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«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026

Biennale, tutti pazzi per il padiglione russo

Ormai è chiaro ed evidente a tutti, o quasi. Più passano i giorni e più ci si rende conto che l’azione repressiva dell’Unione europea contro la Biennale di Venezia è stata un autogol. Un boomerang, un atto masochistico. La raffica di lettere e di ultimatum ha partorito l’effetto opposto. Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’Arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca. Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («l’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove» secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia – raramente titolo istituzionale è parso più paradossale – ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi. Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali».
Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The Tree is Rooted in the Sky – L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il Padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale». Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».

 

La Verità, 6 maggio 2026

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Al Lido i proPal cercano di allargare i consensi

Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.

La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».

A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio pro Pal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.

Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello – tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1500 adesioni) – hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.

«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replicato dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.

Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori.

Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.

 

La Verità, 27 agosto 2025

«Senza scandalo, la Mostra è un funerale coi lustrini»

Tinto Brass è un vero signore, oltre che un grande cineasta ultranovantenne. In questi giorni di Mostra di Venezia, segue lo sfilare dei film e delle star dalla sua casa di Isola Farnese, borgo fuori Roma dove vive con la moglie Caterina Varzi, evitando di abbandonarsi alla percezione di non essere profeta in patria. Tuttavia, in questa intervista alla Verità, qualcosa dice. In modo elegante.
Maestro, com’è la Mostra di Venezia vista da Roma?
«Non ho particolare interesse a seguirla. Una sfilata di pavoni che si crogiolano nel loro vuoto, senza il coraggio di osare e che si applaudono a vicenda per film che non scuotono più nessuno. Di cinema vero, quello che ti prende a schiaffi, neanche l’ombra. Tutti attenti a non pestare i piedi, a non offendere, a fare film che vanno bene per tutti. Il trionfo del perbenismo, dove ogni provocazione è soffocata da una cappa di conformismo. Se non c’è scandalo, se non c’è eros, se non c’è rischio, allora non c’è cinema. Venezia sembra sepolta sotto una montagna di chiacchiere e ipocrisie. Ci vorrebbe una rivoluzione formale, qualcuno che getti tutto all’aria e riporti un po’ di vita. Finché il festival resterà questa messinscena, non sarà che un funerale con i lustrini».
L’ultima volta che ci è stato fu nel 2013 per la proiezione di un documentario sulla sua opera.
«S’intitolava IstintoBrass ed era diretto da Massimiliano Zanin. È un lavoro a cui tengo moltissimo perché realizzato in uno dei momenti più difficili della mia vita. L’ho rivisto di recente con una certa commozione. La mia memoria era stata completamente azzerata da un’emorragia cerebrale di cui sono stato vittima nel 2010, e nel film recitavo me stesso. Avevo imparato a memoria un copione sulla mia vita scritto da mia moglie Caterina. È stata lei a raccogliere ogni dettaglio utile dal mio archivio per permettermi di raccontarmi».
Quest’anno i Leoni d’oro alla carriera sono andati alla statunitense Sigourney Weaver e al grande regista australiano Peter Weir. Si poteva guardare più vicino, visto che lei ha vissuto sempre a Venezia e l’ha omaggiata in La chiave e Senso ’45?
«Sono felice che questi riconoscimenti siano andati a grandi figure come Sigourney Weaver e Peter Weir. In cinquant’anni qualcosina al cinema italiano credo di averla data anch’io. La mia cifra stilistica è segnata dal forte legame con Venezia e il Veneto. Basti pensare che nella Vacanza Vanessa Redgrave recita non in italiano, ma addirittura in veneto. Il film vinse il premio della critica alla Mostra del 1971. Eppure, dalla mia terra sono stato bandito. Per questo, me ne sono andato. Poi però il richiamo delle radici, degli odori, dei cibi, delle immagini della mia Laguna, si fa sentire».
Tra i film italiani in concorso c’è Diva futura che racconta la storia dell’agenzia che lanciò Ilona Staller, Moana Pozzi ed Eva Henger. Ha conosciuto Riccardo Schicchi o qualcuna delle sue pornodive?
«Ah, Schicchi… Sì, l’ho conosciuto. Era un visionario. Uno di quelli che sa vedere oltre le convenzioni, e in quanto tale non poteva che essere un personaggio controverso. Proprio per questo mi è sempre stato simpatico. Sapeva sfidare il perbenismo con ironia, e poi aveva un talento innato nel creare icone di sensualità. In un certo senso, eravamo affini. Anche se i nostri approcci erano diversi. C’era un desiderio comune di esplorare la sensualità senza moralismi. Schicchi ha dato spazio a donne che hanno saputo prendersi la loro libertà, diventando simboli di un’epoca. Ilona Staller è quella che ho preferito. Una donna capace d’incarnare il desiderio in maniera spontanea, con una sfrontatezza che spiazzava. Ma anche un candore perverso che la rendeva molto affascinante».
A proposito di scandalo, cosa pensa di Queer di Luca Guadagnino tratto dal romanzo di William S. Burroughs in cui un omosessuale quarantenne, interpretato da Daniel Craig, storico James Bond, s’innamora di uno studente?
«Non avendolo visto, non posso pronunciarmi. La storia può essere forte. La riuscita di un film non dipende da cosa racconta, quanto da come la si racconta. È il modo in cui il regista riesce a tradurre la storia in immagini, emozioni e ritmo a fare la differenza».
Qualcuno ipotizza che possa vincere il Leone d’oro.
«Vedremo. Sono felice che presidente di giuria sia una donna. Sono sicuro che, con la sua sensibilità, Isabelle Huppert saprà guidarla alla scelta giusta. Anche Gianni Canova, presidente per le Opere prime è stata un’ottima scelta. Un uomo libero e un critico intelligente. La sua conoscenza e passione per il cinema mi confortano nell’idea che, alla fine, vincerà il meno peggio (ride)».
Pedro Almodóvar ha presentato The Room Next Door, un film sull’eutanasia: c’è troppa morte a Venezia quest’anno?
«Sul tema dell’eutanasia non posso che essere d’accordo con Almodóvar: tutto il mondo dovrebbe avere una legge che la consenta. La libertà di un uomo si evince anche dalle sue scelte di fronte alla morte e alla malattia. In situazioni irreversibili, si ha diritto di scegliere di morire. Il mio ultimo film, Vertigini, affronta proprio il tema della dolce morte. Una sorta di testamento spirituale che purtroppo non sono ancora riuscito a realizzare. Lo proposi ad Alain Delon, ma mi rispose che era un tema troppo forte per lui».
Dopo il Metoo e con la cultura woke il cinema è cambiato in meglio o in peggio?
«In meglio? Ma non diciamo sciocchezze! Ogni idea, ogni scena, ogni parola deve superare il filtro della moralità imposta da questa nuova forma di inquisizione. Un’inquisizione che ha preso il posto della censura vecchio stile, ma con un volto più ipocrita. Tutto deve essere pulito, conforme, corretto. Ma la vita non è così, e il cinema che riflette questa realtà asettica è un insulto ai nostri istinti. Noioso e prevedibile: una lezione di buone maniere mascherata ad arte. Se questo è il cambiamento, allora preferisco mille volte il cinema di un tempo, che non aveva paura di scioccare, di provocare, di mettere il dito nella piaga».
Cosa pensa del fatto che i film candidati all’Oscar devono rispettare le quote? Ci dev’essere un omosessuale, un nero, un disabile eccetera…
«Le regole e le quote sono per i burocrati, non per i cineasti. Il cinema è libertà, espressione di una visione intima e profonda. Non puoi dire a un artista quali storie raccontare o chi deve apparire nei suoi film. Forzare certi criteri vuol dire imbavagliare l’immaginazione. L’inclusione dev’essere una scelta naturale. Se inizi a mettere dei paletti, il cinema perde la sua anima anarchica, la sua capacità di scandalizzare e sovvertire le regole. E il cinema senza scandalo, senza provocazione, senza libertà, è morto».
Oggi sarebbe più facile dirigere Caligola?
«Oggi sarebbe impossibile realizzare un film del genere. Caligola, film del 1979, è indissolubilmente legato alla figura di Malcom McDowell e a un cast straordinario: Teresa Ann Savoy, John Gielgud, Peter O’ Toole, Adriana Asti, Helen Mirren, Leopoldo Trieste… L’intenzione era quella di lasciare sullo schermo il segno di un apologo destabilizzante del potere e della violenza. Un tema affascinante che però non ritenevo e non ritengo alla portata di attori e attrici italiani, abituati alla fascia televisiva protetta. La scelta di un attore non dipende dalla nazionalità, ma dalla sua capacità d’interpretare il ruolo. Ho diretto grandi interpreti come Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Franco Branciaroli, Alberto Sordi, Silvana Mangano, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, ma anche figure del tutto sconosciute. Per questo considero sterili le polemiche sollevate da Pierfrancesco Favino. Non si tratta di escludere gli attori italiani, ma di trovare l’interprete giusto, indipendentemente dal Paese di provenienza».
Come finirà la causa per violazione del diritto d’autore?
«Finisce in tribunale. Nonostante lunghe trattative, un accordo recentemente raggiunto non è stato rispettato, portando all’impossibilità di ulteriori negoziati».
Con sua moglie Caterina Varzi, attrice, psicanalista e penalista si è ben tutelato?
«Caterina è una donna forte e determinata, si prende cura del mio archivio e della mia opera con grande dedizione. Riempie la mia vita di calore e gratificazione e non posso che esserle grato per tutto ciò che fa».
Il suo cinema è molto controverso.
«Sono amareggiato perché la questione dei diritti d’autore si ripresenta in altre situazioni legate ai miei film, con furbetti di ogni sorta. A detta degli esperti in materia, sono il regista più indebitamente sfruttato al mondo».
Sembra anche a lei, come scrivono alcuni giornali, che la destra si sta impossessando del cinema?
«Mi sembra che ci sia da parte di Giorgia Meloni una precisa dichiarazione di intenti: liberare la cultura italiana, quindi anche il cinema, dall’egemonia della sinistra. Pietrangelo Buttafuoco, uno degli intellettuali più riconosciuti della destra, è stato nominato Presidente della Biennale, l’istituzione che sovrintende a una serie di eventi che riguardano anche la Mostra del cinema. Tutto normale in una logica di alternanza politica».
Che cosa pensa del caso che ha coinvolto il ministro Gennaro Sangiuliano?
«Da Cleopatra a Sangiuliano, la storia si ripete: il potere rimane il più intrigante degli afrodisiaci. Non spetta a me stigmatizzare il tradimento, che è uno dei leitmotiv dei miei film erotici. La questione è più complessa sul piano politico. La storia ha la mannaia pesante e, in questo caso, impone coerenza. Se si è dimesso Vittorio Sgarbi, è giusto che anche Sangiuliano lo faccia».
L’ultimo film italiano che le è piaciuto e quello che ha disprezzato.
«Zamora è quello che recentemente ho apprezzato. Del più brutto non ricordo il titolo».
Se avesse una bacchetta magica che cosa farebbe per risollevare il cinema italiano?
«Trasformerei il cinema in un’esperienza sensoriale che sfida le convenzioni e abbraccia l’innovazione, incoraggiando nuovi talenti a esprimersi in un’esplosione di immagini e passioni. Nella mia convinzione di sempre: solo la forma, il significante, può dare un significato al nonsense della realtà. Come le ninfee di Monet, i girasoli di Van Gogh, frammenti di universo cui aggrapparsi come zattere di salvataggio nella deriva di un mondo in guerra. Che, se non posso cambiare, voglio rendere più abitabile. Grazie alla bellezza della forma e delle forme. E allo splendore del vero».

 

La Verità, 7 settembre 2024

«Una vita di merda è meglio di nessuna vita»

Era il John Belushi della Laguna. È un astronauta, il Neil Armstrong della parola. Fatte le debite proporzioni. Qui, di sproporzionato c’è innanzitutto la Sindrome laterale amiotrofica (Sla) che l’ha colpito dieci anni fa. E ci sono gli strumenti di cui, a volte, disponiamo per raccontare i fatti. In questo caso, la storia di Dario Meneghetti, classe 1970, ex tenore del Teatro La Fenice, poeta, ora immobile nel letto ma mobilissimo di pensiero. Tanto da fargli scrivere, con l’aiuto di Bruna Graziani, editor e direttrice del Festival «CartaCarbone» di Treviso, Una pinta di nuvole (Ronzani), autobiografia di oltre 500 pagine, struggente ed esilarante ad un tempo perché toccata da una prosa magmatica, contaminata da influssi dialettali, personalissima. Nell’attrezzatissima camera di una semplice abitazione di San Donà di Piave, entroterra veneziano, la tastiera del computer attivata dal puntatore ottico con cui legge, scrive e chatta è la consolle della navicella spaziale. Una postazione sul confine dell’esistenza. Tra una parete stipata di farmaci, un’altra occupata dal megatelevisore, la terza dalle finestre sulla strada e la quarta dal disegno di una nuvola sulla quale è adagiato un giovane sognatore, si muovono rapide ma senza sdolcinature la madre Mara, la sorella Giulia, il badante Javed e la stessa Bruna. Qui, per rendere il suo stato d’attesa di un badante in una notte in cui anche il pc si era spento, Meneghetti scrive: «Non c’è altro da fare che sperare e aspettare cercando di non esistere… Sono il profumo dei fiori secchi…».

Questa è la sua prima intervista. Dopo qualche minuto di conoscenza, abbozzo le prime domande. Le risposte, lette da Bruna, arrivano lente, essenziali.

Com’è la sua giornata tipo?

È un continuo adeguarsi a quello che mi lascia la malattia. Poi, risolto il gioco a perdere, evado nei pianeti, trascendendo la quotidianità.

La scrittura è il pianeta più accogliente?

È un rifugio extra-dimensionale in cui accamparmi fuori dalla portata della malattia.

Quando scrive? Ci sono momenti più favorevoli?

Scrivo in qualsiasi momento. A mente libera. Almeno due libri li ho costruiti in cesso, restandoci almeno tre ore… Facevo colazione e pranzo al bagno perché gli spostamenti avanti e indietro erano troppo faticosi. Ma ne uscivo con un paio di poesie.

Zero romanticismi sui posti dell’ispirazione.

A volte la creatività si giova delle costrizioni.

In questa sua scrittura è rimasta la tempra da ragazzo alla John Belushi?

(Ride) Sì, assolutamente. È una parte fondamentale della mia esistenza.

L’irriverenza?

Mi è congenita.

Quando ha scoperto di avere anche il dono della scrittura oltre a quello della voce?

Con la voce è stato facile, con la scrittura è stato un percorso intermittente e sempre legato allo stile «imbranauta» (da Limbranauta, fanzine creata negli anni Novanta ndr), termine coniato da me e dalla conventicola dei miei amici, quand’eravamo ragazzi. Con i quali passavamo intere giornate a scrivere su qualsiasi pezzo di carta ci capitasse tra le mani, poesie, frasi, disegni, battute… È il gusto di scrivere scoccando frecce per scardinare i consueti punti di vista e mettere il naso fuori dalla nostra prigione.

Nasce dal suo temperamento, dalle esperienze giovanili, da un certo spirito indomito?

Nasce dal gusto per l’assurdo e dall’ossessione per la parola adatta. Il contrappunto stilistico è un canone, uno slogaritmo linguistico dettato dal mio temperamento e dalle mie esperienze, tutte. Solo che adesso scrivo da sobrio, e questa è sicuramente la svolta più clamorosa.

Ascolta ancora molta musica?

Sì, dalla classica al rap, quello degli anni Novanta. Invece il rock no.

Come mai?

Un po’ mi annoia.

L’interprete preferita?

Édith Piaf.

È citata anche nel libro, a proposito dei finali calanti.

Nei finali è sempre in sotto tonalità e sotto sforzo. Però ci sta.

Nella poesia Deserto scrive: «Insegnami tu a pregare/… Insegnami ad amare/ Imparerò a pregare». Chi è questo tu? Non pensa che rivolgersi a un tu sia già in qualche modo pregare?

È un tu ipotetico. Semanticamente è una preghiera. Chi è questo tu lo decide chi legge.

È un’entità trascendente o una persona in carne e ossa?.

Non è una persona in carne e ossa. È un’invocazione, un richiamo.

Ha pubblicato cinque libri di poesie senza cedere agli «smottamenti autocommiserevoli», mentre «altri poeti e scrittori hanno fatto bandiera della loro condizione». Perché non vuole una critica compassionevole?

Non m’interessa. Io non sono la mia malattia. Inoltre, l’autoironia non me lo permette. Mi fa miseria e non è onesto.

Cedere al vittimismo?

Sì. Ci sono troppe sfumature da vivere oltre l’oltraggio.

L’oltraggio della malattia?

Sì.

Quando ha avuto la prima percezione che qualcosa non andava?

Il dubbio l’ho avuto varie volte. Una delle prime è stato quando non potevo accendermi una sigaretta perché non riuscivo a far girare la ruotina del Bic. Poi feci una sorta di autodiagnosi dopo una prova di coro e dissi a un collega che c’era qualcosa di neurologico… Ero preoccupato, ma non pensavo a un male tanto terribile. La davo come una grave seccatura, però risolvibile.

Qual è stato il primo pensiero quando le hanno detto di cosa si trattava?

È successo all’ospedale di Portogruaro. È stato come un incidente, dopo il quale non ti rendi conto di quello che ti è successo e continui a vagare senza sapere dove andare. L’unica cosa che sono riuscito a chiedere alla dottoressa è quanto mi rimaneva da vivere. «Due anni», mi disse. Ed eccomi ancora qua.

«Una vita di merda è sempre meglio di nessuna vita»: lo scrive a pagina 403, ne è sempre convinto?

(Sorride) Sì. Si può fare di tutto stando fermi. Come Churchill col sigaro e il brandy sul divano.

Astraendosi dalla propria condizione?

La capacità di astrarsi diventa un automatismo. È qualcosa di salvifico.

Che cosa diamo per scontato tutti i giorni quando siamo in salute, stiamo bene, non abbiamo limitazioni pesanti?

Dimentichiamo di essere in salute, di stare bene, di non avere limitazioni pesanti. L’uomo in gran parte  riconosce cosa gli manca solo quando la perde o gli viene tolta. È una banalità, ma è vera per la maggior parte degli uomini, purtroppo.

La dedizione del badante pakistano Javed ben oltre le sue mansioni che cosa la fa pensare?

Che al mondo esistono generosità e gratuità, al di là della cultura, dell’erudizione, della ragione, della prigione del proprio ego. Javed non è solo il mio badante, è un pianeta dove rifugiarsi in tempo di guerra. Lavora con il piacere di fare bene il suo lavoro e già questo è straordinario. Eccede gratuitamente i suoi doveri salvandomi premurosamente da tutte le inconvenienze fisiche e psichiche. Da due amici siamo diventati una terza forza chiaramente dimostrabile.

Prova ancora a convertirla all’Islam?

No, ha capito che per me non c’è niente da fare con l’Islam. Sono un filo d’aria agnostico e ateo alla mercé del vento.

Le ha chiesto che cos’è l’amore, ma lei ha un po’ tergiversato…

Quella dell’amore non è facile spiegarla. Uno non pensa che qualcuno non lo conosca. È come dover spiegare la Nona sinfonia a una mucca.

In un altro punto scrive: «Ormai sono tre anni che non sono ancora morto». La diagnosi per la Sla prevede un tempo di vita dai tre ai cinque anni. Lei è un veterano in attesa di nuovi farmaci?

Sì, certo. È un’attesa concreta. Nei primi mesi del 2024 l’Aifa dovrebbe approvare un farmaco che potrà essere utilizzato anche per la mia forma di Sla.

Che cosa si aspetta da questo libro?

È un miraggio felice andato oltre ogni mia previsione. Che sia uscito è già un traguardo. Gigantesco. È cominciato per caso, ero concentrato sulle poesie quando mi sono trovato a produrre pensieri organizzati allo scopo di divertirmi con le assurdità della mia vita.

Quanta volontà serve per fare un libro così?

Una volontà enorme. Come il divertimento di scriverlo.

Qual è la parte che l’ha più divertita?

Non so. È stato un continuo crescendo, terminato con l’incontro della mia editor che mi ha guidato alla fine e me lo ha pubblicato con un lavoro pazzesco.

È lei la «Bruna» della dedica?

Sì.

C’è un’altra persona che vorrebbe lo leggesse?

Non ci ho mai pensato. Magari dei comici che lo portassero in scena.

E qualcuno di legato alla sua vita?

Mio padre, che non c’è più. Anche se lì dentro non gli risparmio niente.

Nella sua condizione come cambiano i rapporti con le persone?

Cambia il rapporto con chi vede solo la malattia. Cioè, in primis l’altro deve capire che la Sla non compromette il cervello.

In positivo, la malattia può essere anche un acceleratore nella direzione delle cose che contano?

Sì, ti costringe a scavare nel tuo profondo. Fino ad arrivare al di là del buco che stai scavando.

Ha dovuto fare il testamento biologico?

(Sembra rattristarsi) Sì. E anche la Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento per la cura  definitiva.

«Assetato di cielo», scrive nella poesia finale, cioè d’infinito. Se tutto non avesse un senso, la vita sarebbe uno scherzo crudele, tanto più una come la sua. Ma lei vuole berla fino all’ultima goccia. Che cosa vorrebbe dire a chi fa una scelta diversa e preferisce interromperla?

Di persistere nella furiosa voglia di vivere.

 

Panorama, 31 maggio 2023

«I diritti Lgbtq funzionano nel mondo convenzionale»

S’intitola Ancora spero l’autobiografia che Marina Cicogna ha appena pubblicato da Marsilio. È il racconto della vita, che sembra romanzesca, della contessa del cinema italiano, figlia di  Cesare Cicogna Mozzoni (dinastia lombarda dal quattordicesimo secolo) e di Annamaria Volpi di Misurata (altro casato nobile) e nipote di Giuseppe Volpi, ministro del governo Mussolini, padrone della Compagnia italiana grandi alberghi (Ciga) e fondatore della Mostra del cinema di Venezia a cui sono tuttora intitolati i premi agli attori. È un’autobiografia (scritta con Sara D’Ascenzo) di case, dimore, vacanze, piscine, ricevimenti, party senza partiti, sciate al mattino presto, trasvolate oceaniche e trasgressioni senza pose, amori omosessuali. Di grandi armatori come Aristotele Onassis, di importanti produttori come David O. Selznick (Via col vento, i film di Alfred Hitchcock), di imprenditori visionari come Gianni Agnelli.

Marina Cicogna è una donna da primato, la prima a vincere l’Oscar per il miglior film straniero e la prima ad amare pubblicamente un’altra donna?

«Per quanto riguarda l’Oscar, sì. Il secondo primato non è mio, molte altre donne pubbliche mi hanno preceduto in questo tipo di relazione, soprattutto fuori dall’Italia».

Che cos’è per lei la libertà?

«Non andare controcorrente, perché vorrebbe dire lottare scientemente contro qualcosa o qualcuno. È seguire con una certa tranquillità i propri pensieri e le proprie convinzioni, senza guardarsi troppo in giro. La libertà te la fai tu, è dentro di te…».

Come si sta preparando a ricevere il David di Donatello alla carriera?

«Non faccio molti preparativi, cercherò dei vestiti che mi possano stare bene. Indosserò un abito di Valentino, come faccio nelle occasioni pubbliche. Per la sera è lo stilista più raffinato».

Se avendo lavorato solo dieci anni nel cinema le danno il David alla carriera vuol dire che ha seminato bene.

«Gli anni Sessanta e Settanta sono stati un periodo molto felice per il nostro cinema e non certo per merito mio. C’erano tanti talenti con i quali lavorare era gratificante. Se avessi continuato oltre quei dieci anni, considerati i cambiamenti, sarebbe stato diverso. Forse per la forza della televisione e per l’importanza delle nuove piattaforme il cinema ha perso un po’ di fascino».

Suo nonno fondò la Mostra di Venezia, suo padre vinse l’Oscar con Ladri di biciclette, ma la vera amante del cinema fu lei: perché sua madre affidò a suo fratello la direzione della Euro International?

«Mio nonno fondò la Mostra perché voleva attrarre più turisti all’Hotel Excelsior e al Des Bains del Lido. Mio padre produsse Ladri di biciclette perché cedette al fascino di Vittorio De Sica. Quando la acquistarono mia madre e mia zia, la Euro era solo una società di distribuzione, avrebbero ugualmente potuto comprare un’azienda che produceva yogurt. L’unica vera appassionata di quest’arte ero io».

E come mai non le affidarono le redini dell’azienda?

«Io volevo fare dei film, non occuparmi dei conti e mia madre pensò a mio fratello Bino. Mi opposi perché non lo ritenevo adatto. Il cinema era un mondo pericoloso per un ragazzo così giovane. Infatti, dopo un po’ tutto esplose e io me ne andai».

Non prima di conquistare l’Oscar nel 1971 con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Perché era convinta di non vincerlo tanto che nessuno del cast presenziò alla cerimonia?

«Al Festival di Cannes avevamo preso solo il Gran premio speciale della giuria. Elio Petri e Gian Maria Volontè erano stati iscritti al Pci e non potevano ottenere il visto per l’America, Florinda Bolkan era sul set di qualche film e io avevo grossi dubbi che gli americani apprezzassero quel film con problematiche distanti dalla loro sensibilità. Fu un errore non incaricare qualcuno di ritirare la statuetta just in case. Infatti, non l’ho mai vista».

Un vostro legale, Carlo Majno, parlando di suo nonno, «un incrocio tra Giulio Andreotti e John Ford», disse che la sua famiglia era «distaccata dalla realtà in modo esagerato»: un’alterigia che ha contagiato anche lei?

«Majno descriveva l’incapacità di mia madre di affrontare la quotidianità. Non credo ci sia alterigia in me, mi pare che il libro racconti la vita di una donna con i piedi per terra».

Scrive che durante la guerra i suoi genitori «non erano gli unici aristocratici a opporsi al fascismo», eppure suo nonno fu ministro nel governo Mussolini…

«Prima, con Giovanni Giolitti era stato governatore della Libia. Poi fu ministro delle Finanze, ma nutriva una certa antipatia per Mussolini. Mi raccontarono che una volta scomparve a Roma per 48 ore e dissero che era stato preso dai fascisti, che lo restituirono dopo averlo drogato. Mio nonno non fu certo antifascista, mentre lo furono in modo deciso i miei genitori».

Conferma che Gianni Agnelli è stato l’uomo più affascinante che ha conosciuto?

«Confermo. Gli telefonavo spesso al mattino presto per consultarlo su quello che succedeva e lui aveva sempre un’idea precisa e mai banale».

Però una volta, più del suo fascino valse la lealtà verso l’amica Marella, sua moglie… Oppure l’attrazione per gli uomini era già scemata?

«Ci sono uomini che mi hanno sempre interessato molto. Se non fosse stato sposato, un passaggio con lui ci sarebbe stato di sicuro. In quel momento mi era parso inopportuno».

Con Alain Delon invece non si ritrasse e anticipò l’amica Ljuba Rosa Rizzoli che condivideva con lei la stanza in hotel, dove spuntò un bigliettino nel quale Delon invitava nella sua camera, ma senza specificare il destinatario.

«Infatti Ljuba ha sempre detto che l’invito era per lei, più affascinante e sexy di me. Ma io allora avevo una passione particolare per Delon. Quando lo vedo ancora oggi penso che all’epoca non ci fosse uomo altrettanto seducente».

Nemmeno il Leone d’oro del 1967 a Bella di giorno convinse sua madre a darle pieni poteri?

«Credo che nemmeno seppe quello che era accaduto. L’espressione di Majno sul distacco di mia madre nacque proprio in quell’occasione».

Sebbene scriva di non aver mai prodotto film «per ragioni vagamente politiche» perché Franco Zeffirelli le rimproverava di fare solo film di sinistra?

«Si riferiva a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, uscito due mesi dopo la strage di Piazza Fontana, e a La classe operaia va in Paradiso che vinse a Cannes nel 1972. Zeffirelli era l’unico regista di destra del cinema italiano ed era convinto che chi aveva una certa formazione doveva pensarla come lui».

Oggi il cinema è più libero di allora?

«Allora c’era la censura e dovevamo tagliare delle scene, oggi non c’è. I registi sono davvero liberi se sono anche produttori. Poi molti lavorano con i fondi pubblici».

Prevalgono un certo conformismo e certi clan?

«Esatto. Negli anni Trenta c’era più libertà, la moglie di Franklin Delano Roosevelt frequentava un’amica. Oggi vedo più conformismo: questo non si può dire, questo non si può fare».

Quanto il suicidio di suo fratello in Brasile l’ha cambiata?

«È stata una ferita non rimarginabile, che mi ha cambiato in profondità. Anche la scoperta della malattia mi ha cambiato, perché implica davvero un’altra vita. Fino al giorno prima andavo a sciare, oggi il mio maestro di sci mi ha mandato una foto di qualche anno fa. Con la malattia le giornate sono totalmente diverse».

Se Gianni Agnelli era il più affascinante, come definirebbe Vittorio De Sica?

«Anche De Sica lo era, da napoletano. Gianni era figlio di militari torinesi, Vittorio di una famiglia di attori del Sud. Per lui ogni situazione era motivo di divertimento, di commedia».

Cosa la colpiva di Pier Paolo Pasolini?

«M’intimidiva, unico fra i tanti grandi registi con cui ho lavorato. Era un uomo che non si capiva bene a cosa pensasse. Aveva un fascino silenzioso».

E di Andy Warhol?

«È stato alcune volte mio ospite, ma non mi sono mai fatta ritrarre da lui. Era educato e di ottime maniere, molto diverso dall’immagine dell’artista ribelle che se ne aveva».

Chi è il più grande attore con cui ha lavorato?

«Direi Gian Maria Volontè, mentre con Marcello Mastroianni non ho mai lavorato. Erano di due scuole opposte: Marcello era credibile in qualsiasi ruolo, Gian Maria aveva bisogno di un personaggio in cui affondare i denti».

A quale regista o produttore di oggi si sente affine?

«Forse ad Andrea Occhipinti e Domenico Procacci di Fandango».

Il suo con Florinda Bolkan è stato uno dei primi amori omosessuali senza finzioni: come guarda alle rivendicazioni della comunità arcobaleno?

«Mi sembra che facciano parte di un mondo molto convenzionale nel quale c’è bisogno di definire le situazioni per farle accettare. Non sono a favore di queste posizioni, credo che sia inutile cercare di spiegarsi, di spiegare ogni comportamento. Ognuno di noi vive attrazioni e abitudini diverse. Forse per i trans è più difficile, ma penso che ognuno dovrebbe seguire la propria natura».

Perché anche nella vita privata ha sempre tenuto lontane l’ideologia e la politica?

«Perché non c’entrano. Ognuno può essere libero con sé stesso e vivere in modo spontaneo, senza costruzioni».

Non la pensano così i militanti del Metoo.

«Da sempre i produttori importanti a Hollywood hanno avuto rapporti bizzarri con attrici e attori. Non è un comportamento inventato da Harvey Weinstein, che pure aveva il dono di essere uno tra gli uomini più antipatici del mondo».

Che cos’è per lei l’amicizia?

«Anche gli amici sono ognuno diverso. Da ragazza c’era Franco Rossellini, poi mia grande amica è stata Jeanne Moreau e ancora Ljuba Rizzoli. Non conoscevo Sara D’Ascenzo che mi ha proposto il libro e così è diventata un’amica. Quando sei nel bisogno, gli amici sanno esserti vicino senza fartelo pesare. Sono anche quelli con i quali condividi le passioni».

Benedetta Gardona con cui convive è cattolica e devota…

«Lo era di più fino a quando una sua amica d’infanzia è morta di tumore, e questo le ha fatto un po’ perdere la fede».

Lei ne è mai stata sfiorata?

«Ho ricevuto un’educazione religiosa non formale. Pensi che quando avevo 15 anni mia madre si accorse che non avevo ancora fatto la prima comunione. Ora che non sono in salute alcune domande me le pongo, ma non sono riuscita a darmi delle risposte».

L’autobiografia s’intitola Ancora spero: in che cosa, signora?

«Non so… Spero che la vita rimanente sia abbastanza accettabile. Che il morire sia dolce e non comporti troppa sofferenza. Spero anche tante cose belle per gli altri. Ho scelto queste parole per il titolo perché sono nel motto di famiglia: mi sembra dicano che uno vuole vivere di speranza più che di certezza».

 

La Verità, 6 maggio 2023

«Perché la svolta di Draghi risparmia Speranza»

«Per fare i conti sulla pandemia ci vuole un processo, il processo di Norimberga». Qualche giorno fa, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica su Rete 4, Stefano Zecchi ha scatenato un vespaio. Filosofo, scrittore, editorialista del Giornale, docente di filosofia teoretica a Padova e poi di estetica a Milano, con parentesi d’insegnamento in vari atenei esteri tra i quali l’università Tagore di Calcutta, Zecchi è anche consigliere comunale a Venezia, eletto nella lista indipendentista del Partito dei veneti.

Professore, è pentito di aver usato un’espressione così forte?

«Non sono pentito. Leonardo Sciascia diceva che i comunisti prendono una parola e la usano come un cappio per impiccarti. Ma io sfuggo a questo cappio perché credo che chi ha commesso gravi errori di natura amministrativa, se non ha la dignità di assumersene la responsabilità deve trovare qualcuno che gliele assegna».

Quali sono queste responsabilità per giustificare il ricorso a una Norimberga sulla pandemia?

«Che in Italia la diffusione del Covid sia stata gestita in modo criminale è fuor di dubbio. Mi riferisco in particolare al governo giallorosso, durante il quale c’erano ministri che, dall’alto delle loro competenze, dicevano che la mascherina non serviva. Poi asserivano che il Covid è poco più che un’influenza, che non c’erano timori di contagi. Qualche settimana dopo ci siamo messi le mani nei capelli vedendo i camion dell’esercito pieni di bare a Bergamo. Adesso ci sgraviamo la coscienza con il giorno del ricordo delle vittime, ma la coscienza ce la mettiamo a posto con un esame vero delle responsabilità dell’accaduto».

Quali responsabilità amministrative sono da imputare al Conte bis?

«Ci siamo dimenticati della secretazione dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico? Su tutto c’era un’overdose di comunicazione, ma su quelle riunioni vigeva il segreto. E la mancata proclamazione della zona rossa della Val Seriana? Ora si è avuta anche conferma della gestione opaca, per usare un eufemismo, del piano antipandemico. Che era fermo al 2006. Adesso le vaccinazioni vanno a rilento, in particolare per gli ultra ottantenni. Il ministro della Salute Roberto Speranza è responsabile di tutto questo».

Qualcuno ha declinato la sua idea nella forma di una Norimberga politica.

«La mia espressione forte consegue a quella altrettanto forte di coloro che hanno paragonato la pandemia a una guerra. Nelle guerre ci sono soldati e generali capaci e incapaci, ci sono pusillanimi ed eroi. Conoscere le responsabilità di ciò che è stato fatto è un diritto dei cittadini. Un processo può anche assolvere gli imputati, a Norimberga ci sono state condanne graduali. Credo che chi ha visto morire in modo ignominioso i propri cari a causa di decisioni amministrative sbagliate debba poter sapere la verità».

Condivide la mozione di sfiducia al ministro Speranza annunciata da Fratelli d’Italia?

«Sì, la condivido. Anche se probabilmente non andrà in porto».

Il cambio di passo avviato da Mario Draghi con la sostituzione di Domenico Arcuri, la correzione del Cts e l’accelerazione sui vaccini si arresta davanti a Speranza?

«Non vorrei essere dissacrante: Draghi è un grande allenatore che gode di stima e attenzione internazionale. In squadra ha fuoriclasse come Giancarlo Giorgetti, ma con brocchi come Speranza difficilmente riuscirà a vincere o anche a pareggiare».

Avrà la forza di mandarlo in panchina?

«Questo governo vive su un equilibrio dettato dalla sinistra. Destituire Speranza significherebbe toccare un santuario delicato. A meno di suoi clamorosi errori dubito che il premier lo cambierà. Sarebbe un’umiliazione troppo forte, doveva pensarci per tempo. Credo che alla fine Draghi lo circonderà con le competenze di altri e lo depotenzierà».

La soluzione per accertare le responsabilità potrebbe essere una commissione parlamentare d’inchiesta?

«Non nutro molta fiducia nelle commissioni parlamentari, non ne ho mai vista una che arrivasse vicina alla verità. La soluzione sarebbe un passo indietro di coloro che riconoscessero le proprie responsabilità. Probabilmente è una pia illusione».

Per la sinistra la pandemia è un’occasione per un ricalcolo del sistema?

«Nel famoso libro di Speranza ho trovato riflessioni di politica economica nelle quali il Covid è visto come un’opportunità per instaurare una nuova egemonia della sinistra».

Cosa pensa del fatto che Nicola Zingaretti ha descritto gli esercenti della ristorazione e gli operatori di palestre e piscine come persone che «fanno i lavoretti»?

«In questa parola c’è tutto il senso della crisi della cosiddetta sinistra che ha completamente dimenticato la realtà del mondo del lavoro».

Complessivamente, come vede l’Italia di oggi? Mi regali un’immagine da filosofo, amante della bellezza.

«Vedo un’Italia che oscilla tra il disorientamento e il terrore. Forse l’immagine giusta è un’Italia allarmata, molto allarmata».

Il motivo principale?

«Oltre alle cose che abbiamo detto, un’altra causa d’insicurezza è dovuta all’informazione contraddittoria che tutti i giorni troviamo sui media. Mentre in altri paesi, gli Stati uniti per esempio, la comunicazione sul Covid è delegata a una sola persona competente, noi ascoltiamo tutte le sere in tv una ridda di opinioni di virologi ed epidemiologi che non hanno esperienza di comunicazione. Si parla della pandemia come fosse il derby di Milano, senza la consapevolezza che ogni parola può influenzare scelte e stati d’animo dei cittadini».

Ha mai avuto la tentazione di andare a vivere altrove?

«Sempre. Ho vissuto infanzia e adolescenza nella casa più bella del mondo, con la terrazza che guardava i Mori di San Marco a Venezia. Quando i miei genitori si sono separati, ho seguito mia madre. Poi a 18 anni sono venuto a Milano con una borsa di studio. Da allora sono sempre desideroso di cambiare, di girare…».

Di questi tempi invidia il welfare del Nordeuropa o la razionalità della Germania?

«Invidio gli inglesi. Hanno risolto tutta questa paura con grande razionalità e, dopo le precedenti, i tedeschi finiranno per perdere anche la guerra economica che hanno dichiarato loro sui vaccini. Se invece dovessi decidere a prescindere dal Covid andrei in India, il paese dove ho lasciato un pezzo di cuore quando ho insegnato tre anni a Calcutta».

L’Europa che immagine le suscita?

«È un’entità burocratica fatta per avvantaggiare la finanza e l’establishment internazionale, un sistema che non si preoccupa dei singoli cittadini. Lo si è visto nelle trattative con le grandi case farmaceutiche per i vaccini. Al contrario, la Gran Bretagna ha dimostrato quanto determinante sia il ruolo degli stati nazionali nella vita della popolazione».

Come giudica lo scontro geopolitico sui vaccini?

«Mi sembra che la parola decisiva non sia determinata dall’efficacia sanitaria, ma dal profitto delle Big pharma. Mentre negli Stati uniti Fauci parla per tutti, in Europa non c’è un’autorità riconosciuta. Così la Germania ha scelto Pfizer e osteggia l’anglo-svedese AstraZeneca. Inoltre, non si capisce il divieto a Sputnik. L’Europa ha palesato tutte le sue debolezze, coperte solo da una grande retorica ideologica. Ma se appena ne metti in discussione la funzione passi da reprobo».

Cosa pensa del fatto che, in un’intervista al Corriere della sera, il figlio di Beniamino Andreatta, Filippo, braccio destro di Enrico Letta, ha detto che «oggi essere di sinistra vuol dire essere europeisti»?

«È la solita ideologizzazione dell’Europa che nuoce anche all’Europa. Ed è anche la conferma che il Pd è il partito dell’establishment, per il quale votano la borghesia, i magistrati, i docenti universitari, i giornalisti che vogliono contare di più. Vorrei chiedere ai vertici del Pd cosa vuol dire esattamente oggi essere europeisti».

Che bilancio fa della sua esperienza di consigliere comunale nel Partito dei veneti?

«Volevo dimostrare che ci può essere un altro modo di far vivere Venezia. Questo partitino ha assecondato le mie idee. La prima: Venezia necessita dello statuto speciale che le dia autonomia amministrativa e fiscale di cui si giovano città europee come Berlino, Vienna, Amburgo e Madrid. La seconda: favorire in città il lavoro che comporti le defiscalizzazioni. La terza: ridare forza all’abitabilità di Venezia attraverso un nuovo piano di mobilità».

Riforme impegnative.

«Erano già nella testa di Gianni De Michelis, 35 anni fa. Da allora ha vinto la logica del non si può fare. Così continua a prevalere la lamentazione sullo spopolamento, sulla città invasa dai turisti e in mano alle grandi navi. I soliti piagnistei. Una volta si lamentava che Venezia era diventata una sorta di Disneyland. Ora è Pompei, morta».

Matteo Salvini ha messo in secondo piano il federalismo e l’autonomia?

«Sì, e secondo me sbaglia. Un Paese moderno deve avere, al contempo, una forte struttura statale e una forte struttura federale. L’Italia ha invece deboli istituzioni statali e deboli amministrazioni regionali. Il nostro regionalismo non è un vero federalismo. Per questo il Veneto ha votato al 90% per l’autonomia».

Quando si vaccinerà?

«Mi sono già vaccinato cinque giorni fa con AstraZeneca. Lo destinano a noi anziani perché ne abbiamo più benefici che costi. Finora è andato tutto bene, nessun sintomo. Ho avuto due embolie polmonari, ma il mio medico mi ha rassicurato».

È preoccupato?

«Diciamo che mi fido, gli effetti collaterali sono infinitesimali. L’embolia insorge nei primi 12 giorni dopo la somministrazione, ho ancora una settimana di tempo per morire. La tengo informato» (ride).

Le hanno fissato la data del richiamo?

«No. Una dottoressa carina mi ha promesso: “Le telefonerò”, come fosse una fidanzata. Aspetto».
Per chiudere, secondo lei Draghi ce la farà?
«Non sono particolarmente ottimista. La partita contemporanea dell’emergenza sanitaria ed economica è molto impegnativa. Bisogna razionalizzare le vaccinazioni partendo dalle fasce di età più fragili. E poi riaprire presto tutto quello che si può. Per far ricominciare la vita».

 

La Verità, 17 aprile 2021

 

«Venezia sta ripartendo, ma Roma ci aiuta poco»

Un manager al comando. Un imprenditore. Un sindaco amato dalla popolazione. Nel caso di Luigi Brugnaro, «uomo del fare» è più di uno slogan. Quando senti parlare il primo cittadino di Venezia fresco di secondo mandato, 59 anni e cinque figli, fondatore dell’Umana holding affidata a un trust americano, avverti la concretezza di chi è abituato a buttarsi nelle situazioni senza troppi preamboli. «Di fronte al problema cerco di risolverlo», ha detto al Gazzettino che lo ha intervistato a un anno dall’acqua alta (187 centimetri) che mise in ginocchio la città. «Ricordo che davo ordini senza neanche sapere se ne avevo l’autorità; non mi ero chiesto in quel momento se potevo o non potevo farlo. L’ho fatto e basta».

È passato un anno dall’Aqua granda del 12 novembre 2019: in che cosa è cambiata Venezia?

«Abbiamo capito che se c’è collaborazione tra governo, regione e comune si possono fare tante cose. In due mesi abbiamo risposto all’emergenza. L’unità d’intenti è importantissima in un contesto di grande competizione internazionale. Poi è arrivato il virus».

E lei che cosa ha imparato da quest’emergenza?

«A 59 anni ho capito una volta di più che bisogna lavorare tanto, e con umiltà. Che bisogna aiutarsi, ognuno facendo la propria parte, dall’operatore ecologico a chi guida i vaporetti fino ai dirigenti comunali. Solo così si può resistere».

Come risponde alla pandemia una città che vive di turismo internazionale?

«Provando a conviverci. Venezia ha sempre affrontato situazioni speciali senza piangersi addosso. Rimboccarsi le maniche e lavorare tanto aiuta a resistere».

È una città di anziani.

«Non possiamo fermarci davanti ai conflitti generazionali. Le contraddizioni vanno superate con la competenza. Energia ed esperienza devono lavorare insieme e comporsi per uno scopo più grande. Come si fa con il Mose: si alza la diga quando serve per impedire l’acqua alta, si abbassa per far passare le navi affinché il porto lavori. Tutto per la crescita di Venezia».

La Mostra del cinema si è fatta, il Festival di Cannes no.

«Lavoriamo per convivere con il Covid e per non farci seppellire dalla paura. Abbiamo mantenuto la Biennale cinema, ma anche la festa del Redentore con tutti i dispositivi di sicurezza, sospendendo solo i fuochi d’artificio. Abbiamo fatto il Campiello con la Confindustria veneta. Stiamo lavorando al Comitato ufficiale per i 1600 anni della nascita di Venezia che si celebreranno ne 2021. Per l’anno prossimo abbiamo già confermato il Salone nautico e la Biennale architettura».

Cosa può rappresentare Venezia per la ricostruzione del Paese?

«Possiamo essere un esempio di rilancio. Qui ci giochiamo la credibilità internazionale perché il mondo misura l’Italia attraverso Venezia. Per questo è interesse di tutta la nazione che Venezia ce la faccia. Adesso abbiamo la testa sott’acqua, ma la nautica ci insegna che l’azione di una barca avviene sotto l’acqua anche se non si vede. Se lavoriamo adesso, presto si vedranno i segni della rinascita».

Arrigo Cipriani, proprietario di Harry’s Bar, ha dato più volte l’allarme.

«Non solo l’amico Arrigo, tutta la città ha bisogno di politiche vere di rilancio, non di paghette. Ho chiesto già un anno fa nel Comitatone (riunisce comune, città metropolitana, regione, autorità portuali e governo ndr) di rifinanziare la Legge speciale nata dopo l’inondazione del 1966 alta come quella di un anno fa. Negli ultimi 10 anni non è stata più rifinanziata, ma Venezia ha costi enormi, figuriamoci in presenza di eventi catastrofici».

Perché ha partecipato a una cena di gala alle 5 del mattino?

«Ho voluto manifestare il mio dissenso contro restrizioni illogiche che hanno colpito categorie tartassate. Ai ristoratori prima è stato chiesto di adeguarsi alle norme anti contagio con il plexiglas, le sanificazioni e la riduzione del numero dei tavoli. Una volta sostenuti questi costi e visti dimezzati gli incassi, hanno dovuto chiudere. Ho partecipato a quella cena all’alba per protestare contro la gestione improvvisata di un settore importante dell’economia. Credo che si possa ancora fare. Mi auguro che i rimborsi arrivino, veloci, cospicui e a tutti».

Lei è presidente della Reyer Venezia Mestre di basket e da uomo di sport dice spesso che bisogna fare squadra. Ministri, governatori e sindaci ne fanno poca?

«In occasione dell’emergenza di un anno fa qui sono venuti tutti, da Giuseppe Conte a Elisabetta Casellati, da Silvio Berlusconi al ministro Federico D’Incà. Da commissario per l’emergenza, in spogliatoio avevo alzato la voce e, grazie al capo della Protezione civile, Angelo Borelli, si è riusciti a far arrivare rapidamente i rimborsi alla popolazione più colpita. Purtroppo, non sempre funziona così. In Italia mentre per guidare un’auto serve una patente, per guidare un ministero non serve niente. Troppe situazioni non girano…».

Tipo?

«Tutto il resto. La giustizia, la burocrazia, la cassa integrazione, i finanziamenti, il Recovery fund… È grave nascondere che si tratta di debiti che finiscono per aggravare il bilancio dello Stato. Aumentare il debito pubblico vuol dire compromettere la vita delle generazioni future. Bisogna che chi governa si decida a collaborare davvero con le opposizioni. Ci vuole un piano economico concertato per la ripresa. Invece siamo pieni di comitati e task force che parlano senza ascoltare chi è in prima linea. Non bastano i dpcm ad affrontare un’emergenza così. Siamo sempre all’inseguimento».

Adesso però arriverà il vaccino.

«A metà gennaio, dicono. Ma servono le celle frigorifero. Non è che poi ci accorgiamo che non ci sono? Com’è successo con i banchi a rotelle per la scuola? Ne abbiamo parlato tutta l’estate e poi ci siamo accorti che non servivano».

Con il 30,7% dello sfruttamento, l’Italia è al penultimo posto in Europa solo davanti alla Croazia per impiego dei fondi europei.

«Perché si pensa che uno valga uno. Invece, uno non vale l’altro. Per guidare i Boeing servono piloti con il brevetto. A Roma devono imparare ad ascoltare i sindaci delle grandi città, a puntare sul merito e non sulle tessere di partito. Anche se ce li dà l’Europa, poi i soldi li vorrà indietro. Non siamo preparati, non sappiamo come affrontare le inefficienze dello Stato, come eliminare le burocrazie, la digitalizzazione è solo una bella parola. Basta vedere il flop della app Immuni, un’idea calata dall’alto, senza confronto».

Non bastano le riunioni governo regioni?

«Non cerco polemiche. Lavoro ubbidiente allo Stato e seguendo i dpcm, ma mi chiedo: quando la pandemia finirà troverà un’Italia pronta al rilancio o devastata? È fondamentale lavorare insieme adesso, come chiede il presidente Sergio Mattarella. Invece, non arriva mai una telefonata da un ministro per sentire cosa pensiamo. Sento tante giustificazioni, ma non si può continuare a dire che il virus ci ha colti di sorpresa. Questo poteva valere a marzo, non a ottobre».

Che cos’è la nuova Autorità per la laguna?

«Lei vuol farmi incavolare. Una nuova agenzia che hanno infilato nel decreto sul Covid di Ferragosto. Non c’entrava nulla. Le autorità locali, a cominciare dal Magistrato alle acque, sono state esautorate. Adesso decidono a Roma, “sentito” il sindaco e il capo della regione. Queste decisioni vanno concertate. Hanno ammesso un rappresentante del comune e uno della regione: e gli altri otto da dove arrivano? È un capolavoro dei deputati veneziani del Pd, Andrea Martella in particolare, sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega all’Editoria. Li ho chiamati traditori della città – mi quereleranno. Quando vincono le elezioni locali, le deleghe restano qui, quando le perdono le spostano a Roma. Siamo offesi da questo modo di fare. C’è la democrazia: decidono i cittadini, piaccia o no ciò che decidono».

Il Mose ha una lunga storia di corruzione.

«Lo dice a me? Ero bambino quando hanno iniziato a parlarne e già c’era odore di malaffare. Mettiamo i controlli, ma i controlli sono più efficaci se fatti in loco. Abbandonare l’opera voleva dire buttare il bambino con l’acqua sporca. L’ingegneria funziona. Quando hanno tirato su la diga e Venezia è rimasta all’asciutto i comitati No Mose sono spariti».

Il Covid ha portato acqua alla decrescita felice?

«Invece dobbiamo lavorare per accelerare l’economia 4.0. I decreti di emergenza devono essere accompagnati da misure di sostegno al lavoro. Un conto è aiutare momentaneamente chi è in difficoltà, un altro andare avanti con i sussidi. Non c’è nulla di felice nella decrescita, solo miseria e disperazione delle persone».

Il suo miglior alleato è un certo ambientalismo?

«Quello immobilista, un ambientalismo che teorizza il non fare e ha soggezione della natura e dei cambiamenti climatici. Invece io teorizzo l’ambientalismo progressista. I veneziani nel Cinquecento hanno deviato i fiumi perché il Brenta e il Sile stavano impaludando la laguna. Tra la natura e il contadino vince il contadino. Adesso ci sono i comitati contro il termovalorizzatore che serve a bruciare il residuo della raccolta differenziata. Se non ci consentiranno di farlo manderemo i rifiuti ai Paesi del nord Europa che, essendo più ambientalisti di noi, hanno i termovalorizzatori».

L’emergenza sanitaria ha fatto decantare anche il dibattito sulle grandi navi in laguna?

«Nel Comitatone del novembre 2017 con Graziano Delrio ministro dei Trasporti si era trovata una sintesi. Con Danilo Toninelli e Paola De Micheli tutto si è fermato. Possiamo lavorare anche in teleconferenza. È vero, c’è il Covid, ma non è che se piove non vai a lavorare».

 E lei lavora sempre gratis?

«Certo, vuole che mi prenda la paghetta proprio adesso. L’emolumento del sindaco viene versato in un fondo che bandisce un concorso per finanziare progetti sociali, ambulanze, servizi per bambini…».

Lanci un appello alla politica dalla città più bella del mondo.

«Il tempo delle chiacchiere è finito, servono i fatti. Sono un sindaco civico, non ho tessere di partito: chi sta a Roma cominci a confrontarsi con le persone che hanno meriti, esperienza e amore per il nostro Paese».

 

La Verità, 14 novembre 2020

«Dopo Renzi pubblicherei il libro di Salvini»

«Io e mio padre eravamo molto diversi. Lui un’intellettuale con tratti geniali, io un manager con interessi di economia. Lui sempre vissuto in Italia, io molto all’estero. Lui sedentario, io sportivo. Concordavamo su cosa fare, non su come farlo. Ci confrontavamo animatamente». 52 anni, un passato da dirigente in Lehman Brothers, figlio del primo matrimonio di Cesare De Michelis, gran giocatore di bridge e praticante di triathlon, fatica pura, da un decennio Luca De Michelis è amministratore delegato di Marsilio editori. Dal padre ha preso la lungimiranza operativa, la facilità nei rapporti e la predisposizione a lavorare in squadra. Marsilio ha chiuso il 2018 registrando 8 milioni di fatturato, ma grazie all’accordo con Feltrinelli voluto da Luca, il bilancio 2019 migliorerà notevolmente. Da un anno l’editrice è nella nuova sede, più moderna e ariosa, all’imbocco del Canale della Giudecca, dove sfilano yacht e vaporetti. Cesare De Michelis è morto il 10 agosto scorso a Cortina d’Ampezzo.

Che cosa le manca di più di suo padre?

«Forse la generosità, la più sottaciuta tra le sue tante doti. Quando discutevamo su come fare una cosa, spesso io concludevo: “Se vuoi farlo così, fallo tu”. Allora lui concludeva: “No, fallo tu”. Si tirava da parte, mostrando generosità verso Marsilio e la sua storia, oltre che verso di me. Mi mancano questo confronto, le sue intuizioni geniali, certi guizzi irreplicabili. Dopo aver a lungo ascoltato, quando ho capito che volevo fare l’editore, ho anche capito che non potevo farlo come lui, intellettuale e fondatore che incarna il marchio. Insieme a Cesare abbiamo immaginato come sarebbe stata Marsilio senza di lui».

Con più gioco di squadra?

«In un certo senso sì, anche se qualche volta decido da solo. Il rapporto con Emanuela (Bassetti, seconda moglie di Cesare De Michelis ndr) e il suo aiuto quotidiano sono fondamentali. Eravamo preparati a questa perdita e oggi seguiamo un percorso tracciato e condiviso».

Nel quale l’insegnamento di suo padre – «un editore non fa i libri che si vendono, ma vende i libri che si fanno» – è la stella polare?

«È un mantra che continua a guidare il nostro lavoro».

Vuol dire che non si parte dal mercato, ma lo si determina?

«Noi crediamo che la domanda di cultura sia sostanzialmente una domanda di identità. Un’identità che si crea sia per somma che per differenza. Chi siamo e a cosa apparteniamo ci diversifica da altre persone e da altre comunità».

Concretamente, parlando di libri?

«In Italia si legge poco, ma i festival sono pieni. Le mostre sono affollate, ma le stesse opere sparse non destano analoga curiosità. Questo significa che sono gli eventi a creare appartenenza. Credo che un editore moderno debba saper trasmettere questo senso di comunità. Per farlo, prima di tutto un’identità deve averla».

E Marsilio…

«Prova a essere uno specchio intelligente del tempo presente. Prova a costruire la casa un mattone alla volta, attraverso il dialogo tra gli autori, aprendo spazi di discussione. Più che inseguire i bestsellers c’interessa che ogni autore si esprima al massimo delle sue potenzialità».

In che cosa il mercato del libro deve cambiare?

«Migliaia di case editrici producono decine di migliaia di libri. Questa ricchezza è sintomo di vitalità, ma genera un intasamento in cui è difficile distinguere le cose buone da quelle meno buone. Da economista penso che l’eccessiva frammentazione non faccia bene. Qualche anno fa c’erano 8000 case editrici, oggi sono meno, ma temo sempre troppe».

Suo padre diceva che «se i piccoli restano piccoli è perché sono malati».

«L’orgoglio del “piccolo è bello” non gli piaceva. Premesso che l’identità è fondamentale, non sempre la microidentità è un valore. Anche le imprese culturali non sfuggono alla regola per la quale, per guidare il cambiamento, serve una dimensione minima. Credo che una selezione darwiniana sarà inevitabile. Si perderà una certa pluralità ma, da liberale, sono convinto che il mercato sia il sistema più affidabile e democratico».

Bisogna crescere per non morire?

«Nel Novecento il mercato era determinato dalle aree geografiche. Editoria e media erano un sistema integrato, chi pubblicava libri stampava anche giornali e viceversa. Oggi l’accesso al pubblico è definito dal canale prescelto. Con l’avvento di Internet, l’editore è diventato un’infrastruttura, come la telefonia e le autostrade. Basta guardare a ciò che sta avvenendo nel sistema audiovisivo con Netflix o al declino della carta stampata. Nell’editoria il processo è più lento perché il libro è una tecnologia con applicazioni diversificate. Ma anche qui il processo è avviato».

Dov’è più visibile?

«Pensi alle enciclopedie e ai dizionari, il cosiddetto reference. Da quando c’è Wikipedia nessuno è più disposto a pagare per conoscere il significato di un vocabolo. L’Enciclopedia britannica ha chiuso».

Perché gli italiani leggono meno di altri popoli?

«Abbiamo una diversa cultura del commuting (pendolarismo ndr) rispetto, per esempio, al mondo anglosassone. Preferiamo raggiungere il posto di lavoro in auto, in Gran Bretagna si usano più treni e metropolitane. Non so quanto, ma credo che questo incida. La seconda motivazione è storico-culturale. Fino a 60 anni fa in Italia il tasso di analfabetismo era elevato; quando è arrivata l’alfabetizzazione è arrivata anche la televisione. Infine, il sistema scolastico ha le sue responsabilità».

A che cosa si deve il vostro incremento di vendite del 65% nei primi mesi del 2019?

«In gran parte all’ottima resa dell’accordo stipulato un anno e mezzo fa con Feltrinelli. Dopo la perdita di Cesare, con l’aiuto di Emanuela Bassetti abbiamo definito le linee dei singoli settori grazie agli innesti di Ottavio Di Brizzi per la saggistica e di Chiara Valerio per la narrativa italiana, e al lavoro di Francesca Varotto per la letteratura straniera, di Rossella Martignoni per l’editoria d’arte e di Jacopo De Michelis per i gialli. La piattaforma di Feltrinelli ha permesso che questa squadra rendesse al meglio».

È sbagliato dire che avete respinto Mondadori per finire in braccio a Feltrinelli?

«Mondadori ha scelto di cedere Marsilio e Bompiani dopo un provvedimento dell’Antitrust. A quel punto abbiamo riacquisito Marsilio e abbiamo trovato un altro partner che ci consente di perseguire il nostro progetto; progetto sul quale, questo partner, ha ritenuto a sua volta d’investire».

Nel 2020 scenderete al 40% delle azioni e Feltrinelli salirà al 55: timori?

«No, perché c’è grande complementarità. L’identità di Marsilio è un valore per noi e per loro. Non vedo pericoli di omologazione, siamo stati 16 anni in Rcs rafforzando la nostra identità».

Quanto incide il fatto di essere una casa editrice con sede a Venezia?

«Venezia offre opportunità che altri luoghi non consentono. Basta pensare a quello che succede qui nel mondo dell’arte. O alla presenza della Biennale e di tutti gli enti pubblici e privati, dall’università al museo Peggy Guggenheim, promotori di eventi di risonanza mondiale. Tutto questo fermento crea le condizioni per lo sviluppo di un polo editoriale eccentrico rispetto a quello milanese. Venezia, capitale di cultura internazionale è un patrimonio da coltivare con sempre maggior convinzione».

Un grande editore è più un manager attento al marketing, un uomo di rapporti, un talent scout o un organizzatore visionario?

«Io m’impegno come caposquadra per dare coerenza al gruppo di intelligenze e di talenti che lavora con me. Costruendo e consolidando il patrimonio di relazioni e il rapporto con il territorio. La funzione del manager è principalmente risolvere i problemi quando si presentano. Anche se ai miei collaboratori non piace tantissimo quando dico che non esistono problemi, ma solo opportunità».

Che idea si è fatto del caso Altaforte-Salone del libro?

«Penso che sia stata una polemica sciocca. E che una volta di più avrebbe dovuto valere la famosa massima di Voltaire. Credo che la libertà di espressione sia irrinunciabile soprattutto per un Salone del libro. Detto questo, la polemica è stata uno spot pubblicitario, senza con questo intendere che sia stata cercata».

Oggi ripubblicherebbe Il sesso in confessionale, il primo saggio che nel 1973 superò le 100.000 copie e vi diede notorietà internazionale?

«Oggi sarebbe datato. Tendenzialmente sono favorevole alle pubblicazioni che rompano la cultura del politically correct invisa al grande pubblico. Ma mi sembra che quel tipo di editoria provocatoria che allora era un valore, abbia perso un po’ di mordente».

C’è un libro che avrebbe voluto pubblicare e non ci è riuscito?

«Non stravedo per la figura dell’editore predatorio. Al contrario sono molto felice quando pubblico un libro di cui non condivido nulla. Credo che il lavoro di editore sia anche dare voce a posizioni che meritano di essere rappresentate anche se non ti appartengono».

Quindi, dopo il libro di Matteo Renzi, pubblicherebbe anche un libro di o con Matteo Salvini?

«Certo, lo pubblicherei a patto che non fosse un testo di propaganda e di slogan, come sono spesso quelli firmati da esponenti politici. Un libro nel quale Salvini illustrasse in modo compiuto la sua visione politica lo pubblicherei senza puzza sotto il naso. Aiuterebbe a capire di più il nostro tempo».

Altri libri che vorrebbe avere in catalogo?

«Mi sarebbe piaciuto essere l’editore della saga di Harry Potter, più per divertimento che per altro. Mentre non sarei stato interessato a quella delle varie sfumature colorate. Trovare il bestseller è anche fortuna, ma la si può aiutare, com’è accaduto con i gialli di Stieg Larsson».

A differenza di suo padre che ha giurato a Stefano Lorenzetto di non averla, lei ce l’ha la psiche?

«Probabilmente sì, quello di mio padre era un paradosso. Ce l’aveva anche lui, la psiche. Come dimostra la sua predilezione per certi autori, che non rivelerò».

 

La Verità, 16 giugno 2019