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«Nel cinema italiano c’è troppo assistenzialismo»

Manager di lungo corso e da vent’anni vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta è apprezzato a 180 gradi nel mondo del cinema anche per il suo equilibrio.
Giampaolo Letta, ci sarà mai pace per il cinema italiano?
«Spero di sì, ma da quando ci lavoro, ormai 26 anni, non c’è mai stata tregua. Anche guardando più indietro, constato che l’espressione “crisi del cinema italiano” ha mezzo secolo di vita. Poi, però, il nostro cinema è sempre vivo e vegeto».
Eppure inquietudine e conflittualità lo attraversano: per quali motivi?
«Uno è molto semplice: quando usciamo dalle sale, qualcuno ha visto un capolavoro, qualcun altro una boiata pazzesca. Il cinema in sé fa discutere. Più in profondità, è un’espressione culturale, che necessita di importanti risorse economiche, che coinvolge nel dibattito chi lo fa, investitori, produttori, artisti. E, ovviamente, la politica; perché, in particolare negli ultimi decenni, i contributi di denaro pubblico sono spesso determinanti per la realizzazione delle opere».
Negli anni di Federico Fellini e Vittorio De Sica, di Dino Risi e Mario Monicelli c’era la stessa conflittualità?
« Io non c’ero, quella era un’epoca totalmente diversa, un altro mondo. Si vendevano 800 milioni di biglietti l’anno, c’era un solo canale televisivo e usavamo diversamente il tempo libero».
Oggi quanti biglietti si vendono all’anno?
«Prima della pandemia, circa 100 milioni. Adesso stiamo risalendo, circa 75 milioni».
L’ideologia favorisce la creatività e la produzione artistica?
«Secondo me, assolutamente no. Noi di Medusa lavoriamo per cercare, trovare e realizzare storie che interessino il pubblico in modo che lo spettatore sia motivato a uscire di casa, prendere un mezzo, comprare un biglietto e restare in una sala un paio d’ore. L’ideologia rischia di oscurare le storie. Dopo la pandemia il cinema ha ripreso, ma fatica a raggiungere i livelli di prima. Oggi, la gente per convincersi ad andare al cinema dev’essere fortemente motivata dalla qualità delle storie».
C’è un prima e dopo pandemia del cinema?
«Certo. Il pubblico si era abituato a stare a casa, perciò dobbiamo lavorare molto sulla qualità delle opere. Le aspettative degli spettatori si sono alzate perché in quegli anni hanno visto dal divano prodotti di alto livello. Cercare di non deluderli è una sfida molto impegnativa ma imprescindibile».
Perché il cinema è territorio quasi esclusivo della cultura progressista?
«Siamo sicuri che sia così? Io ne dubito. Bisogna vedere i film, al di là di chi li realizza. Forse questo concetto è inquinato dal fatto che un regista o un produttore sia considerato di sinistra, ma alla prova dei fatti non mi pare di vedere film o serie tv militanti».
È arduo trovare dieci prodotti alternativi al pensiero mainstream, drogato anche dal politicamente corretto.
«Capisco, ma attenzione a non confondere l’appartenenza degli autori con il risultato dell’opera. Per fortuna, in Italia siamo, almeno per ora, meno prigionieri del politically correct rispetto ai Paesi anglosassoni, dove gli algoritmi rischiano di mortificare eccessivamente la creatività».
Carlo Verdone ha parlato anche di recente d’inquisizione del politicamente corretto.
«Nella comicità è ancora più limitante e pericoloso. Con l’invadenza dei social basta niente per scatenare mille leoni da tastiera che possono condizionare la comunicazione più del dovuto, compromettendo il lavoro di tante persone».
Perché in Italia si producono così tanti film?
«I numeri vanno analizzati con precisione. È importante. Recentemente sono stati comunicati in modo superficiale e fuorviante.   Delle famose 354 opere prodotte nel 2023 solo 156 sono film di finzione, mentre 106 sono documentari e 92 coproduzioni con soggetti internazionali. Sul “banco degli imputati” restano 156 film. Anche sul volume di fondi pubblici bisogna precisare: i 700 milioni di tax credit riguardano l’intero comparto audiovisivo, film per le sale e per le piattaforme, serie per la tv e per il web. Se parliamo di costi di produzione, invece, si toccano 1,3 miliardi d’investimenti che danno lavoro a 200.000 persone, tra occupati diretti e indiretti. Poi ci sono le produzioni internazionali realizzate in Italia, altri 700 milioni di investimenti nel settore, per un totale di circa 2 miliardi l’anno. Infine, c’è un altro effetto collaterale».
Quale?
«Le ricadute sui territori, tra cui il cosiddetto cineturismo. Per esempio, il nostro Un mondo a parte, diretto da Riccardo Milani, ha prodotto un forte incremento di turismo nel Parco nazionale d’Abruzzo, con escursioni e turismo gastronomico. Un euro investito nell’audiovisivo genera, a seconda delle analisi indipendenti che sono state fatte negli anni, tra i 2,5 e i 3,5 euro. Tutto questo produce una serie di effetti economici collaterali molto rilevanti. Quando si parla dei contributi pubblici si pensa che siano a fondo perduto, ma non è così».
Nessuno vuol misconoscere il valore economico del cinema, ma ci si chiede se oggi in Italia ci sia più offerta che domanda?
«Premesso che nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere l’andamento di un film, produrne meno non garantisce automaticamente film con più successo. Discriminante è la qualità».
Se la domanda di cinema è inferiore all’offerta significa che c’è una bolla produttiva: su cosa si regge?
«Indubbiamente, negli ultimi anni si è prodotto molto. L’impulso è venuto dalla forte domanda di piattaforme e televisioni. E, non dobbiamo negarlo, anche dal sistema di incentivi fiscali che, in una fase molto critica del mercato, ha consentito importanti volumi di produzione, anche attraendo investimenti dall’estero. Limitandoci al cinema – anche le serie non vanno tutte bene – c’è sempre stato un certo numero di film che va male o malissimo. Ma dobbiamo contestualizzare: quando citiamo titoli rimasti in sala un giorno o due, consideriamo che possono essere stati prodotti per le piattaforme. Non sono tutti film “fantasma”».
Dubito che Accattaroma di Daniele Costantini o L’altra via di Saverio Cappiello si riscatteranno sulle piattaforme.
«Bisogna distinguere le tipologie: non possiamo dire che va tutto bene, ma nemmeno che va tutto male. Il tax credit non è equiparabile al bonus 110 dell’edilizia, come qualcuno ha provato a dire».
La riduzione delle sale cinematografiche complica le strategie produttive?
«Il calo non è così elevato. A fronte di alcune chiusure, abbiamo registrato riaperture e riqualificazioni importanti. Anche in questo segmento della filiera il discrimine è la qualità: oltre al film, il pubblico sceglie anche la sala in cui si trova bene».
Un certo mondo intellettuale, autoriale e artistico, è poco sensibile alle regole del mercato?

«Non so se poco sensibile sia il termine giusto. Nella mia esperienza ho visto che il successo di pubblico piace anche a quelli che potevano sembrare più indifferenti. Per un regista, uno sceneggiatore o un attore la sala piena e l’applauso sono la migliore ricompense».
Da produttore è difficile dire no alle proposte di certi registi?
«È sempre difficile, a volte molto, dire no. Di base, c’è il rispetto per il lavoro altrui. Dietro ogni sceneggiatura c’è un lavoro di persone che merita attenzione, indipendentemente dal fatto che si tratti di un grande autore o di un esordiente».
Che cos’ha pensato quando ha visto le tabelle che documentano i fondi pubblici a film con incassi infinitesimali?
«Ci sono molte sfaccettature. Anzitutto bisogna distinguere le risorse che vengono utilizzate con il tax credit e quelle che vengono assegnate con contributi selettivi deliberate dalla commissione ministeriale. La quale ha molta responsabilità perché si tratta di soldi pubblici. Siccome nella nuova impostazione i contributi selettivi sono raddoppiati rispetto a prima, mi permetto di rimarcare che per scegliere i nuovi commissari, come anticipato dal ministro Alessandro Giuli, serve grande attenzione alla competenza. Infine, non deve valere solo il criterio economico di incasso potenziale di un’opera, ma anche una valutazione culturale e sulle potenzialità dei giovani talenti. Quando erano semi sconosciuti, Medusa ha scommesso sui primi lavori di Paolo Sorrentino, di Matteo Garrone, di Edoardo De Angelis, e ora di Francesco Costabile».
Complimenti. Tuttavia, Sorrentino e Garrone non spuntano tutte le settimane.
«Per questo la commissione dev’essere altamente qualificata».
Ha ragione Gianni Canova quando dice che se vuoi fare un film chi ti sostiene lo trovi?
«Concordo. Ci vuole tempo e perseveranza, ma se il progetto è valido ci si riesce».
L’eccesso di assistenzialismo è sintomo di un sistema cinematografico ancora immaturo?
«Sì. Infatti, sono a favore di misure di mercato, quindi automatiche. Sono convinto che più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato. Quest’anno il ministero, nel decreto di riparto, ha diminuito del 40% le risorse del tax credit e aumentato la quota dei contributi selettivi discrezionali. Auspico che l’anno prossimo ci sia un riequilibrio».
La nuova legge sul tax credit varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è pessima?

«No, è buona e molte misure sono condivisibili, altre potranno essere migliorate dai decreti direttoriali. Come le associazioni, Anica in testa, hanno chiesto al ministro e al sottosegretario Lucia Borgonzoni era giusto fare un tagliando alla legge Franceschini. Dopo parecchi mesi di incertezza e di stallo, si è finalmente ristabilito un quadro normativo certo, chiaro e stabile. Valuto molto positivamente aver introdotto requisiti più precisi di accesso agli incentivi fiscali. Anche la partecipazione al budget di un terzo soggetto, coproduttore o distributore, è una garanzia che il film abbia adeguata promozione e programmazione per essere visto dal pubblico che non significa che avrà successo, ovviamente. I limiti, invece, riguardano la mancata semplificazione burocratica delle regole e la parziale preclusione  delle società non indipendenti all’utilizzo degli incentivi fiscali. Auspico anche che il ministero si doti di un’adeguata struttura amministrativa in grado di gestire i processi in tempi rapidi e certi ».
La precedente legge com’era?
«La legge cosiddetta Franceschini è servita a far crescere le imprese e a far nascere un vero e proprio comparto industriale. Ora, dopo 7 o 8 anni, era giusto capire cosa poteva funzionare meglio. Un impegno che ha portato al nuovo decreto».

 

La Verità, 21 settembre

I film «da Oscar» floppano e costano milioni al Mibac

I conti non quagliano. Spiace per il cinema italiano, elegante e sofisticato. Spiace anche per certi nostri registi e autori, così raffinati. E anche per gli attori da proclami festivalieri. Ma, con buona pace di Nanni Moretti, tutto il sistema necessita di una revisione. Di un ricalcolo, verrebbe da dire. Eccone un assaggio. Volare, il primo film in cui, dopo decenni di titubanze attoriali, Margherita Buy si è messa alla prova come regista ha ricevuto dal ministero della Cultura – fra tax credit, con criteri predefiniti, e contributi selettivi, cioè assegnati dalla commissione di giornalisti – circa 1.262.000 euro, incassandone 674.000 euro, la metà. Il totale non basta certo a coprire il costo totale dell’opera di 3.770.000, ma questi sono affari del produttore. Confidenza, l’ultimo film diretto da Daniele Luchetti con un super cast composto da Elio Germano, Vittoria Puccini e Isabella Ferrari ha ottenuto oltre 2,7 di fondi ministeriali, incassandone 1,5 milioni. Lubo di Giorgio Diritti, autore celebratissimo dalla critica, finanziato con 2,5 milioni tra tax credit e fondi assegnati dalla commissione (senza contare i 164.000 per la redistribuzione internazionale), ha portato a casa al box office la bellezza di 145.000 euro.
Sono solo alcuni esempi dello status quo. Se la legge varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è «pessima», come ha sentenziato il Moretti descamisado della serata finale della Mostra di Venezia, è davvero difficile trovare un aggettivo plausibile per quella in vigore con Dario Franceschini, precedente titolare del ministero della Cultura. Tanto più che, mentre quest’ultima continua a produrre le sue nefandezze, la normativa voluta dal suo ingenuo successore non è ancora operativa. E, dunque, risulta un filo prematuro stabilire quali siano i suoi effetti. Quelli, invece, comprovati da cifre e numeri di costi, incassi e fondi pubblici sono da ascrivere al sistema vigente, ovvero della legge delle quattro effe: Film Finanziati che Fanno Flop. È questa, infatti, la costante di una certa gestione pubblica della cinematografia nostrana. È cronaca e storia recente. Abbiamo visto le tabelle con i costi dei film, i contributi alla produzione, le presenze in sala (cfr. anche La Verità del 12 settembre scorso).

Ora, però, c’è un piccolo aggiornamento allo stato delle cose. Claudio Plazzotta di Italia oggi si è preso la briga di andare a vedere quanto hanno incassato i 19 film che compongono la lista delle opere fra le quali il prossimo 24 settembre la commissione dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive ndr) sceglierà quella che rappresenterà l’Italia nella corsa agli Oscar. A onor del vero, non bisogna prendere quella lista come oro colato perché, in buona parte, si tratta di autocandidature che si ottengono versando la modesta cifra di 500 euro. Ma tant’è. Rappresentatività a parte, per i 15 film già visti in sala – 4 devono ancora uscire e, tra questi, Parthenope di Paolo Sorrentino e Vermiglio di Maura Delpero che, verosimilmente, si contenderanno la candidatura – «il box office complessivo è di 8,2 milioni di euro, con una media di incassi di circa 550.000 euro» a opera. Insomma, un bilancio imbarazzante. Sia per la qualità artistica e la penetrazione sul pubblico di molti osannati artisti. Sia, soprattutto, per le casse del ministero della Cultura.

Nel 2023 in Italia sono stati prodotti 348 film, sette in meno dei 355 del 2022, ma sempre in numero di gran lunga superiore a quelli realizzati in Francia o in Gran Bretagna. Molti di questi non approdano alle sale o, se le raggiungono, vi rimangono pochi giorni, prima di essere ritirati per assenza o scarsità di pubblico. Vengono ugualmente realizzati per ambizione artistica e autoriale, molto spesso con il sostegno dei fondi ministeriali. Più ancora che nel caso dei flop di star popolari e celebrate, che comunque, un minimo di spettatori li attraggono, quando si parla di opere «d’essai», la forbice tra incassi e finanziamenti pubblici è particolarmente divaricata. Anche perché, in questi casi, i contributi possono superare il 50% del costo complessivo del film. Esemplificando ancora: L’altra via di Saverio Cappello ha ricevuto 356.416,46 euro di tax credit e 270.000 di contributi selettivi e ha incassato 7.000 euro in totale. Accattaroma di Daniele Costantini ha avuto 214.606 euro di tax credit, raggranellandone 3.000 (tremila) al botteghino. Taxi monamour di Ciro De Caro ha ottenuto 724.000 euro fra tax credit, contributi selettivi e contributi autonomi recuperandone appena 8.000 dai biglietti venduti.
Nei prossimi giorni diverranno operativi i nuovi criteri di assegnazione dei contributi ministeriali per il cinema italiano varati dall’ex ministro Sangiuliano e aggiornati nella composizione della commissione di esperti dal suo successore, Alessandro Giuli. Risulta difficile immaginare che possano essere peggiori di quelli che hanno prodotto la situazione attuale.

 

La Verità, 18 settembre 2024

«Guadagnino più scandaloso di Burroughs»

La strada del cinema è lastricata di buone intenzioni. «Ho letto Queer a 17 anni. E, dopo averlo letto, ho deciso che volevo cambiare il mondo attraverso il cinema». Tra applausi e gridolini di approvazione – gli stessi che hanno salutato la comparsa di «directed by Luca Guadagnino» alla proiezione per la stampa – il regista del film tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroghs, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, ha spiegato che quel libro «dal titolo diverso» conteneva il «romanticismo verso la persona che amiamo», la domanda di «chi siamo quando siamo soli, a prescindere dall’essere queer o no, a prescindere dall’essere a Città del Messico o altrove». Così, ha proseguito il cineasta più amato dalla comunità Lgbtq, «ho deciso che prima o poi avrei portato quel libro sul grande schermo».
Tuttavia, nonostante l’ossequio diffuso verso le ambiziose intenzioni del regista, una domanda rimane tuttora inevasa: pensando al pubblico dei cinema, a chi si rivolge realmente questo film? Chi andrà a vederlo? La comunità omosessuale? Chi è attratto dall’uso variegato di sostanze stupefacenti? Qualche gruppo di intellettuali? Chi assomma tutte queste caratteristiche? O, infine – e forse è la fetta più larga in omaggio all’astuzia della produzione (Fremantle, The Apartment, Frenesy Film Company) – il target composto dai curiosi di vedere come se la cava Daniel Craig, storico James Bond, nei panni di William Lee, l’omosessuale protagonista del racconto di Burroghs?
Questa curiosità, va detto, ha attraversato anche la sala stampa. Ci ha mai ripensato?, è stato chiesto a Craig. E poi, perché non immaginare anche un James Bond gay? Ma l’ex 007 non si è scomposto: «Non posso controllare le reazioni dei fan di James Bond. Mi era già capitato molti anni fa un ruolo gay, in un film sulla vita di Francis Bacon, faccio film da tanto tempo e di questo sono particolarmente orgoglioso. È una storia d’amore, di passione, di desiderio e di sentimenti perduti». Persino più retorico Guadagnino: «Ragioniamo da adulti, per cortesia. Nessuno può sapere quali siano i veri desideri di James Bond. Il fatto importante è che porti a termine le proprie missioni. Daniel è un attore che ammiro da tempo e ho sempre voluto lavorare con lui». A parte che una robusta cinematografia ci svela quali sono le vere inclinazioni di Bond, tuttavia la scelta di Craig è la parte vinta della scommessa del regista. Perché l’ex 007 si rivela efficace, perfettamente calato nella parte del «pervertito» – sua autodefinizione – tormentato e frustrato a causa della tiepidezza con cui Eugene Allerton, il giovane oggetto della sua concupiscenza (Drew Starkey), lo ricambia.
Il film si snoda in quattro capitoli come il romanzo scritto nel 1952, sequel di Junky (titolo italiano La scimmia sulla schiena), ma pubblicato solo nel 1985 perché ritenuto troppo scandaloso dallo stesso autore. Mentre il primo narra la sfrenatezza dell’uso di oppiacei, il secondo è attraversato dal desiderio e dall’astinenza. A innescarlo è l’uccisione nel 1951 a Città del Messico della moglie Joan Vollmer da parte dello stesso Burroughs, in circostanze mai chiarite (ubriachi, i due volevano imitare Guglielmo Tell con un bicchiere di cognac posto sulla testa della donna, ma il proiettile colpì lei. Burroughs, che non andò in galera, ne rimase traumatizzato per il resto della vita. La scena è citata anche nel film).
A Città del Messico, nel 1950, dov’è riparato per coltivare senza sbirri alle costole le sue dipendenze, vestito di bianco e con pistola alla cintola, Lee vive tra pub e locali gay per convincere Allerton a un rapporto stabile. Ma, tra desideri incompiuti, sogni e allucinazioni, l’incertezza cresce. Nessuno dei due, apparentemente, fa qualcosa che somigli a un lavoro. Al mantenimento del giovanotto, che si divide tra le nuove esperienze omo e le partite a scacchi con un’amica, provvede l’esperto partner. Che, coinvolgendolo in un viaggio in Ecuador, gli strappa la promessa di due amplessi settimanali. Ci si ritrova così a Quito, alla ricerca di nuove droghe. E poi nel rifugio nella jungla della dottoressa Cotter (Lesley Manville), specie di sciamana che inizia la coppia all’ayahuasca, decotto psichedelico che moltiplica gli effetti allucinogeni e favorisce la totale fusione dei corpi.
Andare oltre risulta obiettivamente complicato. Anche perché, complice la sceneggiatura di Justin Kuritzkes (autore pure del discusso Challenger), Guadagnino forza la mano del già forte Queer, introducendo scene di sesso ben più esplicite di quelle sostanzialmente abbozzate nel romanzo del padre della Beat generation. Il tormento che attraversa tutto il romanzo a causa della riluttanza dell’amante, qui è condensato in una sola, lunga, scena, forse la migliore del film, in cui Lee si prepara una dose di eroina (e lo stesso Craig si candida a qualche premio) per lenire il senso di solitudine che lo affligge. Per il resto, anche in conferenza stampa, tutto il cast parla di «gioia» e di «rapporti gioiosi». Altrimenti, se non fosse così, e prevalessero la frustrazione e l’abbandono del libro, come si giustificherebbero le varie scene di sesso estremo?

 

La Verità, 4 settembre 2024

Alain, l’icona ribelle che spiazzava la rive gauche

Le ragazze erano tutte innamorate di lui. Il dolce emigrato meridionale di Rocco e i suoi fratelli. Lo sfrontato assassino di Delitto in pieno sole. L’affascinante principe Tancredi di Il Gattopardo (Palma d’oro a Cannes nel 1963). Il glaciale sicario di Frank Costello faccia d’angelo. L’inafferrabile gangster di Borsalino. Il tenebroso professore di La prima notte di quiete. Questo per stare ad alcuni ruoli incarnati a inizio carriera in film che, tra ieri e oggi, le televisioni di tutto il mondo stanno riproponendo.
Per Alain Fabien Maurice Marcel Delon, semplicemente Alain Delon, nato l’8 novembre 1935 a Sceaux, pochi chilometri da Parigi, sex symbol è definizione quanto mai restrittiva. Mostro sacro. Icona del cinema. Uomo dei sogni. Forse il più grande attore francese di sempre – ci sono pure Jean Gabin, suo idolo, Ives Montand, Jean Paul Belmondo, con cui recitò spesso, e Gérard Depardieu. Sicuramente il più popolare. Perché era come in quelle parti: dolce, sfrontato, affascinante, glaciale, inafferrabile, tenebroso. Aggettivi buoni pure per l’uomo affamato di vita, di donne, di avventure. E, pure, mai appagato, mai quieto. Al punto di cadere, più in là negli anni, nella malinconia, cui aveva dato volto interpretando il barone di Charlus in Un amore di Swann tratto da Marcel Proust. Un uomo coraggioso e, a suo modo, indomito. Anche nelle prese di posizione politiche che turbavano i benpensanti della rive gauche. Come quando, difendendo l’eurodeputato Nadine Morano sottoscrisse le parole di Charles De Gaulle: «È ridicolo polemizzare contro una persona che dice che “la Francia è un Paese di razza bianca”. Il Kenya è un Paese bianco? No, lì le persone sono nere. E allora? Qual è il problema?». Oppure quando, lo interrogarono sull’amicizia con Jean-Marie Le Pen e gli chiesero della vicinanza al Fronte national: «E se anche lo fossi? Uno può essere di estrema sinistra, ma non può essere di estrema destra? Il Fn in Francia rappresenta milioni di persone. Sono milioni di idioti? Uno ha il diritto di pensarla diversamente, ma non deve mancare il rispetto delle posizioni degli avversari».
La notizia della morte l’hanno data i figli a un’agenzia di stampa: «Alain Fabien, Anouchka, Anthony, oltre che il suo cane Loubo, hanno l’immensa pena di annunciare la dipartita di loro padre. Si è spento serenamente nella sua casa di Douchy, con accanto i suoi figli e i suoi familiari… La famiglia vi chiede di rispettare la propria intimità in questo momento di lutto estremamente doloroso». È significativo che tutti tre l’abbiano annunciato insieme, considerato che Anouchka si era opposta alla volontà di Anthony di predisporre l’eutanasia, sembra su indicazione del padre. «Non sarà Dio a decidere il momento della mia morte», aveva confessato anni fa a Paris Match. Chiuso e solitario, nella sua villa sul lago Lemano in Svizzera, aveva svelato il proposito del suicidio: «Ci penso spessissimo. Vivo davanti ai miei occhi la scena di quel momento. Il difficile è non farlo».
Tutto veniva dal passato di «bambino infelice», assicurava. Dopo la separazione dei genitori, la madre lo affida a una famiglia adottiva, ma trascorso qualche anno, è assegnato a un collegio di suore a Issy-les-Molinaux. Il dolore germina il temperamento ribelle. Cambia parecchie scuole, abbandona gli studi e si arruola paracadutista in un corpo militare destinato alla guerra in Indocina, dove trascorre cinque anni (di cui 11 mesi in prigione per indisciplina). Tornato in Francia, fa il cameriere, il facchino ai mercati di les Halles, il commesso, l’attore marginale. S’invaghisce di Brigitte Auber, anche lei giovane attrice, che gli presenta Jean-Claude Brialy, con il quale va al Festival di Cannes, dove il suo aspetto viene notato. Era già «un pericoloso veicolo di disordine, tradimenti e tentazione», scrivono di lui. Arrivano le prime proposte. Si trasferisce a Roma presso il fotografo Gian Paolo Barbieri. Nel 1958, sul set di L’amante pura, conosce Romy Schneider, il grande amore della sua vita. Con lei interpreta una mezza dozzina di pellicole di successo come La piscina e Delitto in pieno sole (dal Talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith). Nei primi Sessanta sono la coppia più bella e invidiata del cinema. Si rompe con l’avvento della modella Francine Barthelémy, che si spaccia per sua sorella, prende il nome di Nathalie Delon e sarà la madre di Anthony. A Romy, Alain annuncia l’addio con un biglietto: «Mi dispiace. So che ti avrei reso infelice. Parto per il Messico con Nathalie. Ti auguro ogni bene». Le avventure si susseguono. Ma quando recita una prima volta con Brigitte Bardot la scintilla non scocca. Lui è troppo preso da sé stesso, sostiene lei: «All’epoca non pensava che ai suoi occhi azzurri e alla sua faccina d’angelo». Nel 1968, sul set di Tre passi nel delirio, «avremmo potuto amarci… ma non successe niente». L’unione con Nathalie, invece, naufraga dopo quattro anni. Mireille Darc resiste al suo fianco più a lungo, ma l’elenco dei flirt è infinito: Dalida, Sidney Rome, Dalila Di Lazzaro, Anne Parillaud, la Nikita di Luc Besson, Catherine Pironi. Fino a quando si lega alla modella olandese Rosalie von Bremen, dalla quale ha Anouchka e Alain Fabien. Quando il Novecento tramonta, declina anche il suo protagonismo cinematografico. E, come per Paul Newman, anche per lui, fioccano i premi alla carriera, quasi una riparazione della critica internazionale, disposta a ripagare un interprete cui, in parte, hanno fatto velo le doti estetiche.
Nel 2019 è colpito da ictus. Nel gennaio 2023 si annuncia che soffre di un linfoma a evoluzione lenta. «Faccia d’angelo», lo si capisce, non si rassegna alla vecchiaia: «Invecchiare fa schifo. Non puoi farci niente, l’età si fa sentire. Non riconosci la faccia, perdi la vista», dichiara. «Lascerò questo mondo senza sentirlo. La vita non ha più nulla da offrirmi, ho visto tutto, ho sperimentato tutto. Ma soprattutto odio l’era attuale, mi fa male. Tutto è falso, tutto è stato sostituito, non c’è rispetto per la parola data, ora tutto ciò che conta sono soldi e ricchezza. So che lascerò questo mondo senza dispiacermi».
La prima notte di quiete è appena trascorsa.

 

La Verità, 19 agosto 2024

«In Zamora racconto come si vince la timidezza»

Una storia sana, sorridente e di superamento del limite. Una storia ambientata nella Milano prima di quel Sessantotto che ingrigì lo slancio del boom e del beat, la leggerezza della lambretta e della minigonna, la positività di Il mondo di Jimmy Fontana. C’è tutto questo in Zamora (dal nome di un leggendario portiere spagnolo ndr), film tratto dal romanzo di Roberto Perrone, giornalista e scrittore morto prematuramente poco più di un anno fa al quale è affettuosamente dedicato. Prodotto da Pepito, diretto dall’eclettico Neri Marcorè qui all’esordio da regista, con un cast indovinato, è uno di quei film che ha nel passaparola la migliore promozione.
Marcorè, finora nei suoi profili si leggeva «attore e imitatore», bisogna aggiornarli con una terza voce?
«Direi di sì, il debutto alla regia è un dato di fatto».
È stata la storia che ha trovato lei o il contrario?

«È stata la storia che, attraverso vari passaggi, mi ha indotto al debutto. Pensavo fosse adatta al mio modo di raccontare, peraltro tutto da sperimentare».
Aveva già deciso di dedicarsi alla regia?
«Da alcuni anni, ma l’idea si è concretizzata quando ho proposto il romanzo di Roberto Perrone al produttore Agostino Saccà».
Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Claudia Gerini e ora lei, tanti attori e attrici che passano dietro la camera da presa sono una coincidenza?
«Credo sia un legittimo prolungamento dell’esperienza acquisita da interpreti. A un certo punto viene la curiosità di misurarsi con la direzione di altri colleghi e colleghe, di gestire una macchina complessa e affascinante come quella del set».
È la voglia di provare un’esperienza diversa, la ricerca di una nuova carriera, un senso di maggior sicurezza nell’auto-dirigersi?
«Innanzitutto, è un desiderio fine a sé stesso. Poi il futuro dipende dal presente. E considerato che per me è stata un’esperienza anche umanamente molto positiva vorrò ripeterla. Mi invogliano a farlo il gradimento che riscontro alle proiezioni e la gente che mi chiama per dirmi che apprezza tantissimo il film. Dopo questo risultato l’idea di farne un altro è naturale. Anche se non mi pongo tempi e scadenze».
Conosceva i libri di Perrone o lui personalmente?
«Ho conosciuto prima Zamora, che ho letto vent’anni fa. Poi ho conosciuto lui e siamo diventati amici. Infine, ho letto tutto di lui, mi piaceva molto come scriveva».
Che rapporto avevate?
«Parlavamo di libri, di cucina, di sport… Quando ci siamo ci siamo incontrati, anche se non ci vedevamo spessissimo, abbiamo cominciato a chiacchierare e a condividere le cose della vita».
Gli sarebbe piaciuto il suo adattamento? E alla moglie è piaciuto?
«Perrone aveva letto la sceneggiatura e si era commosso, perciò avrebbe apprezzato il film che ne è diretta conseguenza. La moglie e i figli l’hanno visto a un’anteprima a Milano ed erano molto contenti».
A lei che cosa è piaciuto di Zamora?
«Parla dell’inadeguatezza che attanaglia la vita del protagonista. E siccome, in qualche momento capita di sentirsi inadeguati, è una storia che in qualche modo ci riguarda tutti».
Chi è Walter Vismara?
«Un giovane uomo che proprio a causa di questa inadeguatezza preferisce non gettarsi nella mischia. Ma è la vita stessa che lo chiama a buttarsi. Capita a tutti di imbatterci in situazioni che non avevamo previsto e alle quali dobbiamo adeguarci attraverso scelte e comportamenti che non immaginavamo».
È l’antesignano dei nerd di oggi, uno sfigato che si riscatta, uno che capisce che non vuole avere rimpianti?
«Non è affatto uno sfigato, perché ha la sua zona di conforto dalla quale non vorrebbe uscire per evitare sorprese. È un calcolatore, come il suo mestiere induce a pensare».
Il calcolatore da contabile che si porta sottobraccio gli dà sicurezza?
«È un simbolo di questo suo atteggiamento».
Con la timidezza come la mettiamo?
«Fa parte del suo carattere. È sia causa che effetto dell’inadeguatezza che non lo aiuta nelle relazioni sociali».
Lei è timido, Marcorè?
«
Lo sono stato molto, da ragazzo. C’è molto di me adolescente in quel personaggio».
Avrebbe potuto interpretarlo lei?
«Se fosse stato un progetto di vent’anni fa, sì. A distanza di tempo ho preferito ritagliarmi un altro ruolo e dedicarmi alla regia».
Neri è un nome originale o un diminutivo?
«È così all’anagrafe. Era il nome di un amico di mio padre quand’era piccolo».
Le imitazioni aiutano a superare la timidezza?

«Sì, soprattutto nei primi anni di gioventù sono state un aiuto. L’importante è non restarci troppo dentro».
Come si arriva da Porto Sant’Elpidio, un paese di 25.000 abitanti delle Marche, a dirigere un film di successo?
«Un passo alla volta, dandosi il tempo di crescere e cercando sempre nuovi obiettivi, facendosi guidare dalla curiosità e senza troppi timori di sbagliare».
Che è anche un tratto del carattere delle persone timide?
«Potrebbe esserlo. Ma anche le persone timide sanno essere molto determinate. Anzi, a volte quelle che sembrano molto sicure fanno sempre la stessa cosa, proprio per paura di sbagliare».
Ha avuto dei maestri?
«Nelle diverse forme espressive se ne trovano tanti. A volte anche di cattivi, utili a capire dove non andare. Parlando di cinema un maestro è stato sicuramente Pupi Avati».
Ha recitato in tre suoi film e in uno di Walter Veltroni con il quale ha collaborato all’inizio del Pd: in questa regia c’è più Avati o più Veltroni?
«C’è Neri Marcorè. Non mi sono ispirato a nessuno, ho cercato di trovare il mio linguaggio, la mia sensibilità, il mio gusto per le cose. Imparo da tutti, senza voler emulare nessuno».
È un film che rischia la nostalgia, i promettenti anni Sessanta?
«Non direi. Si racconta una storia ambientata in quegli anni che possono generare nostalgia in chi li ha vissuti, ma non punta sulla nostalgia».
Nel cast c’è la ricerca dei caratteri: com’è arrivato ad Alberto Paradossi?
«Con un provino nel quale mi ha conquistato».
Cavazzoni, il suo personaggio, è ispirato a Ricky Albertosi anche se una delle sue imitazioni più riuscite era quella di Dino Zoff?
«È ispirato a quei campioni del passato che avevano un certo spessore umano. Se dovessi citare un riferimento farei il nome di Enzo Bearzot, espressione di un modo di essere sportivi al Nord, quando ancora non c’era il divismo».
Anche Cavazzoni ha bisogno di una seconda chance?
«L’amicizia con Vismara è una possibilità per ritrovare dignità e risalire la china».
Tutto raccontato anche con la musica di Umberto Bindi e Jimmy Fontana.
«La musica degli anni Sessanta ha fatto sognare, commuovere, innamorare, gioire. Credo che la colonna sonora integrata da Pacifico sia molto evocativa».
Avendo imitato a lungo Zoff, di portieri se ne intende?
«È una coincidenza. Più che altro trovo interessante il ruolo di una figura isolata in uno sport di squadra».
A differenza degli altri giocatori non ha possibilità di recupero?
«È il ruolo di maggior responsabilità della squadra. Non a caso ci si chiede se portieri si nasce o si diventa».
Vismara decide di diventarlo quando trova uno che gli dà fiducia e lo stima più di sé stesso?
«C’è bisogno di trovare o dentro di sé o nell’affetto degli altri qualcuno che ti induca a prendere in mano la tua vita senza restarne fuori».
Come mai ha scelto una storia senza risvolti ideologici per debuttare?
«Mi attraeva raccontare questo personaggio nel quale rivedevo me stesso adolescente. E anche il passaggio dalla provincia alla città come quello che ho vissuto con il mio lavoro».
Qui al centro c’è il calcio, ma lei ama il tennis e lo pratica?
«Sì».
Jannik Sinner le piace più come tennista o come persona?
«Tutti e due. Perché devo scegliere? Le due cose si integrano. È un bravo tennista perché ha una forte mentalità. È forte di testa e anche sul campo».
Che cosa dice all’Italia di oggi un campione così?
«Che si possono raggiungere risultati eccellenti attraverso l’umiltà e l’ambizione, due doti non in contraddizione».
E che cosa dice l’Italia vintage di Zamora a quella di questi anni Venti?
«Due cose. La prima, che essere brave persone porta a essere gratificati nella vita. E la seconda, che non bisogna avere fretta, ma lasciare che siano i tempi commisurati alla nostra natura a guidare le svolte».
È un film che sfiora la carineria?
«Credo ci siano tutti gli ingredienti, personaggi meno gradevoli e altri impacciati che possono risultare teneri. È un racconto che propone uno spaccato di persone nel quale ci si può ritrovare. Non mi pare prevalga la descrizione di un quadro rosa. È una commedia che fa anche molto ridere. La gente esce dal cinema col sorriso».
Il cavalier Tosetto, imprenditore brianzolo e patron della squadra di calcio aziendale è un antesignano di Silvio Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo a Perrone. Personalmente non mi sono ispirato a lui né nella scrittura né nella direzione sul set. Possono esserci somiglianze anche con altri imprenditori entrati nel mondo del calcio».
Come mai il film non è in programmazione proprio a Porto Sant’Elpidio?
«Questo andrebbe chiesto all’esercente del cinema. Comunque, è proiettato nelle sale del comune confinante».
L’industria cinematografica italiana si sta davvero fermando?
«Non lo so, purtroppo. In un momento in cui ci si aspetta il successo da un certo tipo di film poi si ha la sorpresa di trovare altre opere vincenti al botteghino. In questi ultimi mesi vedo che c’è meno lavoro. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto».
Fa bene il ministro Gennaro Sangiuliano a rivedere i criteri dei finanziamenti al cinema che spesso negli ultimi anni hanno sostenuto opere che in sala non trovavano il pubblico?
«Da una parte penso che l’ideologia politica non dovrebbe influenzare la creatività artistica. Dall’altra che sicuramente serve un criterio più attento nel selezionare le opere che meritano di essere sostenute. Ma azzerare le agevolazioni non credo sia una mossa vincente perché il cinema è un’industria. E, se ci si crede, genera guadagni economici oltre che culturali».

 

La Verità, 13 aprile 2024

Ecco il sequel, che non si farà, di C’è ancora domani

Il cinema italiano non ha attributi, manca di coraggio, originalità, gusto dello sberleffo. Al contrario, è conformista, prevedibile e chiuso in consorterie. Mi spiace dissentire da Claudio Siniscalchi e Gian Piero Brunetta, accademici e autorità assolute in materia, che pochi giorni fa hanno previsto un radioso futuro per la settima arte in auge nella nostra Italietta: «Per il cinema italiano c’è ancora (molto) domani», hanno scritto sul Giornale, e si noti l’ottimistica parentesi. Siniscalchi e Brunetta sono partiti da una vecchia intervista di Giovanni Grazzini a Federico Fellini nella quale il maestro di 8 e ½ smontava con il suo stile tra lo snob e il pop l’abitudine a lamentarsi prevedendo la rapida morte del cinema, in realtà, sempre pronto a rinascere dalle sue ceneri. Anche in questi mesi è successo dopo che, a causa della pandemia, si erano registrate la chiusura di molte sale e il radicarsi dell’abitudine alla visione domestica sulle piattaforme. Invece no. Barbie e Oppenheimer a parte, è arrivato C’è ancora domani di Paola Cortellesi che ha trascinato la rinascita e una nouvelle vague italiana, con Io capitano in corsa per l’Oscar. Matteo Garrone compone con Paolo Sorrentino e Roberto Andò il trio delle meraviglie del futuro radioso. E va bene, chi si accontenta gode.

Personalmente vado in direzione ostinata e contraria alla rosea previsione. Non solo perché, come già osservato, salvo rare eccezioni il cinema italiano è appannaggio di dieci registi e dieci registe, dieci attori e dieci attrici, sempre gli stessi e le stesse. E oltre il quale, la stragrande produzione di film e filmetti d’autore, pur confortata dai fondi pubblici, viene proiettata in sale semideserte. No, non è per questo che sostengo che il nostro cinema è tendenzialmente conformista. Lo dico in riferimento alle storie, ai contenuti, all’angolazione delle trame. E perdonerete la lunga premessa, ma serve a spiegare il punto di vista dal quale avanzo la critica.

Vengo al dunque. C’è un romanzo che narra la storia vera, drammatica e particolare di un’importante famiglia della politica, raccontata con la voce di una bambina, poi adolescente, ragazza e donna matura, che attraversa cinquant’anni d’Italia. Questa storia è il sequel reale e non di fantasia di C’è ancora domani. Perché, mentre il film di Cortellesi è ispirato ai «racconti delle nonne», il libro di cui parlo ha al centro la vita vissuta delle mamme. Tuttavia, nessuno ne farà la trasposizione cinematografica perché è una storia non allineata, non ortodossa.

La vicenda muove nei primi anni Cinquanta da Riesi, un paesino della Sicilia profonda dove una bambina viene lasciata dai genitori alla zia, sorella del padre, che la cresce amorevolmente nell’educazione cristiana. L’abbandono è ovviamente traumatico e causa di disturbi dell’alimentazione – lo sarà ancor di più per la sorellina più piccola che morirà desolatamente sola, in ospedale. Quando per la bimba arriva l’età scolare, i genitori, atei convinti che vivono tra Bologna e Roma per dedicarsi alla politica e all’arte, allo scopo di preservarla dai bigottismi della scuola statale decidono di iscriverla a un istituto inglese della capitale. Per lasciarla andare, però, la zia pretende che venga battezzata perché, pensa, il battesimo è un sigillo perenne, antidoto contro il male. Il padre acconsente, ma a sua volta decide che il padrino sarà un suo amico, inveterato anticlericale, militante del Partito radicale di cui il papà è storico fondatore. La faccenda si ripete al momento della cresima cui, dopo la frequentazione della scuola laica ma con insegnamento della religione, la bambina chiede paradossalmente di accedere. La madre dà il consenso e la invita a scegliere una donna con la quale abbia un rapporto di confidenza. In mancanza di alternative, la ragazzina sceglie Liliana Pannella, sorella di Marco. Il quale è, a sua volta, amico del padre e frequenta assiduamente la casa di famiglia. Dove le serate si animano di discussioni fra politici e intellettuali, di utopie, strategie, rivoluzioni dei costumi. Albeggiano i Settanta, la bambina, ora adolescente, si abbevera al carisma degli adulti e partecipa con la madre alle battaglie del Movimento per la liberazione della donna. È una stagione entusiasmante e coinvolgente. I diritti civili, dal referendum sul divorzio alla legalizzazione dell’aborto, sono conquiste faticose, dirompenti e ancora sanamente prive della mielosa patina woke di oggi. La soffitta di Marco Pannella in via della Panetteria, dietro Fontana di Trevi (venduta pochi giorni fa), è meta di politici, poeti, artisti, semplici militanti. Un laboratorio di idee e vite irregolari. Non tutto fila liscio come l’olio, però. Affiorano i primi dissidi perché l’influente padre della ragazza vorrebbe trasformare i radicali in un partito che possa governare, mentre Pannella lo vuol mantenere corsaro e antipotere. Il leader si trasferisce a Parigi, manda lunghe lettere, tenta il suicidio…

Tutto è raccontato nel libro-sceneggiatura di cui sopra. Ci sono i primi segnali di crisi. C’è il congresso del 1975, l’intervento di Pier Paolo Pasolini (letto da Vincenzo Cerami perché PPP è stato ucciso due giorni prima) che mette in guardia dal pericolo di imborghesimento e dal tradimento degli intellettuali. La ragazza ha ora 22 anni e inizia a prendere le distanze dagli eccessi dell’«ideologia edonistica» e dalla «falsa tolleranza». Quando la madre, attrice, pittrice e femminista, si ammala gravemente, l’allontanamento diventa definitivo. Anche perché, assistendola, la figlia si ritrova segretamente a pregare e, lentamente, riaffiora in lei quella fede che da bambina aveva coltivato di nascosto, trasgredendo il regime antireligioso dei genitori.

Questa storia vera, questa sceneggiatura che ha la grazia della letteratura, è un viaggio dai Cinquanta al Terzo millennio che illumina la stagione della militanza radicale, del primo femminismo e racconta un’insolita conversione religiosa. Insomma, è un faro sull’altra gioventù. Purtroppo, nessuno la porterà al cinema. Perché il cinema stesso è figlio del pregiudizio ideologico che tuttora soffoca le casematte della nostra cultura. Lo abbiamo visto nell’accoglienza che (non) ha avuto questo romanzo – scritto durante il lockdown, poco letto e non recensito – quando ne è stata impedita la presentazione nel luogo canonico delle presentazioni, ovvero il Salone del libro di Torino, proprio da un gruppo di neofemministe che, invece, avrebbero avuto molto da imparare se si fossero disposte ad ascoltare. Tutto ciò perché il romanzo è Una famiglia radicale (Rubbettino editore) e l’autrice è Eugenia Roccella, oggi ministro per la Famiglia del governo Meloni.

Il cinema italiano manca di coraggio perché questa storia, che anche la sua protagonista oggi ha rinunciato a proporre, resterà chiusa in un cassetto. Lo dico a ragion veduta, avendo provato a contattare qualche grande produttore e qualche importante regista, ricavandone cortesi e, in qualche caso, motivati rifiuti. Quelli di destra, schematizzo per capirci, non lo possono fare per non esporsi all’accusa di fare propaganda, realizzando una pur grande opera dal libro di un ministro. Quelli di sinistra non lo riescono a fare perché troppo scomodo e poco gestibile con i loro abituali attrezzi del mestiere. Insomma, servirebbe troppo di tante cose per sbloccare la paralisi. Troppo coraggio, troppo idealismo, troppa onestà intellettuale. Tutto ciò che manca al nostro cinema. Per il quale il domani non è così radioso.

 

La Verità, 29 febbraio 2024

«Sound of freedom è vero perciò riempie i cinema»

A volte anche i film hanno strane storie. Percorsi tortuosi e risultati inattesi. Come nel caso di Sound of freedom – Il canto della libertà, pellicola diretta da Alejandro Monteverde e interpretata da Jim Caviezel (Gesù in The Passion di Mel Gibson), Mira Sorvino, Bill Camp e Eduardo Verástegui (qui anche produttore, con Gibson). È un film che racconta la storia vera di Tim Ballard, un agente che lascia il Dipartimento di sicurezza americano per fondare un’organizzazione no profit (Operation underground railroad) e combattere la tratta dei bambini, gestita da una rete di pedofili tra America latina e Stati Uniti. La pellicola è stata subito accusata dalla pubblicistica mainstream di seguire tesi cospirazioniste care alla Qanon. Mentre, in realtà, è stato girato nel 2015 quando Qanon non esisteva.

Dopo le anteprime sold out in Italia, Sound of freedom è stato prenotato dai principali circuiti di sale cinematografiche. Chi ne conosce la storia è poco stupito dall’impatto del film perché già in America aveva battuto blockbuster come Indiana Jones e Mission impossible, incassando 180 milioni di dollari (250 in totale) con un budget di 15. Federica Picchi Roncali, per esempio, fondatrice della Dominus production che lo distribuisce, non è sorpresa. Anzi, ci ha creduto da quando l’ha visto la prima volta, parecchio tempo fa. Perché, alla fine, la storia strana dei film la fanno le persone.

Signora Picchi Roncali, com’è arrivata a Sound of freedom – Il canto della libertà?

«Sono un distributore cinematografico e ho acquistato i diritti».

Gliel’ha segnalato qualcuno?

«Già cinque anni fa me ne avevano parlato. Questo film è pronto da tempo, prodotto dalla 20th Century fox, poi acquisita dalla Disney, che l’ha tenuto a lungo nel cassetto. L’avevo trovato subito interessante, ma dubitavo di essere abbastanza coraggiosa per distribuirlo».

Perché?

«Sono molto sensibile a tutto ciò che riguarda i bambini. Ma poi mi sono accorta che era un film delicato, che non indugia su scene di violenza. Una storia vera raccontata con lo stile del poliziesco e del thriller».

Perché un film viene richiesto dalle grandi catene di esercenti solo dopo le anteprime?

«Perché abbiamo avuto la media spettatori più alta per copie distribuite. E, di solito, gli esercenti danno la precedenza alle major».

Ricominciamo da capo, signora: mi fa il suo identikit?

«Sono una persona di alti ideali. Cerco di agire con la mente, ma in realtà mi trascina il cuore. Perseguo questi ideali occupandomi di messaggi valoriali rivolti soprattutto ai giovani».

Per questo è passata dall’alta finanza al cinema?

«Sì. Dopo la laurea in Bocconi ho collaborato con la Georgetown university di Washington dc e mi sono occupata di consulenze strategiche. Poi sono entrata in JP Morgan a Londra dedicandomi ai mercati in via di sviluppo, infine alla Standard bank, una banca d’affari leader in Sudafrica».

Poi cos’è successo?

«Viaggiando nei Paesi in via di sviluppo mi sono resa conto che la ricchezza di una nazione non sono le materie prime o le riserve auree, di cui quei Paesi sono ricchissimi, ma la cultura che si tramanda ai più giovani».

A quel punto?

«Mentre questa consapevolezza maturava, è avvenuta la morte improvvisa dei miei genitori. Prima mio padre di infarto, poi mia madre di tumore. Avevo trent’anni ed ero molto legata a loro. Ho realizzato che la vita è un battito di ciglia. E che siamo quello che lasciamo. Nei mesi in cui ho assistito mia madre ho trascorso molto tempo a guardare la tv con lei e mi sono accorta della banalità dei contenuti. Ai giovani non proponiamo ideali in cui credere. Questa constatazione mi ha spinto a cambiare e a creare una realtà che potesse portare all’attenzione di tutti storie vere e di bellezza».

La Dominus distribuisce solo film americani?

«Non necessariamente. Il criterio è che si tratti di storie vere, con un contenuto positivo. I protagonisti sono i più diversi, dal generale di Cristiada al cantante di Una canzone per mio padre fino all’insegnante e agli studenti universitari di God’s not dead».

Perché ha scelto un nome latino in un mercato anglofono?

«Il nome completo è Dominus production, quindi un accostamento di latino e inglese perché il mercato è trainato dall’America. Il latino è una lingua ricchissima che ha permesso la comunicazione internazionale. E che, allo stesso tempo, è un segno delle nostre radici che ci permettono di dialogare con chiunque».

Come si regge una società che distribuisce un film all’anno?

«A volte anche due o tre. Noi offriamo un prodotto molto apprezzato da un pubblico che ci segue da anni. È composto da fan della Dominus, una base che negli anni si è molto allargata. Questo pubblico è, in un certo senso, il nostro asso nella manica. Quando propongo un titolo, eventi e anteprime sono sempre sold out. Cinetel è lì a documentare che ho la più alta percentuale di spettatori per sala. In questo modo risparmio anche sulla promozione perché sono gli spettatori stessi a farla con il passaparola».

Un circolo anche economicamente virtuoso?

«Entro certi limiti. In passato, grandi distributori hanno chiesto il mio supporto, ma ho rifiutato offerte economicamente importanti perché il prodotto non era adatto al pubblico che ci segue. Se il criterio fosse solo economico mi sarebbe convenuto rimanere in banca d’affari».

Come sceglie i film?

«Li vedo, spesso dopo le segnalazioni di persone di cui mi fido. Ho una rete di produttori anche in America che ogni due mesi mi mandano le loro produzioni. Se credo che un film sia buono lo condivido con mio marito, che fa altro, ma il cui giudizio per me conta molto».

Come si può spiegare che il nono incasso annuale negli Stati uniti non abbia trovato un distributore più potente della Dominus?

«I distributori potenti c’erano, ma i produttori mi hanno scelto per la mia storia».

Mel Gibson?

«Dopo anni di ferma nei cassetti della Disney la Angel studios e Eduardo Verástegui sono riusciti a liberarlo per la distribuzione. Verástegui mi ha scelto perché mi conosce come distributrice di storie vere che hanno un target numeroso. Il problema è che di solito questi film erano visti nelle assemblee e nelle parrocchie, circuiti invisibili che non venivano conteggiati ufficialmente. Una delle mie battaglie è stata far capire alle associazioni e agli spettatori l’importanza di vedere un film in sala senza aspettare l’arrivo in dvd, ufficializzando la propria presenza».

Li proiettate in circuiti di sale particolari?

«Abbiamo accordi con parecchie multisala del circuito Uci cinema, di Giometti e Lucisano e di molte altre sale importanti. Per questo film, dopo le anteprime abbiamo avuto richieste anche dal circuito The Space».

Sound of freedom fa centro per la storia o per il valore artistico?

«Per entrambi i motivi. Jim Caviezel è straordinario e Alejandro Monteverde si sta facendo conoscere per le sue doti di regista. È un action movie molto accattivante per il pubblico giovane. Il contenuto è importante, ma lo stile del thriller riesce a ponderare la delicatezza del tema con un racconto molto attrattivo».

È un film complottista?

«Assolutamente no, è una storia vera. Rappresenta una serie di operazioni che alla fine si vedono anche nelle riprese reali della polizia colombiana».

Molte recensioni dicono che è un film controverso, strano, rivolto a un target particolare.

«Gli incassi lo smentiscono. È un film che attira preadolescenti, adolescenti, adulti».

Il protagonista della storia, Tim Ballard, l’ex poliziotto che ha fondato l’organizzazione che combatte il racket dei pedofili è stato accusato a sua volta di molestie?

«Sa come funzionano le accuse di molestie in America… Questa accusa non entra nel merito del film e non riguarda le operazioni di Ballard narrate nel film. Finché non ci sono condanne vale la presunzione d’innocenza».

Negli anni scorsi ha distribuito Unplanned, God’s not dead e Cristiada che sono catalogati come film religiosi o di destra. È così?

«A vedere Unplanned sono venuti anche gruppi di femministe che alla fine mi hanno abbracciato e ringraziato. Quando porto un film in sala non punto il dito contro nessuno. Apprezzo le posizioni di tutti e il percorso di ognuno. Le storie vere sono testimonianze e aiutano a riflettere tutti su alcuni accadimenti di cui la società o non parla, come nel caso della tratta dei minori di Sounds of freedom, o lo fa in modo superficiale, come nel caso di Unplanned. Le storie vere servono per mettere in comune un’esperienza, un principio di realtà, come diceva Pier Paolo Pasolini, sul quale tutti possiamo interrogarci e confrontarci da punti di partenza differenti».

Il suo è un cinema militante alternativo a quello mainstream?

«Non scelgo i film perché sono militanti, ma perché mettono in luce aspetti poco trattati. Non cambio la vita a nessuno, promuovo opere che permettono di riflettere».

C’è il pericolo di auto-ghettizzarsi?

«I dati dimostrano che non è così, il pubblico è in crescita. Ne è una riprova il fatto che le major mi chiedono di far loro da consulente. Da quando ho iniziato le platee si sono allargate e variegate. Vado a presentare i film nelle scuole, nelle carceri, nelle comunità di recupero».

Cosa pensa del fatto che tanti film italiani, magari finanziati, rimangono in sala pochi giorni?

«È un problema enorme. Io non ho mai preso un centesimo. Ci sono meccanismi che non rispondono alla logica delle presenze in sala, ma a logiche che stanno in piedi in modo artificiale».

Che film ha visto in sala negli ultimi mesi?

«Lavoro così tanto che non sono riuscita ad andare al cinema».

Mi dica il suo film della vita allora, quello che ha amato di più?

«Shooting dogs, un film bellissimo che parla di un produttore della Bbc durante il genocidio nel Ruanda. Se fossi stata già nel cinema avrei fatto di tutto per distribuirlo io».

La domanda era rivolta alla spettatrice non all’imprenditrice. Ha visto Io capitano, Perfect days, Foglie al vento?

«No. Ho gusti precisi, non le dirò quali per non far torto a nessuno».

Qual è il prossimo progetto?

«Ho in calendario un film da distribuire e uno in produzione. Sarebbe il primo».

Ce ne può anticipare il cast?

«È ancora presto. Sarà una storia italiana che parla del rapporto tra l’uomo e la natura, di un ostacolo da affrontare e del suo superamento».

 

La Verità, 24 febbraio 2024

«Certe serie tv e certi rap influenzano i ragazzi»

Nicola Gratteri è il magistrato più esposto d’Italia. Dopo decenni in prima linea contro la ’ndrangheta a Locri, Reggio Calabria e Catanzaro, dal 20 ottobre è procuratore capo di Napoli. Ha accettato di rispondere alle domande della Verità sulla sua vita, il nuovo incarico e l’influenza dell’industria dell’audiovisivo sulle giovani generazioni.

Dottor Gratteri, quando e perché ha scelto di fare il magistrato?

«È una decisione che ho maturato nel tempo. Quando frequentavo le scuole medie, mi infastidivano gli atteggiamenti dei figli dei boss che facevano i prepotenti. Erano bulli con le spalle coperte, la loro arroganza mi indignava. Non sapevo che ci fossero magistrati, gli unici uomini che per me rappresentavano lo Stato erano i carabinieri, di cui nel mio paese c’era e c’è una caserma. L’idea di fare il magistrato mi è venuta dopo, quando ho capito l’importanza di quel ruolo e della possibilità di fare qualcosa in più per combattere un fenomeno che oggi è diventato dilagante».

Chi erano i suoi genitori?

«Due persone esemplari: oneste e coerenti. Mi hanno insegnato molte cose sull’essenzialità della vita, sulla correttezza. Mi hanno insegnato anche ad amare la terra, a coltivarla, facendomi capire che solo i sacrifici rendono liberi. Mio padre faceva il camionista, poi ha gestito un piccolo negozio di generi alimentari. Mia madre era casalinga ed esigente, rigorosa e amorevole, ma senza tradire troppo le emozioni».

Da ragazzo chi erano i suoi idoli?

«Amavo la musica, ma non penso di avere avuto qualche cantante come idolo. I miei idoli erano tutti all’interno della mia famiglia. Due zii sacerdoti, uno zio avvocato, i miei genitori. Mio zio Antonio, canonico, uomo di grande generosità e umanità. Lo zio Nino, avvocato civilista, comunista, uomo di grande etica, cultura e umanità. Mio zio Francesco, uno dei due sacerdoti, mi ha sempre affascinato per la sua sconfinata cultura. Negli anni Settanta, quando faceva il parroco a Gioiosa Ionica, nella Locride, denunciò apertamente i legami della ’ndrangheta con certa politica e certa imprenditoria, evidenziando l’importanza delle relazioni esterne che da sempre costituiscono l’ossatura del potere mafioso».

Vivere in caserma è una scelta obbligata?

«È una scelta obbligata, non sarebbe facile garantire le stesse condizioni di sicurezza in un contesto diverso da quello in cui attualmente vivo. Mi trovo bene. D’altronde vi passo solo poche ore, dormo poco».

Come descriverebbe 35 anni sotto scorta?

«Una missione vissuta con la consapevolezza di fare qualcosa di utile per la mia terra e per la società in cui viviamo. Un viaggio che continua grazie anche alla dedizione e al sacrificio di tanti agenti che mi proteggono dal 1989».

Quanto le pesa aver condizionato la vita dei suoi famigliari?

«Mia moglie è stata minacciata quando ancora eravamo fidanzati. Hanno sparato alcuni colpi di pistola contro la sua abitazione, dicendole, al telefono, che stava per sposare un uomo morto. Non si è tirata indietro. I figli invece hanno scelto strade diverse dalla mia e ci hanno dato molte soddisfazioni, senza mai lamentarsi. Sono due validissimi professionisti».

 Che accoglienza ha avuto a Napoli? È presto per un primo bilancio?

«Mi trovo benissimo. Ho trovato un ottimo ambiente di lavoro. All’inizio sono stato accolto con qualche scetticismo da alcuni settori della stessa magistratura e dell’avvocatura, ma oggi ritengo di aver instaurato con tutti un buon dialogo. Ho provveduto a riorganizzare l’ufficio, distribuendo gli incarichi e ho cominciato a studiare i vari fenomeni che interessano il territorio. È presto per fare un bilancio, ma sapendo di poter contare su colleghi professionalmente molto validi e su una polizia giudiziaria di altissimo livello, sono certo che faremo un buon lavoro. C’è tanto da fare».

Perché la ’ndrangheta è la più potente delle mafie?

«Le ragioni sono tante, ma ritengo che sia riuscita a crescere nel silenzio, essendo stata a lungo considerata una mafia stracciona, rispetto alle altre, ma soprattutto a Cosa nostra. È cresciuta di importanza per aver gestito enormi traffici di droga, quando lo Stato era particolarmente coinvolto nella lotta alla mafia siciliana dopo la fase stragista. Grazie alla sua struttura familistica, ha avuto poche defezioni e ha acquisito un prestigio internazionale, facendosi apprezzare da altre organizzazioni criminali per la sua solvibilità e per la sua forte coesione interna».

È più credibile perché è più sofisticata?

«Ha sempre avuto lo sguardo presbite, la capacità di guardare oltre il presente. Oggi è molto sofisticata, ci sono clan riconducibili a questa organizzazione che hanno capito l’importanza dell’innovazione tecnologica e informatica. Alcune inchieste hanno accertato la presenza di hacker in Calabria in grado di minare criptovalute, di investire enormi capitali su piattaforme clandestine di trading e usare tecnologia sofisticatissima per comunicare in modo sempre più sicuro, al riparo dalle intercettazioni che sono comunque necessarie ed essenziali in un mondo sempre più interconnesso».

Che cosa rappresenta l’impegno delle istituzioni a Caivano?

«Una testimonianza forte per cercare di cambiare le cose, di liberare i territori dalla paura e dal bisogno. Non bastano però le parole, sono necessari fatti concreti. Bisogna sostenere tutte quelle iniziative che cercano di raccontare in maniera diversa il territorio. Che resistono, che lottano quotidianamente per cambiare le cose, oltre a migliorare le condizioni socio-economiche e culturali di questo territorio».

Perché va nelle scuole a parlare ai giovani?

«I giovani hanno bisogno di testimonianze, di esempi coerenti. Da oltre trent’anni uso le mie ferie per andare a parlare con loro, ma anche con chi è meno giovane e non è insensibile alle tematiche di cui mi occupo».

Perché dice loro che fare il mafioso non conviene?

«Ad arricchirsi è solo l’élite delle mafie. Gli altri sono utili idioti, portatori di acqua al pozzo del capo. Vengono assunti con l’obbligo di non mettere mai in discussione gli ordini che ricevono. Non devono pensare, devono solo obbedire. Guadagnano meno di un bravo artigiano e rischiano di finire in carcere o al camposanto. Penso basti a far capire che quella del mafioso è una scelta di vita poco conveniente».

Che cosa pensa della cinematografia che narra la vita dei boss, da Al Capone a El Chapo?

«Spesso è una narrazione che sfocia nell’epica, facendo diventare eroi dei criminali che non sono mai stati dalla parte dei deboli contro i forti e dei poveri contro i ricchi, come amano far credere. Certe serie televisive esprimono una mitologia della camorra che si prende tutta la scena, senza un barlume di positività a farle da contraltare».

Serie come Gomorra e Suburra hanno creato una mitologia della violenza?

«Bisognerebbe andare oltre il conflitto tra il male e il peggio».

I giovani hanno assunto questi modelli?

«Certe narrazioni diventano modellizzanti, soprattutto quando gli audiovisivi sono l’unico mezzo di conoscenza dei fenomeni criminali, come quelli che incidono sui nostri territori. Le serie televisive finiscono per influenzare le conoscenze di chi non ha mai letto un libro o investito il proprio tempo per aiutare il prossimo».

Non dobbiamo fidarci della loro capacità di distinguere il bene dal male?

«Il male è seduttivo, molto più del bene. Bisognerebbe avere un concetto etico della scrittura. Non si può scrivere e far finta di non vedere. Vale per la scrittura in generale quello che Pippo Fava sosteneva del giornalismo. “Ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana” scriveva nell’ottobre del 1981, qualche anno prima di essere ucciso dalla mafia, “il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”».

Cosa pensa del fatto che nelle loro canzoni i rapper napoletani inneggino ai camorristi che ostentano Suv e orologi d’oro?

«È una narrazione molto discutibile, quando penso a Napoli mi vengono in mente Pino Daniele, i fratelli Bennato, James Senese, Enzo Avitabile. Molti sostengono che quella dei trapper sia una voce di protesta, ma quando assumono atteggiamenti misogini o si fanno riprendere con un kalashnikov in mano non mi sembrano molto credibili o educativi».

Che idea si è fatto del fenomeno Geolier che ha spopolato al Festival di Sanremo?

«Preferiscono non rispondere».

Che cosa può dire un magistrato che conosce la criminalità giovanile a chi ha compiti educativi nella società di oggi?

«L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi dei mafiosi, e la cultura brucia il terreno su cui la malapianta cresce. Famiglia e scuola sono fondamentali nella formazione e nell’educazione dei giovani. È risaputo: la mafia teme più la scuola che la giustizia. La magistratura, le forze dell’ordine possono fare molto, ma se non contrastiamo le mafie anche sul piano culturale, i clan si rigenerano. Come ho più volte ripetuto, gli arresti sono importanti, ma non risolvono il problema. Ci sarà sempre chi andrà a coprire i vuoti. Cambieranno le facce, i nomi, ma non i numeri e la sostanza. L’etica non va insegnata, va praticata, testimoniata e trasmessa. Solo con la coerenza si può coltivare nei giovani il senso di una responsabilità capace di lottare per una società migliore. Ma poi bisogna anche risolvere i mali sociali, ridare speranza ai giovani che cercano un’occupazione, dare risposte a un territorio per lungo tempo abbandonato e lasciato nelle mani di chi non aveva alcun interesse a cambiarlo. Tutti devono assumersi la propria responsabilità».

Lei non divenne ministro della Giustizia del governo Renzi per il diniego del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Poi è arrivata la riforma Cartabia e ora si attende quella di Carlo Nordio. Se fosse ministro quale sarebbe il suo primo provvedimento?

«Non sono ministro e ne sono felice perché faccio il magistrato, un lavoro che ancora oggi mi appassiona. Avevo detto sì a Renzi perché mi aveva promesso carta bianca e in testa allora avevo tante idee per migliorare il settore della giustizia, delle carceri. Ho già detto che uno dei primi provvedimenti da adottare è quello di abolire la riforma Cartabia e di convocare attorno a un tavolo tutte quelle persone che possono realmente contribuire a dare forma e sostanza a una riforma utile e necessaria. Non stiamo andando nella direzione auspicata».

È credente?

«Sono cresciuto in una casa con due sacerdoti. Mi hanno insegnato l’importanza dell’onestà, dell’altruismo e della generosità».

 

La Verità, 17 febbraio 2024

«Sono nottambulo, ma Sanremo dura troppo»

Gigi Marzullo è anche un filosofo. In queste notti in cui Sottovoce è andato in onda all’alba, dopo le serate festivaliere e la splendida appendice fiorellesca, si rivolgeva così al suo pubblico: «La felicità, a volte, è proprio nell’attesa».

Marzullo, lei è un medico che voleva fare lo psichiatra e invece conduce programmi su Rai 1, di solito dopo la mezzanotte: che cosa ci sfugge?

«C’è sempre qualcosa che sfugge… A 17 anni volevo fare il medico chirurgo e mi sono iscritto alla facoltà di medicina all’università di Pisa dopo aver conseguito la maturità classica al liceo Pietro Colletta di Avellino. Ho superato bene i primi esami, ma pio, a vent’anni volevo cambiare vita e diventare un attore. Mi sono trasferito all’università di Napoli, sempre alla facoltà di medicina, e ho iniziato a informarmi per iscrivermi al Centro sperimentale di cinematografia o all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Arrivato al bivio, esame di anatomia o esame al Centro sperimentale, la paura ha vinto sul coraggio e ho scelto quello di anatomia proseguendo medicina, per poi laurearmi superati i 40 anni. Intanto, sono arrivati Radio Irpinia, Tele Avellino, Mattino di Napoli e la Rai Radiotelevisione Italiana. Tutto questo fino ai miei primi 70 anni».

Si è sposato dopo una lunga convivenza con Antonella De Iuliis, celebrante Ciriaco De Mita, sindaco di Nusco. Adriano Galliani testimone però è un’altra cosa che sfugge.

«L’amicizia è come l’amore. Quando ci si imbatte in questi sentimenti si può solo prendere atto di quello che la vita regala».

Quando l’ha conosciuto?

«Più di vent’anni fa al ristorante Garibaldi a Milano. Lo invitai a Sottovoce. Ma in quel momento il Milan non era in un buon periodo e mi rispose che se avesse vinto lo scudetto mi avrebbe concesso l’intervista. Manco a farlo apposta il Milan vinse e da lì è nata la nostra amicizia. Un’amicizia vera».

Anche calcistica?

«No, io tifo Avellino. È la mia prima squadra. Poi ho simpatia per le squadre di cui Galliani è amministratore delegato, prima il Milan, ora il Monza».

Ha superato quarant’anni di lavoro in Rai: ci regala un ricordo, un episodio?

«Ricordo con piacere il primo giorno a via Asiago, il primo contratto come annunciatore in radio, poi il primo contratto da consulente a viale Mazzini. Tra i ricordi spesso mi torna in mente l’incontro professionale con Fanny Ardant a Bari, un mio mito da sempre».

La persona che le ha insegnato di più?

«Ho appreso da tutti. Da Brando Giordani, da Carlo Fuscagni, da un vecchio dirigente che si chiamava Paolo De Andreis, dall’ex direttore di Rai 1, Nadio Delai. Fu Fuscagni a dirmi di aprire la notte di Rai 1. Giordani aveva grande umanità. Un giorno mi vide solo a Viale Mazzini e mi disse: se non hai di meglio da fare t’invito a casa mia, vengono un po’ di amici. Era l’ultimo dell’anno, ci andai. E poi Biagio Agnes, che mi ha assunto».

Era di Avellino come lei e De Mita.

«Di Serino, un paese della provincia. Poi Flavio Cattaneo che, da direttore generale, mi invitò a creare una struttura di rubriche culturali».

Anche Fabio Fazio vanta 40 anni di carriera Rai. Però da quando è andato sul Nove lei non partecipa più al Tavolo. Mentre Amadeus e Fiorello hanno presentato lì il Festival.

«In 40 anni da operaio Rai sono stato sempre in sintonia con l’azienda che è il posto dove finora ho passato più ore della mia vita. La partecipazione a Che tempo che fa è stata un’esperienza esaltante e costruttiva sotto il profilo umano e professionale. Tutto nella vita va, viene e a volte ritorna».

Può tornare anche la partecipazione al programma di Fazio?

«Mi riferivo ai possibili ritorni nella vita in genere. Che tempo che fa? Sono un operaio della Rai e faccio quello che mi dice la Rai».

Esiste o no TeleMeloni?

«Esiste la Rai».

Conduce Cinematografo. Qual è il suo rapporto con il cinema?

«Ho ideato e condotto Cinematografo perché la mia passione per il cinema è profonda, intensa e speciale. La mia adolescenza l’ho trascorsa a vedere tanti film all’Eliseo, il Partenio, il Giordano e l’Umberto di Avellino, spesso al primo spettacolo, da solo. Il cinema mi regala e mi ha regalato in tanti anni sogni, dubbi, speranze, certezze. E qualche piccolo smacco: una volta mi presentai per vedere Zabriskie point che era vietato ai 14 anni. Ma, per pochi giorni, non li avevo ancora compiuti e non mi fecero entrare, con mio gran dispiacere».

Che film ha visto quest’anno?

«Ogni settimana ne vedo molti, per piacere e per lavoro. Ultimamente ho visto C’è ancora domani, Foglie al vento, Io, noi e Gaber».

Io capitano di Matteo Garrone e Perfect Days di Wim Wenders?

«Io capitano non ancora avuto tempo di vederlo. Perfect Days lo vedrò di sicuro».

Quale film ha amato di più?

«Amo le storie d’amore: La prima notte di quiete, Innamorarsi con Meryl Streep e Robert De Niro, Una giornata particolare con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Le storie d’amore con un lieto fine mi regalano serenità».

Conduce anche un programma sui libri. Cosa legge e chi sono i suoi autori?

«Per piacere e per lavoro leggo molto. Libri che raccontano la vita degli altri, libri di filosofia, romanzi sentimentali. I miei autori vanno da Roberto Gervaso a Maurizio De Giovanni».

Più di 5000 interviste a Mezzanotte e dintorni e Sottovoce che quest’estate compirà trent’anni. La più difficile?

«Ogni intervista è un incontro che mi arricchisce e mi aiuta a capire qualcosa anche di me. Non ci sono interviste facili o difficili, ci sono interviste che possono interessare di più o di meno. Per me un’intervista è un momento di crescita umana e professionale».

Quella che le ha dato più soddisfazione?

«Oltre l’incontro con Fanny Ardant, gli incontri con Alberto Sordi, Sophia Loren, Woody Allen e Richard Gere».

Quella che vorrebbe fare e non ci è ancora riuscito?

«All’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ho letto il suo libro autobiografico e ne sono rimasto molto colpito».

Sempre in onda a notte fonda: ci sta bene?

«Sono contento della possibilità che un po’ di anni fa ho avuto di aprire la notte della prima rete Rai. Un’occasione che mi ha regalato emozioni personali e professionali».

Domanda marzulliana: che cos’è per lei la notte?

«Sono più notturno che diurno. A volte la notte mi regala serenità, altre volte inquietudine. Tra la luna e il sole scelgo sicuramente la luna. Ho un fisico più adatto alla notte e meno alle ore mattutine».

Mai desiderato un programma in prima serata?

«A volte ci ho pensato. Ma comunque non lascerei mai la notte».

Le sue preferenze televisive?

«A casa ho una tv in ogni stanza, bagno compreso. In camera da letto ne ho due perché la domenica, per esempio, su una guardo le fiction e sull’altra le partite. Guardo un po’ tutto. I telegiornali e poi da Porta a Porta a Linea notte. Anche qualche film su Cine 34. Quelli con Maurizio Merli, Corrado Pani, i polizieschi degli anni Settanta tipo Roma violenta, Italia a mano armata».

Ultime serie viste?

«La Storia di Francesca Archibugi tratta dal libro di Elsa Morante. Ho visto tutto Il commissario Ricciardi con Lino Guanciale, dove c’è la Napoli di De Giovanni».

Adesso fa anche un programma alla radio.

«Il Marzulliere su Isoradio. Un’ora a settimana di canzoni, libri, persone e chiacchiere in libertà»

Da ragazzo preferiva Mina o Ornella Vanoni?

«Ho conosciuto e incontrato con la complicità delle telecamere Ornella Vanoni; solo per questo dico Ornella Vanoni».

Adriano Celentano o Lucio Battisti?

«Ho conosciuto Adriano Celentano e apprezzo Lucio Battisti, ma non l’ho mai incontrato. Per questo dico Celentano».

Cantautori o gruppi rock?

«Per la mia storia e per la mia età dico cantautori, senza disprezzare i gruppi rock che a volte seguo con interesse e curiosità».

Frequenta i social network?

«Non li frequento, forse per pigrizia. Penso che ognuno possa scegliere cosa fare nella e della propria vita, senza mai invadere la libertà degli altri».

Al venerdì, nel fine settimana, torna ancora ad Avellino?

«Avellino è le mie radici, la mia educazione, la mia formazione. Quando posso ritorno dove tutto è partito. È lì che c’è la casa nella quale ho trascorso i primi anni di vita e dove conservo i ricordi e gli incontri più importanti».

La canzone più amata della storia del Festival di Sanremo?

«La canzone più amata è Dio come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti».

Che cosa le è piaciuto di più e che cosa di meno di questa edizione?

«Il Festival di Sanremo rappresenta il nostro Paese. È una festa che aggrega giovani, meno giovani, donne, uomini e bambini. Uno spettacolo per tutti. Seguo da sempre Sanremo, mio papà alla fine dell’edizione comprava sempre tutti i dischi. Il momento che ho apprezzato di più di quest’anno è il toccante racconto e la breve esibizione di Giovanni Allevi. Quanto al lato negativo, forse farei durare di meno le serate».

Ha mai pensato di condurlo?

«Quando lo vedo, compreso quest’anno, ci penso. È ovvio che condurrei Sanremo come sono io e come so fare. Sicuramente sarebbe un Festival un po’ antico, ma l’antico può essere moderno. Solo la vecchiaia non può diventare gioventù».

Qual è la sua più grande ossessione?

«La morte. La trovo una grande ingiustizia. Scherzando ma non troppo, a volte dico che nasciamo già con il cancro e il cancro è sapere di dover morire. La vita è un intervallo tra la nascita e la morte».

È un pensiero che fatica a rimuovere?

«Ci penso sempre, purtroppo a 70 anni ancora di più. Mia madre mi diceva: <Perché ci pensi sempre? Dovrò morire prima io>».

Un’ossessione più leggera?

«Il cibo. Anche se mangio sempre le stesse cose, gelati, pasta e verdura. Non amo il salato».

Un hobby, un’abitudine personale, uno spazio solo suo?

«Mi piace passeggiare da solo. In mezzo alla gente, anche nel centro di Roma, magari per fare shopping o guardare i negozi. E poi mi piace oziare».

Dove?

«Posso stare anche diverse ore seduto in un bar. A guardare la gente».

 

La Verità, 10 febbraio 2024

 

«Gaber uomo libero, la sinistra doveva ascoltarlo»

Per una volta si può dire «il marito di». Riccardo Milani lo è di Paola Cortellesi e, anche se lui, giustamente, recalcitra con un sonoro «no» quando lo provoco, da lunedì competeranno al botteghino. Ha ragione: C’è ancora domani, diretto e interpretato da sua moglie alla prima regia, pluripremiato alla Festa di Roma, è in vetta agli incassi, mentre Io, noi e Gaber, pure passato a Roma, è «solo» un documentario (prodotto da Atomic con Rai Documentari e Luce Cinecittà, distribuito da Lucky Red) che andrà nelle sale come evento speciale il 6, 7 e 8 novembre.

Giorgio Gaber ci manca da vent’anni e ritrovarlo ora nei monologhi in tv e a teatro («Fisicamente non ce la faccio a essere di destra. Ma come mi fanno incazzare quelli di sinistra…», ai tempi della candidatura di Ombretta Colli in Forza Italia), al fianco di Enzo Jannacci, Mina e Celentano e nei ricordi di chi l’ha frequentato, è un regalo oltre che per i suoi cultori anche per il grande pubblico. Il cinema di Milani, da Buongiorno Presidente! a Come un gatto in tangenziale, ha l’ambizione di coniugare contenuti e linguaggio pop e dunque non c’era regista migliore per raccontare un artista che è stato coscienza critica e grande uomo di spettacolo.

Questo documentario è un’idea sua, della Fondazione Giorgio Gaber o di qualcun altro?

«Con la figlia, Dalia Gaberscik, ci eravamo già sfiorati in passato, poi due anni fa mi ha chiamato: “Nel 2023 saranno vent’anni dalla morte di mio padre e vogliamo fare qualcosa. Sappiamo quanto gli vuoi bene, facci una proposta”. Da lì è partito tutto».

Lei è romano, Gaber milanese: come lo ha intercettato?

«Già da piccolo ascoltavo Goganga, Torpedo blu, La ballata del Cerutti, Il Riccardo. Poi il suo corpo con quel modo di muoversi si è abbinato a quelle canzoni orecchiabili. Più tardi, diciottenne, ascoltavo i testi del Teatro-canzone. Con quelle riflessioni e le loro durezze arrivavano tanti segnali che riguardavano la nostra vita, il movimento, la politica. Era un punto di riferimento. Provavo a far mia una sua costante: il coraggio, la capacità di seguire la propria strada, anche con una certa rabbia, se necessaria».

Era solo ascolto o anche rapporto personale?

«Era il rapporto di chi andava sempre ai suoi spettacoli quando veniva a Roma. Aspettavamo i suoi concerti e i suoi pezzi come si aspetta una parola importante. Su Gaber ci si divideva molto. Aveva amici, estimatori ma anche detrattori sia a destra che a sinistra. Io apprezzavo la sua semplicità di dire le cose senza filtri o strategie di comunicazione».

A sinistra c’erano anche altri cantautori di riferimento.

«Stimavo molto Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Franco Battiato. Ma la parola di Gaber aveva un’autenticità diversa perché era diretto, mescolava ironia e rabbia. Polli di allevamento fu una mazzata sui denti: ci aveva detto che eravamo passati da movimento a moda».

L’omologazione di Quando è moda è moda.

«Fu quasi un’offesa personale, la denuncia che tutto aveva preso un’altra piega. Come sarebbero andate le cose se avessimo ascoltato di più Gaber? Avremmo imparato a giudicare un’idea per quello che era a prescindere dalla sua provenienza di destra o di sinistra, senza essere ideologici».

In quella canzone denunciava i vezzi delle élite, «le parole nuove sempre più acculturate… che per uno di onesti sentimenti quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia che vi saltassero i denti».

«Un testo attualissimo».

Facciamo che l’io del titolo del documentario sia lei: chi è Gaber per Riccardo Milani?

«Un uomo libero. Credo sia la definizione più giusta».

Gliene sottopongo altre: un grande anticonformista, un benefico scocciatore dell’anima, la coscienza critica della sinistra.

«Tutte hanno qualcosa di giusto. Gaber è stato anche un musicista, un cantante, un conduttore tv, un uomo di teatro che ha inventato un genere. Un grande intellettuale. Che sapeva essere al tempo stesso colto e pop, un passo avanti e un passo indietro».

Il noi del titolo chi rappresenta?

«Tutti noi che dobbiamo fare i conti con lui. Le persone che poi ho incontrato nel mondo della tv, del cinema, del teatro e della politica. È un resoconto che possiamo fare adesso, per capire come il nostro Paese si è trasformato e si sono avverate certe sue previsioni».

Tipo il rimescolamento di destra e sinistra?

«Alcune abitudini che nella sua famosa canzone erano prettamente di destra sono diventate di sinistra e viceversa. Oggi il culatello è consumato anche a sinistra».

Il documentario rischia di mettergli il timbrarlo come uomo della sinistra?

«Non direi. È un lavoro attraverso il quale la sinistra può confrontarsi con lui e rivedere la propria evoluzione».

Ci sono Michele Serra, Fabio Fazio, Ivano Fossati, Claudio Bisio, Pierluigi Bersani, Mario Capanna, naturalmente Sandro Luporini…

«Tutte persone che si misurano con loro stesse e gli errori del passato».

Non ho notato grandi autocritiche.

«Già allora Gaber poteva farci aprire gli occhi. Adesso Fazio ammette che era ridicolo dividere il mondo in due e forse all’epoca non lo pensava. Poi ci sono lo sguardo di un cattolico come Massimo Bernardini, il pensiero di Paolo Dal Bon, Mogol che ricorda che quei militanti fecero piangere De Gregori…».

Mogol non fa autocritica da sinistra.

«Lui e Battisti erano etichettati come fascisti solo perché non facevano canzoni impegnate. Erano anni di follia generale. Io l’ho voluto dire nel cinema, ma vale per la musica, il teatro: la qualità di un prodotto si valuta senza affibbiare etichette».

Qual è il lascito di Gaber?

«Forse la critica al consumismo non legato all’essenziale. La difficoltà della generazione dei padri di trasmettere a quella successiva questa autenticità. E poi l’invito a non delegare, la famosa partecipazione, e ad avere un’identità forte».

Ma la sua generazione ha perso o no?

«Penso che da allora alcune istanze giuste siano arrivate. Se guardiamo alla società di oggi non possiamo non vedere una forte deriva consumistica».

Il lascito può essere anche il primato della sfera esistenziale su quella politica? È la persona nella sua totalità a giudicare anche la politica e non il contrario?

«Ho sempre pensato che nella sfera esistenziale ci dev’essere anche la politica. Viviamo in una comunità. Gaber metteva in guardia dal delegare troppo. Fino a qualche anno fa i votanti erano il 75%, ora siamo al 50%. Cioè, c’è un 25% che non esercita più nemmeno una sana delega».

Quali sono le sue tre canzoni preferite?

«C’è solo la strada, Quando è moda è moda e La libertà».

Ce n’è una o un verso che l’ha ferito di più?

«Mi ripeto “la strada è l’unica salvezza”. Penso che oggi sia fondamentale vivere la società in cui siamo in modo non personalistico, intimistico».

Da lunedì il suo documentario contenderà gli spettatori a C’è ancora domani, il film di Paola Cortellesi in vetta al botteghino.

«Ma nooo».

Certo, non ci può essere gara… Vi aspettavate questo successo o vi ha sorpreso?

«Paola è molto stupita e io sono molto felice per lei. Per il cinema italiano è qualcosa di importante. Il valore di un film è anche l’impatto che ha sul pubblico in un preciso momento. Il fatto che alla fine della proiezione il pubblico applauda in modo spontaneo significa che il film riaccende una scintilla di senso civico, rimasta sopita in molti di noi».

Paola ha recitato in alcuni suoi film: che esperienza è dirigere la propria moglie?

«Non so cosa dire, mi piace molto come attrice perché sa essere tante cose e arrivare al cuore e alla mente delle persone».

Aveva intravisto il suo talento di regista?

«Sì, avevo intuito che è in grado di dirigere un film. E che ha la cifra per parlare a un pubblico trasversale, di bambini e adulti».

Possiamo dire che difficilmente non vi portate il lavoro a casa?

«Invece possiamo dire che molto facilmente non ce lo portiamo. Non frequentiamo feste, terrazze e salotti. Andiamo alle anteprime solo degli amici e a teatro paghiamo il biglietto».

Le avrà chiesto consigli per la regia.

«Zero, non ho voluto sapere nulla. Quando abbiamo fatto film insieme ha visto sul set come lavoravo, stop. Così avrà fatto anche con gli altri registi con cui ha lavorato».

Non le ha chiesto faccio così o colà?

«Non sapevo nemmeno la storia, salvo che era in costume. Ho visto il film finito».

Stento a crederlo. Il successo di questo film dà ragione a Pierfrancesco Favino quando dice che dobbiamo credere di più nelle storie italiane interpretate da italiani?

«Ho sempre pensato che dall’estero arrivano grandi film, ma anche film brutti e sopravvalutati. La scelta degli attori dipende dai produttori e dai registi. Pierfrancesco ha fatto bene a porre un problema d’identità, invitando ad avere maggiore attenzione per la nostra creatività».

Che cosa pensa dei finanziamenti del ministero dei Beni culturali al nostro cinema?

«Penso che sanità, istruzione, ricerca e cultura siano i pilastri portanti di ogni Paese civile. Il cinema appartiene al nostro patrimonio e va trattato come tale. Poi è possibile che negli anni scorsi qualche errore sia stato commesso e qualche finanziamento sia stato sbagliato. Una volta individuate, le distorsioni vanno eliminate».

In un momento come questo converrebbe ridurre le produzioni e concentrare le risorse?

«Dev’esserci spazio anche per chi il cinema deve rinnovarlo. È giusto investire nel futuro. Altra cosa è disperdere le risorse in tanti film che incassano pochissimo. A volte si promuovono prodotti che un pubblico non l’avranno mai».

O hanno 29 spettatori in sala.

«Magari poi si riscattano sulle piattaforme. Bisogna individuare gli sprechi e anche qualche errore consapevole».

Il cinema italiano è autoreferenziale, espressione di un ristretto circolo di registi, registe, attori e attrici?

«Non lo so. Non ho mai fatto parte di nessun circolo. Amo il mio mestiere cercando di raccontare storie che trovino il pubblico. Qualità vuol dire anche essere popolari. L’autorialità a tutti i costi può rivelarsi dannosa».

Ha già in mente il suo prossimo lavoro?

«Sto montando il film con Antonio Albanese e Virginia Raffaele che uscirà a gennaio e s’intitola Un mondo a parte».

Quale sarebbe questo mondo?

«Un minuscolo paesino di montagna».

Gaber cantava: «Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva,
la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti». Sbagliava?

«Non sbagliava. Penso che la qualità di un film non dipenda dall’appartenenza politica di chi lo realizza. Purtroppo ci sono stati anni in cui il cinema è stato giudicato con questo parametro. Ed è stato un errore».

 

La Verità, 4 novembre 2023