciano hanno regole precise».

Una di queste è che la religiosità sconfina nella superstizione? Anche i componenti della famiglia con le pareti di casa tappezzate di crocifissi hanno tutti un lato oscuro.

«È una sensazione reale che mi ha ricordato quei film western nei quali c’è sempre il cappellano con la Bibbia in mano che dice messa nella casetta di legno. È la coperta suprema che serve a velare tutto. Il crocifisso non è un simbolo di allegria. Nella serie è un alfabeto che fa da sfondo, come nei boschi di quelle valli punteggiate da edicole votive e crocifissi che rappresentano una cultura molto presente».

Il sacro è un mistero che a Curon inclina al gotico?

«Sì, anche se non mancano le sorprese. Alfred Hitchcock dice che se mostri un fucile poi quello deve sparare. Invece il fucile che ho sempre in mano io non spara un colpo perché il mio personaggio è strano e ci sarebbe molto da raccontare».

Materia per la seconda stagione?

«Queste cose le decide il pubblico. Da quello che so è stato un bel successo e sarebbe un peccato lasciare tanta gente delusa».

Com’è stato interpretare Giuda in The Passion di Mel Gibson?

«Potremmo scrivere dei libri. Finora non ne ho quasi mai parlato… Una mattina, mentre ero fuori con il mio cane, mi chiama un’agente di una delle maggiori società di casting del mondo. Aveva visto L’italiano, un film del 2002 nel quale recitavo una piccola parte. Voleva delle informazioni. Qualche tempo dopo mi richiama per dirmi che presto avrei dovuto incontrare un regista importante per un film molto ambizioso».

E lei?

«Sono scappato da Roma e mi sono rifugiato a Frattura vecchia, il paesino terremotato dell’Abruzzo dove avevamo girato L’italiano».

Finalmente arrivò il provino…

«Avvenne in una chiesa romana del 1100, un luogo buio, ornato di affreschi medievali. Gibson vedeva attori da tre anni. A me chiese solo se avevo altri impegni in vista, perché voleva esser sicuro che fossi a sua disposizione. Più che un contratto, era una comunione d’intenti senza una data di fine lavorazione».

Recitare in The Passion è stata un’esperienza irripetibile?

«Per un attore Giuda è più stimolante di Amleto. Che Dio mi perdoni, è persino più interessante che interpretare Gesù. Per volere di Gibson spesso Jim Caviezel indossava il mio naso. Il regista aveva fatto un calco perché Gesù e Giuda avessero lo stesso profilo e nel buio del Getsemani potessero confondersi».

Conferma che Gibson volle che una delle mani che inchiodano il Nazareno alla croce fosse sua?

«Confermo. The Passion è stato qualcosa più di un film. Flagellare Gesù per un paio di mesi, il tempo per girare quella scena, ti rimane dentro. Ti trovi in una realtà che se non la vedi rimane letteraria. Nella vita la sofferenza non la reggiamo, poi se entri in un ospedale ti accorgi che la realtà è complicata. Alla fine, la vita è un horror».

Non sempre, dai. Cos’altro è successo sul set?

«In questi giorni che si è ricordato Alberto Sordi mi è venuto in mente che Gibson volle ricostruire il Getsemani nello Studio 5 di Cinecittà. Per dare la luce giusta si usava un lenzuolo bianco, ma un giorno al direttore della fotografia qualcosa non quadrava perché ci avevano scritto sopra: <Grazie Alberto>. Era morto Sordi e qualcuno lo salutava a quel modo. Appreso il fatto, Gibson interruppe le riprese e mandò tutti a casa: “Oggi state con Alberto”, disse».

Ha mantenuto i rapporti con lui?

«È l’unica persona che conosco alla quale non rompo le scatole. Ogni tanto si leggono indiscrezioni sul seguito di quel film. Dovrebbe riguardare la resurrezione».

Qual è stato il lascito più importante di suo padre?

«Innanzitutto il cognome, che non è poco. È stato il mio primo maestro, mi ha lasciato libero di scegliere perché era molto intelligente e si è fidato della mia responsabilità».

Il doppiaggio è scuola d’arte o di artigianato?

«Il doppiaggio è il cavallo di Troia e bisogna avere molta cura, perché t’insuffla un’altra cultura e tu ne sei conquistato».

Quale altra cultura?

«Quella italica. Una certa difficoltà dell’inglese in Italia è figlia del doppiaggio».

Che cosa s’impara, l’immedesimazione nell’altro, a non essere egocentrici?

«Il doppiaggio è una grande palestra. Si impara a ottenere un risultato, come ci arrivi non ha importanza. Però bisogna raggiungere la meta con qualsiasi mezzo».

Quale meta?

«Essere credibili. Quando recito parto sempre dal concetto di concerto e uso il mio strumento come un pianoforte: nel doppiaggio è la voce, nel cinema il corpo».

I doppiatori sono figli del cinema americano, del Piano Marshall e di una pensata di Giulio Andreotti, sottosegretario di Alcide De Gasperi?

«Sì. Il Piano Marshall per l’Italia contemplava anche 300 film americani all’anno doppiati in italiano. Siamo ancora qui da allora».

Quando suo padre impersonò proprio Andreotti al Bagaglino il cerchio si chiuse?

«Fu una nemesi, come si dice in questi casi».

Dopo Curon a quale progetto sta lavorando?

«Alla regia di una storia di animazione che ha a che fare con l’esperienza che abbiamo vissuto in questi mesi. È tratta da Il volo delle foglie, il primo romanzo di Fabio Teriaca, un chiropratico con la passione dell’arte e della letteratura. L’animazione è un mondo molto complesso e sofisticato, ma anche un luogo di grande libertà».

Per uno che interpreta ruoli come i suoi che cos’è la paura vera?

«La paura è un allarme esterno come il dolore è un allarme interno. Perciò dobbiamo tenercela cara. Anche perché, essendo un sentimento ancestrale, se cerchi di gestirlo perdi solo tempo. Non è un interruttore che accendi e spegni».

Le piacevano i balconi canterini e gli slogan tipo «andrà tutto bene»?

«Assolutamente no. Però qualcosa si doveva fare, non dico un esorcismo collettivo… Nessuno ci aveva insegnato a gestire situazioni così. Anch’io mi sono affacciato a battere le mani, ma mi piaceva di più la città silente».

Un soggetto perfetto per una serie tv o un film?

«Una sorpresa nella tragedia. Perché alla fine ci siamo resi conto che non c’era da salvare il mondo, ma l’uomo. Se continuiamo a buttare plastica nel mare ci rimane un quarto d’ora di vita. Il pianeta resta, noi siamo di passaggio. Sordi diceva che a Roma si deve camminare in punta di piedi e chiedendo permesso per non violentarla».

In un momento così la politica ha mostrato la giusta attenzione verso il mondo dell’arte?

«La politica è stata la prima a rimanere spiazzata. Anche un bambino avrebbe capito che non bastava chiudere solo i voli diretti dalla Cina. Se non ci fossero stati gli attori, le cose sarebbero andate peggio. L’attore fa compagnia perché racconta delle storie. È un mestiere che tende al sacro perché consola e aiuta a condividere. Senza le storie che ci arrivano dall’arte, dal cinema, anche da internet la situazione sarebbe stata ancora più drammatica. Invece gli italiani si sono dimostrati meravigliosi».

Gli italiani come popolo, più dei politici?

«Certo che sì, palla avanti e pedalare. Chi lo sapeva che eravamo così pronti ad assorbire e accettare?».

 

 

La Verità, 27 giugno 2020

«No al Mes che incide nel rapporto debito/Pil»

L’intervista è finita e Paolo Savona regala un apologo: «Io sono sardo e una volta chiesi a un disoccupato come vivesse: “D’estate vado a pesca, d’inverno a caccia, in autunno raccolgo la frutta e la verdura e le baratto per la pasta e il pane”. “Mi sta dicendo che si può vivere da disoccupati?”. E lui: “No, bisogna avere una casa e in Sardegna è facile procurarsela perché la popolazione si è ridotta, ma anche serve il denaro per pagare le bollette, il gas e le piccole spese in contanti…”. Ecco il reddito di cittadinanza. L’Italia non è in povertà, conosce il modo di arrangiarsi e vive meglio di altri Paesi che si dichiarano virtuosi e per i quali noi saremmo le cicale».

Il presidente della Consob ha scelto La Verità per approfondire l’annuale discorso al mercato tenuto qualche giorno fa nella sede romana dell’Autorità della Borsa. Perciò, eccoci nell’arioso ufficio di via Giovanni Battista Martini, zona Parioli. All’indomani della sua relazione, tutti i media si sono concentrati sulle due proposte per aiutare la ripresa dopo i mesi di lockdown: l’emissione di bot patriottici, titoli perpetui con interesse garantito al 2%, e l’invito ai risparmiatori a investire nelle medie imprese con vocazione verso i mercati esteri. Ma lo scenario che sta più a cuore all’ex ministro dell’Industria del governo Ciampi e degli Affari europei nel primo governo Conte è quello geopolitico e di lungo termine che guarda più alla storia che alla cronaca.

All’Italia non mancano solide fondamenta reali, ha detto nella sua relazione, ma scarseggia la loro giusta considerazione. Perché? Perché si parla solo del nostro debito pubblico?

«Perché fa comodo a molti».

A chi?

«Non mi chieda di dividere il mondo in buoni e cattivi. In base alla mia esperienza i difetti principali degli italiani sono un’ossessiva ricerca di assistenza pubblica e la tendenza a non rispettare la legge».

La principale proposta contenuta nella sua relazione consiste nell’emissione dei bot di guerra, titoli patriottici per finanziare la ripresa con il sostegno volontario del risparmio…

«In realtà, la mia relazione si concentra sulla necessità di riorganizzare l’architettura istituzionale. Constato che le istituzioni monetarie hanno strumenti molto più efficaci degli istituti finanziari, primo fra tutti la possibilità di creare moneta. Durante le crisi sistemiche, come quella del 2008 o come quella attuale, per evitare il crollo dei mercati e la distruzione del risparmio e delle imprese, la politica monetaria attua operazioni che essa stessa ha definito non convenzionali, ossia abbondanti. Così diventa il perno delle aspettative e della fiducia. Ma se le istituzioni nascono con una “zoppia”, come osservava Carlo Azeglio Ciampi, quel difetto continuerà a condizionarne l’attività futura e a produrre aspettative distorte».

La zoppia è?

«La mancata unificazione politica del Vecchio continente. Perciò, c’è bisogno di riorganizzare l’architettura istituzionale nella direzione di un completamento dell’Unione europea».

Vasto programma, verrebbe da dire.

«Non c’è dubbio e chiede tempo, ma un lungo cammino inizia con il primo passo. Ma siccome “nel lungo periodo saremo tutti morti”, come diceva John Maynard Keynes, il mio suggerimento a breve è agire in due direzioni. La prima è la leva finanziaria dello Stato con l’emissione di titoli senza scadenza e una rendita perenne garantita del 2%, pari al tetto dell’inflazione che la Bce si è impegnata a non superare. La seconda è il rafforzamento del capitale delle imprese esportatrici, offrendo una garanzia statale come per i debiti. Sono provvedimenti tampone che aiutano, ma non risolvono il problema alla radice».

Gli addetti ai lavori si sono fermati su queste proposte perché hanno la sensazione di un ritardo della politica e di uno scenario drammatico.

«Che condivido fino a un certo punto. Questa volta la politica ha fatto molto, ma per un giudizio bisogna attendere di verificare gli effetti. Le risorse di risparmio esistono. Contrariamente a quanto una distorta narrazione tende a sostenere, gli italiani sono formiche che aiutano molte cicale straniere. Non siamo un Paese all’ultima spiaggia, ma possediamo notevoli risorse. Il risparmio privato è pari a 8,1 volte il reddito disponibile, di cui il 3,7 in forma di attività finanziarie. Bisogna usarlo bene e per noi italiani».

Resistiamo a dispetto di chi ci governa?

«Per certi versi è vero, ma la politica monetaria ha retto l’urto della crisi. La politica fiscale si sta muovendo bene, ma è lenta nel produrre i suoi effetti. La mia proposta è integrativa di ciò che si sta facendo. Il nodo cruciale è il rapporto tra debito pubblico e Pil: se il rapporto salirà nelle dimensioni previste, il mercato reagirà. Così come reagiranno i cosiddetti Paesi frugali».

Per evitarlo propone i bot perpetui e il finanziamento delle medie imprese con forme di azionariato popolare.

«Una regola della finanza insegna che pagando il 2% lo Stato rimborsa il capitale in 35 anni e i figli continuerebbero a percepire una rendita per tutta la vita. Io sottoscriverei questo titolo. Per giunta esiste un mercato per venderlo prima, ove desiderato».

Anche il presidente emerito di Banca Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli ha suggerito questo strumento…

«Quelli proposti da Bazoli e altri sono titoli a lunga scadenza, quindi da rimborsare, che incidono sul rapporto debito/Pil. Il titolo irredimibile non entra nel calcolo del rapporto. Rinunciare a uno strumento così può portare a dover aumentare le tasse. Di patrimoniale hanno parlato altri, io voglio evitare ogni tassa con l’emissione di questi titoli».

Oppure può portare a ricorrere ai prestiti del Mes. Ma se abbiamo fondamentali così buoni perché si insiste a voler ricorrere al Fondo salvastati?

«Se il Recovery fund fosse sotto forma di donazioni a fondo perduto, come sembra ma è tutto da decidere, dovremmo darci da fare per ottenerle. Qualsiasi prestito europeo da rimborsare entra nel rapporto Pil/debito e gli effetti sullo spread sarebbero immediati e nefasti».

Gli italiani sono predisposti per l’azionariato popolare?

«Nelle attuali circostanze sì e se si danno loro le garanzie ben calibrate per i rischi corsi per un certo periodo e se possono beneficiare di profitti dell’impresa capitalizzata, tutelerebbero meglio i loro risparmi e contribuirebbero alla crescita del reddito, dell’occupazione e del benessere. L’azionariato popolare significa divenire parte attiva della crescita del Paese. Assisto e vedo manifestazioni di patriottismo ovunque. Spero solo che non siano chiacchiere. Propongo una verifica».

Diceva che questi provvedimenti aiutano, ma non risolvono il problema di fondo.

«Che è più ampio e complesso. Per questo parlo di nuova architettura istituzionale. Dobbiamo sapere che se si sviluppano le criptomonete private, ossia scritture contabili dove le autorità non possono accedere, esse perderanno il controllo dei mercati. Salvo non ricorrere a mezzi diversi, come in Cina dove si sta creando una sua criptomoneta pubblica con metodi controllabili. Oggi il vero problema è il controllo dell’Infosfera: l’area di informazione a livello mondiale. È un problema di politica estera molto serio».

Crede ci siano le condizioni internazionali per affrontare queste problematiche con spirito di collaborazione?

«In Europa cominciano a studiarla. A livello mondiale ancora no, perché è in atto un grande scontro per l’egemonia geopolitica del pianeta attraverso metodi, chiamati in gergo protocolli, non utilizzabili da tutti i paesi, come quello che attualmente usiamo; esso è stato messo a punto anche da un italiano, ed è stato lasciato al libero uso mondiale (è lo https che appare sul nostro computer quando usiamo internet ndr). Però, nel frattempo la Libra di Facebook e le Grams di Telegram vogliono partire. Il pericolo di una grande confusione, con progressivo e preoccupante indebolimento degli Stati nazionali, è incombente».

Non crede che le conseguenze dell’emergenza sanitaria siano prioritarie?

«Lo sono, ma non sono le uniche. Bisogna pensare al futuro. Le innovazioni della fintech incalzano. Alcuni pensano che sia il futuro, mentre sono il presente e siamo in ritardo. Invece di capire e decidere ciò che va fatto si sollevano problemi etici, come il diritto alla privacy. Bisogna capire che stiamo parlando di qualcosa di molto più importante».

Il governo attuale è in grado di affrontare queste problematiche?

«Nel primo governo Conte se ne occupava Luigi Di Maio. La Banca d’Italia ha comunicato di voler creare in materia un centro di rilevanza europea per propiziare un salto tecnologico in tutti i settori. Anche Consob ha preso alcune iniziative e già va usando gli strumenti per alcune funzioni.La mia proposta di creare una Consulta che definisca un’agenda di lavoro è parte dell’iniziativa. In Italia ci sono le competenze adeguate per perseguire obiettivi ambiziosi».

Come valuta la convocazione degli Stati generali dell’economia?

«Per esperienza diretta so che le istituzioni rappresentative gradiscono essere consultate. Confindustria, Confcommercio, i sindacati… Temo però che l’esito per il governo sia un fardello troppo oneroso e si ritroverà un canestro che, come dicono a Roma, avrà più richieste delle corna di un cesto di lumache».

Gli Stati generali non sono, come le task force, un paravento dietro il quale nascondere una certa incapacità decisionale?

«Non è questo il problema. Se chiediamo agli italiani se preferiscono un miliardo di assistenza a fondo perduto o un miliardo per costruire infrastrutture scelgono il primo, mentre il futuro si costruisce con il secondo. Bisogna spiegarglielo all’infinito, come fatto per il coronavirus, per difendersi dal quale ci hanno martellato con una comunicazione incessante. Propongo lo stesso per questo problema non minore».

Non le pare che tra bonus, redditi e sovvenzioni questo governo spinga sull’acceleratore dell’assistenza?

«Le pressioni in tal senso degli elettori sono elevate e il governo non può trascurarle, ma deve educare i cittadini a scegliere il benessere futuro e non il presente. I nostri padri lo hanno fatto».

Nel dopoguerra ci fu una risposta di tutto il Paese e l’Autostrada del Sole venne consegnata in anticipo sulla scadenza. Oggi si è rifatto il ponte di Genova in un anno: perché questa formula non è estendibile?

«Tante forze combattono contro l’abolizione o la riforma del codice degli appalti che semplifichi le procedure che durano anni e che, per molte iniziative, non si concludono mai. È una vecchia storia. Se è stato fatto per il ponte di Genova, si potrebbero replicare le procedure. Non sono pessimista. Va precisato che non è solo un problema di opere pubbliche, ma per tutti gli investimenti pubblici e privati. Mi auguro che chi è al governo, ma forse gli italiani per primi, capiscano che prima di tutto servono investimenti, investimenti e ancora investimenti. Quante volte lo dobbiamo ripetere inutilmente?».

 

La Verità, 20 giugno 2020

«Racconto la neweconomy come una storia rock»

È da poco finito il pranzo della domenica che su La7 spunta Carlo Massarini. Non era il mitico Mister Fantasy, dal nome di un album dei Traffic che diede il titolo alla sua trasmissione? E non era un volto Rai? Un critico musicale, rock pop e jazz, che per primo aveva sconfinato nel mondo digitale? La guida di Cool tour e di Ghiaccio bollente, rubrica culturale e contenitore di concerti e storie su Rai 5? Lui: il programma che conduce adesso sulla tv di Urbano Cairo s’intitola Startup economy, c’entra sempre con l’avanguardia digitale, ma è tutt’altra faccenda. Non resta che chiamarlo per capirne di più… la voce va e viene. «Meglio se ci sentiamo sul telefono fisso», invita Massarini. «Lo uso poco, ma ho dovuto farlo installare perché, a sei chilometri dal Raccordo anulare di Roma, vivo in una di quelle zone grigie dove il segnale balla. La connessione è migliorata dopo peripezie e cambi di operatori… Ora vedo i filmati che per anni mi erano inibiti».

Non male come paradosso.

(Ride) «È una buona metafora della nostra Italia: una persona che ha sempre lavorato sull’avanzamento tecnologico ha una connessione balorda a casa».

Com’è nata l’idea di Startup economy?

«Diciamo che viene da lontano. Dal 1995 al 2002 ho condotto MediaMente su Rai educational, un programma sull’innovazione digitale ideato dal direttore Renato Parascandolo».

Pionierismo.

«Facevamo alfabetizzazione ad orari impossibili. Però funzionava. Avevamo coinvolto i migliori studiosi, gente come Derrik De Kerckhove. Internet era agli albori. Creammo anche il primo sito Rai. Il programma vinse dei premi, all’estero però».

E in Italia?

«Quando arrivò Giovanni Minoli a Rai educational decise di chiuderci, non era interessato».

Eravate troppo in anticipo?

«Forse. Ma credo che un servizio pubblico avrebbe potuto mantenere la postazione».

Ora Startup economy.

«Con il professor Francesco Sacco, conosciuto allora, abbiamo studiato questo format. Ci siamo prefissati di colmare un vuoto, di imprenditoria futura non parla nessuno. Trent’anni fa Apple, Amazon, Google, Facebook eccetera erano startup. Pensiamo a quello che sta facendo Elon Musk a proposito di ricerca sullo spazio. Tutti i grandi marchi sono sostenuti da piccole aziende ad alta specializzazione. Nei paesi più avanzati sono filiere che incidono sul Pil. In Italia ancora no, ma comincia a muoversi qualcosa in gruppi come Enel ed Eni che finanziano le startup utili ai loro processi. O nell’economia bancaria, che è un’incubatrice. Mettendo tutto insieme è nato questa specie di periscopio sul futuro».

Come si parla di economia digitale in tv?

«Non ci rivolgiamo solo agli smanettoni, agli iniziati, per i quali dobbiamo essere credibili, ma a tutti. Perciò dobbiamo essere comprensibili, accessibili. Quando ci imbattiamo in qualche termine specifico lo traduciamo con il nostro “wiki”, un decodificatore che fa la spiega in tempo reale e aiuta a familiarizzare con espressioni che a volte sento anch’io per la prima volta».

Buona divulgazione.

«Divulgazione dell’innovazione. Una buona formula sono le storie. Anche quando parlavo di rock usavo le storie. Tutti conosciamo quella di Steve Jobs, un’epopea partita da un garage e culminata con il famoso “Stay hungry, stay folish”. Tra le tante, racconteremo la storia di un ragazzino del Togo, adottato da una famiglia parigina, che ha frequentato un college in Svizzera e creato una startup che abbatte del 90% le emissioni di Co2 di alcuni prodotti. Io non sono un chimico, ma lo vedremo alla prova».

Perché un programma così va in onda su La7 se lei è un volto Rai?

«La7 è stata disponibile e contiamo di tornare in autunno con un altro ciclo. La Rai mi rimbalza, come se non fossi mai passato da quelle parti. Hanno chiuso anche Ghiaccio bollente su Rai 5».

Prima era stato chiuso anche Cool tour.

«Non ho capito bene perché, forse costava più della media di rete, forse per altri motivi che ignoro. Era un programma itinerante…».

Era in anticipo anche con i videoclip, forse troppo?

«Mister Fantasy è stato il primo programma al mondo che ha trasmesso i videoclip. Merito di Paolo Giaccio. Anche MediaMente è stato il primo sulle tecnologie digitali. Due programmi di svolta. Mi costruivo dentro quello che incontravo fuori. O meglio, trovavo fuori il corrispettivo delle mie tensioni. In mezzo, nel 1986, c’era stato anche Non necessariamente; quello sì troppo precoce, come il figlio geniale che non ha avuto successo, ma era il più intelligente».

Perché la Rai non ha sviluppato quelle intuizioni?

«Bisognerebbe chiederlo ai direttori che si sono succeduti. A nessuno è venuto in mente di riprenderle. Io non credo ai complottismi, fatto sta che non si è fatto niente e dopo quasi vent’anni, durante il lockdown per il Covid, scopriamo che non c’è la banda larga e che la scuola è impreparata per la teledidattica».

Pigrizia, scarsa lungimiranza?

«C’è chi si giustifica dicendo che “il pubblico non ce lo chiede”. A me non basta: se fai servizio pubblico puoi creare attenzione e affezione per certi contenuti. Nella nostra tv si parla quasi solo di politica, dei temi legati all’innovazione e al futuro non c’è traccia. Nel mondo non è così. C’è chi studia e avanza, senza che lo si sappia. Ci accorgeremo del ritardo quando ci sarà la ricaduta concreta».

Tornando alla Rai?

«Ho smesso di farmi domande. Uno se le fa un anno, due, tre, poi dice come i ragazzi americani: “Grazie, è ora di andare via da casa”».

Com’è la new economy vista dall’angolo d’Africa del suo salotto?

(Ride) «È vero… ma c’è anche il Budda thailandese. Noi andiamo davvero in onda da casa. Mi piace l’arte di luoghi lontani. Ho coltivato una passione per la cultura africana, musica, letteratura, arredamento, simbologia. Mi piace mescolare il primitivo e il tecnologico come hanno fatto Brian Eno, Peter Gabriel, i Talking heads. Ho anche oggetti degli eschimesi canadesi che erano di mio padre…».

Ufficiale della Marina.

«Il più grande regalo che potesse farmi fu portarci a vivere in Canada per tre anni, dal 1959 al 1962. Un Paese che amo tuttora, il lato soft degli Stati uniti. Vivere lì è stato un grande privilegio, la possibilità di allargare l’orizzonte e imparare bene l’inglese. Così, quando sono arrivato alla radio, prima ancora di parlare al microfono, ho iniziato a tradurre i testi per Giaccio e Mario Luzzatto Fegiz».

Domenica sulla t-shirt sotto la giacca spuntava David Bowie.

«Un po’ di musica trasmetterebbe l’elemento emotivo della new economy. Per ora mi limito alle citazioni».

Che musica ascolta oggi?

«Di tutto, senza distinzione. L’altro giorno ho comprato un disco di Selda Bağcan, una cantante turca. Blues, jazz, musica popolare, poco rock perché mi pare non abbia più molto senso. Preferisco le contaminazioni, le musiche che non conosco. È un fatto di curiosità, se restassi nella mia confort zone non mi sentirei cittadino del mondo».

Perché ha ripubblicato Dear Mr. Fantasy (Rizzoli Lizard) «foto-racconto di un’epoca musicale in cui tutto era possibile», dieci anni dopo la prima edizione?

«Era nato come un libro personale, realizzato con foto solo mie in una stagione in cui le star non erano blindate da manager, agenti, addetti stampa. Noi reporter stavamo a bordo palco, andavamo nel backstage. Oggi è un libro generazionale che include artisti fondamentali fotografati da altri come Frank Zappa, Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Fabrizio De André, e altri che magari hanno avuto notorietà più breve, ma sono stati importanti per me».

Se dovesse indicare la principale differenza tra la musica di quel decennio e il presente quale sarebbe?

«Sono tante. La prima è questa: per acquistare Mr. Fantasy, il disco della mia vita, dovetti aspettare tre mesi, dal novembre 1967 al marzo successivo. Era un disco d’importazione. Oggi un artista mette le tracce sul sito e istantaneamente sono su Spotify. Le case discografiche non ci sono più. L’idea stessa del disco è cambiata, si anticipano i brani in Rete, poi nel Cd ce ne sono altri… È tutto più liquido. Un’altra differenza è che allora c’era più creatività. Oggi, a causa del mercato intasato, si tende a ripetere la formula che si presume di successo. Nel rock di quegli anni rifluivano la politica e le domande esistenziali, oggi si ascolta la musica sul cellulare e con tre emoticon te la cavi. Detta in modo un po’ brutale: noi avevamo meno e andavamo in profondità, oggi si ha di più e si resta in superficie».

Com’è raccontata oggi la musica in tv?

«Non è raccontata. Ci sono X Factor, Sanremo, anche le monografie di Unici. Va tutto bene, ma manca un programma che racconti il passato e il presente, e sia una guida per l’ascolto».

C’è SkyArte.

«La guardo molto. Con una cifra più elegante e maggior credibilità è quello che era Rai 5. Ma anche SkyArte non ha un vero programma musicale».

Che cosa pensa dei talent show?

«Sono startup di interpreti. Marco Mengoni è figo, Emma Marrone è in gamba, anche se lontana dai miei gusti. I ragazzi sono soprattutto esecutori, prevalgono le cover. Se vincono un talent conquistano milioni di like e visualizzazioni, ma poi spesso si perdono perché non possono avere la scorza che si fa in anni di gavetta, sui palchi, nelle piazze minori. La tv non sempre dà il tempo di maturare».

La massima aspirazione di un cantante o musicista italiano è vincere un talent o il Festival di Sanremo?

«Sono le principali catene di successo. Se ti va bene sfondi. Ma sono due sprint. Credo che, se parliamo di arte, il successo vero sia una maratona, un traguardo che si raggiunge con il tempo. Un altro discorso riguarda i cantanti già affermati o con un buon retroterra. Può piacere o far inorridire, ma per esempio Achille Lauro si è presentato all’Ariston come tableau vivant. Non dobbiamo scandalizzarci. Le generazioni passano: i nostri eroi non sono gli stessi dei nostri figli, come quelli dei nostri padri non erano i nostri».

 

La Verità, 13 giugno 2020

 

«I veri politici studiavano oggi improvvisano»

Buongiorno professore, quanti processi ha fatto nella sua carriera?

«Tanti, ma giuro che non li ho contati».

Fra gli altri ha difeso Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi: qual è il ricordo più significativo di una vita nelle aule giudiziarie?

«È difficile da dire, anche perché su molte vicende permane il riserbo. Sul piano umano sono tutte esperienze importanti».

Le è mai capitato di veder condannato qualcuno che sa innocente?

«Più di una volta. Porto in me il dolore di non essere riuscito a farne riconoscere l’innocenza. Ma mi faccio forza con la speranza di poter essere ancora di aiuto a questo scopo».

È difficile convivere con questo sentimento?

«Non ci dormo la notte. Come per il caso di Sabrina Misseri e della mamma Cosima, a mio avviso condannate ingiustamente e in carcere da quasi dieci anni».

Franco Coppi è l’avvocato delle difese disperate. Se le probabilità di essere assolti sono scarse o minime ci si rivolge a lui. Penalista di luminosa fama, professore emerito alla Sapienza di Roma, decano della categoria, oltre ad Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa e a Berlusconi nel processo Mediaset e in quello relativo a Ruby Rubacuori, Coppi ha difeso l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro per i fatti della caserma Diaz, l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio nello scandalo della Banca Antonveneta e una montagna di altri, timorosi, imputati. Abitualmente si esprime senza impennate polemiche, forte della saggezza accumulata. Ma qualche giorno fa ha recuperato l’iperbole di un vecchio criminalista, Francesco Carrara, che disse: «Se mi accusassero di aver rubato la Torre di Pisa scapperei immediatamente».

Sputi il rospo professore, dove l’ha nascosta?

«La Torre di Pisa sta ancora lì e spero che i magistrati inquirenti ne siano convinti».

Un senso d’insicurezza aleggia nel cielo della giustizia italiana?

«Purtroppo il rischio di finire sotto processo oggi spaventa. Tenendo conto dei tempi della giustizia e delle difficoltà che incontra la difesa nello svolgimento del suo compito, non è una bella posizione nella quale trovarsi».

La presunzione di colpevolezza ha sostituito quella di innocenza?

«A volte si ha questa impressione. Quando si sente un importante magistrato asserire che un imputato assolto è, in realtà, un delinquente che l’ha fatta franca, il ribaltamento dell’onere della prova è palese».

È una mentalità che deriva da Mani pulite?

«Direi che sono tanti i fattori che hanno portato a questa situazione».

Quali?

«Mi sembra ci siano minore tensione morale e minore passione nelle cose della giustizia. Anche tra gli addetti ai lavori vedo un affievolimento di tanti principi, compreso quello della presunzione di non colpevolezza».

Che impressione le fa vedere Piercamillo Davigo sostenere in televisione che «l’errore italiano è sempre stato dire: aspettiamo le sentenze»?

«Già prima facevo riferimento a lui: Davigo è una persona simpaticissima e gradevole. Ha osservato che se vede un ospite uscire di casa con la sua argenteria non aspetta la sentenza per non invitarlo di nuovo a cena. Il riferimento è alla polemica riguardante l’applicazione della pena già dopo la sentenza d’appello senza aspettare il verdetto della Cassazione».

Un ospite pescato mentre scappa con l’argenteria è in flagranza di reato. Per non reinvitarlo basta anche meno…

«Sono di vecchia scuola e aspetto le sentenze. È impensabile che il provvedimento di custodia cautelare sia equiparato alla pena di una sentenza definitiva. Detto questo, l’esecuzione della sentenza dopo l’appello, anche in presenza del ricorso in Cassazione, è un tema molto discusso».

Il governo in carica è guidato da un suo collega che si era proclamato avvocato del popolo.

«Avvocati e magistrati sono stati spesso protagonisti in politica. Pur non avendo avuto esperienze precedenti l’attuale premier ha dimostrato che la preparazione da giurista può servire a svolgere bene queste funzioni».

Non crede che di fronte a una crisi tanto drammatica sarebbe stato utile un approccio più pragmatico?

«Bisognerebbe valutare caso per caso. In passato le carriere politiche godevano di una formazione specifica. I vecchi leader democristiani crescevano alla scuola della Fuci e dell’Azione cattolica. I politici del partito comunista si formavano alle Frattocchie. La politica non è qualcosa che si improvvisa».

Le pare che ci sia stata adeguata considerazione dello scandalo delle intercettazioni tra magistrati rivelate dalla Verità nelle quali si insultavano politici sgraditi e si prefiguravano attacchi a prescindere dal diritto?

«Per il momento la risposta è stata promessa, attendiamo di vedere quale sarà. Certamente il fatto è grave e la merita».

Lei ha invocato un gesto forte del presidente della Repubblica, il quale, se non può scioglierlo, potrebbe dire che non intende presiedere questo Csm. Ha avuto qualche riscontro questo suo invito?

«Non posso pretendere riscontri a una battuta che voleva sottolineare la delicatezza della posizione del presidente della Repubblica, che ha l’onere di presiedere il Csm in una situazione che si può definire disperata».

Quindi riscontri dal Quirinale non ne ha avuti?

«Neanche potrò averne».

E da altri ambienti?

«In genere non ricevo approvazioni o dissensi alle mie interviste. Volevo sottolineare l’imbarazzo di presiedere un organo esposto a fortissime tensioni, immaginando che potrebbe venir voglia di non presiederlo. Non certo ipotizzare che il presidente Mattarella possa tirarsi indietro davanti a obblighi istituzionali».

Se queste intercettazioni avessero rivelato trame ai danni della sinistra pensa che avrebbero avuto più risalto nei media?

«Forse sì, ma non sono sicuro. Mi pare che sia stata colta la gravità dei fatti».

È riformabile il sistema della magistratura?

«Tutto nella vita lo è. Mi auguro che ciò avvenga non in peggio, com’è accaduto per il Codice di procedura penale».

La cui riforma doveva servire a sveltire i processi e invece…

«La riforma del codice ha fallito tutti gli obiettivi. Lo dico in base alla mia esperienza nelle aule giudiziarie. Poi potrà esserci qualche statistico che mi smentisce. Ma sul piano della velocità dei processi, confrontando il codice attuale con quello precedente, è difficile non dire che ha fallito».

Perché la magistratura è l’unica categoria nella quale la carriera si sviluppa per anzianità senza verifiche su qualità e deontologia professionale?

«È un argomento che va certamente approfondito. Credo vadano introdotte forme di controllo e di verifica su come i magistrati svolgono la loro professione, riducendo lo sviluppo automatico delle carriere».

C’è chi propone il sorteggio nell’elezione del Csm.

«Anche in questo campo non esiste la soluzione perfetta. Il sorteggio puro eliminerebbe alcuni problemi, ma ne introdurrebbe altri. Per esempio, un magistrato di fresca nomina potrebbe diventare membro del Csm».

Intanto, la riforma continua a slittare. Crede che un governo come questo se ne faccia prima o poi carico?

«Per ciò che abbiamo visto finora non c’è da essere ottimisti. Però voglio sperare che, superata la fase acuta dell’epidemia, si radunino poche persone esperte, invitandole a studiare i rimedi alle storture dell’attuale codice. Voglio essere fiducioso».

Settori di questo governo hanno un filo diretto con i vertici della magistratura: che cosa la fa essere così fiducioso?

«Tutti i giorni indosso la toga, pensando di avere davanti un giudice imparziale. Vedo i problemi e posso immaginare che sia come dice lei, ma non mi hanno mai molto interessato le dietrologie».

Non le sembra che le intercettazioni lascino poco spazio all’immaginazione?

«Non posso rispondere a questa domanda».

Cosa pensa a proposito del fatto che Luca Palamara ha detto da Bruno Vespa che non si dimette perché ama la magistratura?

«Abbiamo parlato di presunzione di non colpevolezza: anche Palamara ha diritto di difendersi dalle accuse che gli vengono mosse. Cosa poteva rispondere a Vespa? Mi auguro che il processo venga istruito rapidamente. Quando in un’inchiesta l’indagato è un magistrato o un politico, quel processo dovrebbe avere la precedenza ed essere celebrato nel minor tempo possibile. Perché il cittadino deve sapere se è giudicato da una persona per bene o se a capo di un partito c’è una persona corretta. Dovremmo sapere subito, e non tra otto o dieci anni, se Palamara ha commesso reati o no. Anche a costo di far cadere in prescrizione qualche altro processo».

Cosa che non accadrà, considerata l’abolizione in arrivo.

«La riforma della prescrizione è la prova del fallimento della giustizia penale sottoscritta dal governo. Vuol dire ammettere di non essere in grado di applicare una giustizia rapida ed efficace. Per il resto, è una riforma che mi trova assolutamente dissenziente».

Parlando dell’operato del ministro Alfonso Bonafede, come giudica il trasferimento agli arresti domiciliari di centinaia di condannati per reati di criminalità organizzata a causa del timore dei contagi?

«Credo che il ministro c’entri poco. Un conto è l’incompatibilità con la carcerazione per ragioni di salute – per la quale, se un detenuto è affetto da tumore, lo si manda dove può essere curato – un altro conto è il carattere farsesco del timore del contagio, che dovrebbe valere per tutti i detenuti. Li mandiamo tutti a casa in attesa del passaggio dell’epidemia?».

Qual è il suo giudizio sull’azione del governo durante l’emergenza sanitaria?

«Quando facevo il professore dicevano che ero molto severo. Invecchiando sono diventato più buono, perciò darei la sufficienza, nella speranza che possa migliorare».

Anche perché ci attende una difficile ricostruzione. Pensa che la deroga al Codice degli appalti attuata per il ponte di Genova potrebbe essere estesa a tutte le grandi opere? E che una certa cultura inquisitoria ostacoli questa possibilità?

«Concordo con la sua riflessione e la necessità di accelerare le procedure. Anche se a volte la cronaca svela situazioni che tendono a rimettere tutto in discussione».

 

La Verità, 6 giugno 2020

«Bollettini e decreti hanno trasmesso insicurezza»

Di Luciano Gattinoni, professore emerito dell’università di Gottinga in Germania, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano, già presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, si legge online che è stato lo scopritore dei benefici dell’ossigenazione in posizione prona in alcune patologie polmonari. Se in tanti servizi televisivi nei reparti Covid-19 si vedono i pazienti distesi a pancia in giù lo dobbiamo a questo medico rianimatore di fama internazionale, un signore milanese di 75 anni che si esprime con una modica quantità d’ironia. Quello che invece nelle bio spunta appena è che è anche un «pianista di talento».

Che musica suona, professore?

«Suono in un quartetto che si chiama Mnogaya Leta, che in russo bizantino vuol dire tanti auguri o anni felici. Siamo quattro voci, due tenori e due bassi, più pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Il nostro genere è il negro spiritual, il gospel, che è alla base del blues e del jazz».

Mnogaya Leta… Suona il pianoforte e anche canta?

«Esatto, sono il secondo tenore. Cantiamo insieme dal 1961, eravamo al liceo, tre al classico e uno allo scientifico. Poi due abbiamo fatto medicina, uno agraria e il quarto economia».

Mnogaya Leta… Fate concerti, tournée?

«Tournée è parola grossa. Concerti sì, ne abbiamo all’attivo un migliaio, quasi tutti in Italia».

Ci sono; ne faceste uno anche a una festa dei Cattolici popolari, preistoria del 1980, Old time religion, Go down Moses

«Sì, sono brani nostri. Eravamo noi».

Risolta la reminiscenza, veniamo al presente, professore: possiamo dire che l’Europa sta uscendo dal tunnel del coronavirus?

«Sicuramente l’invasività dell’epidemia sta diminuendo, ma se siamo fuori lo sa solo il Padreterno. La Sars scomparve spontaneamente, speriamo succeda anche stavolta. Le previsioni si basano su modelli matematici, ma se si avesse la pazienza di metterle in fila, si constaterebbe la modesta validità delle previsioni degli esperti. E si concluderebbe che nessuno lo è».

Esperto deriva da esperienza, ma…

«Nessuno l’ha già vissuta. Ognuno cerca di incasellare ciò che vede nelle proprie conoscenze. Ma se ciò che succede è inedito, l’incastro perfetto non riesce».

Stiamo imparando a contrastare meglio il Covid-19?

«Fino a qualche settimana fa parlavamo tutti di polmonite. Ora si è scoperto che il polmone è una delle vittime del virus. L’aumento della coagulabilità del sangue causata dal virus produce trombi che possono interessare vari organi. Ma se chiede perché in alcuni pazienti il virus è stato quasi innocuo, in altri ha causato la morte o una patologia mediamente grave, non lo sappiamo. Perché non sappiamo come si muove nell’organismo».

Per il Covid-19 non c’è vaccino e la Sars è scomparsa spontaneamente: la scienza mal sopporta l’imprevisto?

«No. La scienza si occupa di ricerca che riguarda ciò che è inatteso. Nel rapporto con l’imprevisto si misura la genialità dell’uomo, l’azione su ciò che già si conosce è normale lavoro».

Il filosofo Alain Finkielkraut parla dell’imprevisto «come supremo metodo di conoscenza».

«Sottoscrivo».

Se non si è trovata la cura, a cosa dobbiamo il calo di contagi e decessi?

«A una serie di fattori. Alcuni studiosi sostengono che il virus sia mutato, altri dicono che il merito è del lockdown. Personalmente, nutro qualche dubbio perché anche ora che si è riaperto da due settimane la diminuzione continua. Ci sono meno ricoveri perché stiamo cominciando a capire cos’è questa malattia e a curare meglio i pazienti».

Il calo dipende da una modificazione del virus, dal cambiamento del clima, dalle nostre contromisure?

«Non c’è una sola ragione che spiega tutto. Dipende da una combinazione di elementi, ma in quale proporzione non sappiamo».

Parliamo del «prima»: cosa pensa delle voci che ipotizzano la creazione del virus in laboratorio, del fatto che l’epidemia fosse iniziata già nel 2019, che varie fonti l’avevano prevista in anticipo, che la Cina abbia nascosto il contagio?

«Per evidenti ragioni culturali e politiche ci sono obiettive difficoltà a sapere che cosa sia davvero successo in Cina. Non ho la minima idea se la diffusione del Covid-19 sia partita da un laboratorio o sia frutto di spillover, il salto di specie di un germe patogeno. Molti scienziati che hanno lavorato in quel campo sostengono che la creazione in laboratorio sia inverosimile. Invece, l’espansione di un’epidemia dall’Asia ha basi più solide. Dato che ogni otto dieci anni si verifica un’epidemia virale, nel 2018 alcuni studiosi l’avevano prevista, sottolineando la necessità di approvvigionarsi di respiratori. Ma, come sempre dai tempi della guerra di Troia, quando qualcuno predice disavventure preferiamo dargli della Cassandra. Il successo della prevenzione è scongiurare la sciagura. Qual è il politico che investe in qualcosa il cui scopo è un non avvenimento? La prevenzione non porta voti. L’animo umano è fatto così e dopo l’epidemia non cambierà».

Perché in Germania, che è la sua seconda patria…

«Non esageriamo. Prima sono stato negli Stati uniti dove, con un’équipe, abbiamo lavorato alla circolazione extracorporea e all’ossigenazione in terapia intensiva. Poi sono tornato a Milano. Da pensionato ho accettato questa offerta, memore dell’insegnamento del professore di greco Mario Zambarbieri, il quale sosteneva che un uomo di cultura deve poter leggere Goethe in lingua originale».

Quindi Germania patria di affinità elettive: perché lì ci sono stati meno decessi che da noi?

«Qui funziona una collaborazione fra medici di base e ospedali che in Lombardia non esiste. Una legge del 1977 ha stabilito che il medico generalista va da una parte e l’ospedale dall’altra. Questa cultura ha avuto conseguenze pesantissime».

È vero che in Germania c’è stato un lockdown meno rigido?

«È vero. I tedeschi hanno un rispetto per le istituzioni e le regole superiore al nostro. Sono educati così fin da bambini. Provi a contare quante volte ha parlato Angela Merkel. Le sono bastate poche parole. È laureata in fisica, è stata campionessa delle Olimpiadi di matematica, ha un curriculum vero. La credibilità non s’inventa: i nostri governanti, magari bravissimi, dovrebbero tenerne conto».

Il sistema delle terapie intensive lombardo compete con quello tedesco e quello francese, ma la metà dei decessi in Italia è avvenuta in Lombardia: quali errori sono stati commessi?

«Il sistema delle terapie intensive lombardo è tra i migliori al mondo e ovunque, nel settore, questo è noto. Semplicemente, molti decessi sono avvenuti altrove. Se si aumentano i posti letto senza aumentare il personale, l’attenzione al malato ne risulta penalizzata».

Concorda con gli analisti per i quali un ruolo eccessivo dei virologi ha favorito una visione riduttiva dell’epidemia?

«La medicina non è democratica. Se in un paese tutti votano per chiudere una drogheria, magari ha ragione l’unico che vuole tenerla aperta. Io non conosco la composizione del Comitato tecnico scientifico. Dico che, di solito, un’epidemia richiede competenze diverse. Occorre qualcuno che sappia di terapia respiratoria oltre che di moltiplicazione del virus».

A proposito degli scienziati in tv ha parlato di tentazione di narcisismo.

«Riguarda anche me. “Narcis fue molto bellissimo” e si specchiava nell’acqua del pozzo».

Oltre alla visibilità immediata c’è l’indotto.

«Se si riferisce alle ospitate pagate, io non ho visto un euro, né l’avrei voluto. Quando comincia a girare denaro, la quota di libertà diminuisce, vale a tutti i livelli. Vedo che una collega laureata in veterinaria si spinge a dire come sarà il dopo, pronunciandosi sulla convivenza con il virus. Personalmente, sto attento a limitare i miei interventi a ciò che conosco. Le mie valutazioni sul salto di specie del germe dal pollo cinese o dal ratto siberiano valgono quanto quelle del mio panettiere. Ofelè fa el to mesté, si dice a Milano. Qualche volta sono stato ospite a La7, poi ho declinato alcuni inviti perché non vorrei apparire nel vidiwall di Maurizio Crozza».

Qual è la lezione che i nostri governanti dovrebbero trarre riguardo al sistema sanitario?

«Che qualsiasi azione andrebbe meditata e mai presa in base all’emotività. Per esempio, adesso ho sentito parlare di uno stanziamento per realizzare 3500 letti di terapia intensiva. Quando mi sono permesso di osservare che sono troppi, Maurizio Gasparri me ne ha chiesto ragione su whatsapp. Ho risposto che sono stato presidente della Società italiana, poi europea e mondiale di Terapia intensiva e che se avesse voluto delle spiegazioni avrebbe potuto telefonarmi».

In Cina il lockdown rigido è imposto da un regime, in Italia c’è stata un’esasperazione di tipo sanitario?

«Non mi addentro negli altri lockdown. Certo, noi abbiamo chiuso prima e riapriamo più tardi. Se compariamo Stoccolma a Helsinki è un disastro per Stoccolma, ma se la paragoniamo a Milano è un successo. Un giorno si dovrà fare un confronto serio, senza passioni politiche, tra realtà omogenee per dimensioni ed età media. Fornendo numeri certi, non come quelli dei contagi che ci vengono dati ogni sera e di fronte ai quali non si sa ridere o piangere per quanto sono inattendibili».

Una comunicazione di bollettini e decreti ha trasmesso l’idea di uno stato di emergenza?

«A me più che di uno stato di emergenza ha trasmesso uno stato di pochezza».

Di mancanza di preparazione?

«Di mancanza di visione. Si poteva limitarsi a una comunicazione ogni tre giorni, ma con numeri verificati».

C’era il permesso di portare fuori i cani non i bambini, riaprono le palestre non le scuole.

«Questa tragedia offre spunti umoristici per un’enciclopedia. E i congiunti affini? I 21 misteriosi parametri regionali per la riapertura? Che cosa vuol dire “aprire ma con prudenza”? Forniscano dei numeri se vogliamo parlare di fatti. Se vogliamo il rischio zero dobbiamo blindarci in eterno. Qual è il livello di rischio che accettiamo?».

Arriverà una seconda ondata?

«Speriamo che la natura sia madre e non matrigna e faccia spillunder invece di spillover».

 

La Verità, 30 maggio 2020

 

«Vorrei Montalbano come leader della sinistra»

Signora Parietti, che cos’ha imparato dall’autoisolamento per coronavirus?

Che la gente peggiora e non migliora. Quando provavo a raccontare quello che mi era capitato dicevano che volevo farmi pubblicità. Tipo: cosa vuole la Parietti, parli del Grande fratello.

Che conclusioni ha tratto?

Che se continuassi a farmi le foto del culo, che peraltro regge, al massimo mi prenderei della vecchia. Mentre parlando del coronavirus mi son presa insulti di tutti i tipi.

Tra l’incavolato e il risentito, Alba Parietti sbotta dalla sua casa di Basiglio, a sud di Milano. Il coronavirus l’ha colpita in forma lieve, si è fatta un’autodiagnosi dopo la febbre, la spossatezza, la perdita dell’olfatto consultandosi con i medici del San Matteo di Pavia. E si è autoisolata per due settimane. Ma gli inviti a non parlare dell’epidemia da Covid-19 ricevuti in qualche talk show non li ha mandati giù. «A qualcuno ha dato fastidio che fossi informata e che, sulla base di quello che sapevo, contestassi anche i virologi».

E che cosa sapeva, signora?

Che le mascherine erano fondamentali, mentre alcuni di loro sostenevano di no. Siccome avevo parlato con persone che vivevano in Cina, sono stata tra le prime a fare la battaglia…

E poi?

Replicavo a chi minimizzava. A metà febbraio un’infermiera di un reparto di infettivologia mi aveva detto che negli ospedali lombardi la situazione stava degenerando.

Le sue opinioni non erano gradite.

No. Anche quando dicevo che bisognava diversificare i provvedimenti. In Lombardia i posti di terapia intensiva stavano finendo, mentre in Veneto il problema non si è posto grazie all’opera efficace del governatore Luca Zaia. Non ci volevano chissà quali studi per vedere queste cose. Il virus colpisce tutti e chiunque ha diritto di esprimersi sulla base di una corretta informazione.

Si temevano le fake news e si voleva privilegiare la competenza scientifica?

Siamo d’accordo, però nemmeno i virologi avevano certezze e si contraddicevano fra loro. Ancora adesso nessuno sa niente di questa malattia. Ma siccome sono una soubrette… Hanno provato a zittirmi, qualcuno ha cercato vendette personali. Lasciamo stare i nomi, preferisco non rinfocolare polemiche.

Secondo lei che cosa è mancato nella gestione dell’emergenza da parte del governo?

Si è trovato in una situazione inedita, non si può dargli addosso.

Sebbene il premier si fosse detto prontissimo.

È mancata una comunicazione reale di quello che stava accadendo in Lombardia. Uno tsunami. Tanti hanno provato e dovuto salvarsi da soli. So di persone rimaste a casa settimane con la febbre a 38, costrette a diagnosi fai da te per l’impossibilità di fare i tamponi. Io stessa l’ho provato… È stato un terremoto, abbiamo scavato con le mani, mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite come durante una guerra.

Dopo una prima sottovalutazione si è finito per drammatizzare troppo?

Forse le linee guida adottate in Lombardia non andavano estese al resto d’Italia. La situazione era diversa. Gli italiani vanno messi un po’ alle strette, poi rispondono bene. Adesso per ripartire forse si è fatto un po’ di terrorismo, non sono tutti raffinati psicologi. Se dovessi dare una medaglia la darei a Zaia, un politico che non rispecchia il mio orientamento, ma ha affrontato la situazione con fermezza. Nel suo modo barocco, anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è fatto capire.

Si sono tenute nella giusta considerazione le esigenze della gente comune?

Spero che chi ha le possibilità rinunci a un po’ di guadagno per mantenere i dipendenti e favorire la ripresa di tutti. Parlo delle grandi aziende e dei grandi marchi, ovviamente. Non degli artigiani e dei piccoli commercianti che non si sa se riusciranno a sopravvivere.

Ha già programmato le vacanze estive?

Non ancora. Ho due case, una in Valle d’Aosta e una a Ibiza. Spero di poterci andare…

Diciamo che è fortunata.

Molto, riconosco i miei privilegi. Nella vita ho potuto guadagnare. Mio figlio, per esempio, non farà vacanze perché non se le può permettere. Come la sua fidanzata, ha consumato parte delle ferie in attesa della cassa integrazione. Questo è tutt’altro che un virus democratico. Come fanno famiglie di 5 persone a mantenere il distanziamento in 60 metri quadri? Il coronavirus ridurrà alla fame persone che già prima erano in difficoltà.

Gli osservatori più attenti prevedono un autunno di rivolte sociali causato dalla povertà.

Non siamo proprio un Paese di rivoluzionari.

Parlavo di rivolte, di proteste.

Dove c’è povertà e disuguaglianza sociale è facile che, per sopravvivere, la popolazione prenda le strade peggiori. In assenza di risposte adeguate possono affermarsi forme di sopruso e sfruttamento, dal lavoro nero al controllo delle mafie che sicuramente non starà a guardare.

Come giudica il contributo del Pd al governo?

Non saprei dare un giudizio tecnico. Né vorrei alimentare polemiche che trovo odiose in questo momento.

Che differenze vede tra Nicola Zingaretti ed Enrico Berlinguer?

Lei vuol farmi parlar male di qualcuno. Zingaretti appartiene alla classe politica attuale che non rispecchia il mio ideale. Il confronto con la generazione di Bettino Craxi e Giorgio Almirante è impari. Per me Berlinguer era un semidio.

Non si metta sulla difensiva.

Sarebbe come fare paragoni tra Madonna e Alba Parietti.

Quindi?

Berlinguer ha attraversato un periodo di grande difficoltà. Ha tentato di fare il compromesso storico… Anche la sua ultima immagine pubblica è quella di una persona che ha portato fino in fondo la sua visione perché mossa dalla passione. Gran parte dei politici di oggi è mossa dall’ambizione. Ma non voglio accusare Zingaretti. Se si candidasse nei panni del commissario Montalbano voterei volentieri suo fratello. Andrea Camilleri era un uomo di sinistra molto credibile. I leader del passato li abbiamo criticati, ma c’era ammirazione. Anche per figure controverse come Giulio Andreotti, magari diabolico ma mai banale.

Da donna che cosa pensa di Giorgia Meloni?

Non approvo nulla del suo pensiero, ma la trovo una tosta. Una dei politici più veri che ci siano in Italia. Non è lì per caso.

Ha condiviso la polemica sulla scarsa rappresentanza femminile nelle task force?

Nulla di nuovo, in questo Paese le donne sono calcolate molto poco. Ma la misoginia è quasi più femminile che maschile. Se una donna riesce a imporsi bisognerebbe gioirne tutte…

Invece?

Tra donne c’è molta solidarietà a parole, ma di fatto… Siamo nate con il pomo della discordia.

Le sembra che le ministre Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Teresa Bellanova, Paola Pisano e Nunzia Catalfo si stiano muovendo bene?

Non vedo figure particolarmente significative. Dicendo così mi dimostro anch’io poco solidale con le donne. Ma penso che la Merkel italiana non ce l’abbiamo e forse non siamo nemmeno pronti ad averla.

Il premier Conte invece è molto apprezzato dalle donne.

Sì, ma un pensierino non ce l’ho mai fatto. Sono clemente a causa del momento difficile. Non sono mai stata attratta dagli uomini di potere, perché avrebbero poco tempo da dedicarmi.

Come giudica la sua espressione a proposito degli artisti che «fanno divertire la gente»?

Anche i politici fanno divertire in certi periodi. Basta vedere il programma di Maurizio Crozza. Ancora oggi fatichiamo a pensare che l’arte sia cultura, non parlo della televisione che è intrattenimento grazie al quale tanta gente non si è sentita sola. Parlo del nostro cinema e del nostro teatro che è un errore sottostimare.

Di Matteo Salvini che opinione ha?

È un abilissimo comunicatore. Bravissimo a far leva sui sentimenti di disperazione della gente comune. Molto più della sinistra, che certo non avrebbe potuto usare gli stessi slogan.

La destra è più vicina alla gente comune della sinistra?

No. Siamo tutti povera gente in un momento in cui il mondo sta cambiando. Individuare un nemico è la strategia più facile, ma non è un buon modo per andare avanti insieme. In questo momento il migliore è il Papa.

Lo immaginavo.

Immaginavo che lo immaginava. Papa Bergoglio è una guida, ciò che dovrebbe essere anche un leader politico.

Bergoglio parla delle periferie, la sinistra vince nei centri storici.

Non andare nelle periferie vuol dire lasciare il territorio ad altri. Va nelle periferie chi capisce dove nascono i problemi.

Mi fa un ritratto dei grandi professionisti della tv con cui ha lavorato? Enzo Tortora.

L’ho conosciuto alla fine. Aveva un tormento, ma era imperscrutabilmente signorile.

Angelo Gugliemi.

Il maestro geniale che vede il talento degli altri e non ne ha paura.

Carlo Freccero.

Il mestiere e la follia.

Gianni Boncompagni.

L’enfant gaté, il bambino viziato. Anche lui geniale.

Pippo Baudo.

È Pippo Baudo, non ha aggettivi.

Maurizio Costanzo.

L’eminenza grigia dalle mille sfaccettature, il narcisista intelligente.

Che cosa manca ai dirigenti tv di oggi?

La fantasia e il coraggio di rischiare di non piacere.

Che cosa le manca di Ezio Bosso?

Il tempo di stare insieme che è finito. Il tempo nel quale potevo ascoltarlo e ammirarlo. E dirgli: «Ciao, come stai?».

 

Panorama, 27 maggio 2020

«Che errore uniformare tutta l’Italia con i decreti»

Professor De Rita, lei ha 88 anni ma conserva lo spirito ribelle dei ventenni: niente app e niente mascherina.

«Nessuno che mi conosca direbbe che ho uno spirito ribelle. Sono un uomo tranquillo, arrivato a 88 anni camminando con passo lento verso la morte, compimento della vita. Il mio detto preferito si trova nel salmo 83: “Cresce lungo il cammino il suo vigore finché compare dinanzi a Dio in Sion”».

Era una provocazione. Capisco la difesa della privacy meno il no al dispositivo di protezione.

«Oltre al fastidio, ci sono due ragioni. La prima è che mi sembra di respirare l’anidride carbonica del mio fiato. Forse proteggerà gli altri, ma a me non pare salubre. La seconda ragione è che la mascherina fa risaltare gli occhi e quando guardo i miei coetanei, diciamo gli over 75, vedo sguardi in parte disperati e in parte inespressivi. Non voglio apparire così».

Ecco: intervistare Giuseppe De Rita vuol dire imbattersi in pensieri originali e motivati. Fondatore e presidente del Censis – il Centro studi investimenti sociali che tutti gli anni ci consegna una fotografia del sistema nervoso del Paese – romano, otto figli avuti da Maria Luisa Bari, scomparsa nel 2014, De Rita è una delle figure più lucide e autorevoli del panorama intellettuale italiano. Un grande saggio. Che, con l’eccezione della partecipazione allo staff di Ciriaco De Mita a fine anni Ottanta, ha sempre mantenuto un’equilibrata distanza dalla politica. Nonostante questo, all’elezione per la Presidenza della Repubblica del 2006 ricevette 19 voti.

Professore, è corretto il confronto di questo periodo con quello della guerra?

«Non direi. Chi lo fa non ha visto le centinaia di quadrimotori americani che sganciavano bombe sulle nostre città. O le motociclette delle SS che attraversavano Roma mitragliando ad altezza d’uomo. Quella di oggi è una paura viscida e indistinta. Perciò anche persone razionali possono non controllarla. Qualche giorno fa a Roma alle 5 del mattino si è avvertita una piccola scossa di terremoto. C’è chi è sceso affannosamente in strada, io no. Una certa paura è stata alimentata dal clima generale di emergenza. C’è stato poco “ragionamendo”, direbbe De Mita».

L’enfatizzazione del pericolo è servita a puntellare un potere fragile?

«Questa mi sembra un’esagerazione. Il fatto è che tutto il sistema italiano era impreparato. E quando si è impreparati si sbanda. La Germania ha risposto diversamente. Ha funzionato il rapporto tra i länder e lo Stato centrale, non ci sono stati problemi per le mascherine e i letti in terapia intensiva. Il muscolo ha assorbito la botta e ha permesso di controllare la paura. Noi siamo abituati ad arrangiarci giorno per giorno. È la virtù dell’Italia. Ma abbiamo copiato la Cina, dicendo che gli altri ci seguivano. Non era vero. Così, alcuni errori ne hanno innescati altri».

Il principale?

«Stare tutti insieme appassionatamente, mentre l’Italia è fatta di differenze. Non era pensabile trattare la Lombardia come la Basilicata o Bergamo come Viterbo. Per differenziare bisognava essere sicuri che la muscolatura avrebbe risposto bene. Non essendolo, abbiamo fatto norme uguali per tutti».

Siamo nella crisi più complessa della nostra epoca governati dai politici più sprovveduti della storia repubblicana?

«Come ha detto Giulio Sapelli, siamo governati da eterni disoccupati. Sarebbe interessante che qualche giornalista consultasse la Navicella parlamentare per studiare i curricula di ministri e sottosegretari e vedere cosa tornerebbero a fare se non rieletti. Ma non è tutta colpa loro».

E di chi?

«La ventata anticasta si è trasformata in lotta contro il merito e l’esperienza. Un risvolto disastroso. Quando governava la Dc c’era un lungo percorso di formazione, da vicesindaco ad assessore regionale fino a deputato. Una volta alla Camera, i primi anni si trascorrevano a imparare. Se appena arrivati si va al governo è inevitabile che i governanti siano inadeguati».

Di conseguenza?

«Il dilettantismo genera improvvisazione e semplicismo. Non si mette in quarantena una società complessa come la nostra senza tener conto della specificità di situazioni e corpi intermedi, dalla Chiesa alle filiere produttive, dalle categorie professionali ai sindacati. È come andare avanti chiudendo gli occhi per evitare di vedere il pericolo».

Vede anche lei una sovrapposizione della comunicazione sulla politica come appare da una certa strategia degli annunci?

«La pandemia ha accentuato la verticalizzazione delle decisioni. Tutto si concentra al vertice: Protezione civile, Comitato tecnico scientifico, due o tre ministri con il premier. Quando prevale l’angoscia, il potere si concentra. Il risultato è che anche il rilancio è statalizzato. Ma questo non è un meccanismo privo di conseguenze».

Quali, per esempio?

«Avrà notato che non c’è stata beneficenza privata, se si eccettua l’iniziativa di Gaetano Caltagirone in favore del Gemelli e dello Spallanzani. Per il resto, niente appelli dei giornali o della Chiesa. Tutta la beneficenza è andata allo Stato attraverso l’app della Protezione civile».

Qualcuno veramente c’è stato… E la prevalenza della comunicazione?

«Verticalizzando e statalizzando si crea una distanza che si colma attraverso gli eventi. I famosi decreti, i provvedimenti poderosi. Gli eventi sono il terreno della comunicazione. Oggi si sottolinea il ruolo dei social, della Bestia di Salvini, del portavoce del premier, innalzandolo ad artefice. In realtà, Rocco Casalino dipende da un processo più strutturale».

L’approccio sanitario all’epidemia doveva essere complementare a una visione sociologica che è mancata?

«Non vorrei che la mia sembrasse una critica antagonista. Anche il ruolo quasi esclusivo avuto dai virologi nell’emergenza fa parte del processo di verticalizzazione. Il Comitato tecnico scientifico è composto in un certo modo. Cardiologi, animatori e altri specialisti sono rimasti al margine. Solo ora con le autopsie si inizia a vedere che non si muore di coronavirus, ma di altre complicazioni. Se domina la virologia il corpo umano è ridotto a portatore del virus e si perde di vista una visione completa».

Come giudica il decreto Rilancio?

«La ripartenza non si fa con le sovvenzioni ad personam. Ma è frutto di un processo socio economico complesso che rimetta in moto filiere produttive, gruppi di imprese e territori. Se i cittadini non hanno fiducia e non escono di casa, se non arrivano i turisti, i ristoranti restano chiusi anche se gli si dà il bonus per riaprire».

Ha visto la chat privata fra alcuni magistrati che attaccano Matteo Salvini? Quanto la cultura inquisitoria che domina nel M5s e nella magistratura può aiutare la ripresa?

«Tra Tangentopoli e post-Tangentopoli siamo diventati un Paese inquisitorio. Personalmente non amavo Francesco Saverio Borrelli, ma era un signore che aveva una storia familiare e suonava il pianoforte. Quelle espressioni fanno parte del protagonismo di magistrati che inseguono il protagonismo di Salvini. C’era anche in Borrelli, ma non in queste forme scomposte. Il degrado inquisitorio dipende dalle persone che interpretano ruoli e leggi. Non credo che potrà ostacolare la ripresa del Paese. L’Italia è meglio della magistratura che si precipita nelle Rsa nel pieno della tragedia».

Come possono sentirsi i piccoli e medi imprenditori di fronte al ricorso al prestito statale di Fca con sede nel Paese europeo a noi più ostile?

«Se si fa una società liberale e liberista si stabiliscono criteri che valgano per la richiesta Fca di oggi o per quella del Censis di domani. La Sace e la banca fanno le istruttorie tecniche e concedono il prestito in base a valutazioni oggettive. Ognuno fa il proprio mestiere. Se invece si introducono elementi politici si nega il prestito ai Benetton a causa dei morti del ponte Morandi e alla Fiat perché ha la sede in Olanda. Ma così non si gestisce più nulla».

Da cosa deriva l’eccesso di burocrazia che ci affligge? E perché siamo così impotenti nel combatterla?

«Si sottolinea la burocrazia statale, ma anche in banca e nei commissariati chiedono decine di firme. La burocrazia è il prodotto della diffidenza dell’italiano medio nei confronti del proprio simile. Se va in campagna un contadino non le parla bene del suo vicino. Moltiplichi questa diffidenza cellulare nelle relazioni più complesse, tra enti e organismi, ci aggiunga dieci anni di cultura del Vaffa, e avrà la burocrazia che ci sommerge».

Si può estendere il modello del ponte Morandi senza Codice degli appalti alla ripresa post-coronavirus?

«A Genova hanno applicato quello che a Roma si dice “famo a fidarse”. Sindaco e presidente della Regione si sono fidati, consapevoli di rischiare. Se fosse caduto un calcinaccio e qualcuno avesse aperto un’inchiesta… Non credo si possa agire in deroga per rifare le strade di Roma».

Il ponte Morandi mi ha ricordato l’Autostrada del Sole completata in anticipo di tre mesi.

«E anche il traforo del Monte Bianco, realizzato sulla spinta del conte Dino Lora Totino. Era un clima diverso, c’erano entusiasmo collettivo, gioia di vivere, voglia di crescere. Oggi non riusciamo a fare dieci chilometri di Tav. Se serve la firma del funzionario a ogni metro la gioia di vivere è finita».

In questa crisi i vecchi hanno mostrato di avere più carte di tanti giovani sprovveduti. Dopo la rottamazione è il momento di ricorrere all’usato sicuro?

«Persone come Sabino Cassese e il presidente Sergio Mattarella hanno fatto la ricostruzione e il boom economico, ma appartengono a una generazione che ha dato quello che poteva dare. Al massimo può consigliare chi deve decidere. Non però come le task force che stabiliscono i metri di distanza tra marito e moglie. Ho letto l’invito di Sapelli a coinvolgermi. Ma per far cosa?».

Il presidente della Repubblica, visto che già nel 2006 qualcuno la votò.

«Ne parleremo alla prossima intervista».

 

La Verità, 23 maggio 2020

«L’Italia dovrebbe vincere con il potere dell’arte»

Artista, artigiano, musicista, musicologo, autore, compositore, interprete, showman: Marco Castoldi, in arte Morgan. Persona controversa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa esser finito al centro di un inestricabile ingorgo amministrativo giudiziario sentimentale culturale, sfociato nel pignoramento della sua dimora-atelier. Ora, per sensibilizzare le autorità sulla vocazione dell’artista e sul legame tra la creazione e il posto dove questa si genera e prende forma, Marco Castoldi ha pubblicato per La nave di Teseo Essere Morgan – La casa gialla, primo libro di una trilogia, corredato di numerose illustrazioni, che si apre con una lettera al ministro dei Beni e delle attività culturali.

Sulla copertina si firma Marco Morgan Castoldi. Come devo chiamarla?

Come vuole. Morgan è il nome d’arte di un cantante autore performer pianista saltimbanco partorito da una persona che si chiama Marco e si occupa di spettacolo artistico, fatto di musica e parole.

Nella casa-atelier si realizza la sovrapposizione tra persona e artista: espropriarlo vuol dire impedirgli di creare?

Sicuramente nella casa avviene il concepimento e spesso la realizzazione dell’opera. Il posto dove abita l’artista è il posto dove abitano le sue idee. E le sue idee sono la sua arte. In questo periodo ripetevo che da trent’anni sto in quarantena, per cui non c’è nulla di nuovo. Ma siccome me l’hanno tolta, non ho più nemmeno la libertà di stare in casa mia.

Dove ha trascorso il lockdown?

In case a breve termine, piene di bagagli, senza i requisiti tecnici per la mia attività musicale. Case scomode. Case casuali.

Come si mantiene? Eravamo rimasti al pignoramento alla fonte dei suoi introiti, ci sono novità?

Nessuna. Sono rimasto completamente inascoltato sia come cittadino che come artista. Il ministero che dovrebbe occuparsi di beni e attività culturali e organizzare il rapporto tra l’artista, la società e il mercato non fa nulla. Neanche fa finta di farlo.

Il pignoramento e lo sfratto sono opera di Asia Argento per il mancato mantenimento della figlia o dell’Agenzia delle entrate per il mancato pagamento delle tasse?

Non ho quasi mai mancato di mantenere le mie figlie. In realtà le cifre corrisposte sono più alte di quelle richieste. Perché oltre l’assegno mensile, ho assolto alle spese per la scuola e per le attività sportive e ricreative. Ricordo che la bambina è cresciuta con me per quattro anni. Poi ho versato alla madre 3000 euro al mese. Direi tanti per mantenere una bambina. Perciò mi è venuto il dubbio di aver mantenuto anche il tenore di vita da star della madre.

Ma gli alimenti li ha sempre pagati?

Non sempre. Ho avuto problemi con i manager. Ci sono stati momenti in cui non venivo pagato. Ho chiesto di pazientare, assicurando che avrei risolto la situazione. Negli anni ho versato qualcosa come 350-400.000 euro. Va bene, era la risposta. Poi però arrivavano le lettere dell’avvocato. Comportamenti miseri. Non si dovrebbe arrivare a questo tra persone che si sono dette «ti amo». Invece, è successo. E poi ci si atteggia a paladina della battaglia contro la violenza sulle donne.

Era insolvente anche verso l’Agenzia delle entrate?

Tutto è partito da lì. Mi hanno imputato un debito e hanno subito iniziato a pignorare le mie entrate senza discutere di rateizzazione. Non potendo più pagare gli alimenti si è innescata la catena.

Ha presentato reclamo?

L’Agenzia delle entrate è un’entità kafkiana, irraggiungibile. Sono andato di persona per definire una contrattazione basata sui miei introiti. Impossibile. L’anima della burocrazia è questa: dammi la prova che esisti, un documento con marca da bollo. Non basta vederti qui davanti, serve il documento…

Il merito di questa situazione è del suo manager?

Sono passato per diverse gestioni, tutte similmente opache. I manager di artisti non esistono come categoria. Non ci sono regole. Sono autodidatti che pensano di farla in barba all’artista. Il quale è distratto perché pensa alla sua attività creativa.

Perciò non può lamentarsi…

Anch’io ho vissuto da ricco. Le canzoni producono ricchezza. Ho avuto 100, ma loro se ne sono presi 500. Mio compito non è frugare nelle carte dei commercialisti, ma creare una canzone dalla quale tutti traggano vantaggi. Se compongo un ritornello troppo lungo la canzone non incassa due milioni di euro. Se è giusto sì. La mia responsabilità è fare canzoni perfette. Poi, improvvisamente, arriva una notifica di 2 milioni di tasse da pagare.

Con questo libro, introdotto da una lettera all’allora ministro Alberto Bonisoli, contesta il comportamento dello Stato sostenendo che, anziché penalizzarla, dovrebbe sostenerla.

L’obiettivo è mettersi attorno a un tavolo per capire il ruolo dell’artista nella società moderna. E stabilire un sistema di norme affinché le sue creazioni siano vantaggiose per tutti: artista, Stato e mercato. Sono molto competente per ciò che concerne la dimora dell’artista. È una visione che si allarga allo stato dell’arte in Italia fino alla politica del nostro Paese.

In che senso?

Com’è possibile che l’Italia che possiede il più grande patrimonio artistico al mondo sia un Paese economicamente sottomesso e indebolito nella sua sovranità, come abbiamo visto anche durante questa crisi del coronavirus? Un Paese in possesso, temo ancora per poco, di tutta questa bellezza dovrebbe dominare il mondo. Abbiamo avuto Antonio Vivaldi, cioè il maestro di Bach, Mozart e Beethoven. Abbiamo avuto Piero della Francesca, cioè tutti gli Andy Warhol messi insieme. Potrei continuare. Dovremmo governare il mondo…

Invece?

Siamo indebitati perché chi governa è ignorante e non capisce il valore della bellezza. Questi politici vanno aiutati. Vanno condotti per mano perché possano comprendere quanto vale la ricchezza di cui disponiamo.

Nel suo libro parla dell’artista «al centro del reticolo sociale».

L’artista è al centro della comunità, non più fisica o geografica, ma mediatica e virtuale. L’artista aggrega. Che cosa ricordiamo della storia del nostro Paese? I grandi artisti come Leonardo da Vinci o Dante Alighieri. La storia la fanno i grandi creatori o i grandi distruttori. Leonardo e Ludovico il Moro, Picasso e Hitler: dipende da che parte stiamo.

La legge è uguale per tutti: se un musicista rimane senza lavoro è come se accadesse a un commesso?

Il commesso ha la mia stessa dignità. Né più né meno. Ma sul piano sociale è diverso. Sui social scrivono: chi ti credi di essere? Se mi togli la casa mi togli anche il lavoro. Al commesso resta il negozio. Se non lavoro io, si ferma tutto l’indotto delle mie canzoni. A un concerto ho 50.000 persone davanti, qualche decina lavora dietro e attorno al palco, altri guadagnano con i diritti d’autore, poi ci sono le case discografiche, gli uffici stampa… Io posso sostituire il commesso in negozio, lui non può sostituire me.

Intanto il ministro è cambiato. Ora è Dario Franceschini, concittadino di Vittorio Sgarbi, prefatore del libro.

Quindi, per campanilismo dovrebbe leggerlo. Poi mi auguro di incontrarlo.

In quasi tutte le sue ultime esibizioni sono successi casini.

Sono rappresentazioni artistiche.

Con Sky siete in causa per X Factor.

Per forza. Mi hanno promesso un cachet, la mia partecipazione ha portato ascolti, ma non mi pagano giustificando il fatto con le mie intemperanze.

Anche con Maria De Filippi non è finita benissimo.

Idem. Pensando a Maria De Filippi, faccio «Ah!».

Prego?

Ah! Un’esclamazione alla Al Pacino. Nel palazzetto dove si registrava Amici una sera mi è esplosa una paura pazzesca… Sono scappato. «Dove stai andando?», urlavano. «Basta, sono un comunista, sono un comunista». Sono scappato per i campi, nella nebbia, ancora con l’auricolare addosso.

Mi prende in giro? Sembra la scena di un film…

È successo davvero.

A Sanremo sappiamo com’è andata con Bugo.

È stata un’invenzione teatrale, un’iniezione di spettacolo. Sa quanto ha reso il video a YouTube? 23 milioni di euro, con oltre 15 milioni di visualizzazioni. Ma né io né la Rai abbiamo avuto niente.

Ha rotto con Sky, ha rotto con Mediaset e con la Rai ci siamo vicini?

Tutt’altro. La Rai la amo perché è super partes. Sogno di realizzare una trasmissione che valorizzi quello che so fare. Il programma di Enrico Ruggeri è stato un buon passo avanti. Spero venga il mio momento.

Tornerà al Festival nel 2021?

Amadeus è una persona seria, ironica e professionale. Forse l’idea migliore sarebbe che io e Bugo tornassimo come ospiti. Io ospite di Bugo e Bugo ospite mio… Ci pensa? Con l’utopia di fare pace sul palco. E con la strizza che, se non riesce, si ripeterà un altro fattaccio.

Per concludere, c’è qualcosa che la fa essere ottimista?

Penso che mi rivolgerò alla magia.

Chi è Morgan?

Un angelo che va sul palco. E può essere commovente o divertente.

 

Panorama, 20 maggio 2020

«La strada giusta è quella della Federal reserve»

Fare le domande a Giulio Sapelli è un’impresa. Il giorno dopo l’annuncio del decreto «Rilancio Italia» il professore è un fiume che esonda e travolge. Il suo pamphlet Pandemia e Resurrezione (Guerini e associati, goware) è appena arrivato nelle librerie, ma l’economista, autore di centinaia di saggi tradotti in tutto il mondo, collaboratore del Sussidiario.net che nel maggio 2018 fu a un passo dal diventare premier del governo Lega M5s, riscatta con un’impennata di ottimismo gli scenari foschi che tratteggia riguardo al presente. «Se non fosse così vorrebbe dire che non credo alla Resurrezione».

Usando l’immagine del suo libro, dopodomani con le riaperture dei negozi l’Italia inizierà a risorgere?

«Io mi riferisco alla Resurrezione di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani. Una Resurrezione garantita dalla fede. Gli italiani hanno dimostrato di avere resistenza, ma per aver fede serve un’escatologia positiva. Purtroppo, senza fare paragoni blasfemi, mi sembra che questo governo non la possieda, mentre invece favorisce la depressione degli animi. In concreto: non abbiamo avuto l’indicazione di una via di salvezza».

Chi l’ha avuta in questa crisi?

«La Federal reserve, che nel giro di cinque giorni ha versato 3.000 miliardi di dollari direttamente nei conti correnti degli americani. Lo ha fatto con un provvedimento dettagliato, che ha fornito garanzie alle banche e a tutto il sistema».

Visto da qui il nostro decreto è piccola cosa?

«Gran parte dei 55 miliardi servono per le detassazioni, tutto il contrario di ciò che serve in presenza di una pandemia. Quando c’è una crisi come questa, che colpisce sia la domanda che l’offerta, bisogna fare la mossa del cavallo e immettere liquidità sull’esempio della Banca centrale nordamericana. Gli imprenditori svizzeri per ottenere il versamento nel conto corrente compilano un modulo di un foglio, i nostri devono presentare 19 documenti».

Nel «Rilancio Italia» ci sono anche nuove assunzioni.

«Di professori e infermieri certamente necessari, in vista di investimenti futuri. Bene, ma sono posti di lavoro che andranno ad aumentare il debito pubblico. Il fatto paradossale è che gli autori di questo provvedimento sono coloro che ritengono il debito pubblico il maggiore dei mali».

Il denaro a pioggia non basta a promuovere un ciclo virtuoso?

«Anche stavolta si è saputo solo prendere e non investire e spendere».

Conte era fiero di annunciare gli stanziamenti.

«Conte dice cose da avvocato manzoniano, non pronuncio il vocabolo…».

Azzeccagarbugli.

«Fare politiche di esenzione fiscale senza pompare denaro è come attaccare il malato al respiratore. Se non gli dai anche da mangiare come può rimettersi a camminare? Altro errore, le regole per le riaperture fissate dai tecnici».

Quali?

«Se si deve rispettare il distanziamento nei negozi e nei ristoranti non si può ripartire. Anche per gli alberghi di lusso sarà dura. Chi ha fatto queste regole non ha mai lavorato in fabbrica, non ha mai mangiato in una mensa o fatto la spesa in un negozio di provincia. Ci vorrebbe la penna di un grande romanziere per descrivere cosa sta capitando».

Cosa scriverebbe?

«Oggi sono andato in una farmacia con mia moglie per misurarmi la pressione. Tutte persone gentilissime, ma la farmacia era talmente piccola che se avessimo dovuto rispettare le distanze avremmo dovuto fare la misurazione all’esterno».

Non condivide i protocolli sanitari?

«Abbiamo la mascherina. Nessuno sa bene che cosa sia questo virus, ma abbiamo creduto ai cinesi e all’Organizzazione mondiale della sanità che è infiltrata dai cinesi. Tutte le sere ascoltiamo uno che dice che la Cina va bene. Se la Germania non ha mai chiuso e ha avuto un numero contenuto di vittime ci sarà un perché».

Che cosa avrebbe dovuto dire il governo?

«“Lavorate con prudenza”. Chiudere la gente in a casa è stato un errore. Mi spiace essere così duro. Ma penso che la morfologia dei nostri governanti sia profondamente cambiata. Sono una classe di ricchi globalizzati o di eterni disoccupati».

Ci troviamo nella crisi più insidiosa e richiedente esperienza degli ultimi settant’anni guidati dal governo più sprovveduto della storia repubblicana?

«Avrebbero dovuto appoggiarsi ai corpi intermedi. Consultare la Confartigianato la Confindustria, i sindacati, le banche».

Invece?

«Si è drammatizzato, socializzando la paura come strumento di consenso politico».

Con l’aiuto dei virologi e degli esperti dei comitati scientifici.

«Per battere il virus lo strumento sanitario è importante, ma insufficiente. Ci vuole anche conoscenza sociologica. È una società intera da salvare non solo i malati».

Perché suggerisce i modelli della Corea del Sud e di Taiwan?

«Perché hanno un metodo più completo. Usano le tecnologie e si fidano della gente in base a un’antropologia positiva. Per questo governo, figlio di Mani pulite, gli italiani sono tutti potenziali delinquenti. Perciò, nel pieno della pandemia, si mandano i magistrati negli ospedali».

Poi c’è la burocrazia.

«Che non è un fatto a sé stante. Anche i burocrati partono dalla sfiducia nella persona. Pensano che sia cattiva e vada guidata da un reticolo di regole e controlli. Io penso che sia buona e gli vada data fiducia. Il metodo Montessori partiva dalla fiducia nel bambino. Perciò, primo: fiducia nelle persone. Secondo: conoscenza della realtà e, di conseguenza, regole applicabili. Terzo: tecnologia sia nel tracciamento del virus sia nelle misure economiche. Quindi, soldi nei conti correnti».

Luca Ricolfi sostiene che da società signorile di massa diventeremo una società parassitaria di massa.

«Ho insegnato vent’anni in America latina e ho visto la povertà della società parassitaria. In autunno saremo circondati dai poveri come Buenos Aires negli anni Ottanta o il Perù negli anni Novanta. Grazie a questi politici l’Europa si sta sudamericanizzando. E come in Sudamerica avremo le zone dei ricchi e le zone dei servi, sorvegliati dalle torrette con le mitragliatrici».

Scenario cupo.

«Se non ci diamo una regolata, l’estensione della povertà porterà a un conflitto violento e frammentato. Già adesso le periferie fanno paura».

Per anni le forze d’opposizione hanno chiesto solo di tagliare le tasse.

«Non capiscono di economia né di sociologia. Ho rispetto per Silvio Berlusconi… Ma le signore che lo rappresentano… Anch’io sono per la flat tax, ma in questa situazione non basta. Sono indispensabili gli investimenti e la sburocratizzazione. Alle piccole e medie imprese che da tre mesi non fanno cassa bisogna dare liquidità per andare avanti».

Che trasformazione impone una pandemia virale?

«Impone una svolta radicale che ristabilisca la centralità dell’impresa e del lavoro. E un cambio della politica economia europea. Le regole attuali, pensate in un momento di crescita, non possono funzionare. È come se avessimo addosso una corazza mentre dovremmo indossare il costume da bagno».

È corretto dire che il ciclo dell’economia neoliberista si è concluso?

«Certamente. Bisogna creare un nuovo rapporto tra Stato e mercato. Come quello che ci fu dopo la Seconda guerra mondiale e guidò la ricostruzione e il boom economico».

Ci vuole un nuovo Iri o l’ingresso di un membro pubblico nelle aziende private?

«Lo Stato deve recuperare un ruolo, ma né le nazionalizzazioni né lo Stato sovietico sono il modello. La strada può essere l’economia not for profit, un piccolo dividendo allo Stato per pagare i salari».

Lei scrive che, sotto la globalizzazione finanziaria, sopravvive la competizione tra nazioni, ma i medici cinesi e i militari russi sono venuti ad aiutarci.

«I russi sono venuti d’accordo con gli americani. Il vassallo fa quello che non può fare l’imperatore: è chiaro che l’America sta riavvicinandosi alla Russia per sconfiggere la Cina. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ha siglato un accordo di lungo periodo con Pechino. Il Paese che ha inventato la forchetta ha firmato un’intesa con il Paese dove si mangiano gli animali senza sottoporli alla macellazione igienizzata».

Crede che le politiche di austerità saranno ripensate?

«Mi sembra che stia iniziando un cambiamento lento. Che il centro cristiano tedesco stia capendo che una stagione è finita».

E la dichiarazione della Consulta tedesca contro i quantitave easing di Mario Draghi?

«È l’ultimo guizzo di un mondo che sta scomparendo».

Ma il nostro governo si sta allineando sul Mes.

«Sarebbe un errore che pagheremmo carissimo. Potremmo sfruttare la proposta di prestito volontario irredimibile ideata da Giulio Tremonti e Giovanni Bazoli. Ci permetterebbe di raccogliere dai 200 ai 300 miliardi e di investirli subito, come abbiamo fatto in passato».

Ma così ci staccheremmo dal carro di Berlino e Bruxelles.

«Questo dimostra che il governo è eterodiretto. È come se nel dopoguerra Alcide De Gasperi non avesse ascoltato Luigi Einaudi».

Come giudica la regolarizzazione dei migranti?

«Le politiche di migrazione devono essere gestite dagli Stati non dai mercati. Anche in questo caso non c’è da piangere, ma da ragionare. L’immagine corretta è quella del treno. I migranti vanno divisi per ciò che sanno e possono fare e fatti salire sui vagoni giusti, non ammucchiati in un unico autobus. Guardi la Germania: ha creato dei corridoi e si è presa i laureati siriani».

È ancora favorevole a un governo di unità nazionale?

«Credo che a ottobre si andrà a votare perché la situazione sociale sarà così incandescente che il Capo dello Stato non potrà non prendere una decisione».

Ce la faremo?

«Me lo auguro. Da vent’anni non abbiamo una classe dirigente. La rottamazione ha infranto la solidarietà tra generazioni. Questi quaranta-cinquantenni sono dilettanti. Dovrebbero farsi aiutare dai vecchi, da chi ha esperienza. Per fare un esempio, possibile che non si sia mai coinvolta una persona come Giuseppe De Rita e il suo Censis? Siamo una grande nazione che è andata avanti con lo stellone. Ma di fronte alla pandemia non può bastare. Ecco: forse più che l’ora della Resurrezione è arrivata l’ora della verità».

 

La Verità, 16 maggio 2020