Tag Archivio per: Venezia

Italiani modesti, Malkovich da premio e troppi pro Pal

Stasera si conosceranno i vincitori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematofografica numero 83, ma per fare previsioni attendibili bisognerebbe avere un drone nella sala dove si riunisce la giuria per i Leoni d’oro presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal e composta da Kaouther Ben Hania (regista e sceneggiatrice tunisina), Daniel Blumberg (compositore britannico), Francesco Casetti (docente universitario italiano), Xavier Giannoli (regista e sceneggiatore francese), Shahrbanoo Sadat (regista e sceneggiatrice afghana) e Johnnie To (regista e produttore di Hong Kong). È stata complessivamente una Mostra discreta, con alcune punte e diversi film mediocri, purtroppo parecchi appartenenti alla pattuglia italiana. Ecco un bilancio scanzonato di questi 12 giorni.

L’italiano migliore Voto: 7 I ricordi riemergono dalla segreteria telefonica e da vecchie foto, ma la storia c’è tutta. Ultimo e migliore degli italiani in gara, Marco Bechis dirige Ritorno a Buenos Aires e manda Adriano Giannini sui luoghi di Garage Olimpo. La forza del film di denuncia deriva dalla tragedia dei desaparecidos raccontata senza appesantimenti ideologici. È di qualità anche la forma. Nel post-credit spunta l’ennesima libreria: peccato.

Il Muro del Lido Voto: 9 Se si vuole ridere ci si ferma vicino al self-service, dove il personale è migliore del cibo. Il pubblico appende sui fogli del Codacons recensioni intinte nell’acido. Pallaoro e Amelio rivaleggiano nelle stroncature. «The echo chamber? Forse un po’ lungo. Poteva durare quei 123 minuti in meno». «Bello il film di Amelio, mi ha fatto venir voglia di votare Vannacci». Alberto Barbera ha promesso che l’anno prossimo il Muro si allargherà e l’ideatore Gianni Ippoliti gongola: lunga vita a «Ridateci i soldi».

La madrina pro Pal Voto: 3,5 È una presenza fissa. Un ruolo in commedia. Una parte irrinunciabile nel film della Mostra del cinema. L’anno scorso Emanuela Fanelli era in prima fila alla manifestazione di Venice4Palestine, quest’anno Greta Scarano agita il ventaglio di cocomero in prima fila davanti ai fotografi. Susan Sarandon ha presentato domanda di cittadinanza italiana.

I media pro George Voto: 5 Tutti pazzi per Clooney, soprattutto le colleghe. Applausi, sospiri, sguardi pendenti. La sera del Leone d’oro alla carriera Laura Dern l’ha descritto come l’angelo Gabriele e qualcuno ha visto nel suo ringraziamento il discorso per la Casa Bianca dove mezza stampa italiana lo spinge. Peccato che lui avesse appena spiegato che non farà più il regista perché non vuole allontanarsi dai suoi figli. Il candidato (im)perfetto.

Flotilla flop Voto: 4 Attesa e sbandierata per giorni con appelli e firme illustri, da Matteo Garrone a Roger Waters, da Fabrizio Gifuni ad Anna Foglietta, quando la barchetta ha attraccato dietro il Palazzo del cinema tra i tanti volti noti annunciati c’era solo il meno atteso di Luciana Castellina. Nel cartellone della Mostra c’erano ben tre opere filopalestinesi; eppure, abbiamo letto, visto e sentito proclami, lettere, slogan, bandiere, aquiloni, sit-in, panel… Sotto la propaganda, fuffa.

Bolliti maestri Voto: 4 Qualcuno in concorso, come Nanni Moretti, qualcuno fuori come Gianni Amelio, ma accomunati dalla modestia dei loro film. Sentimentalismo di maniera in Succederà questa notte, buonismo e cliché a cascata in Nessun dolore. Tutto prevedibile, nulla che spiazzi o sorprenda. I bolliti non vanno d’estate, tanto più se rovente come questa. Il voto è la media fra il 5 di Nanni e il 3 di Gianni.

L’età di mezzo Voto: 3 Se Paolo Strippoli e Andrea Pallaoro sono il nuovo che avanza siamo a posto. Per andare a vedere L’estranea – horror di sciagure più che thriller psicologico – e The echo chamber – esercizio di stile per sentirsi Bertolucci – quanti euro mi date? Giovani promesse, finora non mantenute.

Una e bina Voto: 5 Jasmine sul set e Trinca fuori. Del resto, in L’estranea interpreta una madre in odore di schizofrenia. Se evitasse di sproloquiare nelle interviste contro il capitalismo e la produttività indossando abiti da migliaia di euro sarebbe meglio per lei. Qualcuno la vedeva già alzare la Coppa Volpi, anche come «risarcimento a Moretti». Ma dopo aver letto le sue dichiarazioni… Una e bis.

Excelsior off limits Voto: 5 L’hotel simbolo della Mostra di Venezia vietato alla stampa è un affronto. Era il posto dove si mischiavano star e reporter e si carpiva qualche notizia. Stop. Da quest’anno l’ingresso per i giornalisti è quello secondario. L’altra sera, quelli delle testate nazionali si sono consolati alla festa allo Spazio Campari di Sala Grande, la nuova testata online diretta da Flavio Natalia, già direttore di Ciak. In bocca al lupo.

Lui&Lei Voto: 6 Sono la coppia più famosa del cinema mondiale. Belli, progressisti e glamour. Anche in Bunker di Florian Zeller Bardem e Cruz sono marito e moglie dentro una casa tutta di design. Però qualcosa s’incrina… Fortuna che sul red carpet, vicino a lei in abito rosso fuoco, lui ha indossato lo smoking. Lasciando la kefiah a Cannes.

Tutti pazzi per John Voto: 8 Chi può scippargli la Coppa Volpi? Malkovich nel ruolo della spia cinica e svagata è una meraviglia di sarcasmo e gigioneria. Tiene in piedi il film da solo. Anzi no, c’è anche la storia e ci sono i dialoghi fulminanti. Perciò, il premio come miglior attore potrebbe essere sacrificato per gli altri che Wild horse nine di Martin McDonagh merita: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura. Comunque, nessuno gli toglierà quello del pubblico, dal 5 novembre. Dispiace solo il finale.

 

La Verità, 12 settembre 2026

Moretti molla la politica e va a caccia dell’amore

Avrei tanto voluto parlare dell’attualità politica, ma il tempo a disposizione è scaduto», dice sferzante Nanni Moretti, congedandosi dai giornalisti al termine della conferenza stampa che si era aperta con urletti da tifo della curva sud, suscitando il compiacimento finto imbarazzato del regista. Curiosamente, nonostante la venerazione diffusa, nessuno l’ha sollecitato sull’argomento e, a quanto è dato sapere, non risulta che abbia concesso incontri riservati nemmeno a poche testate scelte, sebbene con Succederà questa notte che apre la sfilata di film italiani in concorso all’83ª edizione della Mostra, tornasse al Lido a 37 anni dalla burrascosa partecipazione con Palombella rossa, dirottata all’epoca solo nella sezione della Settimana della critica. «Ho letto alcune ricostruzioni sulla mia lunga assenza dalla Mostra del cinema. In realtà, i miei film non erano mai pronti in tempo per l’estate. Stavolta, avendo girato in autunno, questo lo era», ha spiegato lasciando nei presenti la sensazione di esprimersi con qualche difficoltà (come pure si era intuito dalle rapide comparsate nel film) e questo potrebbe spiegare la scelta di limitare al minimo i momenti pubblici. Quindi, niente riferimenti al record di durata del governo Meloni e nemmeno freccette contro la sagoma del capo della Casa Bianca, bersaglio abituale della maggioranza di attori e cineasti in passerella in Laguna, da Clooney ad Amelio, solo per citare i primi che vengono in mente.

È, dunque, un Moretti intimo e sentimentale, che si concentra sui rapporti e le passioni, quello stimolato da Legami, raccolta di racconti dello scrittore israeliano Eskhol Nevo che già l’aveva ispirato per il non riuscitissimo Tre piani. Qui lavora in équipe con le sceneggiatrici Valia Santella e Federica Pontremoli per approntare una grande storia d’amore tra un uomo e una donna che non si incontrano mai nel momento giusto. Quando Matteo (Louis Garrel) si è appena separato, mentre sta giocando a tennis col fratello, Greta (Jasmine Trinca) irrompe in abito da sposa e chiede di sfidarlo. Giocheranno solo un game, ma dopo quella irruzione dirompente, quel mini-match, stravinto da lei, Matteo non riuscirà più a togliersela dalla testa. A suggerire la chiave interpretativa di tutta la storia è il padrone del ristorante (Paolo Sassanelli) dove Matteo e suo fratello cenano dopo le partite: «Le orecchie e le occasioni vanno in coppia», dice il ristoratore saggio. «Nel nostro corpo abbiamo due di tutto: orecchie, gambe, braccia, occhi. Lo stesso con questa ragazza, figliolo, anche con lei avrai una seconda occasione. Non preoccuparti, la vita è lunga». Così, la passione tra Matteo, un libraio nel centro di Roma (il secondo in pochi giorni dopo quello di Nessun dolore), e Greta, attrice mancata, si trasforma in un viaggio tortuoso, tra matrimoni ordinari e figlie hikikomori. Insomma, l’amore va alla caccia del suo compimento e fa i conti con il destino. Poi ci sono tutti gli altri rapporti, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra marito e moglie, secondo la traccia fornita dai racconti di Nevo e che le sceneggiatrici hanno coagulato attorno alla passione centrale in un percorso che parte da Oslo, passa da San Sebastian per un concerto di Bruce Springsteen e Torino, per placarsi a Roma.

Succederà questa notte è un film con alcune lentezze, che tende ad avvitarsi su sé stesso, con troppe citazioni musicali e il momento «balletto catartico» che non manca mai. Su un fatto, però, ha perfettamente ragione Moretti, ed è la scelta di puntare tutto su Jasmine Trinca che riempie lo schermo con la sua espressività e i suoi occhi sorridenti. «L’ho scelta 27 anni fa quando ho cominciato a lavorare a La stanza del figlio», ha raccontato il regista rispondendo a precisa domanda sul suo rapporto speciale con l’attrice. «Alcune assistenti realizzavano nelle scuole di Roma brevi interviste per individuare una possibile protagonista. Al liceo Virgilio spuntò Jasmine e mi accorsi che era una persona e anche un’attrice speciale. Lei voleva fare l’archeologa, ma dopo La stanza del figlio Marco Tullio Giordana la scelse per La meglio gioventù. Poi io la richiamai per Il Caimano. Per il finale del Sol dell’avvenire ho richiamato i vecchi attori e le attrici del mio cinema e nel primo piano ho visto in lei una grande luminosità. Jasmine è luminosa». Trinca ha ringraziato e parlato del suo rapporto con il regista scopritore: «Finalmente ho saputo perché Nanni mi ha chiamato per La stanza del figlio. Gli devo la mia carriera e il mio arrivo qui. Non tanto come si sta in scena, i vezzi e le pose. Dai padri si conserva una certa distanza. Ho fatto anche un cinema diverso, ma quello fatto con lui ha costruito parti di me come attrice e come donna. È un regista, molto presente, che interviene parecchio, insegna l’esercizio di spogliarsi di noi, ci toglie le pause e tante cose. Per questo film non sapevo cosa aspettarmi, poi quando l’ho visto ho capito che era qualcosa di magico, che non c’era niente di performativo, che l’amore tra me e Matteo segue il linguaggio di una filastrocca, come un gioco di bambini».

 

La Verità, 6 settembre 2026

Sul fine vita la Mostra di Venezia fa da sponda a Zaia

E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Marco Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito?

Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio».

Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia aspettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?».

Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi e gli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse.

Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua.

Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila.

 

La Verità, 5 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra scommette sui sentimenti

Da zero a otto nel rapido volgere di una stagione. Sono i film italiani invitati ai Festival: zero erano quelli richiesti in febbraio alla Berlinale e in maggio a Cannes, otto quelli in concorso e fuori concorso (senza contare quelli delle «sezioni minori»), alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia che inizia oggi con Ink di Danny Boyle, sul miracolo editoriale del Sun, e con la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney. Cioè: in primavera le principali rassegne europee hanno ritenuto di ignorare il nostro cinema, mentre a fine estate la Biennale ha iscritto alla competizione cinque film italiani, un quarto del totale dei concorrenti per il Leone d’oro. Inevitabile chiedersi: il cinema italiano è improvvisamente rinato, (sempre che prima fosse davvero defunto)? L’83ª edizione sarà il riscatto dei registi, produttori e attori del Belpaese? O, proseguendo con i quesiti, la rassegna veneziana è diventata troppo provinciale o, perlomeno, particolarmente attenta ai codici dell’ospitalità domestica? Alla presentazione del cartellone a fine luglio, il direttore artistico Alberto Barbera aveva attribuito la differenza di atteggiamento dei festival verso l’Italcinema a una questione di tempistiche produttive. Con la sola eccezione di Succederà questa notte di Nanni Moretti, gli altri film non erano pronti e la difficoltà della Mostra non è stata trovare i titoli giusti, ma esser costretti a rifiutarne alcuni per mancanza di spazio. Perciò, se di reale rinascita si tratta lo sapremo solo al termine della manifestazione, il 13 settembre. Nel frattempo, possiamo provare a capire cosa ci aspetta leggendo tra le righe delle sinossi e a cogliere qualche convergenza, da verificare con la visione delle opere.

Complessivamente, restando alla rappresentanza italiana, si nota la tendenza a concentrarsi sui sentimenti, sui rapporti interpersonali dentro e fuori le famiglie o nell’impatto con qualche ospite inaspettato. In un certo senso, la chiave la offre proprio Moretti col suo film tratto da Legami di Eskhol Nevo: evita i temi politici e narra i diversi rapporti tra gli inquilini di un condominio in cui le persone si sfiorano, si incontrano e si confrontano, attraversate dal desiderio, elemento sorprendente che anima o spegne le relazioni. C’è da scommettere che il recupero della politica, in panchina nel film, avverrà nell’incontro con i giornalisti visto il ritorno a Venezia del controverso regista romano a 37 anni dalla polemica per Palombella rossa, allora proposto solo nella Settimana della critica. Anche Edoardo De Angelis attinge a un romanzo, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, in cui un ragazzo lascia Napoli per motivi di lavoro trasferendosi a Milano dove, in occasione delle festività natalizie, lo raggiunge l’invadente madre (Vanessa Scalera). In L’estranea di Paolo Strippoli, un’altra madre possessiva è interpretata da Jasmine Trinca che, nella speranza di ricucire il rapporto con la figlia, piomba nella sua casa per rivelarle un segreto sempre tenuto nascosto. Al centro di Echo chamber di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, c’è la tormentata storia d’amore tra una fisioterapista e un produttore cinematografico con problemi di droga. In Scherzetto, il film fuori concorso di Mario Martone, l’equilibrio di un nonno artista e solitario (Toni Servillo) è messo a repentaglio dal nipotino di cui deve improvvisamente occuparsi. Un altro equilibrio che va in frantumi per l’avvento di un altro bambino è quello del protagonista di Nessun dolore di Gianni Amelio (in programma domani), un uomo (Alessandro Borghi) che ha una bancarella di libri vicino al Vaticano. Ma il fatto che il bambino sia Nordafricano innesca un apologo sul senso di colpa e il dovere dell’accoglienza. Se ne parlerà, sebbene sia fuori concorso. L’ultimo film italiano che, invece, compete per il Leone d’oro è Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis che narra di un medico che dopo esser sfuggito al destino dei desaparecidos, torna in Argentina per testimoniare contro il regime militare. Non casualmente programmato alla fine della rassegna, il più politico dei lungometraggi italiani, conferma la preferenza per le riflessioni private dei nostri cineasti. Mentre sono invece i loro colleghi stranieri a cimentarsi con i temi più strettamente politici. Come si vedrà con l’atteso Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due registi israeliani già premi Oscar 2025 con No other land, che hanno filmato «l’uccisione di massa di palestinesi a Gaza programmata da Israele». Oppure con Dau, del regista dissidente russo Il’ja Chrzanovskij, osteggiato dal governo ucraino e, infine, con Musk, il lungo documentario di Alex Gibney sull’imprenditore-inventore americano.

In chiusura, tornando all’Italcinema, tutti i film in concorso e i principali fuori sono prodotti o coprodotti da RaiCinema e attori come Jasmine Trinca, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini, Alessandro Borghi e Valeria Golino sono presenti in due opere. Il circoletto è sempre vivo e «lotta insieme a noi».

 

La Verità, 2 settembre 2026

La terrazza della Biennale? Lontana da quelle romane

Tutta un’altra terrazza. Veneziana, non romana, ettorescolamente parlando. Una terrazza sul Canal grande, Ca’ Giustinian, sede della Fondazione La Biennale presieduta dall’indomito e controverso, Pietrangelo Buttafuoco. Spirito libero, liberissimo, avvezzo a posizioni scomode e urticanti e a una affabilità autentica, tanto da avere pochi paragoni. C’è la Festa del Redentore, come ogni anno nel terzo fine settimana di luglio, per memorare l’anniversario della fine della peste, che in due anni dal 1575, decimò la popolazione della Serenissima. Per l’occasione, la laguna si trasforma in un pandemonio di imbarcazioni, feste, canti, riti, tavolate anche molto goduriose, concluse dallo spettacolo pirotecnico della notte del sabato. 450 anni fa il Senato veneziano decise la costruzione alla Giudecca di una chiesa, ex voto dell’intera cittadinanza. E da allora, per volere del doge Alvise Mocenigo, si ricorda l’avvenimento. Per grazia ricevuta. Perciò, al quinto piano di Ca’ Giustinian la terrazza è affacciata sulla storia, sulla fede e sull’identità veneziana. Domenica, grazie al ponte di barche allestito per l’occasione che attraversa il canale della Giudecca, c’è stata la processione verso la chiesa per la celebrazione eucaristica, presieduta dal patriarca, monsignor Francesco Moraglia.
La condivisione della serata dei fuochi dal belvedere è una consuetudine inaugurata nel 2009 dall’allora presidente, Paolo Baratta. E, negli anni, è diventata appuntamento sempre più prestigioso. Ma ora che con Buttafuoco la Fondazione Biennale si è fatta più prossima ai veneziani e non solo, con eventi che si susseguono oltre le esposizioni e la Mostra del cinema, come la rinascita della Rivista trimestrale, la nuova sede dell’Archivio storico e le lectio magistralis, anche la terrazza sui fuochi del Redentore assume un carattere più definito. Un’espressione di differenza.
La Rai ha appena cancellato Lupus in fabula, la striscia radiofonica che Buttafuoco conduceva su Radio 1, 10 minuti alle 6.50 del mattino, giustificando la decisione con le parole del direttore di Radio Rai, Nicola Rao: «Quella fascia oraria è destinata ad altro». Espressione laconica che fa pensare a un ordine eseguito (simile a quello, come ha ricordato Francesco Borgonovo, attuato un anno fa per la soppressione di Giù la maschera di Marcello Foa, altro intellettuale disallineato). Inevitabile leggerla come una punizione perché Buttafuoco non ha chinato il capo ai diktat europei e governativi (mentre la filiera veneta, da Luca Zaia al suo successore Alberto Stefani fino al sindaco Simone Venturini è tutta dalla sua parte) che vietavano la riapertura del Padiglione russo, di proprietà della Russia stessa, all’ultima Esposizione d’arte contemporanea. Il presidente della Fondazione veneziana lo sapeva da un bel po’ e non se l’aspettava. Ma non ha voluto creare casi e ora non ha alcuna intenzione di fare il martire. L’autogol dei potenti è autoevidente. E ci si augura lo sia anche per chi, a sinistra, si elegge diuturnamente vittima del fascismo piangendo la fine della libertà d’espressione e la democrazia in pericolo.
Quanto dista la terrazza di Ca’ Giustinian per la Festa del Redentore, o «Festa famosissima», dai salotti, dalle trattorie, dai balconi sporgenti sul potere e sottopotere, dove si decidono nomine, posti, strapuntini e conduzioni televisive? «È una terrazza agli antipodi, diametralmente opposta a quelle romane», si lascia sfuggire Buttafuoco. Che quando poi, nel corso della serata, incrocia il cronista si porta le mani alle orecchie e strizza l’occhio. Ma soprattutto si cuce la bocca. Rifiuta repliche. Rifiuta padri e padrini. Zitto anche a proposito di «un islamico che festeggia il Redentore», forse a riprova della sua religiosità consapevole e moderata. E tira dritto, concentrato sui prossimi eventi. Giovedì, insieme al direttore della Sezione cinema Alberto Barbera, presenterà il cartellone dell’83ª Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre, dov’è attesa la riscossa degli autori italiani (Nanni Moretti, Gianni Amelio e Mario Martone tra i probabili, e speriamo non ci sia troppa politica di mezzo), ignorati prima al Festival di Berlino e poi a quello di Cannes. Per l’autunno, probabilmente il 4 ottobre, nell’800º anniversario della morte di San Francesco, la Biennale propone la lettura dell’XI canto del Paradiso della Commedia di Dante Alighieri, arricchita dagli intermezzi del patriarca di Venezia. A seguire, dopo il festival musicale (10-24 ottobre), un evento dedicato a Pavel Florenskij, ancora da perfezionare.
Calendario fitto, dunque. Con Roma e i suoi palazzi sempre più lontani. Anche se prima dell’inizio della festa il presidente della Camera, il veronese Lorenzo Fontana, è passato a salutare i vertici della Fondazione. Ma ora la sera è diventata notte, in compagnia di Ottavia Piccolo, Giovanni Caccamo, erede artistico di Franco Battiato, è il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli. Esplodono i primi fuochi. Tizzoni che squarciano il buio. Pioggia di scintille che precipita nel bacino di San Marco, popolato di centinaia d’imbarcazioni luccicanti. Spettacolo memorabile. Il balcone di Ca’ Giustinian si sporge ancora di più sulla bellezza. Anni luce lontano dalla terrazza romana in cerca di autori e padrini. Ettorescolamente parlando.

 

La Verità, 21 luglio 2026

«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026

Biennale, tutti pazzi per il padiglione russo

Ormai è chiaro ed evidente a tutti, o quasi. Più passano i giorni e più ci si rende conto che l’azione repressiva dell’Unione europea contro la Biennale di Venezia è stata un autogol. Un boomerang, un atto masochistico. La raffica di lettere e di ultimatum ha partorito l’effetto opposto. Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’Arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca. Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («l’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove» secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia – raramente titolo istituzionale è parso più paradossale – ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi. Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali».
Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The Tree is Rooted in the Sky – L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il Padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale». Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».

 

La Verità, 6 maggio 2026

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Al Lido i proPal cercano di allargare i consensi

Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.

La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».

A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio pro Pal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.

Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello – tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1500 adesioni) – hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.

«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replicato dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.

Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori.

Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.

 

La Verità, 27 agosto 2025

«Senza scandalo, la Mostra è un funerale coi lustrini»

Tinto Brass è un vero signore, oltre che un grande cineasta ultranovantenne. In questi giorni di Mostra di Venezia, segue lo sfilare dei film e delle star dalla sua casa di Isola Farnese, borgo fuori Roma dove vive con la moglie Caterina Varzi, evitando di abbandonarsi alla percezione di non essere profeta in patria. Tuttavia, in questa intervista alla Verità, qualcosa dice. In modo elegante.
Maestro, com’è la Mostra di Venezia vista da Roma?
«Non ho particolare interesse a seguirla. Una sfilata di pavoni che si crogiolano nel loro vuoto, senza il coraggio di osare e che si applaudono a vicenda per film che non scuotono più nessuno. Di cinema vero, quello che ti prende a schiaffi, neanche l’ombra. Tutti attenti a non pestare i piedi, a non offendere, a fare film che vanno bene per tutti. Il trionfo del perbenismo, dove ogni provocazione è soffocata da una cappa di conformismo. Se non c’è scandalo, se non c’è eros, se non c’è rischio, allora non c’è cinema. Venezia sembra sepolta sotto una montagna di chiacchiere e ipocrisie. Ci vorrebbe una rivoluzione formale, qualcuno che getti tutto all’aria e riporti un po’ di vita. Finché il festival resterà questa messinscena, non sarà che un funerale con i lustrini».
L’ultima volta che ci è stato fu nel 2013 per la proiezione di un documentario sulla sua opera.
«S’intitolava IstintoBrass ed era diretto da Massimiliano Zanin. È un lavoro a cui tengo moltissimo perché realizzato in uno dei momenti più difficili della mia vita. L’ho rivisto di recente con una certa commozione. La mia memoria era stata completamente azzerata da un’emorragia cerebrale di cui sono stato vittima nel 2010, e nel film recitavo me stesso. Avevo imparato a memoria un copione sulla mia vita scritto da mia moglie Caterina. È stata lei a raccogliere ogni dettaglio utile dal mio archivio per permettermi di raccontarmi».
Quest’anno i Leoni d’oro alla carriera sono andati alla statunitense Sigourney Weaver e al grande regista australiano Peter Weir. Si poteva guardare più vicino, visto che lei ha vissuto sempre a Venezia e l’ha omaggiata in La chiave e Senso ’45?
«Sono felice che questi riconoscimenti siano andati a grandi figure come Sigourney Weaver e Peter Weir. In cinquant’anni qualcosina al cinema italiano credo di averla data anch’io. La mia cifra stilistica è segnata dal forte legame con Venezia e il Veneto. Basti pensare che nella Vacanza Vanessa Redgrave recita non in italiano, ma addirittura in veneto. Il film vinse il premio della critica alla Mostra del 1971. Eppure, dalla mia terra sono stato bandito. Per questo, me ne sono andato. Poi però il richiamo delle radici, degli odori, dei cibi, delle immagini della mia Laguna, si fa sentire».
Tra i film italiani in concorso c’è Diva futura che racconta la storia dell’agenzia che lanciò Ilona Staller, Moana Pozzi ed Eva Henger. Ha conosciuto Riccardo Schicchi o qualcuna delle sue pornodive?
«Ah, Schicchi… Sì, l’ho conosciuto. Era un visionario. Uno di quelli che sa vedere oltre le convenzioni, e in quanto tale non poteva che essere un personaggio controverso. Proprio per questo mi è sempre stato simpatico. Sapeva sfidare il perbenismo con ironia, e poi aveva un talento innato nel creare icone di sensualità. In un certo senso, eravamo affini. Anche se i nostri approcci erano diversi. C’era un desiderio comune di esplorare la sensualità senza moralismi. Schicchi ha dato spazio a donne che hanno saputo prendersi la loro libertà, diventando simboli di un’epoca. Ilona Staller è quella che ho preferito. Una donna capace d’incarnare il desiderio in maniera spontanea, con una sfrontatezza che spiazzava. Ma anche un candore perverso che la rendeva molto affascinante».
A proposito di scandalo, cosa pensa di Queer di Luca Guadagnino tratto dal romanzo di William S. Burroughs in cui un omosessuale quarantenne, interpretato da Daniel Craig, storico James Bond, s’innamora di uno studente?
«Non avendolo visto, non posso pronunciarmi. La storia può essere forte. La riuscita di un film non dipende da cosa racconta, quanto da come la si racconta. È il modo in cui il regista riesce a tradurre la storia in immagini, emozioni e ritmo a fare la differenza».
Qualcuno ipotizza che possa vincere il Leone d’oro.
«Vedremo. Sono felice che presidente di giuria sia una donna. Sono sicuro che, con la sua sensibilità, Isabelle Huppert saprà guidarla alla scelta giusta. Anche Gianni Canova, presidente per le Opere prime è stata un’ottima scelta. Un uomo libero e un critico intelligente. La sua conoscenza e passione per il cinema mi confortano nell’idea che, alla fine, vincerà il meno peggio (ride)».
Pedro Almodóvar ha presentato The Room Next Door, un film sull’eutanasia: c’è troppa morte a Venezia quest’anno?
«Sul tema dell’eutanasia non posso che essere d’accordo con Almodóvar: tutto il mondo dovrebbe avere una legge che la consenta. La libertà di un uomo si evince anche dalle sue scelte di fronte alla morte e alla malattia. In situazioni irreversibili, si ha diritto di scegliere di morire. Il mio ultimo film, Vertigini, affronta proprio il tema della dolce morte. Una sorta di testamento spirituale che purtroppo non sono ancora riuscito a realizzare. Lo proposi ad Alain Delon, ma mi rispose che era un tema troppo forte per lui».
Dopo il Metoo e con la cultura woke il cinema è cambiato in meglio o in peggio?
«In meglio? Ma non diciamo sciocchezze! Ogni idea, ogni scena, ogni parola deve superare il filtro della moralità imposta da questa nuova forma di inquisizione. Un’inquisizione che ha preso il posto della censura vecchio stile, ma con un volto più ipocrita. Tutto deve essere pulito, conforme, corretto. Ma la vita non è così, e il cinema che riflette questa realtà asettica è un insulto ai nostri istinti. Noioso e prevedibile: una lezione di buone maniere mascherata ad arte. Se questo è il cambiamento, allora preferisco mille volte il cinema di un tempo, che non aveva paura di scioccare, di provocare, di mettere il dito nella piaga».
Cosa pensa del fatto che i film candidati all’Oscar devono rispettare le quote? Ci dev’essere un omosessuale, un nero, un disabile eccetera…
«Le regole e le quote sono per i burocrati, non per i cineasti. Il cinema è libertà, espressione di una visione intima e profonda. Non puoi dire a un artista quali storie raccontare o chi deve apparire nei suoi film. Forzare certi criteri vuol dire imbavagliare l’immaginazione. L’inclusione dev’essere una scelta naturale. Se inizi a mettere dei paletti, il cinema perde la sua anima anarchica, la sua capacità di scandalizzare e sovvertire le regole. E il cinema senza scandalo, senza provocazione, senza libertà, è morto».
Oggi sarebbe più facile dirigere Caligola?
«Oggi sarebbe impossibile realizzare un film del genere. Caligola, film del 1979, è indissolubilmente legato alla figura di Malcom McDowell e a un cast straordinario: Teresa Ann Savoy, John Gielgud, Peter O’ Toole, Adriana Asti, Helen Mirren, Leopoldo Trieste… L’intenzione era quella di lasciare sullo schermo il segno di un apologo destabilizzante del potere e della violenza. Un tema affascinante che però non ritenevo e non ritengo alla portata di attori e attrici italiani, abituati alla fascia televisiva protetta. La scelta di un attore non dipende dalla nazionalità, ma dalla sua capacità d’interpretare il ruolo. Ho diretto grandi interpreti come Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Franco Branciaroli, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, ma anche figure del tutto sconosciute. Per questo considero sterili le polemiche sollevate da Pierfrancesco Favino. Non si tratta di escludere gli attori italiani, ma di trovare l’interprete giusto, indipendentemente dal Paese di provenienza».
Come finirà la causa per violazione del diritto d’autore?
«Finisce in tribunale. Nonostante lunghe trattative, un accordo recentemente raggiunto non è stato rispettato, portando all’impossibilità di ulteriori negoziati».
Con sua moglie Caterina Varzi, attrice, psicanalista e penalista si è ben tutelato?
«Caterina è una donna forte e determinata, si prende cura del mio archivio e della mia opera con grande dedizione. Riempie la mia vita di calore e gratificazione e non posso che esserle grato per tutto ciò che fa».
Il suo cinema è molto controverso.
«Sono amareggiato perché la questione dei diritti d’autore si ripresenta in altre situazioni legate ai miei film, con furbetti di ogni sorta. A detta degli esperti in materia, sono il regista più indebitamente sfruttato al mondo».
Sembra anche a lei, come scrivono alcuni giornali, che la destra si sta impossessando del cinema?
«Mi sembra che ci sia da parte di Giorgia Meloni una precisa dichiarazione di intenti: liberare la cultura italiana, quindi anche il cinema, dall’egemonia della sinistra. Pietrangelo Buttafuoco, uno degli intellettuali più riconosciuti della destra, è stato nominato Presidente della Biennale, l’istituzione che sovrintende a una serie di eventi che riguardano anche la Mostra del cinema. Tutto normale in una logica di alternanza politica».
Che cosa pensa del caso che ha coinvolto il ministro Gennaro Sangiuliano?
«Da Cleopatra a Sangiuliano, la storia si ripete: il potere rimane il più intrigante degli afrodisiaci. Non spetta a me stigmatizzare il tradimento, che è uno dei leitmotiv dei miei film erotici. La questione è più complessa sul piano politico. La storia ha la mannaia pesante e, in questo caso, impone coerenza. Se si è dimesso Vittorio Sgarbi, è giusto che anche Sangiuliano lo faccia».
L’ultimo film italiano che le è piaciuto e quello che ha disprezzato.
«Zamora è quello che recentemente ho apprezzato. Del più brutto non ricordo il titolo».
Se avesse una bacchetta magica che cosa farebbe per risollevare il cinema italiano?
«Trasformerei il cinema in un’esperienza sensoriale che sfida le convenzioni e abbraccia l’innovazione, incoraggiando nuovi talenti a esprimersi in un’esplosione di immagini e passioni. Nella mia convinzione di sempre: solo la forma, il significante, può dare un significato al nonsense della realtà. Come le ninfee di Monet, i girasoli di Van Gogh, frammenti di universo cui aggrapparsi come zattere di salvataggio nella deriva di un mondo in guerra. Che, se non posso cambiare, voglio rendere più abitabile. Grazie alla bellezza della forma e delle forme. E allo splendore del vero».

 

La Verità, 7 settembre 2024