Fabula veneta: incontri con scrittori, editori, poeti

Questo libro è una creatura venuta su spontanea. Gratuita come certe piante che spuntano sul ciglio della strada. Piante laterali e strane, difficili da trovare negli erbari o negli album di botanica. Così è questa raccolta, cresciuta a margine della collaborazione con La Verità, la testata per la quale realizzo interviste settimanali e, fra queste, alcune a scrittori, editori e poeti veneti. Era pronta per la tipografia all’inizio dell’anno, ma d’accordo con l’editore abbiamo deciso di rinviarne la pubblicazione a causa dei fatti che tuttora condizionano la nostra quotidianità.

Sono trevigiano di origine e vivo alle porte di Padova, dove sono tornato dopo venticinque anni trascorsi a Milano. Incontrare questi autori è stato un modo di riallacciare i legami con la mia terra e approfondirli. Dopo le prime chiacchierate, qualcuno di loro mi ha sollecitato a farne altre e a raccoglierle. A un certo punto ho iniziato a dar credito a quel suggerimento, non senza un residuo scetticismo. Non sono uno specialista, non sono un critico letterario, non ho le cosiddette letture giuste. Sono solo un giornalista atipico. Curioso delle persone più che amante delle parole. Anzi, per le parole nutro una certa diffidenza.

In un primo tempo questo libro avrebbe dovuto intitolarsi Parole venete. Ma non mi girava bene in testa. In Tracks (Tracce), un film di John Curran del 2013 che narra la vicenda reale di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano per andare a vedere l’oceano, c’è una frase che mi ha colpito. Dopo giorni di cammino solitario quella ragazza si era imbattuta in alcuni indigeni che l’avevano ospitata e con i quali aveva dialogato. «Come?» le aveva chiesto un amico fotografo: «Ci sono tanti modi per comunicare… Le parole sono sopravvalutate».

«Le parole sono importanti», diceva qualcuno. Ed è vero. Ma sono anche sopravvalutate, tanto più oggi. Nella vita quotidiana, in televisione, nei talk show, spettacoli del parlare, e ancor più nei social media, la parola domina, spadroneggia. Senza che, peraltro, ne sia rispettato lo scopo: essere ascoltata. Gli esempi si sprecano. Viviamo in una società sempre più autistica, nella quale le relazioni e i dialoghi veri scarseggiano, chiusi come siamo dentro il nostro ragionamento, la nostra certezza di avere ragione. Così il titolo è cambiato in Fabula veneta, nel tentativo di sottolineare il valore dell’ascolto.

Mi piacciono le interviste perché m’incuriosisce l’altro. L’altra persona. Fare domande serve a soddisfare la curiosità. Perciò, sempre per stare al titolo, abbiamo deciso di inserire la parola «incontri». E di arricchire il contenuto della «fabula» con i ritratti di tutti i protagonisti firmati da Loris Boschieri, in arte Bosk. Non è un libro di discussioni letterarie, di critica, o sui destini della narrativa del Nordest. Ma un’antologia un po’ selvaggia di incontri con persone che scrivono in prosa o in versi e si occupano di libri.

Chi sono veramente questi scrittori? Che vita conducono? Sono solitari, socievoli o social, come si dice oggi? Che cosa sta loro a cuore, oltre il successo delle loro fatiche? L’editore-scrittore-affabulatore Ferruccio Mazzariol mi ha detto: «Io sono convinto che la narrativa sia lo strumento rivelatore più acuto della condizione umana, ancora più della teologia». E la scrittrice-teologa-insegnante Mariapia Veladiano: «I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Queste persone si dedicano alla letteratura in un territorio definito, con qualche sconfinamento fuori dal Veneto. Da qui è sorta un’altra domanda. Tra questi autori ci sono delle linee comuni, un tratto esistenziale o psicologico che li avvicina? Oppure è ancora attuale il ritratto un filo inquietante che dei Narratori del Veneto faceva Guido Piovene: «Al Veneto socievole potremmo sostituire l’immagine d’una famiglia (poco espressa in profondità) di caratteri saturnini, strani, intricati, fegatosi, misantropi e un po’ deliranti: funghi cresciuti sotterranei e pipistrelli cavernicoli». Esiste, insomma, una geoletteratura veneta e del Nordest? O esistono delle affinità esistenziali, delle nervature psicologiche e, di conseguenza, letterarie? La grande maggioranza degli interpellati rifugge la formula. Non c’è una comunità di scrittori veneti, meno che mai del Nordest. Sono categorie superate, mutuate da sintesi giornalistiche. Gli scrittori sono esseri solitari, piuttosto individualisti. Che, in questa periferia editoriale, stentano a fare gruppo. Qualcuno abbozza timidamente l’idea della «società letteraria», ma è una suggestione alla quale non si dà troppo credito. In generale, tutti scrivono isolandosi, qualcuno soggiacendo alle proprie ossessioni, tormento, alimento creativo, linfa vitale.

Semmai il Nordest rimane come riferimento socio-economico. Ferdinando Camon, che si definisce scrittore della crisi, cita Charles Pèguy, secondo il quale «la scomparsa della civiltà contadina è il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». È una buona chiave per comprendere lo smarrimento della seconda metà del secolo scorso, nel quale sorgono e si definiscono le vocazioni di quasi tutti gli intervistati. Il tramonto dell’universo contadino, con i suoi riferimenti religiosi e culturali, è lo scenario in cui si esprime anche Luciano Cecchinel e, in parte, Francesco Permunian. Dopo di loro prende corpo una generazione diversa (Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Francesco Maino, Vitaliano Trevisan…), più sociale e, a tratti, sociologica, alla ricerca di nuovi equilibri che possano fornire risposte adeguate alla crisi che ha aperto il nuovo millennio. Ma le risposte, il più delle volte, non si trovano. Motivo per cui, in alcuni dominano risacche di nichilismo, di pessimismo e non speranza. Insieme a quello con Vitaliano Trevisan, il dialogo più drammatico e commovente allo stesso tempo, mi sembra quello con Nico Naldini. L’intervista a lui, quella a Gianfranco Bettin e Luciano Cecchinel sono totalmente inedite. Le altre sono rielaborazioni e integrazioni, più o meno robuste, di conversazioni pubblicate nei quotidiani per i quali ho lavorato negli ultimi anni. Ma ognuna è frutto di un incontro preparato, partecipato e ripensato appositamente per questa nuova pubblicazione. Il risultato è un prodotto eterogeneo e privo di qualsiasi ambizione sistematica.

Toccherà ai lettori dire se questa piantina selvaggia è gradevole oppure no.

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Nota introduttiva di Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre nelle migliori librerie del Veneto e su tutti i siti di e-commerce

Ferdinando Camon più radicale di McCarthy

Fuggendo da Troia in fiamme, senza Anchise sulle spalle Enea avrebbe corso di sicuro più veloce», mi dice Ferdinando Camon commentando l’uscita del nuovo libro. «Eppure si caricò il vecchio padre sulla schiena, mettendo a rischio anche la sua stessa salvezza». È l’immagine che lo scrittore veneto, una delle ultime coscienze anticonformiste del nostro panorama culturale, rimugina da quando è scoppiata la pandemia e ha scoperto che i medici selezionano chi tentare di salvare e chi abbandonare al proprio destino. Ne scrisse per primo sulla Stampa già a fine febbraio, esordi del Covid-19, e da allora quel rovello non l’ha più lasciato. Perché in questa selezione tra esistenze di vecchi ed esistenze di giovani Camon vede una sconfitta grande e tragica. Uno smottamento etico e simbolico. La resa non solo della medicina, ma di una cultura, della civiltà tutta.

Sei mesi dopo quel primo allarme, l’autore di Un altare per la madre manda in libreria il pamphlet di denuncia A ottant’anni se non muori t’ammazzano (Apogeo editore, collana èstra narrativa diretta da Daniela Rossi). E il titolo può esser letto anche come una radicalizzazione di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, l’autore al quale Camon è stato a volte accostato, non solo perché nel romanzo dello scrittore americano il padre costruisce un innaffiatoio da lasciare in eredità al paese come fa il papà di Camon con il memorabile Altare per la madre. Ma in questo pamphlet di una novantina di pagine, l’amarezza è ben più densa perché legata al senso d’impotenza e rassegnazione per la fine di un intero mondo, di un’epoca nella quale i vecchi erano ancora coessenziali alla vita di tutti. «Virgilio», prosegue lo scrittore padovano, «chiama continuamente Enea pius, cioè pio. Per la stessa ragione, la nostra medicina che abbandona le vite fragili degli anziani, è empia. E lo sono non solo i medici, ma la nostra civiltà che li giustifica in base a criteri economici. Perché prodigarsi per mantenere in vita un vecchio che non produce, costa di più che tentare di salvare un giovane che promette».

La letteratura di Camon nasce da sempre dalla capacità di guardare oltre l’apparenza della quotidianità, cogliendo dalle cronache le ombre e i peccati del nostro essere uomini fragili e ambigui. Qui, lungi dal cedere al relativismo della società liquida, egli pronuncia il suo «non ci sto» nella prosa terragna, fatta di parole solide e a volte ruvide che gli conosciamo, scolpite nella formazione giovanile contadina durante i decenni scabri del dopoguerra. «Mi aspettavo che altri esprimessero questo dissenso, ma forse mi ero illuso», ammette al telefono lo scrittore. Ma non è certo un caso che l’abbia fatto lui.

Un uomo di 48 anni è ricoverato con i sintomi del coronavirus insieme al padre di 72. Appena entrati in ospedale li separano, lui in un reparto il padre in un altro. Ma due giorni dopo il medico entra per porgere al più giovane le condoglianze, «suo padre non ce l’ha fatta». L’epidemia si espande e dalle cronache trapela un’altra verità. Quando arrivano le chiamate nei pronti soccorsi il personale chiede l’età del paziente: se è avanzata, l’ambulanza nemmeno parte. La scelta tra salvare o abbandonare una vita non avviene in ospedale, ma al centralino, non la fa il medico, ma un infermiere o un volontario. Mancano i mezzi, mancano i respiratori, la responsabilità è dello Stato e del sistema sanitario, non dei singoli. Ma Camon non si rassegna, non si acquieta. I questionari ai quali il personale ospedaliero sottopone i familiari dei pazienti sono volti a selezionare, a escludere quelli che hanno meno probabilità di resistenza, a conoscere se hanno patologie pregresse che li rendono più vulnerabili, per non gravare su un sistema carente. È una selezione cinica. «Un sopravvissuto ricorda quando fu il momento in cui doveva morire e non è morto, perché un altro è morto per lui…», scrive l’autore. Era ricoverato insieme ad altri trenta pazienti in un ospedale civile, una lavanderia trasformata in reparto anti-Covid. Respiravano a fatica, con sole tre bombole a ossigeno a disposizione. Accanto a lui un ottantenne che dormiva sul fianco respirava bene perché collegato a una bombola tutta sua. Arriva un’infermiera, stacca il collegamento al paziente ottantenne e la collega a lui che si sente immediatamente rinascere. Da allora, annota Camon, «gli capita spesso di pensare a quell’anziano, piange e prega per lui».

Il diario della pandemia si conclude con la fine del lockdown e il salvifico ritorno alle relazioni con gli amici sopravvissuti. E soprattutto i nipoti, «vera reincarnazione dei nonni», più ancora dei figli. Al contrario di ciò che sosteneva Jean Paul Sartre, «tu da solo sei la malattia, gli altri sono la medicina», la possibilità di vincere la solitudine e di metabolizzare la morte. E, forse, anche la possibilità di lenire quell’amarezza provocata da una civiltà che – con l’eccezione della Chiesa, unica a combattere «la cultura dello scarto» – si dimostra sempre più incapace di caricarsi sulle spalle i vecchi, custodi della storia, depositari della memoria, ricchezza di tutti.

 

Panorama, 2 settembre 2020

Chiude la libreria, ma Santi Quaranta va avanti

La libreria chiude e la casa editrice non sta benissimo. Santi Quaranta di Treviso, per qualcuno «l’Adelphi del Nordest». Un marchio elegante, curato nell’estetica, con un’identità definita. Eppure anche per lei la vita si è fatta breve. Nella diffusa e triste moria di librerie su cui si almanacca in questi giorni (2.332 punti vendita chiusi tra il 2012 e il 2017), quello del piccolo negozio trevigiano è un caso a parte. Sì, anche qui c’entrano Amazon e gli sconti del 15% di cui continuano a godere le grandi catene fin dal giorno d’uscita delle pubblicazioni. Il progetto di legge di riduzione dello sconto al 5%, infatti, è ancora fermo in commissione al Senato, vittima della estenuante politica del rinvio dell’attuale governo. Ma, trattandosi di una libreria e di un’etichetta radicate e patrimonio della vita cittadina, ci si augurava che avrebbe resistito alla selezione darwiniana e a una legislazione che favorisce i potenti. Invece i segnali sono poco incoraggianti.

Cominciamo dal negozio. Ferruccio Mazzariol, l’editore, scrittore e anima di Santi Quaranta, indomito ultraottantenne che ancor oggi attraversa il Triveneto per promuovere le sue pubblicazioni e rifornire i 300 punti vendita sparsi nel territorio, è persona ben nota in città. Oltre che con le 200 pubblicazioni in 31 anni di vita, ha riempito le due stanze della sede con volumi usati, vecchi e, in qualche caso, antichi. Così, poco alla volta, si è conquistato una clientela fedele, che oggi assiste, rassegnata, allo smantellamento di questo «piccolo nido» nel centro storico. Giustamente si osserva che l’arma per rispondere alla concorrenza dell’e-commerce è la specializzazione e la vitalità delle singole librerie. Ma, nel caso di Santi Quaranta, se la personalizzazione centrata sulla figura del fondatore è stata ed è la forza della libreria, come pure dell’editrice, con lo scorrere degli anni, ne è diventata anche la debolezza. In un mercato in cui chiudono anche le Feltrinelli, l’impostazione artigianale e la digitalizzazione incompiuta mostrano tutti i loro limiti. Ma soprattutto, a dare il colpo di grazia al risicatissimo bilancio, è stato l’annunciato aumento del canone di affitto della sede. «Così, non ho alternative», allarga le braccia Mazzariol. «Sognavo un ambiente più grande, nel quale dar vita a un cenacolo di conversazioni aperte alle tematiche più diverse. Invece questo progetto finisce negli scatoloni insieme ai libri che sto portando nel mio magazzino. Ma non demordo. Non è detto che, se dovesse farsi avanti qualcuno di più giovane e intraprendente di me, prima o poi questo sogno non torni d’attualità».

Lo stesso discorso vale per la casa editrice, che ha bisogno di un innesto di modernità che le permetta di competere con l’e-commerce. «Qualche tempo fa», racconta Mazzariol, «mi ha telefonato il direttore di un centro culturale di Milano per informarsi su Lettere a Olga di Vaclav Havel, un testo fondamentale dell’ex presidente ceco che fa parte del nostro catalogo. Voleva farne leggere dei brani in piazza Duomo e mi chiedeva se avevo in mente di ripubblicare il libro. Credeva fosse esaurito, mentre ne abbiamo ancora diverse copie. Capisce? Il nostro catalogo è ricco di perle, ma non riusciamo a promuoverle». Ecco l’impasse di Santi Quaranta che, dopo aver lanciato alcuni nuovi autori e vinto premi letterari, continua a ottenere riconoscimenti e successi. Il silenzio di Veronika di Maria Pia De Conto, un romanzo che narra la misteriosa scomparsa di una donna che lascia marito e figlia mentre cade il Muro di Berlino, è entrato nella cinquina del Premio Chianti, in competizione con marchi come Feltrinelli e Sellerio. Sono ulteriori conferme, ce ne fosse bisogno, della qualità del lavoro di Mazzariol. Santi Quaranta è un’etichetta con un carattere culturale chiaro ma garbato, che s’iscrive nel filone «dell’umanesimo cristiano senza essere clericale», sottolinea l’appassionato editore. «La Chiesa ha originato le cattedrali ma anche le sagre. Pur tra tante angustie, ha avuto attenzione per i colori del quotidiano, della persona e del creato. La nostra casa riflette questa sensibilità con una vena simpaticamente guareschiana, orgogliosa anche del Leone di san Marco della Serenissima che era aperta ai paesi della Mitteleuropa, dell’Adriatico e del Mediterraneo. Purtroppo, con il passare degli anni, le mie energie sono divenute inadeguate a un mondo che cambia velocemente. Sono pronto a passare la mano. Spero a un giovane editore che la porti avanti, con nuove idee e nuove visioni, ma rispettandone la storia. Finora però la risposta della città, anche delle alte cariche, è stata piuttosto tiepida». Auguriamoci che qualcuno si faccia avanti. Sarebbe triste che un patrimonio così andasse perduto.

La Verità, 24 gennaio 2020

Permunian ci guida negli antri infernali dei pedofili

Un’incursione nella pedofilia clericale. Non, però, una denuncia o un pamphlet giornalistico sulla piaga che affligge i preti, sebbene a pubblicarlo sia Chiarelettere (pagine 208, euro 16), specializzata nel settore. Ma un romanzo ispirato a uno dei più grossi scandali della pedofilia nella Chiesa italiana. Già in passato Francesco Permunian ci aveva svelato il suo «Veneto d’ombra», turbato da devianze e ossessioni: quello di Sillabario dell’amor crudele è il più nero dei suoi capitoli. Un gorgo torbido «come la pece», nel quale non sembra esserci spiraglio di redenzione se si eccettuano due figure positive appena citate: padre Alfonso, per tanti anni missionario nel Bangladesh tra i malati, i vecchi e i bambini, e papa Bergoglio, secondo Permunian deciso a perseguire preti e prelati sopraffattori.

Ma sono ancore fragili, figure tremolanti che spariscono nel campionario di perversioni di questo scenario orrido. Il cui protagonista e narratore è un nano intelligente: «Ecco perché io sottoscritto, Teodoro Maria Baseggio, (non più tanto giovane, ma comunque sano di mente e di corpo), finalmente mi sono fatto coraggio e, impugnata una penna, ho dato voce ai fantasmi della mia schifosissima infanzia abusata e tradita. È stato come svegliarsi da un incubo. (…) Giunto alle soglie della vecchiaia, dichiaro pertanto e confermo l’inconfutabile veridicità di quanto esposto nel presente Sillabario in cui ho inteso narrare, costi quel che costi, il mio faticoso viaggio di risalita dall’inferno di un orfanotrofio cattolico della nostra cattolicissima provincia veneta». Dov’è stato rinchiuso dall’età di otto anni, quando i genitori lo hanno abbandonato una volta riscontrato il suo sgradevole nanismo.

Nella Santa casa dei trovatelli Teodoro Baseggio ha subito gli umilianti abusi di padre Camilo Mendes che agiva in combutta con suor Clemenzia, a dispetto del nome spietata amministratrice dell’istituto. Ora, grazie alla scrittura, egli può elevarsi dal suo metro e trenta dal quale ha scrutato tutte le peggiori bassezze, portando il lettore dentro un vortice di turpitudini, rappresentate con il gusto dello sberleffo proprio della commedia più acre e malinconica. Non a caso il suo nome richiama quello di Francesco «Cesco» Baseggio, attore di lunga e prestigiosa carriera teatrale. Attorno a lui, oltre al frate violentatore e alla madre superiora, si muovono altri burattini del male, l’ex moglie Bernarda, la zia Mabilia rimasta suo malgrado illibata, la bambina prostituta Baby Yaba, la novantenne Maria Fedora che ancora si vagheggia indossatrice, lo zio Petronio, cofanista di bare, i coniugi Hofer adepti di una setta balorda, le sorelle Pompa e la prosperosa lavandaia Maria Josefa Tetàna, in un bestiario di deformi e osceni che fin dall’onomatopea rappresentano la loro danza macabra e grottesca. In cui spicca la sagacia del protagonista-narratore che, oltre al nome, di intellettuale possiede pure l’ambizione e le frequentazioni, essendo impiegato nell’editoria. Ma Baseggio, scrive Permunian rispecchiandosi in tanto disprezzo, «stava lontano dal chiasso e dalle occasioni mondane, dove l’odore d’incenso del clero si mescola a quello del pollaio dei letterati». Conventicole asfittiche e stantie.

Insomma, un romanzo magmatico e pullulante, in cui lo sforzo principale è stato sistemare questo materiale multiforme e difficile da tenere. Ecco allora la scelta del sillabario, nel quale far rientrare la storia ispirata alla vicenda di un orfanotrofio reale che ha riempito le cronache del degrado clericale, dalla provincia veneta fino all’Argentina (da qui le accentuate preoccupazioni di Bergoglio). All’abecedario fa da controcanto una densa appendice finale, volta a dare solidità documentaria a quelle che possono sembrare bizzarrie e stranezze marginali e invece non lo sono. «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo», scrive il cardinale Carlo Maria Martini. «Ma non solo: sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi, e perfino da papi. Tutti», si legge nell’esergo scelto dall’autore.

Su questa desolazione di peccato si alza la risata nervosa che scuote la prosa dell’ateo inquieto Permunian, frequentatore di cristiani eretici come Sergio Quinzio e David Maria Turoldo. Allora, forse, più che la semplice e ultimamente farisaica denuncia – secondo la quale i cristiani dovrebbero essere migliori degli altri – in questo libro è possibile intravedere la rabbia e lo scandalo per l’abiezione che ha attraversato sacrestie e istituti religiosi, trasformati da luoghi di carità ed educazione per i bambini più sfortunati in antro degli orrori. Rabbia e scandalo che si esprimono attraverso il grido blasfemo che sgorga dalla più amara delle delusioni.

La Verità, 26 luglio 2019

Il diario un filo troppo apocalittico di Verdelli

Detta in modo brutale, la questione sollevata dal libro di Carlo Verdelli Roma non perdona – Come la politica si è ripresa la Rai (Feltrinelli) è la seguente: il cambiamento della Rai può essere realizzato solo da dirigenti e manager esterni o potrebbero farcela anche capi allevati nella pancia del pachiderma? Lo scaravoltamento, come lo chiamava entusiasticamente la presidente Monica Maggioni, può essere opera solo di alieni, qualcuno catapultato da fuori, o possono riuscire nell’impresa anche coloro che ci sono nati dentro e conoscono corridoi e sottoscala come le loro tasche? Scremata dal risentimento, da una certa dose d’incazzatura che pervade il racconto di Verdelli, ridotta al nocciolo, la questione è, in fondo, questa. Messa così, d’istinto, vien da dire che probabilmente è più libero, svincolato da legami pregressi e debiti di riconoscenza chi viene da lontano. Gli «interni» difettano inevitabilmente della distanza indispensabile per possedere una visione disincantata e operare senza cedimenti e partigianerie. È un fatto oggettivo, strutturale, verrebbe da dire. Chi viene da dentro è troppo dentro: per ragioni fisiologiche e filosofiche.

Carlo Verdelli è stato direttore editoriale per l’Offerta informativa della Rai dal 26 novembre 2015 al 3 gennaio 2017, quando si è dimesso dopo la bocciatura, senza voto, del Consiglio d’amministrazione del suo Piano di riforma dell’informazione realizzato in cinque mesi (quello di Luigi Gubitosi, altrettanto abortito, aveva richiesto due anni). Niente Tg2 a Milano, creazione delle macro aree al posto dei tg regionali, TgSud, fusione di RaiNews24 e TgR, redattore multisuo e mobile journalism. Niente di niente. Solo promesse e dimissioni. Come Verdelli, con motivazioni diverse e diverse modalità, uno dopo l’altro si sono dimessi quasi tutti i dirigenti di quella stagione: Antonio Campo Dall’Orto, sei mesi dopo, Daria Bignardi che era direttrice di Rai 3, Ilaria Dallatana di Rai 2, per ultimo Gabriele Romagnoli, capo di Rai Sport.

A Roma li chiamavano «i milanesi», anche se Campo Dall’Orto è veneto e Romagnoli bolognese. Il corpaccione li ha rigettati, come tanti pezzettini sputati da Polifemo, racconta l’autore. Verdelli è finora l’unico che si è espresso pubblicamente su quell’esperienza, probabilmente perché il suo divorzio è stato il più brutale ed è arrivato dopo una nomina a sorpresa che aveva suscitato non poche aspettative. Io stesso ne nutrivo alcune. Va detto che, aldilà della sua vicenda personale, la stagione di Campo Dall’Orto era parsa inaugurare effettivamente un nuovo corso. La media company, l’ingresso nell’era digitale, la razionalizzazione delle testate giornalistiche, il gioco di squadra, un diverso dinamismo nell’intrattenimento e nella fiction. In sintesi, il trasloco del servizio pubblico televisivo dal Novecento al Terzo millennio.

Tuttavia, personalmente, avendo seguito numerosi tentativi poi abortiti, sono molto scettico sulla possibilità di rinnovarsi della Rai. Ci sarà un motivo se, come scrive Verdelli, nella morìa delle tante madri italiche, la lira, la Fiat, la naia, la Dc, Mamma Rai, insieme a mamma Roma, è l’unica sopravvissuta.

A farla breve, sempre in quel modo brutale, il motivo è che la politica non taglia il ramo su cui sta seduta. «La Rai è la torta nuziale di chi vince le elezioni». È un bottino, la prateria nella quale i partiti piazzano amici, parenti, amanti, politici trombati. Sebbene, puntualmente, contestualmente al suo insediamento, ogni nuovo governo dispieghi come un manifesto la volontà di tenere la politica fuori dalla Rai.

Anche la mission consegnata da Matteo Renzi al nuovo amministratore delegato suonava allo stesso modo. Vai, cambia la Rai e fregatene dei partiti. Poco alla volta però le cose sono cambiate. E la marcatura dei suoi uomini si è fatta soffocante. Prima sono scesi in campo gli «organismi dissuasori», l’Usigrai, la Commissione di Vigilanza, il Cda. Dopo breve monitoraggio degli innovatori, è toccato ai ventriloqui del capo. È «“la peggiore gestione nella storia della Rai” (copyright di Maurizio Gasparri, pasdaran della destra che fu berlusconiana?», si chiede Verdelli. «Macché, di Michele Anzaldi, diversamente allegro deputato Pd e portavoce dell’ultimo Renzi)». «Questi non hanno capito chi ha vinto», ribadì sempre Anzaldi per coloro che non avevano afferrato il concetto. I tre consiglieri di minoranza, Giancarlo Mazzuca, Carlo Freccero e Arturo Diaconale «hanno fatto meno danni alla Rai di Campo Dall’Orto di quelli inviati per sostenerla», annota l’attuale direttore di Repubblica. Insomma, il delitto del fuoco amico è il dato più evidente di quella stagione.

Risulta perciò piuttosto pretestuosa la scelta di Verdelli di apporre come post-scriptum di ogni capitolo dei flash «dal paese dei balocchi», mostrando incongruenze e volgarità dei nuovi politici e del governo gialloverde, smanioso di occupare l’azienda radiotelevisiva. Milena Gabanelli, Massimo Giannini, Massimo Giletti e Nicola Porro sono stati accompagnati alla porta in epoca renziana. Mentre il simpatico Fabio Fazio è ancora al suo posto a quasi un anno dalle nomine di Fabrizio Salini e Marcello Foa. Quel post scriptum è un attacco a un post nemico che arriva dopo il the end sulla stagione di Campo Dall’Orto e Verdelli. In mezzo c’è stato anche il film di Mario Orfeo, con Monica Maggioni sempre presidente. Il che dà a tutto il diario – privo di ammissioni di colpe, tipo una certa sindrome da bunker della struttura creata ad hoc – un tono da dopo di noi il diluvio. Quella stagione è stata, sì, un’occasione persa per la Rai, l’ennesima, triste dimostrazione della sua irriformabilità. Ma non sarà un filo troppo apocalittico far intendere che, con il successivo arrivo dei barbari, sia stata anche l’ultima spiaggia della politica, del Paese e dell’Italia tutta?

 

Anche a Tempo di libri può sfuggire l’attimo

Son due giorni che mi arrovello. Cosa vuol dire mancare l’attimo… Per lentezza di riflessi, braccino corto, titubanze varie. Ben mi sta. È successo a Tempo di libri, FieraMilanoCity, domenica mattina. Càpito davanti allo stand di Henry Beyle, minuscola editrice artigianale milanese nata nel 2009, intitolata al vero nome di Stendhal e m’incanto a leggere i titoli di quei libriccini (Prontuario d’italiese, di Ennio Flaiano; Storia di una libreria, di Umberto Saba; Sul tennis, di Mario Soldati; L’antiquario, di Dino Buzzati; Troppi fiori! di Jules Verne), l’elenco sarebbe sterminato. Ho già acquistato un paio di titoli, regalato un terzo a un’amica e ora l’occhio cade su Lettori, sulla cui copertina riconosco l’immagine di una seducente donna in lettura, già vista sul profilo Twitter di Eva Cruciani, professoressa d’inglese a Pavia, anima sensibile e profonda, che ci ha lasciato troppo presto qualche settimana fa.

La copertina di «Lettori» con la foto di Scianna

«Lettori» con la foto di Scianna

«Non sopporto conversazioni prive di significato, che durino più di tre frasi e che non contengano almeno un sorriso» è l’ultimo tweet del suo account (quasi 15.000 followers), fitto di aforismi e di splendide fotografie. Quella è un’immagine di Ferdinando Scianna, grande fotografo di Bagheria. Il libro di Henry Beyle ne contiene 28. Come tutte le pubblicazioni dell’etichetta milanese è in edizione limitata, ancor più preziosa perché realizzata per festeggiare i 100 libri pubblicati. Sono piccoli gioielli per feticisti, stampati «su carta Zerkall-Bütten carattere Garamond Monotype corpo 12», come specifica il colophon in una delle ultime pagine, da staccare una dall’altra con il tagliacarte, con uno di quei gesti che mi riportano all’epoca delle elementari. La ragazza dello stand spiega che la pubblicazione di Scianna, non casualmente appena passato di lì, è praticamente esaurita e quindi il prezzo è ancora più elevato.

Non l’ho acquistata. Ho perso l’attimo. Mi arrovello. Non finisce qui.

Il (primo) regalo postumo di Nino Sgarbi

Poteva succedere solo nella famiglia Cavallini Sgarbi la rivelazione a 93 anni del miglior talento letterario della casa. Ma le vie della grazia sono infinite. Perciò, dobbiamo essere grati a quella dinastia di farmacisti, in realtà artisti, critici ed editori, per l’imminente pubblicazione (l’8 febbraio) di Il canale dei cuori di Giuseppe «Nino» Sgarbi, morto novantasettenne pochi giorni fa. Roberta Mazzoni e Susanna Tamaro, che mi segnalarono il precedente Lei mi parla ancora, sostengono che questi libri andrebbero letti nelle scuole «per far capire ai ragazzi chi sono le persone sagge». Hanno ragione. Dovrebbero esser letti e studiati anche per la qualità letteraria, oltre che per la loro singolare gestazione. Quando, cedendo alle insistenze della figlia Elisabetta, papà Nino decise di provarci, essendo debole di vista, si rese necessario l’aiuto di qualcuno che mettesse sulla pagina scritta i ricordi. Dobbiamo dunque esser grati anche a Giuseppe Cesaro che ha saputo trasferire quelle narrazioni nei preziosi memoir pubblicati da Skira. Dopo Lungo l’argine del tempo, Non chiedere cosa sarà il futuro e Lei mi parla ancora nel quale si rivolgeva alla moglie Rina, in Il canale dei cuori, Nino Sgarbi dialoga con il fratello di lei, Bruno Cavallini, compagno di pesca sul Po e il Livenza, professore di liceo, maestro di lettere e arti di Vittorio, soprattutto amico con cui ha condiviso l’amore per la poesia e il sentimento del vivere. «C’è una strada certa per la solitudine, Bruno: essere intelligenti, intellettualmente onesti e liberi. E tu eri tutte e tre le cose insieme… A un certo punto la solitudine ti aveva teso la mano e tu l’avevi presa: sapevi che avreste camminato l’uno di fianco all’altra per tutta la vita. E così ho capito di non esserti mai stato davvero vicino. Non nel modo del quale avresti avuto bisogno tu, comunque. Ed è questo il mio cruccio. Insieme al fatto di sapere che ormai non ho più modo di rimediare. Forse per questo ho deciso di dedicarti queste pagine, anche se mi rendo conto che arrivano tardi e sono più utili a me che a te. Perdonami».

La copertina di «Il canale dei cuori», in uscita l'8 febbraio da Skira

«Il canale dei cuori»usicrà l’8 febbraio da Skira

La memoria di Sgarbi riporta in vita un mondo terso e rarefatto con tocco mite, capace di rendere attuali sentimenti rimossi. Così la scrittura diventa balsamo e consolazione che lenisce la mancanza di persone care, conforto che aiuta a rimettere ordine negli affetti e nelle vicende di un secolo: il padre cacciatore e gran seduttore, il mulino di Stienta, la Seconda guerra mondiale, la campagna di Grecia, l’alluvione del 1951, la morte del migliore amico, l’incontro all’università di Ferrara con «la spaccatutto», futura moglie, il matrimonio in intimità, i figli Vittorio ed Elisabetta, la farmacia nella casa di Ro, ritrovo di artisti e scrittori che per lunghi anni Nino ha ascoltato, avendo sempre preferito il silenzio alla parola, per lasciare alla Rina e Vittorio i ruoli da protagonisti.

Finché… «Se ho aspettato così tanto a pubblicare è solo perché credo che la condizione ideale per raccontare sia stare fermi. E non solo perché, da fermo, si vedono molte più cose di quante non se ne riescano a vedere quando ci si muove. E si vedono molto meglio, tra l’altro. Ma anche perché mi sono accorto che, appena ti fermi, succede un fenomeno strano: all’improvviso ti rendi conto che, al contrario di quello che hai sempre creduto, la realtà non ti corre dietro, non ti insegue, non ti viene a cercare. Era tutta un’illusione ottica. Lei non si muove, non si muove affatto: siamo noi a farlo. Ed è il nostro muoverci a muovere lei. È come quando, da bambino guardavo partire la littorina del binario accanto, e avevo l’impressione che fosse lei a muoversi. Con la realtà è la stessa cosa: se corriamo, corre, se rallentiamo, rallenta, se ci fermiamo, si ferma. E quando si ferma, finalmente s’invertono i ruoli: da prede diventiamo cacciatori». E siccome, alla scuola del padre, anche Nino è stato cacciatore, le sue nuove prede – da cercare, rincorrere, acciuffare e immortalare per condividerle – sono diventate le parole, incise in una prosa tenue come certi acquerelli che restano impressi per le loro tinte insolite e personalissime.

Una breve poesia fa da incipit a ogni capitolo, sciogliendo il gomitolo dei ricordi che scorrono come le acque del Po, testimoni di tanti avvenimenti. Come la morte in un incidente stradale dell’amico Pierino Roveroni che gli fece conoscere la tristezza, «primogenita del dolore», diversa dalla depressione, all’epoca ignota. «Per soffrire il mal di vivere, bisognava aver conosciuto il bene di vivere», che in campagna, prima della guerra, era piuttosto raro. Nino e la tristezza siedono dunque sull’argine di quella fatale curva a gomito, nel silenzio che «odorava d’infelicità» e che favorisce l’insolito dialogo. «Che senso ha?», urla, la morte di un amico? «Per lui nessuno, per te invece…», risponde la tristezza; «assurdo non significa inutile… Sai cosa direbbe il tuo amico se fosse qui?… Sii i miei occhi, Nino. Occhi, mani, voce, gambe: tutto! E vivi la vita che non avrò. Questo direbbe». «Rientrammo a casa in bici», ricorda Sgarbi, «che l’alba cominciava a restituire i colori alla pianura. Io pedalavo, la tristezza sedeva sulla canna, il fiume ci correva accanto. Nessuno fiatava. Né le ruote, né i cipressi, né il canneto… “Pensaci” sussurrò, prima di congedarsi, “credi che il tuo Leopardi avrebbe scritto tutto quello che ha scritto, se non mi avesse conosciuta?”; “Preferivo Pierino”, dissi. “E lui, Silvia, credimi”, replicò. Non dissi più nulla».

È la gratitudine il sentimento dominante nel lettore di questi racconti. Una gratitudine lieta. Tanto più se, come ha anticipato Vittorio durante la cerimonia di congedo, il futuro ci riserverà altri due libri postumi.

La Verità, 2 febbraio 2017

Marghera, Venezia e le periferie esistenziali di Raffaelli

Chissà se per la riqualificazione dell’area di Marghera Renzo Piano assumerebbe Il maestro vetraio, l’intraprendente e fantasioso artigiano che dà il titolo al secondo romanzo di Alberto Raffaelli, appena pubblicato da Itaca (il primo era L’Osteria senza oste, anche quello intrecciato agli eventi della cronaca). Il protagonista è figlio dell’ultimo artista del vetro di Murano che riceve l’incarico di restaurare la chiesetta della Madonna del mare all’imbocco della Laguna, ornandola con un’opera che sia visibile a chi attraversa il Ponte della Libertà, diretto a Venezia. Il mandato passa dalla curia, commissionato dal vice-sindaco che vuole fare di quel restauro il punto di forza della campagna elettorale per eliminare dal biglietto da visita quel prefisso che sa d’incompiuto. Così Benedetto Zaccaria, dotato di spirito tenace oltre che di buona mano alla fornace, si accinge all’opera in dodici quadri, sorta di scomodo Giudizio universale del presente, ispirato da quello della Basilica di Torcello. Mentre attorno al suo lavoro si muove un’umanità ripiegata sui propri giochi, più o meno sporchi, il progetto incontra diffidenze e ostruzionismi. A complicare ulteriormente la situazione c’è anche l’omicidio di una donna, proprio dalle parti della chiesetta, tra i capannoni e una tabaccheria, meta di camionisti che pendolano con l’est europeo. Le indagini sono affidate al vice-ispettore Giovanni Zanca, trasferito a Venezia dopo l’ultima complicata vicenda dell’Osteria senza oste. Sembrano roba da poco rispetto alla vera bomba che di lì a poco esplode tra calli e stampa locale, coinvolgendo il vice-sindaco e la sua segretaria, per una storia di appalti e mazzette che ricorda lo scandalo del Mose. Così, il buon Zanca è costretto alla spola tra Marghera e l’ufficio dell’ambiguo magistrato che lo controlla da distante.

Una scena del Giudizio universale, nella Basilica di Torcello a Venezia

Una scena del Giudizio universale, nella Basilica di Torcello a Venezia

La spina dorsale della storia è, dunque, un giallo con tutti gli ingredienti del genere: ritmo, colpi di scena, intercettazioni telefoniche e doppiezze varie. Ma in realtà, Il maestro vetraio è molto di più. Perché attorno alle inchieste di Zanca e alla vetrata di Benedetto, Raffaelli tratteggia le storie di un’umanità dimessa, prostitute dell’est, il trovatello Nick, ospitato dal prete, il Barba, padrone della tabaccheria, Orges, “che lavora nella burocrazia”. E poi i protagonisti di tanti quadri solo apparentemente estemporanei, come i barboni Martino e Franco, o il padre che mendica il perdono dell’unica figlia e le suona tutte le sere il campanello… Anche le parabole del vice-ispettore, del vice-sindaco e del figlio del vetraio, tutti un gradino sotto qualcuno, sono significative. Pare quasi che Raffaelli voglia parlare di una generazione non definitivamente affermata, fatta di outsider che si devono sbattere e compromettere per togliere le castagne dal fuoco, mentre i numeri uno rimangono coperti, dietro le quinte. Così, Il maestro vetraio si propone come un romanzo del margine. Bergogliano, verrebbe da dire. Un viaggio intriso di domande e conti in sospeso, alla ricerca di un’umanità autentica e da rivalutare, al contrario dei vertici della politica, della Chiesa e della magistratura, avviluppati nell’ambiguità e nell’ipocrisia del potere. La grandezza di Venezia è osservata da Marghera. San Marco, Rialto e i campielli, che l’autore mostra di conoscere come le sue tasche, son visti con gli occhi dei mendicanti, di un geniale handicappato, di una prostituta, di certi malavitosi insoddisfatti. Nella tela di Raffaelli domina una “visione periferica”. Anzi, proprio la periferia, urbanistica ed esistenziale, è il cuore di tutta la storia, più che mai bergogliana. E chissà, forse ancor più interessante per Renzo Piano, l’archistar deciso al recupero delle periferie.

La copertina del libro di Alberto Raffaelli (Itaca edizioni)

La copertina del libro di Alberto Raffaelli (Itaca edizioni)

Rimangono, certo, alcune ingenuità nella scrittura, qualche eccesso o approssimazione che un editor attento avrebbe potuto sfrondare (“Anche a Marghera, al primo chiarore dell’alba, il buio stava svanendo”; “Un misto di angoscia e di speranza si accavallavano dentro di lui”), suggerendo una prosa più asciutta e rarefatta. Ma ci sono anche guizzi felici e buone intuizioni (“Il resto del pomeriggio lo aveva speso per rimettere a posto le carte e i pensieri”). E tuttavia, al netto di quelle ingenuità, Raffaelli ci regala alcune perle. Come quella del prete che prova a sedare l’irrequietezza di Benedetto, quando la donna che l’ha colpito, all’improvviso svanisce: “Vedi, c’è una paura cattiva che nasce da un piccolo errore di partenza – premette don Giuseppe – come quando ci alziamo al mattino e ci illudiamo che le cose siano nostre: la vita, la salute, la carriera, i capelli, il naso, le mani… Si può costruire una vita, un intero mondo, su questa illusione. Fino a quando, a un tratto, per qualche caso della vita, ci accorgiamo che la verità è un’altra…”.

La fabbrica delle serie americane è ancora nuova?

E se “la nuova fabbrica dei sogni” stesse cominciando a invecchiare? Non dico che sia già vecchia. No. Dico che forse è una fabbrica un po’ matura, che inizia a mostrare qualche segno di cedimento, qualche principio di ruga. La superficie del piccolo schermo – e dei pc, dei tablet, persino degli smartphone, dove i millenials più spesso le guardano – non è più così levigata. La nuova fabbrica dei sogni – Miti e riti delle serie tv americane è il saggio pubblicato da Aldo Grasso e Cecilia Penati (Il Saggiatore), frutto di ricerche e analisi approfondite del genere più in voga nella televisione mondiale, dalla metà del secolo scorso fino a oggi. La conclusione è che la serialità americana è divenuta un genere in piena regola, e che oggi “si fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm”. La tesi è sviluppata da Grasso nel primo capitolo, l’unico da lui firmato (il secondo, di excursus storico, è di Cecilia Penati, mentre gli altri tre – farciti di inglesismi che farebbero impazzire Camillo Langone – non sono firmati). “La serialità televisiva è forse la vera espressione del nostro tempo, al centro di infiniti raggi di vincolante degnità, la via di transito dei molti significati che ci circondano e che spesso ci appaiono illeggibili”. Le serie sono il genere più contemporaneo della tv del terzo millennio. Per linguaggio, innovazione, costruzione dell’immaginario. La loro consacrazione è un fatto conclamato e indiscutibile.

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Don Draper in Mad Men

È sull’americanità del fenomeno che forse si può rivedere l’assunto. Negli ultimi cinque anni si è passati progressivamente dal monopolio pressoché esclusivo di Hollywood alla sua centralità, fino ad un primato che, se pur resta solido, comincia afare i conti con la produzione europea. Ci sono state serie scandinave come The Bridge e The Killing delle quali gli americani hanno realizzato dei remake. C’è stata Gomorra, che è andata in onda in italiano, sottotitolata, nei network d’oltreoceano. Per contro, mentre la produzione a stelle e strisce aumenta, incentivata anche dall’avvento di Netflix, Amazon e Apple, la qualità delle storie, sempre più industrializzate, inizia ad attenuarsi. È soprattutto in termini d’innovazione che le serie americane sembrano perdere penetrazione. Dagli anni zero di Mad Men, LostThe Wire, I Soprano, West WingBreaking Bad, Six Feet Under, Glee, solo per citarne alcuni, negli anni dieci, pur in presenza di una crescita quantitativa, si è passati a House of Cards, True Detective (prima stagione), Mr Robot. Certamente, il primato americano persiste, soprattutto grazie a una produzione che mantiene un livello di sofisticazione medio più elevato. Ma la forbice tra America e Europa si riduce. “Il telefilm – prosegue Grasso – è un misto tra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura”. La figura cardine di questo sistema è lo showrunner, colui che “fa correre” lo show, mediazione tra creativo-ideatore e produttore esecutivo, che in Europa è comparsa solo di recente. Il libro tratteggia storia e sensibilità di alcuni dei più interessanti tra loro, da J.J. Abrams (Alias, Lost) a Matthew Weiner (Mad Men, I Soprano), da Aaron Sorkin (West Wing, The Newsroom) fino a David Simon (The Wire), mettendone in luce ossessioni e predilezioni, stili narrativi e formule linguistiche. Poi, negli States esiste un canale come HBO, che ha fatto scuola svezzando e formando generazioni di autori e sceneggiatori. E già questo, da solo, basta a tenere ben solide le basi del primato…

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Elliot Anderson, protagonista di Mr. Robot

Il secondo spunto offerto dal volume è che anche i telefilm sono stati vittima della critica alla tv cattiva maestra, ritenuti causa dell’abbassamento della cultura di massa costruita sul minimo comun denominatore. Ci sono voluti decenni per riconoscer loro un adeguato livello di “artisticità”. In verità, non credo che anche per le serie sia valsa la famosa Curva del Dormiglione (Steven Johnson in Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori). Ovvero che, secondo l’esperienza de Il Dormiglione di Woody Allen, dopo la sveglia fra 150 anni, ci accorgeremo che le merendine e le torte alla crema facevano bene. Nuocciono sempre al colesterolo e alla glicemia e nuoceranno anche fra due secoli. Merendine e salsicce sono reality e cronaca nera raccontata in modo morboso. Non i telefilm, mai stati trigliceridi in eccesso o grassi saturi della dieta. Semmai, da un territorio di esclusiva evasione, hanno conquistato lo status di opera letteraria, in grado di rappresentare la nostra civiltà e, ad un tempo, di psicanalizzarla.

Anche i telefilm si sono evoluti. Da Bonanza a True Detective, da Happy Days a Mr Robot. Rispetto a 40/50 anni fa, ora Hollywood esibisce ossessioni e perversioni, effetti collaterali del sogno americano. Ma a ben guardare, si tratta di sogni comuni anche di qua dell’oceano. Pure in Europa, attraverso le serie si realizza una grande seduta psicanalitica, un processo catartico, un tentativo di esorcizzare e sgravare la coscienza, metabolizzando attraverso la scrittura e lo storytelling, le nostre paure e le nostre deviazioni. “È tutta una questione di personaggi, personaggi, personaggi… Ogni cosa dev’essere al servizio delle persone. È questo l’ingrediente segreto dello show”, ha osservato Damon Lindelof, uno degli autori di Lost. In fondo, tutta la serialità racconta l’ambizione dell’uomo di essere artefice incontrastato delle proprie fortune, di affermarsi attraverso la conquista del potere, del successo, cercando di gratificare il proprio ego in tutti i modi. Spingendo il limite sempre più in là, come si vede anche in Mad Men, in HoC, in Vinyl, in Breaking Bad. Con il rischio che i nostri sogni si tramutino in incubi.