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Buffa ci racconta Gigi Riva, Bartleby del calcio

Raccontacela ancora, Federico. Federico è Federico Buffa e la storia di Gigi Riva la conoscevamo già. Certamente non così, con i tanti dettagli che ci svela in Gigi Riva, l’uomo che nacque due volte (Sky Sport e on demand, il primo di due episodi). Non a caso il suo è un format e la narrazione è il linguaggio che si sposa con il desiderio di cullarci fin da bambini, tanto più ora che il calcio e lo sport in genere ci sembrano ostaggi del business. Chiamiamola pure nostalgia o vittoria dei sentimenti, senza ipocrisie. Ma saper raccontare è un fatto di toni, di sentimenti e di dettagli e ora Buffa ha trovato equilibrio, senza più eccedere in erudizioni o feticismi da addetti ai lavori un po’ fanatici. La fascinazione è dosata dagli aneddoti, la favola dalla circostanza. Come l’ambientazione sulle terre d’acqua, il lago Maggiore e il mare di Cagliari, delle due nascite del più grande attaccante che il calcio italiano abbia avuto. E come l’infanzia in collegio dai preti, tre anni difficili per il ragazzo Luigi, troppo presto orfano di padre e a 16 anni anche di madre. O come la telefonata della sorella Fausta a Roberto Boninsegna, all’epoca compagno di squadra e di camera in ritiro, l’unico che resisteva alle sigarette e agli orari, entrambi eccessivi per un calciatore. Insomma, una telefonata rivelatrice di chi era il fratello. Gigi e Roberto avevano litigato per un mancato passaggio ed erano volate parole più grosse del solito. Allora, la sera della domenica, mentre erano a cena, la Fausta aveva telefonato al ristorante e si era fatta passare Boninsegna, per spiegare i segreti del fratello: ribelle, introverso e avvolto in silenzi invalicabili che nascondevano uno spirito profondo e sensibile. Chissà se erano tratti segnati da quell’infanzia solitaria, dalla povertà e dal lavoro precoce in fabbrica, compensati solo dalle gioie dei gol già nei primi tornei estivi, poi al Laveno e al Legnano che, nell’intervallo di Italia-Spagna juniores disputata al Flaminio di Roma, lo vendette al Cagliari di Andrea Arrica, più lesto di altri patròn che si palesarono solo a fine partita, a cessione avvenuta. O come quell’uomo che da allora in poi, lo aspettava sempre alla fine di ogni partita con un gettone in mano: «Telefoniamo a Giampiero?». Giampiero era Boniperti, amministratore delegato della Juventus. Ma lui scuoteva il capoccione e ribadiva il suo no, come un Bartleby del calcio. Scegliendo di restare fedele alla terra (e all’acqua) della sua seconda nascita, schiva e leale come lui.

 

La Verità, 17 dicembre 2019

Il mondo di Boban: calcio, viaggi notturni, libri e fede

Una mia intervista a Zvonimir Boban del dicembre 2014 per Style, il magazine del Giornale. All’epoca Boban era uno dei «talent» di Sky Sport, «il più severo opinionista di calcio della televisione italiana», prima di diventare vicesegretario generale della Fifa presieduta da Gianni Infantino, e di essere chiamato da Paolo Maldini e Ivan Gazidis a ricoprire l’incarico di Chief Football Officer del Milan. Forse sarà un’intervista un po’ datata, ma c’erano già i viaggi notturni in auto da Zagabria a Milano e un’idea abbastanza delineata di futuro: «Magari in un ruolo manageriale potrei impegnarmi, chissà…». Poi parlava dei suoi cinque figli, dell’amore per i libri e della sua formazione cristiana. Una chiacchierata per capire il tipo… Raro nel calcio di oggi. E non solo.

 

Zvonimir Boban arriva in jeans e chiodo nero vissuto. Ha sulle spalle 630 chilometri di autostrada, ma la cera è buona. «Sono cinque ore di guida, non mi pesano», sorride. Di lì a poco andrà in onda per commentare il posticipo di Serie A su Sky Sport Uno. Solitamente riparte la mattina dopo, sempre in macchina – «Non c’è un aereo comodo, devi andare a Malpensa, fare il check-in…». Stavolta, causa impegno di famiglia, partirà appena finito il post-partita con Ilaria d’Amico, Giorgio Porrà, Luca Marchegiani e Massimo Mauro. Altri 630 chilometri, di notte. Nella reception di Sky ogni due metri lo ferma qualche ragazzo per una foto con lo smartphone. Lui sorride e si presta. Ma per parlare ci rifugiamo nella sala longue dove, in una domenica di partite a raffica, si vedono quelle del pomeriggio.

Zvone Boban è il più severo opinionista di calcio della televisione italiana. Il più imprevedibile, diverso da tutti. Non è severo per motivi di natura tecnica, per lo stop impreciso o la diagonale fatta male. Il suo è un rigore particolare. «Prima di tutto è una libertà che mi è permessa qui dentro», dice. «Poi deriva dal fatto che non c’è tempo da perdere anche nel dare opinioni. Infine è una questione di sincerità, l’ambizione di dire sempre quello che si pensa. Credo che questi dovrebbero essere i pilastri del giornalismo. Non voglio usare parole grosse, ma credo che su queste cose si dovrebbe basare non solo il giornalismo ma la nostra vita ed anche la nostra società. Il giornalismo forte schietto maturo ci può migliorare. È quello che ho imparato quando sono stato, per quattro anni, amministratore delegato di un quotidiano sportivo in Croazia». Si potrebbe tradurre sinteticamente come guerra alla banalità. Ai luoghi comuni. Qualcuno osserva che Boban è ipercritico e non gli va bene niente. Che: tolti Pelé Maradona e Ronaldo sono tutti brocchi. «Non è vero… Desidero solo elogiare il bel gioco. Ma si ricordano più facilmente le critiche. Nel giornalismo televisivo ci sono troppi superlativi. L’errore più frequente e dispensare patenti di fuoriclasse. Non è una critica dire che invece uno è un ottimo giocatore».

Piedi per terra, realismo, niente iperboli, Boban va dritto per dritto. Il calcio di oggi è preda di «un processo di hollywoodizzazione. Basta vedere questi ragazzi, Tatuaggi, tagli di capelli improbabili, quelle recite dopo un gol. Roba da popstar. Non è neanche colpa loro. Sono più vittime che protagonisti. Ma dovrebbero saperlo le persone che gli stanno attorno. Il calcio è un riflesso della società in cui viviamo, la cultura del selfie. Lo sport non riesce a isolarsi. Le società hanno perso carisma e autorità. L’ingranaggio è spietato: allenamento, partita, interviste. Non è facile orientarsi, non si pensa troppo, non si riflette su se stessi. Anche i miei tempi si viveva su un piedistallo, in una dimensione surreale. Poi, a carriera finita, ogni giorno è un piccolo dramma per rientrare e raggiungere gli altri nella realtà. Credo sia un buon lavoro far capire che lo sport ha dei contenuti. Che si può imparare rispetto degli altri, la cultura della solidarietà e del sacrificio».

La vita di campo non gli manca. Ha fatto il corso da allenatore, ma non ci crede più di tanto. «Ho una famiglia numerosa, cinque figli, non posso isolarmi dalla vita che ho creato. Il calcio resta sempre il mio mondo. Rimarrò tutta la vita Boban il calciatore e ne vado orgoglioso. Magari in un ruolo manageriale potrei impegnarmi, chissà… però mi piace quello che faccio, mi piace il giornalismo. Quando ci sono eventi importanti come i mondiali scrivo su Sportske Novosti,  la Gazzetta dello sport croata. Anziché parlare con i giornalisti, scrivo direttamente io. E mi diverto tanto».

La verità è che Zvone Boban è troppo. Ha troppi interessi, troppe passioni per limitarsi al calcio. Era ancora trequartista del Milan quando s’iscrisse alla facoltà di storia dell’Università di Zagabria. Sosteneva gli esami senza frequentare. Appesi gli scarpini si è laureato e ha preso il dottorato. Da un po’ di tempo segue letteratura comparata. «Amo i libri. Ogni libro migliora il mondo. Come si fa a stare senza libri? Leggo “so di non sapere”. Ho cominciato da ragazzino. Un mio zio mi regalò Il Gabbiano Jonathan Livingstone. Poi Il piccolo principe, Siddhartha», sorride. «Poi ho letto i russi, i francesi, gli italiani… E via così… Oggi sto leggendo un libro su Venezia di Predrag MatveJevic che ti porta in una dimensione diversa di questa magnifica città… Linguaggio semplice caldo, pieno di una Venezia sorprendente».

Sulle televisioni scorrono le immagini dei match delle 18: «Bel gol», s’interrompe. «Guarda come ha colpito il pallone ha votato il piede perché la palla non scappasse verso l’alto… Un po’ come si fa nel tennis, quando si colpisce in top spin». A differenza di molti suoi ex colleghi, che terminata l’attività agonistica si sono dedicati al golf, Boban pratica il tennis. «Per il golf ci vuole troppo tempo, intere giornate. A me piace sudare, lottare. Il tennis è uno sport straordinario, l’esatto contrario del calcio. Devi farcela da solo, devi reggere la pressione psicologica. E poi c’è tutto: tecnica, tattica, atletica, concentrazione, autocontrollo. Si, in Croazia e in Serbia ci sono tanti campioni. Abbiamo la testa giusta e una certa capacità di soffrire. Tutto è cominciato da Ivanisevic. Cilic, Djokovic, la Ivanovic è dimostrano lo straordinario talento dei popoli della ex Jugoslavia… Adesso sta esplodendo Coric. Ma non c’è una vera scuola tennistica slava. Sono tutti progetti familiari. Abbiamo fame, siamo disposti ad andar via di casa, ad allenarci tanto, vivere in albergo. È una vita separata, quasi ascetica».

Calcio, giornalismo, letteratura, tennis, la famiglia. Come fai a tenere insieme tutto? «Dormo poco, vado a letto alle tre di notte, anche dopo. Era così anche quando giocavo, più o meno…». Parliamo dei tuoi cinque figli, quattro adottati. «Io e mia moglie abbiamo cominciato presto. La più grande adesso ha 19 anni. Poi abbiamo preso un maschietto e poi due gemelli, un maschio e una femmina. Infine è arrivata una figlia naturale. Ma nell’educazione la biologia non ha alcuna influenza». A proposito di educazione, che cosa vorresti prendessero da te? «La nostra formazione cristiana ci porta dare molta importanza ai figli ed è giusto. Ma loro prima di essere figli sono esseri umani che diventeranno persone autonome. Perciò ci vuole equilibrio. Vorremmo che ci amassero di più. Ma non possiamo pretendere che ci chiamino come li amiamo noi. Noi genitori siamo solo delle piattaforme per la realizzazione dei loro bisogni. Che cosa vorrei trasmettere loro? Questa passione per la vita. La voglia di essere buoni, di avere rispetto, di non essere egoisti. Di lasciare una buona traccia in questo mondo. Ci riempiamo di tante cose e non lavoriamo su noi stessi, sulla nostra crescita interiore. Stiamo perdendo la cultura cristiana dalla quale veniamo. Spero che mi figli prendano questa strada. Che non significa dematerializzarsi. Spero che sappiano costruirsi un futuro dignitoso». Tua moglie che cosa dice di tutto questo? Non protesta che vieni a Milano tutte le domeniche? «Mia moglie Leonarda si occupa dei ragazzi. Ha un locale con altre amiche. Ma sta molto a casa. No, non mi crea alcun problema per le mie attività. Ci siamo incontrati da ragazzi, in un’epoca in cui i ruoli erano un po’ più chiari… Mi piace giocare una specie di tressette ed esco spesso. Per noi è normale. E poi dopo il “carcere calcistico”, mi sembra giusto. Quando rimango a casa guardiamo qualche film con i bimbi». E poi? «Loro a letto e io a leggere…».

Style, magazine del Giornale, dicembre 2014

La Champions League da tifosa di Ilaria D’Amico

Una gaffe al giorno toglie Ilaria D’Amico di torno? Se lo augurano i tifosi del Napoli che da tempo contestano la conduttrice più glamour di Sky Sport, compagna di Gianluigi Buffon. Decideranno i vertici della tv satellitare, ma è difficile immaginare una rimozione a furor di popolo. L’ultimo episodio che ha rinfocolato le polemiche è avvenuto mercoledì sera, nel prepartita di Ajax-Juventus quando, in collegamento con Gianluca Di Marzio da Amsterdam, riferendosi ai tifosi olandesi, la conduttrice ha parlato di una vigilia «con un approccio quasi partenopeo, con “triccheballacche” e fuochi d’artificio per disturbare il sonno degli avversari». Le proteste hanno inondato i siti sportivi e i social network. Si trattasse di una querelle relativa alla sola rivalità tra Juventus e Napoli, basterebbero le scuse e un atteggiamento più sorvegliato della conduttrice. In realtà, il dubbio è che certe scivolate, se così vogliamo considerarle, derivino dalla montante partigianeria della conduttrice. Sempre mercoledì, per esempio, dopo la partita con l’Ajax, ella si è complimentata con Massimiliano Allegri per un fallo subito da Douglas Costa, non enfatizzato: «Li state tirando su troppo onesti! Troppo onesti! State diventando europei…», ha vellicato. Dal canto suo, il tecnico ha rincarato: «Si deve crescere anche in questo, tutti puliti non si gioca a calcio…».

Evidentemente, nella filosofia juventina, il calcio dev’essere qualcosa di sporco, come la politica. Sia di qua che di là, tifoserie e schieramenti dettano legge a nervi scoperti e un aggettivo sbagliato o una frase colorita scatenano tempeste mediatiche. Da qualche tempo la D’Amico ha gettato la maschera. Mutatis mutandi, un po’ come Lilli Gruber non perde occasione per bastonare il governo in carica. Purtroppo, l’ultima stagione della bella Ilaria è lastricata di svarioni e tendenziosità. Martedì, per esempio, commentando il gol di Heung-min Son, ha chiosato: «Con tutto il rispetto per Son che, ricordiamolo, non viene da un Paese democratico…», confondendo la Corea del Sud, patria del calciatore, con quella del Nord. Andando indietro, fino ad Atletico Madrid-Juventus, si trova un’altra perla: «La cosa brutta per il ritorno è che a loro non frega niente di giocare male…». Quella volta ci aveva pensato Fabio Capello correggerla in diretta: «Ma noo, non è vero… Non sono d’accordo con quello che dici». Anche con Andrea Pirlo c’era stato un siparietto: «Che ne pensi tu che hai giocato la finale con la Juve?». E lui: «Veramente le ho giocate anche col Milan e le ho vinte». La faziosità fa perdere anche la memoria…

La Verità, 12 aprile 2019

Bertolucci: «Perché non avrei allenato Federer»

Lei aveva un braccio come quello di Fabio Fognini? «Direi che il suo è più veloce. Ma è difficile fare paragoni con quarant’anni fa perché oggi sono cambiati i materiali, le racchette, le palle. E questo, com’è avvenuto in tutti gli sport, ha portato anche il tennis a una versione più violenta e fisica, causa di un maggiore stress mentale». Incontro Paolo Bertolucci il giorno dopo il match in cui Fognini, genio e volubilità, ha annichilito Andy Murray, numero uno del mondo, con una lezione di ricami e fendenti, palle corte e accelerazioni folgoranti. Bertolucci lo chiamavano Braccio d’oro per la facilità a mettere la palla dove voleva con traiettorie chirurgiche, tanto più utili in doppio, quando il campo si restringe. In coppia con Adriano Panatta hanno battuto Vitas Gerulaitis e John McEnroe, Peter McNamara e Paul McNamee quand’erano al vertice del ranking, e i mitici australiani John Newcombe e Tony Roche. Nel 1976 con Panatta, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, Braccio d’oro vinse la Coppa Davis contro il Cile di Augusto Pinochet. Nel recente quarantennale si è ricordata quella contrastata trasferta con tanto d’interrogazioni parlamentari e di magliette rosse indossate durante il match. Bertolucci ha conquistato successi anche in singolo, fino a sfiorare l’ingresso nella top ten. Da commissario tecnico della Nazionale, nel 1998 raggiunse un’altra finale di Davis, persa a Milano contro la Svezia. Ora vive a Verona, ma al posto della racchetta impugna il microfono di commentatore per Sky. L’altra sera, durante il match di Fognini, Pasta kid, altro nomignolo affibbiatogli dal giornalista Bud Collins per giocare sulla sua passione per la buona cucina, ha accennato a qualche chilo di troppo del tennista italiano.

Paolo Bertolucci con Pietrangeli, Panatta e Barazzutti al ritorno dal Cile

Paolo Bertolucci con Pietrangeli, Panatta e Barazzutti al ritorno dal Cile

Il paragone è inevitabile: anche per lei il peso era un problema.

«Per me era un problema costante. Per Fognini è stato un ostacolo nel 2016 quando, dopo un infortunio, era cresciuto di quattro chili. Lui ha qualità fisiche eccezionali e una mobilità che non ha nulla da invidiare ai migliori del circuito».

La verità è che voi non vi allenavate. Almeno non quanto avrebbe voluto Mario Belardinelli.

«Non ci fosse stato lui l’avremmo fatto molto meno. In quell’epoca, quando non si parlava quasi di preparazione fisica, fummo pionieri. Il centro di Formia era all’avanguardia, venivano dall’estero per copiarci. Si collaborava con le federazioni di altre discipline. Con i pesisti trascorrevamo ore in palestra, guadagnando forza ma perdendo esplosività. Con i mezzofondisti avevamo un gran fiato, ma poca velocità. Con gli ostacolisti trovammo la strada maestra».

Avreste potuto vincere molto di più: rimpianti?

«Se avessimo avuto un maggiore know how avremmo trovato subito la strada giusta».

Ma un cruccio, una cosa rimasta sul gozzo?

«Forse avremmo potuto vincere un’altra Coppa Davis. Abbiamo disputato quattro finali, tutte fuori casa. Ma quella del 1976 rimane tuttora l’unica. L’avventura di quattro ragazzi cresciuti insieme, il cui sogno era prima indossare la maglia azzurra, poi passare un turno, poi arrivare in finale…».

Un altro rimpianto, forse, non aver allenato Roger Federer?

«Una decina d’anni fa ero entrato in una rosa di possibili candidati. Poi lui fece altre scelte. E anch’io le avevo fatte. Non è un rimpianto perché non fui mai direttamente contattato. Comunque, a malincuore, avrei declinato. Ritenevo che il mio tempo d’allenatore fosse passato».

Con Panatta vi sentite ancora? Vivete anche vicini, lui a Treviso lei a Verona.

«Certo. Lui mi copia sempre. Sebbene dicesse di non amare i toscani ne sposò una e si trasferì a Forte dei Marmi. Quando sono andato a vivere a Verona, dopo un po’ anche lui è venuto in Veneto».

Come mai Verona?

«Questioni di cuore. E poi si sta da Dio, si mangia e si vive bene. C’è cultura, spettacolo, qualità della vita. È comoda per chi come me va spesso a Milano. E la montagna è vicina».

Con Panatta ok. E con Barazzutti?

«Nessun rapporto e non so perché. Quando una volta gli feci i complimenti per una vittoria in Federation Cup (la Coppa Davis femminile, ndr) mi disse: “Se non mi saluti più mi fai un favore”. Da allora silenzio, ma dormo bene lo stesso».

Vi capiterà d’incrociarvi ai tornei.

«Anche nelle occasioni del quarantennale della vittoria in Davis organizzate dalla Federazione ci siamo ignorati. Sky Sport aveva realizzato uno speciale, ma io e Adriano eravamo a Milano, mentre Barazzutti e Zugarelli sono rimasti a Roma».

Come si spiega questo gelo?

«Fatico a spiegarmelo. Forse ha a che fare con la scelta per la presidenza della Federazione per la quale preferimmo candidati diversi. Mi sembra una cosa assurda».

Zugarelli è sparito dai radar?

«Credo lavori in un circolo di Roma. È molto riservato».

Si fa mai prendere dalla nostalgia?

«No, sono stagioni bellissime. A 32 o 33 anni, quando si smette, si ha tutta la vita davanti. Ho fatto il tecnico delle giovanili, poi della Nazionale di Davis. Quando mi hanno proposto di commentare le partite l’idea mi è piaciuta. Scrivo anche commenti per La Gazzetta dello sport. Mi piace parlare dell’unica cosa della quale ho una certa conoscenza. Ho sempre detestato i tuttologi».

Gianni Clerici si dice annoiato dal tennis moderno

Gianni Clerici si dice annoiato dal tennis moderno

Di recente, in un’intervista alla Verità, Gianni Clerici ha confidato che il tennis moderno lo annoia perché dominato dai materiali e da racchette troppo potenti. Cosa ne pensa?

«Clerici è un maestro della provocazione. Si annoiava anche ai miei tempi, quando c’erano Jimmy Arias e José Higueras. In ogni epoca ci sono giocatori spettacolari e carismatici. Ma sono tre o quattro, mentre i tabelloni si fanno con 64 giocatori e anche quelli che non hanno il braccio d’oro, possiedono doti mentali e fisiche per raggiungere le prime posizioni. Non nasceranno nuovi Rafa Nadal o Roger Federer, ma altri giocatori che prenderanno il testimone da questi. Il tennis evolve perché si gioca in tutto il mondo. Magari i prossimi numeri uno arriveranno dalla Nuova Zelanda o dal Marocco».

Clerici auspica il ritorno alle racchette di legno: lei che viene da quell’epoca cosa ne pensa?

«Come si può tornare alle racchette di legno? Qualcuno ipotizza il ritorno al salto con l’asta in bambù? O al ciclismo con le biciclette di Fausto Coppi e Gino Bartali? Il mondo va avanti, cambiano gli attrezzi e i materiali. Cambiano i metodi di allenamento e l’alimentazione. Ai miei tempi mangiavamo filetto e insalata, la pasta era proibita, e dopo due ore eravamo sotto il sole a correre. Oggi si fa il contrario».

Se si riguardano i match di trent’anni fa sembra che i giocatori camminino, lo stesso avviene con le vecchie partite di calcio.

«Trent’anni fa un giocatore di un metro e 85 era un atleta alto e prestante. Oggi Alexander Zverev e Juan Martin Del Potro sono 1 metro e 98 e si muovono come quelli di 1 metro e 80. È così dovunque: nel basket uno di due metri fa il play maker, una volta era il pivot».

Premesso che il tennis è lo sport individuale più completo ed esigente, c’è vita oltre il tennis?

«I giocatori di oggi non hanno molto tempo. Sono circondati dall’allenatore, dal manager, dal fisioterapista, a volte dall’addetto stampa e dall’accordatore. Vivono in team. C’è una certa esasperazione, devono stare sul pezzo 24 ore al giorno. Anche perché ci sono in ballo tanti soldi e in pochi anni possono risolvere i propri problemi e quelli dei propri figli».

E per lei c’è vita oltre il tennis?

«Certo. L’impegno come commentatore televisivo mi assorbe per 15 settimane all’anno. Poi mi dedico a tutt’altro».

Per esempio?

«Amo e seguo molto l’arte contemporanea. La famiglia della mia compagna è proprietaria del Byblos Art Hotel, fuori Verona, premiato come miglior albergo d’Europa di arte contemporanea. Appena posso viaggio, visito le mostre, conosco le vite degli artisti. Anche quando giocavo cercavo di superare il monopolio che il tennis avrebbe voluto avere sulla mia vita. Ma all’epoca si poteva».

Segue la politica?

«La seguo, ma non mi ha mai interessato direttamente. Vivo con apprensione questo momento sempre più complicato. Se non avessi gli affetti in Italia sarei andato altrove. Non perché qui si stia male, ma per aumentare le mie conoscenze».

Keith Haring. Bertolucci ama l'arte contemporanea

Keith Haring. Bertolucci ha visitato la sua mostra a Milano

Legge?

«Quando giocavo portavo sempre in valigia un libro di Wilbur Smith. Anche la Settimana enigmistica non mancava mai nelle lunghe trasferte. Ora, confesso, leggo un po’ meno, ma appena posso vado a qualche mostra. A Palazzo Reale a Milano ho da poco visto quella di Keith Haring. Mi piacciono Basquiat, Anish Kapoor, andrò alla Biennale».

Perché i giocatori italiani sono raramente all’altezza del loro talento?

«È una questione di mentalità. Il tennis è uno sport globalizzato, per 40 settimane all’anno i giocatori girano il mondo. Servono impegno, determinazione, volontà. Noi italiani abbiamo ancora un approccio tra il provinciale e l’artigianale».

È soprattutto carenza di determinazione?

«Certi ventenni stranieri sembrano più maturi dei nostri trentenni. Anche nel calcio ci sono i Cassano e i Balotelli».

Quando un nostro giocatore tornerà nella top ten come ai tempi di Nicola Pietrangeli e Panatta?

«Ci vogliono tempo, maestri e il circolo virtuoso giusti».

E quando un italiano scriverà un libro come Open di Agassi?

«Beh, anche lui è stato molto aiutato dal premio Pulitzer J. R. Moehringer».

Chi è il più grande di sempre?

«Roger Federer, senza dubbio. Lo dicono tutti i giocatori del presente e del passato. Ma tutto il tennis continua a emozionarmi. Resto ammaliato quando vedo certi colpi perché conosco le difficoltà che comportano. Pochi giorni fa ho intervistato Nadal a Montecarlo: ero come un bambino a Disneyland».

Con Miracolo a Leicester, RaiSport cambia passo

Qualcosa si muove dalle parti di Viale Mazzini. E qualche piccola novità cominciamo a vederla anche noi telespettatori. Senza aspettare i palinsesti d’autunno e le procedure ingessate della tv pubblica. Ieri sera, senza preavviso, Raitre ha trasmesso Miracolo a Leicester, uno speciale di RaiSport sulla conquista della Premier League ad opera della squadra allenata da Claudio Ranieri. Erano le 20 e qualcosa e, a un certo punto, dopo i primi servizi dei tg, lo zapping si è fermato sulla faccia del nuovo idolo degli amanti del gioco più bello del mondo che intervistava Vardy, il suo centravanti.

La città in festa per la prima conquista della Premier League

La città in festa per la prima conquista della Premier League

Il trionfo dell’outsider, la rivincita della normalità (in alternativa alla “specialità” di Mourinho, nemico storico), il riscatto dei perdenti: le formule si sprecano a proposito della sorprendente vittoria del Leicester e del suo condottiero. Donatella Scarnati e Gianni Rizzo hanno scelto di parafrasare il titolo di un film di Vittorio De Sica, nel quale “buongiorno vuol dire davvero buongiorno”, per raccontare la “favola del Leicester”, altro gettonatissimo titolo di questi giorni. Sì, l’intervista a Ranieri era stata realizzata prima del pareggio tra Chelsea e Tottenham che ha consegnato matematicamente la Premier alla sua squadra. Però, poco importa. Anzi, proprio questo ha consentito a RaiSport di bruciare la concorrenza. Solo stasera Sky Sport, che avendo l’esclusiva del campionato inglese ha trasmesso l’intera cavalcata del Leicester, trasmetterà un’intervista esclusiva certamente più completa al nuovo mago del calcio mondiale. Ma per certi avvenimenti dal forte contenuto emotivo il tempo conta più della completezza. Il web che brucia la carta stampata insegna.

Lo speciale di RaiSport ha raccontato il clima della città, lo stato di grazia di un ambiente galvanizzato dall’arrivo dell’allenatore-papà capace di trasformare in campioni giocatori dal passato anonimo, il ruolo del presidente thailandese che per il suo compleanno offre birra e ciambelle ai tifosi, la festa dei giocatori dopo l’ufficialità della vittoria, il risalto dell’impresa nei media internazionali…

Dopo lo scoop della famosa intervista del Tg1 a Francesco Totti che aveva irritato i vertici Sky, sotto la guida del nuovo direttore Gabriele Romagnoli, chiamato da Campo Dall’Orto con il compito di rinnovare il racconto degli avvenimenti sportivi, Donatella Scarnati ha messo a segno un altro colpo. Qualcosa si muove dalle parti di Saxa Rubra. E ancor più si muoverà se andrà in porto la trattativa con Totti e Ilary Blasi per accompagnare con la loro partecipazione i prossimi Europei di calcio, dal 10 giugno in onda su Raidue.