Fiore talismano Ama medioman Bugo-Morgan 0

Grazie al cielo il 70° Festival di Sanremo è finito. Però, vabbè: era l’unico programma desardinizzato della Rai. Dopo le gaffe da preambolo, il Festival di Ama & Fiore è partito subito bene e, di serata in serata, è andato migliorando pure negli ascolti, infrangendo record e paragonandosi ai risultati baudeschi del 1997, èra prepiattaforme. 13 milioni di telespettatori medi nelle prime parti, 56% lo share delle seconde. Oltre che nella presenza di Fiorello, il segreto è nella durata delle serate fino all’albeggiare. Non a caso, lo share lievita svoltando la mezzanotte, quando la concorrenza è a nanna. Intanto si è già cominciato a immaginare chi potrebbe condurre e dirigere il carrozzone nel 2021. Fabrizio Salini permettendo, Ama & Fiore si sono guadagnati il bis sul campo. Tra i loro meriti, aver tenuto la politica abbastanza lontana dal teatro Ariston, salvo qualche eccezione. Altra tendenza, la difficoltà crescente nel linguaggio: lentamente il politicamente corretto sta accerchiando anche «l’unica festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani). Tracciamo un bilancio con voti decrescenti del Festival 2020 anche se, mentre scriviamo, ancora non si sa chi l’ha vinto. Anche su questo Fiorello aveva avuto l’idea giusta: «Chiudiamola qui», ha detto venerdì sera dopo l’inusitato forfait di Bugo, «proclamiamo una sera prima il vincitore e ce ne andiamo tutti a casa». Magari!

Fiorello La formula era su misura per lui: battitore libero, ad Amadeus la burocrazia della gara. Mattatore, showman a 360 gradi, funambolo, improvvisatore di monologhi (contagioso quello sui sessantenni e i problemi di minzione). Dispensatore di buonumore anche nel climax della scomparsa di Bugo («Allora, allora – con fare risolutivo – non ho capito niente di quello che è successo»), calamita di eccellenze come il numero uno del tennis, Novak Djokovic. Tutto questo si sapeva, come pure se ne conosceva la permalosità. L’istinto di razza si è visto nel tormentone anti accuse di sessismo. «Qui c’è del fiorismo», ha detto dopo aver apprezzato l’omaggio floreale ricevuto nei panni di Maria De Filippi. E poi «del cantismo», «del bacismo», «del machismo»… Genialissimo fuori copione indirizzato ai maestrini della sala stampa. Talismano. 10

Paolo Palumbo Avanguardia empatica. Aziona con gli occhi un sintetizzatore che emette «una voce da casello autostradale». Eppure le sue rime scaldano l’Ariston come poche altre. Il messaggio più positivo del Festival arriva da questo ragazzo di 22 anni malato di Sla: «Quando vi dicono che i vostri sogni non si possono realizzare, continuate dritti per la vostra strada seguendo il cuore, perché i limiti sono dentro di noi».  Resiliente. 9

Ricchi e Poveri Il vintage che vince. La reunion ha portato in vetrina una vecchia storia di corna e gelosie. Ma soprattutto ha innescato la festa in platea. Tutti in piedi a cantare La prima cosa bella, Che sarà, Se m’innamoro, Sarà perché ti amo, Mamma Maria. Da giovani ci si sarebbe vergognati a farlo. Come si cambia, canterebbe Fiorella Mannoia. Spensierati. 8

Amadeus Professionista. Muro di gomma. Perfetto medioman. Pian piano si è risollevato dalle gaffe di partenza. Sapeva che, stando a ruota dell’amico, poteva solo crescere. Ha subito ironie, sberleffi, gavettoni, alti e bassi. Ma lui non è permaloso, altrimenti… Sanremo è una giostra, impossibile non prendere qualche colpo. Non si è perso d’animo nemmeno quando Bugo si è dileguato. Il bravo ragazzo italiano che va a baciare mamma e papà in platea che fa simpatia a tutti. Punti deboli? La scelta delle canzoni, francamente non eccelse e troppo farcite di rap, e l’estenuante lunghezza delle serate. Sempre in piedi. 7,5

Antonella Clerici Tra tante dive bellissime (si può dire?) è parsa la più signorile. L’Ariston è casa sua e la conduzione il suo mestiere, commozione in conferenza stampa a parte. Si è portata due boys perché l’aiutassero a scendere le scale ornata in abiti coloratissimi e strascicatissimi. Dal librone del Festival ha letto i segreti del successo di Ama: le gaffe, gli orari antelucani… Se lo poteva permettere; anche lei, come lui, è della scuderia Lucio Presta. Disinvolta. 7,5

Vincenzo Mollica Comunque vada sarà un successo, diceva Piero Chiambretti. Si potrebbe applicare alle cronache sempre positive dell’inviato principe della Rai sugli eventi di spettacolo. Lezioni di stile e garbo. Il Festival gli ha tributato l’omaggio dei grandi, con i video di Stefania Sandrelli, Vasco Rossi, Roberto Benigni. I dirigenti erano lì a fianco ma, non si sono intromessi. Commozione, affetto, compostezza. Perché Mollica è Mollica. Storico. 7,5

Francesco Gabbani Ha vinto alla prima partecipazione Sanremo giovani nel 2016, poi tra i big nel 2017 battendo Fiorella Mannoia. La sua Viceversa parla di opposti che si aiutano e di condivisione. È una bella canzone, positiva, ben interpretata dal più teatrale fra i concorrenti. Outsider. 7

Tiziano Ferro Quando devi cantare Perdere l’amore e Almeno tu nell’universo hai vinto a tavolino. Con la sua propensione al soprarighismo, l’interprete di Sere nere è riuscito a pareggiare. Capriccioso causa collocazione nel palinsesto delle serate, enfatico nelle esibizioni. Come quando ha voluto specificare, tra le lacrime, che Bruno Lauzi aveva scritto per una donna Almeno tu nell’universo perché l’imprescindibile rima con «tu che sei diverso» non poteva essere volta al femminile, ma lui era felice di essere il primo uomo a cantarla, mantenendo la coniugazione al maschile. Egoriferito. 5

La saga di Deejay Neanche un tweet da Jovanotti sul Festival dei suoi amici. Lorenzo Cherubini all’Ariston non s’è visto: era in Perù. Claudio Cecchetto, invece, non è stato invitato. Dicono che in Rai non amino «i pacchetti» e con Amadeus, Fiorello, Nicola Savino, il Festival era già monopolizzato dall’emittente del gruppo Gedi. Speriamo il dissapore non finisca come al Fatto quotidiano. Era indispensabile imbarcare tutti nel carrozzone? Festival dell’amicizia incrinata? Primedonne. 5

Mannoia, Nannini, Pausini & Co Dopo il monologo di Rula Jebreal serviva ancora la comparsata delle sette cantanti sette per annunciare la campagna «Una, nessuna centomila» e il megaconcertone di Campovolo del poco prossimo 19 settembre? In piena overdose femminile e femminista, tra monologhi e denunce sparse, in mezzo alle tante interpretazioni di cover del passato e pur con l’ospitata dello stesso Zucchero, forse qualcuna poteva ripescare dalla storia festivaliera la sua Donne, meglio di tante parole… Pleonastiche. 4,5

Promo Rai Martellanti. Ridondanti. Sparati sempre in grappolo ad allungare i già incombenti break pubblicitari. La tv di Stato approfitta della vetrina per esporre tutto il meglio della programmazione in arrivo. Il meglio? C’è persino Mario Tozzi con Sapiens su Rai 3… Al centocinquantesimo sussurro tra le due amiche geniali cominci a sperare che si strozzino tra loro. Alla duecentesima telefonata di Catarella in siciliano stretto vorresti lanciare l’hashtag #Catarellaimparalitaliano. Asfissianti. 4,5

Roberto Benigni Il teologo di Sanremo. Il Cantico dei cantici apocrifo, presentato come «il libro più bello, più santo, più importante della Bibbia» (sono 15 pagine) con tanto di consulenti professori, poeti, biblisti, cardinali è stato forse il momento peggiore di tutta la kermesse. Il bello (o il brutto) è che se ne sono accorti in pochi. Un trailer molto arbitrario dell’amore omosessuale patrocinato dalle sacre scritture… Manipolatorio. 4

Junior Cally Rapper sardina. Per farci digerire i fiumi di polemiche pre Festival il suo brano avrebbe dovuto essere almeno un minuetto mozartiano. Invece arruola sei autori per martellare di «No, grazie» Matteo Salvini, Matteo Renzi, gli odiatori del web e gli yes men. Sai che novità. Rapper dell’establishment. Omologato. 4

Regia e dirigenti Rai Selfie continuo. Ogni inquadratura una zoommata di saliva. Al neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, al direttore generale Fabrizio Salini e a Giovanna Civitillo, moglie di Amadeus. Non si sono schiodati un minuto dalla prima fila per tutta la settimana. Compiaciuti. 4

Achille Lauro Idolo di Vanity Fair. Sotto la cappa nera con intarsi dorati sfoggia la tutina di strass effetto nude look che dovrebbe simboleggiare la rinuncia francescana ai lussi mondani. Peccato sia firmata Gucci alla modica cifra di 5.700 euro. La sera dei duetti eccolo invece con trucco pesante, abito di raso verde smeraldo e parrucca ramata: citazione di Ziggy Stardust, uno dei tanti travestimenti di David Bowie, simbolo di «una mascolinità non tossica». Minchia! si può dire? Fischiato all’ennesimo travestimento da diva del muto. Marylin Manson de noantri. Contraffatto. 3

Morgan e Bugo Dio li fa ma si accoppiano da soli. S’era capito già alla prima sera che l’ex leader dei Bluevertigo, occhi e bocca pittati, e il suo lugubre socio erano un binomio ad alta tensione. Morgan ha iniziato subito a scalpitare, inviando diffide dell’avvocato per le poche sessioni di prove. Per la serata delle cover in duetto, dopo le defezioni di Raffaella Carrà, Sergio Cammariere, Vittorio Sgarbi, Fast animals and the slow kids, i due soci… erano già un duetto (?). In compenso, per storpiare Canzone per te di Sergio Endrigo, l’ex giudice di X Factor si è fatto in tre, cantando, suonando il pianoforte e dirigendo l’orchestra. Bugo, invece, gorgheggiava per conto suo. Fino al colpo di scena finale con abbandono del palco. Autolesionisti. 0

 

La Verità, 9 febbraio 2020

Chiambretti, le sinergie e la necessità che si fa virtù

Forse non è vero, come dice, che dopo i sessant’anni si diventa più severi. Almeno, non lo è per lui quando è in diretta tv. Non si spiegherebbe altrimenti come Piero Chiambretti faccia buon viso ai ripetuti scippi aziendali cui Mediaset lo sottopone dirottando i protagonisti del suo Cr4 – La Repubblica delle donne su altri programmi (Rete 4, mercoledì, ore 21,30, share del 4.5%, 800.000 telespettatori). Era accaduto già alla seconda puntata di questa stagione con Iva Zanicchi e Cristiano Malgioglio, prelevati dal circo chiambrettiano per innestarli a All together now di Michelle Hunziker e J-Ax, per altro in onda in un giorno diverso, ma sull’ammiraglia Canale 5. Alla ripresa dopo la pausa natalizia, il buon Piero si è trovato orfano di Alfonso Signorini e Antonella Elia, due spalle tutt’altro che secondarie, rispettivamente conduttore e concorrente strategico del Grande Fratello vip.

Furti, prestiti, sinergie aziendali, chiamatele come volete. Consumato professionista del varietà e delle porte girevoli dei grand hotel, Chiambretti non se l’è presa più di tanto, facendo di necessità virtù e inventandosi altre brillanti idee. Come quella di una rubrica copernicana: nel format tutto trasgressione e zig zag su gender e dintorni, ha sparato in apertura di serata una situazione, intitolata «La Repubblica delle bambine», con una manciata di under 10 appollaiate su sgabelli rosa e sollecitate a commentare i fatti del giorno. E raggiungendo, proprio con questa trovata, l’apice della trasgressione. Qualcuna delle bimbe distillava innocenza, qualcun’altra s’imbambolava suscitando comicità e tenerezza insieme. Sembrava di essere tornati a DiMartedì della sera prima dove, sulle sardine schierate e vezzeggiate da Giovanni Floris, maramaldeggiava, sornione, Alessandro Sallusti. Chiambretti, invece, è stato dolce e comprensivo. Del resto, la verve abrasiva del conduttore è il lievito del format e si adatta ai diversi interlocutori, come dimostra anche il lungo duetto con Zanicchi, efficace sparring partner in quanto detentrice di una verve altrettanto ironica, ma più terragna, che dà il meglio di sé al momento delle fatidiche pagelle (memorabile il 4 a Lilli Gruber di qualche puntata fa). Con «l’Aquila di Ligonchio», però, protagonista di parecchie interviste e ospitate in occasione del recente e festeggiatissimo compleanno, un filo di stizza è trapelata dai toni del conduttore. Incerto se essere buono o severo, sarà mica diventato geloso?

 

La Verità, 25 gennaio 2020

A Sono le venti striscia l’intesa M5s-Sardine-Pd

Una striscia quotidiana, un veloce talk show, un tg con approfondimenti. Sono le venti, il nuovo programma di e con Peter Gomez, dal lunedì al venerdì alle 20 sul canale Nove, è un po’ tutto questo. Un programma contaminato, come si dice in gergo, share all’1% nei primi due episodi. Comunque, anche se non è un vero tg perché fa vacanza nel fine settimana, mezz’ora d’informazione che vorrebbe essere di contro-informazione, alternativa ai telegiornali classici. In realtà, la nuova creatura ideata e condotta dal direttore del Fattoquotidiano.it si presenta come un tg di opinione e opinioni. Nel senso che, sebbene gli ospiti interpellati in qualità di competenti delle varie tematiche siano numerosi, alla fine, risultano piuttosto allineati al mood del conduttore. Che poi è 5 stelle e dintorni perché, sia la scelta dei temi che le inchieste, battono i temi cari al movimento e al governo. Lunedì, a tagliare il nastro dell’esordio, è intervenuto il premier Giuseppe Conte, per dire che no, non ha invitato le Sardine, ma sarebbe contento di riceverle. Però.

In piedi in camicia bianca e munito di tablet, seduto alla scrivania solo per le interviste agli ospiti, in uno studio con grandi pannelli interattivi dominato dall’affresco della Painted Hall di James Thornhill, Gomez snocciola titoli telegrafici, l’esatto opposto di quelli del tg di La7. Si parte dall’agenda politica di giornata, illustrata dai collegamenti di Francesca Martelli che sottolineano l’ostruzionismo di Italia viva alla legge sulla prescrizione, la cui abolizione viene sostenuta dalla testimonianza successiva. Poi si va a Bibbiano con un servizio firmato ancora da Martelli, e si torna in studio interpellando una giornalista che ha seguito il caso dalla parte delle Sardine. Si prosegue con le inchieste originali. La prima, sullo sfruttamento delle cameriere negli hotel di lusso milanesi, è conclusa dal sociologo Domenico De Masi che esalta il reddito di cittadinanza e la necessità del salario minimo per combattere la povertà; la seconda, su un’opera incompiuta e l’inquinamento a Porto Marghera, è commentata dal ministro per l’Ambiente Sergio Costa. In chiusura «la playlist delle notizie di giornata». Chi lamentava l’assenza di un altro programma sostenitore dell’intesa 5 stelle-Sardine-Pd l’ha trovato.

Realizzato da Loft produzioni, Sono le venti è firmato da Duccio Forzano, già regista del Festival di Sanremo e dei programmi di Fabio Fazio e qui direttore artistico, Marco Posani (Quelli che il calcio e Vieni via con me) e Luca Sommi (autore e conduttore di Accordi & disaccordi).

 

La Verità, 23 gennaio 2020

Iacona, tecnica perfetta dell’inchiesta pilotata

Le inchieste si possono fare in tanti modi. Con rigore o partigianeria, pilotando i servizi o dando pari dignità alle fonti. Quella di Presa diretta di lunedì s’intitolava «Attacco al Papa» e due ore di servizi, interviste e ricostruzioni sono servite per dire, in buona sostanza, che Francesco è un papa scomodo che vuole rivoluzionare la Chiesa, renderla più adeguata ai tempi, ma che subisce attacchi provenienti da tutte le parti, soprattutto da forze interne alla Chiesa, sinteticamente identificate come «i cattolici tradizionalisti» (Rai 3, ore 21.20, share del 6.9%, 1,7 milioni di telespettatori).

L’architettura dell’inchiesta era già bella e pronta quando a Riccardo Iacona è scoppiata in mano la bomba del libro Dal profondo del nostro cuore (Castelvecchi) scritto dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, e con un contributo di Benedetto XVI sull’intangibilità del celibato dei preti. A quel punto il conduttore ha potuto solo convocare in studio il vaticanista dell’Asca Iacopo Scaramuzzi, consulente dell’inchiesta, per inglobare anche la riflessione di Ratzinger e Sarah nella strategia dell’«attacco» a Bergoglio.

Tornando all’inchiesta, le questioni che stanno a cuore al conduttore della Rai 3 ancora diretta da Stefano Coletta ma direttore in pectore di Rai 1, sono due: le aperture verso i divorziati risposati e gli omosessuali e la catechesi dell’accoglienza ai migranti ribadita da Bergoglio. Le inchieste si possono fare in tanti modi: ricostruendo sbrigativamente lo scandalo degli abusi dell’ex cardinale statunitense Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale solo dopo le insistenze dei vescovi americani e la denuncia dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò. Oppure, identificando le critiche al magistero attuale con l’attività di una tv militante del Michigan, con ingenui ambienti leghisti, o ponendo frettolose domande al cardinal Gerhard Muller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Si possono fare ascoltando come oro colato le analisi del priore della comunità di Bose, padre Enzo Bianchi, e del fondatore della Comunità di sant’Egidio Andrea Riccardi. E, contemporaneamente, si possono fare evitando qualsiasi accenno ai Dubia espressi nel 2016 da quattro autorevoli cardinali a proposito di alcuni passaggi dell’Amoris laetitia. O, infine, guardandosi bene dall’interpellare voci significative come Aldo Maria Valli, già vaticanista del Tg1, Sandro Magister, esperto analista dell’Espresso, Antonio Socci, autore di qualche saggio in argomento, il sito La Nuova bussola quotidiana… Le chiamano inchieste.

 

La Verità, 15 gennaio 2020

Il Vaticano? Un girone dantesco per Sorrentino

Dopo The Young Pope Paolo Sorrentino aveva due strade: mettere ordine nel calderone del Vaticano orfano(?) di Pio III-Lenny Belardo (Jude Law) o accentuare il disordine creativo. È fuor di dubbio che egli abbia imboccato la seconda, quella più estrema, eccentrica, febbrile. In The New Pope, la serie originale Sky da ieri sul canale Atlantic e on demand, creata e diretta dal regista premio Oscar, prodotta da The Apartment – Wildside, parte di Fremantle, la specificità del Vaticano c’è, ma è quasi un pretesto. Pre-testo. Un punto di partenza per le licenze e licenziosità poetiche, etiche, estetiche del regista-sceneggiatore-produttore esecutivo. La Cappella Sistina, piazza San Pietro e i giardini vaticani sono il luogo per eccellenza; il contrario del non luogo contemporaneo e della società liquida, come fa intendere il sempre più strategico (e stratega) cardinal Voiello (Silvio Orlando) parlando della diversità dei tempi della Chiesa. La Santa Sede è il luogo del Logos e Sorrentino lo sa o, per lo meno, lo intuisce. Intuisce che la Chiesa è un’istituzione dell’altro mondo, una realtà umana attraversata dal divino, e ne è affascinato, soprattutto per l’estetica di liturgie e riti. Tuttavia, faticando a penetrarne il mistero e a dare verticalità al racconto, la messinscena si dibatte tra vero, verosimile, falso, onirico, fantasy, virtuale, allucinato, psichedelico…

Così The New Pope è più di un sequel di The Young Pope, con personaggi nuovi e sganciamenti narrativi. E le situazioni nelle quali lo spettatore viene introdotto sono spin off del reale. Francesco II che apre il Vaticano ai migranti e parla di Chiesa povera, lo è di Bergoglio anche se muore precocemente, citando papa Luciani. Mentre la situazione in cui si vengono a trovare Lenny Belardo e John Brannox (John Malkovich) è un lungo parallelismo dei due pontefici attuali. Con le licenze che dicevamo. E con le licenziosità, parola del moralismo novecentesco, con il quale il regista continua a giocare muovendo le suore infoiate, la realpolitik di Voiello, il dandismo di Malkovich. Il quale, più che interpretare papa Giovanni Paolo III, gli presta le proprie mollezze, accettando l’iniezione dialettica dello stesso Sorrentino che, sempre per gioco, gli mette in bocca discorsi pregnanti e sincopati da guru moderno, nel terzo episodio ce ne sono ben due. Perché l’altra novità di The New Pope sono i tempi dilatati della narrazione che innesta la sintassi felliniana con accenni lynchiani. Il risultato finale è un Vaticano dantesco assolutamente imprevedibile, fucina di esotiche sorprese, rigorosamente da non prendere sul serio.

 

La Verità, 11 gennaio 2020

I tesori del Vaticano a misura di telespettatore

Ora, a cose fatte, ci si chiede come mai nessuno aveva pensato prima a una visita alla scoperta delle meraviglie e dei segreti della Città del Vaticano. Si intitolava Viaggio nella Grande bellezza il documentario proposto da Canale 5 e mai titolo è sembrato più adeguato (mercoledì, ore 21,40, share del 12.4%, 2,3 milioni di telespettatori). I 44 ettari del piccolo Stato costituiscono una concentrazione di tesori artistici e architettonici imparagonabile con qualsiasi altro territorio del pianeta. Dunque, la domanda è lecita: perché, avendo a portata di telecamera una realtà tanto straordinaria, nessuno aveva provato a farsi aprire le tante porte delle stanze, dei musei, degli archivi e dei giardini vaticani? Forse la risposta va rintracciata nello sforzo produttivo che la visione di questo speciale documentario, realizzato da Rti in collaborazione con RealLife Television e Vatican media, fa intravedere. E che, per guidare il telespettatore in questo sbalorditivo percorso, ha portato Cesare Bocci a svelarci ogni angolo e ogni anfratto della Santa Sede, dalla Basilica di san Pietro alla Cappella Sistina, luogo dei misteriosi conclavi, dal palazzo Santa Marta, residenza di Francesco, fino a Castel Gandolfo, dove vive Benedetto XVI, dalla cupola eretta da Michelangelo alla tomba di san Pietro, consultando, tra gli altri, il cardinal Angelo Comastri, vicario per la Città del Vaticano, monsignor George Gänswein, prefetto della Casa pontifica, Barbara Jatta, direttore dei Musei vaticani, Andrea Tornielli, direttore del dicastero per la Comunicazione e l’archeologo Umberto Broccoli.

Proprio la scelta di Cesare Bocci, il Mimì Augello del Commissario Montalbano anche conduttore su Tv2000 di Segreti, i misteri della storia, particolarmente assorto davanti alla Deposizione di Caravaggio, suggerisce l’obiettivo che stava a cuore ai dirigenti Mediaset. Non l’illustrazione erudita del critico d’arte, ma l’accostarsi rispettoso della persona comune a tanta bellezza di fronte alla quale, probabilmente, lo sguardo corretto è quello dell’umiltà e dello stupore. Anche con l’inevitabile rischio del ricorso alle iperboli («La piazza più famosa del mondo»; «La chiesa più grande del mondo»; «Un luogo unico che ha in sé tutta la potenza della storia e della bellezza»), pur sempre documentate da fatti e numeri. Un viaggio splendido, con l’unico neo, forse, di una musica un po’ ridondante, che rischiava di appannare una fruizione più profonda di tanta meraviglia. Un viaggio che stimola a intraprenderlo nella realtà.

 

La Verità, 20 dicembre 2019

Buffa ci racconta Gigi Riva, Bartleby del calcio

Raccontacela ancora, Federico. Federico è Federico Buffa e la storia di Gigi Riva la conoscevamo già. Certamente non così, con i tanti dettagli che ci svela in Gigi Riva, l’uomo che nacque due volte (Sky Sport e on demand, il primo di due episodi). Non a caso il suo è un format e la narrazione è il linguaggio che si sposa con il desiderio di cullarci fin da bambini, tanto più ora che il calcio e lo sport in genere ci sembrano ostaggi del business. Chiamiamola pure nostalgia o vittoria dei sentimenti, senza ipocrisie. Ma saper raccontare è un fatto di toni, di sentimenti e di dettagli e ora Buffa ha trovato equilibrio, senza più eccedere in erudizioni o feticismi da addetti ai lavori un po’ fanatici. La fascinazione è dosata dagli aneddoti, la favola dalla circostanza. Come l’ambientazione sulle terre d’acqua, il lago Maggiore e il mare di Cagliari, delle due nascite del più grande attaccante che il calcio italiano abbia avuto. E come l’infanzia in collegio dai preti, tre anni difficili per il ragazzo Luigi, troppo presto orfano di padre e a 16 anni anche di madre. O come la telefonata della sorella Fausta a Roberto Boninsegna, all’epoca compagno di squadra e di camera in ritiro, l’unico che resisteva alle sigarette e agli orari, entrambi eccessivi per un calciatore. Insomma, una telefonata rivelatrice di chi era il fratello. Gigi e Roberto avevano litigato per un mancato passaggio ed erano volate parole più grosse del solito. Allora, la sera della domenica, mentre erano a cena, la Fausta aveva telefonato al ristorante e si era fatta passare Boninsegna, per spiegare i segreti del fratello: ribelle, introverso e avvolto in silenzi invalicabili che nascondevano uno spirito profondo e sensibile. Chissà se erano tratti segnati da quell’infanzia solitaria, dalla povertà e dal lavoro precoce in fabbrica, compensati solo dalle gioie dei gol già nei primi tornei estivi, poi al Laveno e al Legnano che, nell’intervallo di Italia-Spagna juniores disputata al Flaminio di Roma, lo vendette al Cagliari di Andrea Arrica, più lesto di altri patròn che si palesarono solo a fine partita, a cessione avvenuta. O come quell’uomo che da allora in poi, lo aspettava sempre alla fine di ogni partita con un gettone in mano: «Telefoniamo a Giampiero?». Giampiero era Boniperti, amministratore delegato della Juventus. Ma lui scuoteva il capoccione e ribadiva il suo no, come un Bartleby del calcio. Scegliendo di restare fedele alla terra (e all’acqua) della sua seconda nascita, schiva e leale come lui.

 

La Verità, 17 dicembre 2019

Per la fiction Rai la Iotti era «inclusiva» già nel ’48

Quando si fanno ricostruzioni storiche di figure rilevanti del nostro passato si dovrebbe avere cura a non trasferire il vocabolario attuale ai dialoghi dell’epoca altrimenti, per così dire, viene la pelle d’oca alle orecchie. Un po’ come quando il gesso stride sulla lavagna.

All’uscita da una riunione interpartitica sulla parità dell’accesso alle cariche pubbliche presieduta da Giovanni Leone, Palmiro Togliatti (Francesco Colella) si complimenta con Nilde Iotti (Anna Foglietta), non ancora amante e compagna, per il suo intervento: «Hai conquistato anche le colleghe democristiane». Ed ecco la risposta di lei con la parolina magica: «Ho cercato di essere più inclusiva possibile». Siamo prima dell’attentato a Togliatti e risulta improbabile che Iotti fosse anticipatrice anche di un tema tanto attuale. Ma si sa, oggi l’inclusione sta bene su tutto e quindi vai con il revisionismo linguistico fino al punto di attribuire alla prima presidente donna della Camera, anche questa preveggenza oltre alle battaglie davvero combattute per la parità delle donne, il divorzio e l’aborto. Del resto, l’operazione è chiara e si articola attraverso la sovrapposizione in tutte le sue forme, anche narrative. La docufiction Storia di Nilde (presentata alla Camera, Rai 1, giovedì, ore 21,35, share del 16.2%), prodotta da Anele di Gloria Giorgianni in collaborazione con Raifiction, è un continuo salto di registri linguistici. La fiction vera e propria, vista con gli occhi e la voce adoranti di una bambina che ha assistito all’attentato al Migliore e, 31 anni dopo, segue dalla tribuna della Camera l’insediamento della presidente Iotti, nel frattempo divenuta sua stella polare. Poi la sfilata di interventi colti, da Emanuele Macaluso a Giorgio Napolitano fino a Filippo Ceccarelli che insiste sulla «serietà» del partito e delle istituzioni di allora, lasciando poco implicito il sottotesto «a differenza di questi qua». Infine, l’uso degli archivi dell’Istituto Luce, che risultano assai più densi e pregnanti della finzione. Nella quale, oltre a Leone, anche Giulio Andreotti viene infilzato come un agnellino dall’invincibile Iotti.

Una volta – preistoria – Rai 1 era filodemocristiana e lo era anche Raifiction. Ma oggi la Dc è estinta ed entrambi sono diventate filogovernative, anche se a dirigere Rai 1 c’è Teresa De Santis e a capo della fiction c’è Eleonora Andreatta, detta Tinni, figlia di Beniamino. Alla guida del Paese ci sono invece le sinistre in tutte le loro sfumature. Così, Anele di Gloria Giorgianni sta preparando il nuovo santino per Liliana Segre: chi può obiettare alcunché? Il gesso è sempre lì, sulla lavagna…

 

La Verità, 7 dicembre 2019

Freccero lascia una rete tonica al successore

Più che un commiato, un arrivederci. Qualche giorno fa Carlo Freccero ha lasciato Rai 2 dopo un anno di direzione, iniziata all’insegna della rivincita sull’«editto bulgaro». Tra i primi progetti ipotizzati c’era il ritorno di Daniele Luttazzi dopo la chiusura, 18 anni prima, di Satyricon e le successive, fugaci e polemiche, riapparizioni. Non se n’è fatto nulla, nonostante l’impegno. Anche l’idea di una linea di controinformazione basata su blog e opinionisti alternativi non è decollata. Mentre il suggerimento di una striscia d’informazione post tg come quella che vantano La7 e Mediaset ha trovato un’attuazione troppo dimessa e priva di appeal.
L’anno di post-dottorato, anzi, di servizio civile gratuito causa legge Madia, era un tempo troppo limitato per riformare e rilanciare una rete generalista nell’era delle over the top (le piattaforme che forniscono contenuti attraverso la rete). Freccero è partito con una serie di eventi dedicati ad Adriano Celentano, Roberto Benigni, Beppe Grillo, la serata per Fabrizio De André, quella per Freddie Mercury in occasione del successo di Bohemian Rapsody, la riproposta di Ultimo tango a Parigi con sé stesso nel ruolo di critico e le serate omaggio a Gianni Boncompagni e Gianfranco Funari di Renzo Arbore e Enrico Lucci. L’obiettivo, raggiunto, era ricostruire, attraverso grandi biografie, la memoria storica di un pubblico generalista non nazionalpopolare. Poco alla volta, però, con l’introduzione delle strutture divise in macro aree che limitano l’autonomia delle reti, quello che sembrava un mandato per ridare identità a Rai 2, si è trasformato nella missione a riavvicinare il target giovanile. Superato non senza difficoltà lo spacchettamento di Nemo, nessuno escluso in Popolo sovrano e Realiti, con due diversi gruppi autoriali, Freccero si è concentrato su alcuni progetti ad hoc: la quarta stagione del Collegio, ambientata nel 1982, con la voce narrante di Simona Ventura, #Ragazzicontro, il docureality condotto da Daniele Piervincenzi, diario di un gruppo di adolescenti con tutte le loro aspirazioni e fragilità, e la serie Volevo fare la rockstar ambientata in Friuli, protagonisti alcuni anti eroi quotidiani, segnati da nevrosi e incertezze più che dai sentimenti perbenisti della borghesia. Se si aggiungono le nuove edizioni di The Voice of Italy e Pechino express, si può dire che la missione è compiuta: +0.41% dalle 21.30 alle 23.30 nel 2019 rispetto al 2018, e segni positivi anche nei target dei teenagers e dei giovani. Un bilancio forse meno strabiliante del previsto, ma solido e pronto a essere sfruttato da chi verrà dopo Freccero. Che aspettiamo presto impegnato in una nuova avventura.

La Verità, 4 dicembre 2019