La ricostruzione del Forteto come una serie distopica

Il Forteto. S’intitolava così la docu-serie in due episodi (martedì e mercoledì 22 e 23 settembre) proposta da Crime+Investigation, il canale 118 della piattaforma Sky che ripropone casi criminali, molti dai risvolti morbosi, della cronaca nera italiana e internazionale. Il Forteto è il nome della comunità agricola creata da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi a metà degli anni Settanta nella quale, per decenni, si sono consumati soprusi, violenze e turpitudini ai danni di minori e ragazzi disabili, giustificati da un’ideologia perversa che, grazie alle testimonianze di alcune delle vittime, ha portato alla condanna definitiva dei due fondatori e di altre 14 persone. Essendo la fama della comune già di suo particolarmente sinistra, il regista Sergio Manetti e gli altri autori non hanno avuto bisogno di aggiungere altre connotazioni per contestualizzare ciò che è accaduto nella fattoria di 500 ettari che ospitava fino a un centinaio di bambini dati in affido dal Tribunale dei minori di Firenze. Con un’inquietante somiglianza a vicende più recenti, in alcuni casi i ragazzi venivano convinti a parlare di violenze in realtà mai subite nelle famiglie d’origine. Ora bastano le testimonianze dirette dei primi ospiti e degli ex ragazzi a precipitarci nei gorghi di una comunità lager che pretendeva di sovvertire le leggi di natura, demolendo la famiglia tradizionale per esaltare quella «funzionale» in cui i bambini erano figli di tutti, i rapporti eterosessuali osteggiati, quelli omosessuali favoriti. Una comunità basata sul plagio dei più giovani e dalla quale era impossibile fuggire. Era il carisma malato di Fiesoli, intruglio di religiosità e comunitarismo, a persuadere uomini e donne che, sebbene sposati, dovevano dormire separati, concedendosi invece a lui per liberarsi dalla «materialità» dell’attrazione per l’altro sesso.

Alternati alle foto d’epoca, ai servizi dei tg, agli interventi del dibattito parlamentare del 2015 in seguito all’interrogazione presentata dall’onorevole Deborah Bergamini, i racconti degli ex ragazzi, profondamente segnati da quelle esperienze portano il telespettatore in una realtà vista solo in certe serie distopiche. Questa però non è fiction. Se gli autori hanno scelto di privilegiare le testimonianze dei protagonisti, tuttavia colpisce la totale assenza della ricostruzione del contesto di omertà e di connivenze politiche  e istituzionali che per decenni, anche dopo i richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno impedito di fare luce su una situazione tanto scandalosa.

 

La Verità, 25 settembre 2020

Buttare la disabilità in politica? O anche no

Alla fine la cosa migliore di O anche no, il programma dedicato alla disabilità, ideato e condotto da Paola Severini, in onda la domenica mattina su Rai 2, sono le facce dei ragazzi e le loro storie. Le facce dei componenti della band I ladri di carrozzelle, interpreti di stacchi musicali colorati (Le mille bolle blu, Il cielo è sempre più blu), e quelle di camerieri e aiutanti di cucina della Trattoria degli Amici gestita in cooperativa dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. «Da vicino nessuno è normale», dice la sigla che è un invito ad andare oltre i luoghi comuni: «I siciliani sono tutti mafiosi, i genovesi sono tutti tirchi, i partiti sono tutti uguali: o anche no». Appunto. La nuova stagione è iniziata il 20 settembre e non è certo una passeggiata allestire mezz’ora di testimonianze con portatori di handicap e ragazzi down rispettando le indicazioni sanitarie, dal distanziamento all’assenza del pubblico fino all’uso della mascherina. Paola Severini sollecita gli interventi e interloquisce con ospiti e collaboratori come Mario Acampa, conduttore della Banda dei fuoriclasse, programma di Rai Gulp che durante il lockdown si è occupato di aiutare i ragazzi con handicap, impossibilitati a seguire la didattica a distanza. Un’altra collaboratrice è Rebecca Zoe De Luca, studentessa disabile, la prima allieva carrozzata del liceo Berchet di Milano, nonché collaboratrice di testate glamour. Racconta di un ragazzo autistico che siccome faceva le bolle di sapone e bagnava la terrazza della vicina di casa si è visto arrivare gli uomini della polizia che l’hanno richiamato all’ordine. La seconda storia è ambientata nella Trattoria degli amici dove lavorano persone con qualche disabilità, tra i quali un sommelier curiosamente astemio. «Noi vogliamo creare un luogo integrato», spiega uno dei responsabili del progetto, «perché le cose migliori si fanno insieme». Purtroppo, in alcuni momenti, un certo afflato si sovrappone alla spontaneità schietta e senza sovrastrutture dei veri protagonisti delle storie. Come si coglie da un certo abuso dei termini «inclusivo» e «inclusività». Forse tollerabile perché, in un ambiente così, difficilmente sono sinonimo di omologazione e appiattimento delle differenze. Un po’ più fastidioso è quando si tende a buttarla in politica e sul «clima d’odio» con la famosa narrazione. Come nel caso di Stefano Disegni a proposito della polizia e del bambino che faceva le bolle: «Basta con gli immigrati che ci tolgono il lavoro e ci portano pure le bolle di sapone?». «Sì, ma quello era un bambino autistico», ha fortunatamente precisato Paola Severini.

 

La Verità, 22 settembre 2020

Il cuore nascosto di Petra farà quadrare la serie?

E se la faccia una risata ogni tanto», dice il capo della mobile (Riccardo Lombardo) a Petra dopo averle dato stringate istruzioni sulla reperibilità da garantire in assenza di un collega malato. «Come no, quando ce n’è motivo, volentieri», replica poco conciliante l’ex «avvocata» ora all’archivio della questura e, causa emergenza, spostata alla omicidi. Citando un vecchio gioco per bambini, verrebbe da commentare: fuochino. Non è tanto il fatto di ridere o sorridere, quanto di stare un attimo rilassati, togliendosi quel broncio stampato in volto. Insomma, il temperamento di Petra (Paola Cortellesi) che vive in una bellissima casa immersa nel verde, popolata di grilli «che servono per il ragno», è chiaro dopo due scene. E, verosimilmente, finirà per dividere il pubblico tra chi amerà questo cipiglio scorbutico e chi lo respingerà. Anche la sensazione che sia piuttosto complessa la quadratura del trapezio della nuova serie Sky original (con Cattleya e Bartleby film), quattro episodi lunghi tratti da altrettante storie di Alicia Giménez-Bartlett, da ieri su Sky Cinema, Sky Atlantic e on demand, è immediata. Sono tante infatti le variabili da mettere in equilibrio fra ambientazione, trama, personaggi e interpreti. Il primo azzardo è reinventare Cortellesi in un ruolo lontano dalla sua zona di conforto: una poliziotta anaffettiva, con due divorzi alle spalle, sempre in impermeabile nero, ispettrice senza mai aver indagato su un caso. La seconda scommessa è Genova, città trascurata dalla fiction nazionale, qui vista sempre di notte e prescindendo dal mare per sottolineare il gotico delle storie. Più semplice risulta l’alchimia tra gli opposti, Petra e il suo vice (Andrea Pennacchi), un vedovo arruffato, buona forchetta (Petra non cucina) e un filo moralista, al quale «non sta bene avere un capo donna» (che novità). Pian piano, però, la complementarità tra i due si afferma nelle indagini su una serie di stupri perpetrati nei carruggi da un giovane incappucciato che marchia le sue vittime sul braccio sinistro. Tra il ricomparire degli ex mariti di lei e il bilancio esistenziale di lui, l’intrigo noir della serie resta in secondo piano rispetto ai misteri privati dei due investigatori. Creare una nuova coppia italiana di profiler di ambientazione nichilista non è facile. Anche se, curiosamente, i dialoghi sfiorano le domande sulla felicità. Vuoi vedere che anche Petra ha un cuore? Sarà questo il tocco mediterraneo che dovrebbe differenziarla dai polizieschi nordici, tipo The Bridge e Bordertown?

 

La Verità, 15 settembre 2020

Battisti, ancora tu… e la differenza che fa Mogol

Sarà la nostalgia. O forse sarà che la voglia d’iniziare la stagione con le risse dei talk show sul Covid, i banchi a rotelle e i negazionisti che già riempiono da mane a sera tutti i palinsesti scarseggia, fatto sta che l’altra sera mi sono sintonizzato su Rai 2 per guardare Io tu noi, Lucio, superdocumentario a 22 anni dalla morte di Lucio Battisti (ore, 21.15, share del 5,9%, 1,4 milioni di telespettatori). Proviamo a vedere e poi magari si cambia. Invece no: quando si comincia ad ascoltare Mi ritorni in mente, I giardini di marzo, Anna, Anche per te, Non è Francesca soprattutto dai filmati in bianco e nero, con la voce in semifalsetto di Lucio che esce da sotto il cespuglio di capelli, magari con Renzo Arbore che lo marca sornione con la giacca abbottonata, si resta lì, catalizzati.

Il doc era scritto e diretto da Giorgio Verdelli, già autore di Unici per Rai 2 e di Via con me su Paolo Conte passato alla Mostra di Venezia, e ogni tanto spuntava Sonia Bergamasco ad annodare i fili del discorso, tra un Battisti debitore della musica soul che in tanti accreditavano (Franco Mussida, Mario Lavezzi, Niccolò Fabi, Gianni Dall’Aglio), e un Lucio schivo, umile e lontano dalle mode ideologiche del tempo tanto da essere accusato di qualunquismo (sebbene pure i compagni lo cantassero di nascosto, una volta smesso l’eskimo). La narrazione dunque scorreva anche se ogni tanto gli interventi interrompevano le emozioni di Emozioni, ma alla fine si restava ancora stregati da quel timbro vocale e dai versi di Mogol e dalla freschezza di lui in studio con solo la chitarra acquistata a Porta portese a 5.000 lire, introvabile oggi anche con le milionate di euro dei talent e dell’industria discografica. Altro che l’artigianale Numero 1 con Lucio, Formula 3, Pfm, Edoardo Bennato, Dik Dik e gli altri, anche 4 o 5 canzoni in contemporanea nella top ten dell’epoca. Insomma, per farla breve, nella musica leggera italiana c’è stato un prima e un dopo Lucio Battisti, innovatore geniale soprattutto in abbinata con Mogol, autori di canzoni tutte belle e almeno venti capolavori indelebili nella nostra meglio gioventù. Si potrebbe allestire un gioco per vedere quali e quanti titoli restano fuori. Come si potrebbe vedere quali entrano della collaborazione con Pasquale Panella, per capire per bene i meriti di Giulio Rapetti in quella stagione. Il quale ha detto: «era uno studiava anche sette ore al giorno la musica degli altri, studiava i grandi, per diventarlo anche lui». E Arbore: «di Lucio trattengo il fatto che era un bravo ragazzo che amava la musica e non inseguiva altro». Paragoniamolo con i fenomeni di oggi. No, non è solo nostalgia.

 

La Verità, 12 settembre 2020

L’info emergenziale, nuovo format del Tg1

Belle le vacanze nei posti remoti. Ma se la tv riceve solo i tg Rai, insomma. Certo, si può resistere. Siamo passati per un inusitato confinamento fisico, che sarà mai un pizzico di libertà vigilata informativa? Di esclusiva del Tg1 – nel senso che si vede solo quello? Perché, anche se in qualche arcipelago sperduto o a un metro dal confine alpino il primo pensiero non è l’informazione, tuttavia il tambureggiamento giallorosso, con annessa campagna della paura, un tantino infastidisce. L’infodemia non si porta bene sulle infradito o sulle scarpe da trekking. Almeno in spiaggia o in rifugio si vorrebbe rilassarsi un filo e staccare dal tam tam emergenziale, nuovo format dei tg Rai.

Da giorni il coro dei media cavalcava la nuova intesa tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti per le elezioni comunali del 2021 (Virginia Raggi a parte). Alleanza strategica, accordo foriero di un futuro radioso per l’Italia tutta, era la ola delle redazioni. E pazienza se per il M5s trattasi di tradimento della ragione sociale anticasta battezzata col Vaffa. L’establishment e Virginio Bettini tifano per la saldatura e dunque: testa nella sabbia e avanti con la fanfara. L’altra inversione a u è la rottura del tabù dei due mandati. Ci pensa il Tg1 diretto da Giuseppe Carboni a condire l’apostasia come «evoluzione», il rinnegamento come «svolta di maturità». Così Di Maio e Zingaretti veleggiano verso un avvenire d’armonia e tutti contenti, o quasi. Alla coppia Conte Casalino a un certo punto devono essere girati i cabasisi per l’eccesso di miele sul capo della Farnesina e il segretario Pd proposti spesso in garrula abbinata, il primo dichiarante su Facebook il secondo mascherinato tra i collaboratori. Così quella sera, prendendo la rincorsa, Emma D’Aquino annunciava che il premier si era pronunciato su alleanze, economia, Covid, scuola, Libia, Libano e per dessert macedonia con panna. Mentre il giornalista distillava il Contepensiero, eccolo in persona personalmente avanzare spedito con lo staff, seduto alla scrivania, incedere con pochette nei saloni di Palazzo Chigi, intravisto nello studio dalla porta socchiusa, parlare a una convention con microfonino ad archetto, digitare sulla tastiera, dialogare con le folle e camminare sulle acque… Confrontati, i cinegiornali dell’Istituto Luce sono satira corrosiva. Oppure la fonte ispirativa potrebbe essere la tv del Fatto quotidiano. Il quale proprio quella mattina, aveva pubblicato, in versione cartacea, l’intervistona a Giuseppi bisfirmata da Marco Travaglio e Salvatore Cannavò. Non è una bella sintonia tra il tg ammiraglio e il foglio cacciatorpediniere?

Del resto, il Tg1 (meno di 4 milioni di spettatori, share attorno al 24%) è pronto scattante malleabile. Se i giornaloni sono i portali del pensiero unico, il telegiornalone va dritto sull’indottrinamento. La giusta stigmatizzazione dei furbetti dei 600 euro che siedono in Parlamento serve per lanciare la campagna per il referendum sul taglio di deputati e senatori. E, fatto che non guasta, ad assestare un colpetto alla Lega (non pervenute le inchieste sugli onorevoli d’Italia viva e Pd che hanno richiesto il bonus). Anche dell’avviso di garanzia al premier e ad altri sei ministri spiccato dalla Procura della Repubblica di Roma non si hanno notizie. Quel giorno cascano i due anni dal crollo del ponte Morandi e quindi spazio alla commemorazione della tragedia, impreziosita dalla passerella genovese del premier. In totale, sei servizi sei. Poi ci sono i già citati resoconti sulla «maturazione» e il «cambio di passo» del M5s. E quindi non c’è spazio per altre notizie. Né quella di mezzo governo indagato. Né quelle relative al caos scuole (disaccordi tra il ministro Lucia Azzolina e il Cts, presidi in rivolta, distanziamenti sì no ni, mascherine obbligatorie facoltative inutili) che già agitano famiglie e insegnanti. Siamo alla vigilia di Ferragosto, perdiana. È tempo di escursioni, alpinisti, vacanze ecologiche, maghi, diete… Il 16 agosto invece è il giorno della chiusura delle discoteche. Dal Manzanarre al Reno, dagli Appennini alle Ande, il virus impazza ovunque. La seconda ondata è imminente, colpa dei giovani indisciplinati, scoperti una volta doppiato il Ferragosto. Evidentemente, prima tutti immaginavano che nelle discoteche i ragazzi stessero distanziati. Nulla da dire invece sui sistemi di controllo al rientro dai Paesi a rischio e sui focolai creati dai centri di accoglienza immigrati. Non pervenuti servizi sulla caserma Serena fuori Treviso, 230 positivi al coronavirus.

L’innovazione del Tg1 giallorosso è l’informazione ibrida come le Toyota. Il notiziario va con la benzina dell’indottrinamento governativo e con l’alimentazione elettrica dell’evasione e dell’ambientalismo all’acqua di rose. Il comun denominatore è il verbo emergenziale che richiede uno o più salvatori: il premier in primis, e a ruota i nuovi sacerdoti della pandemia, gli ecoallarmisti, le Grete varie. Dal 15 al 25 agosto l’ossessione da Covid non conquista l’apertura del tg solo il giorno del ritrovamento dei resti del povero Gioele Parisi, il figlioletto della dj Viviana trovata morta in Sicilia, nell’anniversario del crollo del ponte di Genova e in quello del terremoto di Amatrice. Ma in questi ultimi due casi c’è di mezzo la sfilata del premier che va a rincuorare, confortare, massaggiare. Altrimenti domina la campagna della paura di cui la politica dell’emergenza è diretta emanazione. Come lo è la gestione delle scuole: quante volte abbiamo visto i due dirigenti che tendono il metro tra i banchi? La bionda Laura Chimenti tambureggia cifre e allarmi Covid con aria accigliata. La curva dei contagi non fa che impennarsi, le terapie intensive in calo o stabili vengono taciute. Potrebbero anche saltare le prossime elezioni regionali, ma per ora meglio non scoprire le carte. Se qualcuno osserva che l’indice del contagio diminuisce in rapporto ai tamponi «potrebbe essere un numero sottostimato perché calcolato solo sui sintomatici». Viviamo nell’incubo dell’imminente «bomba virale». Giusto il tempo per rifiatare con gli esteri, utili a mostrare che fuori dall’Italia felix imperversano loschi figuri da Donald Trump a Jair Bolsonaro da Vladimir Putin ad Aleksandr Lukashenko, e si torna a parlare di Covid nel mondo e, con la cronaca, nelle discoteche, negli aeroporti, nel porto di Civitavecchia, non in quello di Lampedusa però. Per «alleggerire» il terrore da contagio in molti servizi si sposa l’evasione con la nuova sensibilità green. Ma il risultato è tra il comico involontario e il pittoresco: il lago di Massaciuccoli è minacciato da una pericolosa pianta acquatica, ci sono due oranghi da curare nel Borneo, l’azienda avellinese che produce componenti per sonde spaziali non ha la connessione internet, rinasce la fattoria dei cavalli degli zar, ritorna Winnie the pooh, nelle acque dell’Alaska è ricomparsa l’orca bianca, l’orso M49 è scappato di nuovo, il parto del panda di una mamma anziana ha avuto un «boom di visualizzazioni», Laura e Marco sono «uragani paralleli». Nell’annunciarli, D’Aquino, Chimenti e Francesco Giorgino sono seri. Per il 2021 si consiglia agriturismo con tv satellitare.

 

La Verità, 26 agosto 2020

La Seconda guerra in un doc migliore di tanti libri

Bisogna essere grati a Pietro Suber per il lavoro che ha portato alla realizzazione di Lili Marlene – La guerra degli italiani, il documentario in onda stasera e domani su Focus, il canale Mediaset al tasto 35 del digitale terrestre e al 414 della piattaforma Sky, a ottant’anni dalla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940. Bisogna essere grati a Videonews che ha dato risorse e tempo necessari per confezionare questo film che andrebbe mostrato nelle scuole, più utile di tanti libri di storia, per far capire davvero chi siamo e da dove veniamo. Il merito di autori e produttori risiede anche nel fatto che in Lili Marlene non ci sono tesi precostituite come quelle che pilotano tanti doc approntati per la narrazione mainstream. Una nota a parte merita anche la scelta felice di alternare grandi pezzi rock con le canzoni d’epoca che abbiamo sentito cantare dai nostri genitori.

Avvalendosi della collaborazione dello storico del fascismo, Amedeo Osti Guerrazzi, e della sceneggiatrice Donatella Scuderi, Suber ha coinvolto fra gli altri l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che si racconta balilla, Eugenio Scalfari che ricorda che tutti gli italiani erano fascisti salvo diventare antifascisti quando il regime cadde, Pupi Avati, che rivela il fremito dal quale è percorso ancor oggi quando sente parlare in tedesco, Dacia Maraini che parla della fame che spinge a mangiare «anche serpenti». La parabola del regime, dalla proclamazione delle leggi razziali alle vendette della Resistenza, è vista attraverso le immagini dell’Istituto Luce e gli occhi di Pierfrancesco Ciano, nipote di Galeazzo, il genero del Duce che fu ucciso dopo che, il 25 luglio 1943, aveva votato per la destituzione di Mussolini. L’autore ha scovato nelle pieghe di alcuni eventi poco frequentati dalla storiografia corrente come la strage di Castro dei Volsci e la tragedia dell’Arandora Star, i racconti di persone scampate ad agguati e sevizie. Tra i quali è difficile isolare quelli più strazianti o le ammissioni più dolorose. Come quella dell’ex capo partigiano Edoardo Succhielli, che con l’uccisione di due tedeschi provocò la cruenta rappresaglia di Civitella Val di Chiana: «La Resistenza non è mica tutta fatta di azioni ben studiate, ben congegnate. Quella fu un’azione sbagliata, noi abbiamo purtroppo portato la rovina in quel paese». O come la storia di Fiamma Morini, ex ausiliaria della decima Mas che si dichiara «fascista dentro», e di Carlo Bretzel, ex partigiano sul Grappa che, messi a confronto, documentano il permanere di una riconciliazione difficile. Testimonianze proposte senza pregiudizi. Da ascoltare e meditare.

 

La Verità, 10 giugno 2020

L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020

Skam racconta il difficile equilibrio dell’integrazione

Alla quarta stagione, finalmente Skam Italia ha trovato il suo equilibrio. Un equilibrio proiettato in avanti e che abbraccia anche i contenuti, aldilà del fatto che siano condivisibili o meno. Il teen drama rivelazione degli ultimi anni, accolto come il miglior remake dell’edizione norvegese, ha sempre avuto nella sceneggiatura, nella brevità degli episodi, che facilita la visione d’un fiato, e nella sensibilità con cui racconta l’universo dei liceali romani alle prese con amori, turbamenti e incertezze i suoi punti di forza. Merito di diversi fattori, dalla produzione alla libertà concessa da TimVision e Cross Productions. In particolare, merito del controllo di scrittura e cinepresa palesati dallo showrunner Ludovico Bessegato, sceneggiatore e regista delle prime due stagioni, e tornato, dopo la pausa nella terza, a condurre la quarta, disponibile dal 15 maggio sia su TimVision che su Netflix in forza della nuova collaborazione.

Dopo Eva (Ludovica Martino) nella prima, Martino (Federico Cesari) nella seconda ed Eleonora (Benedetta Gargari) nella terza, in questa stagione la storia è narrata con lo sguardo e i sentimenti di Sana (Beatrice Bruschi), una ragazza musulmana praticante, italiana di seconda generazione. Lo stile di vita del gruppo di amiche si rivela spesso incompatibile con le regole della sua religione. Conciliarle è tutt’altro che facile e in più di qualche occasione il prezzo che dovrà pagare Sana, raccontata intelligentemente non come la buona della situazione, sarà quello di una certa solitudine. A conferma della difficoltà di trovare l’equilibrio dell’integrazione ci sono anche le critiche piovute sulla serie per la piccola trasgressione in cui la ragazza accetta di mostrarsi senza l’hijab, atto proibito davanti a persone di sesso maschile, a due amici gay. Tematiche complesse, dunque. Per affrontare le quali Bessegato si è avvalso della consulenza alla sceneggiatura di una sociologa e scrittrice musulmana. Aldilà del merito, bisogna riconoscere il coraggio per il rischio, forse un po’ mancato nelle prime tre stagioni, lievemente claustrofobiche nel rappresentare amori (anche omosex), balli e sballi del gruppo di amici, tutto feste e Instagram. Una fotografia realistica della generazione zero, priva di punti di riferimento. Un universo sentimentale ben raccontato. Nel quale, curiosamente, gli adulti sono completamente irrilevanti. Non c’è traccia di sport e di politica. E i colpi di scena derivano dalle rivelazioni degli smartphone, scrigno inviolabile di segreti come in altre epoche erano i diari.

 

La Verità, 26 maggio 2020

La cattedrale del mare, kolossal dal pensiero forte

Con La cattedrale del mare, serie spagnola in otto episodi suddivisi in quattro serate, Canale 5 sceglie la via del dramma storico (martedì, ore 21,45, share dell’11.23%, 2,6 milioni di telespettatori). Ci troviamo nella Spagna del XIV° secolo, quartiere Ribera di Barcellona, zona di pescatori, dove arrivano Bernat Estanyol (Daniel Grao) e il figlioletto neonato Arnau (Aitor Luna). Si sono lasciati alle spalle una serie di tragedie, culminate con il rapimento della madre e moglie ad opera del violento signore locale. Il piccolo Arnau non ha mai visto il volto della mamma, così quando cresce il padre lo educa alla devozione alla vergine Maria. Piegati da tanta sofferenza i due vengono accolti dalla sorella di Bernat, sposata a un vasaio in piena scalata sociale. Ma poco alla volta, fra maltrattamenti e mortificazioni, con impegno e rettitudine, Bernat e il figlioletto riescono a stabilire rapporti di stima e solidarietà con la gente del posto. I pescatori sono impegnati a erigere una grande chiesa, orgoglio della popolazione, dedicata alla Madonna del mare. Opera nella quale Arnau si butterà con la passione e l’ardore della giovinezza, prima nei panni dell’umile portatore di pietre, poi finanziando il completamento della costruzione, ma finendo per scontrarsi con l’Inquisizione.

Tratta dall’omonimo romanzo di Ildefonso Falçones, avvocato che esercita a Barcellona, bestseller da milioni di copie tradotto in tutto il mondo e pubblicato in Italia da Longanesi, prodotta da Atresmedia e Netflix con Diagonal tv, La cattedrale del mare narra la storia della costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar durata oltre mezzo secolo (1329-1383) tra contrasti, guerre, schiavitù, epidemie, intolleranza religiosa e spirito ribelle proprio della terra di Catalogna, già allora insofferente al potere. Con oltre 2.500 comparse, duemila costumi, 220 animali e l’80% delle riprese in esterni, assistiamo a un racconto kolossal, suddiviso in quattro grandi capitoli (Servi della gleba, Servi della nobiltà, Servi della passione, Servi del destino). Un racconto adatto a una serie epica, dalla scrittura schietta e semplice come un sorso d’acqua fresca, che dosa sentimenti di ribellione, orgoglio e riscatto degli umili, fede religiosa e arrivismo sociale, lealtà e oblique ambizioni. Niente di particolarmente innovativo sul piano della confezione. Ma una storia rassicurante e dal pensiero forte, in grado di trasmettere almeno qualche certezza, in un momento in cui se ne vedono poche.

 

La Verità, 21 maggio 2020

Downton Abbey, Momenti di gloria e il calcio d’antan

The English Game è una serie bellissima. Se non l’avete ancora vista – sei episodi su Netflix da fine marzo – recuperatela. Una cosa tra Downton Abbey, il creatore e sceneggiatore è Julian Fellowes, e Momenti di gloria, tra Ken Loach e Stephen Frears. E i paragoni con il miglior cinema non sono sprecati. La storia, tratta dal vero, è incentrata sui primordi del calcio nella leggendaria Fa Cup inglese, molto più prestigiosa ancor oggi della nostra Coppa Italia. In realtà l’origine del gioco è lo spartito attraverso il quale raccontare la Gran Bretagna di fine Ottocento, le divisioni in classi, le rivendicazioni operaie, la grettezza e la lungimiranza degli aristocratici, l’autenticità e l’ambiguità dei proletari, le ragazze madri poco tutelate. Un’opera magistrale e in pochi episodi, forse per concentrare il budget nella confezione superba, con ambientazioni avvolgenti, un originale motivo musicale, costumi studiati in ogni dettaglio, pub intriganti, prati irrorati dalla pioggia del Nord. Perfetti i volti dei due protagonisti (e anche dei comprimari): quello misterioso di Kevin Guthrie, che interpreta Fergus Suter (primo vero calciatore professionista), acquistato dal mugnaio di Darwen, e quello elegante di Edward Holcroft, nei panni Arthur Kinnaird, la star degli Old Etonians, squadra composta di soli gentiluomini. Proprio l’ingaggio di Suter e del suo compare Jimmy Love (James Harkness) dalla squadra di Glasgow è la scintilla che inizia a mescolare buoni, cattivi e classi sociali. Man mano che scorrono le partite, molto attese e mostrate senza compiacimenti, si svelano i profili dei personaggi. Ed emerge il carattere interclassista del calcio. C’è il giocatore di maggior talento con una storia familiare intrisa di violenza. C’è la cameriera con bimba al seguito (Niamh Walsh) avuta dall’imprenditore proprietario della squadra ambiziosa. C’è il padrone dotato di spirito umanitario che non esita a violare il codice del dilettantismo per dare motivo di riscatto ai dipendenti. C’è la star del gioco, figlio di un banchiere, dotato di cuore e spirito critico. E c’è la sua tenera moglie, affranta per la perdita del nascituro, interpretata da Charlotte Hope.

Ogni episodio sembra più lungo dei canonici 45 minuti perché succedono un sacco di cose, grazie a una sceneggiatura che in pochi tocchi riesce a tratteggiare una svolta, un colpo di scena, uno snodo inatteso. The English Man è una serie maschile, ma molto amica delle donne, tutte figure positive e trasparenti. Sono quasi sempre loro a infondere coraggio e combattività ai loro eroi. Aspettiamo la seconda stagione.

 

La Verità, 5 maggio 2020