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«Con la scrittura aiuto i pazienti a svelarsi»

A Davide Bregola piace la gente fuori dagli algoritmi. Scrittori e scrittrici che non frequentano i talk show, i social e non scrivono sui giornaloni. Gavino Ledda, Aldo Busi, Rocco Brindisi, Carmen Covito… Anche lui, scrittore a sua volta e firma delle pagine culturali del Giornale, è un tipo strano: «Mantova ne è piena», ammicca. Autore di spettacoli dei burattini e animatore di corsi di scrittura per pazienti psichiatrici, l’ultimo suo saggio s’intitola I solitari. Scrittori appartati d’Italia (Oligo editore). Chi sia Davide Bregola lo s’intuisce da due fotogrammi.

Il primo: un cinquantenne con figlia di due anni.

«Fino a qualche tempo fa ero un Peter Pan che aveva fatto della letteratura uno scopo di vita. La qual cosa si presta a tante considerazioni».

Tipo?

«Pensavo che la cultura e i libri fossero un motivo esistenziale. Molti degli incontri fatti nell’arco della vita avevano come scopo la divulgazione letteraria».

Invece?

«La nascita di Chiara e la pandemia mi hanno fatto cambiare registro. Non solo nella vita, anche nella scrittura. I ritratti d’autori dell’ultimo libro non li avrei scritti così, prima. Con quella libertà stilistica che ha scardinato le formule abituali».

La vita spiazza la letteratura?

«La stimola e quindi sì, la spiazza. La letteratura lievita quando nella vita accadono delle cose. Dostoevskij è diventato lo scrittore che conosciamo da sopravvissuto, sfuggito alla condanna a morte. Aveva visto negli occhi la fine».

Ferdinando Camon sostiene che Scrivere è più di vivere, come s’intitola uno dei suoi saggi.

«Da autore del Novecento, ha costruito la sua vita su questa idea».

Per uno scrittore la letteratura è tutto?

«Non vorrei darne un’idea edulcorata. La letteratura è uno strumento, un linguaggio che aiuta. Ma non la baratterei con la vita, che è più forte e potente».

Il secondo fotogramma risale ai primi anni Novanta: facoltà di Legge, ma professione scrittore e consulente editoriale.

«Ho studiato a Ferrara, ma da figlio di proletari sarebbe stato problematico conquistare una cattedra. Avrei atteso decenni. Allora in alcune facoltà persistevano le classi sociali e durante gli esami qualche professore chiedeva che lavoro facevano i nostri genitori».

Com’è nata la passione per la scrittura?

«L’ho sempre avuta. A 23 anni bazzicavo la redazione di Transeuropa ad Ancona. C’erano Enrico Brizzi, Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi… Era il mondo di autori nato da Pier Vittorio Tondelli. Lì ho capito che mi attraeva di più approfondire la letteratura delle leggi».

Dopo questo saggio lei è uno scrittore di scrittori?

«Tanti anni fa mi hanno folgorato le interviste di Camon pubblicate in due volumi Garzanti, Il mestiere di scrittore e Il mestiere di poeta. Quelle conversazioni erano letteratura. Vuol dire che si può raccontare la contemporaneità dell’Italia attraverso gli scrittori, in questo caso appartati. Perciò la definizione di scrittore di scrittori non mi dispiace. Questa piccola galleria di ritratti fa il paio con la raccolta di colloqui con autori stranieri che ho pubblicato a fine anni Novanta. Mi è sempre piaciuto ascoltare storie, da bambino mi stregavano i racconti dei vecchi sulla guerra».

Esiste una letteratura della pianura?

«Alcuni di quelli presenti nel libro sono scrittori di pianura. In genere mi piace incontrare le persone nei loro territori. Quando vado in un posto cerco di conoscerne prima l’immaginario. Da ragazzo leggevo Giorgio Bassani prima di andare a Ferrara…».

Chi pensa di non avere una vita interessante può scrivere un’autobiografia raccontando le vite degli altri?

«Proprio grazie alla letteratura credo di condurre una vita interessante. Da cinque anni lavoro in un centro psichiatrico e faccio scrivere i pazienti. Ho fatto per tanto tempo spettacoli dei burattini come Guido Ceronetti e Gianni Rodari. Ho avuto l’opportunità d’incontrare i bambini nelle scuole e gli anziani nelle case di riposo».

Come si insegna scrittura ai pazienti psichiatrici?

«È un breve corso fatto in collaborazione con la Asl e il reparto psichiatrico. Il primo momento si compone di brevi lezioni frontali di narrativa e poetica, il secondo è un momento di scrittura, il terzo di condivisione. Grazie alla scrittura molti pazienti raccontano aspetti della loro vita altrimenti inenarrabili. Scrivendo riescono a dire con precisione ciò che non saprebbero dire a voce. Così la scrittura è una maschera e allo stesso tempo una forza di verità. Dopo il Covid, che aveva bloccato tutto, abbiamo ripreso. Il tema di quest’anno sono le emozioni. Io stimolo i pazienti e volo anche alto. Loro mi seguono e spesso mi sorprendono».

Tornando agli scrittori, cosa la incuriosisce delle loro scelte di solitudine?

«I solitari sono di tre tipi: quelli che lo sono per carattere, quelli che lo sono diventati dopo un grande successo e i solitari perché ancora non riconosciuti. Mi affascina questa scelta quasi monacale. Il romitaggio, in qualche modo, ha a che fare con la spiritualità ed è l’opposto del marketing».

Per molti l’isolamento è la condizione per creare, per altri una scelta esistenziale.

«Bisogna essere portati per la solitudine. Tante persone non riescono a stare sole con sé stesse. In qualche caso dentro quella solitudine è avvenuto qualcosa che l’ha trasformata in una forza. Mi piace perché va controtendenza al mainstream che ci propina continuamente il paese dei balocchi nel quale le merci danno la felicità».

Perché alcuni come Lara Cardella, Carmen Covito o Gavino Ledda si ritirano dopo esser stati molto visibili?

«Cardella e Covito sono nate come prodotto televisivo. Erano ospiti fisse del Maurizio Costanzo show e dei giornali che facevano opinione. Quando i media hanno spento i riflettori è avvenuto il cambiamento. Quella di Gavino Ledda invece è stata una scelta».

Anche Aldo Busi è stato molto visibile sui media.

«Lui è un solitario per scelta che ha conosciuto la popolarità televisiva più che letteraria. Era noto per L’Isola dei famosi non per Seminario sulla gioventù. Una volta mi ha detto che “il mondo non segue più una trama, ma si esprime con un linguaggio frammentato”. Accorgendosi di non appartenere a questo mondo, ha preferito isolarsi».

Per un problema di linguaggio?

«In un mondo che ha perso molte parole chi possiede un vocabolario ricco si autoesclude perché risulta incomprensibile».

I colpevoli sono i social media?

«Semplificano, frammentano, riducono il vocabolario attivo delle persone. La solitudine e la marginalità sono un destino segnato. Nel caso di Busi non è subito, ma voluto: lui rimane battagliero e incazzoso».

Giovanni Lindo Ferretti rappresenta una variante diversa?

«Ha riabbracciato le sue radici e la casa degli avi, che ha ristrutturato. Il suo è un romitaggio consapevole».

Altri sono solitari da sempre, come Francesco Permunian.

«È un dissacratore degli stereotipi nazionali, predisposto alla polemica. La letteratura e la curiosità lo hanno salvato dal diventare prevedibile, nelle sue furie».

Cosa mi dice di Vitaliano Trevisan?

«Con la sua intelligenza è arrivato a vertici del pensiero e della psiche difficili da sostenere. Tutti siamo esseri fragili per reggere certe vette, lui in modo particolare».

Come va catalogato Gianni Celati?

«È il maestro dello sguardo. La sua solitudine è fatta di partenze perché è sempre in movimento. È stato in Francia, ora è a Brighton, perciò non è mai al centro del dibattito. Parlando da lontano lo poteva sentire solo chi aveva un buon udito. Così è diventato un classico».

Raccontare questi scrittori è una forma di contestazione?

«Prima di tutto è il tentativo di creare una piccola epica della figura dello scrittore e della scrittrice. Poi è una forma di divulgazione di libri degli altri, da Padre padrone ai romanzi di Rocco Brindisi…».

C’è anche la contestazione del luccichio e delle mode?

«Mi attrae di più la potenzialità di chi è in disparte rispetto a chi rappresenta il mainstream, che tende a consumare tutto nell’esposizione».

Contestazione del circuito scrittura creativa, salotti, premi letterari, giornali?

«È la scelta consapevole di fare un’altra strada. Le compagnie di giro le conosco, ma vado altrove».

Se dovesse scegliere uno di loro con chi condividerebbe una vacanza?

«Con Simona Vinci perché è bella e amo le donne. La persona che vorrei approfondire è Rocco Brindisi, un maestro elementare, molisano invisibile. Non trovando una sua foto, sul Giornale hanno dovuto mettere un’immagine della piazza della città in cui vive».

Cosa vuol dire per uno scrittore vivere a Mantova, città del Festival della Letteratura?

«Incontrare grandi autori in luoghi insoliti è un’occasione per mettere in moto l’immaginario. Gli scrittori sono persone pittoresche, ma anche molto normali. Vedere un premio Pulitzer come Michael Cunnigham, perdere la pazienza in un negozio di scarpe perché non trova il suo numero è divertente».

Anche lei per un certo periodo ha fatto vita eremitica: cos’era successo?

«Dopo una serie di esperienze, a 45 anni ho pensato che pulirmi e stare un anno fuori mi avrebbe aiutato a sedimentare i fatti».

Ho letto che aveva «le tasche piene delle persone».

«Avevo fatto il direttore artistico di un festival, il ghostwriter per persone famose, vivendo con loro… Mi era più chiaro come va il mondo e volevo staccarmene per un po’».

Che cosa ne ha tratto?

«Intanto un libro, Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante (Avagliano). Poi l’idea che a volte il silenzio è più forte delle parole e una certa pulizia aiuti a prendere decisioni».

Dopo quanto è tornato in società?

«Dopo un anno. Avevo una compagna. Sono tornato a Mantova nel dicembre 2018 e un paio di mesi dopo abbiamo concepito Chiara».

Perché faceva spettacoli con i burattini?

«C’era un intento didattico: con i burattini e le filastrocche s’impara la metrica della poesia. Sono andato a Ginevra dove sono esposti i burattini di Paul Klee, ho preso i cataloghi, li ho fotografati e riprodotti. Con la pandemia si è fermato tutto, adesso mi hanno chiesto di ricominciare, ma quel tipo di messa in scena non m’interessa più».

Li farà per sua figlia?

«Sì, lei ha l’esclusiva».

 

La Verità, 4 dicembre 2021

«Tv e giornali sono pieni di tronisti della letteratura»

Uno scrittore selvatico. Un autore che sceglie il margine. Solitario, fiero, iconoclasta. Posseduto da una furia lucida e distruttiva. Contro la religione e tutte le chiese, compresa quella dell’editoria e dei salotti letterari. La politica l’ha abbandonata svariati decenni fa. La televisione la evita. La tecnologia e i social li usa il meno possibile. Originario del Polesine, vive a Desenzano del Garda, dov’è stato a lungo bibliotecario comunale (quella biblioteca affacciata sul lago è un posto eletto). I suoi libri sono sassate, gorghi neri, storie di perversioni ordite in una cornice grottesca che svela una satira mostruosa e amara. Sto parlando di Francesco Permunian: «Ho compiuto 70 anni e non devo fare alcun esercizio di paraculaggine perché non appartengo ai tre ambiti che sostengono la produzione letteraria in Italia».

Quali sono?

«Le università, le scuole di scrittura e i media. L’emblema di queste sinergie era Umberto Eco. Anni fa Ferdinando Camon, che gentilmente aveva presentato un mio libro, mi disse che per imporsi serve un buon editore e la collaborazione con un giornale. Invece il mio istinto mi porta a starmene fuori dalla pista del circo. Se entro anch’io nella pista non posso più scrutare le maschere. Poi c’è l’orgoglio di chi è nato in un paesino tra l’Adige e il Po nel 1951, anno della grande alluvione».

Come si esprime questo orgoglio?

«Se riuscirò ad affermarmi lo farò solo per il valore della mia scrittura, della mia qualità letteraria. Questa è stata la sfida di tutta la mia vita. In un diario di Valentino Zeichen, il poeta muto della Grande bellezza di Paolo Sorrentino, ho trovato questa riflessione: “In una società come l’attuale, dove tutti hanno ambizioni letterarie, che centuplica di anno in anno gli autori, la probabilità di venire letti in un futuro prossimo è pressoché nulla. Poiché il mercato suddivide la notorietà passeggera fra tanti autori, interscambiabili, è preferibile che l’eccezione non si manifesti per non essere d’intralcio”».

Cosa voleva dire?

«Zeichen viveva orgogliosamente al margine, come uno spatriato nella patria delle belle lettere. E non si manifestava per non essere d’intralcio all’andazzo letterario generale».

Il suo ultimo libro, Giorni di collera e di annientamento, pubblicato da Ponte alle grazie, è un anti-romanzo?

«È un romanzo che disobbedisce alle regole delle scuole di scrittura oggi tanto in voga: quindi, sì. Non è un ovetto confezionato secondo i loro dettami da manuale scolastico. Non è il frutto di una ferita di plastica e senza sangue, anche se tecnicamente perfetta».

Dove nasce la sua furia contro il mondo dell’editoria e la religione bislacca?

«La storia inizia e finisce con le anguane, figure palustri mostruose della mitologia. Le immaginavo nella grande palude in cui si era trasformato il Polesine dopo l’alluvione. Appartengono a quel sacco amniotico adolescenziale che mi ha influenzato psichicamente prima che letterariamente. Queste anguane, silenti nel percorso del libro, rispuntano per partecipare al sabba finale. Dalla palude del Polesine a quella dell’editoria, anch’essa popolata di mostriciattoli, il passo è breve».

E la religione?

«È l’altro bersaglio. Tuttavia, in questo libro nichilista dalla prima all’ultima pagina, c’è un barlume, un chiarore antelucano che il protagonista intravvede in lontananza, scrutando la Strada dei crocefissi che i pellegrini percorrevano a piedi nel secolo scorso. Come fece David Herbert Lawrence con la sua compagna prima di fermarsi sul Garda ad abbozzare L’amante di Lady Chatterley. È la mia idea giansenista di religione, pura e lontana dal potere clericale. Altrettanto, vorrei la letteratura immune dalla corruzione dell’editoria».

Il protagonista del libro, un crooner di provincia che vorrebbe diventare il nuovo Fred Bongusto, vince il Premio Strega cui lo iscrive il suo manager. Cosa vuole esprimere con questo corto circuito?

«La casualità e l’arbitrarietà dei premi. Roberto Vecchioni fa parte della giuria del Campiello, Walter Veltroni ne è il presidente. È l’esempio plateale di come la letteratura sia ridotta a mondanità e marketing editoriale».

Da dove ha tratto la storia di don Fifì che rinuncia alla carriera canora dopo aver vinto il premio Strega?

«Eravamo al Castello Sforzesco per la presentazione di La terra della prosa – Narratori italiani degli anni zero di Andrea Cortellessa. Con me c’era Eugenio Baroncelli, un autore molto apprezzato che pubblica da Sellerio, che m’invitò a Ravenna. Dove scoprii che era un cantante di un gruppo rock. È lui, in un certo senso, ad aver ispirato la figura del mio protagonista».

Le scuole di scrittura sono posti così meschini?

«Sono centinaia in Italia. Anche a causa dei bassi compensi dei giornali, ho diversi amici che ci lavorano per arrotondare. Non ne possono più, loro per primi vedono che è inutile. Non si diventa scrittori perché ti danno il diploma della scuola. La voce per cantare o ce l’hai o non ce l’hai. Pietro Citati diceva che la grande scrittura non si insegna, tuttalpiù si può insegnare a scrivere decorosamente».

Sbertuccia i vincitori dello Strega che diventano pastonisti dei grandi quotidiani.

«Sono la maggior parte, devono mantenere visibilità. Se lo sai gestire bene lo Strega è un’assicurazione sulla vita. Come lo Zecchino d’oro o il Festival di Sanremo».

Un editor che va a Predappio sul sidecar di fabbricazione teutonica di una naziprostituta è il peggior sberleffo alla letteratura da talk show della domenica sera?

«È una presa per il culo che manda a ramengo tutta l’intellighenzia radical chic. Io prendo in giro il potere, la politica e la religione, salvo solo la scrittura. Non mi ammorbidiscono né i salotti della sinistra né quelli che sono contro i salotti della sinistra».

Però non tutti i vincitori dello Strega sono malvagi, Emanuele Trevi elogia la sua scrittura nella fascetta promozionale del romanzo: è una contraddizione?

«No, assolutamente. Il suo apprezzamento non ha a che fare con lo Strega vinto nel 2021, Trevi è un estimatore della mia scrittura da 20 anni. Fu il primo a lodare Cronaca di un servo felice, il mio primo romanzo rifiutato da una trentina di editori. In caso di ripubblicazione si è detto pronto a scriverci un saggio».

Cosa intende per librificio?

«È la produzione sfrenata di romanzi e romanzetti. E un romanzificio, soprattutto. Le piccole editrici sono con le spalle al muro e quindi investono sulla quantità. Chi resta a galla dopo due o tre settimane viene ripubblicato, gli altri scompaiono. Vellicando il narcisismo imperante, le scuole di scrittura hanno trasformato l’editoria in un reality di massa. Come i telespettatori i lettori non vogliono più fare il pubblico, ma salire sul palco come avviene nei reality».

Che cosa pensa delle classifiche di vendita?

«Alberto Arbasino diceva che valutare la letteratura in base alle classifiche è come valutare i ristoranti in base al numero dei coperti. Vincerebbe sempre un Motel Agip dell’autostrada».

Sono farcite di volti tv e di autori del giornalismo militante?

«È il trionfo del fazismo di massa, di cui i tronisti della letteratura sono i corifei. È la società di massa delle lettere».

Un dispositivo indistruttibile?

«Gli editori non sono benefattori, ma imprenditori che devono far quadrare i conti. È inutile arrabbiarsi. Se incassano con i libri di cantanti calciatori e giocolieri, poi magari riescono a pubblicare qualche buon romanzo. Ma non tutti sono Roberto Calasso o Elvira Sellerio che combinavano la qualità con il bilancio».

Mischiando devozioni e perversioni la sua farsa tocca i vertici del grottesco?

«Se guardiamo agli scandali degli ultimi anni, non mi pare di aver inventato nulla. La Chiesa è devastata dalla pedofilia ed è un miracolo che Cristo riesca ancora a tenere in piedi la cattedra di San Pietro. Poi c’è una cosa più sottile: l’ipocrisia del perbenismo cattolico, il quieto vivere piccolo borghese che riduce il messaggio a pratica devozionale. È difficile da smascherare. Io osservo da fuori anche questo spettacolo, forse il più bello e potente, una macchina di potere, preghiere e grida infernali».

Preti stravaganti, prostitute naziste, dentisti sposati con bambole di plastica: è così infernale la provincia?

«È la mia percezione. Rendo tutto paradossale e parodistico per far deflagrare quei personaggi, che altrimenti diventerebbero macchiette».

Non rischiano di esserlo già?

«Il prossimo lavoro sarà intitolato I demoni beati, da una frase di Gottfried Benn, contenuta nel suo saggio Invecchiare come problema per artisti. E sarà ancora peggio! Alzando al massimo il voltaggio rischi infatti di stonare, ma è un rischio da correre».

Nella sua opera, si sente in sottofondo una risata mostruosa e disperata.

«Onestamente è così. Il nichilismo passa per la lotta con il demone, per la paura d’impazzire. Sono le ossessioni con cui devo fare i conti. Uso la scrittura come terapia. Perciò la mia è una letteratura di sopravvivenza, di vita e di morte».

Per l’uomo contemporaneo la salvezza viene dalla tecnologia e dalla finanza.

«Sono cose estranee al mio mondo. Ho altre ossessioni, leggo poesie e diari. La tecnologia e i social li frequento il minimo indispensabile, con l’aiuto di mia figlia. Resto nel sacco amniotico della mia provincia».

Dal quale evade con internet.

«Certo. Oggi, per esempio, ho saputo che nel 2023 l’editore Francisco Magallanes di Buenos Aires pubblicherà il mio libro».

 

La Verità, 6 novembre 2021

Fabula veneta: incontri con scrittori, editori, poeti

Questo libro è una creatura venuta su spontanea. Gratuita come certe piante che spuntano sul ciglio della strada. Piante laterali e strane, difficili da trovare negli erbari o negli album di botanica. Così è questa raccolta, cresciuta a margine della collaborazione con La Verità, la testata per la quale realizzo interviste settimanali e, fra queste, alcune a scrittori, editori e poeti veneti. Era pronta per la tipografia all’inizio dell’anno, ma d’accordo con l’editore abbiamo deciso di rinviarne la pubblicazione a causa dei fatti che tuttora condizionano la nostra quotidianità.

Sono trevigiano di origine e vivo alle porte di Padova, dove sono tornato dopo venticinque anni trascorsi a Milano. Incontrare questi autori è stato un modo di riallacciare i legami con la mia terra e approfondirli. Dopo le prime chiacchierate, qualcuno di loro mi ha sollecitato a farne altre e a raccoglierle. A un certo punto ho iniziato a dar credito a quel suggerimento, non senza un residuo scetticismo. Non sono uno specialista, non sono un critico letterario, non ho le cosiddette letture giuste. Sono solo un giornalista atipico. Curioso delle persone più che amante delle parole. Anzi, per le parole nutro una certa diffidenza.

In un primo tempo questo libro avrebbe dovuto intitolarsi Parole venete. Ma non mi girava bene in testa. In Tracks (Tracce), un film di John Curran del 2013 che narra la vicenda reale di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano per andare a vedere l’oceano, c’è una frase che mi ha colpito. Dopo giorni di cammino solitario quella ragazza si era imbattuta in alcuni indigeni che l’avevano ospitata e con i quali aveva dialogato. «Come?» le aveva chiesto un amico fotografo: «Ci sono tanti modi per comunicare… Le parole sono sopravvalutate».

«Le parole sono importanti», diceva qualcuno. Ed è vero. Ma sono anche sopravvalutate, tanto più oggi. Nella vita quotidiana, in televisione, nei talk show, spettacoli del parlare, e ancor più nei social media, la parola domina, spadroneggia. Senza che, peraltro, ne sia rispettato lo scopo: essere ascoltata. Gli esempi si sprecano. Viviamo in una società sempre più autistica, nella quale le relazioni e i dialoghi veri scarseggiano, chiusi come siamo dentro il nostro ragionamento, la nostra certezza di avere ragione. Così il titolo è cambiato in Fabula veneta, nel tentativo di sottolineare il valore dell’ascolto.

Mi piacciono le interviste perché m’incuriosisce l’altro. L’altra persona. Fare domande serve a soddisfare la curiosità. Perciò, sempre per stare al titolo, abbiamo deciso di inserire la parola «incontri». E di arricchire il contenuto della «fabula» con i ritratti di tutti i protagonisti firmati da Loris Boschieri, in arte Bosk. Non è un libro di discussioni letterarie, di critica, o sui destini della narrativa del Nordest. Ma un’antologia un po’ selvaggia di incontri con persone che scrivono in prosa o in versi e si occupano di libri.

Chi sono veramente questi scrittori? Che vita conducono? Sono solitari, socievoli o social, come si dice oggi? Che cosa sta loro a cuore, oltre il successo delle loro fatiche? L’editore-scrittore-affabulatore Ferruccio Mazzariol mi ha detto: «Io sono convinto che la narrativa sia lo strumento rivelatore più acuto della condizione umana, ancora più della teologia». E la scrittrice-teologa-insegnante Mariapia Veladiano: «I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Queste persone si dedicano alla letteratura in un territorio definito, con qualche sconfinamento fuori dal Veneto. Da qui è sorta un’altra domanda. Tra questi autori ci sono delle linee comuni, un tratto esistenziale o psicologico che li avvicina? Oppure è ancora attuale il ritratto un filo inquietante che dei Narratori del Veneto faceva Guido Piovene: «Al Veneto socievole potremmo sostituire l’immagine d’una famiglia (poco espressa in profondità) di caratteri saturnini, strani, intricati, fegatosi, misantropi e un po’ deliranti: funghi cresciuti sotterranei e pipistrelli cavernicoli». Esiste, insomma, una geoletteratura veneta e del Nordest? O esistono delle affinità esistenziali, delle nervature psicologiche e, di conseguenza, letterarie? La grande maggioranza degli interpellati rifugge la formula. Non c’è una comunità di scrittori veneti, meno che mai del Nordest. Sono categorie superate, mutuate da sintesi giornalistiche. Gli scrittori sono esseri solitari, piuttosto individualisti. Che, in questa periferia editoriale, stentano a fare gruppo. Qualcuno abbozza timidamente l’idea della «società letteraria», ma è una suggestione alla quale non si dà troppo credito. In generale, tutti scrivono isolandosi, qualcuno soggiacendo alle proprie ossessioni, tormento, alimento creativo, linfa vitale.

Semmai il Nordest rimane come riferimento socio-economico. Ferdinando Camon, che si definisce scrittore della crisi, cita Charles Pèguy, secondo il quale «la scomparsa della civiltà contadina è il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». È una buona chiave per comprendere lo smarrimento della seconda metà del secolo scorso, nel quale sorgono e si definiscono le vocazioni di quasi tutti gli intervistati. Il tramonto dell’universo contadino, con i suoi riferimenti religiosi e culturali, è lo scenario in cui si esprime anche Luciano Cecchinel e, in parte, Francesco Permunian. Dopo di loro prende corpo una generazione diversa (Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Francesco Maino, Vitaliano Trevisan…), più sociale e, a tratti, sociologica, alla ricerca di nuovi equilibri che possano fornire risposte adeguate alla crisi che ha aperto il nuovo millennio. Ma le risposte, il più delle volte, non si trovano. Motivo per cui, in alcuni dominano risacche di nichilismo, di pessimismo e non speranza. Insieme a quello con Vitaliano Trevisan, il dialogo più drammatico e commovente allo stesso tempo, mi sembra quello con Nico Naldini. L’intervista a lui, quella a Gianfranco Bettin e Luciano Cecchinel sono totalmente inedite. Le altre sono rielaborazioni e integrazioni, più o meno robuste, di conversazioni pubblicate nei quotidiani per i quali ho lavorato negli ultimi anni. Ma ognuna è frutto di un incontro preparato, partecipato e ripensato appositamente per questa nuova pubblicazione. Il risultato è un prodotto eterogeneo e privo di qualsiasi ambizione sistematica.

Toccherà ai lettori dire se questa piantina selvaggia è gradevole oppure no.

copertinalibro-cavevisioni.it

Nota introduttiva di Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre nelle migliori librerie del Veneto e su tutti i siti di e-commerce

Permunian ci guida negli antri infernali dei pedofili

Un’incursione nella pedofilia clericale. Non, però, una denuncia o un pamphlet giornalistico sulla piaga che affligge i preti, sebbene a pubblicarlo sia Chiarelettere (pagine 208, euro 16), specializzata nel settore. Ma un romanzo ispirato a uno dei più grossi scandali della pedofilia nella Chiesa italiana. Già in passato Francesco Permunian ci aveva svelato il suo «Veneto d’ombra», turbato da devianze e ossessioni: quello di Sillabario dell’amor crudele è il più nero dei suoi capitoli. Un gorgo torbido «come la pece», nel quale non sembra esserci spiraglio di redenzione se si eccettuano due figure positive appena citate: padre Alfonso, per tanti anni missionario nel Bangladesh tra i malati, i vecchi e i bambini, e papa Bergoglio, secondo Permunian deciso a perseguire preti e prelati sopraffattori.

Ma sono ancore fragili, figure tremolanti che spariscono nel campionario di perversioni di questo scenario orrido. Il cui protagonista e narratore è un nano intelligente: «Ecco perché io sottoscritto, Teodoro Maria Baseggio, (non più tanto giovane, ma comunque sano di mente e di corpo), finalmente mi sono fatto coraggio e, impugnata una penna, ho dato voce ai fantasmi della mia schifosissima infanzia abusata e tradita. È stato come svegliarsi da un incubo. (…) Giunto alle soglie della vecchiaia, dichiaro pertanto e confermo l’inconfutabile veridicità di quanto esposto nel presente Sillabario in cui ho inteso narrare, costi quel che costi, il mio faticoso viaggio di risalita dall’inferno di un orfanotrofio cattolico della nostra cattolicissima provincia veneta». Dov’è stato rinchiuso dall’età di otto anni, quando i genitori lo hanno abbandonato una volta riscontrato il suo sgradevole nanismo.

Nella Santa casa dei trovatelli Teodoro Baseggio ha subito gli umilianti abusi di padre Camilo Mendes che agiva in combutta con suor Clemenzia, a dispetto del nome spietata amministratrice dell’istituto. Ora, grazie alla scrittura, egli può elevarsi dal suo metro e trenta dal quale ha scrutato tutte le peggiori bassezze, portando il lettore dentro un vortice di turpitudini, rappresentate con il gusto dello sberleffo proprio della commedia più acre e malinconica. Non a caso il suo nome richiama quello di Francesco «Cesco» Baseggio, attore di lunga e prestigiosa carriera teatrale. Attorno a lui, oltre al frate violentatore e alla madre superiora, si muovono altri burattini del male, l’ex moglie Bernarda, la zia Mabilia rimasta suo malgrado illibata, la bambina prostituta Baby Yaba, la novantenne Maria Fedora che ancora si vagheggia indossatrice, lo zio Petronio, cofanista di bare, i coniugi Hofer adepti di una setta balorda, le sorelle Pompa e la prosperosa lavandaia Maria Josefa Tetàna, in un bestiario di deformi e osceni che fin dall’onomatopea rappresentano la loro danza macabra e grottesca. In cui spicca la sagacia del protagonista-narratore che, oltre al nome, di intellettuale possiede pure l’ambizione e le frequentazioni, essendo impiegato nell’editoria. Ma Baseggio, scrive Permunian rispecchiandosi in tanto disprezzo, «stava lontano dal chiasso e dalle occasioni mondane, dove l’odore d’incenso del clero si mescola a quello del pollaio dei letterati». Conventicole asfittiche e stantie.

Insomma, un romanzo magmatico e pullulante, in cui lo sforzo principale è stato sistemare questo materiale multiforme e difficile da tenere. Ecco allora la scelta del sillabario, nel quale far rientrare la storia ispirata alla vicenda di un orfanotrofio reale che ha riempito le cronache del degrado clericale, dalla provincia veneta fino all’Argentina (da qui le accentuate preoccupazioni di Bergoglio). All’abecedario fa da controcanto una densa appendice finale, volta a dare solidità documentaria a quelle che possono sembrare bizzarrie e stranezze marginali e invece non lo sono. «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo», scrive il cardinale Carlo Maria Martini. «Ma non solo: sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi, e perfino da papi. Tutti», si legge nell’esergo scelto dall’autore.

Su questa desolazione di peccato si alza la risata nervosa che scuote la prosa dell’ateo inquieto Permunian, frequentatore di cristiani eretici come Sergio Quinzio e David Maria Turoldo. Allora, forse, più che la semplice e ultimamente farisaica denuncia – secondo la quale i cristiani dovrebbero essere migliori degli altri – in questo libro è possibile intravedere la rabbia e lo scandalo per l’abiezione che ha attraversato sacrestie e istituti religiosi, trasformati da luoghi di carità ed educazione per i bambini più sfortunati in antro degli orrori. Rabbia e scandalo che si esprimono attraverso il grido blasfemo che sgorga dalla più amara delle delusioni.

La Verità, 26 luglio 2019

«I romanzi di Veltroni e Franceschini? Libroidi»

Da giovane, Francesco Permunian fumava le Muratti: sugli ampi spazi bianchi del pacchetto poteva annotare appunti, ritrattini, spigolature. Scrittore rapsodico e ribollente di ossessioni, per quasi quarant’anni bibliotecario a Desenzano, nativo di Cavarzere (Polesine) nel 1951 della grande alluvione, Permunian vive appartato e fiero del suo sguardo periferico che gli permette una certa ironia sulle contraddizioni dell’industria culturale e non solo. Dai pacchetti di Muratti, quelle note finirono in un grosso faldone, «un vero e proprio incubatoio letterario», si legge nei «Pensieri e parole ai bordi della notte» che accompagnano Costellazioni del crepuscolo, il volume nel quale Il Saggiatore ha raccolto in una nuova veste Cronache di un servo felice e Camminando nell’aria della sera. «Quando lo aprivo e ne squadernavo per terra o sul tavolo il contenuto, la mia stanza si trasformava in una sorta di falegnameria artigianale, col pavimento cosparso di trucioli di prose e diversi altri materiali alquanto improbabili e inclassificabili… tutta roba che poi piano piano si agglutinava e modellava fino a dar vita» a quei romanzi visionari, allucinati, crudi.

Il primo dei quali, Cronache di un servo felice, s’imbatté in 32 rifiuti prima di approdare in libreria. Complimenti per la tenacia.

«Sarà stata la forza della disperazione. In quel decennio di fine secolo dominava il minimalismo alla Raymond Carver e le mie sinfonie lugubri non interessavano nessuno. Giuseppe Pontiggia, capo della Mondadori, lo lesse, gli piacque e venne a Desenzano per dirmi, però, che era un unico blocco di tenebre e ghiaccio e non poteva pubblicarlo. Subivo rifiuti e intanto lo limavo e aggiustavo. Finché scoprii che a Padova Meridiano Zero, piccola casa neonata, aveva una collana di noir. Marco Vicentini lo prese al volo e in venti giorni eravamo in libreria, spacciandolo per un romanzo gotico, cosa che non era. Poi mandò sessanta copie in giro per le redazioni e tutto cominciò».

Anno 1999, crepuscolo del millennio.

«Io di anni ne avevo già 49. Era passato un sacco di tempo da quando mi ero iscritto a Lettere a Padova, arrivando dal paesello. Per Silvio Ramat e Giorgio Pullini, miei professori, la poesia e non la prosa era la regina della letteratura. Le stelle polari erano Andrea Zanzotto, che viveva a Pieve di Soligo, e Diego Valeri, originario di Piove di Sacco. M’illudevo di essere un poeta anch’io. Ma dopo la morte prima di una figlia e poi di mia moglie, per sposare la quale ero venuto a vivere a Desenzano, la poesia non bastava più».

Erano crollati anche gli ideali della politica.

«C’era il deserto. Le istanze del Sessantotto si erano dissolte. Anche la fede cigolava: come fa a esserci un Dio se colpisce persone inermi e innocenti? Ne parlavo con Sergio Quinzio e Davide Turoldo, gente eretica. Avevo anche una seconda figlia da crescere. Senza la scrittura ci sarebbe stato il vuoto totale».

Che cosa accadde?

«Continuavo a mandare i miei scritti a Zanzotto che una volta mi convocò a casa sua: “Non devi scrivere con le lacrime”, mi disse, “perché bagnano il foglio e vien fora un spotacio. Ma con il ricordo delle lacrime”. Mi mise in mano Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e mi consigliò di trasformare “questi componimenti in frammenti di prosa, poi mandali a Maria Corti, una mia amica”. Così feci. Lì c’erano le prime figure di Cronache di un servo felice».

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Un campionario di folli, poveri cristi, erotomani… Non era prevedibile che faticasse a trovare la strada della libreria?

«Lo era, ma non potevo cambiarlo e cambiarmi. Cronache di un servo felice è un catalogo dell’infamia e della malinconia scritto con la penna intinta in un calamaio di crudeltà e amarezza. Ma è un catalogo pervaso di compassione. Che genera situazioni al limite della decenza. E alla fine, come un’ombra che aleggia su tutto e tutti, ecco salire l’orchestra dei morti che tutto avvolge e acquieta nel nulla infinito».

Una letteratura nichilista e grottesca.

«Secondo Milan Kundera, il romanzo è “un’arte nata come eco della risata di Dio” dopo che si accorge del lato grottesco del mondo che ha creato».

Da dove viene una letteratura così?

«Dall’inferno del Veneto poverissimo, il Polesine degli anni Cinquanta. Sono nato in un posto che si chiamava Lezze, quattro case al confine tra le province di Venezia e Rovigo vicino al ramo morto dell’Adige. Senza tv e radio ci si radunava nella stalla per ascoltare i racconti dei vecchi come si è visto nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. O come ha raccontato Nikolaj Gogol’ nelle Veglie della fattoria presso Dinkan’ka nelle quali mescolava streghe, demoni e contadini, storie di campi e storie magiche».

Per fortuna c’è anche la parte meno infernale di Camminando nell’aria della sera.

«Il volume del Saggiatore, che ha deciso di ripubblicare i miei romanzi introvabili, è un dittico. Che, oltre all’inferno del Polesine, comprende il purgatorio della vita qui sul Garda, protagonista un vecchio medico condotto che segue la sua comunità dalla finestra di casa e passeggia in riva al lago nella malinconia della sera. I due romanzi sono come ante della stessa porta, unite dalla cerniera dei famosi appunti sui pacchetti di sigarette».

I suoi riferimenti letterari sono i grandi autori del Veneto e della Mitteleuropa?

«Tutta la mia opera nasce “sotto stelle autunnali”, come dice il poeta austriaco Georg Trakl. Ma sulla scrivania tengo anche una frase un vademecum della buona scrittura di Giorgio Manganelli: “Oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”».

C’è anche qualcosa che ricorda Ferdinando Camon, un altro grande veneto che si definisce un cantore della fine della civiltà contadina.

«Io sono l’estremo lembo di quello stesso mondo contadino. Non sarò mai uno scrittore metropolitano. Non me ne importa niente di ciò che viene prodotto nelle città. Un altro scrittore che stimo è Vitaliano Trevisan, narratore delle solitudini del nord est, una bolla che però io non conosco».

Altre letture predilette?

«In questi giorni sto leggendo due libri di giornalisti culturali: Vampiri conosciuti di persona di Roberto Barbolini (La nave di Teseo) e Insperati incontri di Silvio Perella (Gaffi editore). Siccome detesto viaggiare, mi consolo con questi giornalisti che fanno letteratura senza avere la prosopopea del letterato di professione».

Diceva che non sarà mai uno scrittore metropolitano. La provincia è una scelta o un obbligo?

«Prima è stato un obbligo, causa la scomparsa di mia moglie. Poi una scelta. Ora è quasi uno stemma nobiliare, un’appartenenza. Che ti dà la giusta distanza per non farti assorbire dalle mode di plastica. Nel mondo di internet non esiste più la provincia nel senso di realtà minoritaria. È più provinciale Milano che sembra un quartiere di Tokio, di Desenzano. Zanzotto è rimasto a Pieve di Soligo, Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago. È questione di apertura mentale».

Ho letto che per lei questa terra è una specie di Catalogna.

«Nel senso culturale del termine. L’unità è nella lingua veneta. A volte, la sera, quando vado sulle colline di Salò e vedo le luci accendersi sui paesini del lago, penso alle parole usate dalle persone che sono dentro quelle luci. È come un grande campiello goldoniano, dove c’è il dialetto trentino, quello bresciano, mantovano, veronese. Per di qua sono passati Catullo, Goethe, D’Annunzio, Mussolini, è un grande poema umano. Capisce perché non posso scrivere in italiano standard?».

Quindi il Garda e il Veneto come la Catalogna italiana. Ha votato al referendum per l’autonomia?

«Non ho votato, anche se credo molto nell’autonomia e nella necessità di un’amministrazione diversa delle tasse. Ma in questo referendum sono entrate troppo la politica».

L'ultima fatica «letteraria» di Veltroni

L’ultima fatica «letteraria» di Walter Veltroni

Il libro di Dario Franceschini

Gli strumenti sono sempre perfettibili. Senza politica, le resta solo la scrittura?

«La scrittura è la mia terapia. Un vero scrittore nasce da un’impavida solitudine, unica compagna in grado di garantire quello sguardo lancinante sul mondo non ancora inquinato dal potere e dal successo mediatico».

Che rapporto ha con il mondo editoriale, i premi letterari e i festival?

«Non ho un agente letterario, non tengo un blog, vivo isolato. Ogni tanto qualche editore mi invita e mi chiede un libro. In trent’anni che scrivo, un giro di alcune migliaia di lettori si è creato. Preferisco avere un editore medio o piccolo ma di qualità, che mi segue personalmente, come il Saggiatore che ha un progetto chiaro».

Cosa pensa delle fusioni editoriali?

«Non m’interessano molto. Credo di più nei progetti di Adelphi, Saggiatore, Minimum Fax, Nutrimenti, una decina di editori in tutto. Oggi l’80% di ciò che viene pubblicato, libri di cantanti, comici, politici, cabarettisti è fuffa di cui non resterà niente. Sulle copertine dei libri di Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni c’è scritto romanzo. Ma cosa c’entrano con la letteratura? Non è questa la strada per combattere la crisi dell’editoria. Siamo in piena decadenza, tutto si sta sfarinando, corrompendo. E arrivano i barbari che scrivono libroidi, non libri».

La Verità, 19 novembre 2017