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«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026

Buttafuoco cita Mattarella: «Siamo liberi e audaci»

«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della 61ª Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma»… E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione della ministra della Cultura ucraina, Tetiana Berezhna che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito la ministra ucraina sottolineando di parlare a nome di partner di Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa 61ª Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem». Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.

 

La Verità, 7 maggio 2026

 

Biennale, tutti pazzi per il padiglione russo

Ormai è chiaro ed evidente a tutti, o quasi. Più passano i giorni e più ci si rende conto che l’azione repressiva dell’Unione europea contro la Biennale di Venezia è stata un autogol. Un boomerang, un atto masochistico. La raffica di lettere e di ultimatum ha partorito l’effetto opposto. Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’Arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca. Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («l’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove» secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia – raramente titolo istituzionale è parso più paradossale – ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi. Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali».
Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The Tree is Rooted in the Sky – L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il Padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale». Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».

 

La Verità, 6 maggio 2026

Minetti, Venezi, Biennale… ma arriva il decreto Lavoro

Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidiano a Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore. Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua sauadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie.
Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia. Lo stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dalla segretaria del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra. Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli.
Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale.
Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.

 

La Verità, 30 aprile 2026

«Vile l’Unione europea che minaccia l’arte»

Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss, di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo… Cosa vuole che le dica… cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu  a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare all’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».

 

La Verità, 12 aprile 2026

«Sogno il Papa che sporca la veste di sangue a Gaza»

Ci penso da giorni, settimane. E non se ne va, questo pensiero. Mi chiedo: che cosa accadrebbe se papa Leone XIV andasse a Gaza? Ora. Andasse fisicamente. E la sua veste bianca si sporcasse con il sangue della guerra? Dei morti ebrei e palestinesi, i due popoli che si odiano? È un pensiero che non se ne va: che cosa accadrebbe? Forse il mondo si fermerebbe. Tratterrebbe il fiato. Forse per un momento si fermerebbe anche l’odio. Lì, in quella terra. In quelle macerie dell’umanità. Dove la ferita è più profonda e purulenta, nella carne del mondo».

Da geniaccio visionario, Carlo Freccero immagina. Segue i voli della sua mente. È molto più che un ex vulcanico direttore di televisioni. Molto più dell’ex uomo di Silvio Berlusconi e dei primi palinsesti di Canale 5 e poi di La Cinq in Francia, di Italia Uno e Rai 2. Freccero è un intellettuale non allineato. In gioventù è stato credente, poi ha letto Jean Paul Sartre e si è allontanato. Oggi è un uomo di 75 anni che continua a studiare e a interrogarsi. A non arrendersi alle lascivie del nichilismo. E a farsi domande davanti alle sciagure del mondo. Il Covid. Le guerre. Le risposte delle ideologie con le loro pretese di aggiustare i popoli a immagine e convenienza delle élite. Risposte sempre più insufficienti e che, alla fine, con le loro agende e i loro reset, producono nuove violenze come abbiamo visto con l’assassinio di Charlie Kirk. E nuovi soprusi, come vediamo attraverso la manipolazione continua dell’informazione, ultimo caso i droni russi che avrebbero provocato la distruzione di un’abitazione in Polonia e armato l’operazione Sentinella dell’Est della Nato. E allora, dice Freccero: «Solo la religione, anzi, solo il cristianesimo può, forse, rappresentare una novità».

Ripartiamo da quel pensiero che non se ne vuole andare.

«Anzi, si precisa progressivamente in forza di altri fatti».

Per esempio?

«Gliene faccio uno molto importante, che hanno visto tutti, ma che l’informazione unica ha stolidamente ignorato».

La ascolto.

«Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha concluso l’ultima Mostra del cinema invitando a parlare in un videomessaggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il quale ha richiamato la cronaca di tutti i giorni e le immagini continue “che parlano di morte, dolore e distruzione. Siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per quello di altri, un clima di odio sempre più profondo nelle popolazioni ebree e palestinese”. E poi ha detto soprattutto un’altra cosa, il cardinale».

Quale?

«Che c’è bisogno di una nuova narrativa e di nuovi linguaggi per provare a sconfiggere questo odio».

La politica non ce la fa?

«No. E questo è l’altro fatto che consolida la mia riflessione. Lo vediamo tutti i giorni. Lo tocchiamo con mano. Anche Donald Trump con tutto il suo impegno, tutti i suoi interessi e tutto il suo narcisismo, non ce la fa. È chiaro, no? Netanyahu invade Gaza con la ferocia che vediamo e lui risponde che non sa e deve informarsi. È un modo ambiguo di camuffare la sua impotenza, di fatto lasciando andare le cose. Lo stesso sta accadendo con Putin e Zelensky».

E allora?

«Allora le parole di Pizzaballa hanno approfondito il mio tarlo. Solo la religione può essere questo nuovo linguaggio, questa nuova narrativa. Che cosa accadrebbe se Leone XIV andasse a Gaza, con la sua veste bianca. A sporcarla con il sangue della guerra e dei morti. Che cosa accadrebbe se andasse lì, se si inginocchiasse tra le macerie, pellegrino inerme, nel posto dove la ferita è più profonda e lacerante?».

Le rigiro la domanda.

«Penso che saremmo costretti a fermarci. Tutti. Penso che il mondo trasalirebbe. Avrebbe un attimo di stupore. Di sospensione. Forse lo avrebbe anche Netanyahu e lo avrebbero anche i terroristi di Hamas. Lo spero. Voglio crederci».

In questi giorni il Santo Padre ha detto che a Gaza c’è «una situazione inaccettabile» e che «Dio ha comandato di non uccidere».

«Esattamente. E la sua voce è la più forte e potente. Ma io mi domando, senza voler essere né presuntuoso né invadente – lo so che il rischio di sembrarlo è molto elevato ma va bene, rischio – mi domando: perché non far seguire un grande gesto, una grande testimonianza a queste parole, a queste esortazioni. In fondo, perché è stata geniale l’idea di Buttafuoco alla fine della Mostra del cinema? Perché, invece di appiattirsi sui soliti proclami e i soliti conformismi degli attori con la kefiah o dei patetici militanti della Flotilla schierati da una parte sola, ha coinvolto uno che vive lì».

In fondo, se vogliamo accentuare la visionarietà, la suggestione della sua idea, è il metodo dell’incarnazione cristiana.

«In un certo senso sì. Leone XIV ci metterebbe il suo corpo, la sua persona fisica. Da pellegrino disarmato. A me vengono in mente anche le crociate».

Questa sarebbe una crociata disarmata.

«Come posso dire: una crociata mistica».

Ricorderebbe anche un’immagine del Vecchio Testamento, quella di Abramo che sale al monte per il sacrificio di Isacco.

«Questo lo lascio dire a a lei. Però il riferimento al sacrificio ci può stare».

Per altro, sebbene nella sua prima intervista abbia precisato che è necessario fare una «una distinzione tra la voce della Santa Sede che promuove la pace e il ruolo di mediatore, che è molto diverso e non è altrettanto realistico», papa Leone XIV si è anche detto «molto consapevole delle implicazioni di pensare al Vaticano come a un mediatore».

«Infatti, anche questo mi fa sperare. Tuttavia, il pellegrino disarmato è più del mediatore. La mediazione appartiene ancora alla sfera della politica e della diplomazia. Che, certo, può essere molto importante, in una situazione come questa. Invece, la mia provocazione ha più a che fare con la sfera della testimonianza e del sacrificio».

Però io le faccio due obiezioni. La prima: noi siamo nessuno e ignoriamo quali implicazioni avrebbe ora un viaggio del Papa a Gaza. Ricordiamoci che stiamo parlando del Vaticano, stiamo peccando di superbia.

«È vero, è così. Siamo ignoranti e possiamo apparire anche arroganti, lo so. Ma direi in un altro modo: siamo ingenui. E l’ingenuità ha una sua purezza e una sua forza».

Ha la forza bambina della speranza, direbbe Charles Péguy.

«Mi dica la seconda obiezione».

Il Papa non può essere l’aggiustatore del mondo. Lo dice e lo ripete, il suo compito è innanzitutto testimoniare Cristo all’umanità, confermare la fede nelle persone.

«E il suo andare lì, nel luogo della croce, nel Calvario contemporaneo, non sarebbe una grande testimonianza a Cristo?».

Bisogna capire che cosa ne pensa il Papa, qual è il suo primo e vero compito.

«Non tocca certo a noi suggerire nulla, ci mancherebbe. Ma a me pare che il punto sia la differenza della testimonianza cristiana in un mondo in cui le altre grandi religioni vengono piegate all’odio. Invece, il messaggio cristiano è amore. La Terra santa è la terra delle grandi religioni monoteiste, ma solo il cristianesimo conserva questa integrità. Però, forse per reazione alle crociate o anche all’Inquisizione, si è intimidito, abbandonando il pensiero forte e scegliendo il silenzio. È proprio questo il paradosso».

Quale?

«Che in una fase di integralismi e fanatismi crescenti rimane zitta l’unica fede che predica amore anziché odio. La Chiesa ha sempre dato asilo ai fedeli di tutte le confessioni. Il patriarca è rimasto a Gerusalemme, non solo come scudo delle vittime, ma anche a testimonianza dell’identità cristiana, di accoglienza e amore. Mi spingo a dire che certamente anche Pizzaballa sarebbe felice della visita di Leone XIV».

Il cui pontificato sarebbe profondamente segnato da quel gesto.

«Penso di sì. Ma ripeto, con umiltà e ingenuità, non sarebbe un bel modo di caratterizzarlo?».

 

La Verità, 20 settembre 2025

Al Lido i proPal cercano di allargare i consensi

Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.

La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».

A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio pro Pal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.

Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello – tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1500 adesioni) – hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.

«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replicato dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.

Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori.

Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.

 

La Verità, 27 agosto 2025

Buttafuoco e la Biennale come fabbrica di cultura

Metti una sera dopocena ad ascoltare il commento al vangelo di Giovanni scritto da Meister Eckhart, grande teologo e mistico tedesco, contemporaneo di Dante. Tre attori con leggero trucco argenteo – Federica Fracassi, Leda Kreider e Dario Aita – avvolti in un tendaggio circolare che dal tetto precipita a terra declamano il testo alternato ai canti del repertorio gregoriano tardo medievale, eseguiti dal coro della Cappella Marciana guidato dal maestro Marco Gemmani. Siamo nel Portego delle colonne della Scuola grande di San Marco dell’ospedale San Giovanni e Paolo di Venezia. Alle pareti dell’oratorio scorrono in verticale grafiche in bianco e nero di intarsi e luoghi sacri, per una drammaturgia (di Antonello Pocetti e Antonino Viola) che da antica si fa contemporanea. I tre attori incalzano salmodiando versi dai padri della Chiesa, da Sant’Agostino, dal testo evangelico rivisitato: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo».
È l’Expositio sancti evangelii secundum Iohannem (tratto dal monumentale Commento al vangelo di Giovanni di Johannes Eckhart, edito da Bompiani con testo latino a fronte) che il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha voluto proporre per due settimane come progetto speciale in collaborazione con l’Archivio storico delle arti contemporanee (Asac): ogni sera un tema specifico (Logos, Essere, Amore, Bene/Male, Anima/Corpo), introdotto da personalità come il cardinal José Tolentino de Mendoça, prefetto del dicastero vaticano per la cultura, o come il filosofo Peter Sloterdjik. Sono serate di ascolto e meditazione di parole essenziali e di voci inattuali, che proprio l’attualità di vocii incessanti e assordanti intendono sanamente contestare. Idea del presidente, che festeggia il primo anno a Ca’ Giustinian, è creare una nuova Biennale della parola, con prossimi eventi su testi di Friedrich Hegel e di Claude Lévi-Strauss. E non poteva esserci viatico migliore di un commento al vangelo che inizia con «In principio era il Verbo».
Buttafuoco, si sa, non è solo manager e organizzatore culturale, per altro figure di cui si avverte necessità. È anche scrittore e studioso. E sebbene la sua nomina, voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano, sia stata accolta con scetticismo dagli storici ambienti di riferimento della Biennale, ora che si compie il primo giro di calendario, bisogna riconoscere che una certa impronta si comincia a vedere. Ci sono coraggio, dinamismo e carattere propositivo nel palinsesto che via via prende corpo con la nuova presidenza. E, prima ancora, c’è stata una buona dose di sagacia, nell’abilità con cui, appena nominato, Buttafuoco ha saputo gestire la 60ª Esposizione d’Arte intitolata «Stranieri ovunque» e affidata dal suo predecessore Roberto Cicutto al curatore di militanza queer Antonio Pedrosa.
Figura identitaria e al contempo uomo di mondo, con un mix di continuità e rinnovamento, Buttafuoco ha provveduto alle nomine prorogando il direttore del Cinema Alberto Barbera, protagonista di una sequenza di mostre fucine di Oscar in serie (ultimi i tre di The Brutalist con Adrien Brody e quello per Io sono ancora qui di Walter Salles), e il responsabile del settore Danza, Wayne McGregor. Diversamente, ha impresso un cambio di passo scegliendo l’attore Willem Dafoe per il Teatro, nominando Caterina Barbieri per la Musica del biennio 2025-26, e nelle Arti visive con l’artista svizzera-camerunense Koyo Kuoh, che ha l’incarico di allestire la 61ª Esposizione d’Arte del 2026.
Votata a un’idea più movimentista che istituzionale dell’Ente, questa presidenza mostra di volersi spingere oltre l’agenda delle esposizioni. La vetrina è certamente importante, ma per un intellettuale irregolare e critico del mainstream qual è l’autore di Beato lui. Panegirico dell’arcitaliano Silvio Berlusconi (Longanesi), il vero obiettivo è fare della Biennale un soggetto di produzione culturale autonoma. Un ambito di creatività del pensiero a disposizione del presente e rivolto al futuro, per realizzare il quale è sempre più centrale il ruolo dell’Archivio storico, centro di ricerca sulle arti contemporanee che avrà presto la nuova sede all’interno dell’Arsenale. Buttafuoco si muove con cautela, lasciando parlare i fatti. Ha avviato il progetto speciale È il vento che fa il cielo. La Biennale di Venezia sulle orme di Marco Polo per i 700 anni dalla sua scomparsa, con eventi a Hangzhou in Cina e successivamente a Venezia. E, a 53 anni dall’ultimo numero del 1971, ha fatto rinascere la rivista trimestrale La Biennale di Venezia, affidando la supervisione editoriale a Debora Rossi e la direzione a Luigi Mascheroni. I due numeri usciti, il primo dedicato al tema dell’acqua e ai «Diluvi prossimi venturi» e il secondo alla «Forma del caos» e alla conservazione della memoria in opposizione alla cancel culture, consegnano un nuovo strumento ricco di testimonianze e contributi volti ad analizzare l’evoluzione del pensiero attraverso il prisma delle discipline della Biennale stessa (arte, cinema, architettura, musica, teatro e danza) per offrire materiali di riflessione alla discussione internazionale.

 

La Verità, 20 marzo 2025

Cara Biennale, senza padri gli stranieri sono ovunque

Terzomondismo e terzosessismo. In fondo, con un titolo così, era prevedibile. Stranieri ovunque – Foreigners everywhere è un gigantesco link alle minoranze. Un magnete di vittimismi. La 60ª Biennale d’Arte di Venezia è una chiamata a raccolta delle comunità outsider, laterali, emarginate, violentate dal potere, dagli Stati, dal pensiero unico, dalla globalizzazione. Ecco allora il terzomondismo e l’ideologia queer alzare il proprio pianto, lamentarsi, recriminare. Un coro a più voci, nelle varie tonalità che compongono la polifonia finale. Quella dell’esclusione patita. Della vessazione. Del sopruso. Dell’oppressione. Migranti, nomadi, apolidi, indigeni, aborigeni, sradicati, rifugiati ed espatriati si accostano a omosessuali, queer, fluidi, disforici, non binari in una comune condanna dell’Occidente colonialista, selettivo, discriminatorio, razzista. Il quale, per sgravarsi dal pesante complesso di colpa, li accoglie, li sdogana, li legittima e li esalta secondo i dogmi dell’inclusione e dell’accoglienza. Parole care anche a papa Francesco che, prima volta di un Pontefice, visiterà la Biennale, in particolare il Padiglione Vaticano (alla quarta partecipazione) allestito nel penitenziario femminile all’isola della Giudecca per l’esposizione intitolata Con i miei occhi e realizzata con la supervisione del cardinal José Tolentino de Mendoça (prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione). Ad aspettarlo, domenica mattina Francesco troverà l’opera di Maurizio Cattelan: due piante di piedi, come quelli che ogni giovedì santo Bergoglio va a lavare nel carcere femminile di Rebibbia.

Su questa edizione ha già scritto magistralmente Marcello Veneziani, basandosi sul titolo voluto dal precedente presidente Roberto Cicutto, con sagacia ereditato da Pietrangelo Buttafuoco, e segnalando le parole del curatore che tiene a proclamarsi queer Adriano Pedrosa: «In profondità, siamo tutti stranieri». Niente di nuovo sul fronte artistico. Non serviva vedere i padiglioni e le installazioni se non per trovare conferme e aggiungere dettagli, rilievi formali, classificazioni di schieramenti.

Per esempio, il fatto che, rispetto a quello di origine geografica, il sentimento di estraneità a causa dell’orientamento sessuale è quantitativamente maggioritario forse perché più di moda tra le élite intellettuali. All’ingresso dell’Arsenale ci accoglie Refugee Astronaut II, creazione dell’artista britannico-nigeriano Yinka Shonibare, quasi una summa delle precarietà e dei disconoscimenti odierni. È un astronauta a grandezza naturale, che indossa una tuta di stoffa con motivi nigeriani e porta in un sacco di rete attrezzi e strumenti per superare sfide ecologiche e umanitarie. Senza, però, riuscire ad ambientarsi, tanto da rivolgersi allo spazio. Inoltrandosi nei saloni ai Giardini, invece, si trovano denunce più circostanziate. Nei dipinti elementari di Marlene Gilson che affiancano soldati e indigeni c’è l’oppressione subita dagli aborigeni dell’Australia, mentre nelle fotografie e negli arredi di Pablo Delano si ripercorre la storia di Porto Rico dalla dominazione spagnola alla subalternità agli Stati Uniti. La critica al colonialismo tocca anche l’Italia nell’opera Gheddafi in Rome: anatomy of a friendship di Alessandra Ferrini, artista fiorentina che ripropone l’incontro del leader libico con Silvio Berlusconi del 2009, analizzando il rapporto tra i due Stati fin dall’occupazione italiana del secolo scorso. Nell’enorme arazzo di Pacita Abad (Singapore), si fotografa invece la stratificazione sociale della globalizzazione: nella fascia alta dei grattacieli compaiono le sigle della finanza, nella seconda i marchi della moda, nella terza le famiglie dei ceti medi e nell’ultima, a terra, i più poveri. Il racconto della resistenza al regime di Pinochet realizzato su grandi tele da Arpilleristas, artiste cilene ignote, è ingenuo e colorato dal sole, segno di una speranza che non demorde. Restando in Sudamerica, l’argentina Mariana Telleria dichiara che Dios es inmigrante nell’installazione con alberi di barche a vela che compongono una grande croce, collocata nel giardino di un ostello vicino al porto di Buenos Aires. Più militante e antipotere il lavoro di Disobedience archive, raccolta di «tattiche di resistenza contemporanea» realizzata dal Marco Scotini, composta da una collezione di video sulle forme di protesta nel mondo. È una delle poche opere audiovisive del capitolo sullo sradicamento geografico che riempie anche i padiglioni dei Giardini, dove il frontespizio è affrescato dal collettivo brasiliano Mahku. Per il resto, dominano pittura, scultura e la stoffa degli arazzi, familiari nelle comunità terzomondiste degli anni Settanta.

Più variegata nei linguaggi, sebbene sia assente quello digitale, la denuncia delle comunità omosessuali, queer e non binarie. Si va dalla performance video di danza su lenzuola appese al soffitto di Isaac Chong Wai (Hong Kong) alle raffigurazioni di gaiezza quotidiana dell’americano Louis Fratino. Il sudafricano Sabelo Mlageni sceglie invece dei murales in spazi rurali per raccontare la sua non binarietà, mentre Puppies Puppies intitola Woman la scultura di un maschio normodotato. Ahmed Umar, queer sudanese e musulmano riparato in Norvegia, assomma entrambe le forme di estraneità, ritraendosi in abiti, gioielli e trucco femminili nell’opera intitolata Talitin, ovvero «terzo», tipico insulto arabo. Più inquietante è l’evoluzione di Void, il video di Joshua Serafin (Filippine), in cui un corpo evolve in uno spazio fangoso dalla condizione strisciante a essere eretto, fino a proporsi come divinità fluida. La rappresentazione più estrema è, però, quella di Xiyadie, «padre, contadino, omosessuale, lavoratore, migrante e artista» che illustra su enormi tele il disagio dell’identità queer in Cina, raffigurando fellatio e scene di autolesionismo genitale. Infine, in Cyber-Teratology Operation di Agnes Questionmark (Italia), un corpo in sala operatoria, gravido e con arti pinnati – quindi trans-specie, transgender e transumano – è una sorta di summa dello sterminato capitolo dedicato ai percorsi trans.

In conclusione, la tonalità ultima della polifonia è quella del pianto, lamento non sempre fuso nella protesta. In cui più che la qualità e l’innovazione artistica, conta il messaggio originato dall’appartenenza a una delle minoranze rappresentate. Tuttavia, lo stupore è in modica quantità. In un’epoca che con il Sessantotto ha ucciso i padri e abolito il principio di autorità e con l’avvento della globalizzazione ha cancellato le patrie, gli stranieri sono ovunque. E, grazie alla Biennale d’Arte di Venezia, ai media mainstream e all’industria dell’audiovisivo hanno molte possibilità di diventare maggioranza.

 

Ma il Padiglione Italia e il Padiglione Venezia hanno una visione altra

Un piccolo grande elemento di discontinuità rispetto allo spartito immaginato dalla coppia Roberto Cicutto Adriano Pedrosa, rispettivamente ex presidente e attuale direttore della sezione arte della Biennale viene dal Padiglione Italia e dal Padiglione Venezia, curati da Luca Cerizza e Giovanna Zabotti. Sono avulsi dalla narrazione della gran parte degli altri spazi perché parlano una lingua diversa, costruttiva verrebbe da dire se non fosse una parola tabù nel nichilismo imperante. Al Giardino delle Tese dell’Arsenale, ecco Two here (due qui) che, giocando sull’assonanza con To hear (ascoltare), suggerisce una sorta di sospensione per fare spazio all’altro. In un labirinto di tubi innocenti echeggia un suono costante e rigonfio che forse vorrebbe richiamare il perenne saliscendi dell’acqua e fango che riempiono un grande catino. All’inaugurazione il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro vi ha immerso le mani, schizzando come in uno scherzo impertinente che ha suscitato la riprovazione dell’autore, Massimo Bartolini («Lei sta dando pessimo esempio…»). Ma trovando l’immediata difesa del presidente Pietrangelo Buttafuoco: «Il nostro sindaco è come quel bambino che fa i baffi alla Gioconda». In conclusione, appare curioso che il padiglione italiano vanti un titolo inglese, ma tant’è.

Più coerenti e, in un certo senso, orientate in direzione contraria, risultano le proposte dello spazio Venezia, in fondo ai Giardini. Il titolo è Sestante domestico e dice della ricerca di una bussola per il presente, sulla scorta di una poesia di Franco Arminio: «Abbiamo bisogno/ di un luogo: ci vuole/ una mano/ una casa, un sorriso/ qualcosa che ci faccia/ da perimetro». E gli artisti si sono espressi al meglio. Vittorio Marella ha dipinto una parete di sabbia nella quale due ragazzi si abbracciano («Mi è stato chiesto di rappresentare la mia idea di casa, proprio mentre stavo cercando casa… Invece, ho trovato una persona. Nel nostro volerci bene, nel nostro abbraccio, c’è la mia casa»). L’ottantenne Safet Zec, pittore e grafico della Bosnia-Erzegovina, già esule per la guerra e da un ventennio cittadino veneziano, espone povere figure in preghiera e padri che corrono per portare in salvo figli sofferenti. Opere intrise di tenerezza che si intitolano «Vie della bellezza».

 

La Verità, 24 aprile 2024

 

 

«L’islam conquista l’Europa con migranti e natalità»

Giornalista del Foglio, già collaboratore del Jerusalem Post e del Wall Street Journal, autore di saggi sulle religioni del Medio Oriente, Israele e mondo arabo, Giulio Meotti è uno dei maggiori esperti italiani di islam.

Il suo ultimo libro pubblicato da Cantagalli s’intitola La dolce conquista, sottotitolo: l’Europa si arrende all’islam. Perché sarebbe dolce questa conquista?

«Perché è più pericolosa delle bombe e delle uccisioni, ce ne sono state tante con centinaia di morti».

Sembra un controsenso.

«È più pericolosa perché non provoca una reazione dell’opinione pubblica e di coloro che dovrebbero proteggerci».

La dolcezza risalta a confronto con i precedenti tentativi di conquiste, quella dei Mori della Spagna, e quella dei Turchi passando dai Balcani?

«In parte sì. Il grande islamologo e arabista Bernard Lewis diceva che questa è la “terza conquista”, dopo che i musulmani sono stati fermati a Poitiers e alle porte di Vienna».

Di quali mezzi si serve?

«Della demografia perché il tasso di fertilità è di gran lunga superiore al nostro, dell’immigrazione e della dawa, che è la predicazione attraverso le moschee e la proliferazione dei simboli islamici».

È più l’Europa che si arrende o la religione islamica che è aggressiva?

«Un mix delle due cose. Da un lato c’è l’arrendevolezza dei politici europei e dall’altra la volontà di espansione che appartiene all’islam che, ricordiamolo, si distingue tra il dar al-islam, la terra dell’islam, e il dar al-harb, che è la terra della conquista, tutto ciò che non è islamico ma lo dovrà diventare».

Premesso che Francesco sottolinea che la missione si esprime attraverso il contagio, il proselitismo appartiene a tutte le religioni.

«Con la differenza che il cristianesimo nella vecchia Europa è in ritirata mentre l’islam è in una fase di grande avanzata. Il mix letale è scristianizzazione più islamizzazione».

Un travaso fra vasi comunicanti?

«A suo tempo il cardinal Giacomo Biffi disse che “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà islamica”».

Sono proselitismi paragonabili?

«Non c’è nella storia dell’islam un Paese che si islamizza e preserva comunità religiose alternative. Nel più laico tra i paesi musulmani, la Turchia, gli ebrei sono una manciata e i cristiani stanno scomparendo».

Non ammettono la convivenza con altre confessioni?

«Boualem Sansal, autore di 2084. La fine del mondo, ha paragonato l’islamismo a un gas, “nel lungo periodo occupa tutto lo spazio”».

È corretto definire l’islam religione?

«Non è solo una religione, è un’ideologia e un modo legislativo di vivere: non bere alcolici, fai crescere la barba ma non i baffi, vela le donne. L’islam non ha capacità di separare il privato dal pubblico».

Prevede anche la poligamia, la guerra santa contro gli infedeli, l’assassinio degli apostati, la sottomissione delle donne?

«Nel Corano si può trovare tutto e il contrario di tutto. Ma per come si è impostato nei secoli, l’islam è diventato una straordinaria macchina di conquista per cui, oggi, gli stessi musulmani sono oggetto di conquista. Lo vediamo in Europa dove le seconde e le terze generazioni sono più religiose dei loro padri».

In che senso?

«I padri sono venuti qui per lavorare alla Renault e alla Fiat e si sono laicizzati a contatto con le libertà e i diritti occidentali. Ora i figli si sono reislamizzati. Con l’affermazione degli ayatollah e dei Fratelli musulmani i giovani sono diventati oggetto di una nuova campagna di indottrinamento. Altrimenti come spiegarsi il fatto che, pur essendo in Occidente da decenni, ancora pensano al Profeta, al califfato, alla sharia?».

La jihad è solo un movimento religioso?

«Jihad significa sforzo quindi è anche militare ed economica. Lo si vede dall’esplosione del mercato halal, i ristoranti, i menù nelle mense, le catene alimentari, i pellegrinaggi organizzati dall’Europa verso La Mecca. E poi dalla quantità di denaro spaventoso che Qatar, Arabia saudita e Turchia investono in Europa».

Però esiste anche un islam moderato.

«Esistono i musulmani moderati, persone che vogliono vivere la loro vita in mezzo a noi, che non hanno in testa la guerra santa o la sottomissione. Ma guardando ai grandi poli dell’islam mondiale, cioè l’Arabia saudita, l’Iran, il Qatar, il Pakistan, la Turchia e i Fratelli musulmani non esiste una corrente che abbia fatto la riforma. Cioè, reinterpretato il Corano nel presente. Anche perché, per loro, il Corano è stato dettato da Allah e quindi va applicato letteralmente».

L’islam moderato conta poco?

«Il grande studioso Rémi Brague ha detto: “L’islamismo è un islam che ha fretta”. I musulmani moderati sono singole persone».

Tra queste Pietrangelo Buttafuoco, appena designato alla presidenza della Biennale di Venezia.

«È una persona che stimo, con cui ho lavorato per tanti anni al Foglio. La sua non è una conversione militante».

Ci sono margini per una convivenza armonica?

«Sì, se l’Occidente si fa rispettare e pone delle condizioni. La prima è che l’Europa è giudaico-cristiana. La seconda è che gli islamici accettino che la libertà di pensiero e di parola è un diritto sacrosanto. E la terza che la donna e l’uomo sono uguali».

Pensa che integrazione e multiculturalismo siano utopie?

«Lo ha detto Angela Merkel: “Il multiculturalismo è fallito”».

In cifre come si può quantificare questa espansione?

«Bruxelles, la capitale dell’Unione europea, è per il 30% islamica, con vere e proprie enclavi dove si arriva al 50%. Birmingham, la seconda città britannica, ha il 30% di cittadini musulmani. Le grandi città francesi, da Marsiglia a Lione, hanno comunità dal 30 al 40% di cittadini islamici. È possibile che nel giro di una generazione i musulmani saranno la maggioranza».

Cosa significa che in Gran Bretagna città come Londra, Birmingham, Leeds, Sheffield, Oxford e altre hanno sindaci musulmani nonostante la Brexit?

«Significa che hanno rinunciato all’operaio polacco per avere quello pakistano. Con la Brexit si sono sparati sui piedi, fermando i flussi dall’Est Europa e aumentando quelli dall’Asia. Gli unici Paesi che sono riusciti a fermare un po’ questa conquista, un po’ perché sono meno attraenti e un po’ perché hanno un’identità più forte, sono i Paesi dell’Est europeo».

Quanto concorre l’arrendevolezza della nostra civiltà a questa espansione?

«Per una buona parte, ma dobbiamo distinguere due categorie. I fifoni, che sono atterriti e intimoriti, ma sanno cosa c’è dietro questa strategia. E i collaborazionisti. Coloro che si sono prestati in cambio di voti a fare il gioco del cavallo di Troia dell’islam politico. Il partito socialista belga non esisterebbe oggi senza il voto degli immigrati».

Esempi di collaborazionismo italiani?

«Se fossi un esponente della sinistra, farei mio il progetto vincente del voto di scambio del partito socialista belga. In Francia Jean-Luc Mélenchon per non alienarsi l’80% del voto islamico difende i veli e non critica l’attacco di Hamas».

Prima accennava all’influenza dell’Arabia saudita e del Qatar.

«L’Arabia saudita è stata decisiva dagli anni Sessanta ai primi anni Duemila e le grandi moschee di Roma, Bruxelles e Madrid sono tutte saudite. Dopo sono arrivati il Qatar e la Turchia, che oggi sono i costruttori delle moschee con i minareti in tutta Europa».

Con la forza del denaro.

«In Francia, dove ogni due settimane circa apre una nuova moschea, arrivano i soldi del Qatar attraverso le sue ong. Ma avviene così anche in Italia».

L’islam politico si è alleato con la cultura di sinistra attraverso l’ideologia green e Lgbtq?

«È riuscito a fare sue le parole d’ordine del progressismo: diversità, antirazzismo e lotta alla cosiddetta islamofobia».

Ma il movimento arcobaleno è agli antipodi dell’islam.

«Gli attivisti arcobaleno sono come i tacchini che festeggiano il giorno del ringraziamento. Infatti, siamo alla resa dei conti. In Belgio la sinistra ha portato il gender in tutte le scuole e i fondamentalisti islamici sono scesi in piazza a protestare anche con metodi aggressivi».

La cancel culture favorisce questa conquista?

«Prepara il terreno creando una società gelatinosa, senza storia e identità, perfetta per realizzare la sostituzione di civiltà. In Gran Bretagna, hanno abbattuto decine di statue di personaggi storici e a Birmingham hanno appena eretto una grande statua di una donna velata».

Perché ogni anno di questi tempi spunta qualche ente che vuole obliterare il Natale cristiano?

«Quest’anno tocca all’Istituto europeo di Fiesole. L’Europa è una società in metastasi, quasi masochista nell’automutilazione: non ho mai sentito i musulmani lamentarsi per il Natale».

Come valuta il magistero di Francesco?

«È il grande Papa post europeo. Dopo Benedetto XVI che ha provato a salvare l’Europa da sé stessa, è arrivato il Papa che dice che l’Occidente è fili spinati e schiavitù. Quindi è come se per lui l’Europa continente cristiano non fosse da preservare».

Come incidono in questo scenario i movimenti migratori?

«Persino Jacques Attali che è il grande intellettuale globalista di Emmanuel Macron ha detto che l’Europa è un colabrodo. Che altro vogliamo aggiungere».

Ora la guerra in Israele renderà tutto tremendamente più complicato.

«Favorisce il grande risveglio della coscienza islamica che, ricordiamo, è una umma, una comunità di 1,5 miliardi di fedeli che non sono divisi in Stati-nazione. La causa palestinese è il grande afrodisiaco dell’islam».

Si risveglia anche l’alleanza con la sinistra?

«La sinistra alimenta manifestazioni all’insegna di “Allah akbar”, “morte agli ebrei” e “Palestina libera”. La più grande strage di ebrei dopo la Seconda guerra mondiale ha dato vita alla più grande esplosione di antisemitismo in Europa».

Senza dimenticare le responsabilità di Israele.

«Ci sono in tutti i conflitti. Non vedo armeni accoltellare azeri, o ciprioti del sud accoltellare ciprioti del nord».

Il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres ha detto che gli attacchi di Hamas non sono nati dal nulla.

«L’Onu è diventato il teatro dell’assurdo di Ionesco per cui i grandi regimi della terra lo usano in nome dei diritti umani per imporre la loro visione del mondo».

Perché grande sostituzione e sostituzione etnica sono espressioni tabù?

«Perché sembrano preconizzare un complotto, mentre indicano un fatto della vita dei popoli europei di oggi. E perché siamo degli struzzi che non vogliono capire che se cambia la popolazione di un Paese cambia anche la sua cultura. Per quanto abbiano tutti gli stessi diritti, gli esseri umani non sono intercambiabili».

 

La Verità, 28 ottobre 2023